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"Ron Weasley" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Libri nascosti e focaccine

Erano stravaganti, particolari, bizzarre, decisamente originali e le adoravo proprio per questo. Avevano piccoli dettagli sparsi qua e là, sottili rimandi al canovaccio o a parte della storia, per il resto erano illustrazioni uniche, interpretazioni personalissime ed eccentriche. A cosa mi sto riferendo? Ma alle copertine dei libri di Harry Potter, naturalmente.

Lo pensavo fin da bambino, fin dal momento in cui le vidi per la prima volta. La copertina de “La pietra filosofale” era bellissima. Strana e bellissima. In quella raffigurazione, Harry portava un curioso cappello sul capo, a forma di testa di topo. Dinanzi a lui, vi era una grossa scacchiera con alcune pedine pronte a muoversi autonomamente. Harry teneva una mano vicino al viso, al mento per la precisione. Era come se stesse meditando: era stato catturato in una posa riflessiva, probabilmente stava ponderando se assestare effettivamente la mossa che aveva pensato oppure osarne un’altra. Le quattro pedine disposte sulla scacchiera sembravano muoversi da sole, il “re” barbuto pareva, ai miei occhi di bimbo, prossimo ad avanzare in una direzione scelta a caso, la torre, invece, pronta a collassare su sé stessa, forse stanca dal troppo attendere d’essere chiamata in gioco.

Era una copertina bislacca quella. Possedeva alcuni elementi riguardanti le vicende del libro, la sfida agli scacchi, ad esempio, che avrebbe visto Ron protagonista, e poi c’era il profilo di un grosso topo steso accanto ad Harry. Un ratto di bell’aspetto, che, forse, voleva richiamare con le sue fattezze il topo che lo stesso Ron era solito portarsi appresso. Qualche dettaglio della narrazione, appunto, però era tutto così incerto, confuso, per non dire grottesco in quella rappresentazione.

In realtà, vi era una spiegazione logica: l’illustratrice delle prime, storiche copertine di Harry Potter sapeva ben poco della trama del libro. Le avevano fornito giusto qualche minuzia, qualche appunto, senza dirle di più. Le avevano riferito qualcosa del genere: la storia parla di un maghetto con gli occhiali (all’inizio non le dissero neppure che Harry portava le lenti), gli studenti apprendisti stregoni possono portare con loro alla scuola di magia un animale domestico, e ad un certo punto, nella parte finale di tutta la vicenda, c’è una singolare partita a scacchi. L’illustratrice, con queste inezie che aveva a disposizione, si mise ad elaborare una raffigurazione che poi sarebbe divenuta la celebre e meravigliosa prima copertina de “La pietra filosofale”. Io ne andavo matto. Era così improbabile eppure riusciva a catturare l’alone di magia, di mistero, del libro. Quella copertina attirava, carpiva chiunque la guardasse. Quel cappello un po’ matto che Harry recava sulla fronte e sui capelli era il tratto distintivo dell’artista, la sua firma: lei adora i cappelli così ne aggiunse uno alla testa del maghetto.

Quando ero piccolino amavo anche il disegno de “La camera dei segreti”. In quella illustrazione Harry se ne stava disteso, o per meglio dire aggrappato alla copertina rigida, dai colori vivaci, e certamente ben rilegata di un grosso tomo. Il libro era aperto, le pagine sembravano svolazzare, come mosse dal vento. Harry era appeso al volume, come se volasse verso un altro mondo, verso una notte di plenilunio.

Come ricordo bene quella copertina! Il libro su cui Harry se ne stava in groppa doveva essere, per forza di cose, il diario di Tom Riddle, che Harry avrebbe rinvenuto durante il suo secondo anno ad Hogwarts. Un diario pericoloso, sinistro, sfingeo, in grado, in parte, di “sequestrare” il protagonista, di “catturarlo” fra le sue bianche pagine e trascinarlo verso un regno di ombre, di eventi trascorsi e solo in parte obliati.

Mi capitava di riguardare la copertina de “La camera dei segreti” ogni qualvolta ero a casa e prendevo il mio libro tra le mani e lo leggevo. Ma non solo, mi capitava di rimirare quella copertina anche a scuola. Alcuni miei compagni di classe alle elementari erano soliti portarlo con loro. Non riuscivano a lasciarlo a casa, a separarsene. Quella lettura era troppo bella e coinvolgente per essere messa da parte, sia pure temporaneamente, durante le ore di studio. Ricordo, in particolare, un mio compagno di classe, seduto al primo banco, intento a leggere voracemente. Rammento, sorridendo, che durante la prima ora lo vidi uscire dallo zainetto il libro di matematica, aprirlo e metterlo diritto sul banco. Successivamente tirò fuori il libro de “La camera dei segreti” e lo nascose tra i fogli del testo scolastico. Capii in quell’istante che il mio compagno di classe si era fatto furbo, aveva escogitato un piano ben preciso per poter leggere indisturbato, pur essendo seduto, per sua sfortuna, in “prima fila”. La maestra, al di là della cattedra, ignara di tutto, aveva difronte a sé uno scolaro modello, pienamente coinvolto nell’atto di apprendere nozioni di matematica, mentre, in effetti, egli viaggiava con la fantasia con uno dei racconti avventurosi di Harry Potter.

Risi come un matto per tutto il tempo. Il mio compagno di scuola riuscì a leggere un intero capitolo, senza farsi beccare. O forse la maestra, pur intuendo qualcosa, volle chiudere un occhio: dopotutto una lettura non poteva che far bene.

C’era un altro compagno di classe che, al contrario, non si curava minimamente di elaborare trovate ingegnose per nascondere la propria lettura segreta. Rammento che, ad un certo punto, uscì semplicemente il suo “Harry Potter e la camera dei segreti”, lo mise sul banco e lesse senza preoccuparsi di ciò che accadeva attorno a lui. Se lo chiamavi, neppure rispondeva. Dovevi avvicinarti a lui, toccargli un braccio, smuoverlo per riportarlo alla realtà, tanto era preso dalla lettura. Harry Potter faceva questo effetto: ci ammaliava, ci ipnotizzava, ci trasportava, col suo incanto, in un universo meraviglioso in cui trovare ristoro, almeno per qualche minuto, dagli impegni scolastici.

Rammento un altro episodio che mi fa sempre sorridere. Stavolta, il ricordo riguarda una compagna. Lei era più diligente rispetto agli altri che ho già menzionato e che rimembro sempre con simpatia. Lei non leggeva di nascosto durante le lezioni, anzi tutt’altro. Quando la maestra parlava stava sempre attenta. Aspettava che arrivasse la ricreazione. Appena suonava la campanella e avevamo quindici, venti minuti di svago lei tirava fuori dalla cartella la sua merenda e puntualmente il suo libro. Quale libro? Sempre il medesimo: quello in cui Harry se ne stava avvinghiato al dorso di un grosso volume scarlatto.

La mia compagna di scuola mangiucchiava e scorreva le righe con lo sguardo. Faceva la sua focaccina a pezzetti che portava alla bocca mentre leggeva senza sosta, senza mai staccare gli occhi dalle scritte inchiostrate.

Se “La camera dei segreti” fosse stato il diario di Tom Riddle, se avesse avuto lo stesso potere celato al suo interno, molti di noi avrebbero potuto dire d’essere stati rapiti dal suo contenuto. La camera dei segreti era un libro, a suo modo, magico per davvero, perché riusciva a suscitare in molti di noi il desiderio di leggere, a qualunque ora, in qualunque posto.

  • Non è granché, ma è casa!

Il film de “La camera dei segreti” alza il sipario mostrando il nostro Harry indaffarato a sfogliare un libro. Come erano soliti fare i miei compagni di scuola, anche Harry, al principio della sua seconda peripezia, è tutto assorto davanti a delle carte piene di contenuti.

In realtà, Harry, in quei frangenti, non sta leggendo, sta semplicemente guardando delle foto che si muovono, come animate. Vede i suoi genitori che lo tengono in braccio, vede i suoi migliori amici, Ron ed Hermione, salutarlo, gli stessi che però non si fanno vivi con lui da tanto, troppo tempo.

Harry è immerso in una “lettura” fatta di scatti e sensazioni, una lettura intima, scevra di parole ma pregna di figure. Osservando quelle immagini, il protagonista tenta di fuggire via con la mente, di scappare mediante l’ausilio dei ricordi. Ripensa a Ron, ripensa ad Hermione, al periodo scolastico che hanno vissuto insieme, pieno zeppo di avvenimenti. Harry si sente solo, prigioniero in una dimora che non gli appartiene, che non è e non sarà mai realmente casa sua. D’un tratto, Harry riceve la visita di un elfo domestico, Dobby, che appare dal nulla e lo supplica di non tornare a Hogwarts perché vi sono all’opera forze pericolose che tramano nell’ombra e che potrebbero costargli la vita. L'irrequieto Dobby ammette di aver intercettato tutte le lettere che Ron ed Hermione scrivevano ad Harry durante le vacanze estive, per scoraggiarlo dal tornare ad Hogwarts. Il protagonista non vuol sentire ragioni: Hogwarts è la sua vera casa non Privet Drive, e nulla potrà impedirgli di fare ritorno laggiù.

In quelle ultime settimane estive Harry vive come una sorta di recluso in camera sua. Lo zio ha persino messo delle sbarre alle finestre per impedirgli di uscire. Una notte, il protagonista intravede una macchia color turchese balenare, sospesa per aria, fuori, in corrispondenza della sua stanza. Harry si mette in piedi, fa per capire di cosa si tratti e scorge un’autovettura che rumoreggia, librando al cospetto del davanzale. Fra i sedili di questo insolito mezzo di trasporto spuntano Ron e i suoi fratelli, Fred e George; questi sono giunti a bordo della loro Ford Anglia, un’auto tinteggiata di ciano che può volare. Gli amici del maghetto fanno quanto devono per liberarlo e lo conducono alla Tana.

Una volta atterrati sulla proprietà, Ron precisa subito all’amico che “Non è granché, ma è casa”. Ron è consapevole di non possedere una reggia, ma essa è comunque una dimora comoda e accogliente, costruita dai suoi genitori con tanti sacrifici e qualche espediente magico.

Nel libro, quando mostra ad Harry la sua camera, Ron stringe le spalle e timidamente sussurra “E’ un po’ piccola”, aspettando il parere del suo migliore amico, in visita per la prima occasione. Harry lo sorprenderà subito, dicendo: “Io la trovo magnifica”. E con quella affermazione Harry non mentiva di certo. Lui considerava tanto la Tana quanto la stessa cameretta di Ron splendide. Sentendo quel complimento franco e schietto uscire dalla bocca di Harry, Ron non può fare altro che lasciarsi andare ad un dolce sorriso, sollevato, almeno in parte, di aver fatto una bella impressione. La timidezza che Ron mostra in questa scena rimarca, in parte, lo stesso disagio che molti ragazzi di quella età sperimentano quando invitano a casa propria il loro migliore amico, sperando che tutto ciò che questi vedrà possa piacergli.

Ron proviene da una famiglia umile. I Weasley, nelle intenzioni della Rowling, incarnano la classe proletaria, che fa dell’affetto e della generosità la loro più grande risorsa, il loro patrimonio più cospicuo. Harry dispone in banca di una cifra considerevole lasciatagli in eredità dai genitori, eppure non ha una casa tutta per sé, una famiglia che lo ami. Ron, dal canto suo, è povero, tutto ciò che indossa è già appartenuto ai suoi fratelli, ciò nondimeno possiede la ricchezza di una famiglia numerosa, che lui stesso sceglie di condividere con Harry, per Ron oramai un fratello acquisito.

Il regista Chris Columbus, nelle scene ambientate nella Tana, fa effluire quel senso di accoglienza, di cordialità, di affetto familiare, che soltanto i Weasley sanno elargire tanto ad Harry quanto a noi spettatori che assistiamo alle vicende come ospiti muti ma presenti, entrati in punta di piedi in quel rifugio che tutti chiamano la Tana.

Harry troverà nei Weasley la famiglia che ha sempre desiderato e che il destino gli aveva negato.

  • Lavatrici incantate e polvere volante

Perfino nell’omonimo videogioco “Harry Potter e la camera dei segreti”, la “Tana” assume un ruolo preponderante e a suo modo tremendamente coinvolgente. Anche in questo caso, le memorie personali del sottoscritto tornano ad essere fondamentali.

Ricordo che alle elementari, un mattino, tutto d’un tratto, sentii muoversi qualcosa nel mio sottobanco. Qualcuno aveva appoggiato un involto senza che io me ne accorgessi. Abbassai il capo e vidi un CD con dei riferimenti in copertina che erano tutto un programma: c’era Harry ritratto con la sua divisa da Grifondoro, con in mano la bacchetta, nell’atto di lanciare un incantesimo. Poco al di sotto della sua effige, si leggeva il logo EA Games e la scritta Playstation. Rialzai lo sguardo mentre un mio caro amico mi parlava, dicendomi: “Emi, eccoti il gioco de La camera dei segreti”.

Sorrisi tutto contento e tirai fuori dalla cartella il mio “Tekken 3”. Lo scambio fu presto fatto. In quegli anni, come ebbi modo di scrivere nell’articolo dedicato a “La pietra filosofale”, tra amici scambiarsi i giochi era una consuetudine ancor più diffusa dello scambio dei fumetti.

Il mio amico aggiunse: “E’ davvero divertente questo gioco di Harry Potter, io per adesso sono arrivato alla prima lavatrice…”. Rimasi perplesso per qualche istante. Lavatrice? Cosa voleva dire con lavatrice? Avevo sentito male? Non feci in tempo ad approfondire il discorso che la maestra alzò la voce per zittirci e per invitarci a prestare attenzione a quanto stava dicendo. Così, misi il videogame nello zaino e non ci pensai più. Soltanto il giorno dopo capii il senso di quella asserzione: “lavatrice”.

Il gioco de “La camera dei segreti” comincia poco dopo la fuga di Harry dal numero 4 di Privet Drive. Il maghetto, unico personaggio giocabile, si trova nella tenuta dei Weasley, proprio davanti alla loro abitazione. Ron lo riceve in cortile e gli suggerisce di far presto, poiché devono affrontare un fastidiosissimo fantasma che non fa che battere continuamente sui tubi in soffitta, facendo infuriare la signora Weasley. Harry, spronato dall’amico, deve rammentare come utilizzare il suo incantesimo preferito… il Flipendo.

Premuto il tasto opportuno, Harry porta la bacchetta sopra il suo capo: essa emette un bagliore che diventa sempre più intenso. Una volta rilasciato il tasto prescelto, l’incantesimo si abbatte su due casse, smuovendole. Harry e Ron le utilizzano per salirci sopra e raggiungere il tetto della “Tana”, dove avranno modo di sconfiggere lo spiritello dispettoso. Pochi attimi dopo, Harry si ritrova a vagare per la proprietà dei Weasley, in particolare per tutto il loro (vasto) giardino.

Il signor Weasley lo mette in guardia dai pericoli in esso celati: ci sono gnomi da scacciare e oggetti comuni che sono caduti vittime di un incantesimo e che stanno facendo le bizze. Ebbene, tra questi oggetti comuni ci sono anche delle lavatrici che ballonzolano di qua e di là, rigurgitando vestiti sporchi e… pericolosi. Ricordo ancora come mi misi a ridere quando mi imbattei nella “prima lavatrice”, ripensando alla frase del mio amico. Quell’elettrodomestico saltellava, sembrava indemoniato, vomitava capi d’abbigliamento come improbabili proiettili. Il giocatore, sfruttando il Flipendo di Harry, doveva domare le lavatrici e con un tempestivo Wingardium Leviosa riposizionarle in una apposita pedana.

L’ambientazione del secondo gioco di Harry Potter restituisce, come accaduto col primo, le stesse atmosfere magiche, gioiose, dei primi due film di Chris Columbus. Le disavventure tragicomiche che Harry vive nel gioco durante la sua permanenza alla Tana riconsegnano quel senso di divertimento, quel calore familiare che si avverte rileggendo i passi del libro o rivedendo le scene del film.

Pensate a quando la Rowling descrive nei suoi testi i momenti in cui Harry gioca con Ron e Ginny a Quidditch in giardino, oppure quando aiuta i Weasley a scovare gli gnomi che si celano fra i cespugli; gnomi dalla scorza coriacea, con una grossa testa calva e bitorzoluta. La stessa spensieratezza, lo stesso divertimento si avvertiva, da bambini, quando si giocava ad “Harry Potter e La camera dei segreti”: un videogame in grado di far rivivere l’atmosfera incantevole, frenetica del libro e della sua trasposizione cinematografica. Basti pensare alla fuga dal treno mentre si è al volante della Ford Anglia, alla lotta contro il Platano Picchiatore, alla parte in cui Harry è costretto ad addentrarsi nella Foresta Proibita, affrontando orde di ragni nel buio della notte. Ma ancor più suggestivi sono i momenti in cui Harry procede da solo fra i meandri del castello, percorrendo lunghi ed ampi corridori, ed ode la voce del Basilisco risuonare da angoli invedibili e ignoti.

La voce del mostro riecheggia attorno al personaggio del gioco, terrorizzandolo improvvisamente, come un’eco indistinta, che proviene da un luogo sconosciuto. Harry, nel videogame, avverte il sibilare del Basilisco, esattamente come accade nel lungometraggio, restandone esterrefatto perché colto di sorpresa. Quella sensazione di paura che il videogame riusciva ad emanare, soprattutto nei momenti in cui Harry si trova tutto solo, e il castello si tramuta in un ambiente minaccioso poiché fra quelle mura si nasconde un essere che parla con una voce che incute timore, paragonabile al sibilo di un serpente, aumentava la suspense e per un giocatore molto giovane come il sottoscritto era decisamente da togliere il fiato.

Ma andiamo con ordine, sto affrettando troppo le cose. Parlerò del Basilisco a tempo debito.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo laggiù, in quella dimora tanto cara e confortevole. Dimentichiamo le sequenze del gioco e ripercorriamo quelle della pellicola cinematografica.

Or dunque, alla buon’ora, dopo aver consumato una deliziosa colazione, Harry e i Weasley si preparano per recarsi a Diagon Alley con un mezzo del tutto peculiare: la polvere volante.

Harry abbandonerà la Tana mediante l’utilizzo di questa suddetta polvere e raggiungerà Diagon Alley… O per meglio dire Notturn Alley. Venuto fuori da quel “quartiere” poco raccomandabile, Harry riabbraccia Ron ed Hermione. Lì incontrerà anche Draco Malfoy e suo padre, Lucius.

I Malfoy, nobile famiglia del mondo magico, fiera d’aver mantenuto puro il proprio sangue evitando rapporti con i mezzosangue o i nati babbani, incarnano, nel racconto della Rowling, la famiglia aristocratica, tronfia e orgogliosa della propria nobiltà, nonché profondamente razzista, dedita a credere nella superiorità di una razza a discapito di un’altra.

Nel libro “La pietra filosofale”, l’incontro tra Harry Potter e Draco Malfoy, in particolar modo, costituisce per il personaggio cardine dell’opera la presa di coscienza di una verità incontrovertibile: anche nel mondo magico esiste l’intolleranza, la discriminazione, il razzismo. Ciò rende queste due realtà, quella magica e quella babbana, simili nei loro aspetti più torbidi.

  • Alberi che schiaffeggiano

Il secondo anno scolastico di Harry inizia con una inaspettata quanto imprevedibile disavventura. Alla stazione di King's Cross, Harry e il suo migliore amico vanno incontro ad un imprevisto e vengono lasciati clamorosamente indietro, senza capire cosa stia accadendo: non appena i due cercano di valicare la barriera che li avrebbe condotti al binario 9 ¾ il muro si chiude ed entrambi si scontrano rovinosamente su di esso. Tagliati fuori da quell'ingresso, Harry e Ron decidono di montare in sella alla Ford Anglia, e volare via, sfrecciando su nel cielo.

Harry e Ron non avranno bisogno delle rotaie dell'Espresso per Hogwarts e neppure di strade convenzionali per raggiungere la loro scuola. Utilizzeranno un'auto molto speciale, scomparendo improvvisamente alla vista di chi li osserva senza dover raggiungere le 88 miglia orarie come una DeLorean volante, ma grazie ad un turbo invisibile, un meccanismo sapientemente inventato dal signor Arthur Weasley. 

A seguito di un incontro piuttosto ravvicinato e terrificante con la locomotiva che conduce gli studenti verso la scuola, Ron ed Harry raggiungono il castello a tarda sera, investendo contro un imponente albero. Quest'ultimo non la prenderà affatto bene. Il già citato albero non è, infatti, una “pianta” qualunque. Si tratta, invero, di un Platano Picchiatore, un arbusto che possiede una coscienza e può agitare i propri rami come se fossero fruste. Il Platano assesterà tutta una serie di colpi all’indirizzo della automobile, tanto da ridurla un colabrodo.

Nel film “Il Signore degli anelli – Le due torri” vi è una scena in cui lo hobbit Merry, dopo aver avvertito un forte strepitio risuonare dal bosco, ricorda all’amico Pipino una bislacca diceria udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano” si allungavano a dismisura e prendevano vita.

Vita?” - Domandò a quel punto Pipino, piuttosto sorpreso.

Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi?

Se asportassimo un frammento di corteccia da un albero, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre in esso come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la sua vitalità e ci permette di capire il suo effettivo stato di salute.

Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, pertanto, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di spostarsi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

Un albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco, le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Il Platano Picchiatore che sorge nei pressi di Hogwarts è un albero che possiede il dono del movimento. Non può staccare le proprie radici dalla terra, non può avanzare, camminare come un Ent, un Pastore degli Alberi, ma può comunque dimenare le proprie “braccia”, rotearle con forza ed energia. Facendo vibrare i suoi tralci, scuotendo il suo fusto, esso palesa il suo status di essere vivente e sveglio, vigile e consapevole.

Gli alberi che noi tutti conosciamo non vantano la facoltà di potersi muovere, essi sono inerti e danno l’ingenua impressione d’essere inanimati, non vivi. Il Platano Picchiatore è un arbusto che difende sé stesso, attacca chiunque si avvicini a lui, intimorito e spietato al contempo nei confronti di ogni visitatore: esso sembra incarnare, in parte, l’istinto protettivo che ogni albero non può manifestare, la potenza di una natura che, sovente, nel mondo reale, se ne resta ferma e indifesa, subendo le angherie e le prepotenze dell’essere umano, che abbatte e sradica, taglia e brucia. Il Platano Picchiatore non incassa, non tollera, non sopporta, per questo agisce istintivamente, assalendo ogni cosa che potrebbe interferire con la sua integrità. I Platani rappresentano una natura che “schiaffeggia” ben prima d’essere oltraggiata dall’essere umano.

Nel terzo libro della saga di Harry Potter si scoprirà che questo esemplare di Platano Picchiatore fu piantato vicino al castello perché esso, nel ventre, nasconde un passaggio segreto in cui era solito recarsi il lupo mannaro Remus Lupin, durante le notti di luna piena. L’albero avrebbe impedito ai più di avvicinarsi e quindi di entrare in contatto con il licantropo.

La Ford Anglia sfuggirà alle grinfie del Platano malconcia e turbata, e volgerà autonomamente verso la Foresta Proibita. Ron ed Harry riusciranno a salvarsi per un pelo e guadagneranno il suolo della scuola stanchi e affamati, rincontrando così Hermione. 

  • Grifondoro o Serpeverde? 

 “La camera dei segreti” mantiene, come accadeva ne “La pietra filosofale”, un’impronta giallista. Quello che Harry, Ron ed Hermione devono affrontare durante il loro secondo anno scolastico è infatti un giallo da manuale: vittime ignare, corpi pietrificati, un mostro che alberga nelle viscere dell’edificio e un misterioso “erede di Serpeverde” sono tutti elementi che rendono “La camera dei segreti” una sorta di “noir investigativo” a colori. Chi è l’erede di Salazar Serpeverde? Qual è il mostro che si cela fra le mura di Hogwarts? Chi ha aperto cinquant’anni prima la camera dei segreti e soprattutto dove si nasconde l’accesso alla suddetta camera? Tutte domande che devono ottenere risposta a seguito di una lunga e spossante indagine compiuta dal trio.

Molti sospetti si insinuano nella mente degli studenti, sempre più spaventati dalla presenza di questo mostro e dagli inspiegabili incidenti che accadono ad Hogwarts. Harry, che ode più volte una voce sinistra e diabolica scaturire dalla solida roccia del castello e che dimostra di saper parlare inconsciamente il Serpentese, la lingua dei serpenti, viene considerato il principale indiziato, l'erede di Serpeverde, colui che aprirà la camera dei segreti assoggettando al proprio comando la creatura che vive al suo interno, il cui scopo è quello di epurare la scuola dalla presenza di coloro che non hanno puro il proprio sangue. Perfino Harry comincia a dubitare di sé stesso. Chi è egli in realtà? Chi sono i suoi antenati? Se davvero discendesse dalla famiglia di Salazar Serpeverde? 

Harry viene sempre più isolato, reo d'essere il principale sospettato. In quei giorni, tanto concitati, il maghetto si chiede se sia un degno Grifondoro. Rimuginando, egli rammenta che il Cappello Parlante, durante la Cerimonia di Smistamento, era profondamente incerto, indeciso verso quale Casa indirizzarlo. Serpeverde, stando a ciò che asseriva il Cappello, avrebbe aiutato Harry e lo avrebbe condotto sulla via della grandezza. Il protagonista implorò quel giudice magico, gli chiese di non essere assegnato ai Serpeverde, la Casa dei più celebri maghi oscuri. Il Cappello, allora, acconsentì alla supplica e scelse per lui la Casa di Grifondoro.

E se si fosse sbagliato? Se avesse accontentato Harry per un mero capriccio?

Ciò che attanaglia il protagonista ne “La camera dei segreti” è un dubbio esistenziale, un tormento riguardante il proprio essere, il proprio destino, il proprio modo di vivere e di comportarsi. Harry ancora non sa che sono proprio le nostre scelte a formare il nostro carattere, a far di noi ciò che siamo. Lo aiuterà a capirlo il professor Silente, agli ultimi scampoli della pellicola.

Harry è un autentico Grifondoro poiché ha deciso di esserlo, dimostrando di meritare quella Casa. 

Harry capirà dunque che noi, noi tutti siamo chi scegliamo e cerchiamo di essere. Sempre! 

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Stella più amata e fiochi fari

Dopo che anche Hermione cadrà vittima della pietrificazione, Harry e Ron, per cercare ulteriori delucidazioni, dovranno inoltrarsi nella Foresta Proibita, seguendo il percorso che compiono i ragni, i quali inspiegabilmente stanno abbandonando in massa Hogwarts, marciando verso la boscaglia. I due raggiungono, così, l’antro in cui vive Aragog, un gigantesco ragno dotato di parola.

Un tempo Aragog viveva nel castello, ricevendo le cure e le attenzioni di Hagrid che nutriva verso di lui, così come verso molte altre creature inconsuete e potenzialmente predatorie, un affetto sincero. Quando il ragno alloggiava, segretamente, ad Hogwarts, proprio in quel periodo, la camera dei segreti fu aperta, liberando la creatura che riposava, sopita, fra i suoi angoli imperscrutabili. Aragog, una volta rinvenuto, fu scambiato per il tristo essere che aveva ucciso una povera studentessa, Mirtilla Malcontenta, e Hagrid fu di rimando sospettato d’essere complice delle malefatte del mostro e pertanto espulso dalla scuola. Aragog riuscì a scappare, e trovò un luogo nella Foresta Proibita in cui nidificare, crescendo a dismisura e allevando una nutrita progenie. Sebbene Aragog, inizialmente, si mostri pacato e preciso nel rispondere alle incalzanti domande di Harry, tutto d’un tratto cambierà atteggiamento, quando i due studenti cercheranno di abbandonare il suo covile.

I miei figli e le mie figlie non toccano Hagrid per mio ordine, ma non posso negare loro carne fresca quando questa gironzola così volentieri in mezzo a noi. Addio, amici di Hagrid…”.

Circondati da una nutrita schiera di famelici tessitori a otto zampe, Harry e Ron dovranno sperare in un aiuto esterno e, per certi versi, tanto inaspettato quanto miracoloso.

L’aspetto di Aragog è simile a quello di Shelob, erede di Ungoliant, creatura terribile temuta da orchi e uomini che viveva in spelonche buie e maleodoranti, vicino al dominio di Sauron. Shelob era un essere malvagio che aveva assunto le sembianze di un enorme ragno nauseabondo. Esso si nutriva di carne e tesseva ragnatele fitte, spesse e appiccicose dentro le quali finivano le sue prede. Frodo Baggins e Samvise Gamgee incontreranno Shelob durante il loro estenuante peregrinaggio verso la terra di Mordor. 

Un po’ come accadrà a Frodo e Sam nel passo de “Le due torri” del romanzo di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli”, anche ad Harry e Ron spetterà il compito di avventurarsi nei territori di un ragno gigantesco, sfidandone le intenzioni e le insidie.

I due maghetti per difendersi, differentemente da Frodo e Sam, non potranno contare sulla Luce di Earendil, una fiala donata al Portatore dell’Anello da Lady Galadriel. Questa boccetta di cristallo conteneva dell’acqua cristallina raccolta dalla fontana della Dama di Lothlórien in cui vi era custodito il fulgido bagliore della Stella di Earendil, la più amata dagli elfi fra tutte le stelle dell’arazzo celeste. La luce di Earendil sprigionava un raggio accecante come lo scintillio di un astro luminosissimo che Frodo e Sam useranno per confondere e perforare i tanti occhi del gigantesco aracnide.

Harry e Ron, dal canto loro, potranno affidarsi ai fiochi bagliori di due punti di luce che giungeranno improvvisamente in loro soccorso: i fari della Ford Anglia, la quale, come animata da un afflato tutto suo, dileguerà le tenebre, li farà salire a bordo e scivolerà via a tutta velocità, abbattendo i discendenti di Aragog, e conducendo Harry e Ron in salvo, al sicuro, oltre i limiti della foresta.

A quel punto, Harry e Ron capiranno che non è Aragog l’animale che fuoriesce dalla camera dei segreti, bensì qualcos’altro e che Hagrid non ha mai avuto alcuna colpa. Il giallo da risolvere è ancora intricato: dove è ubicata la camera? E, soprattutto, qual è il mostro che in essa ha stabilito il proprio covo?

  • Gorgone serpentiforme

La camera dei segreti” è il mio romanzo preferito della saga di Harry Potter. Ad essere sincero, è anche il mio film preferito di tutta la serie. Sì, lo so, forse questa mia confidenza sorprenderà alcuni di voi. Sento quasi sempre dire ai più che il film che preferiscono maggiormente è “Il prigioniero di Azkaban”, o che il libro che più prediligono è “Il principe mezzosangue”. Io, al contrario, preferisco sia a livello letterario che cinematografico “La camera dei segreti”. L’ho sempre considerata una storia perfettamente bilanciata, appassionante, ancora graziata da un tocco fanciullesco che vira, però, verso un crescendo più maturo, con una forte componente orrifica rappresentata dalla voce del Basilisco. 

Poiché è questa la belva che alberga laggiù, nelle fondamenta del castello e che striscia fra i cunicoli di Hogwarts: un Basilisco, una creatura raccapricciante temuta dai ragni sin dai tempi remoti.

Il Basilisco è una bestia che secondo gli scritti di Plinio il Vecchio assomiglierebbe ad un serpente di minute dimensioni, eppure mortale; i suoi denti rilasciano un veleno fatale e il suo sguardo può uccidere o pietrificare in un solo istante le sue vittime.

Il Basilisco fedele a Salazar Serpeverde e ai suoi eredi è una fiera di ragguardevole grandezza. Esso, come le gorgoni della mitologia greca, pietrifica chiunque ricambi il suo sguardo attraverso un riflesso o una fonte indiretta.

Le gorgoni nella mitologia erano tre sorelle: stando alla tradizione greca Steno ed Euriale avevano una natura immortale, sebbene Virgilio insinuasse che anch’esse potevano essere uccise; Medusa, la terza sorella, custode dell’Oltretomba, al contrario, era senza alcun dubbio soggetta alla morte ed era la più crudele delle tre. Medusa aveva ali d’oro e mani di bronzo e il suo viso era cinto da una chioma di capelli semoventi e terrificanti, poiché avevano le fattezze di serpenti sibilanti, che si intrecciavano frequentemente fra loro.

La sinistra capacità del Basilisco de “La camera dei segreti” di pietrificare coloro che guardano indirettamente i suoi occhi ricorda proprio il potere della gorgone Medusa.

Harry, quando affronterà il Basilisco, si troverà a combattere come un moderno Perseo, mantenendo inizialmente lo sguardo basso, tenendo gli occhi ben chiusi per non rischiare di morire. Nel mito greco, Perseo avanzò verso la gorgone utilizzando come supporto uno specchio, che rivolse verso Medusa. Harry, da principio, non ha una superficie riflettente con sé, e neppure un’arma, può contare solamente sul proprio coraggio. Ma in soccorso del giovane mago accorrerà Fanny, la fenice che risponde agli ordini di Silente, che strapperà gli occhi al Basilisco con i guizzi del proprio becco appuntito.

Harry riceverà inoltre l’aiuto di un “vecchio cappello”, dal cui tessuto si materializzerà la spada di Godric Grifondoro. Questa potente e magica lama, come Excalibur che poteva essere sguainata solamente da un puro di cuore come Artù, può essere impugnata esclusivamente da coloro che sono nobili di spirito: solo da un vero Grifondoro. Harry l’afferrerà, la brandirà con destrezza e trafiggerà il Basilisco, uccidendolo. Poco dopo, usando una zanna avvelenata del serpente, Harry distruggerà il diario di Tom Riddle, il libro maledetto che serbava ancora, fra le sue pagine intonse, un frammento dell’anima di Lord Voldemort, l’unico erede di Serpeverde.

Dopo che Harry avrà annientato il Basilisco salirà in superficie e insieme a Ron raggiungerà lo studio del Preside. Lì, Silente avrà modo di impartirgli la più importante lezione dell’anno: mostrando la spada di Grifondoro, che Harry maneggiò nella camera con la stessa prontezza di uno schermidore, Silente farà presente al protagonista che sono le nostre scelte a delineare la nostra persona. Harry è un Grifondoro perché ha scelto di esserlo e tramite le sue azioni ha dimostrato la generosità e la purezza di cuore che dovrebbe contraddistinguere ogni membro di quella Casa.  

La generosità, già! Harry ne era colmo. La vita gli aveva tolto tanto, ciò nonostante in lui vi era un altruismo e una bontà senza limiti. Con un atto di autentica generosità (e furbizia) Harry riuscirà a liberare dalla sua condizione di schiavitù Dobby, l’elfo domestico che, a fin di bene, gli aveva arrecato tanti affanni al principio di questo suo secondo viaggio.

  • Un abbraccio ed un bacio

Sul finale, nella Sala Grande, Harry intravede Hermione, appena ridestatasi dal suo lungo e immobile sonno. Hermione corre verso di lui, sorridente e contenta, avvolgendogli tranquillamente le braccia attorno al collo. La ragazza, subito dopo, vorrebbe fare lo stesso anche con Ron, e Ron vorrebbe farlo a sua volta. I due mimano il movimento, il gesto dell’abbraccio, eppure esitano, arrestandosi di colpo. Ambedue non sanno che fare, imbarazzati, poi si danno semplicemente la mano e si scambiano un cenno di sorriso.

Ben… Bentornata, Hermione” - Borbotta, impacciato, Ron.

Una scena che ricordo come se fosse ieri quando la vidi per la prima volta al cinema. Indugiai con i miei occhi di bambino sui volti di Ron ed Hermione, su quel loro abbraccio mancato. Capii, come molti altri, che tra Ron ed Hermione era già sbocciato qualcosa. Lo stesso regista, Columbus, lo aveva intuito, e volle eternarlo nel suo lungometraggio attraverso questa singolare scena. Questo momento, infatti, è una licenza del cineasta, non vi è dunque nel libro un momento in cui Ron ed Hermione esitano nel volersi abbracciare.

Eppure, questo gesto non compiuto cattura splendidamente il carattere e lo stato d’animo dei due personaggi, dei due amici destinati ad innamorarsi e a vivere un futuro insieme.

Ron ed Hermione, che battibeccano di continuo senza mai smettere di trascorrere il tempo insieme, di cercarsi e ricercarsi, sono già adesso innamorati l’uno dell’altra, soltanto che non lo sanno. Sono ancora troppo giovani per capirlo. Ciò nondimeno, in quella loro esitazione vi è contenuto tutto il senso del loro sentimento: si vogliono bene ma non lo danno a vedere, si vorrebbero stringere ma temono che l’altro non voglia, e pertanto non sanno come agire. Quindi rimangono titubanti, optando per una stretta di mano sbrigativa.

Hermione è così sciolta con Harry e lo abbraccia come nulla fosse perché lo considera inconsciamente un fratello, con cui poter condividere tutto. Non fa lo stesso con Ron perché verso di lui prova un altro sentimento, un sentimento che rende sia lei che Ron per nulla disinvolti, anzi insicuri, spaventati da ciò che vorrebbero fare.

E se in quell’abbraccio combinassi qualcosa di stupido?, Se le pestassi i piedi?, Se lei non volesse in realtà il mio abbraccio?” Sembra domandarsi Ron.

E se mi avvicinassi troppo? Bisticciamo sempre, forse non vuole che lo abbracci…” Pare chiedersi Hermione.

Dunque entrambi desistono, fanno finta di nulla. E ugualmente continueranno a fare per anni. Anche nel terzo film, se ci pensate. Quando Hermione, spaventata dall’avanzata di Fierobecco verso Harry, spontaneamente toccherà la mano di Ron per cercarne la vicinanza; lui ne resterà colpito, entrambi si guarderanno confusi, e poi si allontaneranno fingendo che non sia mai successo.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

L’amore tra Ron ed Hermione è destinato a crescere e quell’abbraccio che nel secondo anno scolastico non riusciranno a concedersi verrà solamente rimandato. I due, nell’ottavo film della saga, divenuti adulti, cederanno ai loro impulsi, ai desideri dettati dal loro cuore: si stringeranno con totale trasporto e si scambieranno un bacio appassionato proprio laggiù, fra i grovigli di quella stessa camera dei segreti. Che ironia, durante la loro seconda avventura, quando quella camera era così importante nello svolgersi delle vicende, i due faticavano a dimostrare l’affetto che nutrivano l’uno per l’altra. Anni dopo, in quello stesso luogo, si lasceranno trasportare dall’amore: da un abbraccio mancato ad un bacio tanto desiderato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Terza Parte...

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"Gandalf fronteggia il Flagello di Durin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Attraverso l’acqua e le fiamme

Quand’erano innevate, le Montagne Nebbiose somigliavano ad una vasta distesa canuta, un candido manto che ornava l’azzurro del cielo. Non tutti appellavano le Montagne Nebbiose in tal modo. Alcuni prediligevano soprannominarle Torri Brumose, poiché erano alte, slanciate come imponenti pinnacoli, e massicce come torrioni fortificati. Su quelle vette regnava un assoluto silenzio. Ad una tale altitudine nulla turbava mai il laconico sereno della natura. Un giorno, però, l’eco di un conflitto scosse la placida alba. Urla intimidatorie e versi frastornanti irrompevano dal profondo, frantumando lo spessore delle rupi. Una battaglia stava infuriando nel ventre della montagna, nell’oscuro subbuglio dell’antico reame di Moria.

Al principio de “Il Signore degli Anelli – Le due torri”, la cinepresa di Peter Jackson sorvola una catena montuosa, osservando la stessa con astratta ammirazione, ed eternando la bianca appariscenza della coltre di neve adagiata sulle grandi cime. Tuttavia, il regista non può soffermarsi a lungo ad immortalare quel paesaggio fantastico, poiché il clamore del combattimento richiama ineluttabilmente la sua attenzione. Il cineasta orienta, dunque, il proprio sguardo impassibile sul fianco del massiccio roccioso, sino ad oltrepassare la spessa materia e a giungere presso il ponte di Khazad-dûm.In quei vasti antri si estendeva l’arcaico reame nanico. Le grida di dolore, di resistenza, che filtravano forti, varcando i confini delle miniere, erano quelle di Gandalf, prossimo a sacrificare la propria vita per arrestare l’avanzata del flagello di Durin.

Questo mostro d’origine antica dimorava negli oscuri cunicoli delle montagne. Ivi dormì per millenni fin quando il loculo pietroso che serbava il suo sonno non fu spalancato. I nani di Moria scavarono a fondo con avidità e ingordigia. Infrangendo la pietra, solcando la roccia, i Lungobarbi erano soliti rinvenire un prezioso metallo: il mithril. Con questo raro minerale i nani forgiarono i cancelli occidentali del regno. Gandalf scambiò quell’argento rifulgente per ithilden quando raggiunse le mura di Moria, al culmine della sua vita terrena. Il mithril costituì, per una moltitudine di decenni, l’inestimabile tesoro della grande città di Nanosterro. La bramosia di recuperare più Argentovero portò i figli di Aulë a condurre i loro scavi sempre più in profondità. Nel buio, disseppellirono un terrore innominato. Dapprima, essi videro una grande ombra all’interno della quale si stagliava una figura intrisa di fuoco. Occhi rossi si dilatarono d’improvviso, una fiamma si levò alta formando una folta criniera, rossa e giallastra, sul volto occultato dell’essere. Due masse nebulose simili a delle enormi braccia si mossero, e materializzarono una spada fiammeggiante.

Qualcuno, un tempo, disse che la scoperta, più spesso di quel che si creda, non possiede nulla d’eccezionale. Essa è una penetrazione attiva che distrugge ciò che esplora, e non è altro che uno stupro perpetrato su di una vergine realtà. Nell’esplorare ogni angolo remoto della montagna e nel voler giungere sino al cuore buio della stessa, i nani compirono la loro più grande e terrificante scoperta. Ridestarono un male atavico ed arcano, dileguatosi nelle atroci memorie di un’era oscura, in cui Morgoth mosse guerra contro i Valar. Il Balrog fu una scoperta infausta, adempiuta per un desiderio d’irraggiungibile sazietà, che distrusse la pace di una natura irrimediabilmente contaminata. Quando le fiamme del demone tornarono ad accendersi, rosse e spaventose, i nani furono decimati. Moria divenne un sepolcro smisurato, in cui l’Ainu immondo poté risiedere per innumerabili lustri. La punizione per l’avarizia dei Lungobarbi si espletò in quel momento. Quel Balrog, come tutti i suoi simili, era un Maia, un essere d’origine divina. I Balrog vennero sedotti da Melkor ed assunsero, una volta discesi su Arda, l’aspetto di demoni avvolti nel fuoco più intenso ed inestinguibile.

Quando Tolkien concepì i Balrog richiamò a sé, nuovamente, l’elemento narrativo della corruzione angelica. Tolkien trasse più volte ispirazione dal racconto biblico per stilare la cosmogonia del proprio universo fantastico. I primissimi figli di Eru, il Dio della mitologia Tolkieniana, furono i Valar. Tra essi, Melkor si distinse come il più potente. Egli cominciò a covare, ben presto, desideri oscuri, e scelse di ribellarsi al suo Creatore. Nelle credenze cristiane, Lucifero risultava essere il più bello e splendente degli arcangeli. La sua magnificenza veniva espressa, anzitutto, dal suo nome, il quale soleva significare “portatore di luce”. Sul volto di Lucifero calò sin da subito l’oscurità e la sua mente si fece nera. Egli si ribellò al volere di Dio, considerandosi superiore a Lui. Sia Lucifero che Melkor, una volta discesi sulla Terra, seminarono il male nel Creato. Entrambi verranno conosciuti con appellativi nuovi e tanto differenti: Lucifero, stando alla tradizione cristiana, diverrà Satana, Melkor, negli scritti del Professore, Morgoth.

Deturpati dalla malvagità del loro Signore e padrone, Morgoth, i Balrog assunsero fattezze demoniache, passando da esseri celestiali a creature infernali. Dai corpi mortali su cui si incarnarono fecero esacerbare il fuoco avvampante. I Balrog sono “angeli dannati” e sembrano promanare sulla Terra le fiamme degli Inferi.

Quando i 9 viandanti affrontarono le lunghe tenebre di Moria intravidero in lontananza il fascio di luce infuocata effuso dal demone. Al suo manifestarsi, gli orchi di Moria fuggirono terrorizzati. Non appena Gandalf identificò quel guizzo di fulgore con la denominazione di Balrog, l’occhio di Jackson si soffermò sul volto atterrito di Legolas. Non una scelta casuale. Il figlio di Thranduil, come tutti gli elfi, aveva memoria del devastante potere di quell’entità. Dinanzi alla compagnia dell’Anello, il Balrog emerse dalle fiamme e ruggì. Il mostro bruciava senza consumarsi e, poggiando gli arti inferiori al suolo, faceva sì che un fumo nero esalasse sino a disperdersi nel nulla. Gandalf fece precipitare la tremenda creatura nel baratro, ma essa non si dette per vinta. Brandì la frusta incandescente ed afferrò la gamba dello stregone, trascinandolo nell’abisso. Tutto sembrò ripetersi ma qualcosa, all’inizio de “Le due torri”, cambiò. Gandalf non scomparve, esanime, nell’oblio, come mostrato ne “La compagnia dell’Anello”. Non appena Mithrandir lasciò la presa, la musica si fece alta, il ritmo avvincente. La camera di Jackson si tuffò nella voragine e seguì la caduta del fu Olórin. Il sipario sul fato di Gandalf non era ancora calato. Jackson, nel primo capitolo della trilogia, dovette congedarsi in fretta dallo stregone. Non poté trattenersi, volle seguire la fuga della compagnia dalla miniere, e catturare la disperazione dei loro pianti. All’inizio del secondo capitolo, Jackson decise di tornare indietro, per render più chiaro il destino di Gandalf. Il grigio pellegrino precipitò nel vuoto, riafferrò la spada e proseguì il combattimento con questo titanico nemico.

Il Balrog cadde dal suo regno verso una voragine inesplorata, esattamente come accadde a Lucifero, gettato giù dalla volta celeste. Le ali del Balrog, per come sono state rappresentate nella pellicola, mi riportano alla mente le ali angeliche dello stesso Lucifero, così come egli venne dipinto da Gustave Doré. Su quella "tela", Satana precipita dal cielo stellato, abbandona la fulgida luce di Dio per addentrarsi nella dimensione terrena.

Il fuoco propagato dal Balrog illuminò il buio. Gandalf trafisse più e più volte l’epidermide rovente del demone. I due terminarono la loro caduta su di un lago sotterraneo che smorzò il calore dell’essere. Al contatto con l’acqua, il flashback ebbe fine e Frodo si risvegliò. Era tutto un sogno del mezzuomo, o invero una visione onirica ma veritiera di ciò che effettivamente accadde. Perché Frodo vide in sogno la prosecuzione del destino di Gandalf? Di certo, perché il portatore dell’anello nutriva ancora dolore nel suo cuore, ma non solo. Frodo sentiva altresì il rimorso. Fu proprio lo hobbit a scegliere di valicare le Miniere di Moria. Quando Gimli, sul passo di Caradhras, incalzò con i suoi consigli, Gandalf, consapevole dei pericoli, lasciò la decisione finale al portatore. “Colui che porta l’anello decida!” – disse lo stregone. E lo hobbit rispose: “Attraverseremo le miniere!”.

Frodo, senza colpa, scelse l’unica via rimasta, il sentiero che avrebbe trascinato Gandalf nell’abisso. Lo Hobbit avvertiva un ingiustificato senso di colpa, proseguì poi sull’impervio cammino con Samwise, quando entrambi intuirono d’essere seguiti.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La pietà di Bilbo può cambiare il destino di molti

Sam ammise, scoraggiato, d’essersi smarrito. Sia lui che Frodo erravano incerti verso una meta che non riuscivano in alcun modo a raggiungere. Al calar della notte, una creatura denutrita e pallida si avvicinò. Quest’essere parlava tra sé e sé a voce alta, manifestando una rabbia mai sopita, un odio non svanito. “Ladri, ladri, ce l’hanno tolto, rubato!” – seguitava ad affermare tale viscida figura.

Frodo e Sam lo sorpresero di colpo e bloccarono Gollum a terra. I due hobbit sapevano d’essere osservati e attesero le tenebre per catturare quello scarno segugio. Gollum, per avere salva la pelle, offrì ai mezzuomini i propri servigi: giurò sul tesoro di guidare Frodo sino a Mordor. Gollum era un viaggiatore esperto e sapiente, un barcaiolo astuto ed un abile arrampicatore. Poche erano le destinazioni in cui non riusciva a giungere ed i luoghi in cui non poteva accedere.

La pietà di Bilbo cominciò ad indirizzare il destino di Frodo e dell’anello. I due hobbit, incapaci di raggiungere il Monte Fato da soli, troveranno nella cruenta personalità di Gollum un alleato sul loro tortuoso percorso. I tre viaggiatori verranno, nuovamente, braccati dai morti. Al guado del Bruinen, gli spettri dell’anello erano stati spazzati via dalle acque burrascose scatenate da Arwen. Tuttavia, essi non annegarono nella limpidezza del fiume ma riaffiorarono dal putrido dei loro residui. I Nazgul sovrastano, adesso, la cupola celeste in sella a fiere alate. Queste bestie dalle ali a guisa di pipistrello emettono versi stridenti che terrorizzano i poveri mezzuomini. I cavalieri neri scrutano come falchi tenebrosi gli acquitrini nel vano sforzo di adunghiare incauti viandanti. Gollum rammenterà a Sam che i “fantasmi dell’ombra” sono impossibili da uccidere e che non cesseranno mai di tallonarli. Volando nel cinereo del cielo, il Nazgul si dileguerà poco dopo.

Il passato di Gollum è impregnato di mestizia, d’orrore e di peccato. Il suo corpo minuto, e la sua fisicità emaciata, sofferente, consumata, esternano la deformazione della malvagità. Ancor prima che nella mente, egli appare mostruoso e terribile nel corpo. Gollum, un tempo, fu Smeagol, ma del suo passato “umano” non era rimasto che un debole pressappoco. L’anello aveva trovato Gollum cinquecento anni prima. Nel fondale del fiume Anduin, esso luccicava come una moneta d’oro dalla doppia faccia. Come un’esalazione tossica, l’Unico traviò la mente di Smeagol, curvò il suo corpo, impallidì la sua epidermide.  Soltanto un colore restò ben visibile in quel cadavere nomade: l’azzurro dei suoi occhi. L’anello divenne per Smeagol la sua unica ragione di vita. Egli vincolò a quel male la sua anima, e il suo corpo iniziò a deformarsi di pari passo alla malvagità che l’Unico riversava nel suo cuore. Similmente ad un personaggio della letteratura inglese, concepito dalla prolifica penna di Oscar Wilde, Gollum “vendette” la propria anima al peggiore dei mali. Ma se il personaggio dell’opera letteraria di Wilde, nonostante gli orrori commessi, riusciva a mantenersi giovane e attraente poiché una tela dipinta inorridiva al suo posto, Gollum non poté fare altrettanto: ogni suo peccato, ogni sua torbida azione, ogni sua oscura e tormentata contemplazione all’anello finì per deturpare sempre di più il suo corpo. Smeagol divenne l’orripilante Gollum, e la sua disgustosa fattezza fu la testimonianza della sua contaminazione. Col passare del tempo, Gollum sviluppò una doppia personalità. Iniziò a parlare da solo, a dialogare animosamente con se stesso, come se al suo interno si celassero due persone diverse e ben distinte. Gollum patisce quella che sembra essere un’astrusa ed enfatica schizofrenia. Due caratteri, differenti, oscillanti tra passato e presente, dilaniano la coscienza dell’essere: Smeagol e Gollum. Pertanto, egli si rivolge a se stesso usando il plurale. Non tollerando più la luce del Sole e della Luna, Gollum si nascose nelle caverne.

La Luna, quando è al suo ultimo ciclo, giace nel cielo tonda e opalina e simile a una moneta. Gollum non riesce a sopportare i raggi che da essa “scintillano”. Egli menziona quel corpo celeste, bianco e solitario, tra i versi di una delle sue bizzarre filastrocche: “Fredda è la mano, le ossa e il cuore. Freddo è il corpo del viaggiatore. Non vede quel che il futuro gli porta quando il sole è calato e la luna è morta.”

La luna piena è uno spicciolo tondo. Un antagonista dei fumetti DC Comics osò paragonare la luna ad un gran dollaro d'argento lanciato da Dio, caduto nel firmamento con la faccia segnata all’insù. Harvey Dent, come Gollum, soffre una dualità schizofrenica. Il suo volto disgiunto a metà, ustionato su di un solo lato, rappresenta la suddivisione della propria personalità, sospesa eternamente tra bene e male. In un mondo governato dall’ingiustizia, “Due Facce” ha trovato nella propria moneta d’argento l’unico giudice imparziale. Tale moneta non è come tutte le altre, essa possiede una particolarità che la rende speciale. Non ha una testa ed una croce bensì due teste: una integra e l’altra sfregiata dallo stesso Dent. Lanciando tale moneta, Harvey affida alla sorte l’esito di qualsivoglia scelta. In quell’oggetto, confluiscono le due personalità di Due Facce, così come nell’Unico Anello si congiungono le due nature di Gollum. Sebbene siano personaggi notevolmente differenti, entrambi hanno affidato le loro intere vite ad un “gingillo luccicante”, rimirando lo stesso con totale devozione. Harvey in quella moneta ha rinvenuto il suo futuro, Gollum, invece, mediante l’Anello ha subito la propria sventura.

Gollum odia e ama l’anello esattamente come odia e ama se stesso.

  • Al mutare della marea

Aragorn volge l’orecchio alla nuda roccia e ascolta, inerte, il suo fievole parlato. Il suono recondito prodotto dalla terra guida il ramingo. “Affrettano il passo” – egli dice – “ci devono aver fiutati. Presto!” conclude poi.  Gli orchi corrono come destrieri imbizzarriti, aizzati dai colpi di frusta. Aragorn riesce a carpire il rimbombo del loro “galoppare” e sente che essi si stanno allontanando. Grampasso, Legolas e Gimli stanno proseguendo l’inseguimento per ritrovare un drappello di Uruk-hai. I tre spingono la loro ricerca sino alle verdi praterie di Rohan, la dimora dei Signori dei Cavalli. Raggiungeranno, in seguito, la foresta di Fangorn, luogo in cui si persero le tracce dei due mezzuomini.

L’uomo, l’elfo ed il nano varcano con timore la soglia della boscaglia. La foresta, così come rappresentata nel lungometraggio, appare plumbea; i raggi del sole riescono appena ad infiltrarsi tra il groviglio di rami. Quegli alberi alti e robusti, dotati di un poderoso apparato radicale si estendevano prepotentemente nell’intimità velata del terreno. Foglie rattrappite ricoprivano i tronchi, e piante appassite giacevano al suolo, cupe e tristi. Quella foresta era molto vecchia e malata. Echeggiavano versi provenienti dal suolo freddo, che si disperdevano nell’aria. Gli alberi dialogavano tra loro, facendo sì che dalle fronde fluisse un’eco di dolore e di collera. Fangorn era stata ferita, maltrattata, e le creature viventi della foresta erano cresciute incupite e torve. Avviluppati dalla densa vegetazione, Aragorn, Legolas e Gimli scorsero un viatore, dalla veste chiara come albume, vagare nel verde fiacco ed esangue della flora di Fangorn. Essi agirono in fretta, scambiando il bianco viandante per Saruman, e lo attaccarono. Questi respinse quelle rapide incursioni e si arrestò. Una rifulgenza accecante contornava il suo volto, facendolo risultare invisibile. Allora cominciò a parlare, confessando ai tre di sapere cosa stessero cercando. Aragorn, allora, gli chiese dove fossero i due giovani hobbit, e questi gli rispose che ambedue erano passati da quei luoghi giusto due giorni prima e che adesso si trovavano al sicuro.

Nell’opera filmica di Peter Jackson, l’ignoto stregone, avvolto da un bagliore raggiante, è indistinguibile nell’aspetto quanto nel parlato. La sonorità con cui egli si esprime è, invero, l’unione di due emissioni di voci. Il misterioso pellegrino dialoga con il timbro vocale di Saruman ma presto muterà nell’intonazione, come un’onda agitata che si infrange sulla riva e fa ritorno più leggera e quieta. La voce di Saruman si mescolò alla voce di Gandalf per poi essere del tutto sgominata. Quando la luce si dissolse, Gandalf apparve ai suoi vecchi amici ed essi s’inchinarono al suo cospetto.

Sul picco dell’Argentacuspide, Gandalf combatté col Balrog e lo uccise, scagliando la sua carcassa sul fianco della montagna. Dopodiché, il grigio stregone si distese a terra e morì. Calò l’oscurità ed egli errò fuori dal tempo e dallo spazio. Una luce lo avvolse e così riottenne la vita. Lo stregone grigio rinacque come Gandalf il bianco.

Gandalf ha assunto le vesti ed il ruolo del signore di Isengard. Egli tornò sulla Terra e sostituì il suo vecchio amico, oramai divenuto un pericoloso avversario. Mithrandir “prese” la voce di Saruman e la modellò alla sua, “trasse” la bianca tunica e la indossò, rendendola ancora più luminosa, ghermì un nuovo bastone, anch’esso bianco. Gandalf divenne ciò che Saruman doveva ma non fu mai. Ecco perché nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Gandalf il bianco, al suo principio, parlò con una voce ancora indistinta e miscelata a quella del suo “predecessore”, Saruman, poiché egli era barlume divenuto carne, il nuovo stregone bianco.  Gandalf assunse i poteri e le mansioni che Saruman avrebbe dovuto possedere e svolgere.

L’evento portentoso e mistico della resurrezione viene esteriorizzato dalla rinascita di Mithrandir. Gandalf morì e risorse, fu rimandato sulla Terra a terminare il suo compito, a riportare la luce e la speranza in un mondo che stava cadendo preda dell’oscurità più torbida. Con l’apparizione di Gandalf, il quale errava qua e là con le fattezze di un vecchio con mantello e cappuccio, si compì un miracolo religioso che manifestò il potere degli esseri divini che vegliano su Arda. Gandalf, ricomparso nella Terra di Mezzo, vagava solitario come Cristo uscito dal sepolcro della morte. Egli attese il momento in cui i suoi più fedeli alleati e discepoli poterono intravederlo, così da rivelare la compiutezza di un prodigio: il ritorno all’esistenza. Gandalf è adesso divenuto il più potente tra gli Istari, il custode più valoroso della pace. Il chiarore dei suoi indumenti emana la purezza del bene assoluto, la trasparenza dell’incontaminato. Gandalf il bianco non è più un vagabondo dal cappello a punta che gironzola per i paesaggi verdeggianti, vigile e felice. Egli è adesso un guardiano ed un guerriero, la cui sola missione è quella di sconfiggere Sauron. Lo stregone non giacerà più sulla Terra per goderne le gioie, gli affetti, le amicizie e le bellezze, ma permarrà su di essa fino a quando potrà, fino a che il male proveniente da est non dovrà più essere contrastato perché definitivamente sbaragliato.

Ian Mckellen, eccelso interprete, caratterizzò Gandalf il bianco differentemente dal grigio pellegrino. Gli diede un’aura solenne, maestosa, infondendo al personaggio un carattere maggiormente inflessibile, meno comprensivo rispetto al passato ma ugualmente buono e prodigo.

Gandalf informa di tutta fretta i tre guerrieri circa il triste destino a cui è andato incontro Théoden, re di Rohan, soggiogato dal veleno effuso da Saruman. I quattro si dirigono, così, ad Edoras. Prima di lasciare Fangorn, Gandalf confida, cripticamente, ad Aragorn che la presenza di Merry e Pipino nella foresta sarà d’ausilio nel ridestare la forza degli Ent.

  • I Pastori degli Alberi

Quando uno strepitio d’imprecisata fonte risuonò dal bosco, Merry volle ricordare a Pipino una diceria bislacca udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano”, cominciavano ad allungarsi a dismisura e a prendere vita. “Vita?” domandò a quel punto Pipino. Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi? Se asportassimo un frammento di corteccia, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la loro vitalità e ci permette di capire il loro effettivo stato di salute. Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, così, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di muoversi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

L’albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Tolkien era innamorato degli alberi, delle piante, dei prati, dell’ambiente puro e limpido. Quando creò gli Ent volle dare finalmente movimento e voce alla natura. Per volere del Professore gli alberi assunsero movenze e gesti, cenni e dialetti. Essi erano sempre stati vivi, ma, visto che l’uomo non riusciva a considerarli tali e a custodirli come avrebbe dovuto, Tolkien partorì nei suoi lavori i Pastori degli Alberi, esseri dotati di movimento, difensori delle foreste. Se gli uomini avessero letto di un albero capace di vagare e parlare, avrebbero ricordato come essi siano in realtà vivi, soprattutto quando giacciono diritti e fermi. Per mezzo degli Ent, Tolkien cercò di evocare la morale dei lettori sul rispetto assoluto verso madre natura.

  • Barbalbero

Così come realizzato nel film, Barbalbero è un essere antropomorfo, con due gambe e due braccia, con un volto e dotato di voce propria. Ha i “connotati” di un uomo ciclopico intagliato nel guscio di un tronco ed incarnato nel tegumento di un albero.

Pipino montò su di un ceppo e da lì sul fusto. In alto, vide due pupille schiudersi nell’albero. Sconvolto, il mezzuomo si lasciò cadere giù e fu acchiappato appena in tempo dal misterioso essere. L’Ent si era svegliato in quell’attimo e con le braccia raccolse i due hobbit, reggendoli senza fatica. Due occhi tondi come una pietra levigata e profondi come un pozzo colmo di storie e di memorie abbellivano un volto legnaceo. Attorno alla bocca, scavata nel coriaceo ligneo, vi erano dei baffi di lichene e giù dal mento fibroso una barba folta color del muschio.

Gli Ent sono pastori di un immenso gregge, immobile, costante. Essi sono guardiani di un giardino sconfinato che cresce spontaneo ed indifeso.

Barbalbero è antico come la prima alba sorta sulla foresta ed il primo crepuscolo disceso su essa, ed in quanto manifestazione pensante e dinamica del bosco, egli conserva, tra le sue conoscenze, ricordi antichi, sapori vetusti. Egli fa della calma l’esteriorizzazione del proprio essere. Gli Ent serbano nei loro ramoscelli e nei loro tralci le orme di un’esistenza millenaria. Il loro linguaggio, così come mostrato durante l’Entaconsulta, è compassato, poiché la lingua conserva in sé l’evoluzione del parlato, del cambiamento, dell’accadimento. Tutti gli Ent si esprimono lentamente, come se dalle loro parole lasciassero trapelare la quiete di secoli e secoli di natura immutata. Ciascun concetto per gli Ent va espresso con estrema pazienza. Così come mai dev’essere accelerato un percorso di crescita vitale, nulla dev’essere affrettato, tanto meno l’atto comunicativo. Per far sì che da un seme sorga una pianta, per far sì che da una ghianda maturi una quercia, è necessario un tempo opportuno. Ogni cosa si compirà al momento appropriato, quando lo sviluppo avrà fatto il suo corso. Il linguaggio stesso, per la sua consistenza e plasmabilità, progredisce come una pianta nata da un germoglio dissetato dalla fresca acqua e cullato dal caldo sorriso del sole. Gli Ent, similmente agli hobbit, amano tutto quello che cresce sano e rigoglioso, e le parole, per loro, equivalgono a sementi di stagione.

Sebbene gli Ent siano flemmatici, indolenti, miti, essi rappresentano la forza arcana e indomita della natura, la rivalsa sull’indifferenza degli apatici e sulla crudeltà degli avidi.

Barbalbero dirà di non essere dalla parte di nessuno circa il conflitto tra Sauron e i popoli liberi della Terra di Mezzo, poiché nessuno ha mai dimostrato d’essere dalla sua parte. Tolkien, in uno dei suoi più celebri aforismi, ammise d’essere sempre stato dalla parte degli alberi, dalla parte della natura, dalla parte della purezza. Nonostante Barbalbero non ne sia a conoscenza, egli ha nel proprio “creatore” il più grande alleato.

  • Tra le fiamme dell’industria

Differentemente dagli Ent, Saruman non apprezzò mai ciò che cresce naturalmente. Egli preferì ammirare una forma di vita mutilata, rovinata, terribile. Nei sotterranei di Isengard, Saruman incrociò gli orchi con i goblin, protrasse la moltiplicazione dissennata degli Uruk-hai. Le fiamme incendiarie delle sue fornaci devastarono le appendici della foresta. Nel sottosuolo, l’industria voluta da Curumo crebbe in potenza. Il bianco dello stregone parve dissolversi del tutto, avvicendato da un invisibile carminio, il colore del fuoco divorante.

Saruman è divenuto una macchina contorta, un automa col cuore fatto d’ingranaggi, un burattino ferroso dalla mente cosparsa di congegni meccanici. Curunír mira coi suoi occhi, impossibili da scandagliare, la fabbrica bellica da lui edificata. Saruman ha indirizzato le proprie arti magiche verso un potenziamento della tecnologia. I rami ed i tronchi sono stati arsi per alimentare le fucine da cui vengono fuori scudi imponenti, lame d’acciaio, armature impenetrabili. La natura è stata conseguentemente violata per generare risorse letali. La saggezza dello stregone viene prestata a fini guerreschi e così egli forgia, grazie alla sua sapienza, una polvere tanto potente da disfare la pietra, se raggiunta da fiamme. Ecco come Tolkien e Jackson introducono nelle loro rispettive opere la “magia” prestata alla scienza.

Come un moderno Alfred Nobel, Saruman creò un’arma pericolosa e fatale. Nobel inventò la dinamite con dei buoni propositi, credette, infatti, che essa sarebbe stata usata per fini pacifici, per alleviare la fatica, per asciugare il sudore dalla fronte degli uomini, facilitando gli scavi, aprendo varchi per le esplorazioni. Ma poco andò come davvero aveva previsto l’ignaro inventore: l’esplosivo fu presto adoperato come un’arma potentissima. Piuttosto che per costruire, la dinamite fu usata per distruggere. Saruman, sin dall’inizio, usò la sua polvere come un espediente militare, utile per aprire brecce e facilitare l’avanzata dei suoi schieramenti.

Il vecchio mondo brucerà” – per volere di Saruman, tra le fiamme dell’industria guerrafondaia, la Terra si sarebbe consumata, la natura sarebbe stata annientata dall’avanzamento tecnologico promulgato dallo stregone caduto.

Saruman rappresenta il potere oscuro che incrementa la tecnica, annullando ogni quesito morale sul suo utilizzo. Gli Ent che si rivolteranno a lui, testimonieranno, invece, l’insorgere della natura sul ferro e sul fuoco.

Lo stregone crede ingenuamente d’essere per Sauron un alleato di pari levatura. E’ questo l’unico aspetto debole della personalità del personaggio ritratto nel film. Saruman, nel libro, vuole infatti ottenere l’anello per sé, ingannando persino il sire di Mordor. Nella trasposizione cinematografica questa particolarità del suo piano e del suo ragionamento non è menzionata. Così facendo, Saruman, piuttosto che elevato ad astuto stratega, viene leggermente ridotto a mero sottoposto.

  • Il re incupito

Sedeva sul trono del Mark un sovrano reso degente e vegliardo. Rugosa era la faccia di Théoden, grigia la barba, defesso il suo animo. Il monarca restava prono su di un regale seggio, del tutto assuefatto ai sinistri vaneggi del suo consigliere, Grima Vermilinguo. Nel film “Le due torri”, Grima striscia fuori da una “tana” ombrosa, vestito con un abito scuro, portandosi al fianco del re. Subdolo nel carattere e ambiguo negli atteggiamenti, Grima è un serpente che inietta veleno nella mente del suo sovrano. Vermilinguo è al servizio di Saruman, e ha fatto in modo che il re si sottomettesse inconsciamente alla magia oscura e possessiva dello stregone, così da condurre il regno di Rohan alla distruzione. Grima simboleggia l’infido traditore, colui che trama alle spalle e fa delle parole armi taglienti come lame, in grado di mistificare la realtà e ottenebrare l’assennatezza.

Éowyn, la giovane nipote di Théoden, è sempre più stanca, triste, ed impallidita. Ella vede la strada che sta snocciolandosi sotto i suoi piedi e patisce un triste fato. Éowyn sta appassendo come un fiore reciso, abbandonato, senza più nessuno a prendersi cura dei petali e della corolla. Ella si sta spegnendo come una fievole luce soffocata dall’arrivo di una nuvola grigia che porta con sé un fortunale. Éowyn corre via dal suo castello, tramutato in un’angusta prigione, per respirare un’arida aria. Lei che temeva la gabbia ancor più della morte, la reclusione ancor più della sofferenza fisica, che paventava la possibilità che i sogni diventassero aspettative irrealizzabili, attese futili, illusioni dimenticate dall’avanzare dell’età… lei che aveva paura che la speranza svanisse nell’oblio, trascinando con sé la gioia di vivere, la libertà… proprio lei si era appena resa conto che già stava vivendo in una sorta gabbia, sia pure ampia come un regale palazzo, ma tremendamente disagevole come una cella.

Fu l’arrivo di Aragorn a ridarle speranza, a farla sentire nuovamente affrancata. Quando ella uscì e si fermò sulla soglia, la bandiera della casata del re di Edoras si staccò dalla sua asta e venne sospinta dal vento. Aragorn vide quell’araldico volteggiare sino a lambire l’erba, come un segno rovinoso caduto dal cielo. La gloria di Rohan stava venendo meno, è ciò che testimonia tale vessillo strappato. Gandalf arriverà al momento propizio. Con la sua magia estirperà il veleno di Saruman. Théoden tornerà forte, ben più giovane e scaccerà Grima dal suo dominio, non prima di aver tentato di giustiziarlo. Aragorn lo farà desistere dai suoi vendicativi propositi, rammentando al re la pietà dei saggi sovrani.

La speranza è arrivata a Rohan: furono Estel ed i suoi compagni a portarla. Théoden ed Éowyn, schiavi di un’infausta sorte, riotterranno la libertà. Lo stendardo dei Signori dei Cavalli potrà tornare a sventolare alto nel cielo.

Non tutto, però, è stato salvato. Théoden ha perduto suo figlio. Un evento innaturale si è verificato: un padre è sopravvissuto al proprio erede. Théoden comprende i tempi oscuri che si stanno abbattendo sull’immediato futuro della sua gente. I giovani periscono, ed i vecchi resistono. Come si è giunti a questo?

  • Il sogno di Aragorn, l’incubo di Arwen

Cosciente che la minaccia di Isengard piomberà sull’esigue difese dell’Isen, Théoden ordina ai suoi uomini di dirigersi al Fosso di Helm. In quella gola, barricati dentro le fortificate mura della roccaforte, la gente di Rohan sarebbe riuscita a sopravvivere.

Aragorn, Legolas e Gimli guidano la popolazione fino al Fosso. Gandalf, invece, partirà alla ricerca di Eomer e dei suoi soldati. Durante il tortuoso cammino verso il Trombatorrione, essi vengono attaccati dai mannari selvaggi. Aragorn verrà spinto giù da un precipizio, e si infrangerà contro l’acqua del fiume.

Il figlio di Arathorn verrà dondolato dalle correnti sino a che, inerme, raggiungerà la fredda sponda. Il ramingo, dormiente, sognerà la sua amata, ed il bacio di Arwen lo ridesterà dallo sturbo. Aragorn ripensava costantemente alla splendida dama. Quando percorreva l’impervio sentiero verso il Fosso di Helm, egli rimembrò un momento idilliaco trascorso. Disteso su di una morbida coperta, Aragorn giaceva tra il sonno e la veglia. Arwen gli si avvicinava al volto e lo baciava dolcemente.

Aragorn si alzò poco dopo, e strinse Arwen a sé. Ella indossava una veste azzurra come un cielo terso. Ambedue sostavano vicino agli alberi. Le foglie gialle e vizze venivano ondulate da un soffio lieve come un sospiro. Era quella la quiete di una natura stanca che avvolgeva i due innamorati. Quello fu un giorno sereno, l’ultimo prima della partenza. Aragorn era felice ma spossato; fosche preoccupazioni gravavano sulla sua mente. Arwen volle dargli nuova speranza. Gli disse che se non si fosse fidato di niente, avrebbe dovuto fidarsi soltanto di una cosa. A quel punto, ella allungò la mano e toccò la Stella del Vespro che Aragorn portava al collo. La gemma ammantava di un fulgido bagliore vicino al cuore del ramingo. Arwen proseguì a parlare con voce soave - “Fidati di questo, fidati di noi” - disse la fanciulla. Aragorn baciò la sua adorata, e le carezzò il volto, dapprima lievemente. Egli mantenne le mani vicino al viso della ragazza, come se a stento riuscisse a toccarla, tanto morbida e leggiadra era la sua essenza da non poterla sfiorare senza il timore di scalfire la sua cristallinità. Poi, Aragorn la carezzò, baciandola con passione.

Arwen è un pensiero confortante, un desiderio che motiva, una percezione rinfrancante che conforta lo spirito inquieto di Aragorn. Nel suo viaggio, l’erede al trono di Gondor seguiterà sempre a fidarsi di un sogno, ad aggrapparsi ad una speranza radiosa qual è la sua Arwen. Rammentando il recente passato, Aragorn penserà al momento in cui dovette dire addio alla dama di Gran Burrone, persuadendola a lasciare la Terra di Mezzo per seguire la sua gente verso l’ultimo viaggio per le terre immortali. Aragorn rivela così di perseguitare a combattere, tollerando un dolore interno, lacerante. Egli crede che Arwen sia andata via, lontano, e che mai più la rivedrà. Ecco che l’amore di Aragorn è assoluto poiché continua a restare imperituro nonostante non vi sia più la certezza, neppure la flebile possibilità, di rivedere davvero la sua adorata. Aragorn sogna Arwen nel momento in cui è gravemente ferito perché qualunque cosa avverrà mai, qualunque ferita subirà, egli resterà eternamente innamorato, eternamente fedele. Arwen è il sogno perpetuo di Aragorn, la sola immagine che possa allietare la visione di una drammatica realtà. La speranza emanata dal ricordo di Arwen è per Aragorn una fiamma che alimenta il suo ardore, sia che il suo sogno possa realizzarsi sia che resti un gradevole ricordo. Aragorn riapre gli occhi d’improvviso, dopo aver ricevuto l’impercettibile bacio dell’elfo femmina.

Nel frattempo, Arwen riposa, sdraiata, e riflette su Aragorn. Raggiunta dal padre, Arwen manifesta la sua volontà di non voler andare via. Ella ha ancora speranza, e attende il ritorno del re.

Elrond non vuole che la figlia s’intrattenga nella Terra di Mezzo, poiché crede che la morte perverrà sul futuro dei popoli liberi. L’elfo ricorda alla figlia che lei ed il suo amato saranno per sempre divisi. Se Sauron dovesse essere sconfitto e se la pace dovesse ristabilirsi, nulla muterà. Che sia per spada o per il lento sgretolarsi del tempo, Aragorn morirà. E’ l’invalicabile dono pervenuto tra le mani dei mortali.

Arwen volge i propri occhi grandi e belli come una lacrima di rugiada verso l’orizzonte, rimirando l’inevitabile. Il futuro, per quanto distante esso sia, si avvererà. Aragorn soccomberà, il tramonto calerà sul suo viso lasso ed il sole non sorgerà mai più. Nulla le darà mai conforto. Aragorn cadrà, come un petalo staccatosi allo scadere dell’autunno, come una delle foglie avvizzite che circondavano Arwen ed il suo re durante quel magico momento rievocato dall’eroe.

Arwen, in questo incubo vissuto ad occhi aperti, vede se stessa con indosso un abito scuro, funereo, piangere inesorabile per anni ed anni, senza nulla a deliziare la propria mestizia. Ella verserà lacrime sulla tomba del marito. Il sepolcro di marmo su cui è stata scolpita la sagoma del monarca di Gondor sarà l’ultima effige dello splendore del più grande tra i Re degli Uomini, spentosi in gloria, senza macchia, prima del crollo del mondo, al fianco della sua venerata sposa. Arwen, allora, procederà sola, vagando nella foresta, con un velo nero a celare il suo volto affranto. Ella dimorerà solitaria nel gelo di un inverno senza termine, non avrà alcun fuoco a riscaldarla se non la calda carezza di una memoria, il ricordo del suo sposalizio.

Arwen piange. Quello che ha vissuto, ascoltando le parole del padre, è stato un sogno oppressivo, contrapposto al sogno rifulgente fatto da Aragorn poco prima. Arwen sa che quell’incubo si avvererà e sconvolta dall’ineluttabile, decide di allontanarsi. La speranza si è affievolita. Elrond non sa però cosa sua figlia è disposta a fare. Arwen sarà decisa a rinunciare alla propria immortalità. Quando il declino della vita umana del suo amato sarà compiuto, morirà anch’ella. L’inevitabile si adempierà, ma entrambi, insieme, avranno vissuto una vita piena e appagata, ancor più valevole ed intensa poiché non perpetua ma soggetta a concludersi.

  • Un’occasione per mostrare le sue qualità

Frodo ha stretto con Gollum un rapporto di fiducia. Egli ha scelto di chiamarlo col suo nome originario, Smeagol, e vuol credere che possa essere redento. Frodo si illude, sebbene Smeagol dimostri d’essere cambiato. Sam è piuttosto restio a fidarsi della creatura, giudicandola ancora malvagia e fedifraga. Il nipote di Bilbo vede in Gollum una “persona” simile a lui, un essere che ha tollerato il fardello dell’anello. Per tale ragione, lo hobbit vuol provare a salvare Smeagol nella speranza che anch’egli stesso possa sottrarsi, un giorno, a questo male senza conseguenze. Dopo aver superato le Paludi Morte, i tre si dirigono verso un’altra via. Durante una sosta, vengono catturati da alcune guardie di Gondor capitanate da Faramir. Questi è il fratello minore di Boromir. Egli informa Frodo e Sam della morte del loro compagno, avvenuta pochi giorni prima nei pressi di Amon Hen. Nelle ore precedenti l’incontro con gli hobbit, Faramir scorse una barca elfica cullata dalle acque dell’Ithilien. Si avvicinò ad essa e intravide la sagoma, fredda e fiera nella sua posa, del fratello prima che scomparisse nella foschia.

Usufruendo di un lungo flashback, Jackson volle evidenziare il rapporto affettivo e di fiducia che esisteva tra i due fratelli. Quando Boromir riconquistò Osgiliath, tessette lodi nei confronti del proprio fratello al cospetto del padre. Tuttavia, Denethor disprezzava Faramir, reputandolo l’inetto pupillo di uno stregone. Faramir era infatti ben voluto da Gandalf il grigio e, a differenza di Boromir, più forte e valoroso in battaglia, si distingueva più come un lettore ed uno studioso che come un combattente. Ciononostante, Faramir era un eccellente guerriero ed uno scaltro arciere. Faramir non apprezzava i conflitti battaglieri. Sin dal suo esordio sullo schermo, egli si interrogò sugli obblighi che spingono un uomo a lasciare la propria casa per scendere in guerra. Faramir vide, infatti, il cadavere di un Haradrim appena ucciso, e si domandò se questi fosse davvero malvagio o fosse stato, invece, obbligato a muovere guerra. Appare evidente come Faramir sia un uomo riflessivo, ponderante, saggio e più meditativo del fratello. Tuttavia, il disdegno che il padre cova nei suoi confronti lo porta a rapire i due hobbit e a prendere l’anello per sé.

Denethor, infatti, convinse Boromir ad andare a Gran Burrone ed insinuò nella sua mente il desiderio di impossessarsi dell’Unico. Fu Denethor a ordinare a Boromir di portare l’anello a Gondor. Colto dal desiderio di voler assecondare il suo signore e di voler difendere il suo popolo Boromir impazzì e cedette alla tentazione. Denethor, in parte, condusse suo figlio alla pazzia. Faramir si propose per andare a Gran Burrone al posto di Boromir ma fu subito intralciato dal genitore che gli rispose: “un’occasione per Faramir, capitano di Gondor, di mostrare la propria lealtà.”, per poi negargli questa possibilità.

La frase che suo padre gli aveva riferito, Faramir la ripeté dinanzi agli hobbit. Ghermire l’anello e renderlo suo avrebbe dato a Faramir l’ammirazione sempre desiderata del padre. Ma il capitano di Gondor si rivelerà il più saggio dei suoi famigliari. Non cederà all’allettante occasione, lascerà che Frodo, Sam e Gollum vadano via, liberi di espletare l’arduo compito.

Faramir, osteggiato dal proprio padre, si rivelerà migliore di quanto questi abbia mai saputo.

  • L’ultima marcia degli Ent

I Pastori degli Alberi privilegiavano la pacatezza rispetto alla furente rappresaglia. Placidi, gli Ent albergavano, riservati, nella folta vegetazione. Barbalbero era irremovibile nella sua genuina ostinazione. Egli borbottò quanto segue: “questa non è la nostra guerra”. Come soli erano rimasti gli alberi, soli sarebbero dovuti rimanere gli uomini. Pipino ragionò attentamente dopo che Merry lo aveva bacchettato. Se il potere di Isengard non verrà sopraffatto, se una delle due torri non verrà smantellata, il mondo brucerà come un immenso cratere di fuoco e la Contea perirà. Peregrino Tuc escogitò a quel punto un arguto stratagemma, convinse, dunque, Barbalbero a recarsi a sud. Protrattosi sino ai confini di Isengard, Barbalbero vide, con raccapriccio, la deforestazione coronata dallo stregone, oramai scevro da alcun criterio. Barbalbero conosceva molte delle creature sradicate, sin da quanto esse erano poco più che noci o piccoli frutti. L’Ent non udirà più il loro canto trasportato dalla brezza sino ai meandri del bosco.

Con un urlo angosciato e collerico, il custode della foresta chiamò a sé i suoi simili.  I Pastori degli Alberi emersero dalla boscaglia, avanzando adagio per un’ultima marcia. I guardiani della natura muoveranno su Isengard, irrompendo sulla torre come la pioggia sulle rocce.

Dalla foresta, da tanto, si era levato un grido assordante eppur cheto, ma nessuno era riuscito fino ad allora a sentirlo. Gli alberi soffrivano, i cespugli si struggevano, le piante si lamentavano, i fiori penavano ma nessuno osò mai dar loro attenzione ed accogliere quella sommessa richiesta d’aiuto. La natura si destò da sola, poiché altri non vollero proteggerla. Gli Ent attaccheranno la valle di Isengard, disintegreranno le cavità del sottosuolo, ed espugneranno Orthanc stessa. Essi abbatteranno la diga e libereranno il fiume. L’acqua, come una valanga, ricoprirà il terreno, estinguendo le fiamme dell’industria. Quel torrente, come un diluvio benedetto, purificherà tutto. I rami spezzeranno gli scudi, i tronchi frantumeranno le spade, il verde smorzerà il rosso del fuoco, la natura domerà la tecnica. Saruman verrà vinto.

  • La battaglia al Fosso di Helm

Lo sguardo di Théoden ispeziona il nulla, adocchia lo stigio, erra nel dubbio. Il re di Rohan sa che gli eserciti di Isengard giungeranno alle prime ore della notte. Diecimila unità assedieranno una fortificazione difesa da 300 uomini a malapena. Théoden ha condotto la sua gente alla morte? Quante responsabilità può sostenere un comandante, una guida, un monarca? I sudditi affidano il futuro nelle mani del loro re, il quale deve sopportare il supplizio, l’asprezza di una grande responsabilità. Questa consapevolezza pietrifica il cuore e lo sguardo del sovrano. Théoden scruta la vacuità, e vede le tenebre della paura. Domanda al suo fedele Gambling se tutti si fidino del loro re. Gambling risponde che loro seguiranno Théoden verso qualunque sorte.

Théoden ne è al corrente. Le vite del suo popolo sono appese ad un filo, come il loro coraggio. Quanta forza è necessaria per proteggere un popolo indifeso? Théoden esprime, mediante il suo suggestivo monologo, le umane paure di un re.

"Lady Galadriel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I tempi sono diventati bui, i giorni sono svaniti ad ovest, dietro colline insormontabili. Si è estinta l’era dei cavalieri, e nessun corno suona più. Nulla è rimasto, se non il crepuscolo che volge verso ovest. Mentre Théoden esplica a parole la tristezza di un tempo cessato, bambini innocenti reggono in mano asce e spade, volti spaventati vengono protetti da elmi, corpi tremanti da cotte e guaine. La gioventù di Rohan, costretta ad abbandonare il proprio candore, è chiamata alle armi, per affrontare l’asperità della battaglia. L’era degli uomini sembra essere finita. La lealtà dei vecchi cavalieri è venuta meno, sostituita dalla barbarie, dalla ferocia degli Uruk-hai. Chi ci ha condotto a questo? Cosa può l’uomo nei riguardi di un tale male? Gli uomini non possono fare altro che resistere e stringersi alla speranza, la luce che mai si spegnerà.

Elrond medita nella sua casa accogliente. La voce di Galadriel fiocca da lontano come neve bianca carica di un luminoso albore. La dama di Lórien non vuole abbandonare gli uomini, così sprona Elrond ad inviare un ultimo reggimento di guerrieri elfici. L’esortazione della custode di Nenya riaccenderà la speranza. D’un tratto, gli elfi di Gran Burrone annunciano il proprio arrivo con il distinto suono di un corno. Essi sono giunti numerosi ai cancelli del Fosso. Un’alleanza esisteva una volta e i primogeniti di Eru vogliono onorare tale antico patto. Quando la pioggia cadrà incessante, gli Uruk-hai occuperanno la vallata. Essi dibatteranno le armi, digrigneranno i denti aguzzi, prima di muovere verso le mura. Le frecce scagliate con rapida velocità dagli elfi arresteranno l’impeto della corsa ma soltanto per poco.

La battaglia al Fosso di Helm, una delle sequenze d’azione più spettacolari ed impressionanti della storia del cinema, mostrerà quanto nella storia di Tolkien la tenacia, l’audacia stessa, la voglia di non cedere alla foga del male siano elementi essenziali per esternare il coraggio degli uomini buoni. Messi alle strette, gli uomini, gli elfi, i nani, gli Ent, ciascuna delle creature modellate dall’inchiostro e dalla fantasia immaginifica di Tolkien paleserà un coraggio senza eguali per opporsi al potere tirannico. “Il signore degli anelli” è un’opera che esalta l’eroismo, l’altruismo, la magnanimità, l’alleanza tra specie diverse, accomunate dal desiderio di libertà e di pace. Poche possibilità di trionfare possiedono i guerrieri che contrastano la malignità di Saruman riversata sul Fosso di Helm, cionondimeno, sebbene siano così in minoranza, essi seguitano a resistere, a non sottomettersi, appellandosi alla flebile speranza che si tramuterà in un’inaspettata certezza.

Lo scontro al Fosso evidenzia, altresì, l’amicizia assoluta, profonda, incrollabile che lega Aragorn, Legolas e Gimli. I tre si spalleggeranno per tutta la durata del combattimento. Quando Aragorn e Gimli verranno circondati da lottatori Uruk-hai, fuori dalle mura violate, sarà Legolas a non abbandonarli. Lancerà loro una corda e li tirerà su, salvandoli. L’amicizia, la fratellanza, che unisce Aragorn, Legolas e Gimli sarà salda come un albero impossibile da sradicare.

Quando le ultime resistenze della fortezza cadranno, Aragorn e Théoden cavalcheranno verso le truppe nemiche, in un ultimo atto eroico per far echeggiare la gloria di Rohan. Il corno di Helm Mandimartello suonerà nel fosso, ed i cavalli ed i cavalieri cavalcheranno verso il nemico. I tempi bui non sono ancora giunti davvero, vi è ancora la luce del sole. Aragorn e Théoden, attraverso la loro cavalcata nobile e audace, mostreranno come i regali principi degli uomini non verranno mai scossi. “Dove sono il cavallo ed il cavaliere?” – Si domandava il monarca, eccoli laggiù, fuoriuscire dai portoni dell’edificio ed ingaggiare un’ultima sortita contro il nemico.

Gandalf arrivò né in ritardo né in anticipo ma precisamente quando aveva inteso farlo. All’alba del quinto giorno, Mithrandir sopraggiunse con Eomer ed i soldati rohirrim. La luce del sole accecherà gli Uruk-hai, i quali verranno sterminati. Un nuovo giorno è sorto.

Lo dirà anche Sam, inconsapevole della grande vittoria ottenuta dai popoli liberi. “Arriverà un nuovo giorno, e sarà ancora più luminoso” – sussurrerà il saggio e buono hobbit. Quando tutto sembrerà incupirsi, una luce ancor più radiosa comparirà all’orizzonte. Il buono che c’è nel mondo prevarrà sempre sul male, ed è proprio per quel buono che bisogna combattere. 

Continua con la sesta parte…

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters