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"Rey, Kylo Ren, Leila e Darth Sidious" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Non ho intenzione di scrivere una vera recensione sul nono episodio della saga di “Star Wars”. Non riuscirei a farlo.

Per quest’ultimo capitolo, dubito valga veramente la pena di sprecare gocce d’inchiostro, seppur di inchiostro “virtuale” io stia parlando. Mi ero ripromesso di non spendere più alcuna frase per questa trilogia sequel, tanto il malumore e lo scontento avevano avuto la meglio nel mio animo. Con un pizzico di ingenuità, in tutti questi mesi, ho seguitato a ripetermi che i sequel non mi appartengono e che ciò che mostrano non può scalfire il ricordo della storia che ho amato perdutamente.

Cronologicamente parlando, “Star Wars”, per me, comincia con un bambino scoperto su Tatooine e termina molti anni dopo con la morte di quello stesso “bambino”, divenuto un uomo adulto, racchiuso in un elmo scuro.

Durante l’evolversi di questa storia, il “bambino” di cui faccio menzione si era tramutato in un terribile servitore del male, genuflesso ad un dolore che non avrebbe mai avuto fine. Il biondo dei suoi capelli era scomparso così come il candore del suo volto. Dall’episodio I all’episodio VI, di Anakin non è rimasto che un viso paonazzo, saturo di sofferenza. Quella faccia demolita dal patimento veniva osservata con dolcezza dal figlio Luke, poco prima che Anakin spirasse tra le sue braccia. Che splendido finale era quello!

Anakin Skywalker, il prescelto dei Jedi, era un personaggio torturato dal rimorso, ottenebrato, sconvolto tanto nel corpo quanto nello spirito. Un uomo che, nel periodo più buio della sua vita, quando aveva perso ogni speranza e si era, da tempo, allontanato dal bene, scopre d’essere un padre. Anakin era un eroe caduto, eternamente in conflitto con se stesso, che cercava di risorgere dalle tenebre. Darth Vader era il “malvagio”, ma anche il vero protagonista delle vicende. Un protagonista che otteneva la redenzione salvando il figlio dalla morte, sottraendolo allo strazio del “vero” antagonista, vale a dire l’Imperatore Palpatine. I fulmini scagliati dal tiranno all’indirizzo dell’inerme Luke riaccesero l’umanità mai del tutto sopita nel cuore del cavaliere jedi. Anakin tornò in sé, riemerse verso la luce. Uccidendo il “cattivo”, ovvero il Signore dei Sith, Anakin compì la profezia teorizzata dal creatore di questo racconto immortale, George Lucas. “Star Wars” finiva in tal modo. La storia era stata conclusa, non vi era altro da raccontare.

L’epilogo della saga era perfetto, talmente soddisfacente da non lasciare alcuno spiraglio. Qualunque cosa fosse stata imbastita per un “fantomatico” seguito, avrebbe assunto i toni della “forzatura”. E’ il destino delle grandi storie: hanno un inizio ed una fine, proseguirle quando esse hanno già mostrato tutto significa rischiare di rovinarle.

Tutto ciò che è stato prodotto dopo la fine dell’emozionantissimo “La vendetta dei sith”, non incontrando i miei favori, ho preferito abbandonarlo, ignorarlo, cosciente che avrebbe fatto felice qualcun altro.

Ad oggi, però, mi sento in dovere di scrivere qualche altra riga su questo strampalato proseguimento dell’esalogia ideata da Lucas, e per un motivo molto chiaro: il finale di “Star Wars: episodio IX” non può essere tralasciato, obliato, trascurato poiché inficia maledettamente l’arco narrativo dei capitoli precedenti, quello stesso arco narrativo sceneggiato in sei splendidi film, i quali materializzavano, sotto i nostri occhi, il fato di due cavalieri Jedi, Anakin e Luke Skywalker, ad oggi resi completamente inutili da una sciagurata prosecuzione firmata Walt Disney e Lucasfilm.

Riflettere sul “come” si siano sviluppati questi bizzarri sequel, colmi di una storia già vista e repleti di incongruenze e trame imbastite senza un’intenzione precisa, fa sorridere amaramente. Con pacatezza, cercherò di tirare le somme di questa “mirabolante” e “stupefacente” trilogia targata “Topolino”. Partiamo dall’inizio, “dall’originalissimo” e “audace” episodio VII. Il nuovo corso, infatti, comincia da lì.

E’ il 2015. I propositi sono ambiziosi, il marketing pervasivo. Il seguito de “Il ritorno dello jedi” viene pubblicizzato come l’evento cinematografico più importante degli ultimi dieci anni. La regia è stata affidata al noto J.J. Abrams. Con una ruffianeria per nulla celata, il cineasta dimostra di voler appagare e compiacere il pubblico di devoti, riportandolo a rivivere le identiche atmosfere della prima trilogia. Abrams plasma, così, un’opera filmica studiata a tavolino: stucchevole, prevedibile, scontatissima ed estremamente scimmiottata. L’impatto per molti è spiazzante: episodio VII non è un seguito, o per meglio dire è un seguito furbo e potenzialmente irrispettoso.

La trama introdotta dal settimo episodio della saga è un allucinante copia-incolla. Più che un sequel, J.J. Abrams confeziona un remake/reboot delle opere di George Lucas, non osando nulla e non compiendo nessuna innovazione stilistica e narrativa. Il sequel di un film che era terminato con la caduta dell’Impero Galattico e la vittoria dell’Alleanza Ribelle, non presenta alcunché di moderno, “inaspettato”, nuovo. L’ambientazione è la medesima, l’approccio è identico, i conflitti lo sono altrettanto, il canovaccio, inoltre, calca in tutto e per tutto quello di “Una nuova speranza”. Ne “Il risveglio della forza” non vengono mostrate le dinamiche di un universo evoluto, necessariamente cambiato in trenta e passa anni dall’ultima volta che noi tutti gli avevamo dato un’occhiata. Nessun contesto politico viene indagato, nessun aspetto sociale vagliato. Il tutto si presenta come se nulla fosse mai variato.

Il Primo Ordine (la copia mal fatta dell’Impero) viene rappresentato come l’organismo dominante, la “cellula” più forte di questa realtà incerta e indefinita. La Resistenza (che resiste non si sa a cosa visto che dovrebbe essere la milizia della Nuova Repubblica e, dunque, del sistema politico dominante) vanta un esercito risicato, abbozzato. Praticamente Abrams, pur di farci vivere le medesime guerre stellari della tanto adorata trilogia classica, ripropone, come in copia carbone, i medesimi conflitti battaglieri dei film precedenti, senza aggiungere nulla di nuovo, senza contestualizzarli. Ma non solo!

L’intera struttura del film fa il verso ai passi più importanti della trilogia originale, perseguendo un maldestro tentativo di rifacimento. Non si può parlare d’altro che di un’operazione retrò codarda e astuta. L’episodio VII è, a mio umile parere, l’anticinema!

Abrams fa proprio l’opposto di ciò che dovrebbe fare un regista, un autore, “accontentando” il pubblico con un mero rifacimento, senza mai tentare di sorprenderlo. Cosciente che la maggior parte dei fan aveva contestato a Lucas le troppe innovazioni stilistiche della trilogia Prequel, Abrams si nasconde dietro saldi scudi di fanservice, dando in pasto agli appassionati lo stesso film di quarant’anni fa. Così, J.J. inscena una continuazione che non è una vera continuazione per paura di subire le critiche che George Lucas incassò ai suoi tempi con episodio I, II e III, sinceri e cristallini esempi autoriali di rinnovo, di sperimentalismo, di ampliamento, di coraggio.

Per come la storia viene presentata in episodio VII, la lotta dei ribelli, di Luke, di Leia e di Han risulta essere stata del tutto vana. La Repubblica, rimessa in piedi col sangue e il sacrificio di eroi e combattenti nei tre film della trilogia originale, viene spazzata via in tre secondi netti dal “raggio di luna” scagliato da “Sailor Abrams”. Tutto viene riportato al punto di partenza, come se i film classici non avessero raggiunto alcuna meta. Non si è voluto parlare di qualcosa di nuovo, di diverso, si è voluto, invece, annullare il “vecchio” e copiarlo.

La pellicola, così facendo, fa regredire la crescita di alcuni personaggi storici. Ne è un esempio l’evoluzione di Han Solo che, da contrabbandiere solitario, testa calda, alla fine della trilogia originale era diventato leader della ribellione ed eroe altruista, temerario e senza macchia. In “Il risveglio della forza”, la progressione di Han viene completamente annullata. Han Solo, a settant’anni suonati, si rimette a fare le stesse cose che faceva quando era giovane e avventato. Si gingilla con questioni di poco conto, truffa alcune fazioni malavitose con Chewbacca, dimostrando di non aver perso per nulla il vizio. Il punto in cui era arrivato al termine di episodio VI è stato spazzato via. Han e Leia che, come ricordavamo, erano diventati una cosa sola, nell’episodio VII appaiono lontani, distanti, separati da un brutto risvolto. Abrams ha, così, mandato in frantumi una delle coppie più simboliche dell’universo di Star Wars. Leia, poi, in tutta la trilogia sequel si limiterà ad essere una comparsa stanca e assuefatta su un altrettanto fiacco sfondo.

Nel medesimo film, Luke pare essersi “smarrito”, ma per trovarlo viene consegnata alla Resistenza una mappa (?). Abrams ha poi la sfrontatezza di inserire la terza “Morte Nera” consecutiva che presenta lo stesso tallone d’Achille della prima.

Nel 2015 fu personalmente scioccante assistere al cinema a una tale e becera scopiazzatura del lavoro originale e artistico di Lucas. Da fan di lunga data mi sentii preso per i fondelli.

Nessuno dei personaggi proposti in questo nuovo corso ebbe l’abilità di “acchiapparmi”, di conquistami. Poe Dameron fungeva da “clone” difforme di Han Solo e Finn era del tutto privo di carisma. Rey, pur reggendo il peso della pellicola con un certo spessore, non fece altro che infastidirmi. Bella, intelligente, dolce, coraggiosa, forte, disinvolta, era tutto ciò che si poteva sperare contenuto in un solo corpo. Era troppo, a dire la verità. Rey era brava a duellare con la spada laser senza averne mai impugnata una, era capace di fare trucchi mentali jedi grazie ad una virtù incompresa, era, insomma, l’emblema del nuovo corso Disney: una donna praticamente perfetta sotto ogni aspetto, la degna depositaria dell’eredità disneyana di Mary Poppins.

Kylo Ren, colui che doveva fungere da antagonista della prima opera, sembrava sin da subito dilaniato da un conflitto interiore. Diviso tra luce e oscurità, Ben Solo era un buono che avrebbe voluto essere un cattivo (?). Un personaggio insicuro, complessato, che sognava d’essere forte come il nonno e seguire le sue orme verso il lato oscuro. Per tale ragione, Kylo Ren, nel primo lungometraggio di questo bislacco corso, compie il parricidio, per abbracciare definitivamente le tenebre. Anche questa mi sembrò una scelta narrativa ingiustificabile.

Evidentemente, Ben credeva che solo attraverso il male avrebbe potuto eguagliare il suo “mito”, raggiungere la potenza di Darth Vader. Una domanda, però, sorge spontanea: come è possibile che il fantasma di Anakin non si sia palesato dinanzi al nipote, indirizzandolo sulla retta via sin da subito? Kylo Ren voleva finire ciò che Darth Vader aveva iniziato, ma cos’era questo progetto rimasto incompiuto?

Bene, a trilogia conclusa, non si riesce a capire quale fosse questo arduo compito. Ben Solo si avvicina al male perché vorrebbe essere come suo nonno, eppure non sa che quello stesso nonno che venera assiduamente ha, per l’appunto, dato la sua vita per annientare il simbolo di quel male che lui, adesso, insegue furiosamente. Com’è possibile che nessuno gli abbia riferito della redenzione di Darth Vader?

Ma, ancor di più, come è concepibile che Anakin non sia mai intervenuto per vegliare sul destino di suo nipote? Non gli abbia mai parlato come un’eco? Incongruenze come queste rendono la trilogia disneyana piena di no-sense.

Nell’episodio 7, viene introdotto il misterioso Snoke, figura enigmatica che verrà eliminata senza uno straccio di presentazione nell’episodio successivo. Proprio così, ex abrupto, all’improvviso, esattamente come avrebbero immaginato gli sceneggiatori presenti nella serie tv “Boris”.

E, una volta nominatolo, giungiamo, dunque, al “rivoluzionario” e “dissacrante” episodio VIII.

Rian Johnson viene presentato al pubblico come il regista illuminato, il “Robespierre” di “Star Wars”. Johnson è pronto a ghigliottinare teste, a tagliare i ponti con il passato, a mozzare con una lama affilata le corde che legano i nostalgici al trascorso. Johnson pare essere categorico: bisogna accantonare il fanservice di J.J. Abrams. E’ ora di cambiare rotta. Purtroppo per lui, la rotta di navigazione di questi seguiti era ormai bella che indirizzata. L’episodio VII era il nucleo fondamentale di questa trilogia. Partendo in quel modo, con uno scenario che in toto sapeva di già visto, non c’era più niente da fare. E’, di fatto, impossibile apportare “migliorie” e schiette novità in un contesto platealmente ripetitivo come quello architettato da J.J. Abrams. L’errore di questa trilogia è a monte, e comincia proprio con il numero “7”.

Il risultato del lavoro “innovativo” di Johnson è una dissacrazione del concetto stesso di Forza. Johnson tratta e inscena la Forza Unificante come se fosse un potere da fumetto, prestato ad ogni necessità di sceneggiatura. Nella pellicola, allora, assistiamo, inermi, a momenti stralunati e balordi.

Rey e Kylo Ren cominciano a dialogare a distanza, come in una fantomatica “videochiamata” a carattere fantascientifico. I due parlano, si osservano, si toccano. Qualcosa di mai visto prima. Invero, in episodio V, Leila riesce a sentire Luke, ma come un’impercettibile sensazione. Nel caso di episodio VIII, la Forza abbatte ogni barriera, ogni dogma, ogni limite imposto tanto accuratamente in più di trent’anni di curata elaborazione dal creatore George Lucas, rendendo plausibili teletrasporti, sdoppiamenti, ologrammi a distanza. Il tutto senza uno straccio di spiegazione. Accade questo perché è così e basta!

Nel suddetto lungometraggio, Luke Skywalker viene trattato come un reietto, un vagabondo, un maestro che non ha compiuto nulla di tangibile nella sua esistenza. Luke non ha ricreato un nuovo ordine jedi, è fuggito dai pericoli, dagli obblighi. Colui che riusciva a intravedere il buono custodito nel corpo contorto e meccanico di suo padre è, oramai, un disilluso, un essere che ha dubitato di suo nipote per un semplice sentore, valutando, addirittura, l’idea di assassinarlo nel sonno. Qualcosa di aberrante e inspiegabile. Com’è possibile che un personaggio come Luke sia diventato quello che ci è stato mostrato? Un anacoreta sventurato, stanco, l’opposto di ciò che era sempre stato.

Johnson, poi, per tutto il film non fa che calcare la mano con l’ironia. Non vi è una singola scena che non sia stemperata da una battuta stupida, da un’ironia grossolana che affligge ogni dannato personaggio. Tutti cadono preda della febbre della comicità, persino Luke che in tre film interi non aveva mai palesato alcuna inclinazione comica. Lo “Star Wars” della Disney si adegua, così, allo stile Marvel in cui non si può prendere seriamente una singola scena che subito deve essere annacquata con una battuta.

Rian Johnson, reputato dagli estimatori di episodio VIII come “un grande innovatore”, si limita, per il resto, a riproporre la trama de “L’impero colpisce ancora”. Alcune sequenze sono, addirittura, identiche a quelle de “Il ritorno dello Jedi”, specialmente quella in cui Rey, accompagnata da Ben Solo, raggiunge Snoke. La stessa scena è possibile scorgerla, naturalmente, quando Darth Vader conduce Luke al cospetto dell’Imperatore. In questo caso, ancora una volta, non si tratta di semplici citazioni ma di vere e proprie riproposizioni, inscenate per mancanza di idee di fondo.

Un’intera parte del film, quella relativa a Poe e Finn, è completamente inutile ai fini della trama. Ogni evento che accade non porta, di fatto, a niente. Se l’episodio VII, col suo delirante citazionismo, aveva diviso il fandom tra chi si aspettava un vero seguito e chi, invece, si era accontentato del sicurissimo remake senza infamia e senza lode, episodio VIII genera una spaccatura ulteriore, senza precedenti.

Arriviamo, infine, ad episodio IX, la “degna” chiusura di questa improbabile trilogia.

Dopo le pesanti critiche ricevute da “Gli ultimi Jedi”, la Disney richiama Mr. Fanservice: J.J. Abrams.

Al cineasta più citazionista e scopiazzatore del globo terrestre non frega nulla di raccontare una storia, anche perché non è in grado di farlo se non attraverso l’ispirazione del cinema spielberghiano e lucasiano. Così, Abrams fa quello che, secondo lui, il pubblico vuole: annulla completamente l’episodio VIII. Sin dal primo frame, il compito di Abrams è quello di prendere le distanze dall’opera antecedente, correndo all’impazzata per tappare buchi, rattoppare tagli, ricucire strappi insanabili. Il tutto con un piglio imbarazzante, con la disperazione di chi non sa cosa diamine sta combinando. Abrams fa peggio di Johnson, e trasforma la Forza in un potere che sembra essere uscito da alcuni episodi di “Dragon Ball”.

Nel vano tentativo di rendere appetibile l’operazione, Abrams ha la brillante idea di resuscitare l’Imperatore Palpatine, rischiando di distruggere il meraviglioso arco narrativo che ha visto Anakin ascendere al suo ruolo di Prescelto e portare equilibrio nella Forza. Perpetrando ciò, Abrams tenta di cancellare, con una gomma immaginaria, l'operato del collega Johnson e rinnega tutta la mitologia di Guerre Stellari, imbrattando il lavoro stesso di George Lucas.

La trilogia disneyana di Star Wars credo sia l’unico esempio cinematografico di una trilogia in cui gli episodi si rinnegano tra loro. L’episodio 7 rinnega l’episodio 9, l’episodio 8 sconfessa il 7 e l’episodio 9 rigetta sia l’ottavo che il settimo. Ma non solo, quest’ultimo capitolo distrugge la narrazione dell’intera storia concepita nei sei film da Lucas.

Per quanto Abrams si sforzi a premere il piede sull’acceleratore e sommerga lo spettatore con scene d’azione, con battaglie e con nozioni frettolose, è ormai troppo tardi: i personaggi di questa trilogia sono piatti, sbiaditi, insulsi perché mai sviluppati con un’intenzione chiara e definita. A pochi importa veramente cosa possa accadere loro. Questi personaggi non sono mai evoluti, non sono mai stati resi interessanti o delineati in modo nitido. Sono pallide comparse, rese centrali in una trama inesistente, caratteristi infimi, imparagonabili rispetto a Luke, a Leila, a Han, ad Anakin a Padmé, a Obi-Wan, a Yoda, a Qui-Gon Jinn. Della maggior parte dei personaggi della trilogia sequel non resta neppure un briciolo, nessuna emozione particolare.  Ogni passo, ogni risvolto è telefonato, privo di pathos, blando, sciatto, ripetitivo, inguardabile ed inqualificabile.

La pellicola di Abrams tocca le più alte vette dell’imbarazzo quando rivela la reale origine di Rey. Un qualcosa di talmente ridicolo, osceno e difficilmente commentabile che sarebbe meglio glissare se non fosse una parte così fondamentale. Rey è… la nipote di Palpatine.

In parole povere, noi, gli spettatori, dovremmo immaginare che Palpatine abbia avuto una relazione con una donna e abbia avuto degli eredi, il che, di per sé, è già ostico da valutare senza scoppiare a ridere freneticamente. Quando, come, perché sarebbe accaduto questo?

A me, francamente, sembra di vivere in un grosso incubo. Questi sceneggiatori hanno veramente gettato sul tavolo la carta della “nipote”. Ma nemmeno in “Beautiful” è ammissibile un colpo di scena del genere. Siamo al ridicolo, al raschiamento del fondo del barile, siamo alla parodia.

Kylo Ren, l’unico personaggio che poteva sperare su uno sviluppo più accurato, compie, invece, l’ennesimo andirivieni della sua mal sfruttata presenza in questa trilogia. Da cattivo a buono, da buono a cattivo, e ancora da cattivo a buono, Ben Solo sceglie di tornare al Lato Chiaro in maniera sbrigativa, sciocca. Il figlio di Han e Leia finisce per svanire, non prima di aver baciato, in una delle scene più forzate di sempre, Rey. Una scelta, quest’ultima, realizzata senza alcuno scopo narrativo ma soltanto per far applaudire le ragazze presenti in sala, molto devote sui social all’hashtag “Reylo”. Ma che disagio!

Il nono capitolo della saga vede, come già accennato, la presenza di Palpatine. La morte di Darth Sidious costituiva il culmine della storia di George Lucas. Il suo ritorno, giustificato in maniera vergognosa, decreta “la fine” di ogni pretesa logica riservata a quest’ultima trilogia.

In trent’anni, Palpatine è rimasto nascosto non si sa dove, probabilmente tra la carta colorata di un uovo di Pasqua, ha mosso lui i fili del Primo Ordine (era tutto ponderato sin dall’inizio, come no!) e ha creato anche Snoke. Così, senza motivo. Ogni cosa abbozzata in questa trilogia è stata liquidata con delle spiegazioni che sembrano estrapolate da una fanfiction scritta a quattro mani durante qualche oretta di svago.

Palpatine verrà ucciso da Rey e ciò segnerà un confine netto da cui non si tornerà più indietro: gli Skywalker non hanno fatto nulla di veramente valevole in questo universo. E’ ciò che hanno deciso, con quest’ultimo episodio, l’accoppiata Disney/Lucasfilm. Gli Skywalker, dall’essere la famiglia più importante della galassia, sono stati ridotti ad essere vacue ed ingenue entità di passaggio. E’ Rey la vera fautrice degli eventi, è una Palpatine il vero perno della storia finale. Una Palpatine che sceglie di ribattezzarsi Skywalker. E’ questa la grande ascesa a cui abbiamo assistito: la dissoluzione dei veri Skywalker, l’annientamento di un leggendario lignaggio e la celebrazione di una Palpatine.

Al termine della trilogia disneyana, tirando le somme, gli storici protagonisti della saga, Anakin e Luke, non hanno compiuto niente di rilevante. Con questa scelta, la Disney/Lucasfilm ha annientato la profondità delle due trilogie precedenti.

Il sacrificio di Anakin è stato vanificato. L’intera storia della profezia, del Prescelto, è stata soppressa. Vi soddisfa un finale del genere? Com’è possibile? Che storia abbiamo visto fino a pochi anni fa, allora? Vi aggrada aver assistito al logorio e allo sgretolamento dei personaggi cardine della trilogia originale?

La saga di “Star Wars”, per come si è evoluta negli anni, è diventata la storia di Anakin Skywalker, dalla sua scoperta sino alla sua morte. Non si poteva prescindere da una tale verità. Con questa orribile trilogia, la Disney ha adombrato la figura di Darth Vader, rivelando di non aver minimamente compreso la maestosità del racconto di Lucas, un racconto fatto di fallimenti, di errori, di redenzione, incentrato sempre sulla figura di un eroe, di un caduto, di un marito e di un padre. Tutto nell’esalogia di Lucas si combinava perfettamente, era una storia amalgamata che faceva rima come una sola, lunga e meravigliosa poesia. Era la storia di un padre e di un figlio, di una famiglia, gli Skywalker, ad oggi completamente rovinata. Il finale di episodio VI è stato neutralizzato.

Era ciò che temevo e profetizzavo, preoccupato, nel novembre del 2015, quando l’ultima fatica della Lucasfilm era imminente e doveva ancora sbarcare al cinema. Com’è possibile farsi andare bene una roba del genere? Con questa trovata, l’intera storia della saga di Star Wars non ha più alcun senso. Difatti, non sono più gli Skywalker a riportare equilibrio nella Forza ma è… una Palpatine a farlo. E’ orribile! E’ indecente!

L’intera trilogia sequel non è stata diretta e coordinata da un vero narratore. Manca totalmente una visione univoca e d’insieme. Sembrano tutti film sconnessi, sconclusionati, che si rifiutano tra loro. Ogni lungometraggio è passato di mano in mano, da un’idea all’altra, senza seguire un pensiero di base. E’ qualcosa non soltanto di palese, ma di tremendamente oggettivo. Sin dal principio, nessuno aveva tracciato una strada da intraprendere, una direzione da seguire. Si è andati a tentoni, navigando a vista e prendendo come metro di giudizio il parere reazionario del fandom, direttamente dal web.  Abbiamo assistito a tre episodi fatti con cose buttate a casaccio, con discordanze,con repentini cambi di visione che annullano ogni tentativo di sospensione dell’incredulità. Ogni pellicola è stata cancellata e reinventata come se si trattasse di un progetto autonomo. Questa trilogia poggiava su sei film precedenti, tutti coordinati da un’unica presenza autoriale. L’esalogia di Lucas è stata barbaramente insozzata, deturpata.

Qual è stato il senso di questi tre episodi?

Questa è stata la trilogia del riciclo, del ricalco, della scopiazzatura, il simbolo della mancanza di idee, del cattivo modo di fare cinema, dell’improvvisazione, del riadattamento, del pessimo modo di allungare ed espandere una mitologia. Tutto è stato vigliaccamente rabberciato, arrangiato come si poteva, senza un benché minimo senso logico.  

In passato, fu aspramente criticato Lucas, un genio, un visionario, un autore, un vero artista per aver commesso errori umani ma sempre dettati dalla volontà di ammodernare, di esplorare un mondo vasto ma sempre armonico, unito da un filo conduttore e portante. Lucas, verso ogni suo film, verso ognuno dei suoi “figli”, ha sempre infuso guizzo, magia. Le sue opere erano pregne di meraviglia, di quello stupore che la Disney e Lucasfilm, nei riguardi di Star Wars, possono soltanto inseguire e agognare. Oggi, Lucas andrebbe rimpianto, richiamato a gran voce.

Lungi da me mancare di rispetto verso chi ha apprezzato quest’ultima trilogia.  Potete esserne fieri e orgogliosi. Sono veramente felice per voi, anzi vi invidio. Fatico, però, a capire cosa vi sia piaciuto in tre prodotti confusi, nebulosi, che si contraddicono tra loro e che annullano i precedenti sei film rendendoli vani. Cosa vi è piaciuto di una trilogia che sconfessa continuamente ciò che ha proposto essa stessa? Che copia e distrugge?

Non mi resta che aggrapparmi forte a quei sei lungometraggi, illudendomi che quanto sia accaduto recentemente si sia verificato in una realtà parallela. In fondo è proprio così che è andata: il vero finale è ancora lì, cristallizzato sulla luna boscosa di Endor.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ho sempre creduto che la genialità del creatore di "Star Wars", George Lucas, fosse riscontrabile in un singolo, stupefacente momento: in punto di morte, il redento Anakin implora il figlio Luke di togliergli la maschera cosi da poterlo vedere una prima e ultima volta coi suoi veri occhi. Che volto possiede Anakin? Che si sia o no a conoscenza circa il triste fato cui il personaggio andò incontro sul pianeta Mustafar, ogni spettatore in quel preciso istante non riesce a immaginare cosa vedrà nel momento in cui la maschera cadrà al suolo.  Un uomo corrotto tanto nell'anima quanto nel fisico, capace di annientare con estrema crudeltà chiunque tenti anche solo di opporsi al suo volere, che viso potrà mai avere? Un aspetto sinistramente serioso, crudele e spietato diremmo a una prima, impulsiva risposta. Ed è qui che troviamo il colpo di genio di George Lucas.

In tutte le scene della trilogia classica, le fattezze fisiche di Vader erano dell’attore David Prowse, eccetto che nelle scene d’azione, le quali richiedevano i servigi e l’abilità da schermidore dello spadaccino Bob Anderson. La voce profonda e metallica del signore dei Sith era invece del premio Oscar James Earl Jones. Poco prima di girare (in gran segreto stando a quanto si vociferava) la scena in cui Vader toglieva la maschera, George Lucas, sotto suggerimento di Alec Guinness, contattò l’attore Sebastian Shaw che, sottoposto a un pesante trucco del viso, presterà il proprio volto al morente Anakin Skywalker. Prowse non perdonerà mai Lucas per quanto accaduto e la rottura con il già citato regista statunitense, dopo l’uscita nelle sale della pellicola, sarà inevitabile. Ma Sebastian Shaw si rivelerà una scelta eccezionale, in particolare per l’espressività che donerà al personaggio nei pochi ma intensi istanti in cui verrà inquadrato. Nei restanti attimi che ci separano dalla visione del viso di Vader non possiamo che domandarci che volto avrà il tetro padre di Luke; ma quando la maschera verrà rimossa rimarremo dolorosamente sorpresi. Anakin ha un viso tremendamente pallido  e drammaticamente sofferente.


Un volto che emana in sommessi e lamentosi frammenti d'esistenza la tragicità di una vita esiziale, colma d'affanni, raccontata dai suoi occhi deboli e stanchi, prossimi a chiudersi per sempre. Il “cattivo” per eccellenza si rivelerà un uomo distrutto, il quale, corrotto dall’Imperatore, non ha trovato altro che dolore e sconfitta sul proprio tragitto.
Ma il culmine dell’atto finale lo si avverte esaurientemente nello sguardo di Shaw, capace d’infondere quell’aria di serena soavità e di estrema benevolenza nei confronti del figlio, senza dubbio il solo ed ultimo affetto che gli sia rimasto. Forse in quel breve volgere d’occhi è racchiusa tutta l’apoteosi della mitologia di Star Wars!


Ciò che rende così emozionante e splendido “Il ritorno dello Jedi” è custodito nel volto tumefatto di Anakin Skywalker.  Uno dei personaggi più complessi della cinematografia fantascientifica si accomiatò regalandoci lo sguardo più dolce e rassicurante che si potesse sperare di mirare, ed è in tale lascito che si riassume l’intera genialità dell’autore. Lucas ci ingannò tutti, inscenando la più articolata delle fanfaluche, quella in cui il cattivo era il personaggio che più aveva sofferto, e poco prima che il sipario calasse su quell'anima genuflessa da un dilaniante conflitto tra luce e oscurità, ci fece comprendere che l’antagonista della sua storia altri non era che il protagonista.

Lord Vader, sul finire delle proprie vicissitudini, esternerà la restante umanità che teneva sopita in lui, riservandola e riversandola esclusivamente all'emotiva attenzione del figlio, scrutandolo per la prima e ultima volta con gli stessi occhi amorevoli che avrebbe un qualunque padre dinanzi alla propria creatura.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era solo un dettaglio. Il particolare di una trama a cui non davo poi chissà quale peso perché fin troppo concentrato sugli sviluppi successivi, legati proprio a quel piccolo accenno che un film di quasi quarant’anni fa “recitava” per voce diretta dei personaggi a partire già dalle primissime sequenze. “Dove sono i piani che avete rubato?” -  domandava con rabbia una figura avvolta in una nera armatura, e il volto coperto da una maschera da cui fuoriusciva con ritmi regolari un angoscioso respiro. Su questa “minuzia” si pone il lavoro del 2016, dello spin-off “Rogue One”: come sono stati rubati i piani della Morte Nera? Quella stessa stazione spaziale che in Episodio IV possedeva la capacità di distruggere un intero pianeta con un solo colpo. Su quella sfumatura che Lucas, al tempo, ridusse astutamente a un semplice rimando, si perpetra l’esplorazione del regista Gareth Edwards, che attinge al passato mantenendo costantemente un occhio vigile sul presente e su quell’imminente “futuro” che sarà per l’appunto il lascito conclusivo che dovrà inevitabilmente recare in sé questo film: essere l’anello di congiunzione con l’intro de “Una nuova speranza”.

“Rogue one” è un’opera autoconclusiva, consapevole fin dalla propria concezione di avere un solo colpo in canna, e che dovrà mirare alle passioni più profonde dei fan con la mano ferma di un infallibile cecchino. Avrà a disposizione una sola pallottola, non potrà permettersi di sbagliare o addirittura adagiarsi sugli allori e sperare di raccogliere quanto ha seminato in un prossimo sequel. Dopotutto, il seguito di tale lungometraggio esiste già dal 1977. L’arte di questo primo spin-off dell’universo di “Guerre stellari” è fuggevole, un artificio destinato a nascere e a morire in poco più di due ore. Ma “Rogue one” non teme la parola “fine”. Anela alla propria conclusione, perché come i suoi stessi protagonisti vive per ciò che lascerà e non per quello che dovrà fare e rifare più e più volte. Questo primo “volume” antologico su “Star Wars” espande la mitologia creata da George Lucas, ma non la intacca affatto, vuole soltanto allargarla e mostrare nuovi orizzonti paralleli al filone principale della storia degli Skywalker.

“Rogue one” si regge sull’emotiva espressività di Felicity Jones, la Jyn Erso protagonista della pellicola, una ragazza dalla fronte ampia e dalle labbra carnose, che hanno tenuto fissi i miei occhi sul quel suo parlato e su tutto ciò che ha voluto comunicarmi dall’inizio alla fine della sua storia. Jyn è la figlia di Galen Erso, un prigioniero dell’Impero Galattico costretto a costruire la Morte Nera, l’arma che assoggetterà definitivamente l’universo al volere di Palpatine e spazzerà via i resti della ribellione. Il film nel suo sviluppo finalmente torna a quel viaggio esplorativo, tanto amato da George Lucas, quello, dove i pianeti di questo fantastico cosmo vengono mostrati con continuità, e ognuno di essi reca sempre nel suo habitat un qualcosa di unico, di “distintivo”; oserei definire questo qualcosa come una “natura identificativa”, tipica della flora fittizia di “Star Wars”. La lente si focalizza sul clima teso e intollerabile di una dittatura distopica, che colpisce e schiaccia  la gente comune, che non lascia adito ad alcuna scintilla che potrebbe innescare un anelito di libertà e di democrazia. E’ incredibile a dirsi, ma ciò che secondo me è gravemente mancato in Episodio VII, sequel della storia principale, è invece stato prontamente riportato in auge in uno spin-off a sé stante. In un seguito ambientato trent’anni dopo gli eventi de “Il ritorno dello Jedi” mi sarei volutamente aspettato di comprendere le dinamiche della Repubblica e il clima disteso di una pace ritrovata dopo anni di interminabili conflitti. A noi tutti non è stato permesso, poiché ne "Il risveglio della forza" siamo stati immediatamente calati in una realtà fatta di rimandi e strizzatine d’occhio, con evidenti strascichi di un tempo che sembrava essersi fermato, come se nulla fosse cambiato. Una scelta che ad altri potrà essere piaciuta ma che a me ha lasciato un retrogusto piuttosto amaro. “Rogue one”, invece, ci riporta in un mondo che, rammentando la cronologia all’interno della saga, sappiamo di conoscere, ma che guardiamo con un occhio diverso, avvertendo sensazioni che non credevamo di poter rapportare con quel periodo di guerra spaziale. Il cineasta omaggia il passato, invitando a partecipare il Bail Organa visto in Episodio II e III, padre adottivo di Leia e grande amico di Obi-Wan Kenobi, ricordato dallo stesso Bail come un grande guerriero durante le guerre dei cloni. Il rimando all’ormai anziano cavaliere Jedi fa invece da preludio al prossimo futuro in cui Obi-Wan riceverà la richiesta d’aiuto, quale unica “speranza” della principessa che nasconde in R2-D2 i piani appena rubati da Jyn e il suo gruppo. Edwards, pur divertendosi anch’esso a disseminare “easter egg”, non dimentica mai di tenere il timone della propria nave fermo sulla rotta prestabilita: quella della novità, dell’approccio diverso, e per me assolutamente ben accetto.

I personaggi sanno di essere degli eroi di passaggio e non eccedono in caratterizzazioni orchestrate ad arte per piacere allo spettatore, si limitano, invece, a rispettare i canoni del loro volere, e ci riescono appieno. Si battono per un ideale, un futuro che non potranno vedere ma lo fanno per "noi". Sanno di non poter essere amati come gli eroi presenti nel resto dell’epopea di Star Wars ma gettano comunque il cuore oltre l’ostacolo, battendosi per rubare quei piani che saranno il fulcro della prima vittoria dei ribelli sull’Impero. “Rogue One” è un film di guerra, quella sporca, logorante, combattuta nelle “trincee sabbiose”, in cui i veicoli tanto cari a noi fans abbracciano la magnificenza degli sbalorditivi effetti speciali degli ultimi anni. Gli Ala-X volano tra le stelle fronteggiando i caccia stellari in scene d’azione mozzafiato, mentre sulla terra i nostri eroi cadono uno ad uno chiudendo i propri sguardi su quell’arma che avrebbe garantito la fine di ogni libertà, ma che grazie ad essi non avrà vita lunga, poiché Jyn sarà la prima portatrice di quella “nuova speranza” che Obi-Wan e i ribelli ricercheranno in Luke e Leia.

Le forze oppositrici sono ancora quelle più comuni, su un fronte il bene sull’altro il male, ma l’impronta umana che il regista dedica alla costruzione della morte nera non può che destare ulteriore interesse. Il padre della nostra protagonista è un uomo costretto a costruire un’arma portatrice di morte, e proprio per questo ha lasciato una falla, un “tallone d’Achille” che può essere sfruttato se i piani finiranno in mano ai ribelli. Viene fuori un’attenta analisi a ciò che è stato fatto prima e durante la costruzione di questa stazione da battaglia, creata non soltanto dai seguaci dell'Impero, ma anche da uomini fatti schiavi e pertanto inevitabilmente sofferenti. L’amata figlia di Galen riuscirà a rubare i già citati piani, chiamati con il nome in codice di “Stellina”, il soprannome affettuoso con cui Galen chiamava un tempo la sua piccola bambina, prima che venisse strappato da lei e portato via dalla sua dimora. Il rapporto d’amore e quel senso di mancanza tra Jyn e Galen potrebbe venire reinterpretato, a mio giudizio, in un riadattamento di un possibile rapporto mai mostrato sullo schermo tra Anakin e sua figlia Leia. Vader, nella trilogia classica, concentrò gran parte delle proprie attenzioni sul figlio Luke, venendo a conoscenza dell’esistenza della figlia soltanto pochi istanti prima di spirare; chissà se invece Anakin fosse riemerso dall’oscurità tra le braccia della figlia… Avremmo forse assistito ad una scena simile a quella che vediamo alla morte di Galen, spentosi tra le braccia di Jyn?!

Il momento conclusivo è quello alimentato dal maggior pathos, in cui Jyn brilla proprio come una stella, lasciandosi andare in riva al mare stretta in un abbraccio di commiato con un altro ribelle che si è battuto fianco a fianco a lei. La morte sopraggiungerà su queste due anime: le anime di un eroe e un’eroina di cui si saprà ben poco negli annali storici di quella galassia, ma da oggi l’eco delle loro gesta riecheggerà nei cuori di noi spettatori che abbiamo assistito al loro sacrificio.

“Rogue One” è il film che riporta addirittura “in vita” la figura del Grand Moff Tarkin, interpretato da Peter Cushing, morto da circa ventidue anni. Un effetto speciale stupefacente che non può che lasciarci sbigottiti da una parte ma intimoriti dall’altra, suscitando l’inquietante interrogativo su cosa e fino a che punto si potrà spingere la tecnologia moderna, capace di sostituire completamente gli attori in carne ed ossa. Non posso che reputarlo però un omaggio straordinario all’attore che recitò nel primo “Guerre stellari”, sbarcato al cinema in ordine di produzione. Persino Carrie Fisher ritrova le proprie giovani fattezze nella scena finale, tornando ad essere la principessa Leila (o Leia se preferite) con indosso il bianco vestito dell’Episodio IV.

Ma “Rogue One” verrà ricordato soprattutto perché è il film che dopo undici anni ha riportato sul grande schermo Darth Vader. La maestosità del personaggio cardine di “Star Wars” è plateale sin dal suo esordio in quest’ultima avventura: legato ad alcune apparecchiature e immerso nell’acqua temprante e rigeneratrice, con il corpo mutilato così come visto in Episodio III e il volto ferito e deturpato, velato soltanto dal vapore acqueo. Questa breve ma intensa scena è tratta da alcune tavole presenti nella letteratura a fumetti di “Star Wars”. Il suo respiro si ode sin da subito, per poi lasciare il posto al suo palesarsi nella sua interezza. Vader emerge dalla luce e avanza verso di noi con fare sinistro ma al contempo regale. Il prescelto dei Jedi e il signore oscuro dei Sith ritorna in un attacco battagliero finale, celato nel buio, quando il suo respiro fa da esordio al suo apparire, e l’accensione della sua rossa spada laser è il preludio di un epico combattimento che vedrà Vader, al massimo della potenza, fronteggiare un intero plotone di ribelli, che nulla potranno contro la sua cieca furia. La sola presenza di Vader, concentrata però in solo pochi minuti, accresce comunque a dismisura il valore emotivo del film in sé.

“Rogue One - A Star Wars story” mantiene quindi i principi secondo cui è stato creato: raccontare una storia; solo una e basta! Ma lo fa con un piglio tutto suo, con un proprio stile, ricercando un’originalità estetica, già partendo dai diversi titoli d’apertura. E’ un film che sa cosa vuole comunicare e non ha paura di farlo, non affidandosi continuamente al bieco fanservice. “Rogue One” ritrova il coraggio di osare, fonte inesauribile del successo di “Star Wars”; e lo fa con la sua protagonista, Jyn, che non sarà una luminosa stella come furono Anakin Skywalker/Darth Vader e Luke nelle passate trilogie, ma conquista comunque un posto d’onore nel cielo stellato della galassia lontana lontana pur restando soltanto una stellina, magari anche splendente e luminosa. Ma proprio perché così unica e rara sarà sempre facile scorgerla nel firmamento sconfinato: mi basterà solamente alzare lo sguardo per riconoscerla.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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