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"Mr. Freeze e Nora" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Libera e personale composizione sul personaggio di Mr. Freeze, uno dei massimi antagonisti di Batman)

  • Chiamatemi Victor!

Durante una fredda serata invernale, un uomo, di cui vorrei narrare il vissuto, se ne stava immobile nella foresta, tra le fronde degli alberi che avevano perduto il lor colore verde. In quello strano luogo, regnava un tacito buio, non vi era alcun suono della natura a ravvivare il silenzio, nessun raggio di luce a rischiarare l’oscurità. La fauna aveva trovato riparo dal vento pungente tra le piccole tane, sui rami, persino tra le fessure scavate nei tronchi; la flora, invece, ne aveva assorbito i nefasti effetti. Le chiome degli alberi avevano lasciato cadere le foglie ingiallite, avvizzite nel procedere dell’autunno e ora avvolte da una coltre di neve. Tutto era divenuto silente, il bosco appariva esanime ma pur sempre vivo. Chiuso in se stesso, smarrito tra i sentieri dell’intima coscienza e rinchiuso in un guscio di metallo che lo isolava dall’esterno, costui osò lasciarsi andare a dei pensieri esuli, liberi, fuggenti. Furono tante le riflessioni che gli sovvennero di lì a breve. Aveva spesso la mente in tempesta, un turbinio dentro un fortunale. In lui si sovrapponevano in sequenza decine e decine di rimembranze che assumevano le forme di minuscoli fiocchi di neve venuti giù dal cielo con copiosa insistenza. Quella sera si era soffermato a ragionare sullo scorrere delle stagioni, su quanto l’inverno potesse destare l’essenza segreta della vita, ma soprattutto…sul proprio passato.

Tanto tempo fa, un dì lontano lontano, viveva un uomo, ad oggi, dimenticato. Aveva il volto candido come la coltre bianca, i capelli corvini, arruffati in un folto ciuffo a mo’ di cespuglio, e gli occhi cerulei, vispi e agitati come un mare in tempesta. Sulle gote e attorno al mento non si intravedeva   neppure un accenno di peluria. Sul naso portava un paio di ingombranti occhiali con spesse lenti. Era imponente, così alto da esser costretto a restare curvo e col capo chino verso chi, dal basso, gli rivolgeva parola. L’uomo di cui desidero narrare il passato era un uomo di scienza, e si chiamava Victor. Non diede mai un certo valore al suo nome, per lui era poco più che un sostantivo.

C’è un che di magico attorno ad un nome. I nomi sono un insieme di lettere atte ad identificare una persona, un oggetto, un’entità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Probabilmente, un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.

Victor non si era mai soffermato a pensare al proprio nome e a quanto esso riuscisse a celare più di quanto potesse far intendere. Sin da bambino, egli era un assiduo lettore. Trascorreva le giornate rinchiuso nella biblioteca di famiglia a leggere quanti più libri poteva. Victor aveva un appetito insaziabile e, anno dopo anno, ingurgitava nozioni di scienza, chimica, anatomia e medicina. Anche la letteratura di fantascienza gli scaldava il cuore, soprattutto quella relativa ai racconti in cui taluni personaggi di fantasia riuscivano ad ingannare la morte con il prodigio della loro mente. Il protagonista di un vecchio romanzo inglese, scritto da Mary Shelley, condivideva con Victor lo stesso nome. Non se ne accorse per numerosi lustri, ma Victor Fries aveva in comune molto di più della semplice appartenenza nominale con Victor Frankenstein, personaggio cardine dell’omonimo capolavoro letterario. Quel nome che li accomunava, quel “Victor”, presagiva l’esiziale aspirazione di una scoperta funesta che entrambi ebbero relativa alla vita e alla morte, seppur con le dovute diversità.

Al dottor Frankenstein interessava soltanto la vita umana: la sua distruzione e la sua creazione.”

La manipolazione della nascita, la resurrezione, la creazione di un’esistenza originaria, inusitata, erano i fondamenti che ossessionavano l’insana ricerca di questo arcaico scienziato. Frankenstein agognava di creare una vita diversa, difforme. Scovò così nella mostruosità la nuova normalità. Victor Fries, invece, si interrogava sulla longevità dell’esistenza e sull’inevitabile dipartita di un essere vivente, e non riusciva a capacitarsene. Aveva appreso quante più competenze di medicina poté, eppure, faticava a comprendere come l’uomo riuscisse ad accettare la morte. Fu proprio in quegli anni che egli si appassionò, con sempre maggiore trasporto, alla stasi criogenica. Fries condusse i suoi primi esperimenti su alcune bestiole malate, tentando di arrestare la loro sofferenza, di evitare ciò che per loro era oramai inevitabile. Il freddo, per lui, divenne il mezzo per tentare di arginare la triste mietitrice, di combatterla e, un giorno, sconfiggerla definitivamente. Erano, però, ricerche insolite, sinistre, per un ragazzo. Quando Victor fu scoperto, venne allontanato dai suoi famigliari, intimoriti da una genialità così difficile da addomesticare. Fu spedito in collegio, e poi proseguì i suoi studi di criogenia in solitudine.

Victor Frankenstein voleva plasmare una “sostanza” distorta, partorire una creatura inconsueta, rivoluzionaria, finì, invece, per concepire un mostro violento, subnormale, primitivo: la regressione della sua ricerca. Al contrario, Victor Fries voleva far sì che la vita non smettesse di protrarsi, e che il filo teso di un’esistenza mortale continuasse ad essere filato da Cloto e Lachesi, e che non potesse essere più reciso, neppure dalla vecchia dall’inquieto nome, Atropo.

  • Caldi ricordi

Diversi anni dopo, Fries trovò lavoro presso la GothCorp come biologo molecolare esperto in criogenia. Un mezzodì di fine ottobre, Victor stava passeggiando tra i quartieri affollati di Gotham Plaza. Svoltò verso la strada che dava sul mare, desideroso di raggiungere la baita più vicina. Di lì a poco, notò una donna seduta da sola su una panchina e rivolta verso il tramonto. Aveva lunghi capelli biondo platino che le destavano un viso rosato, accentuato da due guance purpuree, occhi blu come un cielo senza nuvole e profondi come un pozzo colmo di segreti e un lungo vestito azzurro lievemente mosso dal vento. Intorno al collo, portava un ciondolo d’argento con un ricamo circolare simile a un batuffolo di neve. Quando la vide, Victor si sentì toccato da una brezza leggera, carezzevole, mite come un soffio delicato sulla pelle. Non poté mai dimenticare il primo incontro con Nora, la sua futura sposa, il momento più caldo del suo remoto trascorso. Era bella come una fioritura di marzo, tanto raggiante da somigliare ad una stella del mattino, così delicata come un bucaneve sbocciato a fine inverno. Victor le si avvicinò con timore d’esser ignorato, ma lei gli rivolse attenzione con un sorriso timido e gioviale. Molti mesi dopo, la prese in moglie e vissero insieme felici.

Arrivò poi la malattia, infausta e terribile come un’improvvisa tormenta. Era accaduto tutto così rapidamente, Nora si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Si accingeva a morire, afflitta da un male interno che la stava divorando. Victor non riusciva a darsi pace. Non gli interessava più dormire, neppure mangiare. Tutte le sue energie erano impiegate a trovare una cura, ma il tempo, inclemente, non avrebbe concesso alcuna possibilità.

Avete mai visto un fiore? Una cosa così bella, così piena di vita, appassire poco a poco e marcire.  Nora aveva una dolcezza incomparabile, era talmente graziosa d’esser divenuta, agli occhi del marito, un fiore raro, unico, splendido, deciduo, che nasce una sola volta e che muore troppo in fretta. Nora si era tramutata in un fiore di cactus, il fiore più bello di tutti, che sboccia una volta l’anno e scompare ventiquattro ore dopo. Ella stava svanendo, la meraviglia della sua vitalità si stava affievolendo, la sua pelle rossastra stava diventando cerea, il tocco della sua mano stava sperdendo ogni forza, era esangue e la sua espressività mortifera. Una sera, vedendolo stremato dalla fatica, Nora gli sussurrò con voce fioca che dovevano arrendersi, e godersi insieme quel poco che potevano ancora. Ma Victor non poteva accettare un tale destino, non poteva perderla, né ora né mai! Decise così di utilizzare le sue conoscenze per conservarla criogenicamente, fin quando non avesse trovato una terapia adeguata. Raccolse il fucile congelante, il fiore all’occhiello del proprio lavoro, una sua invenzione che riusciva a solidificare e raggelare istantaneamente ogni cosa colpita dal suo raggio. Quando guardò per l’ultima volta Nora muoversi, pianse, pigiò il pulsante e la colpì.

Custodì poi il corpo congelato in una teca, che avrebbe contemplato giorno e notte, in attesa di risvegliarla per essere guarita. Nora restò per sempre il ricordo più fervido che Victor mantenne nelle proprie gelide memorie. Quella bara di ghiaccio contenente il corpo e l’anima del suo amore fu l’ultima cosa che egli vide prima dell’incidente. Nel suo laboratorio, una notte fredda, un fascio di luce lo avvolse, e un’onda criogena lo avviluppò. Cadde in una pozza d’acqua ghiacciata, ricoperto da sostanze chimiche che gli penetrarono nei tessuti, mutandogli il metabolismo. Quando emerse, aveva perduto i capelli, l’epidermide era livida, ed appariva gelido come la morte. Avvertì prima un torpore, poi un formicolio, e infine una fitta lancinante. Il freddo che generava il suo respiro riuscì ad attenuare la sofferenza fisica, mai quella dell’anima.

Analogamente alla propria adorata consorte, Victor patì il freddo, e rimase prigioniero di uno scrigno di ghiaccio. Perduta la sua sposa, sospesa tra uno speranzoso risveglio e il sempiterno dormire, egli abbracciò un imperituro inverno. Victor emanava frigidità al sol tocco, ogni cosa che la sua mano lambiva veniva investita da un gelo artico e moriva. Persino lui fu sul punto di soccombere. Non poteva sfuggire al freddo, non poteva scampare alla sua presa. Costruì, dunque, una tuta ermetica che gli permettesse di mantenere il proprio corpo al di sotto dello 0, con un elmo in vetro che lo mantenesse separato dall'ambiente esterno. Celò i suoi occhi dietro un paio di occhiali neri come pece da cui scintillavano due luci rosse come rubini incastonati su di un volto imperscrutabile. Quel giorno Victor morì, non restò che nulla del suo credo, se non la volontà inalterabile di salvare la propria sposa. Mr. Freeze aveva visto la luce. Ero nato!

  • Cuore di ghiaccio

Il “freddo” svela solo una parte dei suoi molteplici misteri, quella più superficiale, come se fosse una montagna di ghiaccio sorta nell’oceano e che procede alla deriva, trasportata dalle correnti. In molti, coloro che intravedono solo l’apparenza di un “iceberg”, credono che esser “freddi” significhi esser vacui, privi di affetti, malvagi. Io non lo sono… Non lo sono mai stato! Vivere in un progressivo e inalterato inverno vuol dire esser consci del dolore. Il gelo concilia la riflessione, l’inverno la vicinanza.

L’autunno traghetta la natura come un nocchiero, sino alle sponde di un ciclo caduco. Il terreno, cosparso di foglie rattrappite, è il preludio all’avvento del gelo, della stagione più temprante di tutte. D’inverno non nasce la vita, i fiori non fioriscono, i semi non germogliano, le colture scarseggiano. L’ultima stagione dell’anno porta con sé il fardello d’esser mesta, algida, stanca. L’inverno è un sentimento languido ed accorato, non ha la rifulgenza della primavera, la sfavillante letizia dell’estate, la fioca malinconia dell’autunno - ne sono consapevole. Ciononostante, esso è rinvigorente. E’ il suo incanto, la sua immutata magia. Osservare un paesaggio innevato, restando nel tepore della propria casa, vicino ad un caminetto acceso, con la persona più cara, è quanto di più significativo si possa provare. Il freddo ha il potere di conferire intimità agli istanti, arrestare il progredire del tempo, di rendere una cosa bella perpetuamente tale, di cristallizzare una scena, d’arrestare lo svolgersi di un momento fintanto da renderlo indelebile. E’ pur vero che l’inverno non è primavera, non possiede, tra le proprie corde vocali, il canto soave di una madre natura che attua la fioritura attraverso una nenia di rinascita, il pianto di un’esistenza appena nata. Il freddo non genera la vita, ma riesce a conservare, a proteggere, a mantenere intatta la spiritualità di uno corpo fiacco, piegato dalla malattia. Il freddo è quanto di più lontano e, al contempo, più vicino alla vita e alla sopravvivenza ci possa essere.

Niente resiste al freddo più acuto, eppure, io vivo insieme ad esso, in un abbraccio indivisibile, in una coesistenza all’unisono. Chiamatemi Mr. Freeze, quello che Victor era, io non lo sono più. Imprigionato in questa armatura di ghiaccio, ho ottenuto l’immortalità, ciò che ho inseguito nei miei studi. Non ho mai compreso perché l’uomo accettasse, in maniera così rassegnata, il proprio corso, e perché la morte avesse, infine, sempre ragione sull’esito dei mortali. Come può un uomo che ha perduto l’amore, continuare a vagare in solitudine su questa Terra, in quel dedalo infido e ingannatore che è il mondo esterno? Come si può genuflettere il capo ad un fato tanto crudele? Perché tutti continuano a piangere i propri morti senza impiegare ogni sforzo per annientare la morte? Io non potrei mai assecondare l’addio della mia diletta. Il mio freddo immobilizza, dona l’eterna giovinezza, allontana la vecchiaia, interrompe ogni decadimento, anestetizza il dolore corporale ed infonde una durevole presenza. Nulla germoglia al freddo ma tutto può essere alleviato con esso. Una vita umana fluisce troppo in fretta. L’istante andato, l’attimo smarrito, il momento perduto, tutti loro svaniscono via come neve disciolta al sole, e possono essere conservati da intangibili ricordi. In fondo, cos’è un ricordo se non un refolo freddo, che fissa un periodo e lo immortala nel sovvenire della mente. Nora è ancora, e sempre sarà, il mio ricordo più caro, il solo che riesca a riscaldare e a scandire i battiti del mio cuore di ghiaccio. Il freddo, come una rievocazione, può eternare il passato più lieto. Ma io non voglio che la mia Nora, la mia sola primavera, resti un elusivo riecheggiamento.

"Mr. Freeze" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Intrappolato in questa mia tuta criogenica, non posso sentire il vento sfiorarmi il viso, non riesco a toccare la mano di chi amo. Il freddo è stata l’unica salvezza per la mia amata, ma è stata altresì la mia più grande condanna. Sono scese le tenebre. Questo bosco e quella luna, alta nel firmamento e sottile come un filato d’argento, non hanno più nulla da suggerirmi coi loro lamenti laconici. E’ il momento di tornare dentro, nel mio rifugio più tetro. Mi inginocchio dinanzi alla teca di vetro in cui dorme Nora. Quando la guardo riposare nella sua cripta come una principessa di ghiaccio, le poche lacrime che riesco a versare raggiungono a stento le gote e si dissolvono nell’aria. E’ questa la nostra caverna, il luogo dove tormenti e paure restano fuori, lontano; qui, all’interno, rimane solo la leggiadria di un sogno. Troverò il modo di curarti, amore mio. Te lo giuro!

Lei è sempre giovane e bella, sogna, librandosi in un volo senza fine, e non ha alcun affanno sul viso. Tengo in mano un carillon, con una ballerina che danza, con indosso un abito azzurro, raggiunta da una nevicata incessante. E’ lei! E’ Nora come sarà un giorno, dolce e nuovamente forte quando tornerà a vivere. Attivo il meccanismo della scatola musicale, mentre fuori comincia a fioccare la neve, la calda carezza del nostro algente inverno; le domando se vuole ascoltare la nostra canzone. Mi risponde di sì.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Amore e Psiche" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale del mito greco)

Una fiaba scritta dai fratelli Grimm raccontava di una regina bellissima ma diabolica, che possedeva uno specchio magico a cui era solita domandargli quale fosse la donna più bella di tutto il reame. Alcune volte lo specchio delle brame, per deliziare la vanità della sua padrona, le dava risposta riconoscendo in lei la più bella, altre, però, lo stesso si limitava a lasciare che la regina rimirasse semplicemente il proprio adulato riflesso. Un giorno, però, lo specchio, a quella retorica e vanesia domanda proferita dalla monarca, rispose in modo insolito e quanto mai inaspettato. Una bambina dalla pelle candida come la neve e dalle labbra rosse come il sangue sarebbe divenuta, una volta raggiunta l’età adulta, la più bella di tutto il reame. La regina, oltraggiata, incaricò un cacciatore di scovare l’infante e di ucciderla. Il cacciatore, tuttavia, non avrà la forza di macchiarsi di un gesto tanto crudele ed efferato e salverà la piccola, nascondendola. Come finirà questo racconto popolare è storia nota…

Non possedeva uno specchio magico ma anch’ella, similmente a come faceva la regina della  fiaba appena citata, si specchiava con una certa frequenza. Con frivolezza, ella si compiaceva della propria bellezza, orgogliosa d’essere la creatura femminile più bella di tutto il creato. Era nata dalla spuma del mare, e aveva raggiunto la terraferma su di una conchiglia sospinta dal vento. La dea dell’amore, Afrodite, viveva su nell’Olimpo, dispensando amore agli uomini e alle donne. Un giorno, giunse all’orecchio di Afrodite una diceria intollerabile, secondo la quale, sulla Terra, viveva una giovane fanciulla chiamata Psiche (“Anima” in greco). Nessuno specchio delle brame le aveva fatto notare nulla al riguardo, ma gli dei erano certi di quel che le riferivano: - Psiche ha i lineamenti del viso talmente delicati da poter essere ritenuta ancor più bella della dea Afrodite -. Come avvenne nel cuore di quella regina cattiva cui facevo menzione, anche ad Afrodite la rabbia e la gelosia le indurirono lo spirito. Afrodite, furibonda, convocò il figlio Eros ordinandogli di far innamorare Psiche di un orribile mostro. Con le sue grandi ali bianche, simili a quelle di un angelo, Eros discese dal monte Olimpo, portando con sé il suo arco e la sua faretra ricolma di frecce.

"Amore e Psiche" - Dipinto di Kauffmann

 

Sebbene fosse tanto splendida, Psiche non riusciva a trovare marito e, un mattino, affranta per la sua solitudine, cominciò a piangere a dirotto mentre si trovava nei pressi di un colle. Eros raggiunse la valle e da laggiù intravide per la prima volta Psiche. Incantato dalla bellezza della giovane donna, Eros ebbe pietà di lei. Come il cacciatore di “Biancaneve”, desistette dal commettere un atto tanto iniquo e ripose la sua arma. Eros non riusciva a distogliere lo sguardo da Psiche, le lacrime versate dalla fanciulla lo impietosirono a tal punto da suscitare in lui forti sentimenti. Tirò così fuori dalla faretra una delle sue frecce e si trafisse egli stesso un piede. D’improvviso, Psiche si sentì sollevare dolcemente dai venti zefiri e, volteggiando sul mare, raggiunse una regione sperduta, per essere poi adagiata dinanzi ad una reggia tutta splendente. Eros si era innamorato perdutamente della fanciulla e l’aveva portata con sé nella sua dimora segreta, dove neppure la madre Afrodite sarebbe riuscita a trovarli. Psiche varcò la soglia della reggia e cominciò a visitarla, presa dalla curiosità. Le porte che conducevano alle ampie camere erano d’argento, le mura che delimitavano la sala grande sita all’ingresso erano fatte d’oro, i soffitti d’avorio. I pavimenti erano azzurri con sparse increspature di bianco e davano alla giovane la sensazione di camminare come sulle nuvole. Non ci fu nessuno ad accogliere Psiche, il palazzo regale pareva essere disabitato, eccetto che da servitori invisibili, che, palesandosi a sera inoltrata, le servirono la cena.

"Amore e Psiche" di Antonio Canova

 

Quando scese la notte, Psiche cominciò ad avere paura, non trovando nessuna lanterna per poter schiarire le fitte tenebre della propria camera da letto. Eros, infatti, non voleva farsi guardare agli occhi della mortale e nel talamo si presentò a Psiche permanendo nell’oscurità. Avvertendo la presenza del dio, solamente avendolo accanto, Psiche ricambiò l’amore di Eros e tra i due cominciò una meravigliosa e dolce unione che perdurerà per tutte le notti a seguire. Psiche vive  sostanzialmente “intrappolata” nel castello di Eros, ma non avverte affatto d’essere prigioniera. E’ un po’ come Belle, che non sentì mai d’essere in effetti rinchiusa nel castello magico della Bestia, innamoratasi perdutamente di lei. 

"Eros e Psiche" - Dipinto di Picot

 

Psiche vorrebbe, però, rivedere le sue sorelle, e raccontare loro un tale amore provato e vissuto. Eros la mette in guardia dal rendere noto il loro amore, ma Psiche insiste nel volerle incontrare. Acconsentendo alla richiesta della fanciulla, Eros conduce le sorelle di Psiche alla reggia ma le ragazze, aggressive e perfide come le sorelle della fiaba di “Cenerentola”, insinuano il dubbio nella mente di Psiche circa le reali fattezze del suo amante.

I due innamorati a letto - Dipinto di Jacques-Louis David

 

Psiche, senza neppure guardarlo, si era invaghita di lui, perché aveva avvertito empaticamente la purezza della sua anima: era quella la forma di amore spirituale.  Ma la curiosità della donna nel voler vedere anche l’aspetto del compagno, e beneficiare conseguentemente della chiarezza estetica di un amore carnale, divenne incalzante. Fu così che prese una lampada ad olio per illuminare il volto del suo amante e raggiunse di corsa la camera da letto. Eros si era appena addormentato. Psiche si intrattenne a lungo ad osservarlo, scorse i capelli dai riccioli d’oro del dio e le rosee guance, ma di più la colpirono le candide ali con riflessi argentei. Nel volerlo osservare ancor meglio, Psiche avvicinò la lampada al corpo dormiente del dio. La sua brama di conoscenza fu fatale, una goccia dell’olio della lampada cadde su Amore che rimase ustionato e, sentendosi tradito, risalì al cielo, abbandonando la sua amante. Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche, straziata dal dolore, tenterà più volte di porre fine alla sua esistenza, ma gli dei la salveranno ogni qual volta tenterà di attuare i suoi estremi propositi. Inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo.

"Amore e Psiche" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando era prossima a perdere la speranza, Psiche fu raggiunta da Afrodite, la quale le disse che per sperare di rivedere Amore avrebbe dovuto sostenere quattro prove: la prova dei semi, della lana d’oro, dell’acqua sacra e la prova del vaso della bellezza. Nella prima, Psiche dovette dividere un enorme mucchio di semi diversi tra loro in tanti mucchietti uguali. L’impresa è ovviamente ardua per una sola ragazza, ma un aiuto inaspettato arrivò da una famigliola di formiche. La seconda prova consistette nel raccogliere la lana d'oro di un gregge di pecore. In realtà, le pecore erano degli arieti aggressivi e perennemente inquieti e, una volta avvertita, Psiche riuscì a raccogliere le lane rimaste tra i cespugli, aspettando la sera. La terza prova consistette nel raccogliere acqua da una sorgente che si trovava in cima ad un’altura a strapiombo nel vuoto. Anche in questo caso la fanciulla avrà un aiuto esterno, riuscendo a compiere l’impresa con l’aquila di Zeus.

Eros salva la sua amata - Dipinto di Anthony Van Dyck

 

Nell’ultima prova Psiche rischiò di morire: dopo aver aperto il vaso offertole negli inferi da Persefone, svenne e caddé in un sonno profondo. La fanciulla venne salvata poco prima di soccombere da Amore che, fuggito dalla prigione in cui la madre lo aveva confinato, strapperà Psiche dalla gelida presa della morte, risvegliandola con un bacio, esattamente come farà il principe di una fiaba con la sua promessa sposa, Aurora.

"Amore e Psiche" - Gruppo scultoreo di Antonio Canova

 

Eros portò la bella nel suo castello. Zeus, vedendo la fanciulla prostrata alla fatica, mosso a compassione decise di far riunire definitivamente i due amanti. Psiche ascese al cielo, divenne una dea e sposò Amore, dalla cui unione nascerà Voluttà. E così vissero tutti felici e contenti

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Orfeo ed Euridice" - Disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Personale rivisitazione del mito greco)

Giù, alle fronde di una quercia se ne stava, taciturno e con gli occhi chiusi, un giovane. Si era disteso sul soffice sottobosco, e lì era rimasto per alcune ore, perso tra i suoni della natura. Non stava dormendo, anche se così pareva. Era assorto ad ascoltare l’armonia del bosco. Il cinguettio degli uccelli che volteggiavano di albero in albero, il rumore del ruscello che scorreva verso la vallata, la roca “voce” del vento che sussurrava tra le fessure degli alberi erano i canti di una fauna ma anche di una flora che lo avevano avvolto in un microcosmo di pura gaiezza.

Orfeo, quello era il nome del giovane, di rado emetteva un fonema, piuttosto saltuariamente esternava un flebile sibilo, eccezionalmente pronunciava alcunché che non fosse una canzone. Non soleva parlare, forse perché le parole, unione di vocali e consonanti, erano per lui banali, se non addirittura superflue. Esse non riuscivano ad esprimere completamente ciò che lui avrebbe voluto manifestare. Orfeo portava con sé uno strumento, una lira, che utilizzava per comunicare, preferendola alla parola. Talvolta, per quanto meravigliosa, non adatta del tutto ad esprimere un sentimento per chi fa delle note il solo mezzo per veicolare il proprio pensiero. Orfeo era un musicista dalla sensibilità di un poeta. Non poteva essere altrimenti, sua madre era Calliope, la musa della poesia epica. Orfeo, pur ammirando la potenza emotiva che poteva essere mossa in lui da un canto poetico, preferiva la leggiadria della musica. Egli non ricercava una tavoletta su cui incidere i versi che il cuore gli dettava, era, invero, la musica, il solo mezzo d’espressione con il quale si sentiva a suo agio.

Orfeo ed Euridice - Dipinto di Louis Ducis

 

Quando produciamo arte, che sia scrittura, musica, canto, poniamo a nudo la parte più intima di noi stessi: l’anima. E’ come se le vesti ci venissero strappate di dosso e una luce intensa e accecante irradiasse il nostro corpo, cosicché una persona, una soltanto, colei che più lo desidera, riesca a mantenere fisso lo sguardo senza essere abbagliata. Immaginate che la luce si affievolisca sino a scomparire del tutto, e un’essenza impalpabile ma visibile, spoglia e sincera, permanga. Si tratta della nudità che generà l’amore, e tale amore vero, disinteressato, partorisce a sua volta un ricordo eterno, incarnatosi in una relazione, che ostacola l’implacabilità della morte.

Orfeo in ogni suo brano musicale è solito rilasciare un frammento astratto della propria anima. Tutti restavano incantati dalle note che egli emetteva con la sua lira, uomini e donne, fiere e piante.  Un giorno, in quel bosco in cui egli amava sostare, un suono dolce e soave lo “svegliò” di soprassalto, facendolo drizzare in piedi. Udì distintamente il risolino di una ninfa. Camminava a piedi scalzi tra la fitta boscaglia, con i lunghi capelli che le coprivano, solo in parte, il corpo nudo. Euridice era il suo nome, ed era una driade.

Le driadi, avvenenti, eteree, sagge e rigogliose come un fiore appena sbocciato che si regge su di un saldo stelo, vivevano nella foresta, incarnando la forza e lo spirito di essa. La celestiale bellezza della ninfa rapì il cuore di Orfeo con la medesima rapidità di un dardo scoccato dall’arco di Cupido. Il figlio di Calliope attirò l’attenzione della ninfa pizzicando la sua lira. Euridice accostò l’orecchio e poi si lasciò guardare da Orfeo, emerso, nel frattempo, dalla folta vegetazione. Le note prodotte dallo strumento furono una sorta di dichiarazione d’amore che il giovane volle intonare per Euridice. Tale confessione romantica non fu pronunciata, non era fatta di parole scritte, venne fuori da un’armonia musicale, e si levò dalla fredda terra per raggiungere la sfera celeste sino a perdersi tra le costellazioni ordinate da Zeus. La dichiarazione d’amore, sotto forma di melodia, divenne una stella luminosa, incastonatasi nel firmamento sconfinato, così come era l’amore di Orfeo. Il giovane mise a nudo la sua anima, e si lasciò ammirare dalla ninfa, anch’ella senza vesti né veli, anch’ella innamorata. Orfeo, ai suoi componimenti melodici, non accompagnava mai alcun canto vocale. Fu per la prima volta Euridice a cadenzare la musicalità con la sua voce gradevole e ben intonata. Nei giorni a seguire, Euridice cantò per Orfeo, ed Orfeo suonò per Euridice, in un connubio passionale di musica e parole. Ma il suono che più compiaceva Orfeo era sempre quello che Euridice lasciava trapelare ogni qual volta sorrideva.

Euridice giurò il suo eterno amore ai piedi di un altare di petali e foglie e, sotto un arco nuziale di rami intrecciati con fiori colorati e dai mille profumi, Orfeo la prese in moglie.

Orfeo regge il corpo senza vita di Euridice - Dipinto di Ary Scheffer

 

L’idillio d’amore tra Orfeo ed Euridice venne tragicamente spezzato da Aristeo, uno dei figli di Apollo. Questi, uomo rozzo e brutale, si era invaghito di Euridice, e non riuscendo a placare il proprio impeto, tentò di aggredire la ninfa che, per sfuggirgli, scappò via. In quel triste giorno, Orfeo si era temporaneamente allontanato dalla consorte che non avrebbe rivisto più calcare le lande dei mortali. Durante la fuga, Euridice inciampò e cadde vicino ad un serpente che le morse un piede. Il letale veleno del rettile fece subito effetto e così la ninfa si spense in solitudine nel bosco.

Quando seppe della tragedia, Orfeo si strusse di disperazione. Raccolse tra le braccia il corpo senza vita della moglie e la strinse a sé, emettendo un urlo terribile che sconvolse la funerea quiete del bosco. Distrutto dal dolore, Orfeo scese negli inferi, deciso a riprendere l’anima della sua amata. Raggiunta la sponda dell’Acheronte, si imbatté in Caronte che, furente, cominciò a scacciare l’invasore, riconoscendo in lui la viva anima. Orfeo non si scompose, cominciò a suonare la sua lira e, di colpo, il Traghettatore di anime si placò. I modi aggressivi e violenti del cupo nocchiero cessarono, venendo sostituiti da comportamenti gentili e inaspettatamente aggraziati. Caronte, pertanto, accompagnò Orfeo dall’altra parte del fiume. Nemmeno la furia di Cerbero turbò il cantore. Orfeo, infatti, riprese a suonare e il cane a tre teste, guardiano dell’Ade, smise di mostrarsi cruento, divenendo mansueto. Al termine del suo cammino, Orfeo giunse davanti ad Ade e Persefone, supplicando il re e la regina degli inferi di restituirgli la sua amata. La disperata richiesta di Orfeo fu accompagnata dal continuo suono della sua lira, e i due regnanti dell’Oltretomba, mossi a compassione, decisero di restituire la vita ad Euridice. Il monito finale per Orfeo fu il seguente: “Portala con te, ma finché non uscirete dagli inferi non potrai guardarla per nessuna ragione. Se trasgredirai quest’ordine, perderai per sempre la tua sposa.”

Orfeo ed Euridice  - Dipinto di E. Pointer

 

Orfeo tremò, prima di accettare l’accordo. Prese la mano di Euridice e, senza guardarla in viso, si apprestò a risalire gli inferi, guidando l’anima dell’amata lungo le tetre scalinate che li avrebbero condotti all’uscita. Insieme a loro si incamminò anche Ermes, in veste di controllore. La presa della sposa era gelida di morte, tant’è che, impressionato, Orfeo dovette cederla, poiché gli sembrava di non toccare l’epidermide delicata di Euridice, come se lei non fosse altro che un’essenza evanescente; e tale consapevolezza, che si palesava come una sinistra rimembranza, lo tormentava.

Orfeo guida Euridice - Dipinto di Corot

 

Durante il lugubre sentiero, il musico avanzava da solo con alle spalle Euridice. I primi dubbi di Orfeo furono legati alla presenza effettiva di Euridice; non potendo più toccarla né potendola guardare, in lui si stava insinuando il dubbio e la paura se fosse davvero lì con lui. Quando smetteva di suonare, non sentiva nemmeno il rumore dei passi della moglie. Si rincuorò - le anime non lasciano segni né tantomeno generano rumori - pensò tra sé, riprendendo il cammino. D’improvviso, sentì una Euridice chiamarlo. Lo invitava a girarsi, a guardarla, a darle un bacio. Ma Orfeo non si voltava. I tentativi continuarono e si fecero sempre più intensi e drammatici. Orfeo, tremante, proseguì senza sosta, cosciente che quelle voci erano le tentazioni degli inferi, per nulla accomodanti nel lasciar andar via un’anima dall’oltretomba. Arrivato finalmente alle porte dell’Ade, non resistendo più, Orfeo si voltò di scatto per ricambiare lo sguardo della ninfa. Euridice, però, non aveva ancora completamente raggiunto l’uscita, era rimasta indietro, rallentata nei suoi passi dalla ferita che aveva alla caviglia, il morso del serpente. Euridice cominciò a svanire e, davanti allo sguardo attonito di Orfeo, morì una seconda volta.

Orfeo perde Euridice - Dipinto di Christian Gottlieb Kratzenstein

 

Il suonatore cadde a terra, distrutto dal dolore, lasciandosi andare alla più straziante disperazione. Gli occhi intrisi di lacrime si levarono verso il cielo, ed egli implorò l’intervento misericordioso di Zeus.  Nessuno venne in soccorso di Orfeo, che rimase solo ad osservare, tra i singhiozzi, quella stella accesa che era nata dalla musica decantata per la sua Euridice, quando ad ella si dichiarò. Orfeo notò come la luce di quella stella priva di costellazione si stava affievolendo. Il suo amore era imperituro ma l’addio di Euridice aveva spento la luce della sua esistenza e la stella sembrava esserne conscia, diminuendo la propria radiosa intensità.

Orfeo pianse ininterrottamente per oltre sette mesi. Da quel momento la sua melanconica melodia non farà altro che incantare gli alberi che un tempo vegliavano sulla sua amata e che l’accompagnarono, silenti, nella sua crescita da ragazza a donna. Dopo la perdita della sua sposa, Orfeo non proverà più alcuna forma di amore per nessun’altra, restando perennemente fedele al ricordo del suo eterno amore. La sua arte, però, attirerà l’attenzione delle Menadi, che arderanno di passione per lui. Orfeo le rifiuterà più volte, finché furiose, le stesse lo uccideranno, inveendo e martoriando terribilmente il suo corpo. La testa di Orfeo finirà sulla lira la quale, lasciata navigare senza meta sul fiume, raggiungerà il mare senza mai smettere di cantare, spingendosi fino all’isola di Lesbo. Orfeo cantava, e cantava senza sosta le stesse strofe che un tempo intonava la sua sposa.

Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo - Dipinto di John William Waterhouse

 

In quell’attimo, Zeus, commosso dall’amore di Orfeo, raccolse la lira e la pose tra le stelle. Il Padre degli dei plasmò con le sue mani una costellazione, proprio attorno a quella stella morente, concepita dall’amore. La stella riprese improvvisamente “vita”, e si accorse d’essere avvolta dalla costellazione della Lira. L’anima di Orfeo venne eternata nel cielo e il suo cuore avvolto a quella sua stella.

Nei campi Elisi, Euridice vagava come un’anima beata, ma non ricordava nulla della sua vita trascorsa. Eppure, avvertiva un’insoddisfazione recondita ed elusiva. Era l’assenza del suo ricordo più caro divenuto, con l’arte e l’amore, immortale. Si avvicinò, quando il sole scomparve all’orizzonte, ad una caverna sita ai confini del paradiso greco. Tale spelonca custodiva una spaccatura, un’apertura tra le sue rocce che si affacciava sul cielo degli uomini.

Fu in quel momento che vide la stella della costellazione della Lira brillare di luce propria, ed ella rammentò. Orfeo le stava dando un bacio. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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