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"Il labirinto del fauno" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Una sirena che “nuota” nel bosco

Nel buio, si ode una nenia accorata. L’eco della natura silente si riempie di una ninnananna sepolcrale, effusa con voce appena intonata che dà serenità ma anche una flebile e desolante mestizia. Una piccola bambina giace distesa, piange, è spaventata e perde sangue. Tutto ridiventa buio, e della giovane non vi è più traccia.

Tanto tempo fa, esisteva una foresta verdeggiante e piena di salute. L’aria che vi si respirava in quegli spazi di boscaglia era pura ed incontaminata. Il vento che a tratti soffiava aveva un tocco carezzevole. Gli alberi erano secolari. I grossi fusti custodivano scrigni di vita, e le robuste radici affondavano sicure nel terreno, protraendosi fin dove l’occhio non vedeva ma la mente immaginava. Dai tronchi, si dipanavano dozzine e dozzine di rami, tanto alti da lambire quasi le nuvole del cielo. Quei giganti della natura recavano nel tronco delle piccole fessure, nascoste tra le fronde, dentro le quali vivevano delle fatine. Tali creature avevano un corpo spoglio, ossuto, pallido, e dalle loro schiene spuntavano minuscole ali fatte con i petali dei fiori. Non erano graziose come quelle dei racconti popolari, anzi parevano essere piccoli “insetti” fugaci e rapidi. Qualcuno, vedendole, avrebbe potuto definirle sgradevoli, persino grottesche. Esse però sfuggivano all’attenzione dei curiosi.

Si è soliti descrivere le fate come essenze soavi e delicate. I mostri, invece, sono sovente ritratti come orribili alla vista poiché sono soliti personificare la perfidia e la deformità. Invero, ciò che appare mostruoso può rivelarsi buono e a volte tristo. Quello che sembra “normale” ed umano, al contempo, può essere candido o malvagio. Le fatine erano “diverse”, non certo splendide alla vista ma erano buone. Nessuno le vedeva mai, esse volteggiavano di ramo in ramo attendendo, ormai da tanto tempo, il ritorno di una principessa scomparsa.

  • La vita è dolore, altezza. Chi dice il contrario lo fa per convenienza”.

Questa frase la disse il garzone di una fattoria, divenuto un pirata dal nero costume, in una storia fantastica di parecchi anni addietro. La vita è spesso cadenzata dalla sofferenza, dalla rinuncia. Se esistesse un luogo immacolato ed immateriale, dove l’angoscia non troverebbe terreno fertile per germogliare, chi mai vorrebbe abbandonarlo? Molti anni or sono, nel regno sotterraneo, dove il dolore e la cattiveria non esistevano, viveva una principessa figlia di un giusto Re. La ragazza era spinta da una curiosità insaziabile e sognava il mondo degli umani. Voleva vedere il cielo azzurro, sentire il tocco delicato della brezza estiva, lo sfavillio del sole. Un giorno, fuggì di soppiatto, ma appena fuori, i raggi accesi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse, ed il suo corpo patì il freddo e la malattia. Dopo qualche anno, spirò in solitudine, in quel bosco dimenticato dal tempo. Nonostante tutto, il Re era certo che l'anima della principessa avrebbe, un giorno, fatto ritorno, magari incarnata in un altro corpo da bambina. Il padre l’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro, fino a che il mondo non avesse smesso di girare. Molti anni dopo, un gruppo di rivoltosi spagnoli, trova nascondiglio proprio in quel bosco colmo di segreti.

La principessa del racconto di Del Toro, come una sirenetta innamorata, si era invaghita di un mondo lontano, sconosciuto e tanto diverso da quello al quale apparteneva. Anch’ella, attratta dal regno degli uomini, emerse dal reame sotterraneo, allo stesso modo di come fece la principessa che viveva tra le onde, la quale venne su dalle profondità del mare. Ambedue, nel calcare il suolo dei mortali, patirono un dolore acuto, un malessere lacerante che le condurrà ad una morte disperata. Se la sirenetta si era dissolta in spuma del mare prima di trovare salvezza come anima immortale, la giovinetta aveva, invece, smarrito se stessa ed il proprio spirito, che vagò a lungo senza un corpo, prima di rinascere come Ofelia.

  • Strega cieca

Ofelia è una ragazzina dolce, innocente, orfana di padre, che vive con la madre Carmen, la quale ha convolato a seconde nozze con lo spietato capitano Vidal, efferato servitore del regime dittatoriale proclamato da Francisco Franco. L'avamposto militare deputato a stanare e annientare gli oppositori è posto sotto il comando di Vidal, che ha chiamato a sé la moglie, incinta, perché vuole che partorisca presso di lui. Carmen, nell’intraprendere il suo disagevole viaggio, porta con sé Ofelia.

La veridicità storica fa da scorcio allo svolgersi sovrannaturale degli eventi, creando un affresco in cui la cruda realità e la speranzosa immaginazione si fondono, dando così vivezza ad un’opera composita, eterogenea, oscillante tra fede ed incertezza. Questa realtà si mescola alla fantasia sferzante vissuta ad occhi aperti dalla protagonista che, oppressa da un patrigno amorale e violento, afflitta da una grande pena arrecatale dallo stato di salute della madre, prossima a morire, troverà rifugio nel mondo fiabesco che ha sede laggiù, nei pressi di quella foresta incantata.

Le fate, una volta avvistata Ofelia, la riconoscono come la regnante perduta. Decidono così di attendere il calar delle tenebre per farle visita e svegliarla. Nottetempo, le stesse la conducono verso un antico labirinto, al centro del quale sorge una scalinata di pietra che conduce ad una stanza segreta. Alle “pendici” di quella gradinata, la piccola s’imbatte in Pan, un fauno che le rivela le sue nobili origini. Pan vuol portare Ofelia con sé, dalla sua regale famiglia, lontana dal mondo triste nel quale è rimasta confinata. Tuttavia, per poter accedere al sottosuolo, ella dovrà prima superare tre prove dure ed insidiose.

"Ofelia e Pan" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Abbandonata a se stessa, Ofelia trova nel fauno e nella governante Mercedes la sua sola protezione. L’esistenza della piccola procede, però, nella solitudine, nell’incomprensione, nel dolore di una vita amara. I lamenti laconici della bimba sembrano disperdersi nel vento, come le strofe di una “filastrocca” cantata a bassa voce. La colonna sonora della pellicola cattura e manifesta il dramma di questa piccina, rifugiatasi nell’abbraccio del suo fauno.  Il grido di dolore di Ofelia è sommesso, non si manifesta con un urlo disperato ma con una melodia emessa dal cuore e strozzata dalle corde vocali stanche e provate dal troppo soffrire. Il canto che esprime il sentimento di Ofelia è un acuto lieve, appena accennato, mesto.

Dopo aver recuperato una chiave dal ventre di un rospo gigante, Ofelia deve rinvenire un prezioso pugnale nella tana dell’Uomo Pallido, una terrificante creatura dalla pelle chiazzata, flaccida, rugosa e cadente, sprovvisto di occhi e divoratore di bambini. Il mostro giace immobile, senza dar adito di possedere alcuna movenza, al culmine di una lunga tavola imbandita con gustose prelibatezze. Il suo aspetto agghiacciante rimanda al Tenome della cultura giapponese. Ofelia recupera in fretta il pugnale, ma è troppo affamata per fuggire senza dare un assaggio a tutte quelle delizie. Subito dopo aver mandato giù dell’uva, l’Uomo Pallido si risveglia, afferra da un vassoio d’argento degli occhi, e li innesta in due fessure scavate nel palmo delle sue orripilanti mani, portando poi le stesse, schiuse, all’altezza del viso, per vedere chi va là.

Come Hansel e Gretel, i due fratellini che, spinti dalla fame, si avventurarono nella casa di marzapane della strega cattiva, anche Ofelia, vinta dal desiderio di nutrirsi, rischiò di cadere preda di una creatura raccapricciante. La strega della fiaba dei fratelli Grimm era tremendamente miope, l’uomo Pallido, invece, ha gli occhi staccati dalle orbite, ed è lento e compassato. E’ come se entrambi testimoniassero un male cieco, atavico, che aggredisce i bambini pieni di vitalità per ingurgitare la loro giovinezza.

  • La piccola fiammiferaia

Ad Ofelia non resta che superare l’ultima prova, la più ardua. Rimasta sola, al freddo, in una notte tumultuosa, piena di fuochi, esplosioni e scoppiettii, la piccola non ha più alcun riparo in quel mondo nel quale ha tanto patito. Ofelia è una piccola fiammiferaia, eppure, nel cuore di quel dedalo, ella non ha alcun fiammifero da accendere per riscaldare il proprio corpo infreddolito.

La piccola fiammiferaia, al contrario di Ofelia, era rimasta fuori tutta la notte dell’ultimo dell’anno. Il freddo la stava uccidendo, ma non osava rientrare a casa, perché sapeva che il patrigno le avrebbe fatto molto male. Nel tentativo di scaldarsi, la piccola cominciò a sfregare la capocchia di un fiammifero, e poi un altro ed un altro ancora. Per ogni legnetto acceso, la giovinetta vedeva un’immagine splendida e beata che le riscaldava il cuore, prossimo a scandire i restanti battiti. L’ultimo fiammifero che aveva tra le dita gelide di morte, una volta acceso, le fece vedere la sua amata nonna, discesa dai pascoli di nuvole per prenderla in braccio e portarla su in cielo. La povera e casta protagonista della fiaba anderseniana, cessando di esistere, raggiunge la felicità in un giardino di delizie.

Ofelia ha il corpo freddo e le mani ghiacciate, giace ferita, adagiata a terra come la piccola fiammiferaia quando venne ritrovata il mattino dopo, alle prime luci del nuovo anno. Il sangue innocente di Ofelia bagna il suolo sacro, aprendo la via verso l’ultraterreno, verso i Campi Elisi siffatti di estasi. L’anima della protagonista conquista col proprio sacrificio il regno del sottosuolo, dove si ricongiunge, finalmente, alla madre e al padre. Rimasta con gli occhi sbarrati, tra la peritura veglia ed il sonno eterno, Ofelia scorge se stessa, placida e felice, e muore. L’anima liliale vola via e con essa il corpo intemerato.

Il sangue sgorga come lascito d’addio, ma dal suo scorrere copioso non nascerà un narciso. Nell’albero cavo, sito nei pressi della foresta magica, sboccerà un fiore bianco e delicato come un giglio, ultima prova del passaggio di Ofelia sul piano terrestre.

Le scarpette rosse

 

Vermiglio, ricamato con petali di rose, è il vestito che Ofelia indossa nel suo reame rifulgente d’oro, e rosse sono le scarpe che calza ai piedi. Tutti l’applaudono, tutti la accolgono festanti al suo arrivo. Nessuno, in quell’elisio aureo, domanda ad Ofelia delle sue scarpette rosse, nessun altro le chiede di danzare.

L'Ofelia di Millais

 

  • Paradiso “amletico”

Mercedes le si avvicina quando è ormai troppo tardi, ed intona per lei un canto funebre, quella ninnananna malinconica che accompagna la dolce protagonista nel suo ultimo viaggio. Nel trapasso, Ofelia sfugge al dolore corporale, e ascende ad un paradiso fiabesco e ammaliante.

L’Ofelia di William Shakespeare aveva ceduto alla follia, oppressa da un amore mai corrisposto per Amleto. Ella morirà, dondolata dalle onde, scomparendo tra le acque di un lago. Anche la piccola Ofelia morrà in un lago, creatosi dal suo stesso sangue, non fatto d’acqua cristallina, senza mai aver ceduto alla pazzia, ma discernendo sino alla fine il mondo reale, crudele e infingardo, dal mondo fantastico, angelico e puro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenzione pericolo SPOILER!!!!

  • Principessa negli abissi

Come dovrei cominciare a raccontarvi questa storia? Per prima cosa, dovrei porgervi la mano, cari lettori, e una volta afferrata vorrei invitarvi a seguirmi. Vi suggerirei di mantenere la calma e di fare un bel respiro profondo, perché di lì a breve dovrete essere pronti a lasciarvi andare. Supponete d’essere in cima ad un’altura, che volge a strapiombo sul mare. Da lassù, dovremmo raccogliere tutto il dovuto coraggio per compiere quel salto prodigioso. Un tuffo tra le acque! Perché “La forma dell’acqua” è una caduta vertiginosa da un immaginario trampolino posto sulla vetta più alta di un massiccio roccioso che si affaccia su un mare senza confini. Una volta acquisito il coraggio di gettarsi da una simile altezza, ne deriva un precipitare vorticoso in grado di far emergere un turbinio d’emozioni che vanno ad assumere aspetto e forma nell’acqua, in quell’acqua salmastra che raggiungeremo al termine del nostro sprofondare.

Inizia sotto la superficie dell’acqua il film, e la camera si muove tra le pareti di una casa inondata, nelle stanze di un “regno” sommerso. I mobili e le sedie restano come sospesi nel vuoto. Sembra galleggino ma in effetti stanno pian piano per toccare il fondo. La scena di apertura de “La forma dell’acqua” somiglia ad un quadro di Dalì, in cui la tela cattura e immobilizza con marcato surrealismo la visione onirica di una realtà sospesa.

Tra gli oggetti che si muovono, dondolati dai fluttui, s’intravede la sagoma di una donna dormiente, cullata anch’ella dalla corrente, che finisce il suo lento ma inesorabile precipitare proprio su di un soffice divano su cui si adagia e si distende. D’un tratto l’acqua sparisce, il mare tutto intorno si dissolve, e questa casa, che pareva essere la dimora della principessa di un regno sommerso uscito dalle fiabe, diviene una casa come un’altra. Dall’acqua si è così passati alla terraferma, da un illusorio scenario marino siamo giunti ad un qualunque spazio terrestre.

La donna in questione si è appena svegliata. A Baltimora, è una mattina del 1962. Ci troviamo in piena Guerra Fredda. Elisa (Sally Hawkins), la nostra meravigliosa protagonista, è una donna affetta da mutismo, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo americano in cui si effettuano esperimenti segreti. Un bel giorno al laboratorio viene portata una cisterna piena d’acqua, nella quale è tenuta prigioniera una strana creatura anfibia, dall'aspetto pressoché umanoide. La creatura è stata scoperta in Amazzonia e quindi catturata, proprio dove gli indigeni la veneravano come fosse un dio sceso in terra e che vive tra le acque. Elisa, nei giorni successivi, comincia a relazionarsi in gran segreto con la creatura, avvicinandosi alla vasca nella quale è rinchiusa. La donna, inaspettatamente, si innamora perdutamente dell’essere e decide di salvarlo dalle perfide e violente angherie del colonello Strickland (Michael Shannon), che ha l’ordine di uccidere e vivisezionare l’uomo-anfibio.

  • Tra realtà e fantasia

“La forma dell’acqua” è un film incastonato tra la fantasia sognante e la realtà aspra e cruda. Come accaduto per “Il labirinto del fauno”, Del Toro dà vita ad un’opera dai toni fiabescamente poetici, modellati in un mondo chiaro, definito e vero, ma conseguenzialmente, duro e malvagio. Alla figura dei due innamorati, così diversi nell’aspetto eppure così simili nelle volontà, entrambi sofferenti e soli, candidi ma ugualmente forti, indomabili e “selvaggi” nelle loro voglie di libertà e d’affermazione, si contrappone la figura del colonnello Strickland, uomo crudele, meschino, intollerante ed efferato assassino. Il lungometraggio oscilla quindi, continuamente, da una vena fantastica, romanticamente intellegibile, tersa, passionale e sensibilmente erotica ad un’altra vena spiccatamente violenta, bassa e sordida, a tratti anche volgare e cruenta. Durante lo scorrere del film, qualche breve scena esageratamente brutale o tipicamente spinta darà l’impressione d’essere fuori contesto, gratuita se non addirittura inopportuna, come fosse estrapolata da un altro lungometraggio e inserita prepotentemente in quest’ultimo. E’ la fantasia che fa i conti con la dura realtà.

“The shape of water” è un film d’amore, un’opera che cerca di abbattere le barriere, e che vuol narrare il destino di due insoliti innamorati. Il tema della diversità viene accentuato, oltre che dalla differenziazione estetica che intercorre tra la donna e il mostro, dal costante alone di razzismo, d’apatia e di diffidenza, riscontrabile come un’avviluppante esalazione velenosa nell’epoca in cui il film è ambientato. Il mal celato senso di superiorità, riservato nei confronti delle persone di colore, che emana l’antagonista Strickland calca, per l’appunto, questo tema che risulta ancora oggi tristemente attuale. Il razzismo continua, purtroppo, ad essere una grave piaga del mondo contemporaneo.

Il film di Del Toro non è originale e neppure rivoluzionario. A tratti vi sembrerà di vedere una storia semplice, se non addirittura prevedibile, e lo svolgimento richiamerà uno schema strutturale già visto e, dunque, ben consolidato. Persino alcuni personaggi vi daranno l’idea d’essere scritti con più di qualche stereotipo. E ancora, al termine della visione, 13 nomination all’Oscar vi potranno sembrare un po’ eccessive. Se vi aspettate di vedere un’opera filmica innovativa e che narri qualcosa di mai narrato prima, resterete alquanto delusi. Qualcuno potrà, con insolenza, obiettare che Del Toro ha inscenato un sentimentalismo spicciolo. Ma “La forma dell’acqua” è, secondo me, emozione pura, a volte scontata altre piacevolmente inaspettata e coinvolgente. E’ un film fatto con amore, è la completa realizzazione di un artista che ha inserito in questo lavoro un frammento del proprio cuore, del proprio vissuto e del proprio sognato.

(Potete leggere il nostro articolo "Quello che più ci accomuna - Il mostro della laguna neracliccando qui. )

  • Dal Gill-Man ad Abe Sapiens

“La forma dell’acqua” rivisita, per certi versi, un classico del passato: “Il mostro della laguna nera”. La creatura ha i caratteri somatici del tutto somiglianti a quelli del celebre Gill-Man, il mostro che viveva in una sperduta laguna, formatasi dalle acque del Rio delle Amazzoni, mai perlustrata dall’uomo. Il Gill-Man, nel cult del 1954, si innamora della bella Kay Lawrence (Julie Adams) e desidera ardentemente rapirla e tenerla con sé nei pressi di una caverna che sorge vicino alla laguna. Del Toro racconta una storia, solo in minima parte, ispirata al classico della Universal, incentrata sulla remota eventualità che la donna possa ricambiare il sentimento della creatura, quest’ultima non più rappresentata come violenta ma quieta, doma e amorevolmente devota alla compagna dall’aspetto umano.

Personalmente, osservando le sembianze della creatura de “La forma dell’acqua” riesco ad intravedere con chiarezza, nascosti sotto quella patina d’inganno estetico, i lineamenti inconfondibili dell’attore Doug Jones. Definirli “inconfondibili” è magari una forzatura o forse questo aggettivo è da me intenzionalmente usato proprio in maniera ironica e candidamente beffarda. Doug Jones è un attore che ha prestato il proprio volto a dozzine di film a carattere fantasy e fantascientifico eppure, nonostante i suoi lineamenti siano così nitidi per chi ha imparato a seguire e ad apprezzare la sua carriera, in pochi riescono a riconoscerlo. Non si può certo affermare che ci si trovi difronte a dei tratti inconfondibili, dunque. Questo perché è un attore del tutto particolare: Doug Jones è l’interprete per antonomasia dei “mostri” moderni. Che sia un grande film o un semplice episodio di una serie televisiva di genere fantastico, se c’è un mostro dall’aspetto, per così dire, “inconsueto” state pur certi che dietro quegli innumerevoli strati di trucco si celerà il volto di Doug Jones. Egli è un attore eccezionale, che esprime ogni impercettibile emozione con un’invidiabile espressività, sebbene proprio le sue manifestazioni permangano sempre coperte da “maschere” di creature nate dalla fantasia più sferzante. E’ questo il suo grande talento, riuscire a trasmettere emozioni senza farsi vedere per com’è realmente, e infondere valore a un gesto e a una movenza espressi rispettivamente con la mano palmata o con l’andatura dinoccolata di un anfibio-umanoide che si muove sulla terraferma. Ebbene, guardando attentamente il volto di Jones occultato sotto vari strati di trucco, ho intravisto il volto di Abe. Come dite?! Chi sarebbe questo Abe? Abraham Sapiens, naturalmente, un’altra creatura anfibia dalla pelle squamosa e bluastra interpretata da Doug Jones in “Hellboy” ed “Hellboy – The Golden Army”, due film che recano sempre la firma di Guillermo Del Toro.

Anche Abe era ghiotto di uova, esattamente come la creatura de “La forma dell’acqua”, e come quest’ultima, anche Abe era dotato di poteri incredibili. Dilatando la sua mano palmata, Abe poteva sentire ciò che sfuggiva ai sensi dei comuni mortali. Nel silenzio, in quell’eloquente comunicazione tacita, in ciò che la parola non diceva e che la vista ignorava, con il tocco delle sue mani Abe poteva avvertire l’emozione altrui. Leggerla come fossero frasi scritte su di un foglio bianco. Un potere, questo, che avrebbe aiutato ancor di più Elisa a far sapere alla creatura ciò che provava per lei. Elisa è muta, non può comunicare con le parole, e il “mostro” non capirebbe ciò che nella lingua umana appare alle volte così facilmente comprensibile. I due sono separati da un’apparente incomunicabilità, se non confidassero nell’importanza dei gesti, dei segni, degli sguardi corrisposti, delle sensazioni, e delle meraviglie di un tocco. La creatura de “La forma dell’acqua” è anch’essa dotata di poteri, forse non del tutto simili a quelli di Abe, nondimeno, somiglia ugualmente a quell’essere, come se Doug Jones avesse trasposto in questa sua ultima interpretazione una parte del primo personaggio. Abe riusciva a carpire il sentimento con un lieve tocco, chissà se anche la creatura, una volta accostata la propria mano a quella di Elisa, riesca a tradurre in un significato, per lui cristallino, le sensazioni che la donna ha cominciato a sentire per lui.

  • La voce del mare

Elisa è muta, non può parlare anche se in un momento particolare il suo spirito vorrebbe urlare a squarciagola ciò che altrimenti impiegherebbe troppo tempo a manifestare con i segni. Sarà la musica, il canto, il sogno immaginifico di un ballo a darle la possibilità di mostrare apertamente tutto quello che serba nel suo cuore. Ogni storia che si rispetti tra una bella e una bestia possiede un momento magico di pura estasi amorosa, che trova linfa vitale nell’azione reciproca di un passo di danza. Sulle note di una dolce melodia, la bella e la bestia della Walt Disney danzavano in un’ampia sala affrescata dalla mano d’impareggiabili artisti. Il soffitto, vivo e pulsante come un cielo punteggiato di stelle, mostrava sagome di angioletti che si muovono e dall’alto osservano, come spettatori seduti sui posti privilegiati del firmamento, i due innamorati, Belle e la bestia, nell’atto di danzare. Era il capolavoro del 1991. Ancora, nel “King Kong” di Peter Jackson, su una lastra di ghiaccio, al lago di Central Park, l’enorme creatura danzava reggendo nel palmo della sua mano la bellissima e adorata Ann Darrow.

(Per leggere il nostro articolo "La bella e la bestia - 1991" cliccate qui. )

Del Toro riprende il momento della danza, e su di un accenno di palcoscenico, la creatura ed Elisa, improvvisamente, iniziano a ballare, con passi lenti ed armoniosi, alternati ad altri rapidi e scattanti. La donna canta, intona i versi del proprio madrigale, lei che non poteva parlare ma che, colma d’amore, è riuscita solo per qualche istante ad esprimersi con il linguaggio universale della musica. Quello tra Elisa e la creatura è un amore insolito che sboccia nella corrispondenza empatica: soli, prigionieri di un mondo che sembra non appartenere loro, si innamorano vicendevolmente perché entrambi tendono a completarsi in quanto anime solitarie e separate, le quali, soltanto adesso che si sono ritrovate si sentono veramente complete.

Ma se in “King Kong” la bestia combatteva per la sua Ann e moriva per lei, ne “La forma dell’acqua” di Del Toro, sarà la bella a salvare la creatura. In “King Kong” un arcano adagio recitava “Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella, e la bella fermò la bestia che da quel giorno in poi fu come morta”. Quando il colossale gorilla morirà sulla cima dell’Empire State Building, alcuni diranno che furono i biplani dell’esercito ad uccidere King Kong, ma verranno tristemente smentiti: è stata la bella ad uccidere la bestia. Consumato dall’amore impossibile per lei, King Kong si lascerà morire. Ne “La forma dell’acqua”, sul finire delle vicende, una volta liberata la creatura dal laboratorio che la teneva prigioniera e condottala sulle banchine, si potrà certamente affermare che in questa storia si è verificato l’esatto contrario: è stata la bella…a salvare la bestia.

(Potete leggere il nostro articolo "King Kong - Quand'ecco che la bestia vide in volto la bella..." cliccando qui. )

“La forma dell’acqua”, pur inscenando concetti già trattati nel cinema passato, come la diversità e l’amore impossibile nonché proibito, e l’emarginazione sociale, analizza con accuratezza, con grazia e con vivida sensibilità le precedenti tematiche elencate, infondendo in esse un tocco personale, così da far divenire questo film cinema in tutte le sue forme: in altre parole, arte allo stato puro. L’amore, l’accettazione della diversità, in quanto risorsa e non ostacolo, agognare l’annullamento dell’insano razzismo sono tutte tematiche già ampiamente trattate e mai divenute banali: un po’ come l’acqua, un bene prezioso, comune, spesso dato per scontato, un bene vitale a cui dobbiamo dare sempre un valore essenziale. L’acqua non ha forma propria, assume quella del recipiente che la contiene. In egual modo l’arte, la quale nasce senza forma, assume le intenzioni dell’artista che la plasma. E ancora come l’amore, che vive astrattamente e si incarna nelle forme e nelle anime corporee di due innamorati, che nuotano al di sotto dello specchio d’acqua restando abbracciati.

La creatura ha anch’essa salvato la bella e la tiene a sé, tra le sue braccia. Una scena che personalmente mi ha rievocato alla mente una sequenza di uno dei film da me più amati: “Spash – Una sirena a Manhattan”. Sul finale, Alan (Tom Hanks), tuffatosi in acqua per ricongiungersi alla sua amata Madison (Daryl Hannah), la sirena, giace privo di sensi, come fosse prossimo a morire perché incapace di nuotare. Ma sarà lei, col suo bacio, a riportarlo in vita e a permettergli di respirare sott’acqua. Una magia riprodotta ne “La forma dell’acqua”, in cui il bacio della creatura risveglierà dalla morte Elisa, che d’ora in poi potrà vivere con l’amato tra le onde. Elisa non dovrà più sentire il suono delle parole declamate dalle persone, quelle stesse parole che lei non poteva in alcun modo pronunciare. Ascolterà soltanto il rumore del mare, il suo canto, il fragore delle sue onde, il volere delle sue parole custodite nella salsedine.

(Per leggere il nostro articolo "Terra di seppia, mare blu cobalto: Splash - Una sirena a Manhattan" cliccate qui. )

  • Come Cenerentola…

Nella sequenza che mostra la creatura e Elisa nuotare abbracciati tra le acque, si intravede una scarpa scivolata via dal piede della donna che si inabissa sempre più, fino a scomparire nelle profondità del mare. Non sarà più recuperata, né servirà ad un principe per cercare colei a cui quella scarpetta appartiene. La creatura porterà Elisa con sé, e staranno insieme. Vivranno per sempre felici e contenti, come in una fiaba. E il finale, secondo il mio parere, si potrà collegare alla scena iniziale, in cui la casa di Elisa sarà tra le onde, perché è laggiù che vivrà la sua vita futura, come la principessa di un racconto fiabesco, come Cenerentola, come una dama degli abissi o una regina senza voce.

La fantasia ha avuto il sopravvento sulla realtà. E’ questo il più bel messaggio dell’opera di Guillermo Del Toro.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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