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Il Superman di Christopher Reeve disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tra le pagine di un fumetto i supereroi videro la luce e conobbero la vivezza cromatica di una vita immaginaria. E soltanto sfogliando quelle pagine i lettori potevano venire a contatto con l’eroe, scoprirne i segreti, apprezzare i valori d’altruismo, generosi di uno spirito forte e magnanimo, nato per imporsi sui maligni e poggiare il proprio mantello come scudo protettivo, impenetrabile verso gli indifesi e ai meritevoli. Oggi l’avventura supereroica è un’usanza abituale, un appuntamento consueto che trova nel cinema, ancor più che nei fumetti, terreno fertile per attecchire e fortificare l’amore dei fan. Questi ultimi anni sono quelli in cui il cinema supereroico è riuscito a ritagliarsi una porzione di spazio nelle scelte dei grandi produttori hollywoodiani. Ciò che oggi è una prassi consolidata, nota con un nome appositamente scelto come “Cinecomics”, un tempo non era una produzione così scontata. Trasporre un supereroe al cinema agli albori del genere era di certo un’impresa ben più complessa. Un’impresa, per l’appunto, cui solo un eroe poteva trarne successo. Un compito che doveva spettare al precursore, al più luminoso simbolo di speranza: Superman, l’antesignano eroe della storia dei fumetti, prossimo a divenire il primo supereroe ad apparire sul grande schermo.

In principio, al culmine di questo grande viaggio, Superman pativa una forma di cecità assoluta. Lui, il più potente tra gli eroi, colui che poteva scrutare ciò che appariva celato alla semplice vista umana, era cieco e impossibilitato a vedere quello che l’orizzonte gli riservava. Non conosceva casi precedenti al suo, Superman doveva avanzare verso il percorso dell’approdo alla settima arte senza poter contare su esempi già in precedenza verificatesi. Sulla sua figura avvolta da un rosso mantello gravava il peso d’inaugurare un genere. Quali spalle, se non quelle dell’uomo d’acciaio, potevano reggere tale arduo battesimo? Così, Superman recuperò la sua vista prodigiosa e, sebbene non  riuscisse a scrutare ciò che il futuro gli stava riservando, avanzò con coraggio per sbarrare la strada ai suoi successori. Un po’ come accadde nel mondo del fumetto, quando sulla copertina di un albo sollevò in aria un’auto con a bordo una banda di malfattori. Con l’ardore di chi è animato dalla fiamma della giustizia, Superman varcò i limiti del grande schermo e da opera cartacea divenne arte filmica.

Ad indicare la via all’ultimo figlio di Krypton ci fu Richard Donner, il regista del film, che immortalò su camera la forza e il volo del supereroe per antonomasia. “Superman” del 1978 fu il padre dei film sui supereroi, il capostipite di un nuovo modo di narrare il cinema fantastico. In “Superman” sono riscontrabili, per la prima volta, quei classici espedienti che verranno adoperati in tutte le successive trasposizioni di genere. E’ ben apprezzabile in “Superman” un’esemplare linearità, un’organizzazione strutturata in celle divise in altrettante parti che compongono la narrazione. Dalla fanciullezza alla giovinezza dell’eroe passiamo alla sua maturità, giungendo alla sua ascesa come supereroe, proseguendo verso il suo incontro con la donna amata e al suo scontro con l’acerrimo rivale. Tutti metodi perpetrati in scena per la prima volta e con tale maestria da venire presi come esempio da seguire. “Superman” fu altresì il principale kolossal supereroico a fregiarsi di un cast stellare, consuetudine tipica delle lavorazioni contemporanee: a impersonare il padre biologico di Kal-El fu, infatti, Marlon Brando e a vestire i panni del genio criminale di Lex Luthor fu invece Gene Hackman. Inoltre, per la parte del padre adottivo del giovane Clark, venne scelto Glenn Ford. Tuttavia, non venne mantenuta la medesima metodologia di scelta per scritturare l’attore per il ruolo più importante: quello di Superman. Donner voleva, per l’appunto, un interprete sconosciuto, in modo che il pubblico, osservando l’agire dell’attore, non lo rammentasse e lo paragonasse in nessun altro ruolo. A dar vita al supereroe, fu Christopher Reeve, che a seguito della sua immensa prova e dell’incredibile somiglianza in merito ai connotati fisici e alle sfumature caratteriali del ruolo conosciuto, venne considerato all’unanimità più che un interprete di Superman, il vero Superman. Per tale ragione, Donner era solito affermare “Christopher Reeve non interpretava Superman, era Superman”.

“Superman” narra la storia dell’ultima testimonianza vivente di una stirpe aliena. Sul pianeta Krypton, lo scienziato Jor-El tiene un disperato colloquio con le autorità di spicco del pianeta, informandoli che secondo i suoi studi, il pianeta è destinato all’autodistruzione. Jor-El esorta i governati ad abbandonare il pianeta ma gli altri scienziati obiettano che Krypton sta solamente cambiando la propria orbita. Il parere allarmista di Jor-El viene pertanto accantonato. Il grande scienziato, però, sa che ciò che afferma è vero e sebbene sia condannato a restare sul pianeta decide con la propria consorte Lara, di salvare il loro unico figlio appena nato, Kal-El.  Il giorno previsto da Jor-El giunge come un’infausta apocalisse e in quella notte drammatica, il suolo comincia a franare sotto i piedi dei Kryptoniani. Poco prima che il culmine del disastro possa risucchiare la casata degli El, Jor-El e Lara depongono il loro bambino a bordo di una piccola astronave, indirizzando il suo corso, mediante il pilota automatico, verso la Terra. L’astronave parte per la rotta stabilita quando il pianeta implode.

Ciò che è assolutamente toccante nella sequenza introduttiva di “Superman” è il legame perpetrato a parole e perdurato sebbene il distacco dello spazio profondo separi il figlio vivo dai genitori scomparsi. Poco prima di lasciarlo andare, il padre si commiata dal figlio declamando un toccante elogio amorevole nei confronti della propria prole. Secondo il parere di Jor-El, il padre diverrà figlio e il figlio diverrà padre, come se l’ultimo pensiero dello scienziato fosse destinato alla grandezza che compirà sulla Terrà il proprio figlio, una volta raggiunta l’età adulta, quella di un futuro padre. La meraviglia dell’affetto paterno trova la propria sublimazione durante il lungo viaggio che Kal-El compie addormentato e cullato all’interno dell’astronave. La voce del padre, replicata mediante una registrazione infinita, espone quelle che saranno le glorie del piccolo infante, vale a dire tutti i poteri che Superman, in quanto Kryptoniano, erediterà una volta raggiunta la Terra. A questo va aggiunto un lungo excursus storico narrato dalla voce paterna sulla storia del pianeta d’origine di Superman e di ciò che fu la sua provenienza. E’ come se il papà volesse accompagnarlo in ogni suo attimo, durante un viaggio lungo anni e anni in cui, il piccolo, comincia anche a crescere sonnecchiando. Il padre “aggira” l’ostacolo della morte, restando vicino al figlio durante la sua traversata verso la salvezza. Una volta raggiunta la Terra, il piccino viene scoperto dai coniugi Kent, da sempre desiderosi di avere un bambino. Appena arrivato sul pianeta, come previsto dal padre biologico, il piccolo, a cui i nuovi genitori daranno il nome di Clark, mostra le sue abilità superumane. In quanto ultimo discendente di Krypton, Clark è dotato delle medesime qualità straordinarie e, una volta venuto a contatto con il sole della Terra, egli acquisisce i suoi poteri, che imparerà a padroneggiare con maestria. Egli è più veloce di un treno in corsa, è dotato di una forza sovrumana, un udito sviluppato all’inverosimile, può vedere attraverso gli oggetti, rilasciare un raggio termico dai suoi occhi, soffiare onde gelide e compiere salti prodigiosi. Clark è inoltre invulnerabile e apparentemente immortale, incapace di ferirsi, di ammalarsi e di provare dolore fisico: Superman è una sorta di dio sceso tra gli uomini.

A seguito della morte dell’adorato padre adottivo, Clark, tormentato dagli enigmi irrisolti circa la sua esistenza, scopre un cristallo verde e luminoso che lo guida fino all’Antartide. Una volta lanciato il cristallo sulla calotta, esso fa sorgere la fortezza della solitudine, una costruzione cristallina che replica la struttura architettonica del pianeta Krypton. Al suo interno, Clark rinviene dei cristalli in cui sono conservati i dati storici e culturali relativi al suo pianeta e, di conseguenza, alla sua origine.

Clark scopre così la sua vera discendenza e avrà modo di parlare con l’ologramma del padre Jor-El, il quale lo istruirà su ciò che dovrà essere. Quando compirà il proprio percorso formativo, Clark indosserà il costume della propria casata, con il simbolo di una grande “S” stampata sul petto, idioma Kryptoniano della speranza. Clark conclude la propria ascesa imparando l’ultimo e più prodigioso dei suoi poteri: la facoltà di poter volare.

Clark è pronto a divenire un paladino e a stabilirsi nella città di Metropolis, dopo essere diventato un giornalista al servizio dell’informazione presso il Daily Planet.

“Superman” è un’opera ordinata e scorrevole che ha saputo combinare sapientemente l’azione con l’ironia, l’avventura con l’emozione, la filosofia del personaggio con la sua verve più votata all’eroismo. In “Superman” si analizza per la prima volta la duplice identità uomo-eroe. Questa analisi meticolosa viene adempiuta per mezzo di una realistica interpretazione da parte del compianto Christopher Reeve che fece dell’uomo d’acciaio un ritratto naturale e umano, tanto schietto da avere la parvenza d’esser vero.

Nella sua prima apparizione pubblica, Superman vola con le braccia spianate e rivolte verso l’alto. Una salita scenica dalla terra al cielo, compiuta per raccogliere tra le sue braccia il corpo dell’amata Lois Lane, vittima di un incidente in elicottero che le stava costando la vita. Superman la regge per poi proseguire il suo volo con flemmatica assuefazione a ciò che ha dell’incredibile. Con tale calma Superman allunga il suo braccio e afferra, in caduta vertiginosa, l’elicottero, fermandolo come fosse piuma al vento accolta tra le dita. In una tale naturalezza è riscontrabile la grandiosità del Superman di Christopher Reeve. Egli compie l’impossibile con la semplicità di chi riesce a dimostrare che tutto ciò sembra davvero possibile. Superman personifica il miracolo, e lo materializza dal vivo come fosse un’ovvietà.

Superman si innamora della reporter Lois Lane la quale ricambia le sue attenzioni. L’amore che si sviluppa tra il supereroe e la giovane donna è un sentimento che assume un valore ancestrale nella sequenza in cui Superman invita Lois a volare con lui.  Quando Clark invoglia Lois a volteggiare su di una Metropolis addormentata, reggendola con le sue braccia, la donna corteggiata non comprende la vera identità dell’uomo che la sospinge nell’atto di librare. Nella rinomata sequenza in cui l’eroe dalla grande S “cristallizzata” su uno sfondo azzurro come il cielo, la meraviglia vissuta in quegli intensi momenti, in cui i due volavano a pochi metri dalla superficie del mare per poi giungere su in alto e disperdersi tra nuvole d’effimera consistenza, veniva espressa dalle riflessioni intime della donna. Pensieri divenuti parole inespresse vocalmente.

Superman dona alla donna amata la possibilità di sentire sulla propria pelle il tocco del vento, di contemplare la propria immagine riflessa nello specchio d’acqua nel mentre resta sospesa nel vuoto, con le braccia distese poi su di un letto di nuvole aggrappate alla corrispondenza delle mani dell’eroe. Superman condivide con lei il suo potere più bello e lo fa per far sì che ella capisca cosa si possa sentire ad essere come lui: è l’avvicendamento tra due essenze vitali, riscontrabili nella presa di una mano e nel volo di un corpo. E’ l’essenza vitale della fantasia che permette di spiccare il volo e l’evento della realtà, oramai modificata dall’arrivo di Superman.

Ella ammira il grande Superman ma interagisce con riservatezza con Clark Kent. Un paradosso ben più profondo della semplicistica visione che vede Lois amare l’eroe misterioso e non l’uomo che le sta accanto. Reeve colse ogni sfaccettatura del personaggio, incarnando a dovere la controparte del supereroe, ovvero Clark Kent, mansueto e goffo giornalista che corteggia Lois Lane, innamorata però solamente di Superman e incapace di notare ciò che Clark cela sotto i suoi ingombranti occhiali.

Nel suo travestimento da umano, Superman espone pubblicamente il suo grande senso critico alla razza umana. Non me ne voglia Quentin Tarantino, ma per quanto affascinante la sua teoria sulla filosofia di Superman, espletata nel monologo finale di “Kill Bill Vol 2”, non posso condividerla totalmente. E’ vero che Superman è un eroe unico, poiché nato con le sue speciali capacità. Credo però che la sua controparte Clark Kent, con quel suo studiato camuffamento, più che rappresentare gli uomini codardi, inetti e incapaci di credere in se stessi, si faccia in verità beffa di chi gli sta accanto. Egli esprime in quel travestimento un’altra critica alla razza umana: la caratteristica deplorevole delle persone di essere superficiali. Superman sa che non lo riconosceranno, seppur usufruisca di un travestimento di poco conto, perché è nella natura umana ignorare il più debole, colui che appare “indifeso”. Clark non sembra, agli occhi di chi lo osserva quotidianamente, meritevole d’essere apprezzato, o ancor di più, conosciuto. Superman con Clark Kent assume le sembianze dell’uomo dimesso, schiacciato dai prepotenti, e sono proprio gli indifesi le persone che Superman difende col suo volere. Nella sua metamorfosi per mischiarsi agli uomini Superman diviene quel tipo di persona bisognosa del suo stesso aiuto. Inoltre, Superman sa che le persone badano soltanto alle apparenze e per tale ragione si beffa della loro arguzia: nessuno scruta a sufficienza il volto di Clark, nessuno apprezza quei suoi modi pacati, indagando la personalità del giornalista per vagliare se davvero nasconda ben più di quanto lasci intravedere. Nessuno dà peso a chi non si pone al centro della scena. Clark Kent, nel proprio isolamento, denuncia la superficialità dell’uomo generalista, incapace di avvicinare il prossimo, l’essere umano ipocrita, che predica uguaglianza e poi svilisce chi si dimostra educato e rispettoso. Nella propria contrapposizione, Superman si erge sugli uomini, ma al contempo si china per mimetizzarsi tra essi, cosciente dell’indifferenza che alberga nell’animo dei terrestri. Una delusione che avverte anche negli occhi della sua amata, fin quando ella non scoprirà con stupore, che Superman e Clark non sono altro che la stessa persona.

Nel film sull’eroe dalla grande “S”, sono raccontate e mostrate le imprese portentose di Superman: sequenze entrate nell’immaginario collettivo per chi ha amato il lungometraggio sul primo eroe DC Comics. Superman emana gloria e orgogliosa potenza durante il suo volo per deviare alcuni missili nucleari comandati dal malvagio Lex Luthor, come anche nel mentre ripara un binario ferroviario sostituendosi ad esso quando un treno procede sulle rotaie e “cammina” su di lui restandone indenne, e altresì quando scava, fino a calarsi nel sottosuolo terrestre per sollevare, con la sua forza pressoché illimitata, l’infuocata crosta di San Andreas. Scene realizzate con un uso sorprendente degli effetti speciali, che valsero il premio Oscar. Superman compie queste gesta trasmettendo l’unicità del suo essere ma dando sempre l’idea di mantenere un atteggiamento umano. Il Superman di Reeve è un dio fatto uomo. Non fa sfoggio dei suoi poteri, li mette al servizio del bene universale, e lo fa con grazia, con quell’aura spontanea di un protettore. Il Superman di Reeve è il Superman della Golden Age, ma seppur dotato di una possanza impareggiabile, egli si pone a un livello pari all’uomo. La semplicità con cui Superman attua le sue meraviglie fa intravedere come sotto l’invulnerabile alieno si nasconda lo spirito di un’umanità benevola. E’ questa la grandezza di Christopher Reeve, l’essere stato un dio con l’aspetto e il temperamento di un mortale, aver dato l’illusione che una persona simile a noi in tutto e per tutto potesse soverchiare qualunque legge fisica, aver inscenato la menzogna più arguta: farci credere che un uomo possa volare.

E lo ha fatto con disinvoltura, e genuinità. Un Superman fatto di purezza ottimistica. E’ questo ciò che rende Reeve il vero Superman, l’essere riuscito a cogliere l’essenza del personaggio: l’onnipotenza genuflessa volutamente al servizio di un ideale. Un ideale agognato e raggiunto per mezzo di un comportamento autentico. Vi sono però due momenti nel film in cui l’invulnerabile Superman subisce l’arrendevolezza del fato umano, ed egli stesso carpisce la propria somiglianza con la razza umana. Sono gli attimi in cui avverte il dolore luttuoso della perdita di Lois, e gli istanti in cui si imbatterà nella Kryptonite, mortale residuato minerale del suo pianeta d’origine. Nel secondo caso, Superman sperimenta per la prima volta un lancinante dolore fisico: va sottolineato che nel film del 1978, fino a quel momento, Superman credeva d’essere immortale. Vivere una vita senza la consapevolezza di ciò che possa arrecare del male è una particolarità che l’uomo non può in alcun modo conoscere: Superman, invece, comprenderà che anche lui potrà essere soggetto alla morte, come ogni altro uomo. Un dolore fisico destinato ad accomunarsi al dolore del cuore quando assisterà alla dipartita della sua amata. Un’agonia così straziante da necessitare l’ultimo prodigio del figlio di Krypton: il viaggio a ritroso nel tempo per sventare la catastrofe.

“Superman” perpetua con elementarità didascalica un’analisi all’animo umano di un uomo incarnatosi nel corpo e nello spirito di un dio. Un uomo che possiede la capacità di volare, e lo farà anche al termine della pellicola, quando, al sorgere del sole, Superman volerà verso la volta celeste a ricevere il caldo abbraccio di quei raggi.

E proseguirà il suo volo tra le disseminate stelle, sorridendo verso la camera: l’ultima espressione candida e solenne di una schiettezza umana.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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