Vai al contenuto

"Stanlio e Ollio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Senti, la mia filosofia è questa: se non si ha un po' di senso dell'umorismo è meglio essere morti.

Roger aveva ragione. Pienamente ragione. Lo disse una sola volta, con la sua voce squillante, blaterando con quella sua bocca grande e pelosa, sputacchiando qua e là. Disse che ridere è l’unica arma che ci rimane. Già, l’unica. Pronunciò questo suo pensiero quando si trovava in un vecchio locale, rannicchiato all’interno di un nascondiglio umido e angusto, utilizzato molti anni prima dai proprietari, ai tempi del proibizionismo.

Quella espressione – “La risata è l’unica arma che ci rimane” – la proferì con aria sincera. Si vedeva lontano un miglio che Roger credeva in ciò che stava dicendo. Ridere, per lui, era la cosa più bella del mondo. La frase di Roger restò impressa a chi stava ascoltando, anche se questi non lo dette a vedere. Eddie Valiant l’improbabile amico umano di Roger, non era, per così dire, un tipo allegro. Nulla riusciva a penetrare la sua pervicace perplessità. Eddie era triste, costantemente abbattuto. Era un investigatore cinico, depresso, avvilito, annebbiato dall’alcol consumato a fiumi per tentare di annegare un malessere che, purtroppo, aveva il salvagente. In quei frangenti, Roger cercava di aiutarlo a capire: ridi, Eddie. Ridi! Ridere è il solo modo per poter andare avanti.

Come dite? Vi state chiedendo chi è questo Roger? Già, avete ragione, perdonatemi. Stavo procedendo un po’ a ruota libera, dimenticandomi di fare le dovute presentazioni. Roger è un coniglio, ovviamente. Beh, “ovviamente” si fa per dire. Diciamo che si tratta di un cartone animato. Sì, insomma, un cartone con le fattezze di coniglio. E non aveva affatto torto. Proprio per niente.

Ridere è l’unica arma che ci rimane. Quando la vita si fa dura, quando intorno a noi sembra tutto fosco, come se una nube caliginosa fosse calata senza più diradarsi, trovare la forza di sorridere è la sola risorsa di cui disponiamo per sopravvivere. In quella storia fantastica vissuta dal coniglio e dal detective con indosso l’impermeabile, in quel film intitolato “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, ne sono state dette, sì, di frasi belle, argute, profonde, indimenticabili, proprio come quella appena citata. Frasi che potrei utilizzare per parlare di un argomento che ha poco a che fare con l’avventura di Roger Rabbit, ma che ben si presta alla sua riflessione più emblematica: talvolta, la risata è l’unico espediente di cui possiamo beneficiare, l’unica àncora a cui poterci aggrappare!

Una scena di "Chi ha incastrato Roger Rabbit". Potete leggere di più cliccando qui.

Ma come si fa a ridere pienamente? E, soprattutto, come si fa a far ridere? Gran bella domanda. Dovremmo chiedere a un esperto in materia. Chissà cosa avrebbe risposto, a tal proposito, un genio della comicità come Stan Laurel. Qualcuno, invero, ebbe la fortuna di chiederglielo, molti anni fa.

Dunque, come si riesce a strappare un sorriso alle persone? Persino Stan cercò di eludere la domanda. “So solo come far ridere la gente”, così rispondeva quando qualcuno, chiamandolo a ragion veduta “maestro”, gli chiedeva quale fosse il segreto per una sana comicità. Stan non lo sapeva. A dire il vero, ci teneva a precisare di non conoscere neppure lui quale fosse il meccanismo per suscitate una risata copiosa o per scrivere una grande commedia. Già! Ma cos’è una commedia?

Una forma d’arte, questo è certo, ma fin troppo difficile da descrivere o sintetizzare a parole, anche per un genio come il signor Laurel. La commedia, Stan, la sentiva dentro di sé, era parte del suo essere, linfa che scorreva nelle sue vene. Far ridere era un’attitudine della sua persona, un talento che aveva fin da quando aveva messo piede nel mondo, il sesto, nonché il più affinato, dei suoi cinque sensi. In realtà Stan sapeva benissimo cosa fosse la commedia, e in egual misura era ben conscio di cosa fosse il mimo, il comico, l’istrione, la maestria di far ridere il prossimo.

Semplicemente non sapeva come spiegarlo, come tramutarlo in un concetto cristallino. Del resto, come avrebbe potuto? Può forse un artista rivoluzionario o un genio innovativo compendiare in brevi estratti in cosa consista la sua arte, l’estro e l’arguzia che tutti sembrano riconoscergli? Certo che no, farebbe troppa fatica anche solo a tentare. Neppure un pennuto, se potesse parlare, riuscirebbe a dire perché sa volare. Già, volare, ma certo!

Ecco, per Stan Laurel la comicità era come volare per un gabbiano: una prerogativa naturale, appresa sin dalla più tenera età. Ridere per Stan significava spiccare il volo, dispiegare le ali e volteggiare tra il cielo ed il mare. Ogniqualvolta immaginava uno scenario comico materializzarsi nella sua mente, Stan abbandonava la sabbia e si librava oltre le onde che si infrangevano contro gli scogli, per salire sempre più su, riuscendo poi a planare sull’acqua per sfiorarla con la punta dei piedi. Solamente quando la gag era svanita, lo sketch compiuto e la mente si faceva sgombra da fantasie ironiche, Stan piombava giù, atterrando lentamente, proprio su quella spiaggia dove tutto aveva avuto inizio.

Era questa la commedia per Stan Laurel: uno strumento per librare, per sollevarsi oltre il suolo, un paio di ali da regalare a tutti gli esseri umani. Ali candide, bigie, magari argentee, che permettessero agli uomini e alle donne di volare via, di allontanarsi da quella terra fredda, desolata, pregna di tristezza.

La commedia è una rappresentazione scenica volta a generare il riso, a far dimenticare, sia pure per un attimo, i problemi della quotidianità. Quando si ride, si abbandona la terraferma, si ascende ad una dimensione fatta di piccoli sprazzi di tempo in cui si smarrisce la realtà delle cose, e con essa ogni forma di ansia e di affanno, annullando così il ricordo di tutto ciò che è spiacevole. Una sana risata ci riporta alla mente la letizia, la gioia, ci permette di accarezzare i lieti momenti, che spesso ci appaiono lontani, perché situati al di là di quella immaginaria linea d’orizzonte in cui ogni essere umano ha relegato la propria felicità, per andare a raggiungerla poi con tanta fatica.

La comicità e la farsa per Stan erano questo: il mezzo per volare via dai problemi, lo strumento per sfuggirgli, un espediente per tentare di soggiogare i drammi della vita.

Stan fece ridere il mondo intero durante gran parte della sua esistenza. E non lo fece da solo. Fianco a fianco a lui, ci fu un amico. Un caro amico, ma che dico, un fratello: Oliver Hardy. Con lui, il signor Laurel formò il più celebre duo comico della storia della settima arte.

Durante il periodo di massima popolarità della coppia, l’umorismo di Stan Laurel e Oliver Hardy conquistò l’affetto di milioni di persone sparse per il globo. L’universo comico di Laurel e Hardy era un susseguirsi di fughe rocambolesche, di amene peripezie, argute trovate in cui l’uomo comune, nelle più variegate vesti di marito, di apprendista operaio, di girovago, spesso di indigente, veniva rappresentato in chiave ironico-grottesca. Stanlio e Ollio rappresentavano, in parte, la condizione umana del loro tempo, misera e aspra, il quotidiano spigoloso e arcigno, facendosene beffa, offrendo a tutte le persone che si recavano al cinematografo non sogni e neppure illusioni ma spontanee risate. (Se ti piacciono le grandi pianole, passa da qui. Stanlio e Ollio hanno una consegna speciale per te).

La comicità di Stanlio e Ollio era tanto allora quanto adesso un toccasana, sia pure momentaneo, capace di rilasciare un immediato senso di appagamento, una sorta di panacea temporanea dei mali che attanagliano l’animo umano. Ridere e far ridere, era questo ciò che importava, la sola terapia palliativa per l’animale uomo, condannato ineluttabilmente a soffrire.

Spesso, Stanlio e Ollio riuscivano a far ridere il proprio pubblico semplicemente ridendo essi stessi. Davanti alla cinepresa, cominciavano a sorridere lentamente, stringendo i denti, come a voler, da principio, soffocare quel riso pronto a scaturire con forza prorompente, simile al getto d’acqua di una sorgente tra le rocce d’alta montagna. Inevitabilmente, poi, il riso prendeva il sopravvento. Stan seguitava a ridere in maniera incontrollata, strillando come una pollastra e picchiettando con il gomito sulla spalla di Ollio, richiedendone la partecipazione e coinvolgendo così l’amico in quel vortice di risate. Il pubblico, osservandoli, non poteva che lasciarsi trascinare da quel clima di sana euforia.

Il riso, come lo sbadiglio, innesca un riflesso condizionato che induce chi si trova a stretto contatto a ridere anch’egli, senza un apparente motivo. Il riso è una sorta di virus contagioso, ma è un virus innocuo. Anzi, è il più salutare. L’allegria fa star bene, riconcilia con il mondo circostante, porta a volare alto nel cielo, un po’ come accadeva in “Mary Poppins” quando la “magica” tata, Bert e i piccoli Jane e Michael si lasciavano trasportare dal riso incontrollato dello zio Albert, salendo su, sempre più su, a sorseggiare del buon thè a qualche metro d’altezza dal pavimento del soggiorno. Zio Albert era sempre di buon umore, e per questo motivo sempre fluttuante, perché libero da preoccupazioni, da angosce, da ansie, insomma da tutti gli affanni delle persone comuni, più costrette che avvezze a vivere la propria quotidianità con i piedi ben piantati per terra. (Ah, quasi dimenticavo, Mary Poppins ti aspetta qui. E, sì, anche qui).

  • Ma io sono un cartone e i cartoni esistono per far ridere la gente!

Tutto ebbe inizio cento anni fa, in quel fatidico 1921. Sul set del cortometraggio “Cane fortunato”, Stan Laurel e Oliver Hardy si incontrano per la prima volta. In quel corto, Oliver appariva tanto diverso da come lo conosciamo tutt’oggi. Il suo faccione rubizzo era coperto da uno spesso strato di trucco, che lo imbruttiva fino a conferirgli un’ovale torva e intimidatoria. E non poteva essere altrimenti, in quella commedia Oliver interpretava un vile delinquente di città, aggressivo e tracotante. Stan, dal canto suo, aveva la sua tipica aria stralunata quando gironzolava senza meta in una grande metropoli, in compagnia di un amico a quattro zampe. Stanlio e Ollio in questo film sono appena un accenno, un abbozzo embrionale, anzi neppure esistono. Nessuno, a quel tempo, poteva immaginare ciò che il futuro aveva in serbo per i due istrioni.

Passarono circa sei anni, intervallati da lavori differenti. Oliver seguitò ad interpretare parti da antagonista nelle commedie più disparate. Dopotutto il suo fisico massiccio ben si prestava a ruoli di contorno, per lo più stereotipati, da corpulento prevaricatore. In quegli anni Oliver era questo, un attore caratterista, il cattivo delle comiche, nulla di più. Neppure uno dei tanti registi che diressero Hardy si accorse del potenziale insito nella fisicità dell’attore, capace di emanare tenerezza e tanta amabilità.

Stan Laurel aveva preso parte a svariate produzioni, il più delle volte come protagonista, ma senza ottenere il successo sperato. Oltre che come interprete, Stan si cimentava nella scrittura e nella regia. Nel 1927, Stan e Ollie torneranno a collaborare davanti alla macchina da presa. Il corto “Zuppa d’anatra” segna l’alba di un sodalizio artistico destinato a segnare la storia del cinema. Per tutta la seconda metà degli anni ’20 del Novecento, Laurel e Hardy forgeranno i loro caratteri somatici sul grande schermo con un complesso e minuzioso lavoro artigianale.

Intagliando nel “legno”, limando un po’ qui e un po’ lì, smussando gli angoli, rimuovendone le scaglie e tutti i frammenti, evidenziando i dettagli dei volti e delle personalità, i due comici inventeranno le loro maschere: Stanlio e Ollio.

Si partì dal “costume”. Stan intuì che i due soggetti, per apparire immediatamente riconoscibili, dovevano avere un dettaglio chiaro e bene evidente, che rubasse facilmente l’occhio agli spettatori. La scelta cadde su un paio di bombette quasi identiche. Stan ricordava che i cappelli a bombetta venivano indossati, solitamente, dai personaggi dei fumetti, divenendo tratti simbolici di questi ultimi. L’intenzione del signor Laurel era quella di rendere Stanlio e Ollio due sagome fuoriuscite da un vero e proprio fumetto, o forse, perché no, addirittura da un cartone animato. E il compito di un cartone – Stan ne era ben conscio - è quello di far divertire la gente.

In effetti, le cadute rovinose, le scivolate improvvise, le case distrutte, le liti inaspettate contro energumeni capitati per caso ricalcano un tipo di comicità cartoonesca, scanzonata e genuina, completamente priva del doppio senso, lontana dalla volgarità e per questa ragione una comicità eterna, universale, cristallina. Stanlio e Ollio sono, a tutti gli effetti, due cartoni animati sfuggiti ai contorni di un foglio bianco, ai singoli e precisi tratteggi di una matita o di un pastello colorato. (Fai un salto qui per incontrare un pericoloso bandito e i suoi fidi scagnozzi).

  • Nessuno riesce a incastrarlo Roger Rabbit!

Oliver Hardy prestò il suo fisico imponente e alquanto rubicondo alla maschera di Ollio, un uomo cordiale ma impacciato, dal viso abbondante, paffuto come quello di un bambolotto, con un baffetto a spazzola atto ad arricchire la parte superiore della sua bocca. La “maschera” di Oliver era quella di un adulto dai modi garbati, eleganti, fanciulleschi ma anche prepotenti nei confronti del suo amico fraterno Stanlio, colpevole di metterlo sempre nei pasticci. Di fatto, pur essendo molto tenero, permissivo e pavido, sovente Ollio si rapporta arrogantemente nei confronti di Stanlio, considerando sé stesso come il membro più intelligente della coppia e l’altro un povero sciocco. Così, Ollio è solito camminare fianco a fianco alla sua inseparabile “spalla” con aria tronfia, dandosi, per così dire, delle arie e pretendendo che gli venga data sempre la precedenza, soprattutto quando c’è da varcare una soglia. Ollio assume, pertanto, l’atteggiamento di uno sfrontato, di uno che non si lascia ingannare o incastrare tanto facilmente. Ma la sua è solamente una perenne illusione, destinata a venire continuamente disattesa poiché Ollio finirà per incorrere di continuo in dolorosissimi incidenti a cui Stanlio si sottrarrà con grande fortuna. 

La “maschera” di Oliver è quella del perpetuo perdente, del “vinto” che ingoia, come pasto unico della giornata, il boccone amaro della sconfitta. Ollio ha spesso un’espressione affranta e malinconica, specie quando si rivolge direttamente alla telecamera, abbattendo la quarta parete e ricercando la complicità degli spettatori che assistono, inteneriti ma festanti, alle sue tragicomiche disgrazie. Su quelle gote pienotte, su quel naso gonfio e quegli occhi tristi, Ollio esprime la rassegnazione dell’essere umano, vittima di un fato avverso, talvolta ingiusto, che si accanisce proprio su chi non lo merita.

  • Già! La proposta! Anche mio zio Thumper aveva dei problemi con la sua "proposta", e doveva prendersi delle pillole grosse così e bere tanta acqua.

Per la creazione del suo alter-ego, Stan mise a punto un lavoro sorprendente. Scelse di adattare su di sé, sulla propria inconfondibile fisionomia, una maschera impreziosita da elementi del tutto particolari: Stanlio è apparentemente un allocco perennemente sulle nuvole, un individuo distratto, lento a capire cosa sta realmente accadendo attorno a lui. Un tipo che riuscirebbe facilmente a scambiare la parola “prostata” per “proposta”, mettiamola così.

Una scelta curiosa, considerando che il signor Laurel era un uomo brillante, arguto e intelligente, rapidissimo nell’escogitare una battuta su due piedi e lesto nell’invenzione della gag comica. Stan era anche un tipetto meticoloso, un lavoratore infaticabile, un artista a tutto tondo, capace di ideare, progettare, scrivere, recitare e montare i film della coppia. Dunque, Stan poteva essere descritto come un essere dalle mille risorse, attore profondamente espressivo e comico dalla fantasia smisurata. Perché, quindi, creare per sé un personaggio all’apparenza così candido e ingenuo? Beh, forse perché “Stanlio” incarnava la parte più opposta di “Stan”.

Il signor Laurel scelse per il suo personaggio la maschera contraria a quella che era la sua vera personalità: lui, così intelligente, così sagace creò per sé un personaggio infingardo, smaliziato. Stanlio era una figura leggera, scanzonata, modesta, Stan invece era un perfezionista, maniaco del lavoro. Nella sua maschera comica, Stan trasferì la rilassatezza e la spensieratezza che egli non poté avere nella sua vita reale.

Come il possente Superman, che finge nella vita di tutti i giorni di essere il mansueto e timido giornalista Clark Kent, la maschera umana necessaria per nascondere l’autentica personalità del supereroe, fatta di astuzia e di incredibile audacia, Stan delineò la sua maschera cinematografica come un “costume” che più rimarcasse la differenza con il suo vero “io”. Così, se l’invincibile Superman simula d’essere un uomo comune, insicuro e goffo, il geniale e creativo Stan recita d’essere Stanlio, un personaggio a prima vista lento di comprendonio, pauroso, infantile, e di certo poco lungimirante. (L'ultimo figlio di Krypton sta volando qui, a Metropolis).

Eppure, ogni tanto, Stan lasciò emergere la parte nascosta del suo vero “io”, la sua mente geniale. Talvolta, infatti, nei vari film, Stanlio ha momenti in cui elabora piani articolati, furbi ed effettivamente acuti, salvo poi, solo dopo qualche istante, non riuscire a ricordarli più, tentando di ripeterli a voce alta e confondendo gran parte delle sue idee. Una gag studiata a tavolino, un piccolo sotterfugio, chi lo sa, elaborato proprio dal signor Laurel per lasciare emergere, di tanto in tanto, il suo acume. Un momento di libertà, in cui dalla maschera di “Stanlio” fuoriusciva il volto di “Stan”, un po’ come è solito fare il Superman di Christopher Reeve, in quei rari attimi in cui non viene osservato sul luogo di lavoro, la redazione del Daily Planet, e lancia il suo borsalino sul porta cappelli centrandolo al primo, chirurgico colpo.

  • Nessuno sa incassare le botte come Pippo! Che tempismo! Che tocco! Che genio!

La comicità di Stanlio e Ollio era genuina, scevra da costrutti ideologici o intenti critici rivolti alla classe dirigente. Era principalmente ciò che appariva: comicità creata con il solo intento di far ridere. Per lo più non vi erano messaggi nascosti, denunce occultate, metafore celate dietro un particolare gesto o una situazione. Stanlio e Ollio erano così come apparivano: autentici, sinceri, incapaci di mentire o di sottintendere. Eppure, dietro molte delle loro storie, al di là delle loro disavventure, era possibile percepire e assaporare un mondo vasto ed eterogeneo, carico di sentimento, di spirito, di riflessioni sociali, talvolta anche involontarie, messe in atto dalla coppia nelle loro opere. A cominciare dalle loro personalità.

Stanlio e Ollio sono due bambini nel corpo di due adulti, creature profondamente altruiste e innocenti, bistrattate e derise dai più. Persone intimamente candide, incapaci di provare disprezzo e di compiere cattiverie. Essi possiedono un animo puerile, ma la loro infinita bontà viene schernita o mai del tutto compresa dagli adulti che incontrano lungo le loro tante peregrinazioni. Spesso e volentieri, Stan e Oliver sono i reietti, i dimenticati, le povere vittime della Grande depressione americana, non hanno un soldo in tasca e faticano terribilmente a integrarsi nella società. Vorrebbero dare il loro contributo con il sudore della fronte, ma è proprio il mondo del lavoro a giudicarli troppo inetti e maldestri. Mossi da un’ignara anima distruttrice, Stanlio e Ollio, ogniqualvolta si apprestano a svolgere un compito, finiscono poi per distruggere del tutto ciò che cercavano di accomodare o di incendiare una stanza che tentavano di rassettare; e così l’attività professionale che faticosamente avevano trovato per mettere del pane sotto i denti naufragherà tragicamente, come, del resto, tutte le loro giornate, trascorse all’insegna di una disavventura, di un contrattempo, di un litigio, di un imprevisto.

La società americana, organizzata secondo ben determinate convenzioni sociali rappresentate dall’avere un buon lavoro, una casa accogliente, una famiglia affiatata, veniva, sovente, osservata con distacco da Stanlio e Ollio, i quali provavano in tutti i modi a farne parte integrante, senza esserne all’altezza, perché troppo inadatti e incapaci di svolgere un qualsiasi impiego o di mantenere un equilibrato rapporto matrimoniale. Già, il matrimonio! Per Stanlio e Ollio era una dannazione.

Immagine tratta da "I figli del deserto". Potete leggere di più cliccando qui.

Con le donne proprio non ci sapevano fare. E allora perché prendevano moglie? Beh, è ovvio: perché finivano per innamorarsi! E per seguire il dettame sociale, convolavano a nozze divenendo mariti di donne risolute, tiranniche, severe e inclini al comando.

A tal proposito, quasi tutte le opere del duo comico sembrano permeate da un’ironica “misoginia”: le donne di Stanlio e Ollio, aggressive e burbere, simboleggiano quella maturità che i due personaggi respingono con tutte le loro forze. Le donne amate da Stan e Oliver sono spesso belle ma isteriche, disperate e impossibilitate a capire l’immaturità dei loro partner. Il mondo femminile, imperscrutabile, viene reinterpretato da Stanlio e Ollio come una dimensione adulta e oppressiva, un qualcosa che tenta di limitare e ingabbiare la loro infantile anarchia.

Stan e Oliver non erano semplici attori ma personaggi veri e propri calati in storie sempre nuove e in contesti diversificati. Andando al cinema, gli spettatori in sala non si aspettavano di vedere Laurel e Hardy in ruoli differenti, d’altronde Stanlio e Ollio erano loro, erano le loro maschere, i loro costumi, le loro personalità. I film erano contorni, costruiti attorno alle loro gag, potremmo dire un qualcosa di superfluo, poiché erano i due interpreti il vero fulcro di tutto il sistema.

Quella di Laurel e Hardy era una comicità classica, basata sul linguaggio del corpo, sull’inciampata rovinosa, sulla circostanza esilarante che vedeva i personaggi coinvolti in disastri da loro stessi generati, una comicità eterna e inscalfibile. Per questa ragione, a distanza di novant’anni, Ollio che scivola su una buccia di banana continua a far ridere, così come continua a strappare un sorriso Stan che batte la testa contro un ostacolo che proprio non aveva fatto in tempo a vedere.

Vi è però un alone drammatico ad avvolgere le commedie di Stanlio e Ollio. Noi spettatori non facciamo che ridere con loro, sequenza dopo sequenza. Ridiamo quando Ollio viene percosso dal prepotente di turno, quando Stan piange perché spaventato da un brutto evento o dal sopraggiungere di un energumeno voglioso di fare a botte. Non facciamo che ridere, incidente dopo incidente, scazzottata dopo scazzottata, sopruso dopo sopruso.

Ebbene è proprio qui che la comicità del duo, oltre a generare il riso, indugia su una riflessione più triste e malinconica. Quando Ollio cade a terra, si fa male. Quando Stan piange, lo fa perché è sconvolto e terrorizzato. Eppure noi sorridiamo, senza accorgerci che stiamo ridendo della sventura di due malcapitati. Stan e Oliver sono vittime di un mondo oscuro, violento, pericoloso, nel quale non c’è spazio per i più deboli. L’esistenza riserva soltanto amarezze alla coppia di amici, percuotendoli giorno per giorno. Nessuno sembra incassare i colpi che la vita ha in serbo come riescono a fare Stanlio e Ollio, con il loro tempismo, il loro inconfondibile tocco, la loro arte innata.

Nel cortometraggio “Sotto zero”, ad esempio, è divertente vedere Ollio farsi picchiare da una donna alta e nerboruta, che manda in frantumi sulla testa del povero sventurato il suo violoncello. Ridiamo di gusto guardando ciò. Ma poi ci ricordiamo che Ollio è uno squattrinato in quel film, senza neppure un tetto sulla testa, e in quel momento suonava per chiedere l’elemosina. Di fatto, abbiamo riso di un uomo a cui è stata tolta in malo modo l’unica possibilità che aveva per guadagnarsi qualche soldo. Osservando la medesima scena, è piacevolissimo assistere alla donna che getta la pianola di Stanlio in mezzo ad una strada innevata, ed è ugualmente divertente guardare come la pianola venga distrutta quando un’auto ci passa sopra. Stanlio piange, sconfortato, e non fa altro che indurci al riso. E’ quello il suo intento. Ma noi ridiamo di un uomo a cui è stato sottratto un oggetto prezioso, e che si dispera per quella perdita. La comicità di Laurel e Hardy è così geniale, sensibile, straordinaria da far ridere di primo acchito ma intenerire subito dopo, quando si osserva il tutto con un occhio più attento, desideroso di cogliere qualche dettaglio in più.

Con Stanlio e Ollio si prova a ridere delle ingiustizie, della sofferenza, della delusione amorosa, del matrimonio fallito, del licenziamento subito, del fallimento esistenziale. Si mette alla berlina la ricchezza ristagnando nella povertà.  

  • Non vi ricordate cos'è successo la volta scorsa? Se non la smettete di ridere, farete la stessa fine di quelle idiote delle vostre cugine, le iene ridens!

Alla società del loro tempo Stanlio e Ollio non offrivano speranze o velleità ma soltanto risate, distrazioni temporanee. Sebbene si rida in maniera spontanea e si creda che le avventure di Laurel e Hardy siano sempre all’insegna del buon umore, esse raramente simboleggiano un inno alla felicità assoluta. Basti notare che i film di Stanlio e Ollio non finiscono mai bene. Il lieto fine è pura utopia.

Vi è sempre un caduta funesta, una lite furibonda, una fuga perniciosa, una minaccia incombente a far calare il sipario sull’avventura di Laurel e Hardy. I due non raggiungono mai alcun successo, non ottengono mai la ricompensa sperata né vengono premiati per i loro meriti o quando si mettono in luce per il loro coraggio. Questo perché le loro comiche erano, allora e lo sono tutt’oggi, fatte di peripezie quotidiane. Il viaggio di Stanlio e Ollio è una marcia senza esito e senza vittoria, priva di speranza e scevra dall’happy ending.

Le loro opere non erano fiabe con un finale allegro, ma racconti in cui si doveva ridere quando si poteva farlo, quando la vita ne concedeva l’opportunità. E bisognava coglierla con destrezza. La gioia, di per sé, è sempre momentanea e non eterna come il “vissero tutti felici e contenti” vuol farci credere. (Segui il Bianconiglio, passa da queste parti per incontrare Alice e visitare il Paese delle Meraviglie).

  • Noi cartoni facciamo gli scemi, ma non siamo mica stupidi!

Eppure, Stanlio e Ollio non sempre disdegnarono il mondo fatato e favolistico. Un tempo finirono addirittura in un villaggio popolato da creature magiche. Quaggiù, le maschere di Stanlio e Ollio assunsero una valenza “incantata”; esse divennero volti di fanciulli catapultati in un contesto fiabesco e sognante. 

La pellicola del 1934 “Nel paese delle meraviglie” inizia con una canzone intonata da Mamma Oca. Alle spalle della donna campeggia un grosso libro, dalla copertina spessa e variopinta, che comincia ad aprirsi. Fra le sue prime pagine, vi è un’immagine in movimento che mostra Stan e Ollie riposare in un soffice letto, addormentati come due bambini.

Una piuma, dondolata dall’aria, scende giù e sta per poggiarsi sui loro volti sereni. Il russare di Ollio rimanda la piuma verso l’alto, che cambia subito direzione e fa per avvicinarsi al viso di Stanlio. Il respiro di quest’ultimo la rimanda ancora una volta su, verso il faccione di Ollio. Il forte ronfare di Oliver scaccia nuovamente la piuma che torna in aria, cercando maggior fortuna da Stanlio. Una danza che continua imperterrita.

Come accade in “Forrest Gump”, pellicola del 1994, anche nel film di Laurel e Hardy, “Nel paese delle meraviglie”, è il volteggiare di una piuma bianca a segnare l’inizio di una storia meravigliosa. In “Forrest Gump”, la piuma, così delicata e lieve, vaga di albero in albero, da un quartiere ad un altro, posandosi, infine, a pochi passi dal protagonista, che la raccoglie e la conserva con cura all’interno della sua valigia. Quella piuma, dall’eterea consistenza, rappresenta la levità, la dolcezza del personaggio principale dell’opera, Forrest per l’appunto, libero come l’aria e tenue come una piuma che viene sospinta dalla fresca brezza.

In egual modo, potrei supporre che - nel film di Laurel e Hardy - quella piccola piuma, fuggita da un cuscino strappato, sembri simboleggiare la leggiadria del duo, la bontà, la delicatezza dei loro spiriti, anch’essi liberi e candidi. Volteggiando di viso in viso, la piuma finisce per essere accidentalmente ingerita da Stanlio, senza che questi ne risenta fin troppo. Egli non si desterà dal suo sonno, ma seguiterà a dormire un po’ stranito.

Il canto di Mamma Oca termina con un ultimo acuto e la camera irrompe fra le pieghe del librone, proiettando gli spettatori nel villaggio incantato.

A Balocchia, Stanlio e Ollio esercitano la professione di costruttori di giocattoli. L’ultima creazione a cui hanno collaborato è davvero meravigliosa: un intero esercito di cento soldati di legno, alti come un essere umano. I soldati indossano un chipì sulla testa e una divisa rossa, adornata da spalline dorate e bottoni tondi come una grande moneta. Essi imbracciano una baionetta color argento, e dietro la schiena sono tutti dotati di un pulsante. Una volta premuto, i soldati “prendono vita”, avanzando fieramente senza mai fermarsi. Quel mattino, Babbo Natale giunge alla fabbrica dei giocattoli per visionare i suoi militi in divisa. Invece della solita guarnigione di soldatini scopre una truppa talmente imponente da restarne stupito. A quel punto, Babbo Natale eccede in una fragorosa risata. “Ma non hai capito niente, Stanlio. Io avevo ordinato 600 soldatini di legno dell’altezza di un piede. Io non posso dare ad un bambino dei soldati così grandi per giuocare”. (A proposito di soldatini. Ce n'è uno, molto coraggioso, quaggiù).

Udendo queste parole Stan e Oliver giacciono di stucco, delusi come al solito dalla loro inettitudinePer il loro errore, i due vengono licenziati in tronco e sbattuti fuori dal costruttore capo, non prima di aver cercato di riporre ogni soldato nella propria custodia. L’intero esercito verrà poi trasferito nel magazzino, e lì resterà a coprirsi di polvere. A fine giornata, Stan e Ollie faranno ritorno alla loro dimora.

I due alloggiano all’interno di una casa a forma di scarpa, insieme alla signora Peep e a sua figlia, la pastorella Bo Peep. La dolce fanciulla è vittima delle attenzioni indesiderate di Barnaba, un impresario avido e malvagio, a cui la signora Peep deve una grossa somma di denaro. Per estinguere il debito, Barnaba propone alla signora Peep di concedere la mano di sua figlia, Bo Peep, innamorata, però, del bel Tom Tom, figlio del Pifferaio Magico. L’anziana donna rifiuta categoricamente, contando sull’aiuto di Stanlio e Ollio.  

L’antagonista di questa fiaba natalizia, Barnaba, cammina ricurvo, appoggiandosi ad un bastone dalla forma contorta, e porta sul capo un cappello a cilindro nero. Barnaba somiglia ad un personaggio nato dalla penna di Charles Dickens. Il mento pronunciato, il naso aquilino, gli abiti lievemente eleganti e scuri e il carattere così avido e malvagio, fanno rassomigliare Barnaba ad Ebenezer Scrooge, il personaggio cardine del celebre “Canto di Natale” dello scrittore britannico. (Scrooge e i suoi fantasmi ti stanno aspettando proprio qui).

A differenza di Scrooge, che avrà la fortuna, al ridosso delle festività natalizie, di ricevere la visita di tre spiriti che gli permetteranno di comprendere gli errori commessi e di redimersi, Barnaba è un personaggio negativo fino in fondo, bramoso e spregevole. Desideroso di mettere le mani sulla bella Bo Peep, Barnaba finirà per escogitare un piano subdolo. Egli farà in modo che Tom Tom venga processato per un crimine non commesso ed esiliato a Bobilandia, una regione situata oltre i confini del regno, in cui vivono mezz’uomini mostruosi e famelici.

Non riuscendo ad accettare la perdita del proprio innamorato, Bo Peep si dirige di soppiatto a Bobilandia, ricongiungendosi con Tom Tom in una grotta. Felici ma stanchi, i due innamorati cadono addormentati. Qualche ora dopo vengono trovati da Barnaba, che non si lascia sfuggire l'occasione per cercare di prendersi la ragazza. Destatasi dal sonno, Bo-Peep, nel vederlo, lancia un urlo di terrore, svegliando Tom Tom. Il giovane ingaggia una lotta furibonda con Barnaba, stendendolo a terra. La coppia scappa, inseguita dal reo, il quale, accecato dall’ira, chiamerà a sé le misteriose creature che dominano Bobilandia, ponendosi alla testa di un’imponente e furiosa armata che muove verso il villaggio incantato. Toccherà a due improbabili eroi, Stanlio e Ollio, salvare la fanciulla, il suo amato e l’intero paese delle meraviglie.

Così il duo raggiunge Bobilandia, imbattendosi nei mostri che la presiedono. Le creature del film, dall’aspetto di uomini-bestia, dotati di una fitta peluria, fauci larghe e denti aguzzi e che vivono in una terra fatta di buio ed ombre, lontane eppure vicine alla popolazione della “superficie”, somigliano ai Morlock, le creature raccapriccianti presenti nel lungometraggio “L’uomo che visse nel futuro”, opera di fantascienza tratta dal romanzo di H.G. Wells.

In questa pellicola del 1960, il protagonista George Wells inventa una macchina del tempo. Con essa, lo scienziato intraprende tutta una serie di viaggi straordinari, giungendo sino al futuro. In un’epoca lontana e distopica, George trova dinanzi a sé un mondo ridotto in miseria, una realtà post-apocalittica sconvolta dalle guerre. Sulla superficie terrestre vivono dei sopravvissuti, gente divenuta oramai per lo più apatica, analfabeta, indifferente. Sotto la “crosta”, però, vivono esseri ben più inquietanti e spaventosi: i Morlock. Discendenti della razza umana, sconvolti e mutati nell’aspetto, i Morlock sono individui che vivono nel sottosuolo, hanno sviluppato occhi luminosi e si cibano di esseri umani, hanno zanne possenti e una peluria foltissima.

Abitando nell’oscurità, avendo arti affilati, denti ferini e manti densi, i Morlock possono, in un certo senso, essere paragonati agli abitanti che confinano con il paese delle meraviglie della pellicola di Laurel e Hardy, anch’essi orripilanti, pericolosi e animaleschi, minacce respinte e recluse in luoghi tenebrosi che gli uomini si guardano bene dal percorrere.

Barnaba trascinerà le creature sino alle porte del villaggio, invadendolo. Stanlio e Ollio le affronteranno come potranno, fino a che Stan avrà una brillante idea: i due daranno “vita” ai loro soldatini di legno, che avanzeranno con la loro baionetta verso il nemico.

D’un tratto, le porte del magazzino di giocattoli si spalancano: i soldati in testa suonano la carica con le loro trombe dipinte d’oro ed i tamburini percuotono i loro tamburi, scandendo il ritmo della battaglia. Alle loro spalle, i militi con i fucili argentati iniziano la marcia, volgendo, diritti e ordinati, verso il centro del villaggio. La "fanteria" si abbatte sui mostri, spazzandoli via come un’inarrestabile inondazione.

La scena in cui i soldati rossi vengono attivati, e cominciano a muoversi quasi per magia, somiglia all’emozionante scena finale del classico disneyano “Pomi d’ottone e manici di scopa”. In quest’ultima pellicola, la strega Miss Price, con un incantesimo, dà coscienza e movimento ad un esercito di armature.

Gli stendardi vengono sollevati in alto, le bandiere svolazzano, mosse dal tocco del vento, gli scudi brillano sotto il chiaro di luna. Le armature argentate s’innalzano su di una collina verde e sguainano le spade. Ardite e fiere, esse affrontano gli eserciti tedeschi del Terzo Reich, respingendo l’invasione lungo le coste inglesi. Come accade in “Pomi d’ottone e manici di scopa”, anche nel film di Stanlio e Ollio, “Nel paese delle meraviglie”, un semplice tocco di “magia” anima le forze del bene incarnate da combattenti silenti e dormienti, che sconfiggono il male.

Sul finire delle vicende, Stanlio e Ollio vengono accolti come i salvatori del paese delle meraviglie. Una gioia per loro, seppur caduca.

"Due menti senza un singolo pensiero." - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non erano di certo due inetti, Stanlio e Ollio. Facevano gli sprovveduti ma non erano mica stupidi! Avevano tratto in salvo un intero villaggio, con le loro creazioni. Così come avevano salvato, e continuano ancora oggi a farlo, il mondo intero. Giorno per giorno. Facendolo ridere. Già, proprio così!

La risata, quella strana sensazione, così spontanea e dirompente, spesso è l’unica arma che ci rimane.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

Vi potrebbe interessare il nostro articolo "Stanlio e Ollio (2018) - Servitori di Aristofane". Potete leggerlo cliccando qui.

Vi potrebbero interessare i seguenti prodotti:

"Stan e Ollie" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ridere è un’aberrazione! Ci fu chi lo credette davvero. Costui sosteneva che il riso fosse un soffio demoniaco, alitato dal diavolo a discapito del comune zolfo. Il riso, seguitava ad affermare tal figuro, è un vento diabolico che deforma il viso degli uomini, rendendoli simili alle scimmie. Eppure, chi contraddì queste bislacche affermazioni rispose che le scimmie non ridono e che il riso è proprio dell’uomo. La burla, lo scherzo, la giocondità, l’ironia sono sinonimi dell’intelligenza, sintomi dell’acume umano. Perché, dunque, denigrare il ghigno, la beffa, la risata? Perché esso, il riso, annienta la paura!

E questo non sarebbe un pregio? Beh, per colui che proferì quelle credenze iniziali tutt’altro. Tutto si consumò centinaia e centinaia di anni or sono, in un’antica abbazia benedettina. Ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, Jorge da Burgos era un bibliotecario cieco. I suoi occhi dalla sclera slavata erano vuoti, spenti, e somigliavano a frammenti vitrei su cui nessun riflesso poteva esser scorto. Il volto di quel monaco era seminascosto da un cappuccio scuro, i suoi denti erano gialli e per la maggior parte mancanti. Egli era austero, freddissimo, malvagio. Ripugnava la giocosità, l’allegria come fossero un male da estirpare. Nessuno, secondo il suo volere, avrebbe dovuto scoprire cosa fosse il riso indotto, l’arte di far ridere spontaneamente con sagacia e abilità. Nessuno avrebbe dovuto rinvenire e sfogliare il Secondo Libro della Poetica di Aristotele. Questo volume giaceva, celato, proprio nell’immensa biblioteca di quel monastero. Fra quelle pagine, avvelenate dallo stesso religioso, il filosofo greco esaminava la Commedia, considerandola come uno strumento di verità, di riflessione.

Invero, non sono pervenute a noi tracce di questo secondo manoscritto di Aristotele. La Poetica del filosofo è, infatti, giunta incompleta, ed essa tratta la Tragedia e l’Epica. Supponendo la tangibile esistenza di questo secondo manoscritto, Eco stese la propria storia. In un passo del romanzo, frate Guglielmo varca la soglia della biblioteca, un dedalo di scale e cunicoli, e trova il libro in questione. Comincia, allora, a leggerlo con molta cautela. In quella breve e rapida lettura, Guglielmo scopre il presunto parere di Aristotele in merito alla Commedia. Essa, al pari della Satira e del Mimo, suscitando il piacere del ridicolo, perviene alla purificazione di tale passione. Come la Tragedia anche la Commedia adempie, dunque, alla catarsi.

Fantasticando sulla possibilità che il Secondo Libro della Poetica riportasse quando è stato ripetuto ad alta voce da Guglielmo, potremmo certamente affermare che, stando al pensiero di Aristotele, mediante l’ilarità, la letizia, l’uomo può giungere a comprendere, a capire il vero, il bello, la vita stessa, magari. Non è, quindi, soltanto con la seriosità, col dramma, con le peripezie proprie della Tragedia che è possibile guadagnare la catarsi. Anche la Commedia, la Grande Commedia aristofanea, permette di ottenere una epurazione. Una purificazione differente, unica, generata dall’idillio gioioso che genuflette l’uggia di una mente crucciata.

Nel secolo in cui Umberto Eco volle ambientare il proprio romanzo, ridere era un’attività proibita, poiché essa abbatteva il timore, e senza il timore non vi era fede. Il tomo occultato con rabbia, con livore, con follia dal bibliotecario, si tramuterà in uno strumento di morte, un artificio contaminato dal monaco. Chi avesse letto le parole di Aristotele sarebbe morto, come se fosse stato redarguito e punito da una fantomatica giustizia divina contraria alla perpetuazione del riso. Jorge da Burgos considerava il potere intriso nell’inchiostro di quel libro estremamente pericoloso poiché, un giorno, quelle parole sarebbero echeggiate, l’ironia sarebbe divenuta una fonte d’espressione consueta che avrebbe portato a ridere di tutto, anche di Dio. Il libro, quel Libro, secondo quanto temuto dall’anziano frate, avrebbe ucciso il credo antico. Una frase, quest’ultima, che risuona simile anche nei versi intonati da un’altra figura religiosa, in un’opera del tutto diversa. Claude Frollo, l’arcidiacono della cattedrale parigina di Notre-Dame, nel musical popolare ispirato al capolavoro letterario di Victor Hugo, esterna la propria paura sull’inevitabile forza del libro, declamando: “La stampa imprimerà la morte sulla pietra, la Bibbia sulla chiesa e l’Uomo sopra Dio”. La scrittura, al di là della Commedia stessa, dà la possibilità all’uomo di ragionare, di riflettere, di studiare, di elevare la propria cultura e non renderla più soggetta al timore reverenziale, alla paura che, nell’antichità, rendeva vana la stessa religione, abbracciata per pavidità e non per vera fede.

Il riso, come già accennato, spezza le catene, rompe il giogo della schiavitù. Quando si ride, quando si è felici, anche per flebili istanti, per pochi attimi d’oblio, di dimenticanza, non si è più prigionieri della mestizia, dell’angoscia, dell’afflizione che è, anch’essa, propria dell’essere umano. Saper ridere è un’abilità che custodisce in sé una virtù, quella di rendere la vita lieta e piacevole. Far ridere, invece, ancor di più, è un talento prezioso che permette di donare felicità e spensieratezza agli altri. Cosa c’è di più generoso che voler far sorridere qualcun altro?

Chi scrive una commedia, chi riesce ad interpretarla, è un dispensatore di gaiezza, di voglia di vivere, in altre parole: un servo di Aristofane. Con la Commedia, noi tutti riusciamo ad allontanare temporaneamente gli affanni, sorvoliamo, per pochi ma rinvigorenti attimi, i problemi che ci assillano, che rimbombano fra le pieghe della nostra coscienza. Senza commedia saremmo perduti, senza il riso saremmo gelidi automi. Aristotele lo sapeva, lo aveva dedotto, pur classificando la Commedia fra i generi inferiori.  La Commedia attua una mìmesis, un’imitazione. E chi emula, quali personalità mima la Commedia stando ad Aristotele? Le persone che valgono meno. Oggi, diremmo i reietti, i non realizzati, gli esclusi, i dimenticati, i disgraziati, i poveri della società. In definitiva: le caricature interpretate da Stanlio e Ollio.

Derelitti, rifiutati, discriminati, in quanti altri modi potevano essere descritti i personaggi di Stan Laurel e Oliver Hardy? Erano i negletti, i respinti da ogni comunità, gli pseudo altruisti, gli ingenui, i sentimentali, i buoni costretti a fronteggiare gli arroganti e i maligni. Stanlio e Ollio erano soli, sempre soli, ma avevano, perlomeno, una grande fortuna: la loro amicizia.

In “Stan e Ollie”, film biografico del 2018 dedicato alla più celebre coppia comica della storia della settima arte, vi è un suggestivo momento, quello in cui Stan Laurel siede al bar di un hotel. Egli se ne resta silente, immerso tra i suoi pensieri. Viene poi raggiunto da sua moglie che lo mira, assorto nei ricordi. Stan tiene in mano un bicchiere di vetro, lo scruta con malinconia. Assorbe l’odore dell’intruglio alcolico, ne coglie il profumo che effluisce ma non lo beve. Stan rammenta il passato e confessa alla moglie l’essenza basica di ogni disavventura di Stanlio Ollio. “Guardi i nostri film e vedi soltanto noi due…” – Mormora il signor Laurel. “Nessuno ci conosce in quelle storie, siamo soltanto noi. L’uno ha solamente l’altro.”  Quanto era vero!

Gironzolavano per le strade, in città, si spostavano di appartamento in appartamento, vagavano tra i viottoli delle montagne. Si recavano in campagna, poi al Congresso dei Figli del Deserto, tra le periferie del vecchio West come fanciullini innocenti, finivano nei boschi, nei cui meandri rimbombava la voce baritonale di un bandito chiamato Diavolo. Erravano continuamente ed erano sempre insieme. Il più delle volte non avevano spiccioli nelle loro tasche scucite, ma potevano contare l’uno sull’altro. Erano miseri nelle vesti ma nobili negli animi. Erano indigenti, ciononostante potevano vantare la ricchezza più grande: una vera amicizia!

In ogni loro traversia, Stanlio e Ollio viaggiavano molto, si spostavano da un luogo ad un altro, cercavano i lavori più disparati per tentare di sbarcare il lunario. Bramavano l’aiuto dei più ricchi, loro che erano tanto poveri. Il copione dell’ultimo film che avrebbero dovuto girare li vedeva collaborare con Robin Hood, nella vecchia foresta di Sherwood. Questa pellicola ideata dal duo ma mai portata a termine viene spesso citata nel lungometraggio del 2018. Per Stan e Oliver il film su Robin Hood rappresentava l’ultima spiaggia, la restante possibilità di poter tornare sulla breccia attraverso il cinema. Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Per tale ragione, il famoso fuorilegge avrebbe aiutato ben volentieri i nostri amici, perennemente squattrinati. Nelle loro opere filmiche, erano pochi i comprimari disposti ad aiutare Stanlio e Ollio, i quali precipitavano sempre e comunque in qualche sorta di guaio. Stanlio e Ollio venivano, così, derisi dai prepotenti, offesi dagli arroganti, maltrattati dalle mogli, denigrati dagli adulti, loro che restavano eterni bambini. Continuavano a non avere nessuno, eppure andavano avanti. Insieme riuscivano a darsi forza. Stan lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Del resto, fu lui a plasmare la coppia nelle sue più impercettibili sfaccettature.

Seduto fra quei tavoli, Stan ricorda la verità: Stanlio non può esistere senza Ollio. In quei giorni, la salute di Oliver era peggiorata e la coppia comica si trovava ad un passo dal congedo. Non avrebbero più riso insieme, non avrebbero più fatto ridere. Con le loro vicissitudini, Stan e Oliver riuscivano sempre a strappare spontanei e coinvolgenti sorrisi. Dopotutto, Stanlio e Ollio incarnavano le “persone che valevano di meno”, ma anche le persone che, nel cuore, nel profondo, valevano di più.

E dunque Stan se ne stava solo al bar, prima d’essere raggiunto dalla propria consorte. Il signor Laurel rimembrava quello che fu, ciò che ancora sarebbe potuto essere. Il canto del cigno era ormai imminente. Dinanzi alla fine, non restava che celebrare il principio, la gloria di una vita trascorsa. Stan non avrebbe mai potuto continuare a lavorare senza Oliver, pertanto anch’egli era prossimo al ritiro. Tuttavia, Oliver lo sorprenderà di nuovo, l’indomani, come solo i veri comici sanno fare, ed invoglierà l’amico a continuare. Lo spettacolo dovrà proseguire.

Il film “Stanlio e Ollio” racconta l’ultimo step di questi ineguagliabili maestri della commedia americana. L’opera tenta di mostrare quello che il pubblico disconosce, inscenando l’ultimo atto della rappresentazione teatrale di questa lunga vita vissuta in coppia. La pellicola trasporta sul palcoscenico ciò che è avvenuto dietro le quinte, oltre la scenografia, al di là dell’occhio della camera. “Stanlio e Ollio” indaga il rapporto intimo tra i due attori, volge l’attenzione verso gli ultimi scampoli del lavoro di Laurel e Hardy e lo fa non mostrando nessuna scena dei loro film più famosi, eccetto una: il ballo registrato per “I fanciulli del West”. Questo per un motivo facilmente intuibile. Tutti noi abbiamo imparato perfettamente a conoscere Stan e Ollie sul grande schermo. Sui loro film non è necessario aggiungere altro che non sia stato già detto. Dunque, tale biopic, volendo perseguire intenti innovativi, sceglie sin da subito di concentrarsi su altro, evidenziando nuovi aspetti, quelli riguardanti ciò che Stanlio e Ollio hanno fatto oltre il regno della cinematografia.

Il teatro, i camerini, le stanze d’albergo divengono i luoghi prescelti in cui si sviluppa quest’ultima storia, quest’ultimo lungometraggio. La quotidianità di Stanlio e Ollio si intreccia alla recita, l’esistenza alla finzione. Sul palcoscenico, i due appaiono giovani, lievi e bravi come un tempo ma non appena il drappo rosso del sipario cala, riemergono le difficoltà, le problematiche di una vita colma di delusioni. La pellicola crea uno splendido equilibrio tra “il vero”, rappresentato dai momenti vissuti lontano dalla scena, e “l’immaginario”, il modo in cui il pubblico vede Stanlio e Ollio sul palco o sullo schermo di un cinematografo. Questi due mondi, sovente, si uniscono.

Di stazione in stazione, Stanlio e Ollio si spostano da una metropoli all’altra, tra momenti di quiete a attimi esilaranti in cui la loro routine fa il verso a quella dei loro personaggi impressi sui nastri di celluloide. A tal proposito, la scena in cui Stan si fa sfuggire dalle mani un ingombrante baule che precipita giù da una lunga scalinata, richiama, magicamente, le sequenze di uno dei loro massimi capolavori: “La scala musicale”. Con Stanlio e Ollio si comprende questa verità: la vita è un teatro ed il giorno non è che un singolo atto.

Stanlio e Ollio” racconta la fine ma parte dall’inizio, o per meglio dire dal “mezzo”. Il sipario si alza all’interno di un camerino. Siamo negli anni d’oro, nel mezzo della loro prolifica carriera. Entrambi discutono del più e del meno, dinanzi a due specchi. I loro copricapi, le loro bombette, sono appoggiate su di un appendi cappelli. I due dialogano, Ollio confida all’amico di aver perduto molti soldi col suo ultimo divorzio, Stanlio, dal canto suo, confessa d’essere intenzionato a mandare al diavolo il produttore Hal Roach per una sola ed emblematica ragione: i film di Stanlio e Ollio incassano milioni su milioni, eppure né Laurel né Hardy beccano un singolo quattrino. In quel tempo, le stelle di Stanlio e Ollio sono tra le più sfavillanti del firmamento hollywoodiano.

Di lì a poco, i due raggiungono il set e iniziano a danzare. Passano sedici anni da quel giorno. Entrambi sono visivamente invecchiati. Ollio è più largo e ben più corposo di prima, Stanlio più spossato. Il cinema, lentamente, si è dimenticando di loro. Per racimolare qualche soldo, ambedue sono costretti ad intraprendere una lunga e stressante tournée. Le platee a teatro, però, sono semivuote. Dopo qualche settimana buia, tutto comincia a cambiare ancora. Il loro talento resta trasbordante, immune al sopravanzare dell’età.

Di teatro in teatro, Stanlio e Ollio tornano a far ridere, ed il passaparola diviene inevitabile. Le persone sparse per l’Europa li accolgono festanti, le sale si riempiono. La gestualità, la pantomima, le cadute rovinose a terra, i canti, i balli costituiscono ancora il cuore del loro repertorio; un repertorio immortale, mai volgare, mai banale, insuperabile. Stanlio e Ollio avevano creato una comicità destinata a non conoscere la resa, e se il cinema li aveva ripudiati, il teatro era il luogo in cui potevano ancora donarsi agli altri.

L’esibizione per un artista è tutto. Lo era per Stanlio, lo era per Ollio. Il biopic, diretto da Jon S. Baird e con protagonisti gli straordinari Steve Coogan e John C. Reilly, analizza questo senso dell’esibizione. Stanlio e Ollio agognavano esibirsi ancora ed ancora, non potevano cedere, arrendersi al tramonto di un’era. Desideravano ardentemente andare avanti, far ridere la gente, interpretare un nuovo film. Eppure, come accaduto ai loro personaggi, accadde a loro stessi nella vita vera: i più forti, i più ricchi, li avevano ignorati e lasciati soli.

Ridere è una cosa seria, tutt’altro che un’aberrazione! Stanlio e Ollio lo sapevano, Stan, in modo particolare. Era sempre serio dietro la sua macchina da scrivere, quando concepiva e imprimeva su carta gli sketch. Ridere e far ridere è una cosa maledettamente seria e difficile. E a Stanlio e ad Ollio non fu mai impedito di regalare la loro ironia, davvero. Nulla poté impedirglielo né l’età né gli studi cinematografici. Il film lo sussurra continuamente, volgendo l’attenzione al teatro, il luogo in cui tanti fortunati riuscirono ad ammirare le performance di Laurel e Hardy. In quelle sale, era possibile ammirare i due comici senza il velo della telecamera, senza il filtro di un occhio meccanico, in modo unico. Ed è proprio un punto di vista nuovo, originale, esclusivo quello che la pellicola ci propone. Essa indugia lì dove nessuno si era soffermato, portando in scena anche il loro complesso rapporto d’amicizia.

Stanlio e Ollio, molto legati e affezionati l’uno all’altro, avevano caratteri e interessi differenti. Fuori dal set, entrambi si frequentavano di rado. Stan era dedito al lavoro, alla cura maniacale del dettaglio. Oliver, al contrario, era amante del divertimento, dello spasso. Le malelingue ipotizzarono addirittura che i due riuscivano ad essere veri amici solamente dinanzi ad una cinepresa.

La vita di Stanlio e Ollio, come ogni vita che merita d’essere vissuta, è stata un continuo oscillare dal dramma alla commedia, dal vero al fantastico. L’ultimo periodo, in particolare, vide incrinarsi il loro rapporto. Il biopic analizza anche quest’ultima questione. Ciò che Ollio fece sedici anni prima, quando era al verde, vale a dire girare un film in coppia con un altro attore mentre Stanlio cercava di strappare un contatto ben più cospicuo con un'altra casa di produzione, gravava come una lesione, una lacerazione che avrebbe potuto strappare e separare definitivamente il duo.

Per settimane, Stanlio e Ollio si esibirono a ritmi frenetici, inseguendo la chimerica illusione di poter ricominciare, di non arrendersi al progredire del fato. Essi volevano guardare al futuro, ma il dolore del passato non si era ancora attenuato, la ferita non si era ricucita. Una sera, si riaprì del tutto. Stanlio e Ollio litigarono pesantemente, rievocando quel triste momento. Nella scena più cruda dell’opera, i due si offendono pesantemente, arrivando ad affermare ciò che alcuni giornali erano soliti dire di loro: che non erano degli autentici amici. In quel triste momento, quando Stanlio e Ollio discutono animosamente, a pochi passi, qualcuno scoppia anche a ridere. Costoro avevano scambiato il tutto per una gag, uno dei tanti siparietti. Il destino di molti comici: essere sempre ritenuti giullari di corte, non avere la possibilità di poter soffrire, non essere considerati come uomini comuni, che sanno quando ridere e quando, invece, poter piangere perché ben conoscono il dolore. Ma Laurel e Hardy non rimarranno lontani a lungo, torneranno insieme, per gli ultimi spettacoli. Le cattiverie che erano state sibilate dalle loro bocche avvelenate, dai loro animi frustrati e inappagati, non corrispondevano alla verità. Né l'uno né l'altro potevano credere in quelle affermazioni espresse oralmente e, pertanto, portate via dal vento con rapidità. Stan e Oliver erano davvero degli amici inseparabili e lo sarebbero stati sino all'epilogo, dalla finzione alla tangibilità.

Tra un cambio di scena e l’altro, Ollio si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto, respira affannosamente, cerca disperatamente di recuperare le energie. Stanlio lo sostiene, aiutandolo a rimettersi in piedi. Gli affanni, le stanchezze, le tristi avvisaglie della vecchiaia che deturpano i loro visi spariscono non appena tornano dinanzi al pubblico. La realtà, quella del dietro le quinte, che abbiamo assaporato noi spettatori di questo meraviglioso film biografico si disperde, e torna la finzione, la commedia, quella del palcoscenico, che vede Stan e Ollie festanti, giocherelloni, come se nulla li turbasse mai realmente. E’ questa la magia di un comico manifestata in un sol battito: accantonare la sofferenza per mascherarla con il riso che diffonde altro riso.

Al cospetto di una platea stracolma, Stanlio e Ollio balleranno un’ultima volta. “Ci siamo divertiti, non è vero, Stan?” – Borbotta Ollio.

Certo che sì!” – Replica Stanlio.

L’essenza della commedia viene qui espressa in un semplice scambio di battute: divertirsi e far divertire, sconfiggere, anche per degli ineffabili secondi, lo scoramento dell’animo.

Il film si chiuderà come era cominciato: con un passo di danza. Ollio, grande e grosso, apparirà, sotto i riflettori, leggiadro come una piuma mossa dal vento. Stanlio, così minuto, sembrerà, invece, più grande ad ogni giravolta, come se lui stesso fosse carico di una gioia incontenibile, pronta per essere esternata. In quell’attimo, le luci si spegneranno, lo spettacolo giungerà veramente a conclusione.

Finì quella sera, tra le risate, le gioie, i caldi applausi, i rintocchi strepitanti, i sorrisi. Quel riso che i due comici avevano donato al mondo perdurava sui volti di tutti. Attraverso la commedia in bianco e nero, Stanlio e Ollio avevano scoperto la verità, il miglior modo in cui poter vivere. Essi avevano compreso, carpito, fatto proprio il potere insito nella vera Commedia. Un potere che avvicina ed unisce.

Non vi è cosa più dolce che vedere il volto di chi amiamo mutare, le guance contrarsi, le labbra aprirsi nel generare un sorriso schietto, sincero. Poter ridere è un dono, far ridere un’arte. Non vi è nulla di diabolico in tutto questo. Il riso è proprio un regalo di Dio. Esso avvicina e non divide. Ed infatti, Stanlio e Ollio, sul finale, riusciranno a far avvicinare anche le loro mogli, spesso aspre, discordi e litigiose. Le donne, felici, si terranno per mano, contemplando l’eterea magia di uno spettacolo comico.

Far ridere è il potere più bello, il potere più desiderato, il potere più temuto. Col riso si dà felicità, si può persino fare innamorare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Rumori fuori scena" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sipario

Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.(David Lynch)

L’opera “Noises Off” è una commedia di Michael Frayn, composta nel 1977 e portata in scena per la prima volta nel 1982 al Lyric Theatre di Londra. Il testo ebbe uno splendido adattamento cinematografico nel 1992, per la regia di Peter Bogdanovich. La peculiarità di questa commedia, dal titolo “Rumori fuori scena”, è il suo appartenere al genere del “Teatro nel teatro”, ed il suo conseguente immergersi in una realtà narrativa dalla duplice valenza. “Rumori fuori scena” narra le disavventure di una compagnia teatrale, impegnata nell’allestimento della farsa “Niente addosso”. Nella commedia gli attori reali assumono i ruoli di attori fittizi, i quali a loro volta sono portati inevitabilmente a interpretare i personaggi protagonisti delle scene farsesche, appunto di “Niente addosso”. “Rumori fuori scena” è una recita nella recita, un’interpretazione nell’interpretazione, una finzione dalla doppia natura.  La storia ha inizio in piena notte, all’interno di un teatro in cui si stanno svolgendo le prove generali del testo da rappresentare.

Alla vigilia dell’allestimento di un qualsiasi spettacolo, il teatro sembra sempre giacere in una sorta di dormiveglia.  La spoglia platea, i vuoti palchetti che sovrastano il pianterreno, e il golfo mistico, vacuo e libero, paiono tutti immersi in un dolce sonno, in attesa d’essere risvegliati dall’arrivo del pubblico e dell’orchestra che animerà il laconico silenzio della sala. La compagnia teatrale di Lloyd è in fermento, e i preparativi procedono con passo spedito.

“Rumori fuori scena” è l’incontro tra la realtà precostruita di una commedia scritta e dallo svolgimento ben studiato, con la farsa esilarante, che non segue una trama o una spiegazione logica, ma irrompe con fragore inaspettato per generare situazioni cariche di coinvolgente ilarità. E’ proprio un teatro “deserto” quello che, in piena notte, sta ospitando la sgangherata compagnia del regista Lloyd Dallas.

  • Atto Primo

Il teatro è il disperato bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita”. (Eduardo De Filippo)

E’ da poco passata la mezzanotte, e la “prima” della commedia “Niente addosso” si avvicina. Lo scenografo Tim Allgood ha impiegato due giorni per montare sul palcoscenico le imponenti scenografie. L’ambientazione della farsa prevede, infatti, che gli eventi si svolgano nel soggiorno di un elegante villino di montagna, costituito da un piano terra e da un piano superiore, a cui si può accedere per mezzo di una scala di legno, a due rampe, posta alla sinistra della scena. Il villino è solo apparentemente disabitato. Esso spesso è oggetto di visita, o per meglio dire d’irruzione, da parte dei personaggi interpretati dagli attori della compagnia. I personaggi di “Rumori fuori scena” sono 9: Dotty Otley, che in “Niente addosso” interpreta la signora Clackett, Garry Lejeune, nello spettacolo è Roger, Brooke Ashton, che nella farsa è Vicky, Frederick Fellowes, nello spettacolo Philip Brent ma anche “Lo sceicco arabo”, Belinda Blair, che in “Niente addosso” interpreta Flavia Brent, e Selsdon Mowbray, nello spettacolo “il ladro. Chiudono il cerchio il già citato regista Lloyd, il suddetto Tim e l’assistente di scena Poppy.

Portare in scena “Niente addosso” risulta un’impresa estremamente complessa. Le entrate e le uscite di alcuni personaggi (i quali non devono mai incrociarsi sulla scena o ne verrebbe meno il proseguo della farsa stessa) sono innumerevoli, si susseguono a ritmi incalzanti e, per dare l’effetto desiderato, devono essere eseguite con tempistiche sincronizzate, senza margine d’errore. Lloyd, per tale ragione, esorta i suoi attori a dare il massimo. Gran parte dell’agire interpretativo dei personaggi riguarda l’uscita e l’entrata in scena con in mano particolari oggetti che devono essere, di volta in volta, prima deposti in una zona specifica della casa e poi ripresi in un secondo momento. In particolare, il piatto di sardine preparato dalla signora Clackett è spesso fonte d’errore, perché viene lasciato sul comodino quando dovrebbe essere portato via o dimenticato nel dietro le quinte quando invece dovrebbe trovarsi in scena. E’ proprio su di un comune “piatto di sardine” che la farsa e la commedia stessa ruotano e si intersecano in un valore prettamente comunicativo. Nella vita anche un banale oggetto può avere un’importanza rituale per l’accadimento di un evento. Portare le sardine fuori o riportarle dentro nella realtà teatrale di “Rumori fuori scena” funge da metafora dell’ignaro agire dell’uomo in un universo deterministico. Tiene ad affermare, filosofeggiando, Lloyd che il fare entrare le sardine e il fare uscire le sardine costituiscono la farsa, e di conseguenza il teatro, e quindi la vita. E’ la meraviglia del teatro, quella di poter conferire simbolismo e spessore a un semplice oggetto scenico, in questo caso, un comune piatto di sardine, destinato a cambiare il corso e il senso della rappresentazione di una parte di vita.

L’intero primo atto di “Rumori fuori scena” mostra le prove della farsa, spesso interrotte da beffardi imprevisti e goffe incertezze degli attori che, senza riconoscere le proprie disattenzioni, procedono imperterriti a far riecheggiare i loro vocalizzi alla stessa maniera di come l’orchestra del Titanic suonava le proprie arie con il piroscafo invaso dalle acque. Tutta la compagnia a poche ore dall’inizio della rappresentazione è già stremata. Poppy e Tim non riposano da quarantotto ore e devono ancora restare all’erta per coordinare gli attori. “Rumori fuori scena” è l’esaltazione del teatro nella sua fase primordiale, il principio di un abbozzo che deve essere ancora plasmato. E’ per tale ragione che le prove mostrate nel primo atto assumono un valore pieno, vivo, affascinante, perché è come se la commedia stessa nascesse sotto i nostri occhi. La soave purezza del teatro si avverte molto prima della rappresentazione, già nell’istante in cui si pensa all’opera da portare in scena. Le prove sono, per l’appunto, l’embrionale concezione dell’opera teatrale, poiché è nella preparazione iniziale che si plasma la rappresentazione finale.

“Rumori fuori scena” sa esaltare ogni aspetto della lavorazione teatrale, partendo dall’autore del testo fino all’assistente di scena. Tutti coloro che lavorano alla realizzazione della commedia rispettano i loro ruoli. Gli attori si concentrano sull’interpretazione, il regista sulla direzione specifica e globale dell’evento teatrale, su cui nessuno osa metter parola, e la scenografia viene issata e resa unica col massimo del lavoro decorativo possibile per far sì che l’impatto visivo della scena risulti sempre sorprendente. Tutti i membri della compagnia lavorano a ritmi frenetici, lasciando trasparire uno stress senza fine. Lo stoico Tim non sa risparmiarsi, e riveste il triplice ruolo di direttore di scena, attrezzista e persino di “jolly” di ogni singolo attore. La presenza dell’autore fittizio di “Niente addosso”, vale a dire il fantomatico Robin Housemonger, aleggia sul gruppo in maniera costante. Lloyd, talvolta, prende in mano il tomo in cui è contenuto il lavoro dell’autore, affermando che quello è il “testo sacro” e che non può essere in alcun modo alterato né dev’essere necessariamente capito dall’attore, più che altro dev’essere solamente eseguito. La volontà dell’autore teatrale fugge dall’approvazione degli attori stessi. Ciò che infatti avviene nella farsa non risponde ad una logica ben precisa, accade perché è così che ha voluto il dio-creatore e autore, e il testo risponde ad una irrazionale leggerezza splendidamente artistica.

Ne deriva una differenza: “Rumori fuori scena” rappresenta la vita fatta di ansie, fatiche, impegni, collaborazioni, amicizie e amori, rimorsi e gelosie, vendette e ritorsioni. La farsa “Niente addosso” rappresenta l’esatto contrario: essa è l’illogicità della vita umana, l’ineluttabilità degli eventi, e come essi possano essere riletti in chiave umoristica. E’ sempre la capacità di ridere della sventura la forma più fine di acume e intelligenza. Quella di “Rumori fuori scena” è la vita portata entro i confini di un palcoscenico e considerata priva di un significato, poiché il senso vero sfugge alla ricerca dell’uomo e va al di là delle sue possibilità d’indagine. La vita è esperienza inattesa, improvvisazione senza regole, è una farsa teatrale che fugge da ogni logica che non sia comprensibile in una smorfia volta al riso.

Humphrey Bogart affermava che la differenza sostanziale tra un copione e la vita è che il copione deve avere un senso. Se non c’è dato comprendere le dinamiche che spingono i personaggi di “Niente addosso”, possiamo invece cercare di capire cosa domina l’agire dei personaggi di “Rumori fuori scena”. Nelle loro entrate e nelle loro uscite è racchiudibile l’alba e il crepuscolo, l’arrivederci e il ritorno. E’ forse per tale ragione che i personaggi sulla scena entrano ed escono con tale frequenza. “Rumori fuori scena” è l’apertura coordinata di una porta che simboleggia un nuovo inizio nel contempo in cui un’altra porta, che simboleggia un addio, si chiude. La farsa e la commedia, qui divenute un tutt’uno, rispondono al bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita e alle varie tappe che ne fanno parte.

  • Atto secondo

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.” (William Shakespeare)

Vi è mai capitato, mentre sedete in platea, di perdere per qualche istante la concentrazione sullo spettacolo in sé e domandarvi cosa, al contempo, sta avvenendo dietro le quinte? Quella che si trova al di là della scenografia è una realtà fatta di silenzi, di comunicazioni gestuali, vocalmente inespresse, di suggerimenti laconici onde evitare che il pubblico in sala si accorga di qualcosa. Nelle compagnie più diligenti, direi professionali, in genere, non accade nulla di particolarmente interessante. Gli attori e le attrici siedono pazientemente e attendono d’essere chiamati dal direttore di scena per la loro entrata. Qualcuno/a più “ansioso/a”, invece, leggerà ancora una volta il copione, lo/a scenografo/a tamburellando il piede sul pavimento come segno d’impazienza, aspetterà la fine del primo atto per potersi mettere subito al lavoro al cambio scena. Un clima così disteso non è respirabile nella compagnia capeggiata da Lloyd Dallas, che dietro le quinte è capace d’inscenare “una commedia”, ancor più divertente di quella che si svolge in palcoscenico.

Durante il secondo atto di “Rumori fuori scena”, la compagnia è ormai in piena attività e si sposta di città in città e di teatro in teatro in una lunga tournée. Dopo i primi grandi successi, la compagnia sta vivendo una fase transitoria che presto li condurrà ad un fiasco dietro l’altro. Questo è dovuto al fatto che Lloyd li ha temporaneamente abbandonati per curare la regia dell’Amleto con un’altra compagnia teatrale, ma soprattutto perché tra gli attori sono emersi molti malumori dovuti per lo più a ripicche di cuore e gelosie. Lloyd sopraggiunge nel dietro le quinte un pomeriggio, per ritrovare un po' d'intimità con Brooke, ma viene subito informato da Tim dei dissapori sorti tra gli attori: Dotty e Garry si sono lasciati, per l'eccessiva gelosia di lui, che vede in Frederick un rivale, visto che una sera a cena ha ascoltato e consolato Dotty in preda a una crisi nervosa; la stessa Dotty è convinta, a causa di alcuni equivoci, che Belinda si stia infatuando di Garry, sostenendo che lei sia innamorata di Frederick; per di più, non si riesce a trovare Selsdon, per l'ennesima volta, addormentatosi chissà dove ubriaco. A complicare la situazione si aggiunge Poppy, che vuole informare Lloyd d’essere incinta. Alla pomeridiana dello spettacolo, i malumori tra la compagnia si susseguono senza sosta. La scena adesso si svolge interamente negli ambienti posti nel retropalco. Nel corso della rappresentazione della farsa si registrano innumerevoli gag esilaranti tra gli attori nel dietro le quinte, i quali tentano di ferirsi e colpirsi tra loro nell’istante in cui sfuggono alla vista del pubblico che numeroso affolla la platea. Da qui in poi si producono i “famosi” rumori fuori dalla scena.

Le entrate e le uscite sincronizzate degli uomini e delle donne, e quindi degli attori e delle attrici, avvengono adesso in una duplice veste che riguarda tanto i personaggi della farsa sul palcoscenico quanto i personaggi della commedia nel dietro le quinte. In contemporanea, la flebile linea di demarcazione meta-teatrale tra farsa e commedia tende ora a essere rispecchiata simbolicamente dalla divisione tra “palco” e “retropalco”, luoghi scenici che separano due differenti modalità d’interpretazione che si susseguono, altalenandosi continuamente. Ciò che accade nel secondo atto è la duplice realtà di “Rumori fuori scena”, quella che avviene sul palcoscenico, sotto gli occhi attenti e vigili degli spettatori che in modo del tutto insolito assistono alla farsa, e quello che si verifica oltre le quinte su cui è posta invece l’attenzione dei veri spettatori, i quali assistono a ciò che normalmente è celato al loro sguardo.

  • Atto Terzo

“Il teatro è così infinitamente affascinante perché è così casuale. E’ come la vita.” (Arthur Miller)

Nella concezione casuale del teatro, l’errore, se lieve, può contribuire ad impreziosire lo spettacolo. A teatro ogni rappresentazione è diversa, basta un cambio d’intonazione, un movimento differente, un cenno improvvisato e il tutto muta. La commedia teatrale non vanta l’immortalità di un’opera filmica, essa è in perpetuo divenire e in questo moto incessante il piccolo errore finisce per evidenziare la naturalezza dell’operato dell’uomo a teatro. Nel terzo atto di “Rumori fuori scena” tutto sembra essere lasciato al caso. La farsa “Niente addosso” è preda dell’incertezza di un destino e dell’indeterminatezza di un esito nebuloso. Si fa ritorno nell’ampio soggiorno del villino, ma ormai i rapporti e gli screzi che serpeggiano tra gli attori provocano incredibili quanto tragicomici danni alla farsa che perde ogni logica di sviluppo. Sulla scena irrompono, sostituti in concomitanza con i protagonisti, i personaggi, che finiscono per incontrarsi tra loro disfacendo la logica dell’esecuzione; persino Lloyd si trova costretto ad entrare in scena, salvo poi rendersi conto di aver aggravato ulteriormente la situazione.

  • Cala il sipario

Un bravo attore non fa mai la sua entrata prima che il teatro sia pieno” (Jorge Luis Borges)

La compagnia giunge infine a Broadway, il più prestigioso teatro della loro tournée. Lloyd è oramai in preda alla paranoia, teme che gli attori combinino un ennesimo strafalcione, ha persino paura che la scenografia cada rovinosamente giù e non ha il coraggio di assistere. Rientrerà solo alla fine per ascoltare gli scroscianti applausi provenire dalla platea, entusiasta. La farsa è stata un successo e gli attori hanno finalmente dimenticato i loro dissapori. Tutti insieme, mano nella mano, compiono un inchino, come grandi attori e uomini di teatro dinanzi ad un teatro strapieno di spettatori elettrizzati. Sono nati sentimenti forti di amore e relazioni destinate a durare tra gli attori e le attrici della compagnia. La nascita perdurata di un sentimento è la vita, ma anche la farsa, e questo è il teatro. Si chiude così “Rumori fuori scena”, nell’assordante ma sempre gradevole rumore di un applauso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: