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"Ron Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Libri nascosti e focaccine

Erano stravaganti, particolari, bizzarre, decisamente originali e le adoravo proprio per questo. Avevano piccoli dettagli sparsi qua e là, sottili rimandi al canovaccio o a parte della storia, per il resto erano illustrazioni uniche, interpretazioni personalissime ed eccentriche. A cosa mi sto riferendo? Ma alle copertine dei libri di Harry Potter, naturalmente.

Lo pensavo fin da bambino, fin dal momento in cui le vidi per la prima volta. La copertina de “La pietra filosofale” era bellissima. Strana e bellissima. In quella raffigurazione, Harry portava un curioso cappello sul capo, a forma di testa di topo. Dinanzi a lui, vi era una grossa scacchiera con alcune pedine pronte a muoversi autonomamente. Harry teneva una mano vicino al viso, al mento per la precisione. Era come se stesse meditando: era stato catturato in una posa riflessiva, probabilmente stava ponderando se assestare effettivamente la mossa che aveva pensato oppure osarne un’altra. Le quattro pedine disposte sulla scacchiera sembravano muoversi da sole, il “re” barbuto pareva, ai miei occhi di bimbo, prossimo ad avanzare in una direzione scelta a caso, la torre, invece, pronta a collassare su sé stessa, forse stanca dal troppo attendere d’essere chiamata in gioco.

Era una copertina bislacca quella. Possedeva alcuni elementi riguardanti le vicende del libro, la sfida agli scacchi, ad esempio, che avrebbe visto Ron protagonista, e poi c’era il profilo di un grosso topo steso accanto ad Harry. Un ratto di bell’aspetto, che, forse, voleva richiamare con le sue fattezze il topo che lo stesso Ron era solito portarsi appresso. Qualche dettaglio della narrazione, appunto, però era tutto così incerto, confuso, per non dire grottesco in quella rappresentazione.

In realtà, vi era una spiegazione logica: l’illustratrice delle prime, storiche copertine di Harry Potter sapeva ben poco della trama del libro. Le avevano fornito giusto qualche minuzia, qualche appunto, senza dirle di più. Le avevano riferito qualcosa del genere: la storia parla di un maghetto con gli occhiali (all’inizio non le dissero neppure che Harry portava le lenti), gli studenti apprendisti stregoni possono portare con loro alla scuola di magia un animale domestico, e ad un certo punto, nella parte finale di tutta la vicenda, c’è una singolare partita a scacchi. L’illustratrice, con queste inezie che aveva a disposizione, si mise ad elaborare una raffigurazione che poi sarebbe divenuta la celebre e meravigliosa prima copertina de “La pietra filosofale”. Io ne andavo matto. Era così improbabile eppure riusciva a catturare l’alone di magia, di mistero, del libro. Quella copertina attirava, carpiva chiunque la guardasse. Quel cappello un po’ matto che Harry recava sulla fronte e sui capelli era il tratto distintivo dell’artista, la sua firma: lei adora i cappelli così ne aggiunse uno alla testa del maghetto.

Quando ero piccolino amavo anche il disegno de “La camera dei segreti”. In quella illustrazione Harry se ne stava disteso, o per meglio dire aggrappato alla copertina rigida, dai colori vivaci, e certamente ben rilegata di un grosso tomo. Il libro era aperto, le pagine sembravano svolazzare, come mosse dal vento. Harry era appeso al volume, come se volasse verso un altro mondo, verso una notte di plenilunio.

Come ricordo bene quella copertina! Il libro su cui Harry se ne stava in groppa doveva essere, per forza di cose, il diario di Tom Riddle, che Harry avrebbe rinvenuto durante il suo secondo anno ad Hogwarts. Un diario pericoloso, sinistro, sfingeo, in grado, in parte, di “sequestrare” il protagonista, di “catturarlo” fra le sue bianche pagine e trascinarlo verso un regno di ombre, di eventi trascorsi e solo in parte obliati.

Mi capitava di riguardare la copertina de “La camera dei segreti” ogni qualvolta ero a casa e prendevo il mio libro tra le mani e lo leggevo. Ma non solo, mi capitava di rimirare quella copertina anche a scuola. Alcuni miei compagni di classe alle elementari erano soliti portarlo con loro. Non riuscivano a lasciarlo a casa, a separarsene. Quella lettura era troppo bella e coinvolgente per essere messa da parte, sia pure temporaneamente, durante le ore di studio. Ricordo, in particolare, un mio compagno di classe, seduto al primo banco, intento a leggere voracemente. Rammento, sorridendo, che durante la prima ora lo vidi uscire dallo zainetto il libro di matematica, aprirlo e metterlo diritto sul banco. Successivamente tirò fuori il libro de “La camera dei segreti” e lo nascose tra i fogli del testo scolastico. Capii in quell’istante che il mio compagno di classe si era fatto furbo, aveva escogitato un piano ben preciso per poter leggere indisturbato, pur essendo seduto, per sua sfortuna, in “prima fila”. La maestra, al di là della cattedra, ignara di tutto, aveva difronte a sé uno scolaro modello, pienamente coinvolto nell’atto di apprendere nozioni di matematica, mentre, in effetti, egli viaggiava con la fantasia con uno dei racconti avventurosi di Harry Potter.

Risi come un matto per tutto il tempo. Il mio compagno di scuola riuscì a leggere un intero capitolo, senza farsi beccare. O forse la maestra, pur intuendo qualcosa, volle chiudere un occhio: dopotutto una lettura non poteva che far bene.

C’era un altro compagno di classe che, al contrario, non si curava minimamente di elaborare trovate ingegnose per nascondere la propria lettura segreta. Rammento che, ad un certo punto, uscì semplicemente il suo “Harry Potter e la camera dei segreti”, lo mise sul banco e lesse senza preoccuparsi di ciò che accadeva attorno a lui. Se lo chiamavi, neppure rispondeva. Dovevi avvicinarti a lui, toccargli un braccio, smuoverlo per riportarlo alla realtà, tanto era preso dalla lettura. Harry Potter faceva questo effetto: ci ammaliava, ci ipnotizzava, ci trasportava, col suo incanto, in un universo meraviglioso in cui trovare ristoro, almeno per qualche minuto, dagli impegni scolastici.

Rammento un altro episodio che mi fa sempre sorridere. Stavolta, il ricordo riguarda una compagna. Lei era più diligente rispetto agli altri che ho già menzionato e che rimembro sempre con simpatia. Lei non leggeva di nascosto durante le lezioni, anzi tutt’altro. Quando la maestra parlava stava sempre attenta. Aspettava che arrivasse la ricreazione. Appena suonava la campanella e avevamo quindici, venti minuti di svago lei tirava fuori dalla cartella la sua merenda e puntualmente il suo libro. Quale libro? Sempre il medesimo: quello in cui Harry se ne stava avvinghiato al dorso di un grosso volume scarlatto.

La mia compagna di scuola mangiucchiava e scorreva le righe con lo sguardo. Faceva la sua focaccina a pezzetti che portava alla bocca mentre leggeva senza sosta, senza mai staccare gli occhi dalle scritte inchiostrate.

Se “La camera dei segreti” fosse stato il diario di Tom Riddle, se avesse avuto lo stesso potere celato al suo interno, molti di noi avrebbero potuto dire d’essere stati rapiti dal suo contenuto. La camera dei segreti era un libro, a suo modo, magico per davvero, perché riusciva a suscitare in molti di noi il desiderio di leggere, a qualunque ora, in qualunque posto.

  • Non è granché, ma è casa!

Il film de “La camera dei segreti” alza il sipario mostrando il nostro Harry indaffarato a sfogliare un libro. Come erano soliti fare i miei compagni di scuola, anche Harry, al principio della sua seconda peripezia, è tutto assorto davanti a delle carte piene di contenuti.

In realtà, Harry, in quei frangenti, non sta leggendo, sta semplicemente guardando delle foto che si muovono, come animate. Vede i suoi genitori che lo tengono in braccio, vede i suoi migliori amici, Ron ed Hermione, salutarlo, gli stessi che però non si fanno vivi con lui da tanto, troppo tempo.

Harry è immerso in una “lettura” fatta di scatti e sensazioni, una lettura intima, scevra di parole ma pregna di figure. Osservando quelle immagini, il protagonista tenta di fuggire via con la mente, di scappare mediante l’ausilio dei ricordi. Ripensa a Ron, ripensa ad Hermione, al periodo scolastico che hanno vissuto insieme, pieno zeppo di avvenimenti. Harry si sente solo, prigioniero in una dimora che non gli appartiene, che non è e non sarà mai realmente casa sua. D’un tratto, Harry riceve la visita di un elfo domestico, Dobby, che appare dal nulla e lo supplica di non tornare a Hogwarts perché vi sono all’opera forze pericolose che tramano nell’ombra e che potrebbero costargli la vita. L'irrequieto Dobby ammette di aver intercettato tutte le lettere che Ron ed Hermione scrivevano ad Harry durante le vacanze estive, per scoraggiarlo dal tornare ad Hogwarts. Il protagonista non vuol sentire ragioni: Hogwarts è la sua vera casa non Privet Drive, e nulla potrà impedirgli di fare ritorno laggiù.

In quelle ultime settimane estive Harry vive come una sorta di recluso in camera sua. Lo zio ha persino messo delle sbarre alle finestre per impedirgli di uscire. Una notte, il protagonista intravede una macchia color turchese balenare, sospesa per aria, fuori, in corrispondenza della sua stanza. Harry si mette in piedi, fa per capire di cosa si tratti e scorge un’autovettura che rumoreggia, librando al cospetto del davanzale. Fra i sedili di questo insolito mezzo di trasporto spuntano Ron e i suoi fratelli, Fred e George; questi sono giunti a bordo della loro Ford Anglia, un’auto tinteggiata di ciano che può volare. Gli amici del maghetto fanno quanto devono per liberarlo e lo conducono alla Tana.

Una volta atterrati sulla proprietà, Ron precisa subito all’amico che “Non è granché, ma è casa”. Ron è consapevole di non possedere una reggia, ma essa è comunque una dimora comoda e accogliente, costruita dai suoi genitori con tanti sacrifici e qualche espediente magico.

Nel libro, quando mostra ad Harry la sua camera, Ron stringe le spalle e timidamente sussurra “E’ un po’ piccola”, aspettando il parere del suo migliore amico, in visita per la prima occasione. Harry lo sorprenderà subito, dicendo: “Io la trovo magnifica”. E con quella affermazione Harry non mentiva di certo. Lui considerava tanto la Tana quanto la stessa cameretta di Ron splendide. Sentendo quel complimento franco e schietto uscire dalla bocca di Harry, Ron non può fare altro che lasciarsi andare ad un dolce sorriso, sollevato, almeno in parte, di aver fatto una bella impressione. La timidezza che Ron mostra in questa scena rimarca, in parte, lo stesso disagio che molti ragazzi di quella età sperimentano quando invitano a casa propria il loro migliore amico, sperando che tutto ciò che questi vedrà possa piacergli.

Ron proviene da una famiglia umile. I Weasley, nelle intenzioni della Rowling, incarnano la classe proletaria, che fa dell’affetto e della generosità la loro più grande risorsa, il loro patrimonio più cospicuo. Harry dispone in banca di una cifra considerevole lasciatagli in eredità dai genitori, eppure non ha una casa tutta per sé, una famiglia che lo ami. Ron, dal canto suo, è povero, tutto ciò che indossa è già appartenuto ai suoi fratelli, ciò nondimeno possiede la ricchezza di una famiglia numerosa, che lui stesso sceglie di condividere con Harry, per Ron oramai un fratello acquisito.

Il regista Chris Columbus, nelle scene ambientate nella Tana, fa effluire quel senso di accoglienza, di cordialità, di affetto familiare, che soltanto i Weasley sanno elargire tanto ad Harry quanto a noi spettatori che assistiamo alle vicende come ospiti muti ma presenti, entrati in punta di piedi in quel rifugio che tutti chiamano la Tana.

Harry troverà nei Weasley la famiglia che ha sempre desiderato e che il destino gli aveva negato.

  • Lavatrici incantate e polvere volante

Perfino nell’omonimo videogioco “Harry Potter e la camera dei segreti”, la “Tana” assume un ruolo preponderante e a suo modo tremendamente coinvolgente. Anche in questo caso, le memorie personali del sottoscritto tornano ad essere fondamentali.

Ricordo che alle elementari, un mattino, tutto d’un tratto, sentii muoversi qualcosa nel mio sottobanco. Qualcuno aveva appoggiato un involto senza che io me ne accorgessi. Abbassai il capo e vidi un CD con dei riferimenti in copertina che erano tutto un programma: c’era Harry ritratto con la sua divisa da Grifondoro, con in mano la bacchetta, nell’atto di lanciare un incantesimo. Poco al di sotto della sua effige, si leggeva il logo EA Games e la scritta Playstation. Rialzai lo sguardo mentre un mio caro amico mi parlava, dicendomi: “Emi, eccoti il gioco de La camera dei segreti”.

Sorrisi tutto contento e tirai fuori dalla cartella il mio “Tekken 3”. Lo scambio fu presto fatto. In quegli anni, come ebbi modo di scrivere nell’articolo dedicato a “La pietra filosofale”, tra amici scambiarsi i giochi era una consuetudine ancor più diffusa dello scambio dei fumetti.

Il mio amico aggiunse: “E’ davvero divertente questo gioco di Harry Potter, io per adesso sono arrivato alla prima lavatrice…”. Rimasi perplesso per qualche istante. Lavatrice? Cosa voleva dire con lavatrice? Avevo sentito male? Non feci in tempo ad approfondire il discorso che la maestra alzò la voce per zittirci e per invitarci a prestare attenzione a quanto stava dicendo. Così, misi il videogame nello zaino e non ci pensai più. Soltanto il giorno dopo capii il senso di quella asserzione: “lavatrice”.

Il gioco de “La camera dei segreti” comincia poco dopo la fuga di Harry dal numero 4 di Privet Drive. Il maghetto, unico personaggio giocabile, si trova nella tenuta dei Weasley, proprio davanti alla loro abitazione. Ron lo riceve in cortile e gli suggerisce di far presto, poiché devono affrontare un fastidiosissimo fantasma che non fa che battere continuamente sui tubi in soffitta, facendo infuriare la signora Weasley. Harry, spronato dall’amico, deve rammentare come utilizzare il suo incantesimo preferito… il Flipendo.

Premuto il tasto opportuno, Harry porta la bacchetta sopra il suo capo: essa emette un bagliore che diventa sempre più intenso. Una volta rilasciato il tasto prescelto, l’incantesimo si abbatte su due casse, smuovendole. Harry e Ron le utilizzano per salirci sopra e raggiungere il tetto della “Tana”, dove avranno modo di sconfiggere lo spiritello dispettoso. Pochi attimi dopo, Harry si ritrova a vagare per la proprietà dei Weasley, in particolare per tutto il loro (vasto) giardino.

Il signor Weasley lo mette in guardia dai pericoli in esso celati: ci sono gnomi da scacciare e oggetti comuni che sono caduti vittime di un incantesimo e che stanno facendo le bizze. Ebbene, tra questi oggetti comuni ci sono anche delle lavatrici che ballonzolano di qua e di là, rigurgitando vestiti sporchi e… pericolosi. Ricordo ancora come mi misi a ridere quando mi imbattei nella “prima lavatrice”, ripensando alla frase del mio amico. Quell’elettrodomestico saltellava, sembrava indemoniato, vomitava capi d’abbigliamento come improbabili proiettili. Il giocatore, sfruttando il Flipendo di Harry, doveva domare le lavatrici e con un tempestivo Wingardium Leviosa riposizionarle in una apposita pedana.

L’ambientazione del secondo gioco di Harry Potter restituisce, come accaduto col primo, le stesse atmosfere magiche, gioiose, dei primi due film di Chris Columbus. Le disavventure tragicomiche che Harry vive nel gioco durante la sua permanenza alla Tana riconsegnano quel senso di divertimento, quel calore familiare che si avverte rileggendo i passi del libro o rivedendo le scene del film.

Pensate a quando la Rowling descrive nei suoi testi i momenti in cui Harry gioca con Ron e Ginny a Quidditch in giardino, oppure quando aiuta i Weasley a scovare gli gnomi che si celano fra i cespugli; gnomi dalla scorza coriacea, con una grossa testa calva e bitorzoluta. La stessa spensieratezza, lo stesso divertimento si avvertiva, da bambini, quando si giocava ad “Harry Potter e La camera dei segreti”: un videogame in grado di far rivivere l’atmosfera incantevole, frenetica del libro e della sua trasposizione cinematografica. Basti pensare alla fuga dal treno mentre si è al volante della Ford Anglia, alla lotta contro il Platano Picchiatore, alla parte in cui Harry è costretto ad addentrarsi nella Foresta Proibita, affrontando orde di ragni nel buio della notte. Ma ancor più suggestivi sono i momenti in cui Harry procede da solo fra i meandri del castello, percorrendo lunghi ed ampi corridori, ed ode la voce del Basilisco risuonare da angoli invedibili e ignoti.

La voce del mostro riecheggia attorno al personaggio del gioco, terrorizzandolo improvvisamente, come un’eco indistinta, che proviene da un luogo sconosciuto. Harry, nel videogame, avverte il sibilare del Basilisco, esattamente come accade nel lungometraggio, restandone esterrefatto perché colto di sorpresa. Quella sensazione di paura che il videogame riusciva ad emanare, soprattutto nei momenti in cui Harry si trova tutto solo, e il castello si tramuta in un ambiente minaccioso poiché fra quelle mura si nasconde un essere che parla con una voce che incute timore, paragonabile al sibilo di un serpente, aumentava la suspense e per un giocatore molto giovane come il sottoscritto era decisamente da togliere il fiato.

Ma andiamo con ordine, sto affrettando troppo le cose. Parlerò del Basilisco a tempo debito.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo laggiù, in quella dimora tanto cara e confortevole. Dimentichiamo le sequenze del gioco e ripercorriamo quelle della pellicola cinematografica.

Or dunque, alla buon’ora, dopo aver consumato una deliziosa colazione, Harry e i Weasley si preparano per recarsi a Diagon Alley con un mezzo del tutto peculiare: la polvere volante.

Harry abbandonerà la Tana mediante l’utilizzo di questa suddetta polvere e raggiungerà Diagon Alley… O per meglio dire Notturn Alley. Venuto fuori da quel “quartiere” poco raccomandabile, Harry riabbraccia Ron ed Hermione. Lì incontrerà anche Draco Malfoy e suo padre, Lucius.

I Malfoy, nobile famiglia del mondo magico, fiera d’aver mantenuto puro il proprio sangue evitando rapporti con i mezzosangue o i nati babbani, incarnano, nel racconto della Rowling, la famiglia aristocratica, tronfia e orgogliosa della propria nobiltà, nonché profondamente razzista, dedita a credere nella superiorità di una razza a discapito di un’altra.

Nel libro “La pietra filosofale”, l’incontro tra Harry Potter e Draco Malfoy, in particolar modo, costituisce per il personaggio cardine dell’opera la presa di coscienza di una verità incontrovertibile: anche nel mondo magico esiste l’intolleranza, la discriminazione, il razzismo. Ciò rende queste due realtà, quella magica e quella babbana, simili nei loro aspetti più torbidi.

  • Alberi che schiaffeggiano

Il secondo anno scolastico di Harry inizia con una inaspettata quanto imprevedibile disavventura. Alla stazione di King's Cross, Harry e il suo migliore amico vanno incontro ad un imprevisto e vengono lasciati clamorosamente indietro, senza capire cosa stia accadendo: non appena i due cercano di valicare la barriera che li avrebbe condotti al binario 9 ¾ il muro si chiude ed entrambi si scontrano rovinosamente su di esso. Tagliati fuori da quell'ingresso, Harry e Ron decidono di montare in sella alla Ford Anglia, e volare via, sfrecciando su nel cielo.

Harry e Ron non avranno bisogno delle rotaie dell'Espresso per Hogwarts e neppure di strade convenzionali per raggiungere la loro scuola. Utilizzeranno un'auto molto speciale, scomparendo improvvisamente alla vista di chi li osserva senza dover raggiungere le 88 miglia orarie come una DeLorean volante, ma grazie ad un turbo invisibile, un meccanismo sapientemente inventato dal signor Arthur Weasley. 

A seguito di un incontro piuttosto ravvicinato e terrificante con la locomotiva che conduce gli studenti verso la scuola, Ron ed Harry raggiungono il castello a tarda sera, investendo contro un imponente albero. Quest'ultimo non la prenderà affatto bene. Il già citato albero non è, infatti, una “pianta” qualunque. Si tratta, invero, di un Platano Picchiatore, un arbusto che possiede una coscienza e può agitare i propri rami come se fossero fruste. Il Platano assesterà tutta una serie di colpi all’indirizzo della automobile, tanto da ridurla un colabrodo.

Nel film “Il Signore degli anelli – Le due torri” vi è una scena in cui lo hobbit Merry, dopo aver avvertito un forte strepitio risuonare dal bosco, ricorda all’amico Pipino una bislacca diceria udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano” si allungavano a dismisura e prendevano vita.

Vita?” - Domandò a quel punto Pipino, piuttosto sorpreso.

Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi?

Se asportassimo un frammento di corteccia da un albero, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre in esso come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la sua vitalità e ci permette di capire il suo effettivo stato di salute.

Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, pertanto, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di spostarsi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

Un albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco, le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Il Platano Picchiatore che sorge nei pressi di Hogwarts è un albero che possiede il dono del movimento. Non può staccare le proprie radici dalla terra, non può avanzare, camminare come un Ent, un Pastore degli Alberi, ma può comunque dimenare le proprie “braccia”, rotearle con forza ed energia. Facendo vibrare i suoi tralci, scuotendo il suo fusto, esso palesa il suo status di essere vivente e sveglio, vigile e consapevole.

Gli alberi che noi tutti conosciamo non vantano la facoltà di potersi muovere, essi sono inerti e danno l’ingenua impressione d’essere inanimati, non vivi. Il Platano Picchiatore è un arbusto che difende sé stesso, attacca chiunque si avvicini a lui, intimorito e spietato al contempo nei confronti di ogni visitatore: esso sembra incarnare, in parte, l’istinto protettivo che ogni albero non può manifestare, la potenza di una natura che, sovente, nel mondo reale, se ne resta ferma e indifesa, subendo le angherie e le prepotenze dell’essere umano, che abbatte e sradica, taglia e brucia. Il Platano Picchiatore non incassa, non tollera, non sopporta, per questo agisce istintivamente, assalendo ogni cosa che potrebbe interferire con la sua integrità. I Platani rappresentano una natura che “schiaffeggia” ben prima d’essere oltraggiata dall’essere umano.

Nel terzo libro della saga di Harry Potter si scoprirà che questo esemplare di Platano Picchiatore fu piantato vicino al castello perché esso, nel ventre, nasconde un passaggio segreto in cui era solito recarsi il lupo mannaro Remus Lupin, durante le notti di luna piena. L’albero avrebbe impedito ai più di avvicinarsi e quindi di entrare in contatto con il licantropo.

La Ford Anglia sfuggirà alle grinfie del Platano malconcia e turbata, e volgerà autonomamente verso la Foresta Proibita. Ron ed Harry riusciranno a salvarsi per un pelo e guadagneranno il suolo della scuola stanchi e affamati, rincontrando così Hermione. 

  • Grifondoro o Serpeverde? 

 “La camera dei segreti” mantiene, come accadeva ne “La pietra filosofale”, un’impronta giallista. Quello che Harry, Ron ed Hermione devono affrontare durante il loro secondo anno scolastico è infatti un giallo da manuale: vittime ignare, corpi pietrificati, un mostro che alberga nelle viscere dell’edificio e un misterioso “erede di Serpeverde” sono tutti elementi che rendono “La camera dei segreti” una sorta di “noir investigativo” a colori. Chi è l’erede di Salazar Serpeverde? Qual è il mostro che si cela fra le mura di Hogwarts? Chi ha aperto cinquant’anni prima la camera dei segreti e soprattutto dove si nasconde l’accesso alla suddetta camera? Tutte domande che devono ottenere risposta a seguito di una lunga e spossante indagine compiuta dal trio.

Molti sospetti si insinuano nella mente degli studenti, sempre più spaventati dalla presenza di questo mostro e dagli inspiegabili incidenti che accadono ad Hogwarts. Harry, che ode più volte una voce sinistra e diabolica scaturire dalla solida roccia del castello e che dimostra di saper parlare inconsciamente il Serpentese, la lingua dei serpenti, viene considerato il principale indiziato, l'erede di Serpeverde, colui che aprirà la camera dei segreti assoggettando al proprio comando la creatura che vive al suo interno, il cui scopo è quello di epurare la scuola dalla presenza di coloro che non hanno puro il proprio sangue. Perfino Harry comincia a dubitare di sé stesso. Chi è egli in realtà? Chi sono i suoi antenati? Se davvero discendesse dalla famiglia di Salazar Serpeverde? 

Harry viene sempre più isolato, reo d'essere il principale sospettato. In quei giorni, tanto concitati, il maghetto si chiede se sia un degno Grifondoro. Rimuginando, egli rammenta che il Cappello Parlante, durante la Cerimonia di Smistamento, era profondamente incerto, indeciso verso quale Casa indirizzarlo. Serpeverde, stando a ciò che asseriva il Cappello, avrebbe aiutato Harry e lo avrebbe condotto sulla via della grandezza. Il protagonista implorò quel giudice magico, gli chiese di non essere assegnato ai Serpeverde, la Casa dei più celebri maghi oscuri. Il Cappello, allora, acconsentì alla supplica e scelse per lui la Casa di Grifondoro.

E se si fosse sbagliato? Se avesse accontentato Harry per un mero capriccio?

Ciò che attanaglia il protagonista ne “La camera dei segreti” è un dubbio esistenziale, un tormento riguardante il proprio essere, il proprio destino, il proprio modo di vivere e di comportarsi. Harry ancora non sa che sono proprio le nostre scelte a formare il nostro carattere, a far di noi ciò che siamo. Lo aiuterà a capirlo il professor Silente, agli ultimi scampoli della pellicola.

Harry è un autentico Grifondoro poiché ha deciso di esserlo, dimostrando di meritare quella Casa. 

Harry capirà dunque che noi, noi tutti siamo chi scegliamo e cerchiamo di essere. Sempre! 

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Stella più amata e fiochi fari

Dopo che anche Hermione cadrà vittima della pietrificazione, Harry e Ron, per cercare ulteriori delucidazioni, dovranno inoltrarsi nella Foresta Proibita, seguendo il percorso che compiono i ragni, i quali inspiegabilmente stanno abbandonando in massa Hogwarts, marciando verso la boscaglia. I due raggiungono, così, l’antro in cui vive Aragog, un gigantesco ragno dotato di parola.

Un tempo Aragog viveva nel castello, ricevendo le cure e le attenzioni di Hagrid che nutriva verso di lui, così come verso molte altre creature inconsuete e potenzialmente predatorie, un affetto sincero. Quando il ragno alloggiava, segretamente, ad Hogwarts, proprio in quel periodo, la camera dei segreti fu aperta, liberando la creatura che riposava, sopita, fra i suoi angoli imperscrutabili. Aragog, una volta rinvenuto, fu scambiato per il tristo essere che aveva ucciso una povera studentessa, Mirtilla Malcontenta, e Hagrid fu di rimando sospettato d’essere complice delle malefatte del mostro e pertanto espulso dalla scuola. Aragog riuscì a scappare, e trovò un luogo nella Foresta Proibita in cui nidificare, crescendo a dismisura e allevando una nutrita progenie. Sebbene Aragog, inizialmente, si mostri pacato e preciso nel rispondere alle incalzanti domande di Harry, tutto d’un tratto cambierà atteggiamento, quando i due studenti cercheranno di abbandonare il suo covile.

I miei figli e le mie figlie non toccano Hagrid per mio ordine, ma non posso negare loro carne fresca quando questa gironzola così volentieri in mezzo a noi. Addio, amici di Hagrid…”.

Circondati da una nutrita schiera di famelici tessitori a otto zampe, Harry e Ron dovranno sperare in un aiuto esterno e, per certi versi, tanto inaspettato quanto miracoloso.

L’aspetto di Aragog è simile a quello di Shelob, erede di Ungoliant, creatura terribile temuta da orchi e uomini che viveva in spelonche buie e maleodoranti, vicino al dominio di Sauron. Shelob era un essere malvagio che aveva assunto le sembianze di un enorme ragno nauseabondo. Esso si nutriva di carne e tesseva ragnatele fitte, spesse e appiccicose dentro le quali finivano le sue prede. Frodo Baggins e Samvise Gamgee incontreranno Shelob durante il loro estenuante peregrinaggio verso la terra di Mordor. 

Un po’ come accadrà a Frodo e Sam nel passo de “Le due torri” del romanzo di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli”, anche ad Harry e Ron spetterà il compito di avventurarsi nei territori di un ragno gigantesco, sfidandone le intenzioni e le insidie.

I due maghetti per difendersi, differentemente da Frodo e Sam, non potranno contare sulla Luce di Earendil, una fiala donata al Portatore dell’Anello da Lady Galadriel. Questa boccetta di cristallo conteneva dell’acqua cristallina raccolta dalla fontana della Dama di Lothlórien in cui vi era custodito il fulgido bagliore della Stella di Earendil, la più amata dagli elfi fra tutte le stelle dell’arazzo celeste. La luce di Earendil sprigionava un raggio accecante come lo scintillio di un astro luminosissimo che Frodo e Sam useranno per confondere e perforare i tanti occhi del gigantesco aracnide.

Harry e Ron, dal canto loro, potranno affidarsi ai fiochi bagliori di due punti di luce che giungeranno improvvisamente in loro soccorso: i fari della Ford Anglia, la quale, come animata da un afflato tutto suo, dileguerà le tenebre, li farà salire a bordo e scivolerà via a tutta velocità, abbattendo i discendenti di Aragog, e conducendo Harry e Ron in salvo, al sicuro, oltre i limiti della foresta.

A quel punto, Harry e Ron capiranno che non è Aragog l’animale che fuoriesce dalla camera dei segreti, bensì qualcos’altro e che Hagrid non ha mai avuto alcuna colpa. Il giallo da risolvere è ancora intricato: dove è ubicata la camera? E, soprattutto, qual è il mostro che in essa ha stabilito il proprio covo?

  • Gorgone serpentiforme

La camera dei segreti” è il mio romanzo preferito della saga di Harry Potter. Ad essere sincero, è anche il mio film preferito di tutta la serie. Sì, lo so, forse questa mia confidenza sorprenderà alcuni di voi. Sento quasi sempre dire ai più che il film che preferiscono maggiormente è “Il prigioniero di Azkaban”, o che il libro che più prediligono è “Il principe mezzosangue”. Io, al contrario, preferisco sia a livello letterario che cinematografico “La camera dei segreti”. L’ho sempre considerata una storia perfettamente bilanciata, appassionante, ancora graziata da un tocco fanciullesco che vira, però, verso un crescendo più maturo, con una forte componente orrifica rappresentata dalla voce del Basilisco. 

Poiché è questa la belva che alberga laggiù, nelle fondamenta del castello e che striscia fra i cunicoli di Hogwarts: un Basilisco, una creatura raccapricciante temuta dai ragni sin dai tempi remoti.

Il Basilisco è una bestia che secondo gli scritti di Plinio il Vecchio assomiglierebbe ad un serpente di minute dimensioni, eppure mortale; i suoi denti rilasciano un veleno fatale e il suo sguardo può uccidere o pietrificare in un solo istante le sue vittime.

Il Basilisco fedele a Salazar Serpeverde e ai suoi eredi è una fiera di ragguardevole grandezza. Esso, come le gorgoni della mitologia greca, pietrifica chiunque ricambi il suo sguardo attraverso un riflesso o una fonte indiretta.

Le gorgoni nella mitologia erano tre sorelle: stando alla tradizione greca Steno ed Euriale avevano una natura immortale, sebbene Virgilio insinuasse che anch’esse potevano essere uccise; Medusa, la terza sorella, custode dell’Oltretomba, al contrario, era senza alcun dubbio soggetta alla morte ed era la più crudele delle tre. Medusa aveva ali d’oro e mani di bronzo e il suo viso era cinto da una chioma di capelli semoventi e terrificanti, poiché avevano le fattezze di serpenti sibilanti, che si intrecciavano frequentemente fra loro.

La sinistra capacità del Basilisco de “La camera dei segreti” di pietrificare coloro che guardano indirettamente i suoi occhi ricorda proprio il potere della gorgone Medusa.

Harry, quando affronterà il Basilisco, si troverà a combattere come un moderno Perseo, mantenendo inizialmente lo sguardo basso, tenendo gli occhi ben chiusi per non rischiare di morire. Nel mito greco, Perseo avanzò verso la gorgone utilizzando come supporto uno specchio, che rivolse verso Medusa. Harry, da principio, non ha una superficie riflettente con sé, e neppure un’arma, può contare solamente sul proprio coraggio. Ma in soccorso del giovane mago accorrerà Fanny, la fenice che risponde agli ordini di Silente, che strapperà gli occhi al Basilisco con i guizzi del proprio becco appuntito.

Harry riceverà inoltre l’aiuto di un “vecchio cappello”, dal cui tessuto si materializzerà la spada di Godric Grifondoro. Questa potente e magica lama, come Excalibur che poteva essere sguainata solamente da un puro di cuore come Artù, può essere impugnata esclusivamente da coloro che sono nobili di spirito: solo da un vero Grifondoro. Harry l’afferrerà, la brandirà con destrezza e trafiggerà il Basilisco, uccidendolo. Poco dopo, usando una zanna avvelenata del serpente, Harry distruggerà il diario di Tom Riddle, il libro maledetto che serbava ancora, fra le sue pagine intonse, un frammento dell’anima di Lord Voldemort, l’unico erede di Serpeverde.

Dopo che Harry avrà annientato il Basilisco salirà in superficie e insieme a Ron raggiungerà lo studio del Preside. Lì, Silente avrà modo di impartirgli la più importante lezione dell’anno: mostrando la spada di Grifondoro, che Harry maneggiò nella camera con la stessa prontezza di uno schermidore, Silente farà presente al protagonista che sono le nostre scelte a delineare la nostra persona. Harry è un Grifondoro perché ha scelto di esserlo e tramite le sue azioni ha dimostrato la generosità e la purezza di cuore che dovrebbe contraddistinguere ogni membro di quella Casa.  

La generosità, già! Harry ne era colmo. La vita gli aveva tolto tanto, ciò nonostante in lui vi era un altruismo e una bontà senza limiti. Con un atto di autentica generosità (e furbizia) Harry riuscirà a liberare dalla sua condizione di schiavitù Dobby, l’elfo domestico che, a fin di bene, gli aveva arrecato tanti affanni al principio di questo suo secondo viaggio.

  • Un abbraccio ed un bacio

Sul finale, nella Sala Grande, Harry intravede Hermione, appena ridestatasi dal suo lungo e immobile sonno. Hermione corre verso di lui, sorridente e contenta, avvolgendogli tranquillamente le braccia attorno al collo. La ragazza, subito dopo, vorrebbe fare lo stesso anche con Ron, e Ron vorrebbe farlo a sua volta. I due mimano il movimento, il gesto dell’abbraccio, eppure esitano, arrestandosi di colpo. Ambedue non sanno che fare, imbarazzati, poi si danno semplicemente la mano e si scambiano un cenno di sorriso.

Ben… Bentornata, Hermione” - Borbotta, impacciato, Ron.

Una scena che ricordo come se fosse ieri quando la vidi per la prima volta al cinema. Indugiai con i miei occhi di bambino sui volti di Ron ed Hermione, su quel loro abbraccio mancato. Capii, come molti altri, che tra Ron ed Hermione era già sbocciato qualcosa. Lo stesso regista, Columbus, lo aveva intuito, e volle eternarlo nel suo lungometraggio attraverso questa singolare scena. Questo momento, infatti, è una licenza del cineasta, non vi è dunque nel libro un momento in cui Ron ed Hermione esitano nel volersi abbracciare.

Eppure, questo gesto non compiuto cattura splendidamente il carattere e lo stato d’animo dei due personaggi, dei due amici destinati ad innamorarsi e a vivere un futuro insieme.

Ron ed Hermione, che battibeccano di continuo senza mai smettere di trascorrere il tempo insieme, di cercarsi e ricercarsi, sono già adesso innamorati l’uno dell’altra, soltanto che non lo sanno. Sono ancora troppo giovani per capirlo. Ciò nondimeno, in quella loro esitazione vi è contenuto tutto il senso del loro sentimento: si vogliono bene ma non lo danno a vedere, si vorrebbero stringere ma temono che l’altro non voglia, e pertanto non sanno come agire. Quindi rimangono titubanti, optando per una stretta di mano sbrigativa.

Hermione è così sciolta con Harry e lo abbraccia come nulla fosse perché lo considera inconsciamente un fratello, con cui poter condividere tutto. Non fa lo stesso con Ron perché verso di lui prova un altro sentimento, un sentimento che rende sia lei che Ron per nulla disinvolti, anzi insicuri, spaventati da ciò che vorrebbero fare.

E se in quell’abbraccio combinassi qualcosa di stupido?, Se le pestassi i piedi?, Se lei non volesse in realtà il mio abbraccio?” Sembra domandarsi Ron.

E se mi avvicinassi troppo? Bisticciamo sempre, forse non vuole che lo abbracci…” Pare chiedersi Hermione.

Dunque entrambi desistono, fanno finta di nulla. E ugualmente continueranno a fare per anni. Anche nel terzo film, se ci pensate. Quando Hermione, spaventata dall’avanzata di Fierobecco verso Harry, spontaneamente toccherà la mano di Ron per cercarne la vicinanza; lui ne resterà colpito, entrambi si guarderanno confusi, e poi si allontaneranno fingendo che non sia mai successo.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

L’amore tra Ron ed Hermione è destinato a crescere e quell’abbraccio che nel secondo anno scolastico non riusciranno a concedersi verrà solamente rimandato. I due, nell’ottavo film della saga, divenuti adulti, cederanno ai loro impulsi, ai desideri dettati dal loro cuore: si stringeranno con totale trasporto e si scambieranno un bacio appassionato proprio laggiù, fra i grovigli di quella stessa camera dei segreti. Che ironia, durante la loro seconda avventura, quando quella camera era così importante nello svolgersi delle vicende, i due faticavano a dimostrare l’affetto che nutrivano l’uno per l’altra. Anni dopo, in quello stesso luogo, si lasceranno trasportare dall’amore: da un abbraccio mancato ad un bacio tanto desiderato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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