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“Di tutte le cose che hanno portato felicità ad Elvis durante il periodo in cui l’ho conosciuto niente regge il confronto con la nascita di sua figlia, Lisa Marie. Ha prodotto in lui un cambiamento che nient’altro poteva eguagliare. L’intero stato d’animo di Graceland è cambiato come il sole che riempie una stanza quando lei è entrata nella sua vita.”

Nancy Rooks, dal libro “Inside Graceland: Elvis' Maid Remembers”

In questi ultimi giorni ho pianto, non lo nascondo. Spero possiate perdonare e capire questa mia confidenza, espressa in modo esplicito proprio perché sincera. Quando ho letto che Lisa Marie se n’era andata ho versato le stesse lacrime che avrei versato se avessi perso una persona cara, che frequentavo abitualmente. Ma era soltanto un’illusione, ne sono consapevole. Non conoscevo realmente Lisa Marie. Come avrei potuto?

Sapevo di lei ciò che potevo percepire guardandola con curiosità, da lontano, attraverso qualche scatto che la ritraeva da bambina, sorridente, con la sua chioma bionda, in braccio al papà. Sapevo di lei ciò che potevo carpire ascoltando il suono della sua voce quando, da adulta, incideva i propri brani in sala di registrazione. E dunque possedevo di Lisa Marie non più che impressioni e sensazioni.

Prima di tutto, Lisa Marie era ai miei occhi la figlia di Elvis Presley. L’unica figlia del mio cantante preferito.

Elvis accompagna la mia esistenza da che ho memoria. I suoi acuti, le sue note, la sua musica ci sono sempre stati. Su di lui ho letto tanto e in maniera approfondita, mosso da un insaziabile appetito, da una fame mai del tutto appagata di conoscenze.

Molto è stato scritto sulla sua vita breve ma intensissima: una vita in grado di incarnare il sogno americano nella sua forza più vigorosa e prorompente, brutale e mortale. Elvis è asceso ed è caduto, suscitando durante la sua incredibile parabola artistica lo sgomento, l’ammirazione, l’invidia, la pietà, il rimorso e l’idolatria della gente.

L’esistenza travagliata di questo talento rivoluzionario, di questa voce che abbatteva ogni barriera, che ha ingannato la morte conquistando l’immortalità, è stata raccontata, scandagliata e indagata molteplici volte, da diversi e accreditati biografi. Tutti costoro – ogni qualvolta si trovavano impegnati a rinarrare e a mettere a fuoco gli aspetti della sua persona - concordavano su una verità: Elvis amava sua figlia. Ma che dico, venerava sua figlia.

Il più celebre cantante di ogni tempo, l’unico, vero re del rock nutriva nei riguardi della sua bambina una forma di adorazione. La considerava una principessa, la riempiva di regali, di attenzioni, di affetti, ritenendola la cosa più preziosa che avesse mai avuto.

Elvis battezzò col nome della figlia il suo Jet privato. Il “Lisa Marie” era infatti un aereo di linea, un quadrimotore di medie dimensioni con cui il re era solito spostarsi da una meta ad un’altra.

Ho sempre pensato che dare il nome di una persona amata ad un mezzo di trasporto – sia esso un velivolo o una nave - a cui si affida la propria incolumità quando si viaggia fra la volta celeste o tra le onde del mare sia la più alta forma di riconoscenza e devozione, la più sincera confessione d’amore.

Lisa Marie era la creatura femminile più amata da Elvis, e proprio per questo egli fu lieto e fiero di leggere sulla fiancata del suo aereo personale il nome della sua sola erede.

In una delle ultime scene del film “Elvis” del 2022, il re, stanco e fiaccato, disilluso e afflitto, siede in una delle sue automobili. La lussuosa macchina ha appena raggiunto l’aeroporto, e lì ad attendere Elvis vi è Priscilla, la sua ex moglie, pronta a ricongiungersi alla piccola Lisa Marie.

La bambina è sulla vettura, in compagnia del padre, e gioca con un peluche. Elvis la stringe a sé, la bacia sulle guance e le sussurra: “Papà ti vuole bene”. La lascia poi andare via, osservandola dal finestrino, mentre la saluta con un gesto della mano.

Si tratta di una delle ultime apparizioni di Elvis nel film, il momento che precede l’ineluttabile declino a cui il suo corpo ed il suo spirito andranno incontro. Durante gli ultimi scampoli della pellicola il regista Baz Luhrmann decide di mostrare un Elvis accorato, senza più sogni né speranze, ma un Elvis ancora in sé, che brilla di una fioca lucidità, prossima ad estinguersi; in tale frangente Elvis esprime l’affetto di un padre nei confronti della figlia, e in seguito l’amore di un marito nei riguardi della consorte che ha perso, colpevolizzandosi giorno per giorno per tale errore. Prima che tutto finisca, prima che Sua Maestà crolli, la pellicola concede un ultimo accenno a quella umanità, a quel sentimento di attaccamento e devozione che egli provava per la sua famiglia. Due anni dopo quel fugace saluto in aeroporto Elvis morirà. Il suo cuore cesserà di battere troppo presto, distrutto da maledetti eccessi. Quando il padre spirò, Lisa Marie aveva soltanto 9 anni.

Elvis Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In “Bubba Ho-Tep - Il re è qui” - improbabile, surreale, grottesco ma al contempo divertentissimo e arguto lungometraggio del 2002 – Elvis è scampato alla morte. Egli ha infatti architettato una messa in scena per sfuggire a quella carriera troppo ingombrante, a quella esistenza gravosa e soffocante. Eppure, nonostante ciò, non ha trovato la felicità.

Sfuggito alle luci abbaglianti dei riflettori, il re incappa in un brutto quanto inaspettato incidente che pone fine alle sue aspirazioni di libertà.

Elvis viene pertanto confinato in un casa di riposo, scordato da tutti. Nessuno vuole credergli quando egli afferma di essere l’unico e solo re. La sua famiglia non sa che è ancora vivo, la sua Lisa Marie, a cui pensa spesso e che sogna avvertendo la sua mancanza, lo crede morto e sepolto fra i giardini di Graceland. Elvis è solo, tutto solo, e si trascina tristemente anno dopo anno, rimanendo disteso su di un letto minuscolo in una camera cupa e avvilente.

Ma non è finita qui: in questo ospizio in cui giace, a malincuore, il più originale e innovativo tra i solisti della storia della musica, accadono troppe cose strane ed inquietanti: un demone si aggira fra quei corridoi, divorando l’anima dei poveri anziani, abbandonati dai familiari che non si prendono più cura di loro. Elvis è il solo insieme ad un altro vecchietto della struttura – un adorabile uomo di colore fermamente convinto di essere John Fitzgerald Kennedy - ad accorgersi di quello che sta accadendo.

Il re decide così di fare quanto è in suo potere per fermare il mostro: si rimette faticosamente in piedi, indossa il suo celebre vestito bianco con tanto di mantello che gli conferisce l’aria di un supereroe malconcio ma stoico, e fa quanto deve per fronteggiare il temuto antagonista, in una notte in cui il cielo pullula di stelle luminose. Il re si prepara allo scontro senza portare vere e proprie armi con sé o oggetti che possono rivelarsi utili ad eccezione di un portafortuna, una sorta di amuleto protettivo. E che sarà mai questo amuleto?

Ebbene, una foto di sua figlia.

Tenendola fra le dita, Elvis pronuncia queste parole: “Se solo potessi parlarle ancora. Dirle che l’amo.

Fra i pochi oggetti che gli erano rimasti Elvis sceglie un’immagine, un ritratto che eterna la cosa a cui tiene di più al mondo, la sua bambina.

In questa bislacca storia, Lisa Marie era il rimpianto più grande di Elvis. Il re, ostaggio di una finta identità in un ricovero per malandati, non poté più riottenere quello che aveva perduto, riabbracciare la sua unica erede, che nel frattempo era cresciuta, diventata una donna, senza averlo accanto. Il re non riuscì a vederla cambiare, maturare.

Si era perso tutto questo, Elvis. E il senso di colpa lo dilaniava. Lisa Marie, però, lo avrebbe protetto in quello strampalato scontro con il demone, in quella singolar tenzone inverosimile, tragicomica, ma dal significato tutt’altro che banale.

“Bubba Ho-Tep” è una commedia assurda, bizzarra, oserei definirla perfino kafkiana, un’opera che, sotto quella patina di stravaganza, lascia emergere un’amara riflessione sulla terza età, sulla solitudine dell’anziano, sull’abbandono, sui rimpianti e le occasioni mancate e sprecate. L’amuleto selezionato da Elvis, l’istantanea della figlia, esalta ancora una volta questo tratto della personalità del genio di Memphis: l’affetto di un papà che avrebbe fatto di tutto per quella creatura che aveva messo al mondo e che considerava la sua unica ancora di salvezza.

Lisa Marie è sempre stata questo per me: la testimonianza vivente di un amore profondissimo, quello di un padre per la sua fanciulla.

Ma Lisa Marie non è stata soltanto “la figlia di…”. E’ stata certamente la portatrice di un cognome regale, l’erede al trono di una fortuna eterna.

Da adulta, il suo viso somigliava in maniera impressionante a quello del padre. Erano due gocce d’acqua. L’espressività dei loro volti coincideva straordinariamente, lo sguardo elusivo eppur penetrante e malinconico era pressoché il medesimo. Lisa Marie aveva i lineamenti del papà scomparso, portava sulla sua pelle la bellezza, il fascino e il dolore di un monarca che aveva abdicato prima del previsto e disfatto il suo reame.

Ma, oltre tutto questo, Lisa Marie era una persona a sé, una creatura indipendente e meravigliosa, con i suoi pregi e le sue fragilità.

Lisa Marie è stata un’artista, una cantautrice dalla splendida tonalità vocale, una donna energica e irrefrenabile, inquieta come una tempesta di mare e senza limiti come un oceano sconfinato; una madre che ha vissuto, gioito, amato, smarrito e sofferto terribilmente. Una figura storica, che non potrà essere obliata.

Possa Lisa Marie rivedere il figlio a cui aveva detto addio troppo presto, baciarlo, tenerlo stretto e non lasciarlo più.

Possa la “principessa” avere pace accanto al proprio Sire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters