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"Indiana ed Henry Jones" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Indossa una giacca di pelle, una camicia e porta un cappello: è un cacciatore di reperti antichi e sta per mettere le mani sulla Croce di Coronado. Un ragazzo però sbuca alle sue spalle e gliela soffia da sotto il naso. L’uomo col capello si volta di scatto, ma per noi non è altro che…uno sconosciuto. Il giovane, invece, che scappa via con la Croce in mano è Indiana Jones. Ci troviamo nell’Utah, nel 1912 e Indiana Jones è soltanto un ragazzetto. “Indiana Jones e l’ultima crociata” inizia subito con una particolarità, un ampio flashback dal ritmo incalzante, confezionato con grande maestria nel girare le scene d’azione, tipica del cinema di Steven Spielberg. Ad interpretare un giovane Henry Jones Junior è il compianto River Phoenix. E in poche, inarrestabili sequenze d’azione, il giovane Indiana sembra plasmare il proprio futuro sotto i nostri stessi occhi. Indiana corre sul tetto di un treno in movimento, per sfuggire agli assalti di quei profanatori di tombe che gli sono alle calcagna. Proprio su quel treno, che al momento è in atto un trasporto circense, è più che normale imbattersi in un animale feroce. E’ quanto capita a Indiana il quale si trova davanti un leone, e per sottrarsi alle sue fauci ricorre all’aiuto di una frusta, da cui, come sappiamo, non si separa mai.  Precipiterà successivamente in una “fossa” piena di serpenti, da cui nascerà il suo profondo terrore verso i rettili, e si procurerà una ferita al mento (ricreando così la celebre cicatrice di Harrison Ford, uno dei segni identificativi del personaggio). Giunto a casa, dal padre, Indiana non fa neppure in tempo a dirgli cosa sia successo che i cacciatori di tombe lo raggiungono e si riappropriano del loro bottino. Quell’uomo che inizialmente tutti avevano scambiato per Indiana, rimasto piacevolmente colpito dall’estro e dal coraggio del giovane, lo incita a non arrendersi in futuro, e come pegno per la sconfitta, gli dona il suo cappello.

E’ come se in dieci minuti avessimo realmente assistito alla nascita del nostro eroe. Lucas e Spielberg con un intro mozzafiato volgono un intenso ricordo al passato di Indiana Jones, permettendo al proprio pubblico di scoprire gradatamente ma con una certa velocità, le origini dell’archeologo. Nel momento in cui indossa per la prima volta il suo cappello, nasce, a tutti gli effetti, Indiana Jones. Il passato si sgretola sotto i nostri occhi, come granelli di sabbia portati via dal vento, e riappare Harrison Ford nelle vesti di Indiana Jones, ancora con indosso quell’inconfondibile cappello, intento, a distanza di trent’anni, proprio a chiudere definitivamente quella faccenda in sospeso: riconquistare dunque la corona di Coronado e portarla in un museo: cosa che riuscirà a realizzare.

Una volta rientrato in patria, Indy si mette alla ricerca disperata del padre, caduto preda dei nazisti che necessitano delle sue conoscenze per il ritrovamento del Santo Graal, il leggendario calice da cui Cristo bevve durante la sua ultima cena. Il padre di Indy, Henry Jones, è uno dei maggiori esperti sull’argomento, e ha dedicato la sua intera vita alla ricerca del prezioso calice. Indiana comincia così la sua terza avventura cinematografica…

Con “Indiana Jones e l’ultima crociata” Spielberg e Lucas scelsero di affinare i canoni narrativi adoperati ne “I predatori dell’arca perduta”, per tornare a un clima maggiormente disteso, più improntato all’avventura spericolata, rispetto all’atmosfera dark e violenta vissuta nel precedente, “Il tempio maledetto”. Gli avversari del Dottor Jones tornarono ad essere i nazisti e ancora una volta, Indy dedica le sue ricerche al ritrovamento di un reperto mistico, custode di un potere divino, un po’ come accaduto per l’Arca dell’alleanza: il Santo Graal. Pur affidandosi a una formula vincente e già vista nella medesima saga, “L’ultima crociata” non ripropone, bensì affina, livellando il tutto con fare certosino.

“L’ultima crociata” non sbaglia un colpo, perfezionando ciò che aveva lasciato in sospeso ne “I predatori dell’arca perduta”: Sallah torna a combattere in prima linea, fianco a fianco a Indiana Jones, mostrandosi non soltanto come un prezioso alleato in battaglia ma come un vero amico dell’archeologo, a tratti anche divertentissimo. La personalità impacciata e smemorata di Marcus Brody viene approfondita, anche lui, infatti, viene coinvolto in questa grande avventura con Indy, fungendo tanto da spalla comica che da caratterista irresistibile, merito di un Denholm Elliott perfettamente calato nella parte. Gli avversari di Indiana, i nazisti per l’appunto, ne “L’ultima crociata” divengono ancor più spietati, sadici e traditori. Per la prima volta, infatti, persino la donna che accompagna Indiana Jones in quest’avventura, la Dottoressa Elsa Schneider, con la quale, da principio, si pensava che il protagonista potesse avere una storia d’amore, in verità lo tradirà, poiché anch’essa devota al folle operato nazista. Il male ne “L’ultima crociata” diviene vile e infingardo, e Indiana non potrà davvero fidarsi altri che di se stesso.

“L’ultima crociata” è un’avventura in grado di conservare il fascino immutato tipico di un primo capitolo di una saga. Il modo in cui scava nel passato del protagonista, tratteggiando in scena le sue peculiarità, la sua fobia più comune, e il medesimo stile con cui indaga l’infanzia di Indiana e il rapporto burrascoso con il padre, sono scelte narrative che fanno de “L’ultima crociata” una sorta di film totale di Indiana Jones, quello che pone l’archeologo come assoluto protagonista della scena. Indiana è l’eroe da ammirare nella sua verve spericolata, ma anche l’uomo da comprendere nelle proprie debolezze e perplessità, mai messe realmente in luce nei precedenti due lungometraggi. Il tutto viene vagliato e analizzato senza mai tralasciare l’umorismo tipico del savoir-fare di Indiana Jones.

Ma il cuore de “L’ultima crociata” è nel rapporto, splendidamente portato in scena, tra Indiana Jones e suo padre. Sean Connery venne scelto per interpretare Henry Jones Senior in quanto storico interprete di 007, l’uomo d’azione che ispirò Lucas nella concezione di Indiana Jones. 007 era a tutti gli effetti il padre dell’archeologo. E sarà un duetto senza precedenti quello tra Harrison Ford e Sean Connery, capaci di far ridere ma soprattutto di trascinare, con le loro diversità, gli spettatori in un’avventura carica di suspense. Indiana è un avventuriero coraggioso e inarrestabile, Henry Jones, invece, un accademico serioso e compassato, quasi inetto se calato in una realtà di pericoli. Un padre distaccato, non certo per cattiveria, ma perché caratterialmente ha voluto educare il proprio figlio nel rispetto dei propri spazi e delle proprie libertà. Indiana, dal canto suo, avrebbe voluto una vicinanza maggiore da parte del padre. Spielberg, ancora una volta, pone i propri personaggi nel gravoso compito di sopportare il fardello di una difficile interazione. Tra fughe in sella a una motocicletta, cadute vertiginose a bordo di un aeroplano e combattimenti all’ultimo sangue sopra un carrarmato, Indiana e suo padre torneranno a legare come prima e a comprendere le rispettive diversità caratteriali: dopotutto, come confesserà il suo stesso padre - “condividere le tue avventure, è interessante, figliolo”. E proprio attraverso la sua terza grande avventura Indiana condivide non solo con suo padre i propri segreti, ma anche col suo stesso pubblico.

Ne “L’ultima crociata” i libri e il concetto stesso di “lettura” assumono un valore profondo e inattaccabile. A Berlino, dinanzi ai nazisti che bruciano barbaramente decine di tomi, Indiana e Henry si sentono come “pellegrini in una terra sacrilega”. Persino nella comicità, Spielberg e Lucas trovano il modo di inserire uno spunto di riflessione. Indiana si troverà proprio dinanzi al Fuhrer, con in mano il libro degli appunti di suo padre, su cui sono segnate le restanti tracce per giungere ad Alessandretta, la città dove giace il Graal. Ad Hitler basterebbe allungare il braccio, sfogliare le pagine di quel libro per comprendere realmente chi ha davanti. Eppure, agisce con sufficienza, scambiando quel libretto come una richiesta, da parte dell’ufficiale interpretato dallo stesso Jones, di avere un autografo da Hitler. Quel libretto in cui era custodita la verità viene ignorato da Hitler in persona, simbolo che i nazisti nella loro follia non potevano realmente comprendere l’importanza della lettura: a tal proposito Henry Jones dirà: “Quegli imbecilli che marciano con il passo dell’oca come lei, i libri dovrebbero leggerli invece di bruciarli".

“L’ultima crociata” traccia inoltre una linea di demarcazione tra gli spiriti “puri” e quelli “impuri” attraverso le scene conclusive delle tre prove e del ritrovamento del leggendario Santo Graal. Indiana, protagonista indiscusso della pellicola, resta sempre centrale nello svolgimento della storia, cosa che non avveniva nella parte finale de “I predatori dell’arca perduta”, in cui il destino dei suoi avversari era deciso dal “volere” dell’arca. Qui riuscirà con astuzia e abilità a superare tre ardue prove che lo porteranno a dover scegliere, tra decine e decine di coppe, quale sia realmente quella appartenuta al Re dei re. Indiana sceglierà saggiamente: la coppa di un falegname sarà il calice di Cristo. Il puro di cuore, ovvero Indiana, riuscirà a salvare la vita di suo padre grazie al calice, e l’impuro, rappresentato da Donovan, il leader del gruppo nazista, perirà sotto il giudizio divino.

Nella sequenza finale, veniamo a conoscenza del vero nome di Indiana Jones, ovvero “Henry Jones Junior”, e che Indiana non era altro che il nome del suo cane a cui era legatissimo (in verità si trattava del nome del cane di George Lucas). Con quest’ultima rivelazione Indiana Jones si congeda dal suo pubblico per vent’anni. “L’ultima crociata” è, a tutti gli effetti, un viaggio profondo nelle pieghe segrete di Indiana Jones, magnificamente reso grazie ad un cast stellare di attori, su cui spiccano fra tutti Harrison Ford e Sean Connery, la coppia padre e figlio tra le più riuscite di sempre.

Cavalcando verso il tramonto, i nostri eroi chiudono una trilogia figlia degli anni ’80 e, forse, proprio per questo, pressoché inimitabile.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Al cinema, tra il 1977 e il 1980, Harrison Ford era già diventato l’icona dell’eroe forte e coraggioso, ironico e sbruffone, una vera canaglia potremmo definirlo; in precedenza era già stato Han Solo. Star Wars” e “L’impero colpisce ancora” erano infatti sbarcati al cinema raccogliendo un successo straordinario. Le sorti del contrabbandiere interpretato da Ford al termine de “L’impero colpisce ancora” restavano però in bilico, in una suspense ben congeniata, in attesa del terzo e conclusivo capitolo dell’ormai rinomata “trilogia originale”. Mentre negli occhi di tutti i fan di “Star Wars” restava impressa una sinistra reminiscenza, quella triste immagine in cui Harrison Ford, nei panni per l’appunto di Han Solo, cadeva ibernato nella grafite e portato via dal cacciatore di taglie Boba Fett, lo stesso interprete statunitense veniva contattato da George Lucas per partecipare a un nuovo progetto: “Raiders of the lost ark”.

E proprio l’anno dopo, nel 1981, uscì nei cinema “I predatori dell’arca perduta”, il primo film della tetralogia di Indiana Jones. Lucas voleva da tempo tratteggiare un personaggio che riportasse in auge i canoni avventurosi del cinema anni ’50 e ’60. Serviva un eroe alla Errol Flynn, ma anche un personaggio che riuscisse a convogliare in sé il gusto per l’antico in un adattamento decisamente più moderno. Un protagonista di stampo classico, ma che fosse calato ad arte in una realtà contemporanea, che gli spettatori d’inizio anni ’80 avrebbero potuto apprezzare.

E Indiana Jones, infatti, conquista una grande fetta di pubblico sin dal primo fotogramma in cui appare, divenendo già a conclusione del primo film un autentico simbolo del cinema. Indiana Jones ci viene presentato come un uomo dalla doppia vita, una sorta di supereroe dalla duplice identità: un rinomato professore accademico e, al tempo stesso, un inafferrabile profanatore di tombe antiche. Ma il dottor Jones ama profondamente tutti i reperti che riesce a riportare alla luce, credendo fermamente che meritino d’essere esposti nei musei piuttosto che cadere preda di collezioni private finanziate da ricchi magnati.

Lucas e Spielberg diedero al personaggio persino un proprio “costume identificativo”: Indiana sin dalla sua prima avventura veste sempre con una giacca di pelle, una camicia color marrone chiaro e un pantalone beige. Porta spesso con sé una pistola, ed è inseparabile dalla sua iconica frusta e soprattutto dal suo cappello.

Sin dalle prime sequenze de “I predatori dell’arca perduta”, Indiana Jones appare come un eroe risoluto ma anche un personaggio molto umano, quasi esilarante nelle sue fughe disperate per scampare agli indigeni che cercano di ucciderlo brutalmente. E poi, quando si darà alla fuga a bordo di un aereo, veniamo subito a contatto con la sua più bizzarra caratteristica: la fobia per i serpenti.

Ne “I predatori dell’arca perduta” si torna a respirare il gusto per l’antichità e l’amore per la storia, e il tutto viene amalgamato con la fantasia più sferzante, perché Indiana dà la caccia a un manufatto mistico e dal potere illimitato come l’arca dell’alleanza. E nella sua lotta contro il tempo dovrà vedersela con un gruppo di nazisti. Indiana Jones viene così configurato come l’eroe solitario, all’apparenza un uomo comune, che si erge contro i crudeli, ed è qui probabilmente che si deve riscontrare il legame d’affetto indissolubile che lega l’archeologo al suo pubblico: l’umanità e la semplicità con cui Indiana conduce la sua vita; una vita col piede costantemente premuto sull’acceleratore. Indiana vive d’avventura e lotta per un senso astratto, ma che è più concreto di quanto si possa immaginare, un senso perenne di giustizia. In questa sua prima fatica duetta con l’avventurosa Marion Ravenwood (Karen Allen), con l’amico Sallah (interpretato da John Rhys-Davies, il futuro Gimli nella trilogia de “Il signore degli anelli) e interagisce inizialmente col mitico professor Marcus Brody (Denholm Elliott).

“I predatori dell’arca perduta” ha i meriti di unire in sé avventura, azione e mistero con la dovuta ironia e il giusto umorismo. Anche il suo protagonista non fa che oscillare in tratti caratteristici divergenti: Indiana è un signorile accademico ma anche uno sciupafemmine incallito, che prima seduce e poi abbandona le sue donne. Vanta un coraggio da vendere eppure trema dinanzi alla vista di un serpente. Da queste sue contrapposizioni nasce un successo che andrà sempre più a consolidarsi nel corso della saga, merito soprattutto di un Harrison Ford nato per interpretare tale ruolo, magistralmente ritratto e modellatogli addosso, come fosse un abito sartoriale cucito su misura.

Nulla viene meno ne “I predatori dell’arca perduta” dalla musica, col celebre brano composto da John Williams, agli effetti speciali ancora oggi imponenti per l’epoca (vincitori dell’Academy award), fino al ritmo, cadenzato alla perfezione, in grado di offrire picchi vertiginosi d’azione mozzafiato e scene sicuramente più quiete, sorrette sempre e comunque da una sceneggiatura ben scritta.

“I predatori dell’arca perduta” rappresenta un cult scolpito nell’immaginario collettivo, capace di fregiarsi di ben cinque Premi Oscar, e di compiacersi con altre quattro nomination, tra cui quella per il miglior film dell’anno. Il caposcuola di un genere, lo spartiacque tra ciò che fu in passato e ciò che sarà d’ora in poi il cinema d’avventura, perché ogni cosa, in un modo o nell’altro, scaturirà da Indiana Jones e da quell’inconfondibile stile che sarà emulato e fatto proprio dai diversi personaggi tra grande e piccolo schermo nel corso dei decenni successivi.

Col suo “I predatori dell’arca perduta” Spielberg assieme a Lucas ci permette di interagire con un particolare tipo di sogno, il sogno di poter vivere la vita come fosse una grande avventura (frase che Spielberg inserirà nel suo “Hook – Capitan uncino”).

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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