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"Woody e Buzz" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale della fiaba di Andersen con parallelismi con l’opera cinematografica “Toy Story”)

Oh com’è allegra! I miei genitori non credevano nei giocattoli.” - Entrando nella cameretta del piccolo Oscar, il Dottor Egon Spengler aveva concesso ai suoi interlocutori una confessione, pronunciata sottovoce, come fosse un bisbiglio. Forse, in quel suo confidarsi, il più arguto degli “acchiappafantasmi” voleva palesare un certo rammarico. Egon, nella sua infanzia, ebbe soltanto un giocattolo, un misirizzi, e per pochissimo tempo. Un altro bambino, appartenente anche lui al mondo della settima arte, ne ebbe, invece, tanti, e tutti giocattoli molto speciali, non comuni pupi inanimati, burattini inermi o fantocci perennemente dormienti. Andy, il protagonista umano della saga di “Toy Story”, senza saperlo, aveva in casa sua giocattoli senzienti, che prendevano vita non appena sfuggivano allo sguardo curioso degli esseri umani. Vi erano tra questi un verde tirannosauro, una buona e graziosa pastorella, persino uno a forma di patata, smontabile, su cui potevano essere applicati diversi componenti somatici. Ma i preferiti di Andy erano Woody e Buzz Lightyear: il primo era un modello vintage con le fattezze di uno sceriffo cowboy, il secondo, al contrario, era nuovo di zecca, e raffigurava un eroe dello spazio.

La prima opera d’animazione dello studio Pixar, “Toy Story”, trae spunto da una delle più celebri fiabe partorite dal genio di Hans Christian Andersen. Ne “Il tenace soldatino di stagno”, lo scrittore danese immagina un luogo in cui, allo scoccare della mezzanotte, i giocattoli si destano dal loro torpore, assumendo volontà motoria e provando sentimento. “Toy Story” si differenzia dalla fiaba in particolare perché nel lungometraggio i giocattoli agiscono liberamente, non appena rimangono soli, mentre nella storia di Andersen gli stessi prendono vita soltanto di notte. Ancora, nella pellicola, i giocattoli sono liberi di muoversi a loro piacimento, mentre i personaggi principali della “favola” anderseniana desiderano mantenere il più allungo possibile la loro posizione originaria, rinunciando a parlare e comunicando solamente con la profondità emotiva di uno sguardo corrisposto.

  • Essere un giocattolo

I giocattoli nascono dai materiali più disparati. Quelli antichi si ottenevano da legni pregiati, i più moderni sono fatti di materiale sintetico, alcuni sono snodabili, possono quindi eseguire bizzarri movimenti per lo spontaneo divertimento di un infante, altri ancora, i più graziosi e raffinati, sono realizzati in resina e assumono le forme di statuine da contemplare, statiche o magari animate da un preposto meccanismo. I giocattoli possiedono il dono di far divertire i bimbi ma anche stimolare la loro fantasia. Giacciono quieti nel luogo in cui vengono riposti e col tempo dimenticati dai loro piccoli amici che crescono. Essi sono “indifesi”, incapaci di muoversi, eppure sono generati da un amore per il divenire. I giocattoli vengono al mondo ma non hanno esperienza, personalità, siamo noi stessi, infatti, a infondere in essi ciò che hanno bisogno, con le imprese che, sospinti dalla nostra fantasia, facciamo compiere loro nei nostri innumerevoli viaggi fantastici e senza freno.

Supporre che i giocattoli siano veri e consapevoli del loro essere è una fantasticheria affascinante. Il “balocco”, in tal caso, fingerebbe d’esser esanime, attenderebbe di rimanere solo per potersi muovere liberamente, non visto da occhi indiscreti, e quindi andarsene via, abbandonare tutto, ciononostante rimane lì, fianco a fianco a noi, ricambiando il nostro affetto. Ma i giocattoli possono avere una coscienza? In “Toy story”, Buzz è inizialmente convinto d’essere davvero “un ranger” dello spazio. Una crisi d’identità che verrà risanata dalla presa di coscienza che essere un “banale” giocattolo ha comunque i suoi vantaggi, uno fra tutti, quello di mirare l’espressione sorridente di un bimbo che gioca felice. I “trastulli” nascono dall’ingegno dell’uomo che infonde in essi bellezza, grazia, sentimento, ma soprattutto una delicata missione da compiere per tutto l’arco della loro esistenza.

Nella saga di “Toy Story” è proprio questo impegno ad assumere un grande valore. La più grande paura di un “giocattolo cosciente” è quella d’essere trascurato, obliato, non più utilizzato per il suo compito ludico ed educativo. Se ciò accadesse, la motivazione della sua intera esistenza verrebbe a mancare. Come teneva a ricordare Hugo nel film “Hugo Cabret”, ognuno di noi nasce con una vocazione, una passione da dover alimentare, e chi non può fare quello per cui è nato soffre, tanto da sentirsi “rotto”. Hugo era solito riparare gli oggetti malmessi col suo papà, forse anche i giocattoli. In egual maniera anche le persone devono essere “riparate”. In “Hugo Cabret”, infatti, George Méliès doveva tornare a rapportarsi con la propria arte filmica, lui, regista, che aveva da troppo tempo “smesso di funzionare”. In egual modo, i giocattoli, per come vengono descritti in “Toy Story”, non possono né vogliono sottrarsi al loro scopo: essere scelti per far giocare i bambini.

Woody è un giocattolo “antico”, prezioso, che non ha subito il dolore del “distacco”, ed è molto legato al suo caro “proprietario”, Andy.  Ma i “custodi” dei giocattoli vanno e vengono, come il ciclo della vita vuol suggerirci, ciò che è importante per la famiglia di pezza di cui Woody si prende cura è il restare sempre uniti. Quella raccontata dalle pellicole della Pixar è una storia di amicizia, di crescita ma soprattutto di amore famigliare. Proprio l’amore risulta essere il più grande sentimento provato dall’uomo ma anche, nella fiaba di Andersen, da una delle sue creature più care, appunto il tenace soldatino. Egli era fatto di stagno, ma dal suo cuore sgorgava un amore infinito. Nel suo essere un giocattolo sulla terra, il soldatino doveva rispettare un inalterabile dovere, espresso dalla sua posa statuaria e inflessibile, ma quando non lo sarà più, potrà finalmente essere libero di volare via con la sua amata.

"Il tenace Soldatino di stagno e la Ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Il soldatino e la ballerina, storia di un grande amore

D’un tratto, la casa si era “zittita”. Erano andati tutti a dormire, nel corridoio e nelle varie stanze dell’abitazione non si udiva più alcun vocio. Era da poco scesa la notte, fuori faceva tanto freddo e pioveva a dirotto. Gocce d’acqua corpose come piccole palline trasparenti s’infrangevano sui vetri delle finestre, generando un gradevole tintinnio. I bambini riposavano nei loro lettini, la mamma sognava beata sotto le coperte ed il papà era il solo a rianimare il silenzio della sera col suo russare abitudinario. Mentre tutta la famigliola dormiva, nella stanza dei giochi altri erano prossimi a svegliarsi. Era quello un luogo tanto colorato e solare. La grande camera ospitava bellissimi giocattoli dalle variegate fattezze. Peluche morbidi e caldi e dal viso perpetuamente sorridente, ben accostati l’uno all’altro, attendevano pazienti chi mai dovesse entrare in quel luogo spensierato. Mensole e scaffali erano occupati da marionette e pupazzi di stoffa. Lì, in un angolo, un cavalluccio bianco di legno aveva la sella ancora calda, mentre continuava il suo ritmato dondolio, segno che i bambini avevano smesso di giocarci da poco. Su di un tavolino, a pochi passi dalla finestra si notava un’elegante confezione regalo semiaperta, con il suo bel nastrino azzurro appena sciolto. All’interno di quell’involto vi era una scatola con venticinque minuscoli scomparti occupati da altrettanti piccoli soldatini di stagno. Il bambino che viveva tra quelle mura li aveva ricevuti proprio in quel giorno, come dono per il suo compleanno.

Allo scoccare della mezzanotte, tutti i balocchi presenti in quella camera, come per magia, prendono vita. I peluche aprono gli occhi, sbadigliano a bocca spalancata e si alzano sulle gambe. Velivoli di latta volteggiano su nel soffitto, disegnando virate improvvise e vorticose discese verso il pavimento; alcuni burattini, invece, si liberano dei loro fili e raggiungono con disinvoltura la finestra più vicina, così da poter ammirare il temporale, mentre altri parlano tra loro, ridono e simulano la guerra da un fronte all’altro.

Sul tavolino, il coperchio della scatola si muoveva sempre più, come se qualcuno lì dentro spingesse per cercare di venire fuori. Sebbene quella scatola, come si è detto, fosse aperta per metà, i soldatini non riuscivano ancora a venir fuori. Preferivano mantenere le loro posizioni e liberarsi di quella “gabbia” tutti insieme. Nell’angolo più interno, dove la confezione permaneva ancora chiusa, era tutto buio. Il soldatino rimasto in fondo non vedeva nulla ma riusciva comunque a percepire gli sforzi delle gambe dei suoi fratelli per sollevare il coperchio della scatola, una sorta di “tetto” a malapena dischiuso. In segno d’aiuto rivolse anche i suoi arti inferiori all’indirizzo dell’ostacolo ma si accorse subito di far fatica. Poco importava, ormai il lavoro era bello che fatto, i soldatini si erano liberati ed erano quindi pronti ad ergersi su due gambe e a venir fuori, in fila indiana, da quei loro spazi angusti. Tutti i soldatini si consideravano fratelli perché erano nati dallo stesso cucchiaio di stagno. L’ultimo soldatino, una volta fuori, si accorse d’esser diverso dagli altri. Gli mancava una gamba, come fosse formato a metà. Purtroppo lo stagno utilizzato non era bastato per completare anche lui, che rappresentava l’ultimo dei venticinque.

Originale illustrazione del Soldatino e della Ballerina

 

Con un po’ di fatica, il soldatino, tenace e coraggioso, balzò fuori e, reggendo con una mano il suo fucile, si mise sugli attenti. Il soldatino aveva sentito d’esser di stagno per la prima volta proprio dal bambino. Il piccino aveva letto la scritta sulla scatola e aveva urlato di felicità: - “Soldatini di stagno!”-, battendo poi le mani allegramente. Non sapeva di preciso cosa fosse lo stagno, il soldatino. Stagno è una parola che può avere vari significati” - pensò tra sé. In uno stagno, talvolta, nuotano beati dei cuccioli di cigno nobile, prima di raggiungere, in volo, le acque cristalline di un lago. Come accadde al brutto anatroccolo, il soldatino indugiò sulla possibilità di poter, un giorno, sbocciare anch’esso come un regale e audace soldato, non più visto con diffidenza a causa della propria diversità. Ma il soldatino, in cuor suo, sapeva che lo stagno da cui proveniva non era certo quel genere di luogo in cui una creatura può svilupparsi e divenire bellissima. Lo stagno da cui era stato generato era, invero, un elemento chimico.

Al di là della sua menomazione, esso era fiero d’essere un soldatino, la sua elegante divisa rossa gli piaceva molto ed anche il grande cappello che sormontava il suo capo gli donava un rinfrancante conforto. Si mise a saltellare per muoversi in avanti, sempre su una gamba sola, seguendo la lunga fila formata dai suoi fratelli, ma lui era più lento di loro e doveva metterci più impegno a non smarrire mai la sua posizione retta e fiera. Stanco, si fermò sul bordo del tavolo, altero e diritto come un valoroso eroe. Fu in quel momento che il suo sguardo cadde sul castello che sorgeva da terra, cinto da un drappo lilla che somigliava ad un sipario schiuso. Quel castello era splendente, bianco come marmo, con tante torri che svettavano alte, sovrastando tutti i giocattoli che si muovevano allegramente giù in basso. Il maniero era fatto di carta e aveva delle finestrelle colorate dalle quali si potevano scorgere gli interni. Con impegno e scaltrezza il soldatino scese giù e fece per osservare la raffinata fortezza. Vide un laghetto circondato da alberi sul quale si specchiavano cigni neri di cera e, proprio lì davanti, intravide la sagoma di una ballerina che compiva una piroetta. Il ponte levatoio era abbassato così il soldatino ne approfittò per farsi strada e varcare i confini del castello. Raggiunse il lago e nell’acqua scrutò il riflesso della ballerina, con le braccia protratte verso il cielo. Fece per avvicinarsi ancora, e riuscì a vederla nella sua interezza. Indossava un vestito bianco, lindo e luminoso come l’acqua limpida di un lago, avvolto da un nastro azzurro drappeggiato sulle spalle, con al centro un lustrino sfavillante. Fu la prima cosa che il soldatino notò di lei. Paragonò quel lustrino al nastro che avvolgeva la confezione regalo dalla quale era uscito. Credette subito che qualcosa li accomunasse. Prosegui allora a guardarla, fantasticando all’idea di poter stare con lei sulla sommità di un incantevole carillon, stringendola a sé con le sue braccia, ballando un lento. La ballerina aveva fluenti ricci biondi, che le scendevano lungo le gote purpuree; il suo viso pareva essere avvolto da filamenti d’oro, la sua pelle era color rosa tenue, così come le scarpette che calzava ai piedi, le quali parevano fatte di cristallo. L’artista, che aveva dipinto il suo volto, le aveva disegnato labbra pronunciate e rosse come una rosa, occhi castani e un nasino a stento accennato. L’incarnato dell’epidermide del viso creava una miscellanea con il porpora delle guance e il bianco terso di alcuni tratti del contesto, che davano l’impressione che la ballerina fosse stata modellata con la porcellana.

"Fantasia 2000" - Concerto per pianoforte n. 2 in Fa maggiore di Dmitrij Šostakovič – Il Soldatino corteggia la ballerina

 

Il soldatino la mirò ancora, e ravvisò due ciocche, gialle come spighe di grano, raccolte in boccoli voluminosi, che le ornavano i lati della fronte. Sentì il desiderio di toccarle con la sua piccola mano di stagno, così da scostarle delicatamente e spingerle sin dietro le orecchie della fanciulla, come in una protratta carezza. La dolce danzatrice, in quell’attimo, aveva smesso di ballare, di fare giravolte, di dondolare le mani e di ondeggiare armoniosamente le sue braccia, simulando le ali stanche di un cigno morente al suo ultimo volo sullo specchio lacustre. Si era messa su una gamba sola, porgendo l’altra così in alto da sfuggire alla vista del soldatino. Notando che la ballerina si manteneva su una gamba sola, rigida ma al contempo tanto aggraziata, il soldatino si sentì battere forte il cuore. Credette che entrambi avessero la medesima menomazione e che, insieme, potessero colmarla. Quando si avvicinò ancor di più, il soldatino la guardò negli occhi e, colmo di sentimento umano, si innamorò perdutamente di lei. La ballerina si accorse d’essere ammirata, così alzò lo sguardo sognante da terra e ricambiò l’attenzione. Il soldatino raccolse uno dei fiori sbocciati in riva al lago, e l’offrì alla fanciulla, sorridendole. Ella si mosse solo per un istante, colpita da quel gesto e da quell’inaspettato corteggiamento, e tanto bastò per far notare al soldatino l’altra gamba della ballerina. Egli fu colto da infinita tristezza, convinto che la ballerina, essendo “completa”, non avrebbe mai acconsentito a sposarlo. Ella, invece, allungò la mano, accettò il fiore e lo tenne con sé. L’indomani, tutti i giocattoli erano tornati ai loro posti, fingendo di dormire. Tutti i fratelli del soldatino rientrarono nei loro appositi scomparti, ma egli non volle far ritorno. Rimase dentro il castello, immobile, stremato ma colmo di gioia, in piedi sulla sua unica gamba a guardare senza sosta la ballerina, anche lei innamorata, anche lei ferma, immobile, soffermatasi nella stessa posizione dalla sera precedente.

Scultura in bronzo di Eiler Madsen a Odense

 

Quanto avrebbe voluto il soldatino sostare per sempre in quel castello! Purtroppo, un troll cattivo, incarnatosi nel corpo tenebroso di un pupazzetto a molla, era geloso dell’amore nato tra il soldatino e la ballerina e volle vendicarsi di lui. Lo spinse via, facendolo precipitare giù dalla finestra. La danzatrice, forzatamente allontanata dal suo amore, vorrebbe piangere ma, ricordando il portamento del suo compagno, sceglie di struggersi nella sua intimità, e rimane ferma. Il soldatino, dal canto suo, vorrebbe chiamare aiuto, ma sceglie di tacere con dignità. Viene poi rinvenuto in un cespuglio da due bambini, e messo su una barchetta di carta sospinta verso il mare; nelle acque salate, dopo aver superato indenne una fogna infestata da famelici ratti, viene mangiato da un pesce che ne fa un sol boccone.  Il soldatino, spaventato e attonito, non cede allo sconforto e decide di restare coraggiosamente sempre ritto nella sua posizione. Nel “plumbeo” della pancia dell’animale, riprende a pensare alla sua dama, e la paura di non rivederla più gli fa tremare la gamba, eppur essa non concede movimento alcuno. La fortuna sembra sorridergli, il pesce viene, infatti, pescato e portato proprio nella cucina della casa da cui il soldatino proviene; recuperato dal cuoco, rientra nella stanza dei giochi. Rimessosi in piedi, il soldatino torna nel castello dalla sua amata ballerina.

Vennero nuovamente le tenebre e tutti i giocattoli ripresero ad animarsi. Il soldatino accennò un sorriso alla sua innamorata ed ella contraccambiò, poi egli portò la mano alla bocca, si sfiorò le labbra, e rivolse la stessa all’indirizzo di lei, dandole un bacio da lontano. Una folata di vento, generata dal soffio del troll cattivo che viveva nell’oscurità, fece volare via il soldatino che finì questa volta dentro una fornace accesa. Ebbe la possibilità di urlare ma desistette, non gli sembrava il caso poiché era ancora in uniforme. Poteva altresì fuggire, ma non voleva lasciare il suo posizionamento impavido, e soprattutto non voleva, neppure per un istante, far sì che i suoi occhi smettessero di guardare la sua amata. Persino lì dentro, avvolto tra le fiamme, il soldatino riusciva a contemplarla. Ella si voltò verso di lui, restando sempre dritta su una gamba sola. Quella strenua resistenza commosse il soldatino, che cominciò a piangere lacrime di stagno. Una fata buona soffiò verso la danzatrice e anche lei fini dentro la fornace, accanto al suo amato. Entrambi furono felici, si tennero per mano, e bruciarono.

Il soldatino trionfa sul troll cattivo e sposa la ballerina

 

Quando pulirono la fornace, le persone rinvennero un cuore di cenere, un lustrino bruciacchiato e anche una rosa, quella che il soldatino aveva donato alla ballerina e che lei aveva tenuto sempre con sé, rimasta miracolosamente intatta: era ciò che restava del loro amore sulla Terra. Quando fecero per togliere via le ceneri a forma di cuore, esse si librarono in aria, come polvere, fuori dalla finestra. Raggiunsero il cielo quella stessa notte, ma non erano più pulviscoli anneriti. Erano le anime del soldatino e della ballerina, formatesi dai granuli di cenere. Lui aveva gettato via il suo fucile, aveva cessato di stare sugli attenti, e la stava abbracciando. Lei aveva avvolto le sue braccia intorno al collo del suo sposo, ed era lieta e leggiadra come il vento. Danzavano tra gli astri, accompagnati da una musica celestiale che solo loro riuscivano ad ascoltare, finalmente liberi di muoversi e di amarsi nell’infinità immortale dello spazio sconfinato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era un piccolo insetto della famiglia dei Lampiridi, un po’ in là con gli anni, ed emanava tanta lucentezza. Ray, questo era il suo nome, si era mostrato per la prima ed unica volta in un’opera della Disney di stampo recente, “La principessa e il ranocchio”. Si trattava di un animaletto curioso e dalla verve sognante, non amava affatto il giorno, e attendeva impaziente il calar della sera. Spesso, volgeva gli occhi verso la volta celeste a rimirare una stella in particolare, e non, come fanno tutti, l’insieme dei corpi celesti che ammantano il cielo. Ray si era innamorato di quella stella, tanto da considerarla una lucciola remota, volata troppo in alto, smarritasi nell’infinità dell’universo e rimasta lì, a rinfrancare la vista di chi indirizza il proprio sguardo alla volta della sua essenza lucente. Ray chiamava quella stella Evangeline, ed essa emanava una luce ancor più raggiante di quella che veniva emessa dal corpo da coleottero di questo bizzarro innamorato. Quando Ray lascerà questa Terra, il suo spirito raggiungerà il cielo e diverrà un astro, posto a pochi “attimi” dalla sua stella più amata. Come accadeva a molti degli eroi della mitologia greca, tramutati in costellazioni eternate da Zeus, Ray riuscirà a realizzare il suo desiderio più grande, vivere una vita immortale fianco a fianco a quell’amore che aveva animato il suo cuore, facendolo risplendere di un’aurora sfavillante. Lassù nell’infinito, dove Perseo e Andromeda continuano ad amarsi sotto forma di costellazioni, qualcosa di misterioso e imperscrutabile aveva concesso ad una morente lucciola la realizzazione di un desiderio. Ma chi era stato magnanimo fino a tal punto?

Una scena de "La principessa e il ranocchio".

 

E’ sempre nel cielo che noi uomini releghiamo i nostri sogni inconfessati. Talvolta, aspettiamo d’intravedere la caduta vertiginosa e rapida di una stella, così da esprimere fugacemente un desiderio appena sussurrato ma ardentemente voluto. Crediamo, forse ingenuamente, che quella stella che precipita giù, porti con sé un pensiero pronunciato a bassa voce, e che prima di disperdersi, con l’ultimo dei suoi sforzi, essa scelga di esaudirlo. Su, nel firmamento custodiamo astrattamente le nostre speranze, come se le stelle non fossero altro che banali corpi celesti, pur sempre vivi e palpitanti. Ma anche qualcosa di più, entità divine e magiche che guardano dall’alto e aiutano chi si nutre di speranze, giù in basso.

Un giorno lontano lontano, un anziano falegname, tanto buono, implorò una stella di fargli dono di un figlio. No, tale stella non era Evangeline. Eppure, anch’essa era impregnata di una scintillante magia, pronta ad accontentare il volere di un uomo umile e generoso. Nelle prime sequenze di “Pinocchio”, uno dei grandi capolavori dell’animazione firmato Walt Disney, lungometraggio ispirato all’altrettanto capolavoro di Carlo Collodi, il Grillo Parlante tiene immediatamente a precisare come le stelle possano render possibile qualunque desiderio. Inizialmente, noi spettatori potremmo dubitare di tale affermazione, del resto lo stesso Grillo ammette, senza remore, d’aver peccato di fiducia anch’esso, in principio. Diffidare del fantastico è insito nell’indole umana. Ma la storia che il medesimo, coscienzioso animaletto andrà a rinarrare ci permetterà di credere.

Tanto tempo fa, una sera in cui le stelle brillavano come diamanti incastonati in un “soffitto” privo di nuvole, un intagliatore di legno se ne stava nella sua casetta a lavorare. Ancora due tocchi e l’ultima delle sue creazioni si poteva finalmente dir finita. Geppetto era sul punto d’ultimare un grazioso burattino, ricavato da un ciocco di legno pregiato. Con la punta del pennello, l’artista si accingeva a dipingere i restanti tratti del viso del burattino: dapprima le sopracciglia brune, le guance purpuree ed infine la bocca, tratteggiata ad arte per far risaltare l’espressione di un dolce sorriso. Geppetto era un artigiano d’impareggiabile bravura, un “Efesto” povero che svolge la sua attività in casa, adibita anche a bottega, piuttosto che nelle viscere di un vulcano attivo destinato a fucina e a dimora. Tutto intorno alla casa di Geppetto era “vivo”, anche ciò che apparentemente non lo era affatto. L’interno di quell’abitazione trasudava di meraviglie. Vi erano sulle mensole fantastici giocattoli, su altri scaffali, invece, carillon e scatole musicali, tanto piccole da poter essere tenute nel palmo di una mano. Dozzine di orologi arricchivano, infine, un’intera parete, ed ognuno di essi era diverso, singolare, lavorato a mano. Ad ogni scoccare dell’ora gli ingranaggi, così accuratamente progettati, facevano scattare i meccanismi, per cui le statuine poste in sommità cominciavano a simulare ritmicamente un movimento, un fischiettio, un cenno. Erano tutti oggetti costruiti dalla sapiente abilità dell’artigiano, “inanimati” seppure in movimento, nel loro progredire meccanico, senza vita ciononostante erano stati generati da un atto creativo, da un gesto d’amore per il proprio lavoro e la propria arte. Geppetto, nei suoi orologi, animava il tempo, infondeva in esso la vita e l’arte. Erano quelle le realizzazioni di una vita, mai vendute né forse mai apprezzate da alcuno. Il Geppetto della Disney non sembra soltanto isolato, come quello venuto fuori dalla penna del Collodi, pare altresì un lavoratore la cui arte risulta essere incompresa. I giocattoli che riposano inermi, aspettano, come se fossero stati “partoriti” e destinati ad un bambino mai giunto, un erede che Geppetto non ha mai avuto ma che ha tanto agognato. Nel film di Walt Disney, Geppetto è già padre nell’animo, deve solo diventarlo realmente.

Il falegname era tanto solo, forse aveva perduto sua moglie molto tempo prima e, conseguentemente, non aveva avuto figli. Le sue uniche compagnie senzienti e vive erano una “pesciolina” rossa, Cleo, e un gattino dal manto scuro, Figaro. Non potendo più generare una vita con la sua sposa, e non avendo neppure la possibilità di adottare un infante, Geppetto trascorreva i suoi anni a creare, come poteva, la vita, usufruendo dei materiali più disparati. Attorniato da tanti oggetti nati dalla sua mente e plasmati dalle sue mani, Geppetto viveva immerso in un mondo in cui vita vera e vita fittizia coesistevano, dando l’illusione d’essere simili. Tutto pareva esser vivo nella sua casetta, poiché tutto si muoveva ed aveva una forza espressiva ammirabile, iniettata dalla sua bontà creativa.

Il burattino, chiamato dall’artigiano Pinocchio, era divenuto per Geppetto il preferito. Come se lui fosse un puparo e quella la sua adorata marionetta, egli la muoveva con i fili, così da farla danzare allegramente per tutto l’ampio stanzone. Il vecchio falegname era arrivato a considerare quell’ometto di legno come un figlio. Purtroppo, però, quel bimbo intagliato e scolpito non era reale, e poteva muoversi solamente per volontà altrui. Così, quella notte, Geppetto pregò una stella radiosa di tramutare il suo Pinocchio in un bambino vero.

Fu in quel momento che la stella si “staccò” dalla cupola celeste e discese giù, tramutandosi in una splendida fata dai capelli d’oro. La Fata Turchina aveva avuto pietà, oppure aveva scorto qualcosa nell’ultima fatica dello squattrinato falegname. Quel legno da cui era sorto Pinocchio aveva un che di fatato. Geppetto era riuscito a catturare col desiderio la linfa vitale della natura. Bastava soltanto il tocco di bacchetta di una “maga” per alitare quel soffio di vita di cui Pinocchio aveva bisogno. Dalle nuvole venne giù una “madre” bellissima, dipinta con tale magnificenza dagli artisti della Walt Disney da non averne eguali.

La fata azzurra è avvolta da una fulgida luce, ha le labbra rosse come mele appena raccolte, gli occhi cerulei come il cielo terso dal quale proviene, le ali argentee e cristalline come drappo di velluto trasparente e indossa un vestito azzurro, ricco di merletti pregiati e tempestato di pietre preziose. Nelle pellicole d’animazione, poche sono le donne, come tale figura di fata, concepite e ritratte con tale vivezza e splendore da poter essere considerate “vere”, reali, tangibili, concrete allo sguardo, tanto autentiche da confondere il già citato senso della vista e dare l’impressione di poter essere addirittura sfiorate dal tocco di una mano, protesa verso lo schermo nel vano tentativo di lambire un tratto della pelle.

La fata dona la vita al burattino e gli promette che se si dimostrerà obbediente, coraggioso e disinteressato, la magia si compirà del tutto, fino a farlo diventare un bambino vero per sempre. Inizia così l’avventura di Pinocchio, il quale, spalleggiato dal fedele Grillo Parlante, andrà ad esplorare il mondo esterno e conoscerà i pericoli della società e le tentazioni del male.

Pinocchio scopre il mondo un po’ alla volta, con ingenuità, con una certa innocenza ma soprattutto attraverso la menzogna, arma furbescamente usata dall’uomo sin dalla più tenera età per ottenere ciò che vuole. Ma Pinocchio scoprirà a sue spese che le bugie, se non accorciano le gambe, riescono comunque a mostrarsi con la crescita spropositata del naso. Giungerà poi sino al paese dei balocchi, e lì rischierà di trasformarsi in un asinello, metafora estetica dell’ignoranza, come accadrà al suo amico Lucignolo, in una delle scene più marcatamente inquietanti mai girate dagli studi Disney.

Nella suddetta scena, Lucignolo regge con bramosia un calice traboccante di birra, fuma con impazienza un sigaro, denigra superficialmente il sapere scolastico, ed è platealmente incline al gioco d’azzardo. Walt Disney, mutando il corpo dell’ingenuo amico di Pinocchio, ammonisce i suoi piccoli spettatori sui vizi che creano dipendenza, anche a costo di spaventarli. Lucignolo, quando nota il suo progressivo cambiamento, disperato, chiede aiuto a Pinocchio, lo prega di far arrivare in fretta e furia il suo Grillo, e, come ultima delle sue parole pronunciate da umano, invoca la sua mamma, prima di trasformarsi in un ciuchino impazzito e senza più salvezza. Pinocchio comincia così a trasformarsi, ma sarà l’arrivo provvidenziale della sua stella amica, il Grillo, a salvarlo.

Pinocchio si pente e intraprende un viaggio a ritroso di espiazione, alla ricerca del padre. Grazie alla figura del Grillo Parlante, non soltanto coscienza ma anche spalla del protagonista, Pinocchio si ravvedrà giusto in tempo, prima di soffrire e di dannarsi, in una rilettura didascalica operata dall’opera filmica che suggerisce come il percorso di crescita adempiuto da Pinocchio sia stato necessario per permettergli di ben distinguere il bene dal male.

Come i marinai, orientati dal sestante durante la navigazione, Pinocchio sarà guidato dalla sua stella più cara, la sua diretta consigliera, incarnatasi nuovamente nel suo amico, il quale lo accompagnerà sino in mare aperto, dove il burattino verrà inghiottito dalla balena e si ricongiungerà al padre. La balena raffigurata dagli artisti Disney è gigantesca, buia come il nero di seppia, non bianca come il capodoglio bramato da un tale capitano, uno dei tanti protagonisti della letteratura americana, con denti aguzzi e sguardo predatorio. Pinocchio, rimasto ancora con le orecchie e la coda da somaro, segno di come il suo peccato continui a perseguitarlo, escogiterà un modo per salvare se stesso e la sua famiglia.

Il suo gesto eroico e coraggioso gli farà ottenere la salvezza: la Fatina, infatti, avrà misericordia del piccolo burattino, oramai moribondo e stremato dalla fatica, e soffierà in lui nuova vita, questa volta rendendolo un bambino in carne ed ossa. Il Grillo, come premio per il suo operato, riceverà dalla fata un distintivo d’oro, che avrà proprio la forma di una stella.

Sul finale, il “Pinocchio” della Disney celebra l’importanza del nucleo famigliare e la gioia del ritrovamento tra padre e figlio. Mentre scende nuovamente l’oscurità, ed una stella torna a irradiare con la sua luce il buio della notte, Pinocchio, il Grillo, Geppetto, Figaro e Cleo ballano felici e contenti. Questa volta, Pinocchio, nel compiere i suoi passi di danza, non è più mosso da alcun filo ma unicamente dal suo volere e dalla sua pura coscienza. Tutto merito di quella meravigliosa stella!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenzione pericolo SPOILER!!!!

  • Principessa negli abissi

Come dovrei cominciare a raccontarvi questa storia? Per prima cosa, dovrei porgervi la mano, cari lettori, e una volta afferrata vorrei invitarvi a seguirmi. Vi suggerirei di mantenere la calma e di fare un bel respiro profondo, perché di lì a breve dovrete essere pronti a lasciarvi andare. Supponete d’essere in cima ad un’altura, che volge a strapiombo sul mare. Da lassù, dovremmo raccogliere tutto il dovuto coraggio per compiere quel salto prodigioso. Un tuffo tra le acque! Perché “La forma dell’acqua” è una caduta vertiginosa da un immaginario trampolino posto sulla vetta più alta di un massiccio roccioso che si affaccia su un mare senza confini. Una volta acquisito il coraggio di gettarsi da una simile altezza, ne deriva un precipitare vorticoso in grado di far emergere un turbinio d’emozioni che vanno ad assumere aspetto e forma nell’acqua, in quell’acqua salmastra che raggiungeremo al termine del nostro sprofondare.

Inizia sotto la superficie dell’acqua il film, e la camera si muove tra le pareti di una casa inondata, nelle stanze di un “regno” sommerso. I mobili e le sedie restano come sospesi nel vuoto. Sembra galleggino ma in effetti stanno pian piano per toccare il fondo. La scena di apertura de “La forma dell’acqua” somiglia ad un quadro di Dalì, in cui la tela cattura e immobilizza con marcato surrealismo la visione onirica di una realtà sospesa.

Tra gli oggetti che si muovono, dondolati dai fluttui, s’intravede la sagoma di una donna dormiente, cullata anch’ella dalla corrente, che finisce il suo lento ma inesorabile precipitare proprio su di un soffice divano su cui si adagia e si distende. D’un tratto l’acqua sparisce, il mare tutto intorno si dissolve, e questa casa, che pareva essere la dimora della principessa di un regno sommerso uscito dalle fiabe, diviene una casa come un’altra. Dall’acqua si è così passati alla terraferma, da un illusorio scenario marino siamo giunti ad un qualunque spazio terrestre.

La donna in questione si è appena svegliata. A Baltimora, è una mattina del 1962. Ci troviamo in piena Guerra Fredda. Elisa (Sally Hawkins), la nostra meravigliosa protagonista, è una donna affetta da mutismo, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo americano in cui si effettuano esperimenti segreti. Un bel giorno al laboratorio viene portata una cisterna piena d’acqua, nella quale è tenuta prigioniera una strana creatura anfibia, dall'aspetto pressoché umanoide. La creatura è stata scoperta in Amazzonia e quindi catturata, proprio dove gli indigeni la veneravano come fosse un dio sceso in terra e che vive tra le acque. Elisa, nei giorni successivi, comincia a relazionarsi in gran segreto con la creatura, avvicinandosi alla vasca nella quale è rinchiusa. La donna, inaspettatamente, si innamora perdutamente dell’essere e decide di salvarlo dalle perfide e violente angherie del colonello Strickland (Michael Shannon), che ha l’ordine di uccidere e vivisezionare l’uomo-anfibio.

  • Tra realtà e fantasia

“La forma dell’acqua” è un film incastonato tra la fantasia sognante e la realtà aspra e cruda. Come accaduto per “Il labirinto del fauno”, Del Toro dà vita ad un’opera dai toni fiabescamente poetici, modellati in un mondo chiaro, definito e vero, ma conseguenzialmente, duro e malvagio. Alla figura dei due innamorati, così diversi nell’aspetto eppure così simili nelle volontà, entrambi sofferenti e soli, candidi ma ugualmente forti, indomabili e “selvaggi” nelle loro voglie di libertà e d’affermazione, si contrappone la figura del colonnello Strickland, uomo crudele, meschino, intollerante ed efferato assassino. Il lungometraggio oscilla quindi, continuamente, da una vena fantastica, romanticamente intellegibile, tersa, passionale e sensibilmente erotica ad un’altra vena spiccatamente violenta, bassa e sordida, a tratti anche volgare e cruenta. Durante lo scorrere del film, qualche breve scena esageratamente brutale o tipicamente spinta darà l’impressione d’essere fuori contesto, gratuita se non addirittura inopportuna, come fosse estrapolata da un altro lungometraggio e inserita prepotentemente in quest’ultimo. E’ la fantasia che fa i conti con la dura realtà.

“The shape of water” è un film d’amore, un’opera che cerca di abbattere le barriere, e che vuol narrare il destino di due insoliti innamorati. Il tema della diversità viene accentuato, oltre che dalla differenziazione estetica che intercorre tra la donna e il mostro, dal costante alone di razzismo, d’apatia e di diffidenza, riscontrabile come un’avviluppante esalazione velenosa nell’epoca in cui il film è ambientato. Il mal celato senso di superiorità, riservato nei confronti delle persone di colore, che emana l’antagonista Strickland calca, per l’appunto, questo tema che risulta ancora oggi tristemente attuale. Il razzismo continua, purtroppo, ad essere una grave piaga del mondo contemporaneo.

Il film di Del Toro non è originale e neppure rivoluzionario. A tratti vi sembrerà di vedere una storia semplice, se non addirittura prevedibile, e lo svolgimento richiamerà uno schema strutturale già visto e, dunque, ben consolidato. Persino alcuni personaggi vi daranno l’idea d’essere scritti con più di qualche stereotipo. E ancora, al termine della visione, 13 nomination all’Oscar vi potranno sembrare un po’ eccessive. Se vi aspettate di vedere un’opera filmica innovativa e che narri qualcosa di mai narrato prima, resterete alquanto delusi. Qualcuno potrà, con insolenza, obiettare che Del Toro ha inscenato un sentimentalismo spicciolo. Ma “La forma dell’acqua” è, secondo me, emozione pura, a volte scontata altre piacevolmente inaspettata e coinvolgente. E’ un film fatto con amore, è la completa realizzazione di un artista che ha inserito in questo lavoro un frammento del proprio cuore, del proprio vissuto e del proprio sognato.

(Potete leggere il nostro articolo "Quello che più ci accomuna - Il mostro della laguna neracliccando qui. )

  • Dal Gill-Man ad Abe Sapiens

“La forma dell’acqua” rivisita, per certi versi, un classico del passato: “Il mostro della laguna nera”. La creatura ha i caratteri somatici del tutto somiglianti a quelli del celebre Gill-Man, il mostro che viveva in una sperduta laguna, formatasi dalle acque del Rio delle Amazzoni, mai perlustrata dall’uomo. Il Gill-Man, nel cult del 1954, si innamora della bella Kay Lawrence (Julie Adams) e desidera ardentemente rapirla e tenerla con sé nei pressi di una caverna che sorge vicino alla laguna. Del Toro racconta una storia, solo in minima parte, ispirata al classico della Universal, incentrata sulla remota eventualità che la donna possa ricambiare il sentimento della creatura, quest’ultima non più rappresentata come violenta ma quieta, doma e amorevolmente devota alla compagna dall’aspetto umano.

Personalmente, osservando le sembianze della creatura de “La forma dell’acqua” riesco ad intravedere con chiarezza, nascosti sotto quella patina d’inganno estetico, i lineamenti inconfondibili dell’attore Doug Jones. Definirli “inconfondibili” è magari una forzatura o forse questo aggettivo è da me intenzionalmente usato proprio in maniera ironica e candidamente beffarda. Doug Jones è un attore che ha prestato il proprio volto a dozzine di film a carattere fantasy e fantascientifico eppure, nonostante i suoi lineamenti siano così nitidi per chi ha imparato a seguire e ad apprezzare la sua carriera, in pochi riescono a riconoscerlo. Non si può certo affermare che ci si trovi difronte a dei tratti inconfondibili, dunque. Questo perché è un attore del tutto particolare: Doug Jones è l’interprete per antonomasia dei “mostri” moderni. Che sia un grande film o un semplice episodio di una serie televisiva di genere fantastico, se c’è un mostro dall’aspetto, per così dire, “inconsueto” state pur certi che dietro quegli innumerevoli strati di trucco si celerà il volto di Doug Jones. Egli è un attore eccezionale, che esprime ogni impercettibile emozione con un’invidiabile espressività, sebbene proprio le sue manifestazioni permangano sempre coperte da “maschere” di creature nate dalla fantasia più sferzante. E’ questo il suo grande talento, riuscire a trasmettere emozioni senza farsi vedere per com’è realmente, e infondere valore a un gesto e a una movenza espressi rispettivamente con la mano palmata o con l’andatura dinoccolata di un anfibio-umanoide che si muove sulla terraferma. Ebbene, guardando attentamente il volto di Jones occultato sotto vari strati di trucco, ho intravisto il volto di Abe. Come dite?! Chi sarebbe questo Abe? Abraham Sapiens, naturalmente, un’altra creatura anfibia dalla pelle squamosa e bluastra interpretata da Doug Jones in “Hellboy” ed “Hellboy – The Golden Army”, due film che recano sempre la firma di Guillermo Del Toro.

Anche Abe era ghiotto di uova, esattamente come la creatura de “La forma dell’acqua”, e come quest’ultima, anche Abe era dotato di poteri incredibili. Dilatando la sua mano palmata, Abe poteva sentire ciò che sfuggiva ai sensi dei comuni mortali. Nel silenzio, in quell’eloquente comunicazione tacita, in ciò che la parola non diceva e che la vista ignorava, con il tocco delle sue mani Abe poteva avvertire l’emozione altrui. Leggerla come fossero frasi scritte su di un foglio bianco. Un potere, questo, che avrebbe aiutato ancor di più Elisa a far sapere alla creatura ciò che provava per lei. Elisa è muta, non può comunicare con le parole, e il “mostro” non capirebbe ciò che nella lingua umana appare alle volte così facilmente comprensibile. I due sono separati da un’apparente incomunicabilità, se non confidassero nell’importanza dei gesti, dei segni, degli sguardi corrisposti, delle sensazioni, e delle meraviglie di un tocco. La creatura de “La forma dell’acqua” è anch’essa dotata di poteri, forse non del tutto simili a quelli di Abe, nondimeno, somiglia ugualmente a quell’essere, come se Doug Jones avesse trasposto in questa sua ultima interpretazione una parte del primo personaggio. Abe riusciva a carpire il sentimento con un lieve tocco, chissà se anche la creatura, una volta accostata la propria mano a quella di Elisa, riesca a tradurre in un significato, per lui cristallino, le sensazioni che la donna ha cominciato a sentire per lui.

  • La voce del mare

Elisa è muta, non può parlare anche se in un momento particolare il suo spirito vorrebbe urlare a squarciagola ciò che altrimenti impiegherebbe troppo tempo a manifestare con i segni. Sarà la musica, il canto, il sogno immaginifico di un ballo a darle la possibilità di mostrare apertamente tutto quello che serba nel suo cuore. Ogni storia che si rispetti tra una bella e una bestia possiede un momento magico di pura estasi amorosa, che trova linfa vitale nell’azione reciproca di un passo di danza. Sulle note di una dolce melodia, la bella e la bestia della Walt Disney danzavano in un’ampia sala affrescata dalla mano d’impareggiabili artisti. Il soffitto, vivo e pulsante come un cielo punteggiato di stelle, mostrava sagome di angioletti che si muovono e dall’alto osservano, come spettatori seduti sui posti privilegiati del firmamento, i due innamorati, Belle e la bestia, nell’atto di danzare. Era il capolavoro del 1991. Ancora, nel “King Kong” di Peter Jackson, su una lastra di ghiaccio, al lago di Central Park, l’enorme creatura danzava reggendo nel palmo della sua mano la bellissima e adorata Ann Darrow.

(Per leggere il nostro articolo "La bella e la bestia - 1991" cliccate qui. )

Del Toro riprende il momento della danza, e su di un accenno di palcoscenico, la creatura ed Elisa, improvvisamente, iniziano a ballare, con passi lenti ed armoniosi, alternati ad altri rapidi e scattanti. La donna canta, intona i versi del proprio madrigale, lei che non poteva parlare ma che, colma d’amore, è riuscita solo per qualche istante ad esprimersi con il linguaggio universale della musica. Quello tra Elisa e la creatura è un amore insolito che sboccia nella corrispondenza empatica: soli, prigionieri di un mondo che sembra non appartenere loro, si innamorano vicendevolmente perché entrambi tendono a completarsi in quanto anime solitarie e separate, le quali, soltanto adesso che si sono ritrovate si sentono veramente complete.

Ma se in “King Kong” la bestia combatteva per la sua Ann e moriva per lei, ne “La forma dell’acqua” di Del Toro, sarà la bella a salvare la creatura. In “King Kong” un arcano adagio recitava “Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella, e la bella fermò la bestia che da quel giorno in poi fu come morta”. Quando il colossale gorilla morirà sulla cima dell’Empire State Building, alcuni diranno che furono i biplani dell’esercito ad uccidere King Kong, ma verranno tristemente smentiti: è stata la bella ad uccidere la bestia. Consumato dall’amore impossibile per lei, King Kong si lascerà morire. Ne “La forma dell’acqua”, sul finire delle vicende, una volta liberata la creatura dal laboratorio che la teneva prigioniera e condottala sulle banchine, si potrà certamente affermare che in questa storia si è verificato l’esatto contrario: è stata la bella…a salvare la bestia.

(Potete leggere il nostro articolo "King Kong - Quand'ecco che la bestia vide in volto la bella..." cliccando qui. )

“La forma dell’acqua”, pur inscenando concetti già trattati nel cinema passato, come la diversità e l’amore impossibile nonché proibito, e l’emarginazione sociale, analizza con accuratezza, con grazia e con vivida sensibilità le precedenti tematiche elencate, infondendo in esse un tocco personale, così da far divenire questo film cinema in tutte le sue forme: in altre parole, arte allo stato puro. L’amore, l’accettazione della diversità, in quanto risorsa e non ostacolo, agognare l’annullamento dell’insano razzismo sono tutte tematiche già ampiamente trattate e mai divenute banali: un po’ come l’acqua, un bene prezioso, comune, spesso dato per scontato, un bene vitale a cui dobbiamo dare sempre un valore essenziale. L’acqua non ha forma propria, assume quella del recipiente che la contiene. In egual modo l’arte, la quale nasce senza forma, assume le intenzioni dell’artista che la plasma. E ancora come l’amore, che vive astrattamente e si incarna nelle forme e nelle anime corporee di due innamorati, che nuotano al di sotto dello specchio d’acqua restando abbracciati.

La creatura ha anch’essa salvato la bella e la tiene a sé, tra le sue braccia. Una scena che personalmente mi ha rievocato alla mente una sequenza di uno dei film da me più amati: “Spash – Una sirena a Manhattan”. Sul finale, Alan (Tom Hanks), tuffatosi in acqua per ricongiungersi alla sua amata Madison (Daryl Hannah), la sirena, giace privo di sensi, come fosse prossimo a morire perché incapace di nuotare. Ma sarà lei, col suo bacio, a riportarlo in vita e a permettergli di respirare sott’acqua. Una magia riprodotta ne “La forma dell’acqua”, in cui il bacio della creatura risveglierà dalla morte Elisa, che d’ora in poi potrà vivere con l’amato tra le onde. Elisa non dovrà più sentire il suono delle parole declamate dalle persone, quelle stesse parole che lei non poteva in alcun modo pronunciare. Ascolterà soltanto il rumore del mare, il suo canto, il fragore delle sue onde, il volere delle sue parole custodite nella salsedine.

(Per leggere il nostro articolo "Terra di seppia, mare blu cobalto: Splash - Una sirena a Manhattan" cliccate qui. )

  • Come Cenerentola…

Nella sequenza che mostra la creatura e Elisa nuotare abbracciati tra le acque, si intravede una scarpa scivolata via dal piede della donna che si inabissa sempre più, fino a scomparire nelle profondità del mare. Non sarà più recuperata, né servirà ad un principe per cercare colei a cui quella scarpetta appartiene. La creatura porterà Elisa con sé, e staranno insieme. Vivranno per sempre felici e contenti, come in una fiaba. E il finale, secondo il mio parere, si potrà collegare alla scena iniziale, in cui la casa di Elisa sarà tra le onde, perché è laggiù che vivrà la sua vita futura, come la principessa di un racconto fiabesco, come Cenerentola, come una dama degli abissi o una regina senza voce.

La fantasia ha avuto il sopravvento sulla realtà. E’ questo il più bel messaggio dell’opera di Guillermo Del Toro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era un mercoledì di tristi novelle quello che si consumò con la stessa rapidità di un fuscello avviluppato dal fuoco, in quel lontano 4 agosto del 1875.  Le ceneri del rametto si levarono alte e sparirono nel cielo come il soffio di un drago che borbotta tra sé e sé al crepuscolo. Una vita era cessata e con essa anche l’artificio produttivo di quell’uomo che aveva vissuto così intensamente. Hans Christian Andersen scrisse l’ultima pagina della fiaba della sua vita un tranquillo giorno di inizio agosto. La rigida copertina di quel tomo che aveva contenuto i passi esistenziali di questo percorso sulla Terra si chiuse. Andersen se ne andò con la consapevolezza di aver lasciato un’impronta del suo passaggio, indelebile come macchia di inchiostro su di un foglio immacolato. Le sue passioni, i suoi sentimenti, la prospettiva fiabesca con cui interpretò il mondo e si fece strada tra i sentieri favolistici della sua vita rimangono impressi nella letteratura. E’ desolante dover leggere l’ultimo capoverso di una vita, non tanto per la consapevolezza che anche la più sensibile delle esistenze ha un inizio e una fine, quanto per la presa di coscienza di tutto ciò che c’è stato prima di quell’ultimo atto. Davanti all’invenzione fantasiosa di una mente prolifica come quella di Andersen, viene spontaneo domandarsi, se avesse avuto un tempo maggiore da poter sfruttare, cosa avrebbe seguitato a raccontarci? Egli morì all’età di settant’anni, quando ancora la sua penna poteva dare vita e anima ai personaggi delle sue fiabe, agli animali dotati di parola e d’intelletto delle sue favole, e avrebbe potuto imprimere ulteriore caratura vitale a nuovi mondi, con cui essi avrebbero interagito. Ma nulla più accadde, e le restanti immaginazioni favolistiche di Andersen furono portate via dal vento e rilasciate, chissà, forse tra le rive del mare, per essere raccolte dalle medesime onde in cui visse la più cara delle sue “figlie”, quella Sirenetta con la quale Andersen scolpì il suo nome tra le mura rocciose del ricordo indelebile.

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta”, innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qualvolta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

Per leggere il nostro articolo "La Sirenetta - Dall'opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto" cliccate qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

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