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"Cenerentola e il Principe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Rilettura personale della fiaba)

C’era una volta una fanciulla bella e aggraziata. Quando venne al mondo, il suo pianto commosse tanto la natura, fertile e generosa, che decise di elargirle tre doni. Il sole la baciò con un fascio di luce, colorandole i capelli di un biondo radioso. Il vento le carezzò l’epidermide, rendendola delicata come seta e candida come un tessuto finissimo. Il canto degli uccelli, volati sino alla sua finestra per volere dell’aria, accompagnò le parole d’amore che la madre rivolse all’orecchio della nascitura, le quali le intenerirono il cuore e la resero indulgente e dolce come miele che cola da un albero.

Dopo qualche settimana, la primavera si accomiatò e, ben presto, lo fece anche l’estate. In un giorno d’autunno, il sole, coperto da una nuvola pregnante di lacrime, scomparve e la mamma della bimba spirò. La piccola, accudita dal padre, crebbe sana, garbata e splendida. Qualche anno dopo, l’amato genitore convolò a seconde nozze con una donna benestante, arcigna ed austera, già madre di due figlie. Quando anche il genitore morì, ella rimase sola, assoggettata alle prepotenze delle due sorellastre, e dimenticò il suo nome, poiché nessuno lo usò più per rivolgerle parola. La matrigna non tardò d’affibbiarle, infatti, un nomignolo, un dispregiativo attraverso il quale l’oscura matrona rimarcava l’abitudine della ragazza a sporcarsi con la cenere del focolare.

Cenerentola viveva alla stregua di una serva, maltrattata e oltraggiata. Ella era un bianco cigno che nuotava su di un lago torbido, in cui era impossibile mirare alcun riflesso, dissolto nel sudicio. Le pareti della sua modesta stanza parevano restringersi ogni giorno di più, come una prigione angusta e senza via d’uscita. In quel tempo, in un palazzo regale, viveva un principe della stessa età di Cenerentola. Benché la sua camera fosse ampia e sfarzosa, il giovane aveva l’inquietante sensazione che essa diventasse sempre più opprimente, esigua, quasi soffocante.

Il principe sapeva che, presto, sarebbe stato costretto a sposare una sconosciuta, la sua futura regina. Ciononostante, egli non aveva ancora appreso cosa fosse l’amore, e non si era invaghito di nessuna principessa. L’autorità del padre, tuttavia, era sempre più insistente, così la famiglia organizzò un ballo in cui lui avrebbe dovuto scegliere la sua sposa. L’amore, lo sposalizio, la vita matrimoniale erano, così, ridotti ad una selezione, una scelta opzionale tra aspiranti candidate, agghindate con abiti “trapuntati” con gioielli.  Non era quello che il principe aveva sempre sognato. Egli non poteva sposarsi per amore ma soltanto per dovere, e si sentiva affranto, prostrato davanti ad una tale imposizione. Se Cenerentola giaceva genuflessa alle malignità perpetrate dai suoi “parenti”, il principe non era da meno, e permaneva inginocchiato agli obblighi della sua investitura.

Nella cenere la donna aveva rinvenuto la propria forma di schiavitù, nella corona l’uomo aveva scorto la propria forma di assoggettamento. Il principe non poteva reagire al cospetto dei propri obblighi, essi erano del tutto vincolanti. Nonostante vivesse nell’agiatezza, egli era costretto a rinunciare alle sue libertà, sentendosi come un recluso, imprigionato in un castello dorato. Anch’egli, dunque, come Cenerentola, non riusciva a raccogliere le forze per eludere i propri oneri. Attendendo un incontro insperato, i due futuri innamorati soffrivano tremendamente, ciascuno per proprio conto.

Cenerentola è troppo buona! Per i più, ella personifica l’essenza stessa della gentilezza, se non anche l’incapacità di reagire a un violento sopruso e, pertanto, la remissività. Cenerentola non si oppone, incassa e attenua sulla sua pelle delicata l’ingiustizia di una vita aspra e dura. Perché lo fa?

Taluni credono per paura, altri, invece, per “stupidità”. Vi è forse stoltezza nel non insorgere contro i prepotenti? Vi è insensatezza in una ribellione non attuata?

Cenerentola pare ingenua, e la sua bontà d’animo va incontro, or dunque, ad una rilettura negativa. Ella sembrerebbe incarnare la debolezza di una donna assuefatta alla sofferenza, il che può apparire veritiero, se non si trattasse di una interpretazione sin troppo basica, nonché semplicistica.

Cenerentola simboleggia, anzitutto, la pazienza, quella che, forse, ha avuto in eredità dalla mamma. Quella che ella sperimenta non è un’attesa sciocca, bensì fiduciosa. Cenerentola resta fedele a se stessa, al proprio carattere fatto di autentica e armoniosa purezza. Ella crede che, restando buoni, è possibile riscattare ogni torto subito. Cenerentola non rimane passiva come può realmente sembrare, ella è, semplicemente, differente dalle sue antagoniste, in tutto e per tutto. Non trasforma se stessa in un essere violento e perfido per attuare la propria vendetta, non diventa come le sue sorellastre. Cenerentola resta buona, consapevole che non appena avrà un’occasione, una sola occasione, la sfrutterà pienamente a suo favore. Cenerentola non evidenzia la staticità di una donna indifesa, ma la resistenza di una creatura femminile forte, che non permetterà mai a nessuna crudeltà patita di renderla ciò che mai vorrà essere. Con pazienza, la sua prerogativa più identificativa, al pari della sua bellezza, ella attenderà il giorno del ballo per riprendersi la vita che merita. Cenerentola non vuol suggerire l’arrendevolezza e la sottomissione, tutt’altro. Ella, per quanto non dia tale parvenza, invoglia a reagire contro ogni angheria, senza mai mutare nel carattere e nel profondo. Cenerentola, infine, trionferà, e trarrà in salvo se stessa conoscendo l’amore.

La sera del ballo, aiutata dalla sua fata madrina, la fanciulla indossa un abito azzurro, scintillante come un cielo rilucente di stelle, e si recherà alla cerimonia di corte. Il principe, in quegli attimi, cammina nel salone con aria sconsolata, sino a quando non vedrà una luce provenire dal remoto. Il biondo dei capelli di Cenerentola, raccolti in un’acconciatura che mette a nudo la limpida interezza del suo volto, cattura lo sguardo del principe, che si innamorerà istantaneamente di lei. Entrambi, danzando, raggiungeranno una dimensione separata dalla realtà, in cui le lancette del tempo cesseranno di girare, rendendo un singolo istante perpetuo.

Ma Cenerentola dovrà fuggire quando la mezzanotte rintoccherà davvero. Compiendo la sua corsa disperata, ella perderà una delle sue scarpette di cristallo. Il principe la raccoglierà e, da quel momento, non si darà pace fino a quando non avrà ritrovato la donna che ama. Cenerentola e il principe si ricongiungeranno e, nell’amore, otterranno la felicità.

Il titolo che ho voluto utilizzare per questo mio pezzo è, volutamente, errato. Spesso, infatti, si crede che soltanto Cenerentola sia riuscita a salvarsi, donando se stessa al principe e abbandonandosi alle sue braccia. Invero, lo stesso principe, in quel passo di danza, in quel primo abbraccio in cui il tempo cessò di scorrere per un solo, meraviglioso, momento scovò la propria salvezza. Il più puro e prorompente dei sentimenti ha salvato due vite, le esistenze di un uomo e di una donna che erravano soli e disperati, in attesa di congiungersi.

Restando vicini, stringendosi, sostenendosi vicendevolmente, tutti gli innamorati che si smarriscono nei rispettivi sguardi, perdendosi in un bacio infinito, ottengono la libertà.

L’amore spazza via la cenere!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"La spada nella roccia" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Da principio, se qualcuno avesse detto ad Anacleto che quel bimbetto, sì, insomma, che quel garzone mingherlino, tutto pelle ed ossa, sarebbe un giorno diventato re, state pur certi che avrebbe riso e la sua non sarebbe stata per nulla una risata contenuta. Anacleto, un gufo dal grigio piumaggio, alquanto proverbiale per il suo rumoroso sghignazzare, era l’inusuale animale da compagnia di un anziano anacoreta. Tale esule dimorava nel cuore di una foresta, in una casa senza acqua e senza elettricità. Sovente, questi si lamentava dell’assenza di molti comfort che potremmo, ad oggi, definire “moderni”. Merlino, in tal modo veniva appellato quest’eremita, era un potentissimo mago dallo sguardo vispo e dalla barba candida. Egli aveva il dono della preveggenza. Ogni qual volta osservava il domani, si rammaricava di tutte le mancanze del proprio presente. Il Medioevo era diventato più oscuro di quanto Merlino avesse mai immaginato. Da tempo, oramai, l’Inghilterra non aveva più un sovrano. I nobili ideali del passato erano periti con la morte dell’ultimo regnante, e tutto era precipitato in un limbo di miseria e apatia. Tutto d’un tratto, dal cielo discende una grossa incudine di pietra massiccia con una spada conficcata al suo interno. L’elsa e una parte della lama emergono dalla roccia e recano una scritta che recita: "chiunque estrarrà questa spada sarà di diritto re d'Inghilterra". Per secoli, uomini provenienti da ogni parte della Gran Bretagna tentarono invano di estrarre la spada.

Perdonatemi, mi sono smarrito in chiacchiere. Fatemi raccapezzare un momento. Cosa stavo scrivendo? Ah sì, Anacleto avrebbe riso come un matto se solo avesse saputo che un bricconcello timido, bene educato, esile come una spiga di grano, sarebbe asceso al trono. - Chi era, di grazia, costui? - vi starete domandando. Or dunque, dovete sapere che una bella mattina lo stregone attendeva alla sua porta l’arrivo di un ospite molto speciale. Non aveva mai intravisto il volto di colui che era prossimo a giungere, eppure Merlino sapeva che si sarebbe trattato di un giovanotto di undici, massimo dodici anni. Come sostenni, se Anacleto avesse guardato Semola con attenzione e avesse osato anticiparne il fato, sarebbe rimasto incredulo poco prima di sbellicarsi dalle risate. D'altronde, Anacleto non poteva trattenersi, quando qualcosa gli provocava ilarità sogghignava e poi scoppiava a ridere a “crepapiume”. Lo faceva sin da quando era un piccolo gufo. Solitamente, fuoriusciva dalla sua tana, una piccola fessura scavata tra i polmoni di un’antica quercia, si coricava sul suo bel tronchetto e, preso dall’euforia, rideva per interi minuti, portava le zampe all’altezza del musetto felice e dibatteva le stesse al suolo, colto dalla gioia. Di primo acchito, infatti, Semola tutto poteva sembrare tranne che un futuro re.

Artù, chiamato da tutti Semola, era un orfano, adottato dal severo Ettore e addestrato come l’umile scudiero di suo fratello, Caio. Semola è tanto riservato ed è, per certi versi, succube delle angherie dei suoi famigliari che sono soliti rimproverarlo ad ogni minimo errore. Ciononostante, sotto i suoi occhi schivi e vogliosi di scoprire, è possibile intravedere l’anima cristallina e valorosa di un impavido. Tuttavia, Semola “vanta” una fisicità striminzita, due braccia secche e altrettante gambette sparute. Egli non possiede affatto la prestanza di un futuro condottiero. Cionondimeno, Semola ha qualcosa che tutti gli altri non hanno: la brama di conoscere.La mente batte sempre i muscoli!” - è ciò che, sovente, borbotta Merlino. Semola ha un’attitudine innata allo studio del mondo esterno. Così, Merlino, coadiuvato dall’arguto Anacleto, deciderà di fungere da suo precettore.

Il soprannome che tutti hanno affibbiato al personaggio principale del film adombra il vero nome di Semola, che diverrà leggendario. Tuttavia, per i popolani e i villici, Semola è soltanto Semola, poco più di un fanciullo con una cascata bionda come capigliatura. Ma quella sua chioma dorata non è che il preludio alla corona d’oro che, un giorno, svetterà alta sul suo capo, rilucente di gemme sfolgoranti e rubini tanto preziosi. Artù è destinato, in un dì lontano, a diventare un monarca venerabile, dall’inestimabile virtù. Dal grano macinato si genera la farina e da essa il pane profumato, buono come un bene pregiato ma alla portata di tutti. Semola era uno dei tanti, una spiga gialla in un campo di grano. Egli è paragonabile ad un granello di farina, un prodotto della terra che dovrà essere lavorato per diventare “pane”. Educato ed istruito dai suoi maestri, Semola, da granello di farina, diverrà speciale, similmente a del pane nato dal frumento luminoso per il bene di tutti.

Ma Semola non sa di essere speciale né può immaginarlo. Egli non ha fiducia in se stesso poiché nessuno ha mai lasciato intendere di averne in lui. Soltanto Merlino crede nelle sue capacità nascoste, e si adopererà per tramandargli tutto ciò che ha appreso nel corso della sua esistenza. Semola è unico, soprattutto perché è generoso, paziente, riflessivo, ascolta e ragiona prima di agire, caratteristiche assai rare in quell’epoca Medievale dipinta e tratteggiata con nitidezza nel lungometraggio, dove tutti pensano solo a duellare e a discutere animosamente. Semola ha la semplicità delle creature genuine, l’accortezza dei puri di cuore, la gentilezza di chi vive in armonia con la natura. E’ un alunno perfetto, pronto più che mai ad imparare.

La spada nella roccia” è un’opera di formazione, di crescita, di educazione. Merlino è un mentore assennato e la sua casa, piena zeppa di modellini in legno raffiguranti locomotive a vapore, veicoli volanti e altre dozzine di invenzioni provenienti dal futuro, somiglia al laboratorio di Leonardo da Vinci, ed è una finestra spalancata sull’avvenire. Il mago vuol sviluppare la mente del piccolo Semola ancor prima dei suoi muscoli, e anela ad insegnargli la matematica, la storia, la biologia, le scienze naturali, la geografia. Un re, per Merlino, è tale quando avrà accresciuto il proprio acume e la propria intelligenza, peculiarità imprescindibili per una maestà che dovrà dissolvere le tenebre di un medioevo buio e senza speranza. Nei giorni seguenti, Merlino educa Semola, conducendo le sue lezioni all’aria aperta, tra le verdi foglie e le fronde degli alberi in modo che il piccino apprenda restando immerso nel creato. Anche Anacleto scenderà dalla sua casetta, ricavata da un ciocco di legno, e insegnerà al “principe” le basi dello studio: leggere e scrivere.  Semola fa sì che i suoi maestri, il mago ed il gufo, l’uomo e l’animale, facciano di lui il loro pupillo, un discepolo prediletto.

Il mago, per far ben recepire i suoi insegnamenti, trasforma Semola in un animale differente: un pesce, uno scoiattolo e un uccellino. Mediante le sue metamorfosi, Semola esplora una parte diversa del mondo: l’acqua, la terra, l’aria. Come se vivesse una favola sulla propria pelle, Artù si rapporta con le creature più piccole e delicate della natura, assumendo le loro caratteristiche fisiche, emotive e comportamentali. Come la Sirenetta anderseniana che, dal mare, si protrasse sino alle coste e, alla morte, raggiunse l’immortalità come uno spirito dell’aria, Semola, nella pellicola disneyana, da essere terrestre, “ascende” al mare e all’aria per purificare la propria essenza. Un re, se dovrà essere magnanimo e misericordioso, dovrà conoscere e avere cura di ogni essere vivente, sia esso appartenente al reame acquatico, a quello dell’aria o a quello terrestre. Semola si confronta con gli animali più minuti, indifesi, così da sviluppare l’intenerimento, la pietà di un uomo munifico. In particolare, quando sarà uno scoiattolo, Semola scoprirà per la prima volta cos’è il sentimento puro dell’amore, la forza che muove ogni cosa, più potente della gravità stessa. Una scoiattolina si invaghirà di Semola, mutato in scoiattolo, salvo poi accorgersi che egli non è un membro della sua specie. A quel punto, essa cederà al rammarico di ciò che sarebbe potuto essere, al singhiozzio, ad un mesto lacrimare. La delusione e il dolore di un cuore infranto sono i patimenti più strazianti da sopportare. Proprio Artù, in età adulta, soffrirà anch’egli per amore, quando la propria consorte, Ginevra, lo tradirà con Lancillotto; ma questa è un’altra storia, che appartiene ad un tempo ancora inesplorato per l’innocente protagonista.

Merlino ammira e al contempo teme il futuro, e pone le sue speranze sull’avvenire glorioso di Artù. A tentare di ostacolare la maturazione del giovane arriverà Maga Magò, acerrima nemica di Merlino. Magò veste i panni, rivisitati ed imbruttiti, della fata Morgana, avversaria del potente stregone nelle leggende del ciclo Bretone. A poco serviranno le vili azioni della maga cattiva, i giorni del re sono prossimi ad arrivare.

Merlino, osservando Semola, trovò in lui l’erede al trono. Un qualcosa di simile accadde anche a Gandalf, lo stregone grigio e bianco de “Il signore degli anelli”, quando questi scorse per la prima volta Aragorn, colui che riuscirà a restaurare la stirpe spezzata dei grandi Re degli uomini. Aragorn poté, così, ricostituire la discendenza di Isildur, Artù quella di Uther Pendragon.

In un giorno quieto e radioso, Semola estrarrà la spada dalla roccia senza sforzo alcuno. E’ lui il re che tutti attendevano. Sarà l’alba di un ciclo splendente e prosperoso. Seduto sul suo trono, Artù sente d’essere impreparato ad adempiere le sue responsabilità regali. L’incertezza, il dubbio, il timore di non essere all’altezza sanciscono l’umiltà di un sovrano che si metterà sempre in discussione per il bene dei suoi sudditi. Semola è divenuto pane, un bene posto al servizio di ogni bisognoso. Anacleto ammirerà Semola con stupore, restando al suo fianco, seguito dallo stesso Merlino, tornato appena in tempo da una vacanza ad Honolulu. Il XX secolo sta bene lì dov’è, per lo stregone sarà più opportuno godersi uno splendido presente.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mowgli e Bagheera ne
«Il libro della giungla»" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sui film tratti da “Il libro della giungla”)

La vita viene spesso paragonata ad un libro intonso. Coloro che confidano in questo raffronto trovano nella crescita un calamaio e nell’esperienza una penna di volatile da intingere in esso per scrivere i capitoli di un’esistenza. Certuni equiparano la vita ad “una ruota”, e credono che ad ogni giro ci sia una storia da raccontare. Dunque, l’arco vitale può essere assimilato ad una girandola di emozioni, un vortice di sogni e di avventure. Ciò vale specialmente per i protagonisti dei racconti, coloro che vivono una vita immaginaria. Il viaggio di un eroe, che dimora tra il vero ed il fantastico, è denso di pericoli, ed è in genere costellato da salite ripide e da discese brusche e vertiginose. Il “giro di ruota” di un personaggio fittizio è solito cominciare lentamente, come una giostra di cavalli che danno il via ad un “galoppare” ritmato. Tale “giravolta”, metafora di una vita da narrare, con lo scorrere degli accadimenti, diventa più rapida, incalzante, sino a compiersi in un intenso atto finale.

La storia de “Il libro della giungla” nacque all’interno d’un tomo fatto di pagine bianche. Le vicissitudini di Mowgli vennero concepite con l’inchiostro, ciononostante il suo fantastico vissuto fu travolgente, turbinoso come un girotondo senza esito.  La storia di Mowgli, popolata da fauci, artigli e da zanne, contiene elementi fascinosi, educativi, atavici, impervi come la giungla selvaggia, e parla di crescita, orgoglio, potere, tesori e amore.

Ciascuna delle versioni cinematografiche che hanno trasposto le “novelle” di Rudyard Kipling pone Mowgli in scenari sempre differenti, così che egli possa conoscere l’amore, i dettami di un’antica legge, l’amicizia, l’emarginazione e ascenda al suo destino.

  • Un fiore rosso: principio

Il cineasta Stephen Sommers, che nel 1994 diresse per la Walt Disney un libero adattamento dell’opera letteraria di Kipling, partì proprio dall’amore per richiamare, attraverso il linguaggio visivo del cinema, il passato del protagonista. Mowgli condivideva con Katherine, la sua graziosa amichetta, un tragico trascorso: ambedue le loro madri erano morte dandoli alla luce. Mowgli, dunque, nacque da un atto di amore estremo che raggiunse il sublime.

Mowgli ha appena cinque anni quando segue il padre, Nathoo, nella giungla. Nathoo era stato scelto dal colonnello Brydon come guida indiana del suo reggimento. Il piccolo giace in “sella” ad un elefantino e procede in testa alla guarnigione. Di lì a breve, con la curiosità di chi vuol capire, Mowgli scruta il genitore mentre questi coglie un fiore rosso e l’offre in dono ad una viandante, poco prima di darle un bacio. Sarà questa l’ultima immagine, conservata nei ricordi d’infanzia, del piccino.

D’un tratto, un cupo ruggito scuote la calma apparente della giungla. Shere Khan, la regina delle tigri, è inquieta perché i bracconieri stanno invadendo il suo territorio. Le bestie che trasportano il fabbisogno dell’unità militare, udito il terribile verso del predatore, si agitano, destabilizzando bruscamente l’avanzata. Sarà proprio il piccolo Mowgli, con autoritaria fermezza, a placare l’indole irrequieta delle creature. Sin dal principio, viene sottolineata la spiccata capacità del protagonista nel comunicare con il regno animale.

Quella stessa notte, Mowgli si perderà nella giungla nera e crescerà lontano dalla civiltà, accudito dalle fiere libere della “foresta”.

Mowgli dona un fiore a Kitty

Nel classico della letteratura di Kipling, gli animali sono soliti definire “fiore rosso” il fuoco. Le fiamme di una torcia, che vengono brandite dall’uomo come “arma”, sono sinonimo di terrore per tutta la fauna. Le vampe consumano il verde, devastano i sentieri della giungla, intrappolano in una morsa ardente i cuccioli indifesi, e sono considerate un male da cui fuggire. Il fuoco “sboccia” come un germoglio luminoso, ondeggiante, rovente, si propaga come una lingua forcuta e colpisce come una frusta incandescente. Per Sommers “il fiore rosso” non corrisponde all’elemento primario, ma coincide con un bocciolo vermiglio, donato a una donna come segno di corteggiamento. Imitando il comportamento del papà, Mowgli raccoglie un fiore e lo porge alla piccola Kitty. Ella ricambia il gesto, ed elargisce al suo amichetto il bracciale d’argento ereditato dalla sua mamma, dal quale Mowgli non si separerà mai. Il protagonista, crescendo, emulerà il gesto del padre in maniera meccanica, e attraverso quel fiore rosso continuerà inconsciamente a mantenere un legame con il suo passato ed il suo essere uomo.

Durante la sera, Nathoo dialoga con il figlioletto all’interno di una tenda. Egli mostra al bimbo un vaso in cui sono stati ritratti alcuni animali, simboli per eccellenza delle virtù della giungla. Nathoo indica a Mowgli il primo “dipinto”, raffigurante un orso bruno. Il bambino afferma che quello è Baloo. Subito dopo, Nathoo attira l’attenzione del piccoletto verso l’illustrazione di una pantera nera, chiamata da Mowgli “Bagheera”. Poco dopo, il buon padre mostra al bambino la sagoma di Shere Khan. Mowgli, questa volta, confessa che quella tigre altri non è che lui stesso. Ebbene, Shere Khan per Sommers non è la tigre zoppa, perfida, subdola e spietata nata dalla penna di Kipling, bensì una custode della natura che arriverà a condividere alcune importanti somiglianze con lo stesso Mowgli.

Le illustrazioni degli animali nascondono un profondo valore allegorico. Attraverso le raffigurazioni “tinteggiate” su quel vaso, il lungometraggio evidenzia le creature più importanti che accompagneranno Mowgli nella sua evoluzione. L’orso, la pantera, il serpente e la tigre vengono caricati di una forza espressiva astratta ed evocativa. Tutti loro vengono battezzati, come se nel nome fosse celata l’identità. Mowgli, chiamandoli uno alla volta, non si riferisce a semplici rappresentazioni di una specie. Con quei nomi, egli parla di animali unici, poiché incarnanti virtù rare e preziose.  

Le suddette “immagini”, inoltre, non sono mere “incisioni”, ma premonizioni che anticipano gli eventi e gli incontri che il protagonista avrà con le fiere. L’immagine che agisce come “preavviso” ad un accadimento si ripete, altresì, nella sequenza in cui Shere Khan sorprende gli uomini nell’accampamento.

  • La legge della giungla

Shere Khan è un’ombra inafferrabile che si manifesta di rado e trova riparo nella selva inospitale. La tigre del Bengala si presenta per la prima volta su di un massiccio roccioso. Da quell’altura, essa vigila sul suo regno, e osserva gli uomini che procedono a tentoni verso la sua dimora. Negli ultimi mesi, la caccia è aumentata con scellerata cadenza e i cacciatori hanno predato molti più animali di quanto era loro consentito. La legge della giungla, che prevede l’uccisione di una creatura solamente per difesa o per bisogno, è stata infranta. Shere Khan ne è consapevole, e medita la propria rivalsa.

Al calar della notte, l’accampamento viene assalito dal maestoso felino. La tigre attacca nel buio, uccidendo l’ufficiale che presiede l’attendamento. Eppure, l’animale sceglie di non cibarsi dei resti. Shere Khan, in quei frangenti concitati, non attacca per nutrirsi, muove verso gli uomini per esigere vendetta. All’alba della storia e al crepuscolo di una giornata che segnerà il fato del protagonista, la legge della giungla viene violata dalla sua stessa custode. In quegli attimi, Shere Khan incarna l’essenza giustiziera di Madre Natura e aggredisce per uccidere.

Uno dei militari di Brydon se ne stava seduto nei pressi della folta vegetazione. Per trascorrere il tempo, l’ufficiale si era concesso un solitario con le carte. L’ultima carta estratta dal mazzo recava la rappresentazione di una tigre. I versi di Shere Khan sembrano echeggiare dal disegno stesso. Poco prima che l’uomo si volti, essa balza alle sue spalle, azzannandolo al collo. Lo schizzo decorativo impresso in quella carta da gioco aveva svelato le fatalità di un futuro imminente.

Spronato dal trambusto, Nathoo corre per difendere il cacciatore Buldeo dalla furia di Shere Khan. Il padre di Mowgli cadrà sotto le unghie affilate della tigre. Nell’infrangere la legge della giungla e arrecare dolore all’uomo, Shere Khan ha condannato a morte anche chi non meritava di perire: è il risultato di una sola notte di anarchia brutale.

Baloo e Mowgli nel film animato della Walt Disney
  • L’incontro con Bagheera e Baloo

Nel classico disneyano del 1967, quando viene rinvenuto da Bagheera, Mowgli dorme raccolto in una cesta. La pantera, intenerita dal cucciolo d’uomo, lo porta al cospetto di un branco di lupi in modo che possano crescerlo come un membro della loro famiglia. Di giorno in giorno, il felino sorveglia il bimbetto, vegliando sulla sua incolumità. Mowgli verrà così’ allevato dai lupi, e incontrerà, da ragazzino, Baloo, un orso labiato dal manto grigio, simpaticissimo e goloso di miele.

Baloo, caratterialmente, si differenzia molto da Bagheera. Se quest’ultima emana un’aura di austerità e compostezza, il mammifero propaga un alone di spensieratezza e allegria. La solennità di Bagheera rimanda alla serietà della crescita, nonché all’asprezza della maturazione. Baloo rappresenta, invece, la letizia del gioco, la leggiadria dell’infanzia e la levità di uno spirito libero che ha bisogno soltanto di poche briciole, dello stretto indispensabile per godersi pienamente la vita. Entrambi, a loro modo, assurgono al ruolo di mentori per il piccolo Mowgli, riflettendo due personalità ambivalenti per la sua educazione.

Bagheera osserva il cucciolo d'uomo nell'opera filmica del 1994

Nel lungometraggio di Stephen Sommers, Mowgli incontra la pantera alle prime luci del mattino. Essa indaga l’animo del piccino con i suoi occhi saggi. Mowgli non esita dinanzi al tenebroso leopardo, e questi gli mostra la sua coda così che il bambino possa afferrarla e seguirlo. La pelle del felide appare nera come un cielo senza stelle, eppur soffice come il velluto. Bagheera conduce Mowgli nei pressi di un lago naturale, sorto ai piedi di una splendida cascata d’acqua cristallina. Sulle rive, un branco di lupi indiani accoglie il piccolo. L’indomani, Mowgli incontra Baloo, ancora piccino, rimasto incastrato nel foro di un vecchio tronco d’albero nel tentativo di ingurgitare del miele. Sarà proprio Mowgli ad aiutarlo a liberarsi da quella stretta soffocante. Mowgli e l’orsetto sono “cuccioli” ed entrambi soli. Da allora, i due diverranno inseparabili. Molto teneramente, Sommers mostra come l’amicizia tra due esseri completamente diversi possa nascere da un gesto di bontà. Bagheera, secondo il volere di Sommers, continua a rivestire per Mowgli il ruolo di maestro e difensore, Baloo, invece, quello di fratello adottivo.

Per distaccarsi ulteriormente dagli scritti di Kipling e plasmare una pellicola personale, Sommers scelse di non fare parlare gli animali. E’ infatti un linguaggio molto più profondo e inaccessibile quello che vige tra alcuni personaggi dall’opera filmica. Pur permanendo nel silenzio, i dialoghi tra Mowgli e i suoi amici animali sono sviluppati mediante un’apparente incomunicabilità:l’inesistenza del linguaggio verbale. Tuttavia, nelle espressioni, nei gesti, negli impenetrabili sguardi si forma una comunicazione empatica, silente, intima. Una scelta che trascende e, per certi versi, snatura l’opera di Kipling, ma che risulta realistica e ugualmente filosofica. Le belve della giungla sono un riflesso dell’anima di Mowgli. Esse simboleggiano le qualità segrete ed eroiche del protagonista. Mowgli avrà infatti la velocità della pantera, la forza dell’orso, lo spirito del lupo.

Mowgli e Bhoot nella pellicola del 2018
  • Maturazione: il Mowgli bambino e la diversità

In “Mowgli”, pellicola del 2018 diretta da Andy Serkis, il protagonista, ancora bambino, viene trattato con diffidenza da alcuni suoi “fratelli” lupi. Se confrontato ai film precedenti, l’adattamento cinematografico di Serkis risulta essere molto più crudo e violento, poiché maggiormente basato sulla controparte cartacea. Non trovando amici nei suoi “simili” del branco, Mowgli stringe un tenero rapporto con Bhoot, un lupetto albino, anch’esso maltrattato per la sua diversità. Serkis analizza così l’animo tormentato di Mowgli, un personaggio senza identità, in perenne lotta tra la sua natura di uomo e il desiderio d’essere un lupo. Spesso scacciato dal branco, Mowgli ha nella bontà di Bagheera e nei ferrei insegnamenti di Baloo l’unica distrazione da un’esistenza di lotta e sopravvivenza. Bagheera viene qui rappresentato come un fratello maggiore, Baloo, invece, come un orso severo, anziano e ferito, tanto da avere la mascella storta (forse un riferimento voluto al King Kong di Peter Jackson, interpretato dallo stesso Serkis, il quale aveva la mascella piegata verso un lato).

Se Mowgli è tacciato di “diversità” poiché figlio illegittimo di due mondi, Bhoot, al contrario, viene disprezzato per il bianco del proprio manto. Tale lupo è tratteggiato come un personaggio fortemente positivo, buono, generoso, allegro e speranzoso. Morirà solo, cacciato da un bracconiere che bramava il suo “candido pellame”. Se per gli animali, Bhoot era inaccettabile, “sbagliato”, per gli uomini era tanto bello da meritare di morire. L’aspetto viene trattato da Serkis come se fosse una dannazione, una patina esteriore che attira a sé odio e crudeltà. La morte, scioccante, del piccolo lupacchiotto, offeso in un raptus di rabbia dallo stesso Mowgli, invoglia il protagonista a riprendere il suo ruolo di padrone della giungla. La crescita in Mowgli è repentina e interiore sebbene, al di fuori, egli appaia pur sempre come un ragazzino.

Anche nel cartone animato della Walt Disney viene trattata l’emarginazione, pur senza mai toccare le vette di sadismo inscenate da Serkis. I corvi che Mowgli incontra sul suo cammino si rapportano a lui poiché anch’essi si sentono esclusi.

"Mowgli" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Maturazione: il Mowgli adulto e il ritorno alla civiltà

Sommers in “Mowgli – Il libro della giungla” decise di rendere la maturazione del protagonista plateale. Il cineasta statunitense, nel voler raccontare la storia di un Mowgli adulto, trasse ispirazione dalla figura di Tarzan, il quale, dal punto di vista letterario, fu a sua volta ispirato da Mowgli stesso.

Un giorno, Mowgli riceve la visita di una scimmia appartenente al reame dei Bandar-log, che gli sottrae il bracciale donatogli da Kitty. Mowgli insegue l’animale sino alle profondità della giungla nera, scoprendo Anuman, una mitica città repleta di tesori giunti da ogni parte dell'Asia. Qui, Mowgli s’imbatte in un imponente Orango Tango, sovrano dei Bandar-Log. Il primate troneggia sulle ricchezze e indossa sul capo la corona d’oro di Luigi XIV.  Sotto la “giurisdizione” di re Luigi vive Kaa, un pitone indiano. Kaa striscia come un anaconda di enormi dimensioni, celato sotto cumuli di tesori similmente ad un male tentatore quanto ripugnante. Il tremendo serpente sembra incarnare la condanna dell’avidità: chiunque peccherà di cupidigia e cercherà di profanare l’oro di Anuman morirà per “mano” sua. Una leggendaria città perduta colma di tesori è una fantasia molto cara a Sommers. Lo stesso ne “La mummia” trarrà ispirazione dalla sua Anuman per creare, cinque anni dopo, Hamunaptra, un antico sito di sepoltura in cui riposano le ricchezze dell’Egitto.

Sebbene Kipling avesse concepito le scimmie come una popolazione sovversiva ed ingovernabile, la Disney, nel 1967, creò il monarca Luigi. La figura di questo re torna a ripresentarsi nel remake live action del 2016. Il sire, in tale rivisitazione, possiede le fattezze di un mastodontico gigantopiteco, e brama di regnare su tutti i popoli liberi della giungla con il fiore rosso.

Baloo, Mowgli e Kitty in una scena del lungometraggio di Stephen Sommers

Mowgli recupererà il bracciale e, poco tempo dopo, rincontrerà Kitty. Riconoscendolo come l’amico che aveva perduto quando era bambina, Kitty accoglie Mowgli a palazzo, e lo istruisce. Le sequenze in cui il figlio della giungla impara a parlare, a leggere, a scrivere e osserva i fotogrammi riprodotti da un proiettore con il quale scoprirà il mondo e parte di ciò che si cela laggiù, lontano, al di fuori di lui, verranno reinterpretate dalla stessa Disney nelle scene del classico “Tarzan”, accompagnate dal brano “Al di fuori di me”.

La stessa Kitty svolge un ruolo molto simile a quello di Jane. Kitty è l’amore della vita di Mowgli, la traccia di un passato che egli rammentava appena e che continua a legarlo al mondo degli uomini. Restando nella città indiana, Mowgli impara molte cose di cui ignorava l’esistenza. La guerra, la violenza, le armi distruttive, la caccia senza limiti, le predazioni e le imbalsamazioni degli animali sconvolgono la coscienza dell’eroe che medita sulla cattiveria dell’agire umano. L’opera di Sommers, nella sua propensione a trattare la storia di Mowgli da un punto di vista antropocentrico, fa degli animali i garanti delle virtù, e degli uomini i veri nemici, coloro che commettono crudeltà e nefandezze, poiché i soli ad essere mossi dall’avidità. 

  • Shere Khan, da antagonista a giudice

Una volta fermati i folli propositi del vile Boone, Mowgli fronteggia Shere Khan come un suo pari e non come un usurpatore. Leggendo l’anima dell’uomo, la tigre sceglierà di non infliggergli alcun male. Ecco che Shere Khan muta, da antagonista diviene un guardiano, un giudice inclemente ma anche comprensivo per chi ha rispettato la legge della natura. Mowgli, diventato custode della giungla, sarà l’anello di congiunzione tra due regni finalmente accomunati.

Ne “Il libro della giungla” del 1967, Mowgli sconfigge Shere Khan con il fuoco. Essa, in tale versione, come desiderato da Kipling, rimane sino alla fine la massima avversaria del protagonista.

  • Un fiore rosso: fine

Sulle sponde di un lago, Kitty ritrova Mowgli: sarà adesso lei a porgergli un fiore rosso. I due si scambieranno un appassionante bacio. Con l’amore era iniziata la vita di Mowgli e con l’amore si è compiuta: la ruota ha finito il suo giro!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mary Poppins" (Emily Blunt) - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arrivederci, Mary Poppins…

Con la sua voce soave e modulata, lo aveva annunciato sin dal principio. Quando la brezza avrebbe smesso di soffiare da est, lei sarebbe andata via. Ed ecco che il vento cambiò. La famiglia Banks era accorsa al parco, beata. George aiutava i figlioletti a far volare l’aquilone nel cielo terso del mattino. Egli rideva sotto i suoi baffi spessi, spensierato come non lo era mai stato. Il signor Banks era stato salvato, e con lui la sua famigliola, fieramente unita, finalmente felice. Il compito di una tata buona che, in quei lieti frangenti, sostava sulla soglia della porta di casa Banks, era stato ultimato con la precisione minuziosa di una fata praticamente perfetta sotto ogni punto di vista.

Il manico del suo ombrello incantato borbottava qualcosa. Quel becco a forma d’uccello mormorava di sentimenti ed emozioni, di rammarichi e nostalgie. “Io so benissimo cosa provi per quei bambini” – fu l’ultima frase che il bislacco manico riuscì a pronunciare. La tata lo zittì con la solita delicatezza. “Adesso basta parlare a vanvera” – disse. Quelle parole, però, erano vere e non “ciarlate a casaccio”. Mary Poppins ne era consapevole, si era davvero affezionata a Jane e Michael, gli adorabili figli di George e Winifred Banks, ma non poteva fare altro che accingersi a partire. Schiuse quel fatato parapioggia, raccolse la borsa dalla capienza illimitata e cominciò a librare verso le nuvole bianche.

La vide, per l’ultima volta, lo spazzacamino Bert, che alzò gli occhi al cielo e scorse quella sagoma dolce e gentile. “Arrivederci, Mary Poppins… Non stare via molto!” – disse il tuttofare. Mary Poppins parve sentirlo, si voltò e gli elargì il più affettuoso dei suoi sorrisi.

Bert non venne ascoltato, e quella sua richiesta non fu mai esaudita. Mary Poppins rimase lontano per tanto, poco più di mezzo secolo. Cinquantaquattro anni dopo ella fece ritorno, scese da un candido nembo, accompagnata da una luce radiosa. Non era invecchiata di un solo giorno, come tenne a precisare Michael, oramai adulto, eppure la tata dei sogni era cambiata. Le sue scarpe blu come il mare ritoccarono terra in un periodo alquanto particolare: erano gli anni della Grande Depressione, e per i Banks nulla andava come doveva…

  • Mary Poppins, sei tornata!

Il ritorno di Mary Poppins” è il sequel dell’intramontabile classico del 1964. Nei cinema di tutto il mondo, sono trascorsi cinquantaquattro anni dall’immortale apparizione della bambinaia dai magici poteri. “Mary Poppins”, grazie ad una storia a carattere famigliare, ad un’ambientazione realistica, la quale raffigurava una Londra d’inizio Novecento viva e fervente di colore, ad una forte componente favolistica, ed una dimensione onirica generata dalle arti stupefacenti della protagonista, che riesce a penetrare, ad avvolgere e a mutare il reale, è stata una delle pellicole più rivoluzionarie, intrinsecamente artistiche e sorprendenti del panorama cinematografico di ogni tempo. Julie Andrews, con grazia, autorevole dolcezza, e con un’inimitabile signorilità materna, ha ramificato nell’immaginario collettivo.

Girare il seguito di un lungometraggio che ha scritto pagine indelebili nella storia della settima arte e che ha cresciuto e coccolato, rispettivamente, molte generazioni di piccoli e grandi spettatori, pareva essere un’impresa titanica, presumibilmente da evitare, facendo appello ad un briciolo di prudenza. Ma la Disney, si sa, non è nuova a raccogliere guanti di sfida, a cercare di rendere possibile ciò che sembrerebbe impossibile. Or dunque, traendo spunto dal libro “Mary Poppins ritorna”, scritto dalla stessa P.L. Travers e seguito letterario ufficiale del ben più celebrato “Mary Poppins”, lo studio Disney ha dato disco verde alla produzione e alla successiva realizzazione dell’ambizioso sequel del capolavoro degli anni Sessanta.

Mary Poppins possiede, ora, il volto roseo e delicato di Emily Blunt. L’attrice britannica raccoglie l’eredità di Julie Andrews, infondendo alla sua Mary Poppins una spensierata leggiadria. Se Julie Andrews emanava una garbata eminenza dal suo portamento elegante, Emily Blunt fa scaturire una graziosa superbia. Ella offre così un’interpretazione lodevole, coinvolgente e spumeggiante. Nonostante, con ogni probabilità, Julie Andrews continui ad essere ritenuta la Mary Poppins per eccellenza, Emily Blunt non tentenna né mostra mai di soffrire il paragone, adoperando tutto il proprio talento nella creazione di una Mary Poppins nuova, che coniuga una gestualità classica con un’espressività moderna. Ad insidiare il suo eccelso lavoro ci pensa, però, lo sviluppo narrativo, il quale si limita a soddisfare più che a sorprendere, ad accontentare più che a meravigliare.

  • Le lancette del tempo

L’inizio de “Il ritorno di Mary Poppins”, citando, a suo modo, l’atto conclusivo del capostipite, crea un collegamento tra gli anni trascorsi. E’ anzitutto una questione di tempo quella che il film vuole trattare, e ciò viene suggerito sin dal momento in cui il sipario si apre. Nel finale dell’opera originale, Mary Poppins volteggiava via, mentre i piccoli Banks erano tutti presi a giocare con mamma, papà ed il loro aquilone. Molti anni dopo, i figli di Michael rinvengono il vecchio aquilone del padre, ed esso vola via, sfugge alle loro mani, risucchiato da una corrente impetuosa. L’aquilone si disperde nel cielo ottenebrato, quand’ecco che viene recuperato da Mary Poppins, il cui corpo schiarisce il grigio della tempesta, e porta con sé una luce nuova, carica di speranza. Si potrebbe affermare che Mary Poppins torni nell’esatto momento in cui le avevamo detto addio, o perlomeno in uno scenario davvero simile a quello di tanti anni prima. Allora, Jane e Michael giocavano con il loro aquilone, e adesso, nell’intro del film del 2018, i piccoli Banks inseguono anch’essi il medesimo aquilone. E’ un ritorno al passato, un segno di come il tempo giri ciclicamente e rivesta un ruolo di primo piano.

Nell’essenza fisica della protagonista, il concetto astratto di tempo trova la sua massima esaltazione. In Mary Poppins, infatti, il tempo pare essersi fermato. Ella non invecchia, essendo stata baciata dal dono dell’eterna giovinezza. Se sull’epidermide di questa nuova protagonista non è riscontrabile alcuna testimonianza dello scorrere degli anni, al contrario, nel mondo in cui vivono i Banks, il tempo ha addotto effetti malaugurati. Il viale dei ciliegi ha perduto vivezza cromatica, perché gli alberi non sono sani e floridi come una volta, l’Ammiraglio Boom, che tuttora amministra la propria dimora come un vascello che solca il mare aperto, è vecchio, arrembato, e non spacca più il secondo con la stessa precisione del Big Ben. Vi è un serio problema di “tempistiche” nel viale dei ciliegi, tutto sembra oscillare tra un triste “andato” e un imminente “prossimo”. La moglie di Michael è venuta a mancare e l’amata casa dei Banks è sotto pignoramento. E’ il momento propizio per il ritorno di Mary Poppins, che discende sul suolo terrestre come una fata e rincontra Jane e Michael, ormai adulti e un tantino smemorati. Infatti, sebbene la riconoscano immediatamente e restino tanto felici quanto sorpresi nel rivederla, essi non rimembrano pienamente le stupefacenti avventure in cui Mary Poppins li aveva condotti col suo inconfondibile brio. Erano soltanto dei bimbi quando la conobbero, oramai hanno dimenticato o forse, cosa ben peggiore, hanno smesso di credere!

La relazione tra Jane, Michael e la loro tata è a stento accennata se non quasi del tutto assente. Mary Poppins, in passato, ha cambiato le loro vite, ciononostante il ritrovarla non genera, ai fratelli, alcuna tangibile emozione che possa essere percepita da noi spettatori. I due, se non nella fase iniziale, restano quasi indifferenti dinanzi alla costante presenza della “strega” buona. Un qualcosa di inspiegabile se non addirittura di incomprensibile e d’imperdonabile. Vedere poi Michael rimproverare aspramente Mary Poppins, rea di aver riempito la testa dei suoi figli di “sciocchezze”, causa un effetto straniante.

La sceneggiatura pone Mary Poppins sullo sfondo delle vicende, come se fosse un’attenta accompagnatrice invece che un’amabile catalizzatrice degli eventi. In “Mary Poppins”, la tata dispensava dolcezza ai bambini e, al contempo, migliorava tutto quello che si trovava intorno a lei. Lo scopo segreto di Mary Poppins era quello di trarre in salvo il signor Banks, un uomo precipitato in un abisso di insensibilità e avarizia, ed un papà schiacciato dagli obblighi lavorativi, i quali esigevano il sacrificio dei suoi doveri paterni. Mary Poppins si rivolgeva, con una frequenza dosata, al padre dei bambini, riuscendo, con la sua proverbiale dialettica, a mutare l’indole crucciata e severa del genitore. Ne “Il ritorno di Mary Poppins” questa basica sotto-trama non può essere presente, e purtroppo non viene sostituita da un racconto altrettanto interessante. Mary Poppins finisce, conseguentemente, per svolgere il semplice ruolo dell’intrattenitrice. La tata, di fatto, distrae i piccini dai turbamenti quotidiani, trascinandoli in mondi fantastici e “immergendoli” in regni sottomarini. Michael, distrutto dalle paure, appare nervoso, irascibile e sfoga la crescente ira rimproverando i suoi figli. Tutto questo non è che un mero refuso del ruolo che fu di suo padre. Ma Michael non è il signor Banks, e non soffre della medesima, incompresa, fragilità. Una debolezza, questa, che neppure lo stesso George riusciva a comprendere e a rinvenire in lui. L’incanto promanato da Mary Poppins permetterà, comunque, ai bambini di consolare il padre con saggezza e amorevolezza, così che lo stesso Michael rammenti l’importanza della famiglia.

Verso la fine delle vicende, la grossa lancetta del Big Ben si accinge a sancire la mezzanotte. E’ una corsa contro il tempo quella della famiglia Banks per mantenere il possesso della loro casa. Grazie all’intervento di Mary Poppins, l’imponente torre dell’orologio potrà far sì che l’ora indietreggi di qualche minuto, così che i Banks salvino la loro proprietà e tornino a volare, lieti, su in cielo con il supporto di palloncini colorati. Un messaggio espresso velatamente e rivolto a tutti quanti noi: mandiamo indietro le lancette del nostro orologio, torniamo a provare l’emozione fanciullesca, lo stupore dell’infanzia, il desiderio di sognare.

  • Ripulire e illuminare

 “Il ritorno di Mary Poppins” è una meravigliosa esperienza visiva, capace di ingolosire il palato di coloro che amano nutrirsi di trucchi e illusioni, di magie e incantesimi. La pellicola è una delizia per gli occhi, diletta gli animi, riscalda i cuori, tuttavia soffre di una storia poco entusiasmante e di un preminente richiamo al passato: il montaggio rievoca l’esatta successione delle sequenze del primo film e, in egual modo, molti altri elementi fanno eco con la prima pellicola: l'entusiasmo per l’attivismo che anima il carattere di Jane porge la guancia all’ardore della signora Banks, la quale lottava strenuamente per l’emancipazione delle donne, la bizzarra cugina di Mary Poppins, interpretata dalla celeberrima Meryl Streep, mima l’esuberante zio Albert, persino Michael, negli atteggiamenti, emula il padre e, infine, la figura del lampionaio Jack fa il verso a quella di Bert, lo spazzacamino di Dick Van Dyke. La Disney è sempre stata maestra nel confezionare lungometraggi intrisi di stupefazione estetica, cionondimeno negli ultimi anni la stessa ha plasmato uno stile cinematografico votato alla suggestione, alla malinconia. “Il ritorno di Mary Poppins” non è da meno, contempla ed elogia il “primo capitolo” per poi rilasciare un nuovo messaggio, il quale, però, risulta essere sacrificato sull’altare del citazionismo.

Molti anni or sono, Bert, infilandosi nelle “canne fumarie”, ripuliva i camini dalla fuliggine e dal nerume. Il suo mestiere aveva delle somiglianze con quello della stessa Mary Poppins. Anch’ella spazzava via lo sporco di un’esistenza vacua, triste, scevra dal sogno fanciullesco e dalla fantasia dell’innocenza. Come gli spazzacamini, i quali salivano sino alle vette più alte dei palazzi, anche Mary Poppins, dondolando nel firmamento, poteva guardare il mondo dall’alto, da una prospettiva unica. Bert, molto tempo fa, liberava i camini dal sudiciume e, così, Mary Poppins spolverava, a ritmo di “supercalifragilistichespiralidoso”, la vita del signor Banks, sozza dal giogo dell’avarizia. Ne “Il ritorno di Mary Poppins”, Jack è un lampionaio. Egli, insieme ai suoi colleghi acciarini, accende i lampioni disseminati per le vie di Londra, illumina la strada ai viandanti così che possano far ritorno alle loro case. Allo stesso modo, Mary si presenta come un arcobaleno, comparso allo scadere di un fortunale, per irradiare il tortuoso percorso dei Banks e aiutarli a ritrovare il tragitto verso la quiete e la felicità. Sia in “Mary Poppins” che ne “Il ritorno di Mary Poppins”, la protagonista e il suo comprimario, che sia uno spazzacamino o un acciarino, condividono una “missione” piena di assonanze. E’ questo quello che ha fatto Mary Poppins alla famiglia Banks: dapprima ha spazzato via ogni affanno, in seguito ha illuminato ogni giorno della loro esistenza, come una madre buona e generosa.

  • Non ti dimenticheremo, Mary Poppins…

Sul finale, Mary Poppins rimarrà nuovamente sola, sull’uscio della grande villa dei Banks. Il viale dei ciliegi è nuovamente fiorito, ed il tempo è tornato a scorrere con benevolenza. Mary Poppins è pronta ad andare via, ancora una volta ha salvato i suoi cari ma nessuno si è soffermato a dirle “arrivederci”, guardandola negli occhi. E’ il dono ma anche il fardello di Mary Poppins: amare, essere amata, ma non potersi mai fermare troppo a lungo a gustare il tepore della famiglia. Andrà via, col suo ombrello, scomparendo ma non venendo mai dimenticata.

Il ritorno di Mary Poppins” ha un fascino seduttivo, è un film assolutamente ben fatto, divertente, colmo di spensierata festosità. Inferiore al suo predecessore ed altresì manchevole di una morale profonda, di un’educazione alla crescita e alla formazione che solo l’originale sa tutt’oggi esprimere, può essere comunque annoverato tra i sequel discreti. Un film piacevole, godibilissimo, gioioso, ma poco sincero poiché troppo studiato a tavolino.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"La Bella e la Bestia: un magico Natale" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Per leggere il nostro articolo «Recensione e analisi "La Bella e la Bestia - 1991"» cliccate qui.)

Trascorso ottobre, il tempo sembra scorrere con celerità, e le giornate iniziano a farsi sempre più corte. Già dal primo meriggio, il sole patisce un’inspiegabile stanchezza; esso comincia così a sonnecchiare, porgendo le proprie gote luminose alle nuvole, soffici cuscini di delicata consistenza. La Stella madre del sistema solare cede poi il posto alla sorella Luna che, al calar della sera, svetta alta e piena di vita nel firmamento. Tutte le notti, l’astro lunare fa sì che la sua crosta opalina rifletta una fievole luce. Tale chiarore allieta le ore notturne dei mortali che, sulla Terra, si accingono ad accogliere la venuta della stagione invernale e, con essa, il freddo pungente.

La notte di Natale di tanto tempo fa, in un bosco verdeggiante, il vento soffiava gelido come mai prima di allora. Insistenti ululati riecheggiavano dagli angoli remoti della foresta come un canto melodioso ma inquieto. I rami spogli venivano mossi dall’algido sbuffo dell’aria e, urtandosi gli uni agli altri, generavano un’eco di strepitii.

In quell’angusta foresta, si aggirava una micragnosa vecchietta dal misero aspetto. Si era addentrata nel fitto della boscaglia, dove sorgeva un castello che riluceva di un bianco marmoreo. Con le sue mani ossute e rugose, che serbavano, nel palmo, i segreti di una vita longeva, l’anziana donna bussò alle porte del castello. Le aprì un principe. La vecchina chiese asilo, offrendo al giovane una rosa. Questi, che provava repulsione per l’aspetto della mendicante, rise del dono, e la scacciò. La donna, curvata dal peso dei suoi anni e piegata dagli stenti, lo avvertì di non lasciarsi ingannare dalle sembianze esteriori, poiché la vera bellezza è custodita nel cuore. Il principe la respinse nuovamente. A quel punto, la bruttezza della mendicante si dissolse, rivelando l’aspetto di una fata bellissima. Per punire il nobile insensibile e viziato, l’angelica creatura lanciò su di lui un maleficio: lo tramutò in una bestia e trasformò tutti i suoi servitori in oggetti incantati.

Un periodo dell’anno che, tradizionalmente, reca in sé gioia e felicità come il Natale dispensò per il principe Adam un tragico destino. Adam peccò di arroganza, egoismo e cattiveria. Ma perché proprio il principe fu scelto per subire questo infausto incantesimo? Perché lui e la sua “famiglia” di corte andarono incontro a questa magica fatalità? Tutto ebbe inizio in pieno inverno. La fata non fu un comune spirito vendicatore. Attraverso la maledizione che volle infliggere, ella cercò di donare al ragazzo una possibilità di salvezza. La fata aveva scorto la mancanza di amore nel cuore del nobiluomo; ma allora perché non scelse di punire altri che in futuro si dimostreranno ben più crudeli di lui? Come mai non castigò il vile Gaston? E’ presto detto: Gaston non avrebbe mai potuto trarre in salvo la propria anima da quella trasformazione, non avrebbe cambiato il proprio essere né avrebbe raccolto i purificatori effetti di una tale catarsi. La fata, in quanto essere magico, percepì il barlume di dolcezza che Adam celava nel suo cuore, nascosto sotto un cumulo di rabbia e vanità. La trasformazione è pertanto l’atto estremo per salvare una vita meritevole d’essere salvata. Mediante un percorso di sofferenza, Adam avrebbe scoperto l’amore di Belle, e sarebbe, pertanto, migliorato come essere umano. In lui vi era del buono sin dal principio, ma doveva essere portato alla luce. E quel briciolo di bontà poteva essere intuito soltanto da un essere d’incantevole natura: una “strega” dalle ali fatate, abile nel notare quello che sfugge ad una occhiata epidermica. Probabilmente, la fata sapeva cosa il futuro avrebbe riservato!

In inverno, Adam fu punito e divenne un mostro; invero, tutte le molteplici trasformazioni che riguardano l’anima e il corpo della Bestia avvennero durante la stagione invernale.

Belle è appena fuggita dal castello, spaventata dall’ira esternata dal principe maledetto, quando incappa in un branco di lupi. La Bestia corre a salvarla, affrontando coraggiosamente le fameliche creature. A seguito di questo episodio, si rompe l’astio tra i due protagonisti e inizia ad instaurarsi una timida amicizia che farà da preludio all’amore. Proprio in quel paesaggio nevoso, la Bestia, che rischiò la propria vita per difendere la ragazza, compì il primo gesto d’altruismo della propria esistenza. Il cambiamento del protagonista è appena cominciato, ed è ancora pieno inverno!

Circondati da uno scenario favolistico, i due futuri innamorati camminano l’uno accanto all’altra, lasciando, ad ogni passo, le loro impronte sulla neve. Le orme di Belle appaiono minute, delicate, lievi come se lei, col suo incedere etereo, avesse appena sfiorato la soffice distesa candida, quelle della Bestia, invece, sono larghe e profonde, prove impresse sul “suolo niveo” come testimonianze di una diversità esteriore che più non importa ad entrambi. Belle, che porta sulle spalle un mantello rosso e in testa un cappuccio, impreziosito da ricami canuti, osserva, con sguardo affascinato, la Bestia, intenta a dar da mangiare a dei minuscoli volatili d’intenso colore. L’innamoramento è appena sbocciato, come la calendula germogliata in un mite dicembre.

In quei giorni, racconta Mrs. Bric, il Natale era alle porte ma Adam, come tutti gli anni, aveva vietato ogni festeggiamento. Nel castello della Bestia tutto ha vita, persino gli addobbi natalizi che riposano, rinchiusi, nella soffitta. Le palline di vetro colorato, i festoni multicolori, persino gli angioletti, con le loro belle ali dorate e le loro guance piene di brillantini, possiedono briosità, vivezza e capacità di movimento. Il maestro Forte, direttore di corte, tramutato in un imponente organo a canne, influenza, con le sue note soggioganti, lo spirito della Bestia. Nessun canto natalizio si ode provenire dall’ala Ovest, soltanto arie meste e accorate. Il fascino della caduta copiosa della neve non rincuora l’animo crucciato del principe, neppure la vicinanza di Belle riesce a farlo gioire.

La dama tenta così di condurlo fuori, all’aria aperta. Quand’ella lo invita a distendersi sul terreno innevato e a scuotere le braccia, così da simulare l’immagine di un angelo, la Bestia mira l’ombra della creatura mostruosa che è. Il corpo di Belle, impresso nella neve, mostra un’essenza celestiale, quello di Adam la sagoma di un essere dalle demoniache fattezze. Nulla sembra poter destare la Bestia da un così immenso torpore.

La magia del Natale è racchiusa nei piccoli gesti d’affetto, come il donare agli altri. Belle offre alla Bestia un libro molto speciale. Leggendolo, il principe riscopre il significato del Natale, e la speranza si riaccende in lui. Quello scelto da Belle era un regalo dal profondo valore. I libri, per la fanciulla, sono varchi schiusi su regni immaginari. Lo specchio magico permette al principe di vedere il mondo esterno, allo stesso modo, i libri consentono a Belle di contemplare un mondo fantastico, attraverso cui interpretare, con un cuore ripieno di sentimenti evocati dalla lettura, il reale. Belle ha donato alla Bestia un mezzo per sostenere il proprio dolore con il potere delle parole scritte, le quali dissolvono i patimenti generati dall’immagine visiva proiettata nello specchio, raffigurante un luogo che, in quel tempo, il principe non poteva in alcun modo raggiungere. Ancor prima dell’amore, Belle ha donato alla Bestia la speranza. Un Natale ha arrecato dolore alla Bestia, ma è vero anche che un altro Natale le ha ridato la fiducia. Quando fu maledetto, quando venne salvato dalla disperazione, quando si innamorò, si pentì e ottenne la redenzione, e quando tornò umano e sposò la sua Belle, per Adam fu sempre inverno! Dal freddo, la Bestia poté trarre il caldo ristoro di un amore incondizionato.

Un anno dopo, Belle e Adam ricordano, felici, quel particolare Natale. Un grande albero verde si staglia al centro del salone, proprio dove Belle e Adam avevano ballato il lento più emozionante della loro vita. Allora, il tempo sembrava essersi fermato, e un cielo blu, abitato da graziosi putti con ali d’argento, vegliava sui loro passi di danza. E’ di nuovo Natale: il primo da quando Adam ha riavuto le sue sembianze umane. Gli addobbi non sono più vivi, giacciono immobili ma colmi di quel calore famigliare che solo il Natale sa propagare.

"Adam e Belle nello specchio magico" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mentre si soffermano ad osservare il cielo cosparso di corpi luminosi dalla balconata del maniero, il principe dona alla sua principessa una rosa rossa intrisa dell’incanto di un magico Natale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Monsters e Co" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mia sorella non lo ricordava affatto. Lo aveva del tutto rimosso, il che è naturale, era trascorso molto tempo. Ella ascoltava quanto stava raccontando nostra madre e sorrideva. Era un sorriso altamente espressivo il suo, faceva intendere una candida innocenza, quasi fosse un preludio ad un risolino timido e decisamente incerto. Dopotutto, il racconto la divertiva, sebbene seguitasse a rimanere perplessa, dato che nessuno dei suoi ricordi richiamava in lei quanto la mamma stava affermando.  “Davvero?” – domandava sorpresa mia sorella. “Certo!” - rispondeva celermente mia madre, sorpresa da quella mancanza di memoria inaspettata.  Quanto stava riportando alla luce mia madre era un ricordo lontano. Forse sarebbe meglio definirla una paura remota, tanto elusiva da essere stata, d’un tratto, accantonata. “Come fai a non ricordare il mostro di cui avevi paura da piccolina?”. “Mostro” potrebbe sembrare una definizione esagerata, ciò nonostante corretta agli occhi innocenti di un bambino; nel caso di mia sorella la “mostruosa creatura” che, ogni notte, giungeva a terrorizzarla nei sogni era un animale alquanto minaccioso. Si trattava, per la precisione, di un grosso coccodrillo. Mi domando se anche tale rettile, come un suo più famoso simile che appartiene alla letteratura, avesse inghiottito una sveglia, peraltro mai digerita, utile a manifestare sia il proprio avvicinamento che lo scandire, col quel suo sinistro ticchettio, del tempo che scorre inesorabile. Come per un corsaro grande e grosso, anche per una piccola bambina un coccodrillo “immaginato” costituiva la più spaventosa delle paure. Non nuotava in acque salate e neppure in laghi torbidi quel particolare coccodrillo, stava invece sempre sulla terraferma e fuoriusciva dall’armadio solamente di notte. Eppure, mia sorella non ricordava più nulla del suo mostro. Crescendo, un po’ come accade sull’Isola che non c’è, si finisce per dimenticare.

Quando vedemmo per la prima volta “Monsters e Co”, ironicamente, io e mia sorella “realizzammo” che finalmente avevamo conosciuto quel “suo” mostro obliato. Uno degli antagonisti del film, Randall, possiede infatti le sembianze di un grosso lucertolone, famelico, infido e camaleontico. Non era propriamente un coccodrillo, ma poco ci mancava. Randall, per come viene mostrato nel film, è solito emergere dai guardaroba, camminando sui muri, trascinandosi persino sui tetti, assumendo il colore preminente della stanza così da mimetizzarsi e apparire d’improvviso. Esso è, dunque, portatore di uno shock istantaneo, spiazzante, poiché da una quiete apparente il bimbo vittima di uno “scherzo” così crudele prova un terrore improvviso. Randall sfrutta la paura del buio, rendendosi addirittura invisibile, perché ciò che sfugge al senso della vista paralizza ogni vigile attenzione.

L’opera d’animazione “Monsters e Co” ruota tutta attorno ad una delle fasi iniziatiche dell’esistenza vissute da ogni essere umano: la paura riguardante un mostro che attende a notte fonda per sbucare da sotto il letto o, per la maggior parte delle volte, da dentro un armadio. Proprio quell’armadio nel lungometraggio Disney/Pixar non è un semplice spazio, ma si tramuta in un portale che unisce due mondi, quello degli umani e quello dei mostri. Come fosse lo specchio di Alice, l’armadio è una finestra, talvolta blindata, altre aperta su due realtà diverse ma accomunate da una medesima emozione: la paura rivolta verso ciò che si disconosce.

Sia il mostro che il bambino hanno infatti rispettivamente paura l’uno dell’altro; il primo perché avverte sgomento nell’essere sorpreso da bavose e ringhiose creature, il secondo perché crede ingenuamente che gli esseri umani siano portatori di incurabili malattie infettive. Tuttavia, nella città di Mostropoli, spaventare gli infanti umani è essenziale, perché le loro urla generano l’energia necessaria per il sostentamento della società. Con i dovuti rischi del mestiere James Sulley e Mike Wazowski lavorano assiduamente alla centrale elettrica denominata “Monsters & Co”, nella quale, per mezzo di alcune porte speciali, i mostri possono raggiungere il mondo degli umani.

James è uno dei migliori “spaventatori” in circolazione. Imponente, e dal ruggito feroce, Sulley è ad un passo dal conquistare il record di spaventi, coadiuvato dal suo “ciclopico” migliore amico, Mike, basso, tozzo, tondo e con un grande occhio. Entrambi costituiscono un’inseparabile coppia di amici. Esteriormente, Sullivan e Wazowski sono ben differenti, uno lo si nota alla prima occhiata, l’altro dopo aver posto una più accurata attenzione. Il primo è grande e grosso, un po’ come Oliver Hardy, il secondo è invece tarchiato ma minuto, un po’ come Stan Laurel. La pelle di Mike è di un verde acceso, il pelo di Sulley vanta diverse sfumature tra l’azzurro e il verde chiaro, passando poi per chiazze color viola. Persino caratterialmente, i due mostri sono ben diversificati, uno è risolutivo e burbero, come Walter Matthau, l’altro è premuroso e angelico, come Jack Lemmon. Figure, queste ultime, utilizzate come metro di paragone, cristallizzate nell’Olimpo del cinema, ma che ben si sposano ai due protagonisti di questo film d’animazione. Se volessi osare ancor di più, potrei anche affermare che Wazowski somigli persino ad Orson Welles, perlomeno per il suo modo di “lavorare” così scrupoloso: basti pensare alla spassosa commedia teatrale rappresentata a fine film dal buffo “mostriciattolo” verde, scritta, diretta, prodotta e interpretata proprio da Mike Wazowski, una lavorazione alla Orson Welles, cineasta che curava ogni aspetto del proprio rappresentato e filmato, per l’appunto.

Diversi tanto nell’aspetto quanto nel temperamento, Sulley e Wazowski, da principio artefici dello spavento, diverranno artisti della risata. Quando una dolce bambina, Boo, verrà “trasportata” a Mostropoli, per Sulley e Mike comincerà una divertente ed entusiasmante avventura mediante la quale, noi spettatori capiremo come nelle differenziazioni sociali si possano scovare quei pregi che impreziosiscono le esperienze della nostra vita.

Noi tutti, nella nostra infanzia, abbiamo avuto paura di qualcosa. Non lo avevamo mai visto realmente il nostro mostro, ma eravamo fortemente convinti si nascondesse nell’ombra, pronto a balzare fuori non appena i nostri genitori avessero spento la luce. Il mostro sostava nella nostra mente, faceva breccia nei nostri sogni smorzandoli, deturpandoli, mutandoli in violenti incubi. Magari ad occhi aperti non riuscivamo a scrutarlo, ma i suoi passi risuonavano nelle nostre orecchie come tamburi, e i riflessi della sua essenza, intravisti durante il sonno, continuavano a stazionare negli angoli della nostra stanzetta. Ma di cosa avevamo realmente paura? Di restare soli? Del buio stesso? In verità, di tutto quello che albergava laggiù, oltre la nostra comprensione, celato alla nostra vista. I mostri che ci terrorizzano da bambini non sono altro che incarnazioni di paure incorporee che assumono le forme più disparate, come “mollicci” di Harry Potter neri e sudici. I bambini non temono alcun mostro, in verità, temono ciò che non hanno ancora potuto comprendere, il mistero. “Monsters e Co” ci offre, a mio giudizio, un’interpretazione particolare: imparando a comprendere l’inconsueto, potremmo smettere di averne repulsione.

Difatti, nulla è mostruoso e null’altro è “tossico”, nell’innocenza di Boo e nell’affettuosa mostruosità di Mike e Sulley: si rapportano due esistenze tanto diverse capaci, proprio per tale ragione, di arricchirsi vicendevolmente sul piano emotivo e sentimentale. La paura verrà pertanto annientata dalla conoscenza, dall’approccio tra due piani dell’esistenza fantastica, finalmente vicini e consapevoli delle rispettive nature. “L’angoscia”, strumento di sviluppo per Mostropoli, verrà omessa a favore dell’allegria, portata dai mostri nelle loro nuove vesti di giocolieri e mimi, in un’interazione con i bambini che genera gioia, un mezzo di sostentamento molto più proficuo della paura, poiché essa è emozione sincera, spontanea e spensierata.

Da piccoli, siamo tutti dei Capitan Uncino alle prese con l’avversione più feroce da sconfiggere, un coccodrillo. Lo stesso Randall, ironia della sorte, verrà scambiato per un alligatore in una delle sequenze esilaranti della pellicola. Entrato, involontariamente, in una casa sita a pochi metri da una palude, Randall verrà creduto un rettile famelico e scacciato via a colpi di pala da una madre alquanto protettiva.

La paura verrà sconfitta in quel momento, e con essa anche il coccodrillo che fugge via senza produrre verso alcuno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non patisce questo peso, soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

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Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, una giovane principessa viveva in un castello splendente. Benché avesse tutto quello che poteva desiderare, la giovane era infelice, malinconica e riservata. Non era viziata, tanto meno egoista, figuriamoci se poteva essere cattiva. Era una persona molto diversa da quel principe a cui in origine si riferivano le parole introduttive con cui ho aperto questo mio testo e che ho voluto rivisitare per l’occasione. La fanciulla in questione era un’anima buona, una creatura delicata e sensibile. Il suo cuore si era già schiuso all’amore quando era appena sbocciata come ragazza…metà donna, metà pesce. La principessa non necessitava dell’intervento di una fata che ne maledicesse il suo corso, e la tramutasse in un’orrenda bestia per far sì che, attraverso l’esperienza catartica di una mutazione corporale, il suo animo si aprisse all’amore. La dama del mare cui faccio riferimento era uno spirito ricolmo di dolcezza. Eppure, desiderava andare incontro a una trasformazione. Mediante una magia, voleva mutare parte del proprio corpo, rinunciare alla sua bella coda pinnata per due esili, sia pure aggraziate, gambe umane; non voleva più le squame, ma solo una candida e liscia epidermide. Con le sue pinne non poteva ballare e questo l’addolorava. Si era stancata di nuotare, lei voleva semplicemente camminare.

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Ancor prima di nutrire questo desiderio e di anelarlo con tutte le sue forze, la principessa era giovane e bella, e trascorreva le giornate nuotando attorno al grande castello scintillante che presiedeva il regno sottomarino nel quale viveva.  Quando smetteva di nuotare era solita soffermarsi ad osservare, con occhi interessati, la statua di un uomo. Si trattava di una scultura di pietra bianca finita nelle profondità del mare, venuta giù dall’alto, discesa da quello che per le creature del mare era il “cielo”, vale a dire una tavola azzurra che noi umani definiamo abitualmente “superficie marina”. Per le creature che vivevano negli abissi, la superficie dell’acqua è un cielo sempre blu, poiché privo di nuvole. Come “un superstite”, quella scultura uscì indenne dal naufragio di una nave, o forse fu gettata volutamente da un’imbarcazione alla deriva, costretta a ridurre il carico per mantenersi sopra la linea di galleggiamento, un po’ come si crede che accadde a due splendide statue bronzee risalenti al V secolo a.C. e rinvenute per caso a pochi metri dalla costa nell’estremo sud dell’Italia.

Nessuno sapeva quale fosse il triste destino di quell’opera plasmata dalle sapienti mani dell’uomo, ma essa venne rinvenuta dalla principessa, la quale cominciò a rimirarla con devozione. Nei giorni a seguire, la giovane volle portare la statua nella sua aiuola, e sopra i sassolini che intanto aveva radunato per cingere la scultura, vi depose vistosi fiori rossi, come se nelle sue intenzioni volesse creare un piccolo giardino, in cui poter contemplare in solitudine la bellezza di quella creazione, immaginando d’essere in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Quand’ecco che, un giorno, la nonna della principessa iniziò a reclamare a palazzo la presenza della cara nipote, finché la vide seduta comodamente sul fondale a rimirar ancora e sempre la scultura. La nonna avvicinò a sé la principessa e cominciò a raccontare a lei e alle sue sorelle i segreti e le storie della famiglia e del loro essere sirene.

La nostra principessa era a tutti gli effetti una sirena, ma poteva benissimo essere considerata ancora una bambina. Lei era la figlia più piccola del re dei mari. Andersen, nella sua fiaba, non ci dice molto circa la vita, il carattere e soprattutto l’aspetto del regale padre della protagonista del suo racconto. Sappiamo soltanto che il papà della sirenetta è rimasto vedovo. Il re del mare è una presenza lontana, che fugge dalle indagini di ogni lettore. Non viene per nulla figurato, eppure la di lui regale presenza indugia nella nostra immaginazione, come fosse un alone evanescente, “un’idea” solo accennata ma dalla valenza tale da essere quasi onnipresente. Nello scorrere della lettura, lavorando un po’ di fantasia e molto d’immedesimazione, si può provare a supporre cosa il re abbia provato durante la triste e straziante vicenda vissuta dalla più tenera delle sue eredi. Un fatale destino a cui il regale genitore non potrà porvi rimedio.

Alla nonna, sirena più anziana, spetta il compito di educare con saggezza e amore le proprie nipoti. La grande regina spiega alle fanciulle che le sirene possono vivere molto più a lungo degli esseri umani, ma quando la loro vita cesserà, non resterà alcunché di loro, e si dissolveranno in spuma del mare. Gli uomini, invece, possiedono un’anima, e possono raggiungere l’immortalità. La nonna, quando insegna ciò che sa alle sue nipoti, mostra un affetto sempre crescente per la più piccola di esse, perché intuisce la sua insoddisfazione. La sirenetta viene come investita, nel suo intimo, dal peso delle parole proferite dalla nonna: le si stringe il cuore ad immaginare ciò che l’attenderà un giorno. Lei non vuol morire. La sirenetta vuol avere in dono un’anima immortale.

Le sirene non possono salire in superficie se non dopo aver compiuto il quindicesimo anno d’età. La saggia regina, allora, soddisfa la curiosità delle giovani narrando antichi aneddoti relativi al mondo al di là del “firmamento” siffatto di marosi: il mondo degli uomini. Di anno in anno, al compimento dei tre lustri, ogni sirena nuota fino alla remota superficie per osservare, con le dovute precauzioni, ciò che si nasconde oltre i confini del mare. Mi domando se, al completamento di ogni viaggio iniziatico delle sue figliole, il re padre avesse provato il timore di poterle perdere. Magari in lui albergava la paura che gli uomini, passando da quel preciso braccio di mare a bordo dei loro maestosi vascelli, potessero scorgere una sirena emergere da uno spicchio d’acqua col suo tronco nudo. Il re poteva altresì inorridire all’idea che i marinai lanciassero le reti e tentassero di rapire una delle sue figlie. L’antico monarca avrà pur visto ciò che spesso gli uomini di mare “issavano” al di sotto della prua delle loro veloci golette: sagome di legno intagliate e dipinte che ritraevano sirene. “Le sirene per gli uomini non sono che esseri pericolosi, o prede da catturare e osteggiare…” - avrà supposto tra sé. Tuttavia, il padre delle sirene non poteva impedire loro d’essere libere, doveva lasciare andare le sue figlie, con la speranza di poterle rivedere.

Per sua fortuna, al loro ritorno, ogni sirenetta rientrava senza essersi imbattuta in alcun imprevisto. Tutte mostravano sempre diffidenza, ammettendo di preferire in tutto e per tutto quello che si poteva trovare in fondo al mar

Quando arrivò finalmente il suo momento, la sirenetta risalì i fluttui con il cuore palpitante di gioia. Nei giorni seguenti, la sirenetta continuò a nuotare in superficie, ondulando la sua splendida coda, saltando quando nessuno poteva vederla e rituffandosi in acqua solo dopo essere stata accarezzata dal vento. Una notte assistette persino a un temporale, e vide lo sfavillio improvviso di un fulmine che rischiarò il bianco di un iceberg che sostava in quei pressi. Fu durante quel fortunale che la sirenetta vide un vascello in balia della furia del mare, e un principe appena caduto tra le onde. Sarebbe morto se non fosse intervenuta lei. Lo salvò, lo condusse a riva e cantò per lui. La giovane sirena se ne innamorò al primo sguardo: lui era la personificazione di quella statua che aveva mirato per anni. La sirenetta è, adesso, mossa da un duplice desiderio che la rende forte e intelligente come nessun’altra tra le sue simili: è pronta a sacrificare se stessa pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile, ed è anche pronta a trasformare il proprio corpo per sperare nell’immortalità: vuol diventare umana per poter amare e…vivere.

Quel giorno in cui la sirenetta incontrò il principe, il re dei mari, inconsapevolmente, cominciò a perdere sua figlia.

  • L’amore di un padre

I connotati del volto del re non ci sono pervenuti. Andersen non volle soffermarsi a descrivere le particolarità di un viso regale quale doveva essere quello del sovrano dei mari. La concentrazione dello scrittore, quando compose i passi della sua fiaba, era rivolta soltanto a delineare la figura della sirenetta, la sua figlia più cara. Per Andersen la sirena era tanto una creatura partorita dalla sua mente quando una proiezione di una parte del proprio essere, del proprio vissuto e del proprio sofferto. Nella trasposizione cinematografica della Walt Disney, “La sirenetta”, il padre della protagonista necessitava di un’estetica ben definita. Gli artisti scelsero di disegnarlo come le fantasie comuni tendono a richiamare le sembianze dei grandi re del passato. Un sire non è tale se sul capo non porta con fierezza una corona d’oro e, ancora, se la sua fisicità non emana l’austerità regale dei grandi monarchi. Il padre della sirenetta del lungometraggio d’animazione è rappresentato come un solenne tritone, la cui fisicità promana un’aura di assoluta imponenza. Quel poco del suo volto che è visibile all’occhio, poiché il resto è del tutto coperto da una folta barba bianca, sono i suoi grandi occhi cerulei. Re Tritone brandisce tra le mani un tridente, simbolo per antonomasia del dio greco Poseidone, di cui forse Tritone è diretto discendente. Come nella fiaba, il re è sopravvissuto alla moglie, la regina Atena, perita, probabilmente, per mano dei pirati.

Nel film, Re Tritone è padre di sette figlie. La più giovane tra loro è Ariel, una sirenetta di sedici anni. Il padre appare agli occhi delle sirene come un genitore severo. Ciononostante, Tritone è molto legato alla sua famiglia, anche se fatica a comprendere il carattere di Ariel, molto riservata e estremamente attratta dal mondo degli uomini. Tritone ha posto un veto inviolabile: è severamente vietato avventurarsi oltre i sicuri confini del regno, tantomeno spingersi fino alle rive, presiedute dagli esseri umani. Ariel, all’insaputa del padre, è solita raccogliere oggetti appartenuti agli uomini, che rinviene tra i relitti, e li nasconde in una grotta in fondo al mare. Tra i tanti reperti custoditi c’è anche la statua bronzea di Eric, un principe scampato alla morte grazie al provvidenziale intervento dalla sirenetta e di cui lei ne è perdutamente innamorata. Quando il padre scoprirà il rifugio segreto di Ariel, avrà una reazione d’ira e distruggerà quanto potrà coi poteri del suo tridente. Ariel fugge via, impaurita dalla furia del genitore, per diventare un’umana e tentare di farsi amare dal principe.

Il re non ha mai dato un sufficiente peso alla passione che la figlia nutre per il mondo degli esseri umani, e all’amore che ella prova per il principe. Nel momento in cui punirà la figlia, annientando quei simboli che le donavano conforto in un mondo che non sente suo, Tritone si lascerà dominare da una rabbia apparentemente ingiustificata. Il re assume i contorni di un vile, di un cruento distruttore di sogni, ma invero egli è oppresso da un dolore recondito, esacerbato in lui dall’incomunicabilità che vige nel rapporto con Ariel. Il re non riesce a comprendere cosa stia avvenendo in sua figlia, e al contempo Ariel soffre l’incapacità di non riuscire a farsi capire pienamente dal padre. Tritone patisce una tremenda paura, si rende infatti conto che Ariel le sta sfuggendo dalle dita senza che lui possa far nulla per fermarla. Ariel si allontana dalla presa protettiva del padre per imboccare una strada che la porterà laddove lui non potrà mai raggiungerla.

Ariel è frapposta ad un duplice amore: quello provato da un re, un amore paterno, e quello ricambiato da un principe, un amore spirituale e carnale che la porterà ad abbandonare il regno del mare per vivere sulla terraferma. Il padre incarna così l’acqua, l’origine della sirenetta, il suo passato; il principe, invece, rappresenta la terra, il passo successivo nella vita di questa eterea creatura del mare, il suo futuro. Ariel nella sua “trasfigurazione” fisica sacrificherà una vita per abbracciarne una nuova. Lo farà rischiando tutto ma sospinta da un amore inesauribile che verrà compreso, solamente alla fine, dal suo adorato padre. Lui la osserverà seduta su di uno scoglio a pochi metri dalla riva, sconsolata, e in quel preciso istante capirà che dovrà lasciarla andare. “Nemmeno immagini quanto mi mancherà, Sebastian…” sussurra sommessamente il sovrano al suo granchio fidato dal “guscio” rosso, consigliere di corte e maestro d’orchestra.  A quel punto farà dono alla figlia della libertà: la trasformerà in una ragazza umana. “La sirenetta” della Walt Disney racconta, altresì, l’amore incondizionato e il sacrificio di un padre che permetterà alla sua piccola di andare via.

La saggia decisione attuata dal padre garantirà alla sua giovane figlia la felicità. Non potrà fare lo stesso il re dei mari nella fiaba di Andersen, il quale assisterà impotente alla morte della sua figlioletta e al suo progressivo disfarsi in spuma del mare. Il re, la nonna e le sue sorelle intoneranno una nenia funerea, prima di notare come l’anima della principessa abbia raggiunto l’immortalità, divenendo uno spirito dell’aria, quella stessa aria che la Sirenetta sentì per la prima volta sulla sua pelle quando emerse dagli abissi e rivolse le sue graziose gote al mondo circostante.

  • L’immortalità è nel cuore di un re

Ne “La sirenetta” della Disney, si intuisce come Ariel voglia molto bene al padre. La dolcezza con cui l’abbraccia, poco dopo essersi sposata con Eric, ne è una splendida testimonianza.  Re Tritone era riuscito a salvare la figlia, ma come la sua controparte letteraria, aveva perduto la propria compagna e doveva sedere accanto a un trono vuoto.

Ariel ed Eric - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Personalmente sono solito immaginare Ariel mentre nuota verso il padre, sorprendendolo alle spalle con delicatezza mentre egli siede sul suo trono. Neppure in quei lieti frangenti, il grande sovrano cede la presa del suo tridente, come se il restare aggrappato alla sua arma gli doni un senso di sicurezza e serenità. Quella medesima quiete che ha perduto il triste giorno in cui scomparve la sua amata sposa. Sorridendo, nelle mie fantasie, Ariel accosta all’orecchio del re una conchiglia, e invita il padre a udire i suoni custoditi al suo interno. Il re non ascolterà la melodia dell’oceano fuoriuscire da quella conchiglia. Mi piace immaginare che sentirà il canto, soave e ammaliante, della sua indimenticata consorte. Seguito ancora a fantasticare che la voce melodiosa della madre di Ariel sia stata “catturata” da ogni conchiglia che giace nel castello del regno di Atlantica, libera di carpire il canto della sua regina e di serbarlo tra le fessure. Semplicemente accostando l’orecchio, ogni conchiglia potrà far riecheggiare i versi che Atena, spesso, intonava quando nuotava, così che Tritone riesca a sentirla ancora vicina a sé, aggirando il volere della morte.

In egual maniera, il re dei mari della fiaba originale potrà anch’egli sconfiggere la morte: quando risalirà su dal suo mondo sommerso, dovrà far sì che il suo viso si stagli oltre lo specchio delle acque e venga accarezzato da una lieve brezza. Sarà proprio la figlia tramutata in aria che, soffiando dolcemente, lascerà un bacio sulle purpuree guance del genitore.

La regina e la figlia, le due sirene, sia nella fiaba che nel cinema, non sono mai andate perdute: esse continuano ad esistere nel cuore di un re buono che vive in fondo al mar.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lilo e Stitch" - Disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Un anatroccolo “sospettoso”

Suspicious Minds

“We can't go on together
With suspicious minds (Suspicious minds)
And we can't build our dreams
On suspicious minds”

Il lungometraggio della Walt Disney “Lilo e Stitch” è cadenzato da una colonna sonora costruita proprio su alcune delle più famose canzoni di Elvis Presley. Nella canzone “Suspicious minds”, letteralmente “pensieri sospettosi”, i presunti e paranoici sospetti tra una coppia d’innamorati frenano il naturale evolversi di un amore appena sbocciato. In “Lilo e Stitch”, tali incerti pensieri potrebbero tramutarsi in interrogativi nati per dare una risposta esaustiva a dubbi circa l’origine di Stitch. Stitch viene visto dai più come un cane dall’eccentrico aspetto; ma perché i suoi atteggiamenti sono così intimidatori? Chi è questa insolita creatura che ha catturato, con grande attenzione, lo sguardo della piccola Lilo? Da dove proviene? E dunque sull’incredibile origine di Stitch che ha inizio il nostro viaggio immaginario, il cui itinerario prevede la traversata di bacini d’acqua pura e cristallina popolati da splendici cigni, oltre che l’esplorazione di nuovi pianeti mai raggiunti dall’uomo su cui vivono bizzarre forme di vita aliene.

In un terreno acquitrinoso, ricco di graminacee a culmo legnoso, giacciono i gusci bianchi di uova appena dischiusi. In questo soffice canneto, una mamma anatra sta osservando per la prima volta i suoi piccoli venuti alla luce. Si accorge, subito dopo, che un uovo, quello di colore azzurrognolo, è anch’esso pronto a schiudersi. Ne viene fuori un esserino piuttosto particolare, dal piumaggio grigiastro. Il piccolo “anatroccolo” è più conformato dei suoi fratelli e anche molto più goffo nei movimenti mentre annaspa sul terreno.  La madre, seppur confusa dalla strana nascita, lo sospinge con il becco, per cercare d’affiancarlo ai suoi fratelli, i quali, però, sorpresi dal particolare piumaggio vorrebbero tenerlo lontano, quasi a emarginarlo. “L’anatroccolo” viene quindi messo in disparte senza rendersi conto del perché, e rimanendo triste e solo, decide di fuggire via.

I passi di questa meravigliosa fiaba vengono letti con grande coinvolgimento da Stitch, una creatura errante proveniente da un mondo al di là della Terra. Fu la piccola Lilo, una bambina hawaiana che prese Stitch con sé, a fargli conoscere la storia del brutto anatroccolo, scritta dall’autore danese Hans Christian Andersen.  Stitch empatizza con l’impacciato cucciolo e sente di somigliargli molto. Ma lui non è nato da nessun uovo. A dire il vero, non ha né una madre né un padre. Egli è stato plasmato dal pensiero e forgiato dalla volontà, dalla mente creativa e dall’ingegno di un inventore extraterrestre. Non vide la luce in un recinto sbagliato, bensì attraverso un evento innaturale. Stitch è un essere vivente nato su di un pianeta remoto per seminare incertezza e sgomento, violenza e terrore. Nonostante le sue minute dimensioni, Stitch, battezzato alla nascita col numero di laboratorio 626, è un esperimento scientifico sfuggito al controllo del proprio padrone e condannato all’esilio su un pianeta desertico. Come accaduto al brutto anatroccolo, anche Stitch viene rifiutato da tutti e costretto ad allontanarsi dall’habitat in cui spalancò i suoi occhi al mondo. A differenza dell’anatroccolo, tuttavia, Stitch non fu scacciato per il suo aspetto bizzarro, quanto per la sua pericolosità. Il suo essere stato concepito per “distruggere” lo condanna, irrimediabilmente, ad essere ritenuto una costante minaccia. Durante il trasporto sulla nave, Stitch riesce a venir fuori dalla sua cella e a dirottare l’astronave verso la Terra, precipitando nelle isole Hawaiane. Stitch non si perderà in un recinto di anatre ma finirà per “mimetizzarsi” in un canile, venendo incautamente scambiato per un canide dall’aspetto bislacco. Di lì a poco, verrà adottato da una famiglia, no, non certo una famiglia di cigni, ma di umani.

Lilo, l’adorabile bambina giunta al canile con la sorella Nani, lo sceglie tra tanti e se lo porta a casa, imponendogli affettuosamente il nome di Stitch. “L’animale”, in virtù della sua natura, ha un carattere indomito e pestifero e per questo motivo causerà non pochi problemi alla sua nuova famiglia. Nani fatica, anche a causa di Stitch, a trovare lavoro e sa che se non riuscirà a migliorare la sua precaria situazione, perderà la sua sorellina, la quale dovrà essere trasferita in un orfanotrofio, in attesa di essere adottata da una nuova famiglia.

Stitch, in un momento particolare della sua storia, tiene in mano il libro delle fiabe di Andersen, scorrendo con gli occhi le pagine scritte. Chi lo sa se già in quel momento egli riusciva a comprendere perfettamente ciò che stava tentando di leggere nella lingua degli umani. Magari, in quei frangenti faticava ancora a capire completamente il senso delle frasi, ma l’illustrazione di quel “brutto” anatroccolo che procedeva solitario, lasciandosi alle spalle quella nidiata, che per lui non fu mai la sua famiglia, lo colpisce profondamente. “Sono come lui” avrà detto tra sé. Stitch si identifica così con la figura del brutto anatroccolo, per un destino analogo ma al contempo diverso. La favola del brutto anatroccolo viene spesso raccontata ai bambini per rincuorarli e non farli sentire soli, vittime del timore di non essere accettati dagli altri. In te si nasconde più di quanto l’apparenza dà a vedere. Un giorno diventerai un bellissimo cigno, e troverai il tuo posto in questo mondo. E’ ciò che suggerisce in parte lo splendido racconto di Andersen.

E’ per tale ragione che Lilo ama anche lei così tanto quella storia, perché aspetta in cuor suo il momento in cui verrà accettata da un amico. Lilo è infatti triste e sola, e viene ignorata dalle sue amichette per i suoi modi di fare. Se Stitch non ha né un padre né una madre, Lilo ha perduto i suoi genitori in un tragico incidente e il suo unico affetto rimastole è la sorella maggiore. La sua è “una famiglia disastrata”, così la definisce Lilo, ma pur sempre una famiglia. E proprio in questo ironico e disastrato nucleo famigliare, Stitch irrompe non certo in punta di piedi, ma con la vivacità di un incontenibile “figlio adottivo”.

  • Un re del rock

 “Can’t help falling in love

“Wise men say only fools rush in

But I can’t help falling in love with you

Shall I say Would it be a sin?

If I can’t help falling in love with you”   

La musica e le parole di “Can't help falling in love” descrivono in maniera melodiosa l’impossibilità di non innamorarsi. “Non riesco a non innamorarmi di te”, ripete melanconicamente il ritornello della canzone. L’amore ha svariate forme, e può dare vita a legami indissolubili. Una famiglia unita è l’esempio di come l’amore viene veicolato negli affetti famigliari. Si tratta di un tipo di amore che riserviamo ai genitori, ai fratelli e alle sorelle, ai nostri figli, i quali rappresentano forse la forma più pura d’amore che si possa provare, quello riservato ad una creatura che abbiamo generato noi stessi o che abbiamo imparato ad amare come nostra, ed è quell’amore imperituro.

E’ impossibile, di fatto, evitare di innamorarsi della propria famiglia se con essa esiste un legame inscindibile. Famiglia è ciò che include la vicinanza, la cooperazione, il poter contare gli uni sugli altri. “Ohana” significa famiglia, ed è il termine del linguaggio hawaiano maggiormente usato nel film. E in una famiglia nessuno viene abbandonato o dimenticato.

E’ questo l’insegnamento che Stitch carpisce nella sua permanenza sulla Terra. Egli, nato in un ambiente ostile, in cui avrebbe dovuto generare morte e distruzione, muta il proprio essere, venendo influenzato positivamente dalle carezze di una famiglia non proprio priva di tragicomici problemi. La natura violenta di Stitch cambia per far posto ad un temperamento mite, quieto, riflessivo e dolce. Stitch, spronato da Lilo, si “traveste” da Elvis, il re del rock, così da concretizzare il primo vero cambiamento “estetico” riscontrabile in lui nel corso del film. Il personaggio convoglia la sua grintosa energia nella musica, suonando una graziosissima chitarra.

  • Un lago e una fotografia

Always on my mind

Maybe I didn't hold you
All those lonely, lonely times
And I guess I never told you
I'm so happy that you're mine...”

“Always on my mind” non fa parte dei brani della colonna sonora di “Lilo e Stitch”, il che potrà indurvi a pensare che la scelta d’includerlo in questa selezione da me utilizzata per “raccontare” e analizzare i messaggi dell’opera sia ingiusta. Ma non lo credo! “Always on my mind” è una delle canzoni più belle a cui la voce di Elvis abbia mai dato vita e regalato memoria. “Sempre nella mia mente” recita il titolo del brano in questione. Il ricordo di una persona amata, di una parte della nostra famiglia vive nei nostri cuori, e si fa spazio nei nostri pensieri come un’immagine richiamata dal sentimento. I ricordi possono essere immortalati dall’artificio meccanico e chimico di una fotografia.

Solitamente gli scatti fotografici, custoditi all’interno di una cornice, li poggiamo, magari, sulla scrivania, così da poterli rimirare ogni qualvolta sentiamo la mancanza di un momento trascorso o di una persona in particolare. La foto della famiglia di Lilo viene contornata da una simpatica aggiunta: il frammento di una fotografia di Stitch, rintagliato opportunamente, viene inserito insieme a quella di famiglia. Un messaggio meraviglioso per la semplicità, il garbo e l’ironia con cui riesce a comunicare il valore di un ricordo da custodire sempre nella mente e da poter essere, ugualmente, osservato. La famiglia è adesso al completo, tra vecchi ricordi e i prossimi da aggiungere.

«Non importa che sia nato in un recinto d'anatre: l'importante è essere uscito da un uovo di cigno.» (Hans Christian Andersen)

La frase di Hans Christian Andersen tocca il tema dell’importanza delle nostre origini. Non importa dove e come nasciamo, conta se abbiamo nel nostro “io” l’eleganza d’animo di un maestoso cigno. Nelle sue origini, Stitch non può ricercare lo spirito nobile e altero di un bianco cigno. Stitich è, infatti, una creazione, non ha né avrà mai le sembianze di un nobile cigno, regale e leggiadro quando solca le acque limpide di uno specchio lacustre. Per Stitch, la nobiltà armoniosa del cigno ha sede nel suo cuore, nella sua scelta di vita e nella sua evoluzione emotiva. E’ nelle profondità del suo carattere che è contemplabile la bellezza di un cigno.

Stitch è andato contro la sua stessa natura che lo voleva una fiera efferata e indomabile, divenendo un essere buono e pacifico. Nella fiaba, il brutto anatroccolo, alla fine del suo percorso, raggiungerà le sponde di un lago e ammirerà un nugolo di cigni che beatamente sostano sulla superficie dell’acqua. Nuoterà per raggiungerli, attratto dalla loro regale bellezza, e si accorgerà, con grande stupore, che i cigni lo accoglieranno con garbo e cortesia. Quando l’anatroccolo chinerà il capo per scorgere il proprio riflesso, si accorgerà d’essere diventato anch’esso un cigno. Come il brutto anatroccolo, anche Stitch ha trovato il proprio posto e la propria famiglia per conto suo, tuttavia non coi suoi simili. Ed è questa la meraviglia del suo viaggio.

Come il cigno bianco ha mirato il proprio riflesso, così Stitch potrà soffermarsi a guardare la fotografia che lo vede a fianco della sua famiglia e comprendere nuovamente l’importanza dell’Ohana. La casa e la famiglia sono le cose più importanti della nostra vita. Se più persone considerassero la casa e la Ohana prima dell'oro il mondo sarebbe un posto di sicuro più felice. Ma questa è un’altra citazione, magari per un’altra storia…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ebenezer Scrooge - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La straordinaria storia di Ebenezer Scrooge, il vecchio e insensibile avaro, perseguitato, in una notte del 24 dicembre, dai fantasmi del passato, del presente e del futuro, ha fatto sognare intere generazioni di adulti e piccini, ed ha rappresentato e rappresenta ancora oggi uno dei racconti natalizi più conosciuti al mondo. Questo racconto, uscito dalla penna dello scrittore inglese Charles Dickens, pubblicato per la prima volta nel 1843, dal titolo originale “A Christmas Carol”, tradotto in italiano come “Canto di Natale”, attraverso elementi di fantasia immersi in un’atmosfera surreale, vuole materializzare l’idea della redenzione. E’ su questa scia che l’irriducibile misantropo si accorge di avere anch’egli un cuore che pulsa e che può provare gioia per la felicità altrui. Scrollatosi di dosso la sua atavica corazza, fatta di cupidigia e indifferenza, promette di glorificare e amare il Natale, la festa della solidarietà e dell’amore, la festa che infonde speranza e anela da sempre a un mondo pacificato da odi e dissapori, reso gioioso e puro dalla nascita di Gesù Bambino.

“Canto di Natale” di Charles Dickens è un romanzo di critica nei confronti della società in cui l’autore viveva, ma è anche una storia emozionante che racchiude in sé verità profonde. E’ l’incontro tra la tradizione del romanzo gotico e il genere fiabesco, una vicenda ricca di allegorie che mette in evidenza come chi vive nella pochezza d’intenti e nell’avidità d’animo ha l’opportunità di liberarsi dai vincoli che lo trattengono; vincoli che riguardano le differenze sociali, l’insensibilità verso il prossimo, l’aridità di cuore. Col tempo, il protagonista ritrova la magia delle piccole cose, quei comportamenti che arricchiscono l’animo e fanno in modo che ci si possa sentire gratificati dentro. Un testo, quello dello scrittore inglese, pieno di emozioni, magico, riflessivo, che ci riporta ai piccoli gesti quotidiani, a un semplice sorriso, all’amore incondizionato, al calore della famiglia. Ciascuno di noi incontra gli stessi fantasmi di Scrooge, non soltanto la notte di Natale, ma ogni qualvolta le prevaricazioni, l’individualismo, l’ostentata indifferenza hanno su di noi il sopravvento, facendoci dimenticare che la vera ricchezza sta proprio nel donare agli altri.

Quella di Natale non è mai una notte come un’altra. La lancetta dei secondi gira con apparente normalità ma il tempo pare ora comprimersi ora dilatarsi in un processo astratto e contradditorio, che fugge da ogni fondamento scientifico, perché regolato da una magia madre dall’emozione. Sicché il tempo subisce un’esaltazione del suo effetto relativo. Un istante felice a Natale passa con molta più rapidità, eppure si assapora come se dovesse durare all’infinito. Come ci sovviene da bambini, quella soave, mistica notte, possiede un che di unico che la rende differente da tutte le altre; ciononostante passa, vola via, cedendo come sempre il posto al nuovo giorno: il giorno di Natale. Questo è quanto ci suggeriscono gli orologi, meccanismi privi d’emozione, e quindi non in grado di calcolare “un tempo diverso”, che si discosti da quello computato.

Se osservato con gli occhi della sensibilità e con una sognante vena interpretativa, benché sia inconsistente, il tempo di Natale si può considerare senza tempo. E’ forse per tale ragione che, giocando un po’ di fantasia, si può credere che in una sola notte, l’arcigno Ebenezer Scrooge abbia potuto rivivere le vicissitudini di un’esistenza amara. Tempo passato, tempo presente, tempo futuro, e ancora, periodo andato, istante trascorso, presente che svanisce, futuro incerto: è sempre una questione di tempo. E ogni anno, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, la razionalità umana irrimediabilmente deve farsi da parte per lasciare che l’incanto prenda il sopravvento, in modo che la fantasia possa rendere quella notte così intensa tanto d’essere capace di compendiare un tempo illimitato. Si tratta della stessa tenera magia che induce i bambini a credere ad un uomo panciuto, con una folta barba bianca e vestito di rosso, il quale scende giù dai comignoli per consegnare i doni a tutti i bimbi del mondo. Ma come può Babbo Natale riuscire a far credere ad un infante di poter girovagare per il mondo in sella a una slitta trainata da renne? Semplicemente perché il piccolo ha fede, e crede in cuor suo che Babbo Natale arresti il tempo. Su quel suo carro alato, il papà del Natale sfugge dai costrutti dell’uomo, inceppa gli ingranaggi dell’orologio universale e in una sola notte raggiunge ogni bambino addormentato. E’ sempre una questione di tempo, anche un pargoletto lo sa; perché quella di Natale è una notte che non può essere in alcun modo cadenzata.

E’ proprio a tarda notte che un fantasma si manifesta all’avido Scrooge. Dickens fa che i lugubri versi di quell’entità vengano fuori dalle parole scritte, come allegorie frastornanti, udibili nel silenzio dei nostri pensieri durante la lettura. Robert Zemeckis, “traduttore” del testo letterario in opera filmica, fa di quei frastuoni, grevi rumori di catene. In “A Christmas Carol”, l’ectoplasma dell’avido Jacob Marley ha l’aspetto di una figura fluorescente, scheletrica e dagli occhi spiritati. Ciocche di capelli elettrizzati levano le punte verso l’alto, e un paio di occhiali giacciono sul naso, come immobilizzati dalle rughe e dall’espressione crucciata che soleva avere in vita. Grosse catene gli cingono il corpo, impedendogli di liberarsi, simbolo dell’egoismo che in vita imprigionò il suo cuore, impedendogli di poter ascendere al Paradiso. Lo spirito avverte Scrooge che se non cambierà in fretta, un fato ancora peggiore aleggerà su di lui non appena trapasserà nell’aldilà, e preannunzia all’uomo l’imminente visita di tre fantasmi.

La rappresentazione dello spirito di Marley è un tantino differente in un altro, splendido adattamento del “Canto di Natale”, fatto ad opera della Walt Disney. Se l’irascibile Scrooge, nella suddetta versione, ha i connotati del “taccagno” Zio Paperone, la manifestazione spiritica di Jacob ricalca, invece, le sembianze del celebre Pippo. Lo Scrooge di Paperon de’ Paperoni considera il Natale un giorno lavorativo come un altro, e scaccia via anche le più semplici decorazioni che possano solamente ricordargli quella festività. L’ufficio di Scrooge è “spoglio” di qualunque addobbo, è freddo e umido, privo di colori caldi e luminosi, come se riflettesse l’animo arido del padrone.

D’un tratto, irrompe il nipote Fred (Paperino), giunto all’ufficio dello zio per invitarlo a trascorrere la vigilia di Natale nella sua dimora. Ma Fred viene prontamente invitato ad andar via, e a riprendersi in fretta e furia la ghirlanda natalizia che aveva portato con sé come dono da offrire allo zio, da porre sulla maniglia della porta. Non è un caso che il fantasma di Jacob si manifesti per la prima volta dentro i contorni di un “oggetto”, un battiporta d’oro.

Anche un banale ornamento può nascondere un messaggio profondo, visibile o invisibile all’occhio dell’uomo. Se la ghirlanda doveva rappresentare una flebile nota di colore nello scialbo e cupo ufficio di Scrooge, quel picchiotto era intenzionato, dal canto suo, ad esprimere un’anticipazione degli incontri che Scrooge avrebbe avuto di lì a breve. Jacob seguita poi a manifestarsi come un’ombra riflessa su di una parete, la quale imita, come un tenebroso mimo, la camminata baggiana e timorosa di un preoccupato Scrooge.

  • Il fantasma del Natale passato

Nel buio, una luce, dapprima fioca ma poi sempre più intensa, comincia a illuminare un angolo della camera del vecchio Scrooge. Ai piedi del letto, un fantasma di minute dimensioni si mostra agli occhi del protagonista. E’ il fantasma del Natale passato. In “A Christmas Carol”, tale spirito ha le sembianze di una fiamma divampante, come fosse una candela accesa che arde senza mai consumarsi. Il suo capo emana una luce battente che illumina l’orizzonte, come fosse un faro pronto a schiarire un passato coperto da fitte tenebre che tutto avviluppano. Lo spirito volge la mano a Scrooge e lo accompagna fuori dalla sua casa, per volare via e tornare a molti anni prima. Il tempo si presenta velatamente nell’incarnazione dello spirito del Natale passato. Una fiamma che brucia può essere spenta se una campana di vetro, simile a quella che il fantasma regge in mano, chiude la fiammella al suo interno. L’aria si consuma in fretta, la fiamma si spegne e così una vita svanisce; e con essa spariscono anche i rimpianti, le occasioni mancante, i pentimenti e gli errori a cui non si è potuto porre rimedio. Il tempo non va sprecato, bisogna capire i significati impartiti dagli accadimenti trascorsi, e le lezioni che un passato può insegnare per ottemperare alle pecche commesse, da non ripetere più in futuro. E’ l’insegnamento che il primo fantasma, nella sua estetica così peculiare, trasmette all’anziano Scrooge: quello di non lasciare che la fiamma ardente di una insensibilità egoistica sciolga la cera di un’esistenza intera.

Il fantasma del Natale passato nel “Canto di Natale” della Disney ha le fattezze del Grillo Parlante di “Pinocchio”. Quale scelta più azzeccata, se non quella di un consigliere che mira ad interloquire con la coscienza? Il grillo parlante è la voce interiore che torna a riecheggiare dopo anni di silenzio. Un riverbero figurato dell’intimità che si ridesta per esortare l’animo di Scrooge a prendere consapevolezza di ciò che è andato perduto per sempre, così da salvaguardare gli affetti che ancora non sono stati sviliti e allontanati. Dal turbamento provocato dalla rimembranza della donna amata in giovinezza, Scrooge comincia a schiudere il suo cuore, sotterrato sotto un cumulo di monete d’oro.

  • Il fantasma del Natale presente

Scrooge si imbatte in seguito nello spirito del Natale presente, il quale troneggia sulla cima di un albero di Natale. Attorno a lui, la sala è cinta da orologi meccanici, i cui ingranaggi sono ben visibili all’occhio. Le rotelline dentate permettono il movimento di alcune statuine, ferme in pose danzanti, poste in cima agli orologi. Il tempo presente si muove senza sosta; l’attimo fa posto a quello successivo, quando lo spirito comincia a dialogare con Scrooge. Il fantasma lo trae a sé, sollevandolo da terra e lasciandolo penzoloni nel vuoto, mentre sotto i suoi piedi si snocciola la realtà cittadina in uno scorrere d’immagini. Il fantasma dà a Scrooge la visione degli avvenimenti scorti da una prospettiva celeste.

Scrooge, guidato dal fantasma, si reca poi a trovare la famiglia Cratchit, riunita attorno al tavolo durante la sera del 24 dicembre. Il piccolo Tim, mai così tenero e indifeso come tratteggiato nella versione Disney, scende le scale, reggendosi con una stampella, per consumare, insieme alla sua famiglia, una scarnita coscetta di pollo. Scrooge si trova dinanzi alla più straziante delle indigenze. Nella versione Disney, il secondo fantasma è “interpretato” da Willie, il gigante. L’elevata statura di una tale essenza impalpabile indica come il tempo presente sia impossibile da “racchiudere”.

L’uomo possiede il ricordo per indagare il passato, ha la percezione del futuro, eppure il presente si muove nell’intermezzo, in un lasso di tempo indefinito, illimitato, grande come un colosso. E’ per l’appunto il momento presente il periodo nel quale dover ponderare e prendere una degna decisione, prima che sia troppo tardi.

  • Il fantasma del Natale futuro

Per ultimo, si palesa lo spirito del Natale futuro, il più inquietante tra i tre. Esso è una sagoma avvolta in un mantello nero come un tizzone, un’ombra che getta buio sull’avvenire e che conduce Scrooge a scrutare l’atroce sofferenza di un triste domani. Nel “Canto di Natale” della Disney, l’imponente Gambadilegno si cela sotto il truce manto dello spirito. La risata sardonica del personaggio terrorizza Scrooge, e la sua ansietà lo fa precipitare tra le fiamme di una voragine apertasi nel suolo. Scrooge sembra prossimo a precipitare all’inferno, e la sua anima è ormai irrimediabilmente dannata.

Ma la sua discesa si conclude sul lindo pavimento della sua abitazione. Quel fuoco ardente era fiamma in grado di ridurre in cenere la brevità del tempo prossimo. Era il monito finale, il rintocco dell’ultima ora, l’alba che sorge e che porta con sé un nuovo giorno, per una nuova esistenza.

L’indomani, lo Scrooge di “A Christmas Carol” si accomoda sulla sedia della sua scrivania, e guarda fugacemente il suo orologio da taschino. Il signor Cratchit, suo dipendente, arriva in ufficio con un po’ di ritardo. Di tutta risposta Scrooge lo ammonisce verbalmente e gli aumenta il salario: un premio per aver ben speso quel tempo con i suoi cari. Per tutto il giorno di Natale, Scrooge, sia esso “dipinto” con le sembianze di un uomo dal mento spiovente e dal naso aquilino, o di un papero dal becco pronunciato, si fa strada in città per dispensare le proprie ricchezze, sotto forma di doni, ai più bisognosi, camminando con passo spedito e aria leggiadra, come se quel suo bastone fosse più uno strumento d’accompagnamento che un aggeggio di supporto alla sua andatura.

Il tempo del Natale riprende a progredire con la sua particolare meraviglia, ed è adesso tutto riassunto e compreso nella dolcezza del piccolo Tim, che ha l’aspetto di un adorabile bimbo o di un tenero “topolino”, che cerca d’afferrare un orsacchiotto di peluche dal sacco dei regali del signor Scrooge, il quale tenta più volte di nasconderglielo alla vista, per far sì che la sorpresa sia davvero tale, meritevole pure di un pizzico d’attesa.

No, non sono né bubbolescempiaggini: il tempo del Natale non ha eguali, perché una sola notte può cambiare davvero il destino di un uomo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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