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"Cesare e Nova" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quella di Cesare è una figura leggendaria, assimilabile a quella di un autentico mito, un’essenza ineffabile, recondita, elusiva; una figura foderata di un’aura divina, messianica.

Nella saga fantascientifica de “Il pianeta delle scimmie” Cesare è il fondatore della società di primati evoluti e intelligenti. Egli è il capostipite, il creatore di un mondo nuovo, il padre di una civiltà. Conseguentemente egli viene idealizzato come un sovrano perfetto, un monarca esemplare, un comandante supremo, un essere da adorare e venerare come un dio sceso in Terra. Nell’effige mitologica di Cesare, dunque, confluiscono molteplici elementi, anzitutto di tipo politico - egli viene stimato come una guida carismatica, saggia, ponderata – e altresì di tipo religioso – egli viene annoverato come un profeta magnanimo, attento e scrupoloso, capace di provare sia pietà che collera, un pastore che ha protetto ed educato il suo gregge conducendolo verso un luogo sicuro.

Per quanto concerne la sceneggiatura del primissimo film del pianeta delle scimmie, Cesare è ancora un’essenza indefinita, un’idea embrionale, nulla più che un abbozzo. Di lui si sa ben poco, perlomeno si apprende per sommi capi quello che altri hanno tramandato di lui. Al pari di un personaggio storico le cui radici affondano nel passato, Cesare è una creatura incastonata tra realtà e mito. Di lui vengono dette alcune cose e taciute altre; i princìpi, i dettami che ha lasciato sono stati trascritti, consegnati ai posteri come un lascito prezioso, ma probabilmente piegati, accomodati, modificati secondo il volere del tempo e di chi, di volta in volta, ha amministrato la società delle scimmie, ispirandosi alla sua eredità.

Nel classico senza tempo del 1968 con protagonista Charlton Heston, il dottor Zaius, verso la parte finale della pellicola, nomina una scimmia definita “la più grande”.

Zaius dice testualmente: “Ciò che so dell’uomo fu scritto molto tempo fa, vergato dalla più grande delle scimmie, colui che dettò la legge”.

Riferendosi a tale primate, il professor Zaius afferma che esso ha redatto i precetti che regolano la civiltà dominatrice del pianeta. Ecco che quella grande scimmia assume una caratura di stampo religioso. Cesare come Mosè è colui che ha fatto dono al suo popolo delle Tavole della Legge, un insieme di canoni, di regole, di avvisi e moniti, di Comandamenti che moderano il comportamento dei fedeli, mettendoli soprattutto in guardia dalle insidie che costituiscono una minaccia per la collettività.

Poco dopo, Zaius chiede a Cornelius di leggere un documento tratto dal testo sacro. La pagina recita quanto vi è riportato:

Guardati dalla bestia-uomo, poiché egli è l'artiglio del demonio. Egli è il solo fra i primati di Dio che uccida per passatempo, o lussuria, o avidità. Sì, egli uccide il suo fratello per possedere la terra del suo fratello. Non permettere che egli si moltiplichi, perché egli farà il deserto della sua casa e della tua. Sfuggilo, ricaccialo nella sua tana nella foresta, perché egli è il messaggero della morte.”

Queste frasi sono tratte da Il Legislatore, XXIX Pergamena, 6° versetto.

Ascoltando le parole lette con sconcerto da Cornelius è presumibile, dunque, ipotizzare che quella grande scimmia, la più saggia fra tutte, colei che contribuì alla stesura del Testo Sacro, considerasse l’uomo una fiera pericolosa, che divora, distrugge, fagocita tutto ciò che la circonda.

Tale scimmia ammoniva la sua gente, avvertiva il suo popolo di stare in allerta, di badare con accortezza all’animale uomo poiché esso è crudele, meschino, infingardo e violento.

Non vi è certezza, però, che quella grande scimmia sia in realtà Cesare, poiché la figura di Cesare, come già detto, è antichissima, vecchia come la prima alba.

Nell’epoca in cui è ambientata la prima, memorabile pellicola de “Il pianeta delle scimmie” non si hanno prove né testimonianze su chi fosse realmente Cesare, non si ha neppure la certezza se il suo nome sia stato custodito e fatto perdurare, né sembrano essere pervenute raffigurazioni chiare e distinte su che aspetto avesse.

Cornelius e Zira

Il personaggio di Cesare sale alla ribalta nel terzo capitolo della saga originale: “Fuga dal pianeta delle scimmie”. Cornelius e sua moglie Zira sono scampati alla distruzione del proprio pianeta natale, addentrandosi in un viaggio a ritroso nel tempo. Essi sono approdati in un’epoca arretrata, per loro, un’era in cui gli esseri umani sono i dominatori della Terra e le scimmie intellettualmente avanzate non sono che una fantasia. In una fase del film, Cornelius racconta ciò che è stato insegnato loro, come è avvenuta la nascita della loro civiltà. Le frasi dialogate sono le seguenti:

Cornelius: Quale archeologo io avevo il permesso di consultare i papiri storici che venivano tenuti segreti alla massa e ritengo che l’arma che ha distrutto la Terra sia stata un’invenzione dell’uomo. Una cosa è certa: che una delle ragioni della decadenza degli uomini è stata la loro inveterata abitudine a uccidersi a vicenda. L’uomo distrugge l’uomo. Le scimmie non distruggono le scimmie. La nostra civiltà cominciò nella nostra Preistoria, con l’epidemia che colpì tutti i cani.

Zira: E i gatti.

Cornelius: Che morirono a centinaia di migliaia. E altre centinaia di migliaia che erano sopravvissuti dovettero essere uccisi per impedire che il contagio si diffondesse.

Zira: Le carcasse vennero cremate.

Cornelius: Sì! E quando l’epidemia fu sotto controllo, l’uomo rimase senza animali domestici. Ah naturalmente per l’uomo la cosa era insopportabile. Infatti lui può uccidere suo fratello ma non uccidere il suo cane. Quindi gli uomini presero ad addomesticare le scimmie primitive.

Zira: Primitive e stupide, ma almeno 20 volte più intelligenti dei cani e dei gatti.

Cornelius: Esatto! All’inizio le tenevano in gabbia, poi cominciarono a circolare liberamente nelle loro case. Cominciarono a reagire al linguaggio umano, così nel giro di circa due secoli progredirono dai soliti gesti imitativi ad azioni coscienti.

Interlocutore umano: Insomma più o meno come potrebbe fare un cane da pastore ben addestrato.

Cornelius: Ma un cane da pastore potrebbe cucinare, o spazzare la casa, o andare a fare spese al mercato con un elenco scritto dalla padrona, o servire a tavola?

Zira: E dopo altri tre secoli rovesciare la tavola sulla testa dei suoi padroni?

Cornelius: Le scimmie divennero consapevoli della situazione di schiavitù. E a mano a mano che crescevano di numero, scoprirono l’antidoto alla schiavitù e cioè l’unione. Cominciarono a riunirsi in piccoli gruppi. Poi lentamente impararono le regole dell’azione attiva di gruppo. Impararono ad opporsi. O dapprima si limitarono a grugnire la loro opposizione. Poi uno storico giorno che viene festeggiato dalla mia specie e che è ben documentato nei Sacri Scritti si fece avanti Aldus… Lui non usò un grugnito, lui parlò. E disse la parola che gli era stata ripetuta innumerevoli volte dagli esseri umani. Lui disse… NO!

Cornelius nomina un certo Aldus, colui che per primo si ribellò con coraggio ai suoi padroni. Invero si tratta di un errore, di un appellativo riportato sbadatamente. Il velo del tempo ha operato, cambiando il vero nome di colui che per primo ebbe l’ardore di alzare il capo. E’ Cesare colui che disse no, è lui che trainò la sua gente alla ribellione. Quel secco e perentorio “NO!” che la scimmia pronuncia rivolgendosi ai suoi carcerieri è la scintilla che innesca lo scoppio dell’insurrezione.

In questa linea temporale, in questo passato in divenire, Cornelius e Zira mettono al mondo un cucciolo che chiamano affettuosamente Milo. Entrambi non sanno che quel cucciolo di scimpanzé altri non è che Cesare. Questi crescerà senza padre né madre poiché ambedue moriranno nel disperato tentativo di proteggerlo dagli uomini.

Roddy McDowall, interprete di Cornelius e di Cesare

In “1999 Conquista della Terra” Cesare è uno scimpanzé adulto, fisicamente robusto e spiccatamente intelligente. Egli possiede la facoltà di parlare e tutte le caratteristiche di una razza avanzata ereditate dai suoi genitori.

Cesare è circondato da scimmie ancora ingenue, che vivono in un regime di sottomissione. Essendo dotato di una mente sviluppata e ostentando una importante cultura, Cesare scorge la condizione di schiavitù dei suoi simili e non riesce a tollerarla. Lentamente, egli comincia a covare finalità di ribellione. In uno specifico frangente è egli stesso, dinanzi ai suoi aguzzini, davanti a coloro che lo tengono prigioniero come un animale stolto e privo di diritti, a scegliere il proprio nome, a farlo risuonare pur senza pronunciarlo espressamente. Egli punta il dito su di un dizionario e indica per sé stesso il nome con cui vuole essere appellato dagli esseri umani: la punta del suo dito indugia su “Cesare”, il nome di un comandante come ha modo di sottolineare, intimorito, uno degli uomini lì presenti.

Giorno dopo giorno Cesare si avvicina ai suoi simili, li osserva, li scruta con uno sguardo penetrante che sembra comunicare più di quanto possano fare le parole o i gesti. In quelle occhiate taglienti, in quei silenzi rumorosi Cesare esprime un malessere, esterna un turbamento, conferisce forma ad una insofferenza che trasmette ai suoi fratelli e alle sue sorelle e che si espande come un virus, contagiando tutti. Cesare influenza i membri della sua razza, crea piccole fazioni, raggruppamenti che aumentano di numero col passare delle ore. I primati lo seguono, si accostano alla sua persona, ascoltano le sue tacite orazioni, esposte mediante una dialettica silente, cheta, quasi del tutto muta; una eloquenza fatta di mimiche, di sguardi che magnetizzano e fondono gli individui di una massa in un’entità univoca, di smorfie che esteriorizzano una brama di rivalsa che ispira le scimmie a diventare una forza che si muove in maniera sincronizzata e che rema nella stessa direzione.

Cesare scuote le scimmie, le ridesta dal loro torpore, le rende consapevoli della loro situazione di sudditanza, del loro status di schiave, capeggiandole, in una notte tumultuosa, verso una rivolta. La città in cui Cesare compie il suo primo atto rivoluzionario viene arsa dalle fiamme e molti esseri umani, oramai vinti e disarmati, vengono catturati e condotti al cospetto di Cesare che si innalza al culmine di una scalinata. I suoi prigionieri vengono posti nei gradini più bassi, gettati come carcasse maciullate. Egli osserva i padroni divenuti succubi, scandagliandoli con gli occhi di un principe che è asceso al trono e che adesso possiede il potere di disporre delle vite altrui.

Esistono due finali per l’opera filmica “1999 Conquista della Terra”. In uno di essi Cesare si mostra spietato e ordina alle scimmie di trucidare l’essere umano sopravvissuto e di infierire sui resti dei suoi compagni. La lunga notte dei fuochi è cessata ma in molte altre parti del mondo le scimmie, scoprendo ciò che l’esercito di Cesare ha realizzato, saranno motivate a fare altrettanto, ad uccidere, a sterminare, a conquistare ciò che resta del mondo con la forza bruta e più estrema. Con tale azione Cesare si tramuta in quello che aveva giurato di non essere: un tiranno che assoggetta i suoi nemici decidendo del loro fato come se fossero esseri inferiori, non meritevoli di un giusto processo né di alcuna grazia. Il portatore di libertà si converte in un despota, che scambia la giustizia con la vendetta.

Spesso nel corso della storia sono accadute cose simili, basti pensare alla Rivoluzione francese - scoppiata nel 1789 per destituire la Monarchia e far insediare la Repubblica - alla quale segui il Regime del Terrore, dove la condanna sul patibolo per decapitazione divenne una terribile consuetudine messa in atto per annientare i nemici, gli avversari politici e i controrivoluzionari.

Un atto di ribellione che doveva portare ad un periodo di libertà, uguaglianza e fraternità, generò invece un lento e sconvolgente periodo di paura nel quale la perpetuazione della morte, dell’assassinio divenne una abitudine che fece regredire la società francese ad uno stadio barbaro.

Lo sterminio che Cesare asseconda dovrebbe far piombare il mondo in una fase di orrore e di incubo, nella quale il genocidio degli uomini diventerebbe il procedimento massimamente adoperato dalle scimmie per rovesciare l’ordine costituito.

Parimenti anche nella Rivoluzione d’ottobre l’eccidio della famiglia Romanov, già spodestata, spogliata di ogni privilegio, fu un atto truce, crudele e repressivo.

Negli ultimi giorni della loro vita, i Romanov dimorarono in qualità di reclusi presso Casa Ipat’. Nicola e Aleksandra vennero raggiunti da quattro donne che di mestiere facevano le cameriere - Varvara Driagina, Marija Starodumova, Evdokija Semenova, e una quarta il cui nome non è mai stato identificato – arrivate appositamente per aiutare a svolgere le faccende all’interno della casa. Tali massaie riuscirono a eludere il veto che vietava loro di interloquire con i Romanov, parlando saltuariamente con alcuni di loro. Esse rimasero colpite dal garbo e dalla modestia della famiglia, che appariva così diversa da come la propaganda anti-zarista l’aveva dipinta. Il piccolo Aleksej, sofferente di emofilia, era il ritratto della fragilità, mentre le granduchesse erano cordiali e ben disposte a sporcarsi le mani nel passare i panni sui pavimenti.

I Romanov erano i “residui” di un’aristocrazia morente eppur ancora minacciosa per quello che la famiglia zarista seguitava a personificare con la sua sola esistenza. Eppure erano stati deposti, erano stati svestiti di molte delle loro vesti principesche, sminuiti, adattati a persone semplici, dall’aria dimessa. Non bastava questo per rappresentare al meglio l’abbattimento dell’autocrazia?  

I Romanov verranno condannati a morte dai bolscevichi per estinguere del tutto ogni adito di speranza ai movimenti monarchici. Le rivoluzioni, dopotutto, vengono fatte con il sangue, non vi è spazio per atti di clemenza, di comprensione… o di umanità.

Lo zar, la zarina, le figlie Ol’ga, Marija, Tat’jana, Anastasia e il piccolo zarevič furono massacrati da una forza rivoluzionaria generata dal malcontento, da un senso di oppressione, dal desiderio di benessere, di uguaglianza, ma tale forza in quei concitati e terribili momenti si nutrì di odio, di crudeltà, di un primordiale e selvaggio desiderio di vendetta, quanto di più distante possa esserci dalla giustizia.

Cesare, ordinando l’esecuzione degli esseri umani, tra i quali potevano figurare di volta in volta anche uomini comuni, ignari, miti e pacifici, non differisce dai rivoluzionari più sanguinari che scelgono la condanna a morte per mettere fine all’esistenza dei propri nemici, per eliminare ciò che essi simboleggiano.

Una società che nasce sul sangue versato non avrà la stessa delicatezza di un fiore di narciso: essa non potrà che essere macchiata in eterno.

Nell’altro finale dell’opera filmica Cesare contempla la pietà. Il monologo con il quale manifesta le sue intenzioni è qui di seguito espresso:  

«Per ora metteremo da parte il nostro odio. Metteremo da parte le nostre armi. Abbiamo attraversato la lunga notte dei fuochi e coloro che erano nostri padroni adesso sono nostri servi. E noi, che non siamo esseri umani, possiamo permetterci di dimostrarci umani. Il destino è volontà di Dio e se il destino dell'uomo è quello di essere dominato, è volontà di Dio che venga dominato con pietà e comprensione. Quindi vi risparmiamo la nostra vendetta, perché stanotte abbiamo assistito alla nascita del Pianeta delle Scimmie!»

Cesare intima ai suoi simili di essere clementi, di imporsi sulla razza umana e di mostrarsi superiori ad essa dal punto di vista etico e morale, non macchiandosi degli stessi peccati degli uomini che uccidono e generano morte. Con tale scelta Cesare ascende ad un ruolo eroico, dimostrando di essere una creatura saggia, misericordiosa, migliore di chi l’ha preceduta.

La stessa filosofia Cesare la applica anche nell’ultimo capitolo della saga originale: “Anno 2670 -Ultimo atto” in cui tenta di amministrare una società appena sorta, in cui gli uomini vengono trattati con tolleranza e compassione. La prima legge che Cesare promulga recita: “Una scimmia non uccide un’altra scimmia”. Tale principio viene insegnato, trasmesso a tutti i nuovi nati sin dalla più tenera età per essere compreso, assimilato, rammentato. Il sovrano delle scimmie, dunque, stabilisce che l’omicidio è massimamente vietato, auspicando conseguentemente che il male non serpeggi mai nel neonato mondo che lui ha creato.

I propositi e le speranze che Cesare nutre per il mondo a cui egli ha dato luce sono però destinati a tramontare: le scimmie come gli uomini possiedono una natura ostile, rabbiosa, violenta, anch’esse infatti possono commette fratricidio.

Un’esistenza pacifica tra scimmie ed esseri umani è un’utopia.

Nella scena finale del film, che ha luogo diversi anni dopo la morte del più grande fra i primati, il cucciolo di una scimmia e un bambino litigano, azzuffandosi ai piedi di un’imponente statua fatta costruire per tributare i giusti onori al Creatore, Cesare.

Dagli occhi della statua scendono delle lacrime. E’ come se Cesare stesse assistendo al fallimento del proprio ideale. La statua piangente rimarca l’elemento divino che la figura di Cesare serba in sé. Come nelle credenze religiose secondo le quali le statue dei santi possono lacrimare per testimoniare un miracolo, la statua di Cesare piange a sua volta per esprimere un messaggio silenzioso eppur assordante; i suoi occhi umidi simboleggiano un’amarezza che sembra sgorgare dall’aldilà, poiché lo spirito di Cesare custodito nella fredda pietra di quella scultura mira la sopravvivenza del male che egli non è riuscito a estirpare. Esso non smetterà di albergare sulla Terra.

Nel lungometraggio del 1968 la società delle scimmie è divisa in tre classi sociali: gli oranghi occupano una posizione preminente, facoltosa. Gli scimpanzé una posizione intermedia, e molte possibilità sono ad essi precluse. I gorilla ricoprono uno spazio inferiore nella scala gerarchica, vengono reputati utili per la loro possanza e quindi prevalentemente adatti per svolgere compiti duri o rischiosi.

Ciò che fa riflettere è che il Creatore, colui che fondò tale società, Cesare per l’appunto, sia stato invero uno scimpanzé, categoria posta in un rango di medio livello. Le scimmie non sanno che colui che ha contribuito alla loro nascita e alla loro affermazione era uno scimpanzé, anzi si presume che i primati credano che “la più grande delle scimmie” possa essere stato un orango, essendo che tale specie viene ritenuta la più importante, la più colta e raffinata.

Cesare non avrebbe mai voluto che le scimmie si dividessero in ceti differenti, auspicava una società egualitaria. Eppure, i suoi successori hanno agito diversamente e le tracce di ciò che Cesare voleva si sono perse insieme al suo aspetto come orme sulla battigia cancellate dalla risacca.

Nella trilogia reboot de “Il pianeta delle scimmie” la figura di Cesare viene notevolmente ampliata, ed egli diviene il protagonista assoluto di questa nuova epopea che narra la nascita, la fondazione del pianeta delle scimmie.

Al principio della storia Cesare non è che un cucciolo, figlio di una scimpanzé chiamata Occhi Luminosi, che faceva da cavia agli esseri umani in un centro di ricerca per esperimenti atti a migliorare la capacità mentale e debellare malattie di tipo neurodegenerativo. Cesare è il frutto di tali studi: egli ha ottenuto dalla mamma un’intelligenza amplificata dalle “cure” a cui ella era stata sottoposta. Sin dall’infanzia Cesare si dimostrerà uno scimpanzé estremamente arguto, imparando rapidamente a comunicare attraverso il linguaggio dei segni.

Cesare cresce in un ambiente tranquillo, sereno, in una famiglia costituita dal dottor Will Rodman, dalla fidanzata Caroline e dal signor Charles Rodman. Cesare, pertanto, viene a contatto con il lato buono, gentile, affettuoso degli esseri umani.

Lo scimpanzé trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella soffitta della casa Rodman.

La camera nella quale Cesare era solito passare le giornate aveva una finestra che dava sul viale alberato del quartiere. Tale finestra era incorniciata nella parete con un taglio circolare ed era decorata con un motivo a rombi.

Cesare rimarrà eternamente devoto a questa immagine, rendendola un’icona, un simbolo personale che gli darà conforto, sicurezza, stabilità. Come un fanciullo umano, egli attingerà dall’infanzia le sue memorie più felici e da esse trarrà l’energia per reggere il peso della responsabilità di adulto.

Cesare userà quel disegno come emblema di speranza agli occhi delle altre scimmie, e le stesse lo dipingeranno ovunque per le vie lontane come un segno che indicherà sempre la corretta via per la città delle scimmie, per il ritorno a casa.

A seguito di un incidente, Cesare viene deportato nel Centro per primati di San Bruno. Tale luogo assume per Cesare i contorni di una prigione. Egli viene confinato in gabbia, viene maltrattato, e sperimenta l’assenza di libertà, la costrizione in una zona limitata, opprimente, e ancor di più sperimenta la solitudine. Le sbarre di quella cella per un essere così intelligente ed evoluto e quella condizione di prigionia risultano intollerabili. Cesare inizia ad elaborare un piano per conquistare la libertà. Egli è circondato da altri suoi simili, scimmie primitive, che agiscono mosse da istinti bestiali, stupidi. Cesare ha intenzione di renderli consapevoli, più partecipi, così trova il modo di fuggire e di fare entrare in contatto le altre scimmie con la sostanza che ha sviluppato la sua intelligenza. Cesare è conscio che le scimmie se prese singolarmente non rappresentano alcuna minaccia, mentre invece se unite in gruppo possono garantire un autentico pericolo.

E’ doveroso citare la scena in cui Cesare fronteggia uno dei suoi aguzzini dinanzi alle altre scimmie rimaste in gabbia; Cesare è fuoriuscito dalla sua cella e attende, in posizione eretta, segno di evoluzione, l’arrivo del suo “carceriere”, un giovane arrogante e aggressivo. Cesare lo sfida apertamente, mettendo il ragazzo in ginocchio e bloccandolo con il suo arto.

L’uomo inveisce contro di lui, dicendogli: “Togli quella zampa puzzolente lurida, maledetta scimmia”, e dunque dandogli un ordine.

Cesare, furibondo, raccoglie tutta l’energia che serba in corpo e prorompe in un urlo che non sa di verso né di grugnito ma di vera e propria parola: “No!”.

Cesare parla davanti a tutti i suoi simili, pronuncia una parola che altri non è che una negazione.

Questa memorabile scena è un omaggio, un tributo al celebre racconto che Cornelius rinarra nella saga originaria de “Il pianeta delle scimmie”.

Cesare, la più solenne fra le scimmie evolute, si è fatta avanti, ha sollevato il capo, ha cessato di genuflettersi e ha obbligato la sua guardia carceraria a prostrarsi al suo cospetto, urlandogli poi la sua prima parola di senso compiuto: “No”. In quel “No” vi è contenuto l’impeto, vi è custodita la forza, la veemenza di chi non vuole più essere sottomesso, di colui che non intende più essere assoggettato. Cesare con quel “No” vuole ribadire che non ubbidirà più ad alcun comando né accetterà più alcuna imposizione.

Mettendosi alla testa di un gruppo di scimmie Cesare oltrepassa il ponte Golden Gate Bridge, raggiungendo le foreste dagli alberi secolari.

Va sottolineato che durante la fuga, Cesare ordina sempre alle scimmie di non uccidere gli esseri umani, anche se questi tentano di fermarle con ogni mezzo. Lo scimpanzé sollecita le scimmie a combattere, a lottare per la propria indipendenza ma non vuole che uccidano, a meno che non sia strettamente necessario o che ciò costituisca un atto estremo di autodifesa.

Cesare urla sempre “No!” ogniqualvolta vede una scimmia sul punto di eliminare un essere umano. Egli è pienamente consapevole che la violenza incontrollata, l’assassinio, la morte arrecata non possono essere la soluzione, non sono il mezzo né lo strumento attraverso il quale va ricercata la libertà. Egli, sin dall’inizio, istruisce pertanto le scimmie ad un atteggiamento civilizzato, non certamente barbaro.

Nel credo di Cesare la rivoluzione, la conquista dell’autonomia non deve avvenire mediante l’azione violenta, il conflitto, la guerra e l’eccidio. Come si noterà più avanti, Cesare cercherà per tutta la vita di abbracciare un credo pacifista; egli compirà gesti violenti solamente quando sarà costretto dal volgere repentino e inaspettato degli eventi.

In questo primo film, Cesare fa la conoscenza di Koba, un bonobo. Koba altri non è che il contraltare di Cesare. Differentemente da quest’ultimo, Koba è maturato in un ambiente ostile, dove è stato trafitto, sfregiato, seviziato in qualunque modo. Il suo manto è ricoperto da cicatrici, i suoi denti sporgono da una mascella contusa, bloccata in un ringhio feroce, e uno dei suoi occhi è completamente bianco, quasi trasparente, come se fosse stato graffiato e reciso. Egli ha vissuto tutta la vita come una cavia, ha subito pesanti torture, tagli, ferite inflittegli dagli uomini per adempiere ai loro esperimenti scientifici. Koba ha visto il lato peggiore, più crudele e insensibile degli uomini, e per questo ha sintetizzato l’intero genere umano sotto una lente di puro odio.

Nel secondo film della trilogia, “Apes Revolution”, sono trascorsi diversi anni da quando Cesare ha capitanato le altre scimmie verso i boschi. Un’epidemia si è diffusa nel mondo, ha mietuto milioni di vittime, sterminando gran parte della razza umana, riducendo il mondo a una landa deserta e desolante. Le scimmie stanno progredendo anno dopo anno. Esse vivono celate e al sicuro in grandi foreste. Gli esseri umani sopravvissuti si sono rintanati, invece, in piccoli agglomerati, esigue comunità dove lottano costantemente per la sopravvivenza, alla continua ricerca di beni di prima necessità.

Gli anni hanno temprato Cesare: egli ha un aspetto marcatamente vissuto, il suo pelo è brizzolato, l’espressività del suo volto è severa, arcigna. Egli appare fortificato dal suo rango di capo. Cesare, con grande saggezza, esorta sempre le scimmie a non interagire con gli esseri umani, a non invadere i loro territori, a non rappresentare per loro una minaccia. Egli non si stanca di ricordare ai suoi simili che la guerra non è mai la soluzione. Essa arreca dolore, sconforto e annientamento.

Una rivoluzione attuata attraverso lo spargimento di sangue non può garantire la nascita di una civiltà saggia e illuminata.

Cesare governa la società di scimmie con fermezza e gentilezza al contempo, con risolutezza ma anche ascoltando i consigli dei suoi più fedeli compagni. In questa fase del racconto visivo, Cesare non si configura quindi come un condottiero sanguinario, un rivoluzionario che si è tramutato in un dittatore a sua volta, come spesso accaduto nel contesto della storia reale. Cesare non vuole imporre il proprio potere sulle scimmie senza dare ad esse alcuna voce in capitolo, né vuole imporre la supremazia della sua specie sugli umani attraverso l’attuazione di un conflitto. Egli desidera che le scimmie vivano al sicuro e progrediscano in pace. Pur essendo diffidente nei confronti degli uomini perché consapevole delle insidie che essi rappresentano, Cesare si mostra compassionevole e mite nei confronti di una famiglia di esseri umani che ha chiesto il suo aiuto.

Al contrario Koba fatica terribilmente a tollerare l’accondiscendenza di Cesare. Dunque trama alle sue spalle e perpetra un tradimento, attentando alla vita di Cesare.

Il tradimento di Koba, che ferisce Cesare credendo di averlo ucciso per poi prenderne il suo posto, mettendosi a capo di un gruppo di scimmie, è una dinamica che rievoca le congiure di antica memoria, attuate per deporre con violenza dalla propria carica un leader, sostituendolo.

Koba guida le scimmie ad un conflitto a fuoco contro la comunità di esseri umani più vicina. Ne segue una carneficina, nella quale diverse scimmie perdono la vita e altrettanti esseri umani vengono trucidati. L’odio che Koba avverte nei riguardi degli uomini trascina così un intero popolo verso la distruzione, verso l’oblio e l’orrore della guerra. Koba commette una strage e nella sua furia omicida non esita a uccidere anche le scimmie che tentano di fermarlo.

Quando Cesare si rimette in sesto, curato da quella stessa famiglia di esseri umani a cui aveva prestato aiuto (segno di come una coesistenza pacifica e prolifica tra uomini e scimmie potesse essere fattibile) fa ritorno, mostrandosi alle scimmie che lo credevano deceduto.

Cesare sfida quindi Koba, oramai completamente accecato dalla pazzia.

Prima che il confronto con il suo sfidante abbia inizio, Cesare osserva le scimmie che hanno accompagnato Koba e hanno mosso violenza sugli uomini; tali scimmie si sono macchiate di un gesto esecrabile e irrimediabile.

In quei frangenti Cesare somiglia a Mosè, che, creduto morto dalla sua gente, discende dal monte Sinai e vede che parte del suo popolo ha tradito i suoi ordini, non ha rispettato i suoi voleri, deturpando sé stesso con un peccato gravissimo. Molte scimmie sono rimaste fedeli a Cesare, confidando nel suo ritorno, ma molte altre hanno seguito Koba per perpetrare morte.

Anche nel racconto biblico molti ebrei restarono leali a Mosè, facendo affidamento nel suo ritorno, mentre altri si lasciarono irretire e sedurre dall’idolo del Vitello d’Oro.

Vi è un momento in cui Koba dice chiaramente che le scimmie non seguono più Cesare, e che egli non potrà più riguadagnare la loro fiducia poiché troppo debole e remissivo. Cesare lancia un’occhiata al suo popolo: il suo sguardo fa trasparire una profonda delusione, un’enorme amarezza. Le scimmie che hanno scelto Koba hanno imboccato la strada della guerra, un percorso dal quale non vi sarà più ritorno. Cesare in quello sguardo sembra far emergere la sua delusione: credeva che le scimmie potessero essere un popolo migliore, eletto, che non si sarebbe mai sporcato di crimini come quelli compiuti; Cesare ha capito che le scimmie si sono rivelate altresì ingenue, stolte, facilmente manipolabili, animate ancora da inclinazioni primordiali, basiche e irruente. La mimica di Cesare rimarca la stoltezza delle scimmie che non si sono rese conto di ciò che hanno commesso, di ciò a cui hanno dato inizio. Hanno imbastito una guerra con l’uomo che non avrà fine, dove tutto si consumerà in cenere.

Segue un efferato duello tra Cesare e Koba sulla sommità di una costruzione incompiuta e fatiscente. Lo scimpanzé e il bonobo combattono senza remore, avvinghiandosi in una serie di morse letali. Il suolo crolla ripetutamente sotto il peso dei due contendenti, rovinando giù come materia disfatta, decadente, rotta. L’edificio incompleto sul quale si adempie la contesa tra il sovrano delle scimmie e il traditore frana, si schianta: esso pare anticipare il destino delle scimmie stesse, che stanno precipitando verso l’abisso della guerra.

Infine, Cesare riesce a trionfare colpendo Koba più e più volte sul costato malridotto, spezzando le sue resistenze e la sua tempra alimentata dal misero odio.

Koba viene battuto e gettato giù da un dirupo, riuscendo tuttavia a restare aggrappato, afferrando la parte terminale di un’asse metallico. Cesare si affianca alla prominenza, sporgendosi ed elevandosi sull’avversario sconfitto.

Nel momento topico, Cesare deve scegliere se porre fine all’esistenza di Koba o lasciarlo vivere. Koba permane appeso su di una sporgenza, il suo corpo cede nel vuoto. Cesare lo sovrasta in piedi, restando sul suolo sicuro. La costruzione della scena è estremamente simbolica: le assi di legno sono carbonizzate, il ferro è cosparso di macchie, le travi ingiallite, i fili staccati, i detriti che ciondolano dappertutto rendono il contesto apocalittico, prevedendo la catastrofe nella quale il mondo soccomberà per l’azione di Koba. Tutto andrà in rovina.

Cesare non può fare altro, deve prendere una decisione drastica, definitiva. Quello che sta per compiersi è un atto ineluttabile e segnerà per sempre la personalità di Cesare.

Cesare dispone completamente della vita di Koba. Vigliaccamente, quest’ultimo gli ricorda il dogma, la legge che Cesare aveva stabilito quando fondò la società delle scimmie: una scimmia non uccide un’altra scimmia. Con quella legge, Cesare sperava di insegnare alle scimmie a non fare ciò che gli esseri umani, nel corso della loro storia evolutiva, hanno sempre fatto: uccidere il proprio fratello, il proprio simile.

Cesare osserva Koba con disprezzo, lo afferra per una mano mentre le spoglie sconfitte di Koba penzolano pateticamente sul nulla. In quell’attimo Cesare pronuncia una frase emblematica: “Koba non è scimmia!”. Non reputandolo un suo simile ma un’aberrazione, un’anomalia, un cancro che ha annerito la sua società, Cesare giustizia Koba.

Attenzione, il verbo corretto è giustiziare. Cesare non uccide Koba. Ciò che compie Cesare non è un atto punitivo né una vendetta, non è un assassinio ma l’attuazione della giustizia.

Cesare, dunque, giustizia Koba perché quest’ultimo ha costretto un’intera popolazione ad anni ed anni di sofferenze e di perdite.

Cesare apre la mano e lascia cadere il corpo di Koba nel vuoto, condannandolo a morte sicura.

Nel terzo capitolo intitolato “The War – Il pianeta delle scimmie” il conflitto non voluto da Cesare che coinvolge le scimmie e gli esseri umani sopravvissuti prosegue senza sosta per il controllo del mondo rimasto. Alcune forze armate statunitensi danno la caccia ai primati, aiutati da alcune scimmie traditrici che preferiscono la schiavitù alla morte, convinte che non ci sia modo di battere gli umani. A seguito di una feroce battaglia nella foresta, Cesare sceglie di liberare i soldati catturati e di rimandarli dal loro leader, il Colonnello McCullough, con il messaggio che se gli umani lasceranno in pace le scimmie, non ci saranno più scontri. Ancora una volta egli palesa la sua magnanimità.

Cesare e i suoi fanno ritorno nella loro nuova colonia costruita in una grande grotta nascosta dietro una cascata, dove il figlio di Cesare, Occhi Blu, fa rientro da un lungo viaggio e riferisce di aver trovato un posto oltre il deserto in cui le scimmie potranno costruire una nuova casa al sicuro dagli umani. Oltre il deserto, dunque, vi è una Terra Promessa in cui il popolo di Cesare potrà vivere in eterno.

Di notte, però, la colonia viene attaccata da un gruppo di soldati, tra i quali c'è anche il Colonnello, che uccide Cornelia, la moglie di Cesare, e Occhi Blu, il figlio maggiore di Cesare.

Distrutto dal dolore, Cesare si lascia inondare da un odio incontenibile verso gli uomini che continuano a uccidere le scimmie in un conflitto insano.

Il fantasma, l’eco di Koba si materializza nella mente di Cesare come un’allucinazione che lo tormenta, un incubo vissuto a riposo e in veglia. Cesare teme di trasformarsi nel suo peggior nemico, di perdere la propria lucidità, la propria indole pacifica, teme di farsi sopraffare dall’odio e di diventare ciò che teme: un essere alimentato solamente dal rancore, dalla ripugnanza, dal livore, dall’astio profondissimo.

Il Joker, moltiplicatosi nella mente delirante di Batman, cerca di soggiogarlo

Qualcosa di molto simile avviene anche nel videogioco “Batman Arkham knight”, ultimo capitolo dell’acclamata trilogia videoludica dedicata al Cavaliere Oscuro. Batman è stato infettato dal sangue del Joker che contiene una potente tossina. Il Crociato Incappucciato rivede come proiezione della sua mente, in una sorta di allucinazione prolungata e ossessiva, il Joker che gli si pone dinanzi, gli parla, lo assilla, tormentandolo, alterando la sua percezione della realtà.

Lentamente il veleno contenuto nel sangue di Joker rischia di trasformare Batman in ciò che più teme: nello stesso Joker, una vittima delirante, paranoica, assassina, dalla pelle lattiginosa e un sorriso folle e perenne sulle labbra rosse come un rubino.

La mente dell’eroe viene pervasa dalla presenza di Joker che gli appare continuamente, moltiplicandosi, provando in ogni modo a soggiogarlo. Lottando con tutte le sue forze, il guardiano di Gotham City abbatte le sagome del pagliaccio, rinchiudendo la sua essenza in una cella inespugnabile e spedendo la stessa in un meandro buio e imperscrutabile della sua mente, dal quale l’eco di Joker non potrà più risuonare.

Il fantasma di Koba tormenta Cesare durante un'allucinazione visiva

Nel film “The War – il pianeta delle scimmie” viene inscenata una dinamica molto somigliante a quella appena descritta. Cesare viene torturato dalle apparizioni sempre più verosimili ed inquietanti di Koba, che riemerge dai suoi pensieri, parlandogli, mettendo in dubbio le sue scelte, le sue azioni, perfino la purezza del suo cuore. Lo spirito di Koba, riaffiorato dalla coscienza di Cesare che soffre per ciò che ha dovuto fare, ovvero giustiziarlo, prova a raggirare Cesare, profilandogli un futuro tragico per lui e le scimmie, facendogli venir meno le speranze, sforzandosi di rimodellarlo in quello che non è mai stato.

Cesare verrà reso schiavo, imprigionato nuovamente, mentre tutto il suo popolo verrà catturato e messo ai lavori forzati da un gruppo di militari capeggiati dal brutale Colonnello McCullough. In un particolare momento Cesare assiste alla fustigazione di un suo simile. Le scimmie sono costrette a lavorare nel fango, a frantumare rocce, come anime dannate, sotto la rigida sorveglianza dei militari. Un orango viene frustato selvaggiamente per ordine degli uomini. La vista di quell’essere inerme che viene crudelmente flagellato è per Cesare insopportabile. Egli urla all’aguzzino di fermarsi, di smetterla immediatamente con quella frusta. Cesare agisce come Mosè quando nel racconto biblico vede un ebreo venire massacrato dai colpi di frusta di un egiziano e si adopera per fermarlo. Mosè si frappone fra il fustigatore e la vittima, ne segue una colluttazione nella quale la guardia egizia perde la vita. Questo evento porterà Mosè a fuggire dall’Egitto e a trovare riparo a Madian, in esilio.

Mosè illustrato da Erminia A. Giordano per CineHunters così come appare ne "Il principe d'Egitto". Potete leggere di più cliccando qui.

Cesare, dunque, come il Profeta del popolo di Israele, interviene e fa cessare i colpi di frusta del padrone. Egli si sostituisce al suo compagno, e acconsente a subire la flagellazione al suo posto. L’amore che Cesare prova per il suo popolo è immenso, pari a quello di un dio che ama i suoi figli, e viene esplicato dal gesto nel quale egli sceglie di soffrire al posto di un altro.

Cesare viene poi abbandonato al gelo dove potrebbe soccombere, vinto dal freddo e morire con l’odio nel cuore.

Il primate viene però aiutato da una ragazzina, Nova, che gli dà da bere, lo riscalda, comunica con lui a gesti e gli ricorda che insieme lui e la sua gente sono forti. Commosso dalla delicatezza della ragazzina, Cesare rievoca nelle sue memorie la bontà insita nell’animo degli esseri umani e si ravvede. L’odio progressivamente svanisce in lui, inizia a dileguarsi come una nube grigia che scompare all’orizzonte al termine di un temporale, come i marosi di un mare che biancheggia e che gradualmente torna ad essere quieto con un moto ondoso placido. Così Cesare sconfigge il fantasma di Koba, battendosi per l’ultima volta per la libertà del suo popolo.

Cesare si avvicina all’uomo che gli ha ucciso la moglie e il figlio ma non si vendica: non lo sopprime, né per odio né per vendetta, anzi mostra pietà nei suoi confronti, quando lo vede piegato dalla malattia che si sta impadronendo di tutta la razza umana facendo perdere loro la capacità di parlare.

Cesare frantuma le catene del suo popolo, indicando la via verso una zona sicura, verso un luogo di pace, dove vi è tanto verde: una terra dove scorre latte e miele. Una regione pura, dove le scimmie potranno accrescere e far fiorire il proprio regno.

Cesare è ferito a morte e come ultimo atto nella sua vita si limita ad osservare, felice, il popolo a cui ha dato nuova vita e libertà.

Ecco che nell’ultimo momento dell’esistenza di Cesare riemerge la caratteristica messianica, divina, da profeta della sua figura; Cesare siede lontano dalle scimmie, le osserva non mettendo piede nel terreno che esse calcano. Egli si limita ad ammirarlo da fuori, come Mosè a cui era stato impedito da Dio l’accesso alla Terra Promessa dopo quarant’anni di peregrinazione nel deserto.

Il compito di Cesare pare esaurirsi qui. Egli ha condotto la sua gente al sicuro, in una terra fertile in cui il loro reame potrà sorgere, ma nel quale egli non potrà mai varcare la soglia poiché il suo tempo è finito, la cera della sua candela si è sciolta.

Cesare versa una lacrima, una stilla impregnata di speranza, si accascia al suolo e muore.

La figura e il vissuto immaginario di Cesare sono paragonabili a molte celebri personalità realmente esistite. Innanzitutto il suo appellativo richiama quello di Giulio Cesare, quindi il nome di un condottiero che guidava le sue legioni alla conquista, al trionfo e che espandeva i confini dell’immensa Roma. Cesare era anche il titolo che, derivato dalla grandezza a cui assurse in vita Caio Giulio Cesare, assumevano di volta in volta gli imperatori dell’epopea romana. Dunque Cesare è un appellativo che reca in sé una gloria astratta ma percepibile, in quanto sinonimo di potere, di fasto e va associato a coloro che amministrano, che governano un popolo.

Al contempo la figura del Cesare fantascientifico è comparabile a quella di Spartaco, il gladiatore assoggettato che si ribellò ai suoi “proprietari” e comandò un manipolo di schiavi a muovere contro le schiere romane per un desiderio irraggiungibile di libertà. In egual modo Cesare è associabile a tutte le personalità rivoluzionarie del passato poiché egli è colui che si rivolge ai suoi simili, li ridesta, dona loro un ideale per cui vivere e battersi, li sprona a non genuflettersi a qualunque costo.

Cesare capitana la sua specie verso l’indipendenza, diviene il mentore, la guida massima, eppure non si pone mai come un monarca spietato nei confronti dei suoi sudditi. Tutt’altro, Cesare è magnanimo e buono. Contrariamente a molti altri capi rivoluzionari del mondo reale, come già precisato, Cesare, una volta portata a fine con successo la sua rivolta, non diviene un despota, non si lascia sedurre e indurire dal potere. La storia è piena di uomini che dopo aver rovesciato i potenti sono finiti per divenire egli stessi dittatori; vedasi ad esempio Fidel Castro, tra gli artefici della Rivoluzione cubana, che istituì a sua volta un regime totalitario.

Cesare non rientra in quel filone. Egli si erge a difesa di un popolo inerme, rinchiuso nelle gabbie, che viene seviziato, trattato come cavia, malnutrito. Cesare aiuta tutti i primati a volgersi contro i loro signori ma in seguito non diviene per loro un autocrate che spadroneggia e che sfrutta i servigi dei suoi subordinati.

Nel celebre romanzo “Animal Farm”, George Orwell elabora tutta una serie di personaggi appartenenti al regno animale, per lo più rurale, che usa come allegorie. Adempiuta la rivoluzione nella fattoria e dunque scacciato il fattore - l’uomo che seviziava, spolpava le creature, le sfruttava sino a che avessero potuto dargli qualcosa per poi gettarle via - gli animali istituiscono una società nata sotto i più rosei auspici, le migliori intenzioni.

Col passare del tempo la fattoria degli animali muta, viene sporcata, insozzata dal male, dalla cupidigia, dalla smania di potere. Il sistema retto dall’essere umano che dapprima opprimeva gli animali viene sostituito da un apparato governativo sostenuto dai maiali, che hanno guadagnato il potere e che non differiscono dagli uomini nel modo di ragionare e di agire, finendo per tramutarsi in essi, tanto da risultare infine irriconoscibili, indistinguibili nei loro luridi, sozzi, sordidi aspetti.

Tutti gli animali della fattoria, i maiali, i cavalli, gli asini, i corvi, i cani, le pecore, le galline, ognuno di essi non è che una metafora, l’incarnazione di un significato. Orwell, scrivendo tale storia con la sua prosa straordinaria, immaginifica, aspra e inquietante, rievoca quello che accadde durante la Rivoluzione russa, a cui seguì la dittatura Staliniana.

Il maiale Napoleone, protagonista oscuro e senza scrupoli del racconto orwelliano, è un personaggio che assurge al ruolo di capo rivoluzionario, che inganna gli animali, manipolandoli, facendoli passare da una forma di schiavitù ad un’altra senza che essi se ne rendano conto, schiacciandoli sotto il proprio giogo, ma lasciando loro l’impressione che tutto sia cambiato e che quando c’era l’uomo si viveva in condizioni ben peggiori; vero è però che quelle condizioni sono pressoché tragicamente identiche. Palla di Neve, un altro maiale rivoluzionario, colui che era veramente mosso da sentimenti puri di uguaglianza, viene selvaggiamente assassinato, e la sua immagine distorta, alterata, come in una mutazione effettuata da terzi attraverso l’uso smodato della propaganda, atta a dare in pasto agli animali un capro espiatorio, colui che è responsabile di ogni evento negativo che accade all’interno della fattoria e su cui vanno riversati frustrazione e risentimento: una distrazione per la massa che non si accorge chi è il suo vero nemico.

Se Cesare avesse sovvertito l’ordine costituito e avesse concentrato il potere su sé stesso, mentendo ai i suoi compagni, egli sarebbe andato incontro ad una metamorfosi che lo avrebbe fatto somigliare al Napoleone orwelliano.

Il Napoleone de “La fattoria degli animali”, infettato nell’anima dalla malattia del potere, si tramuta in un maiale che si solleva su due zampe, che gioca a carte, che sbraita e beve alcolici dai bicchieri, che si arricchisce adagiandosi sulla schiena dei più deboli. Le sue lerce sembianze, grasse, ubriache e vomitevoli, fanno in modo che egli sia uguale ad un padrone del genere umano, a sua volta immondo e putrido tanto nell’intimo quanto nell’esteriorità.

Cesare è uno scimpanzé, il parente più prossimo dell’uomo. La sua andatura eretta, il suo modo di parlare, di gesticolare, di atteggiarsi lo rendono simile ad un maschio della specie umana. Eppure, egli non si confonde con esso, proprio perché differisce dall’uomo corrotto e cattivo. La sua sagoma non viene sfigurata, non si mescola con quella dell’uomo avaro, traviato e marcio dentro. Cesare mantiene un’immagine che è un modello di probità e correttezza e, al contempo, fa in modo che nei propri confronti non nasca mai il culto della personalità, tipico dei regimi.

Cesare bada a far sì che le scimmie non reprimano, non schiaccino altre scimmie. Egli rimane un giusto. Assume i contorni del pastore spirituale che muove il suo gregge verso pascoli floridi e sicuri.

Il Cesare della saga originaria ha visto con i suoi occhi la sua gente ridotta in miseria, ridicolizzata, trattata alla stregua di animali da compagnia, sfruttati come bestie da soma, considerati nel loro insieme come ammassi e non individui, privi pertanto di rispetto, di dignità e diritti. Il cammino che tale Cesare compie, di strada in strada, ad osservare come versa il suo popolo è per certi versi - e con le dovute differenze s’intende – paragonabile al viaggio in motocicletta che Ernesto Guevara effettuò nell’America Latina, mediante il quale egli vide la miseria, la malattia, l’estrema povertà in cui versava la popolazione. Ciò lo portò a elaborare propositi rivoluzionari, che avrebbero sradicato i potenti dai loro “troni”. Così accadrà nell’epopea originaria, più precisamente in “1999 Conquista della Terra” dove Cesare alimenterà l’odio intransigente contro un nemico comune, l’uomo che vessa e prevarica, attaccandolo, riducendolo da predatore a preda, facendolo sentire una belva braccata.

Il Cesare della trilogia contemporanea, pur essendo un rivoluzionario e pur agendo come un condottiero che capeggia le sue truppe verso la conquista della propria sovranità attraverso azioni audaci e combattive, crede fermamente che la guerra non sia mai una opzione corretta e da avallare. Una volta creata la società di scimmie, una comunità che cresce anno dopo anno e occupa le foreste, Cesare cerca di proseguire nell’attuare una rivoluzione che non contempli spargimenti di sangue. Nel primo film egli muove violenza solamente se strettamente necessario, per trainare i suoi simili al di là della città, verso la natura, oltre il centro urbano.

Per gran parte della sua esistenza Cesare cerca di indirizzare le scimmie ad una vita di pace, evitando accuratamente di attuare azioni ostili nei confronti degli umani e per tale ragione egli si prodiga nel plasmare una identità collettiva. In questo la figura di Cesare è paragonabile, velatamente, a quella del Mahatma Gandhi – anche in questo caso il parallelismo va preso con le dovute proporzioni - che ha predicato nella sua India l’idea di una rivoluzione silente, pacifica, tacita, contro l’occupazione inglese. Gandhi teorizzò la resistenza all'oppressione tramite la disobbedienza civile di massa: un popolo unito in un unico intento, che collaborasse all’unisono, che agisse come un corpo solo facendo propria una coscienza ed un’identità nazionale. Anche Cesare ripudia la guerra, egli è fermamente convinto che la civiltà di scimmie debba accrescere, migliorare, attraverso il mantenimento dell’equilibrio, dell’ordine, sotto quella stessa bandiera a rombi. E’ la conoscenza, l’apprendimento, la capacità di migliorare, di perfezionarsi, ad ampliare la società delle scimmie, non la conquista territoriale o l’espansione, l’assedio, l’invasione di altri luoghi per la supremazia del mondo. Cesare crede che se le scimmie dovessero restare sempre unite, come un solo organismo, esse potranno vivere e progredire.

Quando la guerra con gli esseri umani ha inizio a causa di Koba, Cesare avalla sortite e azioni di guerriglia solamente per difendere, non per aggredire. Inoltre Cesare non piomba mai nel baratro, non cede all’oscurità, resta fino alla fine un essere spinto da scopi buoni, una luce che illumina la via per una comunità bisognosa di un faro che irradi l’oscurità.

Cesare agisce come un liberatore, un essere valoroso che trascina il suo popolo verso la salvezza, mantenendo l’immagine di un eroe puro; anche in questo caso egli è paragonabile ad Ernesto Guevara e al mito che egli incarnò e seguita ad incarnare tutt’oggi per il suo popolo e per tutti coloro che si rivedono nei suoi ideali.  

La figura di Cesare è una delle più affascinanti, delle più stratificate della cinematografia contemporanea, poiché attinge dalle personalità realmente esistite e da quelle inerenti le tre grandi religioni monoteiste. Egli sia come “essere terreno” che come dio verrà lodato e venerato dalle scimmie per i secoli a venire. In lui verità e mito si intersecano in un groviglio inestricabile.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Letture supplementari all'articolo:

Il pianeta delle scimmie: una recensione in prima persona – Viaggio in soggettività nella solitudine dell’ultimo rimasto

Anna ed Anya – I due volti di Anastasia

Era il settembre del 2011 quando nei cinema italiani campeggiava un cartonato promozionale, nel cui centro, a caratteri contenuti, vi era impresso un monito sinistro: “l’evoluzione diverrà rivoluzione”. Una Tagline accattivante, specie se combinata all’immagine che frastagliava dal basso e che finiva poi per occupare l’intero poster. Si trattava di Cesare, immortalato in una posa minacciosa, nell’attimo in cui era prossimo a sbattere con rabbia le nocche sul terreno. Si dipanava così il primo approccio visivo che il pubblico aveva con “L’alba del pianeta delle scimmie”, il primo capitolo di quella che sarebbe divenuta una delle trilogie più belle degli ultimi anni. Poco più di un lustro dopo quel primo, fatidico incontro che ho personalmente avuto io, ma credo così anche voi, con Cesare, la trilogia è giunta a compimento e l’ultimo tassello del puzzle ha trovato il suo posto prescelto su cui far combaciare le proprie scanalature e comporre la totalità del mosaico.

Scrivendo le mie sensazioni e il mio parere in merito a “The War – Il pianeta delle scimmie” non posso in alcun modo esimermi dal lasciar traspirare, in ognuna delle mie prossime parole, le emozioni provate dall’inizio alla fine della visione del film. Non vorrei limitarmi a dirvi se “The War” sia un buon o un pessimo film, né se a me, in maniera soggettiva, sia piaciuto o meno. Non sarebbe giusto e rispettoso nei confronti di un’opera che fa della complessità del proprio messaggio emotivo il fulcro del diletto dello spettatore. Per trattare di “The War” bisognerebbe anzitutto quantificare quanto riesca ad emozionare ognuno di noi, e solo in seguito dire se e quanto ci sia piaciuto. “The War – Il pianeta delle scimmie” è un’opera che va ben oltre una semplicistica dicotomia tra ciò che è bello e ciò che piace, perché risulta innegabile, anche per lo spettatore meno avvezzo ad apprezzare l’introspezione psicologica e caratteriale di un blockbster del genere, la quantità di sentimentalismo terso, riflessivo, tendente al lirismo che il film raggiunge e che riesce a rendere complementare al resto della saga. “The War” è un lungometraggio che induce all’analisi intima, essendo in grado di innescare un turbinio di sentimenti diversi in ognuno di noi. Il giudizio, di conseguenza, sarà ancor più soggettivo, poiché le scene introverse, quelle che dominano in silenzio, molti degli intensi minuti della pellicola, sono girate opportunamente per far indugiare ogni singolo spettatore a comprendere cosa il vedere quella determinata sequenza, stia generando in lui. “The War – Il pianeta delle scimmie” indaga quindi la bellezza riuscita di un film nella soggettività di ognuno di noi; del resto è ciò che avviene quando si fa dell’emozione analitica il moto dell’intera narrazione.

(Attenzione pericolo Spoiler!!!!)

  • Bugia scimmiesca

“The War” è una grande bugia. Dopotutto fu menzognera anche quella Tagline del film con cui aprivo il mio pezzo. Il terzo capitolo della saga fa sì che venga presentato come un film di fantascienza a carattere guerresco, che pone su due fronti opposti uomo e scimmie. Il che, sarebbe anche vero, se non fosse che la guerra non è che una dannazione cui Cesare e il suo popolo non possono sottrarsi pur desiderandolo con tutte le loro forze. Sono trascorsi alcuni inverni dal tradimento di Koba, lo scimpanzé che minò l’integrità della popolazione di Cesare mettendo in moto una reazione a catena che avrebbe portato allo scoppio della guerra. Cesare, stanco e affaticato dagli anni di stenua sopravvivenza, deve affrontare una nuova minaccia, rappresentata dal Colonnello McCullough (un despotico Woody Harrelson) a capo di un esercito votato alla distruzione delle Scimmie intelligenti. Durante un blitz notturno, il Colonnello uccide senza pietà la moglie e il figlio di Cesare, scatenando in lui un desiderio di vendetta.

Come scrivevo, “The War” è una grande fanfaluca, poiché se vi aspettate da questo momento un film di guerra, di costante azione travolgente e di cruente battaglie che condurranno allo sterminio della razza umana e alla nascita compiuta del pianeta delle scimmie, beh, vi sbagliate. Siete stati ingannati. Siamo stati ingannati. Già, e io direi anche: “Per fortuna!”. Ancora una volta il regista Matt Reeves fa della meditazione e della riflessione drammatica l’anima del suo film, estremamente comunicativo nei momenti in cui lascia che siano i gesti, gli atteggiamenti, gli sguardi e le movenze a dire più di quanto le parole potrebbero mai infondere significato a vocali e consonanti, a frasi e a interi periodi. Il lungo pellegrinaggio di Cesare, dalla sua dimora fino al centro militare in cui alberga il Colonnello, è l’ultima tappa di un ben più corposo viaggio iniziato in quel 2011, quando Cesare nasceva sotto i nostri occhi e veniva allevato tra le amorevoli cure di un padre umano. Quest’ultima traversata, compiuta per la maggior parte del tempo senza la colonia che a lui era così devota, e soltanto con la presenza del fraterno amico Maurice, Rocket, e una nuova, bizzarra conoscenza dal nome di Scimmia Cattiva, è lo step finale verso il raggiungimento della meta esistenziale di questo condottiero. Il popolo di Cesare, privato di un luogo sicuro in cui vivere, è costretto a spostarsi, a vagabondare senza una meta apparente quando l’eco del conflitto apocalittico fa da scorcio a tutto ciò che contempla il loro cammino. Un incedere progressivo e stoico, senza un mentore a dar senso al loro moto. Cesare li ha infatti lasciati per incamminarsi su una via da cui si aspetta di non tornare mai più.

  • Scimmie evolute, uomini regressi

Durante questa sua traversata avvenuta in pieno inverno, tra la coltre bianca nel terreno e la neve che fiocca giù copiosa, Cesare seguita ad essere alimentato dal suo odio. Lo spettro di Koba turba l’animo del protagonista, terrorizzato all’idea di diventare egli stesso colui che ha condannato le scimmie alla guerra. Durante tutto il film si avverte questo mutamento avvenuto nella psiche di Cesare, nato come eroe, guida, divenuto in seguito un capo e un difensore. L’aver abbandonato il suo popolo per inseguire ardenti voleri di vendetta sembrerebbe far pendere l’ago della bilancia verso una metamorfosi in ciò che fu la sua nemesi. Un fatale destino a cui Cesare scamperà ancora una volta grazie alla sua bontà di cuore, che tornerà a battere con la forza di un tempo anche grazie alla vicinanza di Nova, una piccola bambina scampata alla morte per merito di Maurice. Il rapporto di comunanza e comprensione tra Cesare e questo “cucciolo” di essere umano permette al protagonista di comprendere quanto l’uomo non debba necessariamente essere avviluppato da un odio profondo come quello nutrito da Koba, ma che potrebbe ancora esistere una integrazione, o per meglio dire, una tolleranza a debita distanza tra il popolo delle scimmie e ciò che resta della razza umana. E’ un viaggio purificatore quello adempiuto da Cesare. In “The War” le tematiche filosofiche ed esistenzialiste raggiungono vette poetiche di sublime e adamantina magnificenza. Le mirabili cure con cui Maurice alleva la dolce infante a cui darà il nome di Nova, (splendido omaggio al cult del 1968) e le toccanti sequenze in cui un gorilla ornerà il viso della piccola inserendo tra i suoi capelli un fiore rosa, toccano le corde del cuore fino a farle risuonare di una musica triste e malinconica.

E’ l’atto comunicativo tra due mondi che si stanno rovesciando a vicenda. Le scimmie evolute e dotate di fine intelletto e di parola sembrano elevarsi rispetto agli uomini la cui malattia contratta li sta regredendo, facendo loro perdere il dono più grande che la natura abbia mai elargito: la facoltà di parlare. La piccola Nova è muta, si esprime con il linguaggio dei segni imparato da Maurice, il quale invece sta cominciando a parlare fluentemente. Una contrapposizione che però, in questo caso, non erge le scimmie al di sopra degli uomini, anzi. Esse si pongono al pari livello della piccola bambina, come fossero due razze del tutto somiglianti e non solo imparentate come afferma la teoria dell’evoluzione. Qui avviene di fatto un’evoluzione al rovescio, ma come dicevo, che lascia intravedere un aspetto paritario.

Reeves fa delle sue scimmie creature complesse, dalla psicologia ricca e variegata ma anche per lo più buone e generose. Gli uomini, invece, sono figure nette e distinte, mai ambigue, o buone o cattive. Probabilmente il solo difetto del suo prodotto. Tuttavia, questa distinzione chiara, permette alle scimmie di rendersi compassionevoli e rispettose delle persone dolci e buone come la piccola Nova.

 

  • L’avete distrutta, maledetti per l’eternità, tutti!

Nel celebre explicit de “Il pianeta delle scimmie” del 1968, Charlton Heston urlava al cielo la rabbia e la frustrazione provata nel momento in cui comprendeva quanto la “bestia” uomo avesse arrecato morte al suo stesso fratello, condannando la Terra alla distruzione. Quasi cinquant’anni fa, ci era stato anticipato ciò che sarebbe successo in “The War”. Non sarebbero state le scimmie a condurre una vera e propria rivoluzione che avrebbe soverchiato la razza umana e piegata al proprio cospetto. Le scimmie, invero, ereditarono la terra. Furono gli uomini a distruggersi tra loro. Quello che veniva carpito nel classico del 1968, qui viene reso in modo tangibile in pellicola e avviene sotto i nostri occhi. La sagoma del Colonnello, despota folle e implacabile, che crede di guidare il suo esercito in una guerra santa per epurare la Terra dall’abominio dell’evoluzione scimmiesca e della regressione umana, (egli ordinerà l’assurda strage di ogni uomo che lentamente disimparerà a parlare) è la personificazione di ciò che condurrà gli uomini alla distruzione. Nel disperato tentativo di fermare il suo insano operato, la guerra che scoppierà tra gli uomini mieterà le restanti testimonianze della stirpe, di quella che un tempo fu la razza umana.

E’ questo il più grande inganno del film. Un inganno studiato ad arte fin dal principio, da quando fu scritto “l’evoluzione diverrà rivoluzione”. In “The war” la rivoluzione non avverrà perché come previsto non erano le scimmie a doverla condurre.  Le scimmie non si limitano ad essere spettatrici di questo conflitto, quanto vittime dell’agire dispotico del tiranno di turno. Verranno schiavizzate e con esse anche Cesare verrà deportato in un campo di concentramento, fino al momento in cui il protagonista troverà la sua personale vendetta col volere del destino.

  • La trilogia de “Il pianeta delle scimmie”

Questa saga reboot de “Il pianeta delle scimmie” si era prefissata l’obiettivo di raccontare una nuova storia, omaggiando quella che fu narrata un tempo. Questo inedito racconto è riuscito ad andare oltre le più rosee aspettative, imprimendo alla mitologia della saga una rinnovata linfa vitale, ancor più drammatica ed evocativa dell’originale. Gran merito della resa scenica di Cesare è di Andy Serkis, vero maestro in questa forma di arte attoriale e interpretativa. I tre capitoli possono essere visti come l’evoluzione psicologica e fisica del protagonista Cesare, un progressivo accrescimento spirituale e mentale che avviene attraverso il cambiamento dell’atmosfera e dell’azione stilistica avvenuto nei tre film. Il primo era un lungometraggio a carattere carcerario, in cui Cesare sperimentava una forma di schiavitù, di prigionia. Dalla sua genuflessione cominciò l’innalzamento. Il secondo capitolo, ancor più cupo, assunse i contorni del grande film fantascientifico e bellico. Cesare da ribelle divenne guida e voce di un popolo in un mondo post-apocalittico. In quest’ultimo capitolo, ancora un nuovo cambiamento condurrà il primate ad ascendere al proprio destino di messia di una nuova razza dominatrice del pianeta.

  • Cesare, condottiero e messia

“The War” è l’ascesa conclusiva di Cesare, paragonabile, a mio giudizio e con le proporzioni del caso, alla figura di Mosè. Come il profeta, anche Cesare deve guidare il suo popolo verso la salvezza, verso una nuova terra, scampando alla schiavitù, ad una nuova forma di prigionia in un campo di lavoro e di sterminio. Cesare per tutta la sua esistenza predicò pace, giustizia, pietà e rispetto. Incitò al combattimento soltanto se estremamente necessario, e si ricongiunse alla sua integrità morale e buonista sul finale. Non è un caso che verrà ferito a morte da un uomo da lui stesso risparmiato. Cesare non doveva morire in battaglia contro un acerrimo avversario, ma doveva invece essere sconfitto da colui che non meritava la sua clemenza, l’uomo crudele. Cesare non volle mai generalizzare e continuò ad essere un capo misericordioso, quella medesima misericordia che riacquistò per merito di un essere umano, questa volta, magnanimo: Nova.

Una volta raggiunta la mistica terra promessa, a Cesare non sarà concesso di poter ammirare cosa diventerà la stirpe da lui salvata. Come accadde a Mosè, anche a Cesare è impedito “l’accesso” al futuro del suo popolo, una volta divenuto forte e indipendente. Cesare, ferito e sopraffatto da una vita di dolore e resistenza, si spegnerà progressivamente, cadendo senza vita all’alba di un nuovo giorno, di una nuova era, che lui stesso ha garantito: l’alba del pianeta delle scimmie.

  • Conclusioni

“The War – Il pianeta delle scimmie” è il meraviglioso ultimo atto della trilogia di fantascienza migliore degli ultimi anni. Imponenti sequenze d’azione, spettacolari esplosioni e combattimenti adrenalinici per la sopravvivenza sono la scarlatta carta da regalo che Matt Reeves confeziona per celare al suo interno un dono di grande valore per gli amanti del genere. “The War” nel suo ritmo compassato è un elogio continuo alla riflessione umana e all’empatia. Un film che mi ha toccato davvero il cuore. Per tale ragione, in questi ultimi passi, continuo a dirvi che non dovrebbe essere limitato ad una mera valutazione critica, perché, per quanto ogni singolo fotogramma riesca ad emanare un mirabile valore emozionale andrebbe prima di tutto giudicato più che con la mente col cuore, per chi ha provato certe riflessioni solo grazie agli stimoli che ogni battito provocato dal film è riuscito a dettare.

Ma se proprio una recensione personale debba richiedere un giudizio numerico… allora il mio voto è senz’altro di 9 su 10.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potrebbe interessarvi il nostro articolo sul classico del 1968 "Il pianeta delle scimmie: una recensione in prima persona: viaggio in soggettività nella solitudine dell'ultimo rimasto". Potete leggerlo cliccando qui

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Planet of the apes” preferisco definirlo come “un film senza titolo”, perché è una di quelle poche opere a non averne affatto bisogno se non per un uso strettamente pubblicitario e identificativo. Anzi, credo che quel titolo sveli fin troppo. Sono quattro parole che preparano lo spettatore alla visione di un mondo distopico. Lo si priva così del dirompente impatto perpetrato dall’effetto sorpresa. Supponiamo però di indossare, per circa due ore, le vesti di scienziati sul punto di condurre un esperimento sociale su delle “cavie” che non hanno mai visto il film in questione, preparandole alla visione del lungometraggio senza svelare nulla di più.  Chiederemmo, gentilmente, di chiudere gli occhi per pochi secondi quando la pellicola mostrerà il titolo, e invitaremo tutti, successivamente, a riaprirli per riprendere la visione del film. Da questo preciso momento gli spettatori vivono il film in completa soggettività: diventano il protagonista. E ciò perché, come lui, non sapranno nulla di quanto sta per accadere, non saranno a conoscenza del pianeta cui il titolo fa riferimento né potranno immaginare quali creature incontrerà Taylor. Come per i personaggi così per gli spettatori sarà un viaggio dedito alla perpetua ricerca. Sono pochi i lungometraggi a poter garantire una simile possibilità, a poter vantare un’esperienza così rara di visione. Si potrebbero contare sulla punta delle dita, perché per permettere questo tipo di “comunicazione visiva” occorre che la pellicola in questione segua il ritmo del viaggio caratterizzato dall’incertezza, dalla mancanza di spiegazioni nel breve periodo e da quel bisogno di scoperta che porterà a chiedersi: “dove siamo? Quando siamo? Cos’è questo posto?”.

Resteremo in soggettività fin quando i confini della quarta parete lo permetteranno, naturalmente. Ma se è possibile vedere un film immedesimandosi nello stupore del protagonista, lo si può anche rinarrare in sua vece? Commentare una pellicola rinarrandola con le parole di chi ha vissuto una realtà capovolta? E’ possibile?! Se l’avventura inizia da qui, ci troviamo all’interno dell’astronave, a riannodare le fila che legano quelle ultime parole di commiato che riserveremo ai posteri prima della partenza. Breve premessa: le riflessioni del protagonista verranno introdotte e terminate dalle parentesi quadre, mentre i commenti personali alle scene verranno scritti liberamente.

Che l’esperimento abbia inizio, dunque…

[Questo completa il mio ultimo rapporto prima di toccare la meta. Ora la navigazione è completamente automatica. Ho sprofondato l’equipaggio in un sonno profondo nel quale li raggiungerò presto. Visto da qui tutto sembra così diverso. Il tempo e lo spazio qui perdono di significato. L’individualità è annientata. Io mi sento solo.]

Un incipit di tale valenza, pronunciato con fermezza autoritaria, farà da solido costrutto ad una intensa presentazione, una breve descrizione che fungerà da panoramica generale sull’angoscia della pochezza dell’essere umano posto al cospetto dell’universo sconfinato. Non ci resta che provare sgomento dinanzi all’oblio dell’infinito.

[Siamo nelle mani dei calcolatori, proseguirei, d’altronde non si può che comunicare con uno schermo lampeggiante, attraverso l’informalità di un comune microfono. L’aspetto sociale è solo un ricordo per me, destinato a poter essere risvegliato solamente al termine di un lungo viaggio, nel quale l’intero equipaggio potrà destarsi duemila anni dopo, nel futuro generazionale di un universo senza fine. I macchinari, gli avanzati strumenti tecnologici, il progresso nella costruzione e nell’artiglieria guerriera sembrano essere gli ultimi strascichi della società che ci siamo lasciati alle spalle. Il residuo di quell’ideologia sfrenata, devota all’accumulo di capitale a discapito della pace, era fin troppo preminente nella mente di quegli uomini ormai vecchi di 700 anni. Chissà se qualcosa sarà cambiato nella quotidianità delle generazioni future, quelle che ad oggi definirei “contemporanee”. Secondo la teoria del professor Hasslein, infatti, viaggiando alla velocità della luce la terra che ho ammirato un’ultima volta sei mesi fa, dall’oblò di questa astronave, dovrebbe essere invecchiata, per l’appunto, di settecento anni, noi, a mala pena, di qualche mese. L’uomo che ho conosciuto, quella peculiare razza di animale dotata di coscienza e intelligenza, di parola e espressione articolata, fa ancora la guerra verso il proprio fratello? Lascia morire di fame i figli del suo vicino? Forse è per questo che ho scelto di partire, per allontanarmi dal marciume di un’esistenza priva del benché minimo ideale. Il futuro, qualunque esso sia e dovunque esso sarà, dovrà recare con sé un significato. Dovremo trovarlo. Ma adesso è giunta l’ora. Abbiamo riposato per duemila anni e siamo nel futuro. La nostra astronave è stata catturata dall'orbita di un pianeta desolato e precipitata in un lago. Perdemmo la Stewart durante il nostro sonno criogenico, la sola donna del nostro equipaggio. Eravamo soli e sperduti, circondati dalla desolazione di un pianeta simile alla terra, ma senza dubbio più aspro e caldo di quello che ricordavo. Quello che rammento con più favore fu quel senso di incredulità, quella fiamma che ardeva il mio animo di studioso, quel totale senso di scoperta che passo dopo passo avviluppava il mio spirito.]

Se la storia di Taylor “fosse un film” e, come scrivevo in principio, gli spettatori non avessero mai letto il titolo dell’opera e si trovassero così, ad accompagnare le sue disavventure con lo sguardo, d’improvviso, proverebbero le sue stesse sensazioni. Si tratta infatti di un lungo cammino, intrapreso tra impervie difficoltà attraverso “lande rocciose”, precipizi pericolanti e scorci che cadono a strapiombo sul mare. “Dove siamo?” – “Quando siamo?” Se lo domanda lui stesso come potrebbero domandarselo gli spettatori insieme a lui. Un regista come Franklin James Schaffner, in questi frangenti, realizza un lavoro di primordine, riprendendo il percorso e mostrando a un pubblico indiscreto i segreti di un pianeta inesplorato dall’uomo da centinaia e centinaia di anni. Lo spettatore, come loro altri, diviene un esploratore in una terra sconosciuta, desideroso di dare risposta alle proprie domande. Il futuro che cercavamo insieme alla flotta cosa ci ha riservato? Vi sono persone come noi ad abitare quella terra? Se fossero primitivi senza alcuna conoscenza, noi scienziati dell’equipaggio potremmo essere al governo in pochi mesi - si ripete ironicamente Taylor tra sé e sé.

[Nel nostro percorso notiamo alcune figure inquietanti dominare le alture delle colline. Noi, dal basso, arrampicandoci sulle rocce, restiamo impietriti davanti a simili silhouette salvo poi accorgerci che si tratta solo di comuni spaventapasseri. Qualcuno li avrà realizzati appositamente per proteggere i raccolti dalla foga degli uccelli. La terra che stiamo calcando è popolata da forme di vita intelligenti, da uomini, naturalmente. Ne scorgiamo un numeroso gruppo in lontananza, appaiono svestiti e primitivi ai nostri occhi, come se il nostro viaggio ci avesse condotto nell’era precedente alla nostra piuttosto che nel futuro dell’uomo. Saremo stati risucchiati in un vortice spazio-temporale, precipitati su un pianeta che assomiglia alla terra ma che non può essere assolutamente la terra. Un grido straziante interruppe improvvisamente la quiete della foresta. Cacciatori a cavallo sbucarono dalla fitta vegetazione armati di fucili puntati su me e sulle altre persone: con mio grande stupore capì in breve tempo che le prede eravamo tutti noi. La cavalcatura era quella di animali antropomorfizzati, erano delle…scimmie. Le scimmie uccisero i membri dell’equipaggio. Li fucilarono barbaramente davanti ai miei occhi come della selvaggina inerme. Ero rimasto solo, quando fui catturato.]

Se uno spettatore poco attento, in una istintiva analisi, impugnasse una penna e cominciasse a scrivere un breve commento sulla folle disavventura di Taylor, scriverebbe che essa rappresenta non altro che la vendetta animale sulla violenza dell’uomo; il trionfo del parente più stretto che, con la barbarie creata dall’essere umano stesso, uccide il predatore divenuto preda. A tal proposito, ricordo una celebre battuta di Groucho Marx: “la caccia sarebbe uno sport più divertente se anche gli animali avessero il fucile.Io, se volessi lasciare un commento da critico cinematografico, scriverei qualcosa di diverso, un’interpretazione diametralmente opposta a quella dell’animale che si impone sull’uomo. Questa, infatti, non è la vittoria dell’animale sull’uomo inteso, gerarchicamente, come l’essere padrone del mondo, il quale peccando di onnipotenza ha calpestato i diritti dell’animale stesso. Questa non è altro che una punizione che la storia ha proclamato sull’uomo inteso come essere meschino verso il prossimo della sua stessa specie, colui che non ha fatto altro che calpestare il proprio fratello, colui che ha distrutto se stesso e il suo simile.

[Durante la cattura rimasi ferito alla gola, e non potei parlare per ore. Tuttavia riuscivo ad ascoltare così da restare basito dinanzi alle scimmie che si esprimevano come uomini. Dovevo essere impazzito e trovarmi in un manicomio apparente, in un goliardico e brutale scherzo del destino, il quale mi aveva trascinato in un mondo capovolto, dove l’uomo è l’animale e l’animale è al potere con la medesima classe e intelligenza del più saggio diplomatico e con la stessa dote fraudolenta del più falso dei mentitori. Mi accorgerò solo alla fine di quanto la società istituita dalle scimmie altro non era che un governo fondato sulla menzogna e sulla falsità di una pergamena religiosa che mistificava la realtà.]

Verrebbe da chiedersi se la presunta pergamena religiosa non rappresenti una critica, neanche troppo velata, alla credenza religiosa e al timore della collera divina che spesso mantiene sotto scacco le grandi popolazioni impedendo loro di destarsi fino a scoprire la verità e rovesciare così un’istituzione corrotta. La pergamena del film vieta infatti categoricamente di accedere alla zona proibita così da impedire agli studiosi di rinvenire dei resti antichi che potrebbero totalmente capovolgere le basi storiche su cui poggia la sacralità dello stato. Personalmente non lo credo, penso invece che sia l’implicita testimonianza che ogni governo nasce per tenere a bada, anche con la paura e con l’inganno di una fede strumentalizzata, il popolo ingenuo, pericoloso e barbarico se lasciato nell’anarchia ma ugualmente terribile e incontrollato se governato con troppa leggerezza.

[La mia sola compagnia era Nova, una bellissima donna catturata insieme a me. Non sapeva parlare, come tutti gli altri del resto, ma i suoi occhi spaventati riuscivano a comunicare molto più di quanto potessero fare le parole. Io riuscii a mostrare a Zira e Cornelius che non ero come tutti gli altri, e questo, nonostante i fervidi contrasti di Zaius, mi permise di venire aiutato da loro per poter essere liberato e per recarmi in quella che fu etichettata come la “zona proibita” luogo in cui l’accesso era vietato da quando ogni avo ha memoria. Mi recai con il gruppo nella grotta, in quel sito di scavo archeologico così da comprendere l'evoluzione del pianeta delle scimmie e poter dimostrare di non provenire dal loro stesso mondo. Cornelius mi mostrò di aver scoperto tecnologia umana industriale che riconobbi come una dentiera, degli occhiali, una protesi cardiaca e, con sorpresa delle scimmie, una bambola con fattezze umane, la quale riusciva anche a parlare. «La zona proibita un tempo era un paradiso... E la tua genia l'ha trasformata in un deserto, millenni fa!» Furono le parole di Zaius. Rabbrividì ma non poteva esserci alcun rapporto tra la mia gente e questo mondo rovesciato, frutto di uno scherzo dell’universo. Montato a cavallo con Nova, proseguii sulle rive del mare nonostante gli inquietanti avvertimenti di Zaius. Avanzai, superando gli scogli sulla sponda del mare, e persi la loro vista allontanandomi sempre più. Il rumore del mare si faceva più frastornante come se le onde sbattessero fortemente su una superficie dura e imponente e non si perdessero più gradualmente sulla riva. I suoni si fecero più intensi finché la vidi: erano i ruderi della statua della libertà, i resti percepibili di una delle più grandi e simboliche realizzazioni artistiche del passaggio dell’uomo sulla terra. Era lì immobile, affossata nella sabbia, cinta da ammassi di pietra erosa dalle maree. Il braccio ancora fieramente alzato in alto reggeva ciò che restava della fiaccola consumata dal tempo. Ero a casa, quel luogo era la terra. Avevo fatto ritorno. Fu il più grande colpo di scena che una narrazione vivibile poteva riservarmi.]

Se Dio, lassù nel cielo, reggesse le fila del destino e componesse i passi di una vita mortale avrebbe abbandonato, in un assordante silenzio, il nostro protagonista nel più drammatico dei destini. Noi tutti, mentre osserviamo la statua della libertà in simili condizioni insieme a Taylor, veniamo colti da un profondo senso di timore. Per alcuni quella fu solo un’immagine riadattata per adempiere a un finale scioccante, per altri, invece, fu una spaventosa profezia messa in scena come avvertimento destinato all’uomo del presente: “che cessi la follia dell’oppressione e il dramma della guerra altrimenti verrà il giorno in cui sarà troppo tardi” - queste parole riecheggiano tutt’oggi nei significati di chi comprese davvero quanto stava guardando. Per un protagonista come Taylor, capace di vivere quell’esperienza in “prima persona”, fu il colpo di grazia. Egli aveva lasciato quel pianeta con la speranza che l’uomo cedesse le armi per lasciare un futuro pacifico ai suoi simili del domani. Il futuro che cercava Taylor all’inizio del suo viaggio un significato lo recò stretto a sé, quello che l’uomo ha finito per distruggere quanto aveva, per sconvolgere la terra con le guerre atomiche. Taylor era rimasto solo, l’ultimo sopravvissuto a poter ricordare il paradiso che fu la terra. Vecchio di duemila anni, era ormai l’ultimo a vederla ancora attraverso gli occhi della Libertà, prima che fosse distrutta. Il governo che abbiamo conosciuto con lui durante lo scorrere della pellicola nascondeva la verità, ciò che era accaduto millenni prima, ma, sebbene regnasse nella bugia, quello stesso governo capì quanto l’uomo aveva peccato nella sua esistenza e fece il necessario per impedire che si ripetesse. I primati, eredi della gloria dell’uomo, raccolsero i resti della vecchia civiltà e si ersero sulle ceneri della statua, quel simbolo di pace ridotto oramai ad un cumulo di resti, posti lì come monito del passaggio distruttivo dell’umanità sulla terra. Il resto della popolazione non poteva conoscere la verità e venne nascosto il tutto per evitare che le scimmie, metafora della rinascita di una razza vicina ma al contempo lontana dalla precedente, commettessero gli stessi errori della specie passata, la quale, con l’ingegno e l’avanzamento tecnologico messo a servizio dell’odio, finì per autodistruggersi. Non è un caso, infatti, che la società futuristica sia rappresentata in un’apparente arretratezza, come se il progresso tecnologico fosse stato bloccato per impedire che la bramosia della scoperta porti a ripetere le scellerate gesta dell’umanità autoestinta. Il prezzo della realtà si conforma con quello della sicurezza.

[Io, George Taylor, potei soltanto dare l’estremo congedo al passato per poter affrontare le difficoltà che ancora mi attendevano, ora che accasciato, davo l’addio a ciò che avevamo. Rimasi al suolo, schiacciato dal peso della responsabilità, quello di essere il solo nell’universo a poterla ancora vedere. L’avete distrutta, maledetti! Per l’eternità! Tutti!]

Noi, gli uomini del presente, non possiamo che restare ancora qualche momento seduti comodamente sulle nostre poltrone, sentendoci visceralmente vicini alla solitudine dell’eroe sconfitto dal fato. Il nostro viaggio è infatti terminato davanti all’urlo funesto del protagonista che abbiamo seguito così assiduamente e con lui, di colpo, restiamo smarriti, questa volta non più davanti alla grandezza dell’universo, ma dinanzi all’atrocità della fine di un’era.
“Planet of the apes” è la discesa crepuscolare nella voragine della solitudine. Al calar del sole, che si spegne all’orizzonte, al di là dell'oceano, restiamo soli con Taylor e Nova, ad ascoltare le onde del mare che inesorabili si infrangono sui resti della statua: la natura e la terra stessa sono andate avanti senza di noi, senza i vecchi signori del mondo. Non sembriamo più poi così importanti. Non è rimasto nulla del nostro passaggio se non dei reperti archeologici sapientemente occultati. Siamo stati superati dall’evoluzione e dalla rivoluzione. Il viaggio fantascientifico dell’astronave cessa nella solitaria resa sulle spiagge della terra in questo capolavoro senza tempo del cinema. Le parole dell’ultimo rimasto risuonano ancora come explicit di un urlo disperato che ha abbattuto davvero i limiti del confine scenico divenendo parte integrante di una cultura cinematografica che fa ancora eco a distanza di quasi cinquant’anni. Lui, intrappolato nel futuro e noi, prigionieri del presente, caricati da una responsabilità, se vogliamo, ancor maggiore: impedire che tutto ciò accada.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters