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"Anna e Joe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Anna era una Cenerentola un tantinello diversa. Non aveva perso in tenera età la sua mamma, non era cresciuta nella povertà, maltrattata da una perfida matrigna e da due orribili sorellastre. Non era stata costretta per gran parte della sua giovinezza a svolgere i lavori più umili e faticosi, e la sua candida pelle non era stata imbrattata più e più volte dalla cenere del camino. Anna non era nata nella miseria, tutt'altro. Anna era una principessa, viveva in palazzi sfarzosi, in camere meravigliose, dormiva in letti con baldacchino, cullata da coperte di seta e aveva tutta una corte a sua disposizione, sempre disposta a prestarle i propri servigi.

Cosa accomunava Anna a Cenerentola or dunque?

Il garbo, anzitutto. Anna possedeva la stessa grazia, la medesima eleganza e gentilezza della fanciulla della fiaba. E poi, ciò che Anna e Cenerentola avevano in comune era una strana avventura.

Beh, per essere del tutto precisi più che per analogia le loro storie si somigliano per contrapposizione. Una sorta di capovolgimento degli eventi.

Cenerentola viveva come una schiava, tollerando angherie, prevaricazioni, e in cuor suo sperava che la sua vita un giorno potesse cambiare. Ella sognava di scappare dalle grinfie della sua matrigna, di incontrare un principe azzurro, di sposarsi e di ritirarsi con lui in un magnifico castello. Anna, al contrario, viveva già in un castello ma bramava di fuggire da esso, di mescolarsi tra la gente comune. Se Cenerentola si sentiva oppressa da un ambiente familiare che la sviliva, Anna si sentiva schiacciata da obblighi diplomatici, da appuntamenti e incontri già organizzati nei minimi particolari e con tutta una serie di itinerari ben determinati. Anna non era libera, era una principessa serva di un cerimoniale già scritto, di una routine monotona, di un'esistenza sfarzosa ma ripetitiva in cui qualunque cosa, financo le frasi che doveva pronunciare facevano riferimento ad un copione già scritto. 

Al principio della sua storia, Anna si trova a Roma e sta ricevendo al palazzo molte persone rinomate, funzionari d’ambasciata, delegati, consoli, per farla breve: molteplici figure altolocate. La giovane è esausta, fatica perfino a restare diritta. Si toglie così una scarpa per far riposare il piede, che permane nascosto dall’ampio vestito. Dopo qualche istante, la ragazza tenta di rimettersi la scarpa, ma non riesce più a rintracciarla, sebbene la cerchi muovendo qua e là il piede nudo.

La nostra Cenerentola ha già perso la sua scarpetta, proprio all'inizio della sua avventura, ma in quel frangente non vi è alcun principe intento a raccoglierla.

Quella scarpa che nella fiaba di Cenerentola rappresenta un simbolo d'amore, l'oggetto che permetterà al principe di cercare e di trovare la sua amata, in "Vacanze romane" assume un valore del tutto diverso. È il simbolo di una resa, di un cedimento, di una noia oramai divenuta intollerabile, di una voglia di ribellione. Anna vuole abbandonare le sue scarpe di cristallo e scappare. Quel palazzo pomposo e quelle stanze colme di regalità le paiono sbarre di una prigione sontuosa, opulenta, ma pur sempre una prigione mascherata, opportunamente abbellita con fronzoli ampollosi e orpelli.

C'era un personaggio di un film Disney che viveva anch'egli in un edificio monumentale e, pur amandolo con tutto sé stesso, se ne sentiva prigioniero. Questi abitava in quell'antica costruzione come un reietto, isolato dal mondo esterno, e cantava versi che recitavano: "Là fuori in mezzo a tutta quella gente che non sa che fortuna è essere normali. Liberi di andare in ogni luogo giù in città".

Quasimodo, il protagonista de "Il gobbo di Notre Dame", a causa della sua deformità era obbligato a restare nell'ombra, tra i limiti circoscritti della Cattedrale parigina. Ma nulla poteva tenere a freno la sua fantasia, il suo desiderio di uscire, di visitare il mondo esterno. "Potessi lo farei se fossi libero [...] Come vorrei stare fuori di qua". Quasimodo intonava queste arie, fantasticando di camminare tra la gente comune, senza che le persone lo guardassero con sospetto, con repulsione, con paura e sinistra riverenza. 

Anche la principessa Anna sognava di essere normale, per una volta. Una ragazza comune, nata in una famiglia semplice. Immaginava di poter uscire dal suo palazzo regale, di mescolarsi tra i passanti, di passare inosservata senza che i più potessero riconoscerla e trattarla con ossequio, con quella sudditanza che solo una futura regina può generare. Anna voleva evadere dal castello, andare fuori di là. Bramava il mondo che non aveva avuto la fortuna di conoscere e di osservare con i suoi occhi curiosi e vispi. 

Per queste ragioni, Anna somigliava anche ad Ariel. Come la sirenetta che voleva lasciare il suo regno sotto il mare per conoscere il reame della gente comune, esplorare la "riva lassù", camminare per le strade, ballare con le sue gambe, anche Anna agognava di voltare temporaneamente le spalle al suo casato, per fare parte di un mondo che ancora non aveva fatto suo, che ancora doveva scoprire e vivere con pienezza. 

"La sirenetta al chiaro di luna" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più cliccando qui e anche qui.

Una sera, dopo una interminabile giornata fatta di incontri formali, tediosi, stressanti, Anna ha un crollo nervoso. Non ne può più di quelle giornate organizzate in ogni singola minuzia, di quell'esistenza preregistrata, e così dà in escandescenze. Per calmarla, il medico di corte le somministra un sonnifero. Prima che il medicinale faccia effetto, però, Anna si dà alla fuga, percorre le scalinate del palazzo e si reca in strada. Sorridente, emozionata, trepidante, la ragazza perlustra una Roma notturna per poi crollare su di un marciapiede, avvolta da un sonno profondo. Il sedativo aveva prodotto il suo effetto. 

Anna viene rinvenuta da un certo Joe Bradley, un giornalista che vive in un minuscolo appartamento. L'uomo, vedendola confusa e sonnecchiante, decide di portarla con sé nel suo alloggio, dove la principessa riprenderà a dormire. L'indomani Joe si sveglia, non proprio di buon mattino, e va in redazione. Lì si accorge tramite la foto di un ritaglio di giornale che la ragazza che ospita nella sua esigua casa è proprio la principessa in visita nella capitale e non crede ai suoi occhi.

Per Joe questo bislacco e fortunoso incontro potrebbe rappresentare l'occasione più ghiotta della sua carriera. Egli ha l’opportunità di trascorrere una giornata con la principessa, scoprirne i segreti, i vizi e le virtù, e quindi, tra una confidenza e un’altra, strapparle una sorta di intervista inconsapevole e regalare l'esclusiva al suo giornale per un compenso decisamente assai cospicuo. Joe sceglie quindi di tornare a casa, di dare il buongiorno alla sua ospite e di passare del tempo in sua compagnia, chiaramente non rivelandole mai la sua professione di giornalista.

In "Accadde una notte" il giornalista Peter Warne, da principio, accompagna la ricca Ellie in cambio dell'esclusiva sulla sua storia. Parimenti in "Vacanze romane" Joe si rapporta inizialmente ad Anna per cavarne una succulenta notizia di costume.

La premessa di questa storia, che vede intrecciarsi il destino di Anna e di Joe, i due personaggi di “Vacanze romane”, è sovrapponibile a quella di “Accadde una notte”. In questa commedia appena accennata il giornalista in incognito Peter Warne accompagna in una fuga avventurosa la ricca ereditiera Ellie Andrews, conosciuta nottetempo sui sedili di un autobus, proprio nell’ultima fila, dove sedettero l’uno accanto all’altra. Ellie, venuta su in una gabbia dorata, vuol viaggiare per il mondo, ed il suo personaggio è, in giusta realtà, assimilabile alla principessa Anna.

Il viaggio impervio, di strada in strada, portato avanti con mezzi di fortuna, avrà per Peter ed Ellie i risvolti di una involontaria e neanche lontanamente pianificata fuitina, mediante la quale i due vivranno il loro amore.

Ma non perdiamoci in chiacchiere, torniamo a parlare della nostra principessa…

Anna si desta dopo aver fatto una dormita più che soddisfacente, e anch'ella non svela all'uomo la sua vera identità. 

Entrambi scelgono di mentire, di nascondere ciò che sono veramente. Per ventiquattr’ore resteranno a stretto contatto, si conosceranno lentamente, istante dopo istante, ora dopo ora. 

Anna si avvia, dapprima in solitudine, per le vie di una Roma assolata. La fanciulla si atteggia come una semplice turista, osserva con sguardo interessato, indiscreto, a tratti indagatore le routine quotidiane della folla che percorre in lungo e in largo strade e piazze. Si sofferma al mercato, lasciandosi inebriare dai suoni e dagli odori di una città frenetica e pulsante. Anna comincia a godere della sua fugace vacanza romana. Per prima cosa, la donna sceglie di comprare un paio di scarpe.  La nostra Cenerentola non vivrà la sua favola calzando delle scarpe di cristallo col tacco alto, sceglierà invece delle scarpette basse, simili a delle ballerine. 

Andrà poi a tagliare i lunghi capelli bruni che le adornavano il viso. Il taglio dei capelli ha un valore simbolico: Anna vuol troncare i ponti con la di lei del passato, colei che assecondava sommessamente tutte le direttive, gli obblighi, i veti, le imposizioni che le derivavano dalla sua carica. D’ora in avanti Anna vuole provare ad essere una donna diversa: i suoi capelli corti sottolineano questo passaggio, questa transizione, questo mutamento della sua personalità che viene, dunque, espresso e rimarcato dalla sua nuova acconciatura. 

Nel frattempo Joe segue Anna, la pedina standosene sulle sue per poi fingere di incontrarla per caso sugli scalini di Piazza di Spagna.

La vacanza della principessa procede spedita. Anna vive una giornata intensa, meravigliosa, indimenticabile, visitando i luoghi più belli e suggestivi della capitale italiana. La giovane resta sempre vicina a Joe, il quale le fa da guida, da amico, da compagno di avventure. I due visitano il Colosseo, la Fontana di Trevi, e sfrecciano per le strade a bordo di una splendida Vespa. Quelle due ruote diventano per Anna la sua zucca trasformata in carrozza: grazie a quel veicolo, la fanciulla percorre il sentiero della sua favola, in compagnia di un principe azzurro che non è proprio un principe ma uno squattrinato giornalista, che nel frattempo viene pian piano rapito dalla dolcezza della giovane, dal quel sorriso che le crea delle fossette sulle guance, dal suo candore, dalla sua innocenza, da quella sua gioia di vivere e quella sua intraprendenza. 

Ad un certo punto, i due si trovano davanti alla Bocca della Verità. L'uomo spiega ad Anna che la Bocca addenta la mano di colui o di colei che sta mentendo. Entrambi in quel momento non stanno dicendo la verità: Anna non ha rivelato di essere la principessa e lui non le ha detto di essere un cronista e di sapere chi ha realmente dinanzi. Entrambi allungano la mano per inserirla fra le fauci della “Verità”. Anna, con una piccola apprensione, ritira la mano prontamente. Joe urla come se il monumento avesse fatto un sol boccone della sua mano. Anna ingenuamente si spaventa, ma ecco che l'uomo la rivela lo scherzo e i due ridono di gusto, mentre si abbracciano felici. È il primo momento in cui Joe e Anna percepiscono la nascita di una attrazione, di un sentimento sbocciato improvvisamente. 

La giornata va avanti senza sosta, fra risate gioiose, trastulli, corse, balli e zuffe con estranei in riva al Tevere. Anna e Joe si innamorano, come in una fiaba. Non servono giorni, settimane di frequentazione per conoscersi, comprendersi e amarsi, bastano solo pochi minuti, attimi così profondi e significativi da lasciare un segno nell'anima e nel cuore. I due si scambiano un bacio e al termine della serata non riescono proprio a lasciarsi se non con tanta ritrosia e tristezza.

La mezzanotte è scoccata e la fiaba è sul punto di scandire le sue ultime parole. Non ci sarà un "E vissero tutti insieme felici e contenti", Anna lo sa bene. A dividere Anna e Joe vi sono un regno e una corona. Anna sarà sempre vincolata ai doveri verso il suo Paese e il suo popolo, Joe sarà sempre condizionato dalla sua vita umile e riservata. Lei deve tornare al Palazzo, deve dirgli addio. La vacanza è finita ma in tal caso il ritorno a casa non sarà il momento più bello come sovente si suol dire per commentare l’ultimo atto di un lungo e splendido viaggio. Anzi, il ritorno costituirà il momento più amaro, più doloroso, poiché il sogno si è infranto, l'illusione si è spezzata, l’incantesimo si è rotto e la realtà col suo sapore agrodolce ha fatto ritorno.

Quell'amore sbocciato tra i due resterà serbato per sempre fra le vie, i monumenti, le piazze della città eterna. Come Rick ed Ilsa - gli amanti di Casablanca - avranno sempre nel cuore Parigi, la capitale francese in cui hanno vissuto il loro amore, Anna e Joe ricorderanno sempre Roma

L'indomani, Joe potrebbe scrivere l'articolo sulla principessa. Tante sono le informazioni in suo possesso, tutte le loro scorribande del giorno precedente sono marchiate a fuoco nella sua mente e… Nel suo cuore. Gli basterebbe prendere dei fogli bianchi e la macchina da scrivere per trasporre su di essi la notizia di costume più appetitosa degli ultimi anni ma ecco che demorde, si rifiuta categoricamente. Molto era cambiato in quelle ore, a lui non importavano più i denari dello scoop, dell'esclusiva. Tutte queste mere velleità erano svanite davanti al sentimento che si era fatto spazio nel suo cuore. 

Ciò nondimeno per qualche minuto il giornalista che è in Joe la fa improvvisamente da padrone. Egli, con un sorriso sornione, vola a vele spiegate con la fantasia. Immagina quale foto avrebbe scelto come apertura, vaglia quale titolo incassato tra l’ironico e il sensazionalistico avrebbe inserito, abbozza l’impaginazione del suo succulento articolo.

Teste coronate” sarebbe stato un titolo ad effetto, egli crede, in special modo se corredato dalla fotografia che coglie la principessa nell’atto di colpire con una chitarra sulla testa uno sventurato durante la baraonda sul Tevere. Joe ci scherza su, ride sonoramente, ma questi per lui non sono che pensieri sciocchi, ipotizzati su due piedi, così ex abrupto, che decrescono man mano che riprende serietà fino a svanire come fumo nell’aria. Joe non pubblicherà alcun pezzo, non potrebbe. E’ il suo cuore a guidare quella mano che batte abitualmente sulla macchina da scrivere. E al cuore, si sa, non si può impartire alcun comando. 

Per conto del suo giornale, Joe viene invitato a corte per porgere le sue domande alla principessa. Anna riappare in pubblico con i suoi abiti regali. Scrutando i giornalisti lì presenti intravede con stupore proprio Joe. Di primo acchito ella non sa come reagire, come interpretare quella verità che le si è palesata davanti. Teme per un istante che l'uomo l'abbia ingannata, che il giorno precedente l'abbia accompagnata unicamente per coglierla e immortalarla in momenti che poco si addicono ad una principessa. Eppure i suoi timori svaniscono in un lampo quando Joe le fa capire che può avere verso di lui la piena fiducia e che tutto resterà segreto. Anna comprende pertanto che Joe l'aveva sempre saputo, che era consapevole della vera identità della principessa, che avrebbe voluto forse trarre una notizia succulenta da quel loro incontro, ma poi tutto era cambiato come il mutare della marea, perché era subentrato qualcos'altro, un sentimento profondissimo. Gli abbracci, le carezze, i baci, erano veri, quell'amore che li aveva colti di sorpresa era autentico. 

I due si osservano ritmicamente, si guardano senza aggiungere parole superflue. Nei loro sguardi vi è contenuta una verità chiara, che non ha bisogno di alcuna aggiunta. La principessa si avvicina al giornalista, il quale le dona le fotografie che, con il supporto di un fotoreporter, le aveva scattato durante la loro giornata trascorsa insieme. Quegli scatti, che nelle intenzioni iniziali di Joe dovevano essere sbattuti in prima pagina dato che coglievano la principessa nelle fasi più sfrenate della sua giornata passata in incognito a Roma, assumono un valore del tutto diverso, profondo e molto più bello. Esse sono ora per Anna amorevoli "cartoline", foto ricordo di una vacanza memorabile, immagini segrete e personalissime che eternano gli atteggiamenti, le smorfie, la spontaneità di un giorno indimenticabile. 

Il viso di Joe e quello di Anna si incontrano un’ultima volta, essi sono lontani ma paiono congiungersi per un bacio di addio. Un lieve, quasi impercettibile cenno di intesa che si delinea come un saluto tacito e i due si danno le spalle, separandosi per sempre.

Una scena che settant’anni dopo verrà parzialmente replicata in “La La Land”, nell’atto finale dell’opera, proprio nel momento apicale, quando Sebastian e Mia, divisi da una platea e da un palcoscenico, turbati ma sereni, si scambiano un ammicco. Un congedo quatto, nel brusio della folla.

I loro occhi custodiscono le memorie del loro amore passato e terminato; ricordi che riverberano, che affiorano dal fondale dell’intimità, che emergono sino a raggiungere la superficie, lo specchio d’acqua costituito da quei loro occhi umidi, quelle loro palpebre tremolanti.

Le loro labbra serrate, incapaci di proferire alcuna parola, paiono unirsi senza toccarsi in un’effusione immaginaria che precede il commiato. Un sorriso che sa di felicità per la vita dell’altro, un gesto del capo e Mia e Sebastian si salutano coscienti che non si incroceranno mai più.

Alla domanda di un cronista vertente quale delle città che la principessa ha recentemente visitato ha apprezzato di più, Anna risponde come da programma, con fare impostato: “Ognuna nel suo genere è indimenticabile…”

D’un tratto si corregge: "Tuttavia potrei direRoma…

E poi ripete, aumentando il tono: “Roma senz’altro. Il ricordo di questa mia visita non mi abbandonerà fin tanto che vivrò!"

Gli altri membri della corte si mostrano perplessi. Quella frase non era prevista, non faceva parte della retorica. Con quella verità rivelata Anna testimonia il suo cambiamento: ella è adesso una donna e una regnante indipendente, che non teme di dire ciò che pensa davvero. Con tale affermazione Anna rompe la tradizione, guasta il cerimoniale, anzi lo migliora, stroncando le frasi fatte, le risposte prevedibili, aggiungendo una nota di colore, di spregiudicatezza, di sincerità.

Anna è adesso una donna più fiera, più forte, più libera. E deve tutto ciò alla sua vacanza romana, a quella giornata felice trascorsa con Joe. Per un solo giorno, Anna ha potuto dimenticare gli obblighi, le incombenze, gli oneri, la formalità, il ferreo protocollo, le "catene" a cui era stretta. Ha potuto vivere leggera, come una ragazza che si affaccia alla vita, che conosce le gioie della spensieratezza giovanile, i brividi del primo amore, il morso doloroso dell'addio.

Un solo giorno ha avuto la valenza di una vita intera, tanto per Anna quanto per Joe. In quel singolo giorno, i due hanno vissuto un’esperienza fatta di sorrisi, carezze, risate fragorose, escursioni su due ruote, baci rubati. Quei momenti, consumati con la rapidità dell’attimo, si sono incastonati nella loro mente e nel loro cuore e lì permarranno custoditi per tutto il tempo a venire. Quel solo giorno è valso quanto un’esistenza appagante. 

Il valore di un singolo giorno, già. Jack Dawson in "Titanic" lo ripeteva spesso. Conferire valore ad ogni singolo giorno era la sua filosofia, il suo modo di approcciarsi alla vita. Jack affrontava le sfide della quotidianità con entusiasmo, con coraggio, credendo fermamente nell’imprevedibilità del destino e che tutto fosse possibile.

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Ogni giorno che sorge e tramonta sul nostro mondo ha una virtù propria, una qualità tutta sua, il tempo è un dono che non va sprecato. Era questo ciò in cui Jack confidava. Questi conobbe una fanciulla, Rose, durante la navigazione inaugurale del transatlantico Titanic. I due si innamorarono perdutamente ma il loro amore durerà a malapena tre giorni. Ciò nonostante, non si esaurirà mai.

Rose conserverà per sempre il ricordo di Jack, e quanto di prezioso hanno condiviso insieme. Il loro amore, così fugace ma inestinguibile, cambierà l'esistenza della donna. Jack aiuterà Rose ad uscire dal torpore che si era impadronito di lei, la esorterà a non accontentarsi di un’esistenza sicura ma vuota, una vita fatta di tanti e tanti singoli giorni infruttuosi, privi di iniziative, di opportunità, e senza mai una risata.

Anche Rose, come Anna, era una nobildonna, soffocata da un mondo aristocratico che non le permetteva di esprimersi come avrebbe voluto. L'amore di Jack condurrà Rose verso una presa di coscienza, una piena consapevolezza dei propri desideri, verso una ribellione che la porterà ad ottenere la propria libertà e indipendenza.

"La principessa Anna" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quei singoli giorni di amore era nato per Rose qualcosa di immortale, che porterà con sé per il resto della sua vita. Anche per Anna, la nostra principessa di "Vacanze Romane", l'amore provato in un singolo giorno ha contribuito a darle la forza per essere più intraprendente, sicura, decisa, tratti del suo carattere che le permetteranno di salire al trono e diventare una regina migliore e più serena di ciò che sarebbe stata se non avesse trascorso quel solo ed unico dì fatto di piena libertà. Anna vivrà rimembrando quei dolci momenti. Un ricordo che le darà conforto e la farà sentire per sempre felice e contenta. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: Cinehunters 

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(Rilettura personale della fiaba)

C’era una volta una fanciulla bella e aggraziata. Quando venne al mondo, il suo pianto commosse tanto la natura, fertile e generosa, che decise di elargirle tre doni. Il sole la baciò con un fascio di luce, colorandole i capelli di un biondo radioso. Il vento le carezzò l’epidermide, rendendola delicata come seta e candida come un tessuto finissimo. Il canto degli uccelli, volati sino alla sua finestra per volere dell’aria, accompagnò le parole d’amore che la madre rivolse all’orecchio della nascitura, le quali le intenerirono il cuore e la resero indulgente e dolce come miele che cola da un albero.

Dopo qualche settimana, la primavera si accomiatò e, ben presto, lo fece anche l’estate. In un giorno d’autunno, il sole, coperto da una nuvola pregnante di lacrime, scomparve e la mamma della bimba spirò. La piccola, accudita dal padre, crebbe sana, garbata e splendida. Qualche anno dopo, l’amato genitore convolò a seconde nozze con una donna benestante, arcigna ed austera, già madre di due figlie. Quando anche il genitore morì, ella rimase sola, assoggettata alle prepotenze delle due sorellastre, e dimenticò il suo nome, poiché nessuno lo usò più per rivolgerle parola. La matrigna non tardò d’affibbiarle, infatti, un nomignolo, un dispregiativo attraverso il quale l’oscura matrona rimarcava l’abitudine della ragazza a sporcarsi con la cenere del focolare.

Cenerentola viveva alla stregua di una serva, maltrattata e oltraggiata. Ella era un bianco cigno che nuotava su di un lago torbido, in cui era impossibile mirare alcun riflesso, dissolto nel sudicio. Le pareti della sua modesta stanza parevano restringersi ogni giorno di più, come una prigione angusta e senza via d’uscita. In quel tempo, in un palazzo regale, viveva un principe della stessa età di Cenerentola. Benché la sua camera fosse ampia e sfarzosa, il giovane aveva l’inquietante sensazione che essa diventasse sempre più opprimente, esigua, quasi soffocante.

Il principe sapeva che, presto, sarebbe stato costretto a sposare una sconosciuta, la sua futura regina. Ciononostante, egli non aveva ancora appreso cosa fosse l’amore, e non si era invaghito di nessuna principessa. L’autorità del padre, tuttavia, era sempre più insistente, così la famiglia organizzò un ballo in cui lui avrebbe dovuto scegliere la sua sposa. L’amore, lo sposalizio, la vita matrimoniale erano, così, ridotti ad una selezione, una scelta opzionale tra aspiranti candidate, agghindate con abiti “trapuntati” con gioielli.  Non era quello che il principe aveva sempre sognato. Egli non poteva sposarsi per amore ma soltanto per dovere, e si sentiva affranto, prostrato davanti ad una tale imposizione. Se Cenerentola giaceva genuflessa alle malignità perpetrate dai suoi “parenti”, il principe non era da meno, e permaneva inginocchiato agli obblighi della sua investitura.

Nella cenere la donna aveva rinvenuto la propria forma di schiavitù, nella corona l’uomo aveva scorto la propria forma di assoggettamento. Il principe non poteva reagire al cospetto dei propri obblighi, essi erano del tutto vincolanti. Nonostante vivesse nell’agiatezza, egli era costretto a rinunciare alle sue libertà, sentendosi come un recluso, imprigionato in un castello dorato. Anch’egli, dunque, come Cenerentola, non riusciva a raccogliere le forze per eludere i propri oneri. Attendendo un incontro insperato, i due futuri innamorati soffrivano tremendamente, ciascuno per proprio conto.

Cenerentola è troppo buona! Per i più, ella personifica l’essenza stessa della gentilezza, se non anche l’incapacità di reagire a un violento sopruso e, pertanto, la remissività. Cenerentola non si oppone, incassa e attenua sulla sua pelle delicata l’ingiustizia di una vita aspra e dura. Perché lo fa?

Taluni credono per paura, altri, invece, per “stupidità”. Vi è forse stoltezza nel non insorgere contro i prepotenti? Vi è insensatezza in una ribellione non attuata?

Cenerentola pare ingenua, e la sua bontà d’animo va incontro, or dunque, ad una rilettura negativa. Ella sembrerebbe incarnare la debolezza di una donna assuefatta alla sofferenza, il che può apparire veritiero, se non si trattasse di una interpretazione sin troppo basica, superficiale, nonché semplicistica.

Cenerentola simboleggia, anzitutto, la pazienza, quella che, forse, ha avuto in eredità dalla mamma. Quella che la ragazza sperimenta non è un’attesa sciocca, bensì fiduciosa. Cenerentola resta fedele a se stessa, al proprio carattere fatto di autentica e armoniosa purezza. Ella crede che, restando buoni, è possibile riscattare ogni torto subito. Cenerentola non rimane passiva come può realmente sembrare, ella è, semplicemente, differente dalle sue antagoniste, in tutto e per tutto. Non trasforma se stessa in un essere violento e perfido per attuare la propria vendetta, non diventa come le sue sorellastre. Cenerentola resta buona, consapevole che non appena avrà un’occasione, una sola occasione, la sfrutterà pienamente a suo favore. Cenerentola non evidenzia la staticità di una donna indifesa, ma la resistenza di una creatura femminile forte, che non permetterà mai a nessuna crudeltà patita di renderla ciò che mai vorrà essere. Con pazienza, la sua prerogativa più identificativa, al pari della sua bellezza, ella attenderà il giorno del ballo per riprendersi la vita che merita. Cenerentola non vuol suggerire l’arrendevolezza e la sottomissione, tutt’altro. Ella, per quanto non dia tale parvenza, invoglia a reagire contro ogni angheria, senza mai mutare nel carattere e nel profondo. Cenerentola, infine, trionferà, e trarrà in salvo se stessa conoscendo l’amore.

La sera del ballo, aiutata dalla sua fata madrina, la fanciulla indossa un abito azzurro, scintillante come un cielo rilucente di stelle, con il quale si reca alla cerimonia di corte. Il principe, in quegli attimi, cammina nel salone con aria sconsolata, sino a quando non vedrà una luce provenire dal remoto. Il biondo dei capelli di Cenerentola, raccolti in un’acconciatura che mette a nudo la limpida interezza del suo volto, cattura lo sguardo del principe, che si innamorerà istantaneamente di lei. Entrambi, danzando, raggiungeranno una dimensione separata dalla realtà, in cui le lancette del tempo cesseranno di girare, rendendo un singolo istante perpetuo.

Ma Cenerentola dovrà fuggire quando la mezzanotte rintoccherà davvero. Compiendo la sua corsa disperata, ella perderà una delle sue scarpette di cristallo. Il principe la raccoglierà e, da quel momento, non si darà pace fino a quando non avrà ritrovato la donna che ama. Cenerentola e il principe si ricongiungeranno e, nell’amore, otterranno la felicità.

Il titolo che ho voluto utilizzare per questo mio pezzo è, volutamente, errato. Spesso, infatti, si crede che soltanto Cenerentola sia riuscita a salvarsi, donando se stessa al principe e abbandonandosi alle sue braccia. Invero, lo stesso principe, in quel passo di danza, in quel primo abbraccio in cui il tempo cessò di scorrere per un solo, meraviglioso, momento scovò la propria salvezza. Il più puro e prorompente dei sentimenti ha salvato due vite, le esistenze di un uomo e di una donna che erravano soli e disperati, in attesa di congiungersi.

Restando vicini, stringendosi, sostenendosi vicendevolmente, tutti gli innamorati che si smarriscono nei rispettivi sguardi, perdendosi in un bacio infinito, ottengono la libertà.

L’amore spazza via la cenere!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters