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"Indiana Jones, la fine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La quinta e ultima avventura di Indiana Jones comincia con un qualcosa di simbolico. Nel buio si ode in sottofondo un suono ritmato che somiglia al crescente ticchettio di un orologio, o in alternativa al rumore provocato dagli ingranaggi di un congegno capace di misurare lo scorrere del tempo.

Il tempo, già. Il tempo è l’elemento portante su cui ruota l’intera vicenda nella quale cala definitivamente il sipario sul vissuto del famoso archeologo. Ma cos’è il tempo? Come potremmo definirlo?

Esiste realmente o non è altro che una convenzione umana?

Il tempo è una essenza astratta, che tutto domina. Esso esiste e… Passa. Il tempo è ineluttabile e, a suo modo, implacabile.

Rammentate, a tal proposito, l’enigma che la creatura Gollum rivolge a Bilbo Baggins ne “Lo Hobbit”?

Questa cosa ogni cosa divora,
ciò che ha vita, la fauna, la flora;
i re abbatte e così le città,
rode il ferro, la calce già dura;
e dei monti pianure farà.

La risposta a questo rompicapo è, per l’appunto, il tempo. Esso non ha forma, non ha aspetto, non può essere visto, descritto, osservato, ma può essere percepito. Il tempo scorre senza fine, fagocita tutto, piante, arbusti, fiori e animali. Disfa i secoli, sgretola le epoche, spezza nel suo incedere le dinastie, smantella le costruzioni dell’uomo, seppellisce le città sotto dune di sabbia e strati di terra. Solamente poche cose sopravvivono alle ingiurie del tempo, ai suoi fendenti letali. Queste suddette cose che perdurano nel volgere dei millenni sono le opere storiche, le sculture, gli edifici, gli oggetti e i manufatti, tutti i vari reperti che recano in essi le testimonianze di un passato che continua ad echeggiare nel presente. Gli storici, gli archeologi, gli studiosi del mondo antico riversano il loro amore su tali ritrovamenti, su quei resti, che siano ruderi o gruppi scultorei intatti o comunque ben conservati, poiché essi custodiscono frammenti di un tempo perduto.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo, sì, è sempre lui a farla da padrone. Il tempo non conosce clemenza nei riguardi dell’essere umano, e trascorre per tutti anche per gli eroi belli e aitanti che invecchiano come chiunque altro. Non è forse vero, dottor Jones?

Nella prima parte de “Il quadrante del destino” vi è una scena che mi ha colpito molto. No, non faccio riferimento ad una sequenza d’azione, ad uno dei combattimenti che Indiana imbastisce contro i suoi nemici giurati, i nazisti, e neppure ad una fuga rocambolesca compiuta sui vagoni di un treno repleto di cimeli trafugati dalle forze del Terzo Reich; mi riferisco, più che altro, ad una sequenza semplice, tranquilla, apparentemente “tediosa”, quella in cui Henry Jones, nelle sue vesti di professore universitario, sta tenendo una lezione nella sua aula.

Non è certamente la prima volta in cui vediamo il personaggio nei panni di un mite e colto docente. In ogni film della saga, eccezion fatta per “Il tempio maledetto”, vi è sempre un momento iniziale in cui l’avventuriero rindossa i suoi signorili abiti da insegnante e istruisce i suoi alunni. Eppure, ne “Il quadrante del destino” il contesto pare enormemente diverso, soprattutto se paragonato a ciò che avviene ne “I predatori dell’arca perduta”, il primo lungometraggio in cui appare il personaggio di Indiana Jones.

Ne “I predatori” miriamo una classe gremita, piena di studenti che prestano il massimo riguardo a ciò che il professor Jones sta dicendo. Tra quegli alunni vi è persino una studentessa seduta in prima fila, che osserva il professor Jones con sguardo incantato, quasi languido, rivolgendogli occhiate dolci e abbassando di tanto in tanto le palpebre sulle quali sembra ci siano scritte le parole: “Ti amo”. Il professor Jones si accorge di quella piccola frase "appuntata" sugli occhi della fanciulla, e rimane perplesso, confuso, quasi rapito per un istante, non riuscendo forse a carpire del tutto il senso di quelle tenere palpebre calate.

In questa sequenza vediamo il professor Jones giovane, nel pieno della maturità, ben voluto dagli studenti, rispettato dai ragazzi e ammirato dalle ragazze. Un professore nella fase più densa, più pregnante, soddisfacente della sua vita. Tutte quelle giovani menti pendono dalle sue labbra, si abbandonano alle sue parole, si appassionano all’archeologia che egli tratta e spiega con cura e dedizione, interessandosi ai racconti su tumuli dissotterrati, sepolcri rinvenuti, tombe situate fra le viscere delle piramidi, esplorate e riportate alla luce con i loro segreti e i loro tesori. Al contrario ne “Il quadrante del destino” vediamo un professore acciaccato, stanco, in là con gli anni che proprio non riesce a far presa sui suoi studenti.

L’aula è semivuota, e i pochi studenti che presenziano alla lezione sembrano distanti, distratti, annoiati, con la mente persa in altri lidi. Vi è una studentessa che mastica rumorosamente una gomma, un collega guarda svagatamente fuori dalla finestra, nessuno sembra badare a quello che il professor Jones sta proferendo. Questi domanda ai frequentatori del suo corso se hanno letto le pagine di studio previste per quella giornata. Con suo grosso rammarico si rende conto che nessuno studente lo ha fatto. Il “precettore” non demorde e imbecca i suoi “discepoli”. Con l’ausilio di un proiettore e delle immagini, il professor Jones racconta e mostra un evento del passato, una pagina di storia che ha segnato l’avvenuto. Egli fa cenno all’assedio romano alla città di Siracusa, alla strenua resistenza dei Siracusani coadiuvati dal loro più eminente concittadino, Archimede, un matematico e un inventore, che progettò degli specchi ustori, i quali deviando i raggi solari verso le navi nemiche davano loro inevitabilmente fuoco.

Nonostante la passione che il professor Jones mette nel rinarrare tali meravigliose imprese storiche, gli studenti appaiono seccati, sempre meno propensi ad ascoltare quanto viene detto. Di colpo irrompono in sala altre figure facenti parte dell’università, portandosi dietro un tavolino con su un televisore. L’entusiasmo misto a frenesia serpeggia improvvisamente tra gli studenti universitari. Il grande giorno è arrivato: gli astronauti vengono catturati in diretta televisiva.

Siamo nell’epoca della corsa allo spazio, ed è il giorno in cui la spedizione che ha guadagnato il suolo lunare ha fatto trionfalmente ritorno sulla Terra. L’America è in festa, e tutti i suoi abitanti rivolgono la propria considerazione a quell’importantissimo avvenimento, a quella conquista straordinaria che segnerà la storia. Tutti sono concentrati sul presente, nessuno di coloro che si trovano attorno al professor Jones ha voglia di pensare al passato, di rivangarlo, di scoprirlo, di studiarlo; nessuno ha voglia di riflettere su ciò che è stato, di ragionare sulla storia andata.

I più rivolgono la propria attenzione al presente, all’attimo fuggente, all’istante immediato, il passato non suscita più alcun sussulto. A nessuno sembra più appassionare l’archeologia, lo studio delle fonti, dei reperti pervenuti fino ai nostri giorni. La maggior parte delle persone vuole vivere il momento: la conquista dello spazio rappresenta qualcosa di incredibile, di rivoluzionario, un qualcosa di tremendamente affascinante, un traguardo che potrà aprire le porte di un avvenire inaspettato, tutto da scoprire. In quei giorni non conta ciò che è stato, conta ciò che è e ciò che sarà.

L’anziano Indiana Jones in questa atmosfera febbrile, che volge le proprie speranze e anche le proprie paure al futuro (vedasi la manifestazione per la fine della guerra in Vietnam e per la pace che si svolge parimenti in quello stesso giorno che sembra sottolineare la preoccupazione delle persone circa il fato a cui andranno incontro se il conflitto dovesse continuare), si sente inadatto, come un pesce fuor d’acqua, perché oramai vecchio, solo e non ha alcun interesse per ciò che il futuro ha in serbo. Indiana Jones si reputa alla stregua di un oggetto dimenticato, una reliquia da collezione deposta in un angolo di un’esposizione museale e abbandonata lì a prendere polvere.

Se tutti attorno a lui vivono con entusiasmo e una sana dose di ansia quel presente carico di possibilità, Indiana Jones proprio non riesce a mandarlo giù, a farselo piacere. Egli ha perduto il figlio in guerra e Marion, la sua adorata moglie, lo ha lasciato. Per il vegliardo Indiana non vi è più nulla per cui lottare.

E’ questo l’Indiana Jones che ci viene presentato in quest’ultima avventura: un uomo demotivato, disilluso, una figura ben lontana dall’eroe gioviale, spericolato, animato da quel savoir-faire autoironico e sarcastico, da quella brama di sondare l’ignoto, di scovare reperti inestimabili, magici e incredibili. Egli non è più animato dal desiderio di svegliarsi al mattino e di scoprire quale grande peripezia riserverà il giorno. A questo Indiana Jones non manca più il profumo del mare e neppure il tanfo delle vecchie necropoli. Eppure, il sole non è ancora destinato a tramontare su di lui. Vi è un'ultima, grande avventura da vivere.

Il reperto archeologico su cui ruota questa investigazione di Indiana Jones è il cosiddetto quadrante del destino, un manufatto attribuito ad Archimede, che secondo una leggenda ha la capacità di localizzare fratture temporali, fessure schiuse che, se varcate, potrebbero condurre in una determinata fase storica.

Ecco il tempo che ricorre come tematica portante dell’opera.

Nella sua ricerca per recuperare tutte le parti che compongono il quadrante, il dottor Jones dovrà vedersela nuovamente con un gruppo di nazisti sopravvissuti, che mirano ad ottenere la macchina di Anticitera per i propri scopi.

Da un lato l’opera filmica ci mostra un protagonista, Indiana Jones, tristemente assuefatto alla sua epoca, che la subisce passivamente e che, in fondo, si auspicherebbe quasi di abbandonarla perché egli crede non vi sia più nulla per lui; dall’altra parte il lungometraggio palesa un antagonista, Jürgen Voller, che prova repulsione per quella contemporaneità che lo avviluppa e si rivolta ad essa attivamente, volendo alterare il corso della storia, mutare il presente attraverso il passato: un nazista che pianifica di compiere un viaggio a ritroso nel tempo per sostituirsi al Führer e condurre la Germania alla vittoria.

L’avventura finale di Indiana Jones, come già detto, ha a che fare col tempo; il tempo, infatti, come un elemento astratto ma percettibile avvolge tutto il racconto visivo. Perfino gli oggetti presenti nella pellicola e che spuntano di tanto in tanto, tra un dialogo e l’altro, rievocano la presenza invisibile, indeterminata del tempo, sottolineandone la sua presenzialità ritmata e costante. Ad esempio, per festeggiare il pensionamento del professor Jones i colleghi gli fanno dono di un raffinato orologio da tavolo racchiuso in una custodia espositiva dorata. Mediante quello strumento viene enfatizzata la fine della carriera di Henry Jones, l’atto finale di quella specifica fase dell’esistenza del protagonista.

In seguito, Indiana Jones confessa di essere molto legato all’orologio con cinturino che porta con sé, poiché esso apparteneva a suo padre e costituisce per l’archeologo un dolce ricordo. Dunque proprio un orologio, lo strumento utilizzato dall’uomo per misurare il passare delle ore, è per Indy un oggetto speciale, che rievoca in lui il ricordo del papà. Ancora un ennesimo orologio viene rivenuto da Indiana Jones, con suo sommo stupore, nel sepolcro di Archimede, il grande matematico e inventore, che lo ha ancora al polso. Sul momento, il dottor Jones non riuscirà a capire come sia possibile che un uomo vissuto prima della nascita di Cristo abbia con sé un prodotto della modernità. L’unica risposta possibile è che Archimede abbia viaggiato nel tempo.

Ebbene è tutta una questione di tempo, un tempo che avanza a grandi passi, che plasma i giovani e irrigidisce i vecchi. “Indiana Jones e il quadrante del destino”, dietro le sue scene d’azione mozzafiato, il suo ritmo incalzante, offre una riflessione sull’asperità della terza età, sulle amarezze, gli errori commessi, i rimpianti, che possono fare capolino nella mente di un uomo, tormentandolo.

Il tempo per Indiana Jones sembra essere diventato un nemico, qualcosa che col suo incedere gli ha portato via i suoi affetti più cari e che sembra avergli lasciato veramente poco.

Ma il tempo, invero, avrà ancora qualcosa da riservare al nostro eroe. Qualcosa di assolutamente speciale. In quest’ultima avventura, Indiana compirà un’impresa senza precedenti: varcherà concretamente le porte del tempo e vedrà… La storia, o più precisamente una pagina di essa. Egli approderà nella Siracusa del 213 a.C. e assisterà all’assedio delle flotte romane, incontrando Archimede in carne ed ossa.

L’amore più grande della vita di Indiana Jones - il “fu”, la “storia” - si materializza dinanzi ai suoi occhi.

La storia, quella di cui si è invaghito fin dalla più tenera età, quella che ha studiato attraverso i suoi libri, attraverso le fonti, quella che ha rivissuto nei suoi viaggi, riosservato nelle sue spedizioni, ricostruito nei suoi ritrovamenti, quella che ha avvertito sulla sua pelle, quando si addentrava in luoghi dimenticati, sperduti, si è compiutamente manifestata al suo cospetto; in quel viaggio a ritroso nel tempo Indiana Jones ha finalmente coronato un sogno apparentemente irrealizzabile: ha vissuto la “storia”, non più solamente mediante le fonti, gli oggetti ritrovati, i resti, ma la storia com’era realmente, nella sua bellezza nuda e cruda, nella sua sostanza ed essenza.

La fantasia, l’immaginazione, il sogno proibito di ogni amante del mondo classico è mirare ciò che è stato con i propri occhi, e Indiana ce l’ha fatta.

Il dottor Jones, ferito, vorrebbe fermarsi laggiù, lasciarsi morire in quel passato che egli ha tanto amato. Ma non può farlo. Egli appartiene al Novecento, al suo mondo. Dunque verrà riportato indietro.

Ma cosa c’era ad attendere Indiana Jones? La sua epoca, il suo presente, avevano ancora qualcosa da offrire? Il tempo sarebbe stato nuovamente generoso? Oppure egli avrebbe dovuto temerlo con tutto sé stesso?

Capitano Uncino, il celebre antagonista del romanzo di J. M. Barrie, aveva paura del tempo che passava. Solamente vedere oscillare un pendolo o sentire il tic tac di un orologio da taschino lo mandava in paranoia. Uncino era perseguitato da un coccodrillo che voleva banchettare con la sua carne. Quel rettile aveva ingurgitato una sveglia che ticchettava inquietantemente, preannunciandone la venuta. Ogni qualvolta Uncino sentiva quel ticchettare sapeva che la morte si avvicinava, pronta a coglierlo, a inghiottirlo. Invero, quel coccodrillo era una metafora: esso rappresentava il tempo che non conosce sosta, fine, che giunge per minacciare l’essere umano, per spaventarlo, per ricordargli che invecchierà, che non resterà sempre giovane, che prima o poi dovrà morire. Il tempo, come le fauci di un coccodrillo, addenta, stritola e divora lentamente. Questa consapevolezza terrorizzava Uncino. Egli non aveva di che sperare, era un’anima sola, malinconica, senza amore. Il tempo per Uncino non aveva nulla di bello da mettere a disposizione.

Nel presente, Indiana Jones scoprirà che il tempo, per lui, non è stato davvero inclemente. Indiana non avrà lo stesso destino mesto e solitario di Capitan Uncino. Tutt’altro, Henry Jones si renderà conto che vi è ancora l’opportunità per ricucire i vecchi strappi, per sanare le ferite ancora aperte.

Una vita, finché si ha la possibilità di viverla, merita di essere vissuta con pienezza, poiché essa può riservare sempre qualcosa di bello, sensazioni ed esperienze nuove. Indiana ritroverà l’amore che temeva di aver perso, si ricongiungerà a Marion, il tesoro più prezioso che egli abbia mai rintracciato nelle sue innumerevoli esplorazioni, riabbracciandola e baciandola.

"Indiana Jones, il principio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il tempo per Indiana Jones non è cessato, il suo orologio continua a girare. Non è mai troppo tardi per tornare in pista, non si è mai troppo vecchi per rimettersi in gioco, non si è mai veramente stanchi per smettere di sperare, di amare, di sognare, per vestirsi di tutto punto e correre verso un’altra avventura, riacciuffando, come da consuetudine, quel cappello fedora.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Alcuni film citati in questo articolo vi aspettano ai seguenti link:

Andata e ritorno, un racconto umano della Terra di Mezzo: primo capitolo – “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato”

“Hook Capitan Uncino” – Un pensiero felice

Trovate di seguito altri articoli sulla saga di Indiana Jones:

“I predatori dell’arca perduta” – La prima avventura non si scorda mai

“INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO” – Un cult da riscoprire

Recensione “Indiana Jones e l’ultima crociata”

Recensione "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo"

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Anno: 1971, nei cinema statunitensi esce “L’uomo che fuggì dal futuro” (in lingua originale THX 1138) la prima pellicola diretta da George Lucas, quella che per prima mostrò le sue attitudini al genere fantascientifico e la sua abilità nel creare un mondo distopico e futuristico, perfettamente plausibile e comprensibile anche agli occhi di chi lo osserva con un certo “distacco emozionale”. Due anni dopo sarà la volta di “American Graffiti” in cui la malinconia per i trascorsi anni '50 e '60 si mischierà in un agglomerato nostalgico, sorretto magistralmente da una colonna sonora indimenticabile. Negli anni '80 proprio George Lucas ideerà il personaggio dell’archeologo Indiana Jones, affidando la regia all’amico Steven Spielberg, in una trilogia (negli anni duemila uscirà anche un quarto episodio) di grande successo. Delle opere del tutto diverse tra loro, eppure, accomunate da una comune origine: essere state partoriti dalla mente di un medesimo autore.
Ma chi è, davvero, George Lucas?

Per parlare appieno della sua figura dobbiamo trattare della sua creatura più complessa e famosa, ma per farlo, dobbiamo fare un balzo all’indietro e tornare al 1977.

“Star Wars” vide la luce anche grazie al successo del precedente “American Graffiti” che indusse i produttori a dar vita al progetto tanto desiderato da Lucas stesso. Il 1977 segnò l’inizio di una Space Opera che accompagnerà Lucas in una lavorazione impegnativa e indimenticabile per quasi trent’anni. A Star Wars (in seguito ribattezzato Episodio IV – Una nuova speranza) seguirono “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” (futuri episodio V e VI). Il culto che si erse attorno a quella che oggi conosciamo con il nome di trilogia classica fu dettato, principalmente, dal potere evocativo e fantastico che l’opera riuscì ad emanare, meravigliando il mondo intero per gli innovativi effetti speciali, per la trama ricca di colpi di scena, e per le tematiche, semplici ma ugualmente complesse, nel mostrare lo scontro tra il bene al male, una ribellione a un’oppressione dittatoriale e il rapporto di rimorso e sofferenza del celebre personaggio di Darth Vader, dapprima antagonista della trilogia, in seguito assoluto protagonista della saga. Con l’enorme successo che ottenne il primo film in ordine di produzione, Lucas divenne milionario grazie soprattutto alle sue spiccate intuizioni di marketing, che gli permisero di fondare la LucasFilm, casa di produzione con cui poté, con i diritti d’autore, ottenere ogni ricavato possibile delle sue successive opere. Con la fondazione della Lucasfilm e della LucasArt, poté inoltre produrre una moltitudine di gadget e videogiochi legati all’universo di Star Wars, che spopolarono tra i collezionisti e gli amanti della saga, ampliando i ricavati dei suoi lavori.

La fine degli anni ‘90 e le migliorie avvenute nel settore degli effetti speciali, spinsero Lucas a riprendere la lavorazione sulla sua opera più celebre, avendo da sempre avuto in mente l’idea di esplorare la mitologia di Guerre Stellari e di mostrare ciò che era accaduto prima di Episodio IV:  gli anni della Repubblica e della sua successiva decadenza, i Jedi nel loro massimo splendore, l’ascesa dell’Imperatore Palpatine e, naturalmente, la caduta di Anakin Skywalker nell’oscurità. Cominciò così a lavorare alla stesura dei copioni che avrebbero formato la cosiddetta Trilogia Prequel, una serie di tre nuovi film che avrebbero delineato la tragedia di Darth Vader nella sua trasformazione. La nuova trilogia verrà interamente diretta da Lucas stesso, potendo vantare effetti speciali all’avanguardia, ben superiori ad ogni altra pellicola del periodo.
Gli episodi I-II e III non otterranno il plauso universale dei vecchi fan (che a mio modesto parere provavano aspettative fin troppo irragionevoli e irraggiungibili) pur creandone di nuovi, ma vanteranno invece enormi incassi ai botteghini, ottenendo anche un significativo apprezzamento de parte della critica per il terzo e, a quel tempo, conclusivo episodio della serie (Star Wars Episodio III - La vendetta dei Sith).

La nuova trilogia emanò, dal canto suo, suggestione visiva e potenza combattiva affascinando molti spettatori con i coreografici e spettacolari duelli con le spade laser. Le articolare dinamiche politiche che porteranno alla caduta della Repubblica e allo scoppio della Guerra dei Cloni saranno dei momenti decisivi per l’evolversi della storia che si riallaccerà, senza particolari incongruenze, alla trilogia classica. Da contrappunto romantico allo scenario battagliero, venne mostrata la tragica storia d’amore tra Anakin (Hayden Christensen) e Padmé (Natalie Portman) che portò allo straziante cambiamento del padre di Luke (Mark Hamill) e Leia (Carrie Fisher). Con la trilogia Prequel, Lucas amplificò la propria mitologia, inventando mondi nuovi, pianeti concepiti con un solo e vasto ecosistema e ricreando creature dall’aspetto variegato.  Al termine di un lavoro cominciato nel 1977 e terminato nel 2005, la storia completa della saga e rappresentata nella sua interezza tramite l’esalogia di Star Wars poté essere ritenuta una delle più emozionanti della storia del cinema.

Le spade laser, il credo religioso dettato dalla celebre frase “che la forza sia con te…”, i Jedi, il lato Oscuro e molto altro, sono caratteristiche peculiari della saga, ampiamente riconoscibili anche dal fan meno esperto; ma la maestria di Lucas e dei suoi collaboratori non si fermò a questo. La saga di Star Wars ebbe il merito di creare, lungo l’arco narrativo dei sei film, un universo capace di abbracciare i campi interpretativi più disparati.

La religione fu uno degli elementi principalmente trattati, alimentata dal credo in una forza unificatrice e rievocata dall’immacolata concezione di Anakin che rivisita la nascita del Cristo, una figura sacra, mistificata come fosse il messia di un ordine che cederà alle tentazioni di un diavolo portatore di morte (l’Imperatore).

La filosofia etica e morale fu un’altra strada che la Space-Opera decise di percorrere: il rapporto uomo – macchina tanto discusso nella figura di Vader, la morte e la resurrezione su Mustafar, il passaggio generazionale tra il padre e il figlio che spesso prenderà le pieghe di un destino comune che sembra gravare sul fato tanto del genitore quanto del discendente.

Ebbe una resa d'altrettanto spessore la sfera politica e storica, vivida con le sue molteplici sfaccettature dittatoriali e i passi di una rivoluzione agognata, inseguita e perpetrata da un popolo ribelle e democratico che si oppone al potere tirannico.

L’aspetto fiabesco di base fu quello maggiormente esaltato: l’eterna sfida tra il bene e il male, concetto che, per come verrà trattato, andrà ben oltre la più semplicistica dicotomia non palesando soltanto schieramenti tra due fazioni, ma analizzando il tormento interiore che dilania l’anima di Darth Vader. L’amore, il rimorso, l’affetto, l’attaccamento sono al centro del progetto, e rappresentano il cuore di Star Wars. Se questa saga ha raggiunto e mantenuto un tale successo per anni non dipende solo e certamente dalle battaglie nello spazio, ma sono i personaggi, le loro sofferenze, i loro amori e le loro speranze compiute o drammaticamente fallite, a rendere quest’opera così unica e impareggiabile.

George Lucas ha dedicato gran parte della sua vita all’universo di Star Wars, curando non soltanto l’esalogia cinematografica, ma anche una serie d’animazione in digitale, ben accolta dal pubblico e dalla critica, durata sei stagioni e ambientata tra il secondo e terzo film della serie, in piena guerra dei cloni. L’universo da lui creato non ha mai conosciuto limiti esplorando anche l’arte del fumetto e delle Graphic Novel.

Questo mondo fantascientifico è entrato talmente tanto nell’immaginario collettivo da venir interpretato (erroneamente) come un prodotto del popolo più che del suo creatore. Per anni i fan più morbosi hanno creduto di conoscere la saga di Star Wars meglio di chi l’ha plasmata, affermando di scindere le scelte narrative giuste da quelle sbagliate ben più di Lucas stesso. E’ questo pensiero purista che ha portato a critiche esagerate e ingiustificate impedendo a molti di apprezzare tutto ciò che veniva mostrato per ampliare la mitologia di un universo così vasto, vero e proprio elogio alla fantasia umana. La figura di Lucas da molti è stata sia venerata che offesa, rea di aver creato un mondo così penetrante da indurre i suoi stessi fan a non riuscire a discernere la gratitudine per ciò che possono amare, dall’attaccamento morboso a ciò che rappresenta per loro Guerre stellari. 

Star Wars è da ritenersi una mitologia amalgamata alla realtà intima di ogni singolo fan.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters