Vai al contenuto

"Lo schiaccianoci" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Reinterpretazione personale della fiaba de “Lo schiaccianoci e il re dei topi” per la notte di Natale)

Non molto tempo fa, alle “radici” di un albero addobbato, giaceva, in piedi e zitto zitto, un giocattolo veramente speciale. A differenza degli altri regali, non era stato inscatolato in una confezione colorata. Qualcuno lo aveva poggiato per terra così com’era per far sì che venisse notato di primo acchito. Le illuminazioni si riflettevano su di lui ed esaltavano la scarlatta coloritura con cui era stato dipinto. Il volto del “balocco” vantava una forma bislacca, simile a quella di un grosso quadrato su cui erano stati dipinti, a mano, due occhi azzurri, un naso sottile e un paio di baffi scuri da sparviero. Esso teneva i denti in bella mostra, elargendo, a chiunque lo osservasse, un perpetuo e stravagante sorriso. La bocca poteva essere aperta e chiusa mediante un’apposita barra che spuntava dalla schiena. Tale giocattolo era, a tutti gli effetti, uno schiaccianoci. “Azionando” la leva, i duri incisivi frantumavano con facilità il guscio del frutto. Nulla sembrava turbare questo schiaccianoci. Permaneva immobile, irto sulle gambe con la sua bella divisa tempestata di gemme scintillanti come rubini.

Quant’era grazioso! Lo schiaccianoci ostentava l’eleganza di un piccolo principe, coraggioso e inamovibile dinanzi al pericolo. Aveva i capelli densi e bianchi, tanto soffici da ricordare i filati di lana. Dal mento “fioccava”, come della candida neve, un folto pizzetto affusolato. Sulla sua testa, svettava un cappello a cilindro rosso, adornato da una catenina d’oro. Stretto all’argentea cintura ricamata con elementi arabeschi, vi era un fodero dal quale emergeva la guardia di un fioretto. Quell’aura distinta e quel portamento diritto indicavano un qualcosa di misterioso. Quel giocattolo, fatto interamente di legno pregiato, doveva essere un valoroso cavaliere e non un comune frantumatore di noci.

Nell’ampio salone in cui “egli” sostava, vi era in atto un lauto banchetto. Dolci canzoni facevano eco da ogni dove, creando una magica atmosfera. Dalla cucina, effluivano gli allettanti odori di biscotti al cioccolato appena sfornati. Lo schiaccianoci percepiva i profumi attraverso gli esigui fori del suo naso, ricavato da un frammento di corteccia. Davanti ai suoi occhi si stagliavano le sagome di almeno due dozzine di invitati, tutti allegri e festanti. Lo schiaccianoci non era un ninnolo di minute dimensioni, a suo modo, tenendo ben ritta la schiena e accentuando la larghezza delle spalle, sapeva essere imponente, ciononostante, lì in basso, si sentiva insignificante al cospetto di quegli adulti, animati dal brio della festa. Avvertì la sensazione d’essere un irrilevante esploratore, avventuratosi in un sentiero popolato da giganti. Questi ultimi si scambiavano auguri, caldi abbracci e innumerevoli baci, sfiorandosi le gote. “Che confusione” - borbottò lo schiaccianoci con una voce fioca che a stento riuscì ad udire lui stesso. Del resto, non poteva di certo farsi notare. Tutto d’un tratto, gli si avvicinò una ragazzina. Lo prese in braccio e lo portò con sé.  “Oh, che bella!” - pensò lo schiaccianoci. Finalmente una creatura esile, delicata e gentile si era fatta avanti e lo aveva strappato da quel luogo fastidiosamente rumoroso. “Sarà lei la mia nuova padroncina?” - rifletté.

Clara, la timida bambina che aveva ricevuto lo schiaccianoci in dono dallo zio Drosselmeier, era rimasta affascinata da questo trastullo dal fervido colore vermiglio. Si sedette in poltrona e cominciò a tenerlo tra le sue braccia come fosse un bambolotto, fin quando lo zio la raggiunse.

Per mestiere, Drosselmeier fabbricava giocattoli ma era anche un costruttore di orologi. Egli somigliava ad un Geppetto d’altri tempi, ed il suo schiaccianoci ad un bambino di legno, un Pinocchio schietto ed incapace di mentire. Da buon giocattolaio, Drosselmeier era solito intagliare ed ottenere, da un ciocco di pino, una forma inanimata, seppur carica di significato estetico e artistico; da buon orologiaio, nelle sue creazioni, arrestava il tempo, infondeva staticità, catturando una sensazione felice nei sorrisi esternati dalle buffe faccine dei suoi giocattoli, instillando continuità ad un compito che un determinato giocattolo avrebbe dovuto svolgere, e rendendo eterno un gesto d’amore. Lo schiaccianoci non era stato plasmato dalla sua arte, eppure, in lui confluivano tutte le finalità volute dal signor Drosselmeier. Lo schiaccianoci, infatti, era sempre fermo quando doveva compiere un’azione costante, ovvero quella di rompere le noci; altresì, era “imprigionato” nella sua intenzione più ignota, vale a dire quella di ottenere la “libertà” e, infine, era stato eternato nel suo gesto d’amore segreto: il suo restare rigido per poter essere notato da una ragazzina di cui si sarebbe innamorato.

Lo schiaccianoci, suo malgrado, era schiavo di un compito gravoso e fiaccante. Lui, un principe, non voleva adempiere tale obbligo per sempre. Sbriciolare le noci per il resto della vita era una mansione ripetitiva e alienante, un po’ come quella che un baffuto personaggio di un’altra storia, chiamato Charlot, avrebbe dovuto svolgere in una fabbrica da lavoro in tempi, decisamente, più moderni. Spaccare noci non è poi tanto diverso dal finalizzare sempre le stesse mosse in una catena di montaggio, se le aspirazioni fantastiche di una vita sono tanto preminenti nelle anime e negli spiriti dei più sognanti.

Drosselmeier sapeva che lo schiaccianoci non era un giocattolo come un altro, ma volle tenere il segreto per sé. Dopotutto, Clara avrebbe scoperto quanto doveva quella stessa notte. Indugiò allora a parlare con la piccola.

 “Sai cos’è questo?” – domandò il giocattolaio alla piccina.

 “No!” – rispose sinceramente Clara.

Beh a prima vista è uno schiaccianoci, ma devi sapere che è anche un principe”. – confessò l’anziano signore.

Un principe?” – chiese la giovinetta. - “E di quale regno?” - incalzò subito dopo.

Ma del regno delle bambole, naturalmente. Devi sapere che quello da cui proviene è un mondo incantato, accessibile soltanto nei sogni più intensi” – sussurrò Drosselmeier all’orecchio della bimba, prima di lasciare un bacio sulla di lei fronte.

Clara cullò lo schiaccianoci per tutta la sera, cadendo poi in un sonno profondo. Riaprì gli occhi in piena notte e vide, stupefatta, l’albero di Natale che si faceva immenso, ergendosi a dismisura come una pianta verde fiorita da un fagiolo magico. L’angelo che sovrastava la cima non si vedeva più, poiché l’albero era divenuto ciclopico come un castello, ed era cresciuto sin oltre il tetto della casa, tanto da accarezzare il cielo stellato. Subito dopo, Clara si rese conto che tutti i mobili della casa erano alti, possenti, capienti da far paura. La già ampia camera era divenuta, ai suoi occhi, sterminata. Ma era tutto cambiato oppure era stata lei a rimpicciolirsi senza alcun motivo? Clara si sentì minuscola, come una bambola vestita di rosa. Vide poi il suo schiaccianoci, fermo, alle radici dell’immenso abete, splendente di luci e festoni colorati. Oramai avevano entrambi la stessa altezza, come se un incantesimo avesse esercitato le proprie arti per congiungerli.

Ombre silenti, imprecisate e rapide come un battito di ciglia, si erano ammassate negli angoli bui della stanza. Digrignavano i dentoni sporgenti, grattavano i muri con le loro unghie affilate come lame e scuotevano le code a mo’ di eliche vorticose. Erano topi da battaglia, entrati in casa e decisi a balzare sullo schiaccianoci ancora inerme.

Maestà! Maestà!” - si udì un coro echeggiare dalla vetrina in cui Clara era solita custodire le sue bambole. Tutte loro avevano preso vita e volontà, dibattendo le loro manine sui vetri per destare il loro sovrano, finalmente giunto.

Padroncina! Padroncina!” - sbraitavano – “Salvate il nostro principe” – proseguivano all’unisono.

Com’era fiero lo schiaccianoci nella sua postura. Restava sugli attenti come un tenace soldatino di piombo. Tuttavia, non poteva essere quel soldatino tanto famoso! Lo schiaccianoci aveva entrambe le gambe e nessuna baionetta tra le mani. Clara, tremante perché i topi erano in agguato, si portò vicino a lui, come una ballerina di carta desiderosa di danzare col suo amato soldatino. Quando sentì la dama così vicina da poterla sfiorare con le sue mani di legno, improvvisamente, lo schiaccianoci vivificò, iniziò a muoversi, a parlare, dimostrando a Clara d’essere vivo. Sullo schiaccianoci gravava, infatti, un’oscura maledizione, scagliata dalla regina dei topi. La sua triste storia fu presto rivelata: lo schiaccianoci, un tempo, era un ragazzino, tramutato in giocattolo dalla perfida megera dei ratti.

Con l’arrivo di Clara, la sola a confidare nel fantastico e a provare affetto per lo schiaccianoci, l’incantesimo cominciò a sciogliersi. Lo schiaccianoci, dunque, brandendo la sua spada, affrontò il re dei topi, accorso in testa al suo esercito di sozzi roditori per fermare la magia buona scaturita dalla fanciullina. Lo schiaccianoci prevalse sul malvagio despota, riassumendo sembianze umane. Porgendo la mano alla sua adorata, il principe la invitò ad accompagnarlo sin dentro quell’ammaliante illusione, precisamente nel regno della foresta innevata, laggiù dove la fata dei dolci li stava attendendo con impazienza. Colma di gioia, Clara acconsentì, incamminandosi verso la coltre bianca, oltre i confini della dimora oramai svanita. Laggiù, dove tuttora risuonano melodie celestiali, e ogni fiocco bianco disceso dal firmamento danza nell’etere, seguendo le arie di un valzer di neve, Clara e lo schiaccianoci si innamorano l’un l’altra. Decisero allora di concedersi un ballo. Lei lo abbracciò, cingendolo con le braccia; intrecciò poi il proprio sguardo con quello del principe e i due si persero nei rispettivi occhi pieni di sentimento. Lui, di colpo, la sollevò verso l’alto, dove la levità di un soffio subitaneo carezzò il viso arrossito di Clara.

L’amore, all’inizio, è una luce fioca, che vive di impulsi e brevità, che si accende e si spegne come l’illuminazione intermittente di un albero di Natale, e che poi, consolidatasi, diviene stabile, accesa, radiosa come un raggio sfavillante. L’amore nasce dall’incontro inaspettato, si genera da un lampo improvviso che precede il tuono rimbombante di un colpo di fulmine. L’amore è tenue, e germoglia nelle essenze eteree di due batuffoli di neve che vengono dondolati dal vento ma che non si allontanano, volteggiando e dando concretezza ad un passo di danza che si consuma tra i meandri di una boscaglia cosparsa di candore. L’amore è robusto come il legno più duro, eppur fragile, scalfibile e delicato come la pelle immacolata di una ragazza vera. Esso è una composizione musicale che cadenza l’incedere danzate di un principe e di una principessa; è tutto ciò che, nella dimensione onirica della notte di Natale, vivono insieme Clara ed il suo schiaccianoci.

L’indomani, al sorgere di un nuovo giorno, Clara si risvegliò nel suo letto, rimembrando quel sogno vivido ed indimenticato, ma del suo schiaccianoci non vi era più alcuna traccia. Alla porta bussò lo zio Drosselmeier, seguito dal nipote ritrovato, un giovane che indossava una giacca rossa.

Buongiorno, Clara” – disse lui, accennando un sorriso.

Buongiorno, mio schiaccianoci” – sussurrò lei.

Molte notti dopo, quel mondo ovattato tornò a materializzarsi nei sogni dei due protagonisti, oramai grandi e desiderosi di convolare a nozze. Ascenderanno al trono di re e regina del reame delle bambole.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"Babbo Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti secoli or sono, esisteva un uomo che era solito percorrere, in lungo e in largo, l’antica Grecia. Tespi, era questo il suo nome, vagava per l’Attica a bordo di un cocchio trainato da una coppia di cavalli. Il suo era un viaggio che compendiava innumerevoli tappe, tuttavia non prevedeva una meta finale. Tale viandante, raggiunta una città e radunata una folla di curiosi, ergeva sul suo carro un palco su cui esibirsi; Tespi diveniva un attore, e quel suo mezzo di trasporto, “simile” alla biga di un valoroso soldato, un teatro. “Calcando” quel suo esiguo palcoscenico, Tespi faceva germogliare la creatività teatrale, diffondeva la bellezza della scrittura, il fascino dell’interpretazione, la meraviglia dell’immaginato. Il carro di Tespi veicolava l’incanto della recitazione, effondeva lo stupore della tragedia, promanava l’intrinseca magia dell’arte, un qualcosa di prezioso da erogare alle persone che abitavano le terre elleniche. Quel carro non era un comune mezzo per spostarsi, quanto una “slitta” da cui venivano generate amenità da donare al prossimo.

Il carro di Tespi

 

Nella Grecia di un tempo, proprio negli anni in cui questo “nomade del teatro” svolgeva la sua attività, viveva, su nell’Olimpo, una divinità che, tutto il giorno, errava nel cielo. Apollo, dio del sole e di tutte le arti, guidava una quadriga, tirata da quattro cavalli bianchi che soffiavano lingue di fuoco dalle narici. In cima a quella quadriga giaceva, splendente, il sole. Il figlio di Zeus dirigeva il suo carro alato nel firmamento, sancendo la venuta dell’alba e la discesa del crepuscolo. Come narrava il culto di Elio, la dea Aurora si destava prima che il sole sorgesse, e al calar della sera, sua sorella Selene avvolgeva la volta celeste con un buio preponderante; Selene faceva poi brillare la tavola azzurra con l’intensità delle stelle accese. Apollo, in “sella” al suo cocchio, illuminava le giornate dei mortali, donando agli stessi il calore e la gioia di una luce divina. Anche il carro di Apollo potremmo oggi paragonarlo ad una sorta di “slitta” volante, la quale elargiva un regalo d’importanza vitale. “Offrire” ai bisognosi doni inaspettati da un carro sembra essere un’usanza che affonda le proprie radici nell’arcaico.

Il mito è un racconto fantastico che, a sua volta, trae le proprie origini dalla leggenda; da quest’ultima si genera la tradizione e dalla tradizione fioriscono le memorie e le usanze di un popolo. Babbo Natale, il simbolo delle festività di fine anno, è un “elemento” del credo natalizio, ma è altresì una figura mitica, la personificazione di una leggenda. Babbo Natale è nato dal remoto, la sua storia ha assunto i caratteri del mito, la sua immagine è divenuta una “fede” popolare, il suo “culto” una tradizione. In lui, pertanto, confluiscono le tre componenti del racconto più arcano: epopea, narrazione antica e classicità folkloristica. Tutte le versioni della storia concordano nell’attribuire la vera “identità” di Babbo Natale a San Nicola, vescovo di Myra. Un’importante caratteristica religiosa è dunque riscontrabile nella genesi del personaggio. A tale peculiarità si abbina il suo potere soprannaturale, per certi versi divino. San Nicola, come le storie riportano, era capace di compiere miracoli, e proteggeva i poveri, gli indifesi, i disperati e i defraudati.

San Nicola, sovente, faceva doni ai bisognosi e agli infanti.  Tra i numerosi prodigi che compì in vita, si riporta l’avvenuta resurrezione di alcuni bambini assassinati. Da quel giorno, fu considerato il protettore dei bimbi. Con il passare dei secoli, l’iconografia del santo mutò ed incontrò i favori del folklore. Per tutti, San Nicola era il più caro amico dei bambini, aveva una barba candida come coltre innevata, una faccia paffuta e una giacca scarlatta. Le sue amiche erano le renne, animali “stregati” dalla sua dolcezza e “magici”, poiché riuscivano a sollevarsi da terra e a librare in aria così da trainare il “carro alato”. L’appellativo con cui San Nicola è oggi universalmente conosciuto ha un significato profondo. Babbo Natale è un papà per tutti i piccoli che confidano in lui. Compito, infatti, della figura del padre del Natale è quello di educare i bambini ad essere buoni durante tutto l’anno.

Babbo Natale vive al Polo Nord, insieme agli elfi, i suoi fedeli aiutanti che lo supportano nel fabbricare i giocattoli. Egli è un lettore zelante, ma non di libri e neppure di testi teatrali tanto cari a Tespi; Babbo Natale legge le lettere che i giovani gli inviano, le confessioni, colme di speranze, dei fanciulli. Babbo Natale non trasporta il sole con sé, agisce solamente con l’ausilio delle tenebre. La sera del 24 dicembre, quando l’unica luce ad illuminare la via è quella emanata della luna opalina che scintilla, tonda, nel cielo come una moneta argentea, Babbo Natale si materializza, interrompe il fluire dei barrocci del tempo, e attraversa, in una sola notte, il mondo intero per portare gioia a tutti i pargoletti. Babbo Natale semina felicità, speranza, letizia e una fatata beatitudine. Gli incantevoli doni elargiti dalla sua slitta ricordano, per valore, l’arte che poteva essere ricevuta nei pressi del carro di Tespi e la gloria dell’astro luminoso della quadriga di Apollo.

Seppur non esista, la sua sagoma panciuta, le sue guance rosate, il suo volto contornato da una barba bianca, soffice al sol tocco come se fosse fatta da batuffoli di neve, e i suoi capelli argentati simbolizzano il periodo più lieto e l’essenza stessa della stagione natalizia. Babbo Natale non esiste, è una menzogna, un’illusione, eppure egli perdura nelle decorazioni che abbelliscono le nostre case, nelle consuetudini festive, nelle costumanze del periodo. Babbo Natale non è reale, cionondimeno è presente, non è vero, tuttavia figurato nella nostra mente, non ha forma, ciononostante il suo aspetto è evocato dal nostro credo. Egli esiste nonostante non viva davvero, è visibile sebbene permanga nell’invisibilità. Babbo Natale staziona nel cuore dei piccini, non è che un sogno, una speranza, un’ebrezza ineffabile, un sentimento puro e un’emozione sincera. Crescendo, i bambini smettono di credere in lui perché comprendono che non c’è alcun vecchietto in grado di volteggiare nel cielo sconfinato. Eppure, Babbo Natale esiste realmente, ma in tutt’altre fattezze.

Babbo Natale può essere accostato ad una “maschera” indossata da persone sempre differenti. Nel lungometraggio della Walt Disney “Santa Clause”, Babbo Natale è un’idea, un concetto, una figurazione che passa di generazione in generazione. Quando Scott Calvin, la notte della vigilia, incontra l’anziano dal dolce sorriso che si accinge a scendere lungo il camino, non crede ai suoi occhi. Sbraita, per paura che sia un ladro, verso quel tipo bislacco vestito di rosso e questi cade inaspettatamente giù dal tetto e…Muore. Di lui non resta che il vestito, il suo corpo svanisce come se fosse stato una visione, una percezione, un’immaginazione. Scott Calvin subentra al suo predecessore, divenendo il nuovo Babbo Natale. E’ questa la particolarità di tale classico del cinema natalizio: l’aver rappresentato Babbo Natale come una maschera del teatro antico, un simbolo da indossare da attore in attore. Scott, dopo aver accidentalmente fatto scomparire il papà del Natale, è legato contrattualmente ad una clausola, un termine, quest’ultimo, che richiama proprio il nome di Santa Claus. Come mostrato nella suddetta pellicola, Babbo Natale è una “effige”, una figurazione, un “sigillo” che passerà di persona in persona così da durare per sempre. Il suo vestiario, che irradia il cielo come una cometa cremisi, alla stregua di quello di un supereroe, è una allegoria del bene.

Babbo Natale può considerarsi un pensiero affettuoso, nonché un’ispirazione incoraggiante. Egli alberga proprio laggiù, nella sfera intima del pensiero e del sentimento di ognuno di noi, precisamente tra l’intenzione e l’attuazione, tra la volontà e la messa in pratica. In un pensiero buono, riservato ad una persona amata, vive infatti Babbo Natale. In un gesto, in una carezza, in un abbraccio, nel compimento di un’azione altruistica trova ristoro, per l’appunto, San Nicola. Babbo Natale alloggia nella sfera affettiva, e diviene concreto nell’adempimento della bontà e della generosità. Egli è, conseguentemente, un fervore, un’influenza positiva dell’animo umano. La realtà è la seguente: Babbo Natale rappresenta il buono che c’è in ognuno di noi e che, agli ultimi scampoli dell’anno solare e al principio di un nuovo corso, trova il modo per palesarsi nell’agire prodigo di una persona.

E’ questa la spiegazione razionale circa l’esistenza di questo curioso essere. Cionondimeno, parlare di lui significa accantonare la ragionevolezza per viaggiare, a vele spiegate, con la fantasia. Babbo Natale fugge da una spiegazione sensata. Egli, come già detto, è tanto mito che leggenda, e custodisce tra le sue mani la gloria dei miracoli e la magia inspiegabile di un evento portentoso. Se la Befana ha i tratti somatici di una strega buona o, forse, di una fata travestita da vecchia dal misero aspetto, Babbo Natale può essere considerato uno stregone. Nelle mie fantasie, sovente, immagino che egli arrivò sulla Terra centinaia e centinaia di anni fa. Già allora portava la barba bianca, indossava i suoi abiti punicei, e vegliava sugli uomini col fare di un guardiano. Era il “sesto” stregone, colui che si smarrì nelle ere del mondo e che nessuno degli altri cinque nominò mai.

Che Babbo Natale sia un saggio Istari? Vale a dire un Maiar, nato dall’inchiostro immaginifico di J.R.R.Tolkien, rimasto a vigilare sulle epoche degli uomini? In questo caso, dal suo bastone scaturirebbero poteri di natura protettiva nei confronti dei bambini. Come gli Istari, egli indossa un abito con un colore caratterizzante, ha una fitta peluria che gli nasconde una parte delle sue espressioni facciali, ed è dotato di longevità e poteri magici. La letteratura fantasy di Tolkien racconta la storia di uno stregone grigio, di uno stregone bianco, caduto preda dell’oscurità, di uno stregone bruno e di due stregoni blu, dei quali, però, si persero le tracce.

Là, dove l’occhio umano non può scorgere, nel freddo e tra la neve, vive il sesto mago: uno stregone rosso. E’ ciò che, con un bel pizzico d’ironia, la mia immaginazione vuol suggerirmi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Inchiostro e calamaio - Il dissolversi della Befana" cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

"Il miracolo della 34ª strada" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’accusa, imperterrita, esortava il giudice Harper a sancire la condanna. “E’ la vigilia di Natale, tutti noi vogliamo fare ritorno alle nostre case…” affermava con impazienza l’avvocato. Nessuna prova a sostegno della difesa era pervenuta tra le mani dei legali di Kris Kringle, l’imputato chiamato a processo. Tuttavia, Kringle appariva pur sempre sereno. I suoi occhi fissavano la corte con immutata fiducia.  Quel simpatico vecchietto con quella folta barba bianca che gli copriva parte del viso, non smetteva mai di sorridere a chiunque incrociasse il suo sguardo.  Forse perché egli sapeva che un’espressione solare e bonaria fosse in grado di rassicurare il cuore di un interlocutore ancor prima di una parola pronunciata. Poco prima che il giudice ponesse fine alle “ostilità” in tribunale e pronunciasse la propria condanna, accompagnata dal canonico colpo di martelletto, l’avvocato difensore dell’anziano Kringle rientrò in aula con in mano le tante agognate “prove”. “Vostro onore, posso ora dimostrarle che Kiss Kringle è…il vero Babbo Natale”. Avete letto con attenzione? L’udienza che si stava perpetrando era volta ad emettere una sentenza piuttosto particolare: se il signor Kris Kringle fosse realmente Babbo Natale? Ma come può un uomo essere Babbo Natale? Tutti noi siamo consapevoli della sua inesistenza. Il signor Kringle doveva essere un “pazzo” se affermava con tale convincimento d’essere il papà del Natale. Ma prima di scoprire il fato cui andrà incontro il signor Kringle, facciamo un passo indietro, per riscoprire una storia incastonata tra l’immaginazione e la realtà, tra il vero e la finzione, tra il genio e la follia

  • La verità così è…

Kris Kringle, quell’arzillo vecchietto che si aggira per le strade di New York, è Babbo Natale. E’ la verità, perlomeno quella che l’opera vuol suggerirci. Del resto dovremmo tutti noi essere coscienti che non esiste l’assoluta verità, e che l’idea d’essere depositari di una sola verità non è che un’illusione costruita dall’uomo. Come nella vita così in un copione teatrale o cinematografico, la verità esiste secondo certi punti di vista che sfuggono dalla coercizione di una visione univoca.  Dunque, perché il personaggio di Kringle dovrebbe mentire se crede d’essere Babbo Natale? State vedendo un film natalizio, e colui che ricorda nell’aspetto, nei modi di porsi e nell’atteggiamento Babbo Natale, deve essere Babbo Natale. Riponiamo questa fiducia nel personaggio quasi come fosse una sottintesa ovvietà. Così è…se vi pare. La verità, alle volte, non è poi così chiara né dev’essere necessariamente a senso unico. Perché Kringle dovrebbe essere Babbo Natale? Non è arrivato dal cielo in sella alla sua slitta trainata da Impeto, Furia, Saltarello, Brontolo, Cometa, Cupido, Freccia, Fulmine, le sue amate renne. Non indossa il suo classico costume rosso scarlatto, anzi i suoi indumenti sono quelli di un distinto signore che passeggia in un giorno di fine dicembre “calzando” un elegante cappotto. Egli pare, a tutti gli effetti, un uomo qualunque. Nessun alone di impalpabile magia aleggia attorno alla sua figura né incantesimo alcuno viene pronunciato dalla sua bocca e filtrato dalle sue mani. E’ Babbo Natale solo perché dice di esserlo; ma perché dovremmo credergli? Proprio su questo interrogativo vorrei porre l’attenzione. Se un uomo qualunque venisse da noi e ci confessasse d’essere il signore della Notte di Natale non gli crederemmo di certo. Le nostre convinzioni sarebbero irremovibili: Babbo Natale non esiste. Dunque, perché sin dai primi minuti tutti noi spettatori siamo così pienamente convinti che Kriss Kringle dica il vero? Perché è un film! E la sospensione dell’incredulità ci invoglia a porre in lui la nostra fede. E’ proprio sul concetto di fede che il lungometraggio del 1947 “Il miracolo sulla 34ª strada” espleta la propria indagine.

Avere fede significa voler credere strenuamente in ciò che non si può né vedere né toccare, poiché la tangibilità può sostituire la fede con la certezza, e diventare pertanto evidenza. Persino in una narrazione filmica il pubblico può essere stimolato nello sperimentare una prova di fede. Il personaggio di Kris Kringle sembra sbucato fuori dal nulla, fuoriuscito dall’ignoto, emerso da una breccia in grado di demarcare il confine terreno tra l’incontenibile fantasticheria e la ragionevolezza più calcolatrice. Egli afferma d’essere nato e vissuto al Polo Nord, eppure gli unici suoi trascorsi registrati e documentati riportano che ha vissuto negli ultimi mesi presso una clinica per anziani rimasti soli e affetti da turbe mentali.

  • Fantastica follia

Che Kringle sia, in verità, un folle? Ma a tal proposito cos’è propriamente la “follia”? Si può compendiare l’affabulante personalità di un uomo, il suo estro sognante e la sua fantasia contagiosa e debellarla come mera deturpazione mentale? Kris Kringle interpreta il mondo con gli occhi di chi crede che dietro ogni cosa si celi un pizzico di magia. E così facendo, la realtà che si materializza sotto i nostri occhi viene vista e riletta secondo una prospettiva irreale, e per questo tendente alla fantasia più sferzante. Kringle è un folle o l’esatto contrario, vale a dire un “genio”?  Guardare il mondo esterno con gli occhi di chi sogna significa trasformare tutto ciò che ci circonda nella nostra personale tela pittorica sulla quale poter imprimere pennellate di colori. Volgendo gli occhi al cielo, vediamo la volta celeste solitamente tinta di un azzurro chiaro, con qualche nuvola di bianca consistenza simile alla candida seta. Non sarebbe del medesimo avviso Vincent Van Gogh, che osservava il cielo buio della notte e ne scrutava i dettagli che fuggivano dalla vista superficiale dei più. Nessuno indugiava ad ammirare i gorghi vorticosi che si stagliavano nel cielo, nessuno contemplava le luminescenze di quella notte stellata che lui, nei giorni seguenti, dipinse con trasporto. Perché il cielo di Van Gogh è soltanto un’interpretazione soggettiva? Perché non può essere una visione condivisa da chi sente che quella tela rispecchi anche il proprio sguardo sul mondo e su quel tetto azzurro che permane immobile sopra il nostro capo? E’ dunque una realtà distorta quella rivista dai pittori, dai poeti, e dai sognatori? E’ semplicemente un modo di abbracciare la vita, che antepone alla più fredda ragionevolezza un animo fantastico. Kringle, con la sua geniale follia, incarna dunque il credo nell’inaspettato.

"Notte stellata" di Vincent Van Gogh

 

E’ forse un folle Kris Kringle nel voler ammirare il mondo con una tale vivezza e con una gioia cromatica in grado d’esaltare i colori della positività dell’animo umano. Del resto, in un tempo in cui nel periodo di Natale il messaggio della festività è stato totalmente stravolto per venire piegato al bieco guadagno economico, è “folle” il comportamento di questo Babbo Natale, uomo nella norma che crede d’essere speciale. La storia gioca così con la fiducia del pubblico, il quale viene messo alla prova. Gli spettatori avranno fede? Crederanno nell’esistenza di Babbo Natale? Kringle resta costantemente un uomo comune, all’apparenza. Nessun evento straordinario sembra essere generato dal suo volere. Ma non è mediante la manifestazione della magia, nell’esternazione compiuta e vedibile che va ricercata la fede, del resto, in tal caso, non si tratterebbe più di fede. Sebbene Kringle non compia prodigi con le proprie arti magiche, egli comincia a mutare il mondo che lo circonda e lo fa mantenendo prettamente un atteggiamento normale. Quando viene assunto per indossare i panni di un “finto” Babbo Natale ai grandi magazzini Macy's di New York, Kris suggerisce ai genitori che incontra di comperare i regali nei negozi che offrono l’offerta migliore. Un agire il suo che lascia sgomenti tutti i suoi superiori e che stupisce gli acquirenti, colpiti dall’onestà di quello che credono un semplice dipendente. Supponendo che sia una mossa pubblicitaria, tutte le altre catene di negozi si regolano di conseguenza, suggerendo ai loro acquirenti di acquistare i doni dove potranno risparmiare. La corsa al guadagno viene disfatta dalla “magia” di questo Babbo Natale, il quale, agendo nella sfera del normale, compie un qualcosa di eccezionale.

E proprio ai grandi negozi Macy’s, Kris conosce Doris Walker, interpretata dalla meravigliosa Maureen O’Hara, una madre che ha cresciuto la figlia Susan non facendola mai credere nel fantastico, non raccontandole mai alcuna fiaba né favola di qualsiasi genere. Doris non vuole che la piccola si illuda, che la sua mente si perda tra lande infinite di immaginazione, poiché lei stessa rimase ferita da un sogno, quando un uomo si finse solamente un principe azzurro prima di abbandonarla per sempre.

  • Amara verità, dolce bugia

Cos’è vero, cosa non lo è, e come capirlo? Ed è dunque ad un processo che si può stabilire cosa sia vero e cosa no. Una corte, un giudice, una giuria, un accusatore e un difensore sono lì ad assistere e a dibattere sulla veridicità di un tema inusuale e assurdo: se Kris Kringle sia realmente Babbo Natale. L’amara verità indurrebbe tutti i presenti a pronunciare un verdetto contrario, che svilisca ogni forma di speranza nell’esistenza di una creatura magica; la dolce bugia, invece, spingerebbe i diretti interessati a proclamare un responso che scagionerebbe Kris. Ma come si può ammettere che egli sia davvero Babbo Natale? Ecco che l’avvocato difensore, Fred Gailey, uomo innamorato di Doris e da sempre amante della fantasia tersa e intellegibile, irrompe nuovamente sulla scena con in mano le prove. Sono solo tre lettere scritte da tre bambini e indirizzate a Kris, a Babbo Natale. A seguito di queste tre lettere, migliaia e migliaia giungono in tribunale, portate da postini provenienti da tutto il mondo. Ecco che la verità non è più ciò che così è se pare ai più, ma diventa un qualcosa che così è…se viene creduta dai più. I bambini, i veri depositari della verità incontaminata, credono in quell’uomo, credono che lui sia il vero Babbo Natale e lo fanno senza il bisogno d’avere alcuna prova. Se Kris rassicurava gli spiriti dei suoi cari semplicemente con lo sguardo, questa volta, veniva salvato dal potere della parola scritta, quella impressa su carta dai piccini che credono in lui. La fede dei bambini intenerisce la giuria e il giudice scagiona Kris. L’amara verità si mescola alla dolce bugia creando un sapore agrodolce, dove la bubbola e l’autenticità si amalgamano senza più differenze. Doris torna a credere nella magia, e con lei la piccola Susan, la quale ottiene sul finale il regalo che tanto aveva desiderato: una casa nuova dove poter vivere con la mamma e il suo nuovo papà, Fred. Era il dono che Susan aveva confessato a Kris di volere, il quale, senza magia alcuna, era riuscito a donarle.

Quello di poter vivere la vita attraverso l’immaginazione più dominante è il proposito che quanti più di noi dovrebbero prefissarsi allo scoccare di un nuovo anno. L’immaginazione non consiste soltanto nel vedere cose che nella realtà non esistono. La fantasia è un paese dalla natura del tutto particolare. Un mondo avulso dalla realtà circostante, nel quale possiamo lanciare palle di neve in spiaggia nel mese di agosto, in cui siamo padroni di una nave e facciamo rotta ogni giorno per i mari della Cina, dove possiamo diventare la Statua della Liberta all’indomani di un nuovo giorno, pronti ad ammirare il sorgere del sole da un’altezza titanica, e nello stesso pomeriggio poter volare verso il sud con uno stormo di anatre. E’ quanto mai possibile varcare quel mondo ed è così meravigliosamente semplice poterlo fare.

Ci vuole solo un po’ di pratica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: