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"Indiana Jones, la fine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La quinta e ultima avventura di Indiana Jones comincia con un qualcosa di simbolico. Nel buio si ode in sottofondo un suono ritmato che somiglia al crescente ticchettio di un orologio, o in alternativa al rumore provocato dagli ingranaggi di un congegno capace di misurare lo scorrere del tempo.

Il tempo, già. Il tempo è l’elemento portante su cui ruota l’intera vicenda nella quale cala definitivamente il sipario sul vissuto del famoso archeologo. Ma cos’è il tempo? Come potremmo definirlo?

Esiste realmente o non è altro che una convenzione umana?

Il tempo è una essenza astratta, che tutto domina. Esso esiste e… Passa. Il tempo è ineluttabile e, a suo modo, implacabile.

Rammentate, a tal proposito, l’enigma che la creatura Gollum rivolge a Bilbo Baggins ne “Lo Hobbit”?

Questa cosa ogni cosa divora,
ciò che ha vita, la fauna, la flora;
i re abbatte e così le città,
rode il ferro, la calce già dura;
e dei monti pianure farà.

La risposta a questo rompicapo è, per l’appunto, il tempo. Esso non ha forma, non ha aspetto, non può essere visto, descritto, osservato, ma può essere percepito. Il tempo scorre senza fine, fagocita tutto, piante, arbusti, fiori e animali. Disfa i secoli, sgretola le epoche, spezza nel suo incedere le dinastie, smantella le costruzioni dell’uomo, seppellisce le città sotto dune di sabbia e strati di terra. Solamente poche cose sopravvivono alle ingiurie del tempo, ai suoi fendenti letali. Queste suddette cose che perdurano nel volgere dei millenni sono le opere storiche, le sculture, gli edifici, gli oggetti e i manufatti, tutti i vari reperti che recano in essi le testimonianze di un passato che continua ad echeggiare nel presente. Gli storici, gli archeologi, gli studiosi del mondo antico riversano il loro amore su tali ritrovamenti, su quei resti, che siano ruderi o gruppi scultorei intatti o comunque ben conservati, poiché essi custodiscono frammenti di un tempo perduto.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo, sì, è sempre lui a farla da padrone. Il tempo non conosce clemenza nei riguardi dell’essere umano, e trascorre per tutti anche per gli eroi belli e aitanti che invecchiano come chiunque altro. Non è forse vero, dottor Jones?

Nella prima parte de “Il quadrante del destino” vi è una scena che mi ha colpito molto. No, non faccio riferimento ad una sequenza d’azione, ad uno dei combattimenti che Indiana imbastisce contro i suoi nemici giurati, i nazisti, e neppure ad una fuga rocambolesca compiuta sui vagoni di un treno repleto di cimeli trafugati dalle forze del Terzo Reich; mi riferisco, più che altro, ad una sequenza semplice, tranquilla, apparentemente “tediosa”, quella in cui Henry Jones, nelle sue vesti di professore universitario, sta tenendo una lezione nella sua aula.

Non è certamente la prima volta in cui vediamo il personaggio nei panni di un mite e colto docente. In ogni film della saga, eccezion fatta per “Il tempio maledetto”, vi è sempre un momento iniziale in cui l’avventuriero rindossa i suoi signorili abiti da insegnante e istruisce i suoi alunni. Eppure, ne “Il quadrante del destino” il contesto pare enormemente diverso, soprattutto se paragonato a ciò che avviene ne “I predatori dell’arca perduta”, il primo lungometraggio in cui appare il personaggio di Indiana Jones.

Ne “I predatori” miriamo una classe gremita, piena di studenti che prestano il massimo riguardo a ciò che il professor Jones sta dicendo. Tra quegli alunni vi è persino una studentessa seduta in prima fila, che osserva il professor Jones con sguardo incantato, quasi languido, rivolgendogli occhiate dolci e abbassando di tanto in tanto le palpebre sulle quali sembra ci siano scritte le parole: “Ti amo”. Il professor Jones si accorge di quella piccola frase "appuntata" sugli occhi della fanciulla, e rimane perplesso, confuso, quasi rapito per un istante, non riuscendo forse a carpire del tutto il senso di quelle tenere palpebre calate.

In questa sequenza vediamo il professor Jones giovane, nel pieno della maturità, ben voluto dagli studenti, rispettato dai ragazzi e ammirato dalle ragazze. Un professore nella fase più densa, più pregnante, soddisfacente della sua vita. Tutte quelle giovani menti pendono dalle sue labbra, si abbandonano alle sue parole, si appassionano all’archeologia che egli tratta e spiega con cura e dedizione, interessandosi ai racconti su tumuli dissotterrati, sepolcri rinvenuti, tombe situate fra le viscere delle piramidi, esplorate e riportate alla luce con i loro segreti e i loro tesori. Al contrario ne “Il quadrante del destino” vediamo un professore acciaccato, stanco, in là con gli anni che proprio non riesce a far presa sui suoi studenti.

L’aula è semivuota, e i pochi studenti che presenziano alla lezione sembrano distanti, distratti, annoiati, con la mente persa in altri lidi. Vi è una studentessa che mastica rumorosamente una gomma, un collega guarda svagatamente fuori dalla finestra, nessuno sembra badare a quello che il professor Jones sta proferendo. Questi domanda ai frequentatori del suo corso se hanno letto le pagine di studio previste per quella giornata. Con suo grosso rammarico si rende conto che nessuno studente lo ha fatto. Il “precettore” non demorde e imbecca i suoi “discepoli”. Con l’ausilio di un proiettore e delle immagini, il professor Jones racconta e mostra un evento del passato, una pagina di storia che ha segnato l’avvenuto. Egli fa cenno all’assedio romano alla città di Siracusa, alla strenua resistenza dei Siracusani coadiuvati dal loro più eminente concittadino, Archimede, un matematico e un inventore, che progettò degli specchi ustori, i quali deviando i raggi solari verso le navi nemiche davano loro inevitabilmente fuoco.

Nonostante la passione che il professor Jones mette nel rinarrare tali meravigliose imprese storiche, gli studenti appaiono seccati, sempre meno propensi ad ascoltare quanto viene detto. Di colpo irrompono in sala altre figure facenti parte dell’università, portandosi dietro un tavolino con su un televisore. L’entusiasmo misto a frenesia serpeggia improvvisamente tra gli studenti universitari. Il grande giorno è arrivato: gli astronauti vengono catturati in diretta televisiva.

Siamo nell’epoca della corsa allo spazio, ed è il giorno in cui la spedizione che ha guadagnato il suolo lunare ha fatto trionfalmente ritorno sulla Terra. L’America è in festa, e tutti i suoi abitanti rivolgono la propria considerazione a quell’importantissimo avvenimento, a quella conquista straordinaria che segnerà la storia. Tutti sono concentrati sul presente, nessuno di coloro che si trovano attorno al professor Jones ha voglia di pensare al passato, di rivangarlo, di scoprirlo, di studiarlo; nessuno ha voglia di riflettere su ciò che è stato, di ragionare sulla storia andata.

I più rivolgono la propria attenzione al presente, all’attimo fuggente, all’istante immediato, il passato non suscita più alcun sussulto. A nessuno sembra più appassionare l’archeologia, lo studio delle fonti, dei reperti pervenuti fino ai nostri giorni. La maggior parte delle persone vuole vivere il momento: la conquista dello spazio rappresenta qualcosa di incredibile, di rivoluzionario, un qualcosa di tremendamente affascinante, un traguardo che potrà aprire le porte di un avvenire inaspettato, tutto da scoprire. In quei giorni non conta ciò che è stato, conta ciò che è e ciò che sarà.

L’anziano Indiana Jones in questa atmosfera febbrile, che volge le proprie speranze e anche le proprie paure al futuro (vedasi la manifestazione per la fine della guerra in Vietnam e per la pace che si svolge parimenti in quello stesso giorno che sembra sottolineare la preoccupazione delle persone circa il fato a cui andranno incontro se il conflitto dovesse continuare), si sente inadatto, come un pesce fuor d’acqua, perché oramai vecchio, solo e non ha alcun interesse per ciò che il futuro ha in serbo. Indiana Jones si reputa alla stregua di un oggetto dimenticato, una reliquia da collezione deposta in un angolo di un’esposizione museale e abbandonata lì a prendere polvere.

Se tutti attorno a lui vivono con entusiasmo e una sana dose di ansia quel presente carico di possibilità, Indiana Jones proprio non riesce a mandarlo giù, a farselo piacere. Egli ha perduto il figlio in guerra e Marion, la sua adorata moglie, lo ha lasciato. Per il vegliardo Indiana non vi è più nulla per cui lottare.

E’ questo l’Indiana Jones che ci viene presentato in quest’ultima avventura: un uomo demotivato, disilluso, una figura ben lontana dall’eroe gioviale, spericolato, animato da quel savoir-faire autoironico e sarcastico, da quella brama di sondare l’ignoto, di scovare reperti inestimabili, magici e incredibili. Egli non è più animato dal desiderio di svegliarsi al mattino e di scoprire quale grande peripezia riserverà il giorno. A questo Indiana Jones non manca più il profumo del mare e neppure il tanfo delle vecchie necropoli. Eppure, il sole non è ancora destinato a tramontare su di lui. Vi è un'ultima, grande avventura da vivere.

Il reperto archeologico su cui ruota questa investigazione di Indiana Jones è il cosiddetto quadrante del destino, un manufatto attribuito ad Archimede, che secondo una leggenda ha la capacità di localizzare fratture temporali, fessure schiuse che, se varcate, potrebbero condurre in una determinata fase storica.

Ecco il tempo che ricorre come tematica portante dell’opera.

Nella sua ricerca per recuperare tutte le parti che compongono il quadrante, il dottor Jones dovrà vedersela nuovamente con un gruppo di nazisti sopravvissuti, che mirano ad ottenere la macchina di Anticitera per i propri scopi.

Da un lato l’opera filmica ci mostra un protagonista, Indiana Jones, tristemente assuefatto alla sua epoca, che la subisce passivamente e che, in fondo, si auspicherebbe quasi di abbandonarla perché egli crede non vi sia più nulla per lui; dall’altra parte il lungometraggio palesa un antagonista, Jürgen Voller, che prova repulsione per quella contemporaneità che lo avviluppa e si rivolta ad essa attivamente, volendo alterare il corso della storia, mutare il presente attraverso il passato: un nazista che pianifica di compiere un viaggio a ritroso nel tempo per sostituirsi al Führer e condurre la Germania alla vittoria.

L’avventura finale di Indiana Jones, come già detto, ha a che fare col tempo; il tempo, infatti, come un elemento astratto ma percettibile avvolge tutto il racconto visivo. Perfino gli oggetti presenti nella pellicola e che spuntano di tanto in tanto, tra un dialogo e l’altro, rievocano la presenza invisibile, indeterminata del tempo, sottolineandone la sua presenzialità ritmata e costante. Ad esempio, per festeggiare il pensionamento del professor Jones i colleghi gli fanno dono di un raffinato orologio da tavolo racchiuso in una custodia espositiva dorata. Mediante quello strumento viene enfatizzata la fine della carriera di Henry Jones, l’atto finale di quella specifica fase dell’esistenza del protagonista.

In seguito, Indiana Jones confessa di essere molto legato all’orologio con cinturino che porta con sé, poiché esso apparteneva a suo padre e costituisce per l’archeologo un dolce ricordo. Dunque proprio un orologio, lo strumento utilizzato dall’uomo per misurare il passare delle ore, è per Indy un oggetto speciale, che rievoca in lui il ricordo del papà. Ancora un ennesimo orologio viene rivenuto da Indiana Jones, con suo sommo stupore, nel sepolcro di Archimede, il grande matematico e inventore, che lo ha ancora al polso. Sul momento, il dottor Jones non riuscirà a capire come sia possibile che un uomo vissuto prima della nascita di Cristo abbia con sé un prodotto della modernità. L’unica risposta possibile è che Archimede abbia viaggiato nel tempo.

Ebbene è tutta una questione di tempo, un tempo che avanza a grandi passi, che plasma i giovani e irrigidisce i vecchi. “Indiana Jones e il quadrante del destino”, dietro le sue scene d’azione mozzafiato, il suo ritmo incalzante, offre una riflessione sull’asperità della terza età, sulle amarezze, gli errori commessi, i rimpianti, che possono fare capolino nella mente di un uomo, tormentandolo.

Il tempo per Indiana Jones sembra essere diventato un nemico, qualcosa che col suo incedere gli ha portato via i suoi affetti più cari e che sembra avergli lasciato veramente poco.

Ma il tempo, invero, avrà ancora qualcosa da riservare al nostro eroe. Qualcosa di assolutamente speciale. In quest’ultima avventura, Indiana compirà un’impresa senza precedenti: varcherà concretamente le porte del tempo e vedrà… La storia, o più precisamente una pagina di essa. Egli approderà nella Siracusa del 213 a.C. e assisterà all’assedio delle flotte romane, incontrando Archimede in carne ed ossa.

L’amore più grande della vita di Indiana Jones - il “fu”, la “storia” - si materializza dinanzi ai suoi occhi.

La storia, quella di cui si è invaghito fin dalla più tenera età, quella che ha studiato attraverso i suoi libri, attraverso le fonti, quella che ha rivissuto nei suoi viaggi, riosservato nelle sue spedizioni, ricostruito nei suoi ritrovamenti, quella che ha avvertito sulla sua pelle, quando si addentrava in luoghi dimenticati, sperduti, si è compiutamente manifestata al suo cospetto; in quel viaggio a ritroso nel tempo Indiana Jones ha finalmente coronato un sogno apparentemente irrealizzabile: ha vissuto la “storia”, non più solamente mediante le fonti, gli oggetti ritrovati, i resti, ma la storia com’era realmente, nella sua bellezza nuda e cruda, nella sua sostanza ed essenza.

La fantasia, l’immaginazione, il sogno proibito di ogni amante del mondo classico è mirare ciò che è stato con i propri occhi, e Indiana ce l’ha fatta.

Il dottor Jones, ferito, vorrebbe fermarsi laggiù, lasciarsi morire in quel passato che egli ha tanto amato. Ma non può farlo. Egli appartiene al Novecento, al suo mondo. Dunque verrà riportato indietro.

Ma cosa c’era ad attendere Indiana Jones? La sua epoca, il suo presente, avevano ancora qualcosa da offrire? Il tempo sarebbe stato nuovamente generoso? Oppure egli avrebbe dovuto temerlo con tutto sé stesso?

Capitano Uncino, il celebre antagonista del romanzo di J. M. Barrie, aveva paura del tempo che passava. Solamente vedere oscillare un pendolo o sentire il tic tac di un orologio da taschino lo mandava in paranoia. Uncino era perseguitato da un coccodrillo che voleva banchettare con la sua carne. Quel rettile aveva ingurgitato una sveglia che ticchettava inquietantemente, preannunciandone la venuta. Ogni qualvolta Uncino sentiva quel ticchettare sapeva che la morte si avvicinava, pronta a coglierlo, a inghiottirlo. Invero, quel coccodrillo era una metafora: esso rappresentava il tempo che non conosce sosta, fine, che giunge per minacciare l’essere umano, per spaventarlo, per ricordargli che invecchierà, che non resterà sempre giovane, che prima o poi dovrà morire. Il tempo, come le fauci di un coccodrillo, addenta, stritola e divora lentamente. Questa consapevolezza terrorizzava Uncino. Egli non aveva di che sperare, era un’anima sola, malinconica, senza amore. Il tempo per Uncino non aveva nulla di bello da mettere a disposizione.

Nel presente, Indiana Jones scoprirà che il tempo, per lui, non è stato davvero inclemente. Indiana non avrà lo stesso destino mesto e solitario di Capitan Uncino. Tutt’altro, Henry Jones si renderà conto che vi è ancora l’opportunità per ricucire i vecchi strappi, per sanare le ferite ancora aperte.

Una vita, finché si ha la possibilità di viverla, merita di essere vissuta con pienezza, poiché essa può riservare sempre qualcosa di bello, sensazioni ed esperienze nuove. Indiana ritroverà l’amore che temeva di aver perso, si ricongiungerà a Marion, il tesoro più prezioso che egli abbia mai rintracciato nelle sue innumerevoli esplorazioni, riabbracciandola e baciandola.

"Indiana Jones, il principio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo per Indiana Jones non è cessato, il suo orologio continua a girare. Non è mai troppo tardi per tornare in pista, non si è mai troppo vecchi per rimettersi in gioco, non si è mai veramente stanchi per smettere di sperare, di amare, di sognare, per vestirsi di tutto punto e correre verso un’altra avventura, riacciuffando, come da consuetudine, quel cappello fedora.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Alcuni film citati in questo articolo vi aspettano ai seguenti link:

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: primo capitolo – “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato”

“Hook Capitan Uncino” – Un pensiero felice

Trovate di seguito altri articoli sulla saga di Indiana Jones:

“I predatori dell’arca perduta” – La prima avventura non si scorda mai

“INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO” – Un cult da riscoprire

Recensione “Indiana Jones e l’ultima crociata”

Recensione "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo"

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