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"L'usignolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I nomi possiedono un’astratta magia, ne sono fortemente persuaso. Potremmo mai concepire la nostra esistenza quotidiana senza i nomi? Certo che no! Non molto tempo fa, scrissi in tutt’altro contesto quanto segue: “I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.”

Qualche giorno addietro, interrogandomi nuovamente sull’importanza di un nome, mi tornò alla mente un aforisma proferito da J.R.R. Tolkien. Il Professore affermò: “Per me viene sempre prima un nome e poi una storia.” - ben sapendo che un nome non necessariamente indica una mera identificazione, ma, più spesso di quel che si creda, suggerisce una qualità, un talento, un dono.

Lo scrittore britannico era un cultore della linguistica inglese e, quando ideava un “epiteto” per uno dei suoi personaggi di fantasia, ponderava attentamente prima di sancirlo. Ogni nome doveva contenere una caratteristica distintiva della personalità supposta per il personaggio. Nei suoi scritti, Tolkien partorì lingue e idiomi fittizi, basandosi sul linguaggio antico, sulle origini e sulle progressioni della linguistica stessa. Qualunque nome pensato e vagliato dal Professore, sebbene ad una lettura immediata lasciasse filtrare poco di chiaro ed evidente, occultava una verità, una peculiarità. Quando Tolkien creò Lúthien, la più bella degli elfi Sindar, volle imprimere, tra le consonanti e le vocali della sua denominazione, la purezza intangibile di un sentimento. Il nome “Lúthien” fu tratto dall’antico termine inglese “Lufien”, che soleva significare “amore”. Secondo il desiderio dello scrittore, la dama Lúthien doveva essere la personificazione immaginifica dell’amore. Ella era, per Tolkien, l’incarnazione della propria sposa, Edith Bratt, la donna che egli amò per tutta la vita. Influenzato dal profondo amore che lo legava ad Edith, Tolkien compose la storia di Beren e Lúthien. Come ogni scrittore innamorato, Tolkien volle trasfigurare la sua adorata nel suo universo figurato. Edith divenne Lúthien, ed in essa Tolkien infuse l’immortalità e l’etereità con la sua penna. Lúthien era un elfo femmina di straordinaria bellezza, e la sua voce era melliflua e armoniosa. Dalle sue labbra rosate echeggiava un canto melodioso e soave, e dai suoi sussurri gocciolavano note lievi e carezzevoli.

Beren e Lúthien in un'illustrazione di Alan Lee

Beren ravvisò la dolce voce di Lúthien nella boscaglia, e scorse il suo incedere sul prato. Il cavaliere si innamorò a prima vista della nobile fanciulla. I suoi occhi vennero ghermiti dalla bellezza della ragazza, e il suo udito si smarrì in un sentiero di note e di suoni. Le intonazioni leggere di Lúthien tintinnavano nel verde, ed i suoi acuti picchiettavano come timbri forti, ridestando gli alberi addormentati dal lungo sonno invernale. Beren avvicinò Lúthien a sé e i due poterono conoscersi. Egli chiamò la damigella “Tinúviel”, l’usignolo. Tale soprannome esprimeva le qualità canore della giovane, la levità e la purezza del suo timbro vocale, dolce e aggraziato come il canto di un piccolo volatile variopinto.

La storia di un personaggio, la vivezza della sua personalità delineata su di un foglio di carta, ha inizio da un appellativo. Tutto ha inizio con un nome. La vita stessa di un infante comincia con la pronuncia di quel “sostantivo”. I genitori di un bambino appena nato, dopo aver udito il pianto che scandisce il suo primo respiro, scelgono di “battezzarlo” con la flebile pronuncia di un nome.

I nomi tratteggiano un’entità, i soprannomi delineano una caratteristica. Beren soprannominò la sua sposa Tinúviel, poiché essa era leggiadra e la sua tonalità vocale era gradevole come il trillo eufonico di un uccello.

Molto tempo fa, una donna svedese divenne nota per la sua voce incantevole, tant’è che la gente volle denominarla “usignolo”.  Lo scrittore danese Hans Christian Andersen partì proprio da questo soprannome per scrivere una delle sue fiabe più sentimentali. Andersen, sovente, carpiva elementi dal reale, infondendo in essi magia, e altrettanti personaggi delle sue fiabe furono ispirati da veri incontri.

Nella capitale danese, un bel giorno, Andersen s’imbatté in una ballerina molto bella e aggraziata. Era mattina inoltrata, e Hans Christian si era introdotto di soppiatto nel grande teatro della città. La platea era ancora vuota, ma sul palcoscenico era possibile scorgere una frenetica attività di preparazione. Una compagnia teatrale era tutta presa a provare senza sosta la buona riuscita di un balletto. La sera, infatti, sarebbero andati in scena, ma qualche passo di danza non era ancora stato perfezionato. Fu in quel momento che Andersen vide la ballerina danzare sul soppalco con un bianco vestito. Le scarpette consunte la tradirono ed ella cadde a terra rovinosamente. Un uomo emerse da dietro le quinte e la rimproverò aspramente. Andersen si sentì tremare. Non poteva sopportare che la donna di cui si era invaghito venisse maltrattata in quel modo. Corse via a lavorare. Nella bottega di un calzolaio, realizzò per lei due scarpette su misura. Le scarpette erano nuove, non certo rosse, ma candide e comodissime. Il giorno seguente, Andersen donò il frutto del suo lavoro alla fanciulla, che lo ringraziò calorosamente. L’abbraccio della donna motivò lo scrittore nel profondo, il quale si ritirò nel suo studio e compose una fiaba per lei: “La sirenetta”. Andersen tentò di conquistare il cuore della ragazza con la scrittura ma la sua fiaba non sortì l’effetto sperato. La donna lesse la storia e se ne innamorò, tuttavia non provò l’egual sentimento per l’autore che l’aveva concepita. Il cuore della donna apparteneva ad un altro uomo, colui che quel dì, dove tutto ebbe inizio, l’aveva redarguita così aspramente. Andersen se ne andò via in silenzio. Si voltò un’ultima volta e vide la ballerina montare su una carrozza, scortata da un soldato inglese, racchiuso in una divisa rossa e blu, a cui mancava una gamba.

Jenny Lind in un dipinto di Eduard Magnus

Tutto ciò, però, non accadde mai davvero. Gli eventi sin qui narrati appartengono ad una fiaba cinematografica. La storia di un Andersen innamorato di una giovane ballerina è tratta da un’opera filmica del 1952: “Il favoloso Andersen”, pellicola alquanto romanzata sulla vita dello scrittore originario di Odense. Eppure, non tutto fu inventato. Andersen incontrò realmente una donna nella sua vita e ad ella dedicò una delle sue fiabe più ricche di sentimento.

Andersen conobbe Jenny Lind nel 1843. Dapprima, la intravide con i suoi occhi timidi, peritosi, ma vispi, sempre in procinto di mutare la realtà osservata in realtà immaginata. Volle studiarla col suo sguardo curioso, pur sapendo che l’apparenza rivela sempre solo una parte della persona, quella più esposta, l’estetica ingannevole. Di rado, attraverso il senso della vista, è possibile scandagliare l’animo umano, l’intimità, l’essenza nascosta sotto lo strato della nuda pelle. Andersen, sensibile e attento a cogliere il più impercettibile dei particolari, capì che la mera osservazione non sarebbe bastata. Si soffermò allora ad ascoltare il suo parlato e, in seguito, il suo canto. Jenny era una cantante d’opera. Si esibì al cospetto del più grande scrittore di fiabe di ogni tempo, ed il suo cinguettio conquistò il suo cuore. Non fu l’immagine, l’aspetto, la fattezza ad attrarre il poeta danese, bensì l’anima, lo spirito, la sostanza divina nascosta sotto l’umana sembianza. Cantando, Jenny mise a nudo la sua essenza e di essa Hans Christian si innamorò. Jenny aveva la voce di un usignolo, e Andersen la trasformò, con il tocco di una bacchetta magica, in quella creatura. Col cuore colmo di amore, Hans Christian stese la bozza della sua nuova fiaba. Fu una donna a spronare la sua creatività, fu una voce a stimolare le sue parole, ma fu soprattutto un nome a far germogliare il seme della sua storia. L’usignolo svedese divenne un vero usignolo che abitava nei boschetti lussureggianti della Cina.

Illustrazione di Vilhelm Pedersen per la fiaba di Andersen

C’era una volta, nell’estremo oriente, un’antica reggia splendente, cinta da giardini verdeggianti. Tra gli alberi, di ramo in ramo, viveva un usignolo che cantava dalla notte al giorno. Il suo vocalizzo allietava le fatiche di un pescatore che, ad ogni crepuscolo, si recava con la sua imbarcazione in mare. I fiori ondulavano ritmicamente anche negli attimi in cui la brezza smetteva di soffiare. Essi danzavano, spronati dal canto dell’usignolo. I cespugli ripieni e le foglie verdissime traevano lucentezza dal piacevole canto del piccolo volatile, che promanava sulla natura circostante il miracolo di un’eterna giovinezza.  L’usignolo volgeva, di solito, i suoi versi canori alla luna, spettatrice attenta e ascoltatrice silenziosa. Ad ogni nota, l’astro della sera rifulgeva di un riverbero lattescente.

A corte, nessuno parlava d’altro se non del “trillo” dell’usignolo. L’imperatore ordinò ai suoi servi di condurre l’usignolo a palazzo, così che anch’egli potesse godere da vicino della melodia emessa dal suo minuscolo becco. L’usignolo, molto gentilmente, acconsentì d’essere scortato e così nella grande sala del trono fece effluire il suo canto ed esso commosse l’animo del sovrano.

L’imperatore decise, allora, d’imprigionare l’usignolo in una gabbia, così da averlo sempre vicino a sé. Un giorno, però, un cortigiano portò all’imperatore un regalo inviatogli dal Giappone. Si trattava di un usignolo meccanico, tempestato di pietre preziose, rubini e diamanti. L’usignolo artificiale funzionava mediante degli ingranaggi interni che riproducevano un languido tintinnio che l’imperatore finì per preferire all’emissione di voce del vero usignolo. Così, il volatile venne liberato e a corte rimase soltanto il meccanico pennuto. Qualche tempo dopo, l'artificio si ruppe per il suo eccessivo utilizzo e l’imperatore cadde nello sconforto.

Ritratti fotografici di Jenny Lind e Hans Christian Andersen

Ammalatosi gravemente, il sovrano venne trascinato nelle sue stanze dove, a notte fonda, vide comparire dinanzi a sé la scarnificata figura della Morte. La mietitrice confessò al ricco che la sua ora era ormai giunta e che la malattia lo avrebbe strappato alla vita prima che il sole fosse sorto di nuovo. Come ultimo desiderio, l’imperatore implorò l’usignolo di tornare da lui così che il suo canto potesse accompagnarlo nell’ultimo viaggio verso l’aldilà. Sul davanzale della finestra rimasta aperta, si poggiò l’usignolo, giunto in soccorso dell’imperatore. Esso non provava offesa né livore nei riguardi del regnante. Perdonò i peccati dell’uomo come uno spirito angelico disceso dal cielo. L’usignolo, dunque, cantò con il suo mirabile cinguettio e la Morte si dissolse nell’ombra, scomparendo, dopo aver provato per la prima volta una vera, tangibile emozione. Gli affanni e i dolori dell’imperatore vennero domati ed estirpati dal suo corpo fiacco. L’indomani, quando l’imperatore aprirà gli occhi scoprirà d’essere guarito. L’usignolo scomparve nel bosco e l’imperatore non conoscerà mai il suo nome, ne rammenterà solamente il soave suono.

L’amore che Hans Christian nutrì per Jenny Lind viene perpetuamente espresso nei passi più intensi della sua fiaba. Il canto “dell’usignolo svedese” possedeva un che di magico, era in grado di curare un’anima triste e affranta. Quando udiva la voce da soprano di Jenny, Andersen si sentiva bene, guariva temporaneamente dalle sue angosce. Il canto dell’usignolo accarezzava il suo viso stanco, lambiva il suo naso adunco e pronunciato, abbracciava il suo corpo mingherlino e dinoccolato. Agli occhi di Andersen, nulla poteva sostituire la perfezione naturale di Jenny, neppure un artefatto meccanico di mirabile manifattura.

Andersen, timoroso e tremendamente introverso, riuscì a trovare il coraggio per confessare il proprio sentimento a Jenny ma lei lo respinse garbatamente. In una lettera, il soprano riportò l’impossibilità di ricambiare l’amore dello scrittore che ella considerava solamente un amico fraterno. Andersen ne soffrì. Non potendo avere la sua amata, si accontentò, allora, di renderla parte della nutrita schiera dei suoi personaggi fiabeschi. Jenny divenne piccola come un anatroccolo, esigua come un delicato usignolo dalle piume vivaci che Andersen poteva reggere sul palmo della mano e guardare con immutata ammirazione. L’usignolo della sua fiaba non aveva un nome ma soltanto un appellativo. Sarà così che la sua amata verrà ricordata e conosciuta in tutto il mondo. Tutto partì da un nome e proseguì per un amore: fu così per Tolkien, così avvenne per Andersen.

Come accaduto nell’opera filmica, quando Andersen mirò la ballerina allontanarsi, Hans Christian vide Jenny andar via da Copenaghen, ma ad accompagnarla non vi era più alcun soldatino.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta”, innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qualvolta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

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Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

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