Vai al contenuto

"Woody, Buzz, Bo Peep e Forky" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

“Il soldatino è tornato!” – recitavano alcuni pupazzi festanti. “E’ lassù, lassù, vicino al castello di carta” – borbottava lo schiaccianoci, accanto alla tabacchiera. Una scimmietta dibatteva le zampe felicemente, il peluche di un cagnolino saltellava gioioso. I gessetti bianchi si levarono da terra e, su di una lavagnetta, tratteggiarono con precisione la sagoma di un grande cheppì, il rosso copricapo a cilindro indossato fieramente dal soldatino. Tutti i giocattoli volevano incontrare l’ometto con la baionetta in mano, colui che era stato inghiottito da un pesce d’acqua salata.

Il soldatino – beh – ne aveva passate tante, e tra i balocchi si era diffusa la voce, l’eco della sua grande avventura. Giusto il giorno prima, a bordo di una barchetta di carta, il soldatino aveva solcato le acque di un torbido fiume. Non volle farlo di sua volontà, accadde tutto per un incidente.

Il padroncino dei giocattoli aveva raccolto il soldatino tra le mani e lo aveva poggiato sul davanzale della finestra semiaperta. Non si sa perché lo fece, forse qualche diavoletto aveva oscurato i suoi pensieri. Per qualche strana ragione la finestra si spalancò ed il soldatino precipitò giù. Da qui, cominciò la sua incredibile traversia. Il soldatino rischiò d’essere sbranato da un cagnaccio famelico, fu rapito da due turpi monelli, finì persino su di una imbarcazione di fortuna. Con essa, il coraggioso militarino avanzò verso una meta imprecisata. Provava molta paura il soldatino, ma non voleva darlo a vedere. Nel suo cuore di stagno, egli aveva impresso il volto di una graziosa fanciulla. Ad ella pensò costantemente mentre il torrente lo conduceva lontano. Dondolato dal rigagnolo, il giocattolo viaggiò a vele spiegate fino a che il corso d’acqua si fece più denso. Il ruscello, generatosi dall’incedere incessante della pioggia, era prossimo a raggiungere il mare, fuoriuscendo da una ripida altura. Il soldatino, allora, s’irrigidì e si preparò ad affrontare quella audace caduta. La “cascata”, dunque, lo trasse verso sé, rigurgitandolo negli abissi. Il soldatino riuscì a sopravvivere e, in mare, si poggiò sul fondale. A quel punto, una creatura dagli occhi strabuzzati venne attratta dalla bella divisa rossa e azzurra, la quale rifulgeva luminosa nella semioscurità del fondo sabbioso. Quest’essere si fece sempre più vicino e divorò il soldatino in un sol boccone.

I personaggi della fiaba così come appaiono nel cortometraggio della Truemax

Com’è triste ed ingiusta la vita” -  pensò il nostro sventurato eroe, mentre se ne stava disteso nella pancia del grosso animale. Il tenace milite, rimasto solo, indugiò sui propri pensieri. Egli, allora, ascoltò la sua voce interiore, la coscienza, la parte più intima e profonda della propria anima. Con essa, egli seguitò a rimembrare, a scorgere il viso della sua amata. Il soldatino udì persino la voce della ragazza riecheggiare nella sua fantasia: “Addio, mio soldatino, non ci rivedremo più”. Udendo questa triste frase, il soldatino si addormentò, credendo che quello sarebbe stato il suo ultimo sonno.

"Il soldatino di stagno e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più sulla fiaba di Andersen cliccate qui.

L’indomani, il soldatino giaceva diritto su di un tavolo, impassibile. Dopo alcune ore, esso parve muoversi per un istante. Il soldatino si era svegliato e, quando i suoi occhi tornarono vigili, si accorse d’essere tornato a casa. Su, in alto, gli aereoplanini, per celebrare il suo rientro, compivano i loro giri, tra audaci volteggi e favolose acrobazie. Guardate voi com’è bizzarra la vita: il pesce era stato pescato da alcuni marinai e venduto al mercato. Fu, poco dopo, acquistato dal cuoco che prestava i propri servigi nella stessa dimora da cui il soldatino proveniva. Quest’ultimo era così felice!

Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

Il soldatino e la ballerina, perdutamente invaghiti l’uno dell’altra, non poterono vivere sulla Terra il loro amore. Che rammarico! Se solo fossero riusciti a fuggire, a dileguarsi, a scappare dal rio diavoletto e dalla cattiveria del bambino…

Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"L'usignolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I nomi possiedono un’astratta magia, ne sono fortemente persuaso. Potremmo mai concepire la nostra esistenza quotidiana senza i nomi? Certo che no! Non molto tempo fa, scrissi in tutt’altro contesto quanto segue: “I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.”

Qualche giorno addietro, interrogandomi nuovamente sull’importanza di un nome, mi tornò alla mente un aforisma proferito da J.R.R. Tolkien. Il Professore affermò: “Per me viene sempre prima un nome e poi una storia.” - ben sapendo che un nome non necessariamente indica una mera identificazione, ma, più spesso di quel che si creda, suggerisce una qualità, un talento, un dono.

Lo scrittore britannico era un cultore della linguistica inglese e, quando ideava un “epiteto” per uno dei suoi personaggi di fantasia, ponderava attentamente prima di sancirlo. Ogni nome doveva contenere una caratteristica distintiva della personalità supposta per il personaggio. Nei suoi scritti, Tolkien partorì lingue e idiomi fittizi, basandosi sul linguaggio antico, sulle origini e sulle progressioni della linguistica stessa. Qualunque nome pensato e vagliato dal Professore, sebbene ad una lettura immediata lasciasse filtrare poco di chiaro ed evidente, occultava una verità, una peculiarità. Quando Tolkien creò Lúthien, la più bella degli elfi Sindar, volle imprimere, tra le consonanti e le vocali della sua denominazione, la purezza intangibile di un sentimento. Il nome “Lúthien” fu tratto dall’antico termine inglese “Lufien”, che soleva significare “amore”. Secondo il desiderio dello scrittore, la dama Lúthien doveva essere la personificazione immaginifica dell’amore. Ella era, per Tolkien, l’incarnazione della propria sposa, Edith Bratt, la donna che egli amò per tutta la vita. Influenzato dal profondo amore che lo legava ad Edith, Tolkien compose la storia di Beren e Lúthien. Come ogni scrittore innamorato, Tolkien volle trasfigurare la sua adorata nel suo universo figurato. Edith divenne Lúthien, ed in essa Tolkien infuse l’immortalità e l’etereità con la sua penna. Lúthien era un elfo femmina di straordinaria bellezza, e la sua voce era melliflua e armoniosa. Dalle sue labbra rosate echeggiava un canto melodioso e soave, e dai suoi sussurri gocciolavano note lievi e carezzevoli.

Beren e Lúthien in un'illustrazione di Alan Lee

Beren ravvisò la dolce voce di Lúthien nella boscaglia, e scorse il suo incedere sul prato. Il cavaliere si innamorò a prima vista della nobile fanciulla. I suoi occhi vennero ghermiti dalla bellezza della ragazza, e il suo udito si smarrì in un sentiero di note e di suoni. Le intonazioni leggere di Lúthien tintinnavano nel verde, ed i suoi acuti picchiettavano come timbri forti, ridestando gli alberi addormentati dal lungo sonno invernale. Beren avvicinò Lúthien a sé e i due poterono conoscersi. Egli chiamò la damigella “Tinúviel”, l’usignolo. Tale soprannome esprimeva le qualità canore della giovane, la levità e la purezza del suo timbro vocale, dolce e aggraziato come il canto di un piccolo volatile variopinto.

La storia di un personaggio, la vivezza della sua personalità delineata su di un foglio di carta, ha inizio da un appellativo. Tutto ha inizio con un nome. La vita stessa di un infante comincia con la pronuncia di quel “sostantivo”. I genitori di un bambino appena nato, dopo aver udito il pianto che scandisce il suo primo respiro, scelgono di “battezzarlo” con la flebile pronuncia di un nome.

I nomi tratteggiano un’entità, i soprannomi delineano una caratteristica. Beren soprannominò la sua sposa Tinúviel, poiché essa era leggiadra e la sua tonalità vocale era gradevole come il trillo eufonico di un uccello.

Molto tempo fa, una donna svedese divenne nota per la sua voce incantevole, tant’è che la gente volle denominarla “usignolo”.  Lo scrittore danese Hans Christian Andersen partì proprio da questo soprannome per scrivere una delle sue fiabe più sentimentali. Andersen, sovente, carpiva elementi dal reale, infondendo in essi magia, e altrettanti personaggi delle sue fiabe furono ispirati da veri incontri.

Nella capitale danese, un bel giorno, Andersen s’imbatté in una ballerina molto bella e aggraziata. Era mattina inoltrata, e Hans Christian si era introdotto di soppiatto nel grande teatro della città. La platea era ancora vuota, ma sul palcoscenico era possibile scorgere una frenetica attività di preparazione. Una compagnia teatrale era tutta presa a provare senza sosta la buona riuscita di un balletto. La sera, infatti, sarebbero andati in scena, ma qualche passo di danza non era ancora stato perfezionato. Fu in quel momento che Andersen vide la ballerina danzare sul soppalco con un bianco vestito. Le scarpette consunte la tradirono ed ella cadde a terra rovinosamente. Un uomo emerse da dietro le quinte e la rimproverò aspramente. Andersen si sentì tremare. Non poteva sopportare che la donna di cui si era invaghito venisse maltrattata in quel modo. Corse via a lavorare. Nella bottega di un calzolaio, realizzò per lei due scarpette su misura. Le scarpette erano nuove, non certo rosse, ma candide e comodissime. Il giorno seguente, Andersen donò il frutto del suo lavoro alla fanciulla, che lo ringraziò calorosamente. L’abbraccio della donna motivò lo scrittore nel profondo, il quale si ritirò nel suo studio e compose una fiaba per lei: “La sirenetta”. Andersen tentò di conquistare il cuore della ragazza con la scrittura ma la sua fiaba non sortì l’effetto sperato. La donna lesse la storia e se ne innamorò, tuttavia non provò l’egual sentimento per l’autore che l’aveva concepita. Il cuore della donna apparteneva ad un altro uomo, colui che quel dì, dove tutto ebbe inizio, l’aveva redarguita così aspramente. Andersen se ne andò via in silenzio. Si voltò un’ultima volta e vide la ballerina montare su una carrozza, scortata da un soldato inglese, racchiuso in una divisa rossa e blu, a cui mancava una gamba.

Jenny Lind in un dipinto di Eduard Magnus

Tutto ciò, però, non accadde mai davvero. Gli eventi sin qui narrati appartengono ad una fiaba cinematografica. La storia di un Andersen innamorato di una giovane ballerina è tratta da un’opera filmica del 1952: “Il favoloso Andersen”, pellicola alquanto romanzata sulla vita dello scrittore originario di Odense. Eppure, non tutto fu inventato. Andersen incontrò realmente una donna nella sua vita e ad ella dedicò una delle sue fiabe più ricche di sentimento.

Andersen conobbe Jenny Lind nel 1843. Dapprima, la intravide con i suoi occhi timidi, peritosi, ma vispi, sempre in procinto di mutare la realtà osservata in realtà immaginata. Volle studiarla col suo sguardo curioso, pur sapendo che l’apparenza rivela sempre solo una parte della persona, quella più esposta, l’estetica ingannevole. Di rado, attraverso il senso della vista, è possibile scandagliare l’animo umano, l’intimità, l’essenza nascosta sotto lo strato della nuda pelle. Andersen, sensibile e attento a cogliere il più impercettibile dei particolari, capì che la mera osservazione non sarebbe bastata. Si soffermò allora ad ascoltare il suo parlato e, in seguito, il suo canto. Jenny era una cantante d’opera. Si esibì al cospetto del più grande scrittore di fiabe di ogni tempo, ed il suo cinguettio conquistò il suo cuore. Non fu l’immagine, l’aspetto, la fattezza ad attrarre il poeta danese, bensì l’anima, lo spirito, la sostanza divina nascosta sotto l’umana sembianza. Cantando, Jenny mise a nudo la sua essenza e di essa Hans Christian si innamorò. Jenny aveva la voce di un usignolo, e Andersen la trasformò, con il tocco di una bacchetta magica, in quella creatura. Col cuore colmo di amore, Hans Christian stese la bozza della sua nuova fiaba. Fu una donna a spronare la sua creatività, fu una voce a stimolare le sue parole, ma fu soprattutto un nome a far germogliare il seme della sua storia. L’usignolo svedese divenne un vero usignolo che abitava nei boschetti lussureggianti della Cina.

Illustrazione di Vilhelm Pedersen per la fiaba di Andersen

C’era una volta, nell’estremo oriente, un’antica reggia splendente, cinta da giardini verdeggianti. Tra gli alberi, di ramo in ramo, viveva un usignolo che cantava dalla notte al giorno. Il suo vocalizzo allietava le fatiche di un pescatore che, ad ogni crepuscolo, si recava con la sua imbarcazione in mare. I fiori ondulavano ritmicamente anche negli attimi in cui la brezza smetteva di soffiare. Essi danzavano, spronati dal canto dell’usignolo. I cespugli ripieni e le foglie verdissime traevano lucentezza dal piacevole canto del piccolo volatile, che promanava sulla natura circostante il miracolo di un’eterna giovinezza.  L’usignolo volgeva, di solito, i suoi versi canori alla luna, spettatrice attenta e ascoltatrice silenziosa. Ad ogni nota, l’astro della sera rifulgeva di un riverbero lattescente.

A corte, nessuno parlava d’altro se non del “trillo” dell’usignolo. L’imperatore ordinò ai suoi servi di condurre l’usignolo a palazzo, così che anch’egli potesse godere da vicino della melodia emessa dal suo minuscolo becco. L’usignolo, molto gentilmente, acconsentì d’essere scortato e così nella grande sala del trono fece effluire il suo canto ed esso commosse l’animo del sovrano.

L’imperatore decise, allora, d’imprigionare l’usignolo in una gabbia, così da averlo sempre vicino a sé. Un giorno, però, un cortigiano portò all’imperatore un regalo inviatogli dal Giappone. Si trattava di un usignolo meccanico, tempestato di pietre preziose, rubini e diamanti. L’usignolo artificiale funzionava mediante degli ingranaggi interni che riproducevano un languido tintinnio che l’imperatore finì per preferire all’emissione di voce del vero usignolo. Così, il volatile venne liberato e a corte rimase soltanto il meccanico pennuto. Qualche tempo dopo, l'artificio si ruppe per il suo eccessivo utilizzo e l’imperatore cadde nello sconforto.

Ritratti fotografici di Jenny Lind e Hans Christian Andersen

Ammalatosi gravemente, il sovrano venne trascinato nelle sue stanze dove, a notte fonda, vide comparire dinanzi a sé la scarnificata figura della Morte. La mietitrice confessò al ricco che la sua ora era ormai giunta e che la malattia lo avrebbe strappato alla vita prima che il sole fosse sorto di nuovo. Come ultimo desiderio, l’imperatore implorò l’usignolo di tornare da lui così che il suo canto potesse accompagnarlo nell’ultimo viaggio verso l’aldilà. Sul davanzale della finestra rimasta aperta, si poggiò l’usignolo, giunto in soccorso dell’imperatore. Esso non provava offesa né livore nei riguardi del regnante. Perdonò i peccati dell’uomo come uno spirito angelico disceso dal cielo. L’usignolo, dunque, cantò con il suo mirabile cinguettio e la Morte si dissolse nell’ombra, scomparendo, dopo aver provato per la prima volta una vera, tangibile emozione. Gli affanni e i dolori dell’imperatore vennero domati ed estirpati dal suo corpo fiacco. L’indomani, quando l’imperatore aprirà gli occhi scoprirà d’essere guarito. L’usignolo scomparve nel bosco e l’imperatore non conoscerà mai il suo nome, ne rammenterà solamente il soave suono.

L’amore che Hans Christian nutrì per Jenny Lind viene perpetuamente espresso nei passi più intensi della sua fiaba. Il canto “dell’usignolo svedese” possedeva un che di magico, era in grado di curare un’anima triste e affranta. Quando udiva la voce da soprano di Jenny, Andersen si sentiva bene, guariva temporaneamente dalle sue angosce. Il canto dell’usignolo accarezzava il suo viso stanco, lambiva il suo naso adunco e pronunciato, abbracciava il suo corpo mingherlino e dinoccolato. Agli occhi di Andersen, nulla poteva sostituire la perfezione naturale di Jenny, neppure un artefatto meccanico di mirabile manifattura.

Andersen, timoroso e tremendamente introverso, riuscì a trovare il coraggio per confessare il proprio sentimento a Jenny ma lei lo respinse garbatamente. In una lettera, il soprano riportò l’impossibilità di ricambiare l’amore dello scrittore che ella considerava solamente un amico fraterno. Andersen ne soffrì. Non potendo avere la sua amata, si accontentò, allora, di renderla parte della nutrita schiera dei suoi personaggi fiabeschi. Jenny divenne piccola come un anatroccolo, esigua come un delicato usignolo dalle piume vivaci che Andersen poteva reggere sul palmo della mano e guardare con immutata ammirazione. L’usignolo della sua fiaba non aveva un nome ma soltanto un appellativo. Sarà così che la sua amata verrà ricordata e conosciuta in tutto il mondo. Tutto partì da un nome e proseguì per un amore: fu così per Tolkien, così avvenne per Andersen.

Come accaduto nell’opera filmica, quando Andersen mirò la ballerina allontanarsi, Hans Christian vide Jenny andar via da Copenaghen, ma ad accompagnarla non vi era più alcun soldatino.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Era un mercoledì di tristi novelle quello che si consumò, con la stessa rapidità di un fuscello avviluppato dal fuoco, in quel lontano 4 agosto del 1875.  Le ceneri del rametto si levarono alte e sparirono nel cielo come il soffio di un drago che borbotta tra sé e sé al crepuscolo. Una vita era cessata e con essa anche l’artificio produttivo di quell’uomo che aveva vissuto così intensamente. Hans Christian Andersen scrisse l’ultima pagina della fiaba della sua vita un tranquillo giorno di inizio agosto. La rigida copertina di quel tomo che aveva contenuto i passi esistenziali di questo percorso sulla Terra si chiuse. Andersen se ne andò con la consapevolezza di aver lasciato un’impronta del suo passaggio, indelebile come macchia di inchiostro su di un foglio immacolato. Le sue passioni, i suoi sentimenti, la prospettiva fiabesca con cui interpretò il mondo e si fece strada tra i sentieri favolistici della sua vita rimangono impressi nella letteratura. E’ desolante dover leggere l’ultimo capoverso di una vita, non tanto per la consapevolezza che anche la più sensibile delle esistenze ha un inizio e una fine, quanto per la presa di coscienza di tutto ciò che c’è stato prima di quell’ultimo atto. Davanti all’invenzione fantasiosa di una mente prolifica come quella di Andersen, viene spontaneo domandarsi, se avesse avuto un tempo maggiore da poter sfruttare, cosa avrebbe seguitato a raccontarci? Egli morì all’età di settant’anni, quando ancora la sua penna poteva dare vita e anima ai personaggi delle sue fiabe, agli animali dotati di parola e d’intelletto delle sue favole, e avrebbe potuto imprimere ulteriore caratura vitale a nuovi mondi, con cui essi avrebbero interagito. Ma nulla più accadde, e le restanti immaginazioni favolistiche di Andersen furono portate via dal vento e rilasciate, chissà, forse tra le rive del mare, per essere raccolte dalle medesime onde in cui visse la più cara delle sue “figlie”, quella Sirenetta con la quale Andersen scolpì il suo nome tra le mura rocciose del ricordo indelebile.

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta”, innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qual volta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “Io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

Per leggere il nostro articolo "La Sirenetta - Dall'opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto" cliccate qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: