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"Mr. Freeze e Nora" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Libera e personale composizione sul personaggio di Mr. Freeze, uno dei massimi antagonisti di Batman)

  • Chiamatemi Victor!

Durante una fredda serata invernale, un uomo, di cui vorrei narrare il vissuto, se ne stava immobile nella foresta, tra le fronde degli alberi che avevano perduto il lor colore verde. In quello strano luogo, regnava un tacito buio, non vi era alcun suono della natura a ravvivare il silenzio, nessun raggio di luce a rischiarare l’oscurità. La fauna aveva trovato riparo dal vento pungente tra le piccole tane, sui rami, persino tra le fessure scavate nei tronchi; la flora, invece, ne aveva assorbito i nefasti effetti. Le chiome degli alberi avevano lasciato cadere le foglie ingiallite, avvizzite nel procedere dell’autunno e ora avvolte da una coltre di neve. Tutto era divenuto silente, il bosco appariva esanime ma pur sempre vivo. Chiuso in se stesso, smarrito tra i sentieri dell’intima coscienza e rinchiuso in un guscio di metallo che lo isolava dall’esterno, costui osò lasciarsi andare a dei pensieri esuli, liberi, fuggenti. Furono tante le riflessioni che gli sovvennero di lì a breve. Aveva spesso la mente in tempesta, un turbinio dentro un fortunale. In lui si sovrapponevano in sequenza decine e decine di rimembranze che assumevano le forme di minuscoli fiocchi di neve venuti giù dal cielo con copiosa insistenza. Quella sera si era soffermato a ragionare sullo scorrere delle stagioni, su quanto l’inverno potesse destare l’essenza segreta della vita, ma soprattutto…sul proprio passato.

Tanto tempo fa, un dì lontano lontano, viveva un uomo, ad oggi, dimenticato. Aveva il volto candido come la coltre bianca, i capelli corvini, arruffati in un folto ciuffo a mo’ di cespuglio, e gli occhi cerulei, vispi e agitati come un mare in tempesta. Sulle gote e attorno al mento non si intravedeva   neppure un accenno di peluria. Sul naso portava un paio di ingombranti occhiali con spesse lenti. Era imponente, così alto da esser costretto a restare curvo e col capo chino verso chi, dal basso, gli rivolgeva parola. L’uomo di cui desidero narrare il passato era un uomo di scienza, e si chiamava Victor. Non diede mai un certo valore al suo nome, per lui era poco più che un sostantivo.

C’è un che di magico attorno ad un nome. I nomi sono un insieme di lettere atte ad identificare una persona, un oggetto, un’entità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Probabilmente, un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.

Victor non si era mai soffermato a pensare al proprio nome e a quanto esso riuscisse a celare più di quanto potesse far intendere. Sin da bambino, egli era un assiduo lettore. Trascorreva le giornate rinchiuso nella biblioteca di famiglia a leggere quanti più libri poteva. Victor aveva un appetito insaziabile e, anno dopo anno, ingurgitava nozioni di scienza, chimica, anatomia e medicina. Anche la letteratura di fantascienza gli scaldava il cuore, soprattutto quella relativa ai racconti in cui taluni personaggi di fantasia riuscivano ad ingannare la morte con il prodigio della loro mente. Il protagonista di un vecchio romanzo inglese, scritto da Mary Shelley, condivideva con Victor lo stesso nome. Non se ne accorse per numerosi lustri, ma Victor Fries aveva in comune molto di più della semplice appartenenza nominale con Victor Frankenstein, personaggio cardine dell’omonimo capolavoro letterario. Quel nome che li accomunava, quel “Victor”, presagiva l’esiziale aspirazione di una scoperta funesta che entrambi ebbero relativa alla vita e alla morte, seppur con le dovute diversità.

Al dottor Frankenstein interessava soltanto la vita umana: la sua distruzione e la sua creazione.”

La manipolazione della nascita, la resurrezione, la creazione di un’esistenza originaria, inusitata, erano i fondamenti che ossessionavano l’insana ricerca di questo arcaico scienziato. Frankenstein agognava di creare una vita diversa, difforme. Scovò così nella mostruosità la nuova normalità. Victor Fries, invece, si interrogava sulla longevità dell’esistenza e sull’inevitabile dipartita di un essere vivente, e non riusciva a capacitarsene. Aveva appreso quante più competenze di medicina poté, eppure, faticava a comprendere come l’uomo riuscisse ad accettare la morte. Fu proprio in quegli anni che egli si appassionò, con sempre maggiore trasporto, alla stasi criogenica. Fries condusse i suoi primi esperimenti su alcune bestiole malate, tentando di arrestare la loro sofferenza, di evitare ciò che per loro era oramai inevitabile. Il freddo, per lui, divenne il mezzo per tentare di arginare la triste mietitrice, di combatterla e, un giorno, sconfiggerla definitivamente. Erano, però, ricerche insolite, sinistre, per un ragazzo. Quando Victor fu scoperto, venne allontanato dai suoi famigliari, intimoriti da una genialità così difficile da addomesticare. Fu spedito in collegio, e poi proseguì i suoi studi di criogenia in solitudine.

Victor Frankenstein voleva plasmare una “sostanza” distorta, partorire una creatura inconsueta, rivoluzionaria, finì, invece, per concepire un mostro violento, subnormale, primitivo: la regressione della sua ricerca. Al contrario, Victor Fries voleva far sì che la vita non smettesse di protrarsi, e che il filo teso di un’esistenza mortale continuasse ad essere filato da Cloto e Lachesi, e che non potesse essere più reciso, neppure dalla vecchia dall’inquieto nome, Atropo.

  • Caldi ricordi

Diversi anni dopo, Fries trovò lavoro presso la GothCorp come biologo molecolare esperto in criogenia. Un mezzodì di fine ottobre, Victor stava passeggiando tra i quartieri affollati di Gotham Plaza. Svoltò verso la strada che dava sul mare, desideroso di raggiungere la baita più vicina. Di lì a poco, notò una donna seduta da sola su una panchina e rivolta verso il tramonto. Aveva lunghi capelli biondo platino che le destavano un viso rosato, accentuato da due guance purpuree, occhi blu come un cielo senza nuvole e profondi come un pozzo colmo di segreti e un lungo vestito azzurro lievemente mosso dal vento. Intorno al collo, portava un ciondolo d’argento con un ricamo circolare simile a un batuffolo di neve. Quando la vide, Victor si sentì toccato da una brezza leggera, carezzevole, mite come un soffio delicato sulla pelle. Non poté mai dimenticare il primo incontro con Nora, la sua futura sposa, il momento più caldo del suo remoto trascorso. Era bella come una fioritura di marzo, tanto raggiante da somigliare ad una stella del mattino, così delicata come un bucaneve sbocciato a fine inverno. Victor le si avvicinò con timore d’esser ignorato, ma lei gli rivolse attenzione con un sorriso timido e gioviale. Molti mesi dopo, la prese in moglie e vissero insieme felici.

Arrivò poi la malattia, infausta e terribile come un’improvvisa tormenta. Era accaduto tutto così rapidamente, Nora si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Si accingeva a morire, afflitta da un male interno che la stava divorando. Victor non riusciva a darsi pace. Non gli interessava più dormire, neppure mangiare. Tutte le sue energie erano impiegate a trovare una cura, ma il tempo, inclemente, non avrebbe concesso alcuna possibilità.

Avete mai visto un fiore? Una cosa così bella, così piena di vita, appassire poco a poco e marcire.  Nora aveva una dolcezza incomparabile, era talmente graziosa d’esser divenuta, agli occhi del marito, un fiore raro, unico, splendido, deciduo, che nasce una sola volta e che muore troppo in fretta. Nora si era tramutata in un fiore di cactus, il fiore più bello di tutti, che sboccia una volta l’anno e scompare ventiquattro ore dopo. Ella stava svanendo, la meraviglia della sua vitalità si stava affievolendo, la sua pelle rossastra stava diventando cerea, il tocco della sua mano stava sperdendo ogni forza, era esangue e la sua espressività mortifera. Una sera, vedendolo stremato dalla fatica, Nora gli sussurrò con voce fioca che dovevano arrendersi, e godersi insieme quel poco che potevano ancora. Ma Victor non poteva accettare un tale destino, non poteva perderla, né ora né mai! Decise così di utilizzare le sue conoscenze per conservarla criogenicamente, fin quando non avesse trovato una terapia adeguata. Raccolse il fucile congelante, il fiore all’occhiello del proprio lavoro, una sua invenzione che riusciva a solidificare e raggelare istantaneamente ogni cosa colpita dal suo raggio. Quando guardò per l’ultima volta Nora muoversi, pianse, pigiò il pulsante e la colpì.

Custodì poi il corpo congelato in una teca, che avrebbe contemplato giorno e notte, in attesa di risvegliarla per essere guarita. Nora restò per sempre il ricordo più fervido che Victor mantenne nelle proprie gelide memorie. Quella bara di ghiaccio contenente il corpo e l’anima del suo amore fu l’ultima cosa che egli vide prima dell’incidente. Nel suo laboratorio, una notte fredda, un fascio di luce lo avvolse, e un’onda criogena lo avviluppò. Cadde in una pozza d’acqua ghiacciata, ricoperto da sostanze chimiche che gli penetrarono nei tessuti, mutandogli il metabolismo. Quando emerse, aveva perduto i capelli, l’epidermide era livida, ed appariva gelido come la morte. Avvertì prima un torpore, poi un formicolio, e infine una fitta lancinante. Il freddo che generava il suo respiro riuscì ad attenuare la sofferenza fisica, mai quella dell’anima.

Analogamente alla propria adorata consorte, Victor patì il freddo, e rimase prigioniero di uno scrigno di ghiaccio. Perduta la sua sposa, sospesa tra uno speranzoso risveglio e il sempiterno dormire, egli abbracciò un imperituro inverno. Victor emanava frigidità al sol tocco, ogni cosa che la sua mano lambiva veniva investita da un gelo artico e moriva. Persino lui fu sul punto di soccombere. Non poteva sfuggire al freddo, non poteva scampare alla sua presa. Costruì, dunque, una tuta ermetica che gli permettesse di mantenere il proprio corpo al di sotto dello 0, con un elmo in vetro che lo mantenesse separato dall'ambiente esterno. Celò i suoi occhi dietro un paio di occhiali neri come pece da cui scintillavano due luci rosse come rubini incastonati su di un volto imperscrutabile. Quel giorno Victor morì, non restò che nulla del suo credo, se non la volontà inalterabile di salvare la propria sposa. Mr. Freeze aveva visto la luce. Ero nato!

  • Cuore di ghiaccio

Il “freddo” svela solo una parte dei suoi molteplici misteri, quella più superficiale, come se fosse una montagna di ghiaccio sorta nell’oceano e che procede alla deriva, trasportata dalle correnti. In molti, coloro che intravedono solo l’apparenza di un “iceberg”, credono che esser “freddi” significhi esser vacui, privi di affetti, malvagi. Io non lo sono… Non lo sono mai stato! Vivere in un progressivo e inalterato inverno vuol dire esser consci del dolore. Il gelo concilia la riflessione, l’inverno la vicinanza.

L’autunno traghetta la natura come un nocchiero, sino alle sponde di un ciclo caduco. Il terreno, cosparso di foglie rattrappite, è il preludio all’avvento del gelo, della stagione più temprante di tutte. D’inverno non nasce la vita, i fiori non fioriscono, i semi non germogliano, le colture scarseggiano. L’ultima stagione dell’anno porta con sé il fardello d’esser mesta, algida, stanca. L’inverno è un sentimento languido ed accorato, non ha la rifulgenza della primavera, la sfavillante letizia dell’estate, la fioca malinconia dell’autunno - ne sono consapevole. Ciononostante, esso è rinvigorente. E’ il suo incanto, la sua immutata magia. Osservare un paesaggio innevato, restando nel tepore della propria casa, vicino ad un caminetto acceso, con la persona più cara, è quanto di più significativo si possa provare. Il freddo ha il potere di conferire intimità agli istanti, arrestare il progredire del tempo, di rendere una cosa bella perpetuamente tale, di cristallizzare una scena, d’arrestare lo svolgersi di un momento fintanto da renderlo indelebile. E’ pur vero che l’inverno non è primavera, non possiede, tra le proprie corde vocali, il canto soave di una madre natura che attua la fioritura attraverso una nenia di rinascita, il pianto di un’esistenza appena nata. Il freddo non genera la vita, ma riesce a conservare, a proteggere, a mantenere intatta la spiritualità di uno corpo fiacco, piegato dalla malattia. Il freddo è quanto di più lontano e, al contempo, più vicino alla vita e alla sopravvivenza ci possa essere.

Niente resiste al freddo più acuto, eppure, io vivo insieme ad esso, in un abbraccio indivisibile, in una coesistenza all’unisono. Chiamatemi Mr. Freeze, quello che Victor era, io non lo sono più. Imprigionato in questa armatura di ghiaccio, ho ottenuto l’immortalità, ciò che ho inseguito nei miei studi. Non ho mai compreso perché l’uomo accettasse, in maniera così rassegnata, il proprio corso, e perché la morte avesse, infine, sempre ragione sull’esito dei mortali. Come può un uomo che ha perduto l’amore, continuare a vagare in solitudine su questa Terra, in quel dedalo infido e ingannatore che è il mondo esterno? Come si può genuflettere il capo ad un fato tanto crudele? Perché tutti continuano a piangere i propri morti senza impiegare ogni sforzo per annientare la morte? Io non potrei mai assecondare l’addio della mia diletta. Il mio freddo immobilizza, dona l’eterna giovinezza, allontana la vecchiaia, interrompe ogni decadimento, anestetizza il dolore corporale ed infonde una durevole presenza. Nulla germoglia al freddo ma tutto può essere alleviato con esso. Una vita umana fluisce troppo in fretta. L’istante andato, l’attimo smarrito, il momento perduto, tutti loro svaniscono via come neve disciolta al sole, e possono essere conservati da intangibili ricordi. In fondo, cos’è un ricordo se non un refolo freddo, che fissa un periodo e lo immortala nel sovvenire della mente. Nora è ancora, e sempre sarà, il mio ricordo più caro, il solo che riesca a riscaldare e a scandire i battiti del mio cuore di ghiaccio. Il freddo, come una rievocazione, può eternare il passato più lieto. Ma io non voglio che la mia Nora, la mia sola primavera, resti un elusivo riecheggiamento.

"Mr. Freeze" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Intrappolato in questa mia tuta criogenica, non posso sentire il vento sfiorarmi il viso, non riesco a toccare la mano di chi amo. Il freddo è stata l’unica salvezza per la mia amata, ma è stata altresì la mia più grande condanna. Sono scese le tenebre. Questo bosco e quella luna, alta nel firmamento e sottile come un filato d’argento, non hanno più nulla da suggerirmi coi loro lamenti laconici. E’ il momento di tornare dentro, nel mio rifugio più tetro. Mi inginocchio dinanzi alla teca di vetro in cui dorme Nora. Quando la guardo riposare nella sua cripta come una principessa di ghiaccio, le poche lacrime che riesco a versare raggiungono a stento le gote e si dissolvono nell’aria. E’ questa la nostra caverna, il luogo dove tormenti e paure restano fuori, lontano; qui, all’interno, rimane solo la leggiadria di un sogno. Troverò il modo di curarti, amore mio. Te lo giuro!

Lei è sempre giovane e bella, sogna, librandosi in un volo senza fine, e non ha alcun affanno sul viso. Tengo in mano un carillon, con una ballerina che danza, con indosso un abito azzurro, raggiunta da una nevicata incessante. E’ lei! E’ Nora come sarà un giorno, dolce e nuovamente forte quando tornerà a vivere. Attivo il meccanismo della scatola musicale, mentre fuori comincia a fioccare la neve, la calda carezza del nostro algente inverno; le domando se vuole ascoltare la nostra canzone. Mi risponde di sì.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Ade" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le stagioni di Gianni Rodari

Primavera è una giovinetta
con in bocca la prima violetta.
Poi vien l'estate, nel giro eterno
ma per i poveri è sempre inverno.
Vien l'autunno dalla montagna
ed ha l'odore di castagna.
Vien l'inverno dai ghiacciai
e nel suo sacco non ha che guai
.”

Dopo la titanomachia e la vittoria delle divinità greche, i discendenti aventi diritto alla spartizione della sovranità universale erano sostanzialmente tre: Zeus, Ade e Poseidone. I tre fratelli decisero di dividersi equamente il potere e a ognuno di loro toccò il dominio di un regno. Fu la sorte a muovere la mano di un destino neutrale nelle volontà esecutive: Zeus estrasse la Folgore e divenne dio dell’Olimpo, Poseidone sorteggiò il Tridente e ottenne il regno del Mare, Ade s’impadronì della Falce e conquistò il regno dell’Oltretomba. Raramente si nominava quest’ultima divinità, tanto la si temeva. E a ragion veduta! Tra i primogeniti di Crono, il divoratore, e Rea, la regina madre, Ade era annoverato tra le divinità più potenti di cui la mitologia avesse mai raccontato il vissuto. Dal sangue freddo e dal coraggio smisurato, Ade, durante la guerra contro i giganti, abbatté con furia molti Titani, mutilando braccia e squarciando ventri, rimanendo sempre nell’invisibilità. Egli portava sul capo un elmo nero, e proteggeva il suo corpo immortale con un’armatura buia come la notte più profonda. Pareva che la sorte avesse agito con saggezza e non con imparziale autorità quando fece in modo che il regno oscuro e imperscrutato dell’ultraterreno spettasse proprio a lui, schivo e riservato, tenebroso e austero. L’aldilà dava l’idea d’essere il riflesso dello spirito gelido del proprio padrone. Sembrava mitigare nell’animo di Ade un freddo quanto perpetuo inverno, tanto il suo carattere emanava un alone di inscalfibile e impersonale compostezza. Non era buon costume menzionare con leggerezza tale divinità. Si aveva il timore che la si importunasse, o che addirittura la flebile pronunzia dell’appellativo che lo contraddistingueva lo facesse adirare. Io stesso provo solamente ad immaginare cosa mormorassero i greci sommessamente in quel tempo tanto lontano: “Meglio guardarsi dall’incappare in un’involontaria provocazione. Sarebbe certamente opportuno evitare anche la più innocente delle stuzzicherie, così che il carattere, probabilmente iracondo, di un tale Re non venga intaccato. Sapete, laggiù ci vuole ben poco per “reindirizzare” il volere delle Moire…”

Nessuno pronunziava invano il nome di Ade per la timorosa suggestione che egli potesse punire il reo addirittura con la morte. Ma non era che una mera paura infondata. Negli scritti della mitologia, Ade era sovente descritto come un dio taciturno, dallo sguardo severo e giudizioso, ma mai egli si rivelò perfido ed improbo. Si ha ancora oggi la predisposizione, peraltro sbagliata, di pensare al dio greco dei morti e reinterpretarlo come una figura oscura, minacciosa, maligna, forse infingarda, nonché desiderosa di spodestare il fratello minore, Zeus. Nulla di più sbagliato! Ade era un dio leale, pacato, introverso e persino sentimentale. Il solo associare Ade alla figura della morte crea tutt’oggi un ingannevole pretesto aduso a farlo passare come un personaggio malvagio. E’ un po’ l’errore che facevano gli antichi greci quando credevano che Ade fosse da temere per il solo essere dio dell’oltretomba. L’abito non fa il monaco, diremmo oggi traendo spunto dal famoso detto popolare, e in egual maniera, il regno in cui egli troneggiava non doveva dare l’impressione sbagliata di una personalità ben più complessa di quella di un cattivo dei racconti.

Ade e Cerbero

 

Andando più nel dettaglio, Ade aveva il volto maestoso ma al tempo stesso tetro, i capelli arruffati e la barba incolta. Il regno di Ade portava il suo stesso nome, ed era situato al centro della Terra, nell’Erebo misterioso, e comunicava direttamente col mondo esteriore attraverso caverne dalle profondità smisurate. Tristi fiumi vi scorrevano e bagnavano sponde di consistenza rocciosa: lo Stige, fiume sudicio e ombroso, il Cocito, il fiume dei lamenti, il Piriflegetonte, il fiume del fuoco, il Lete, il fiume dell’oblio e l’Acheronte, il fiume del dolore. L’Acheronte circondava il paese e per attraversarlo bisognava servirsi della barca guidata dal vecchio e burbero Caronte, il quale, se non gli si pagava prima l’obolo e se il corpo a cui l’anima era appartenuta in vita non aveva ricevuto la debita sepoltura, scacciava l’anima stessa costringendola a errare in eterno lungo la desolata riva. Varcato il fiume si giungeva all’ingresso dell’Ade, custodito da Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla voce di bronzo, mansueto nei rispetti di chi entrava, feroce nei riguardi di chi tentava di uscire. Oltre la soglia infernale tre giudici, Eaco, Minosse e Radamanto, esaminavano le anime e le assegnavano al nero Tartaro, ai Campi Elisi o alle Isole dei Beati. I cattivi e specialmente coloro che avevano peccato contro gli Dei erano destinati al Tartaro: ivi erano i Titani, e il gigante Tizio, cui due avvoltoi rodevano il fegato, e Tantalo, condannato a fame e sete eterne. I buoni erano guidati ai Campi Elisi, dove regnava una eterna primavera, splendeva la luce radiosa del sole e crescevano pioppi argentei. Cupe divinità si aggiravano nel regno di Ade: Thanatos e Hypnos, la personificazione della Morte e del Sonno, fratelli e figli della Notte, e tutta la schiera dei Sogni, quelli veritieri e quelli ingannatori, le Keres, seguaci di Marte, e le Erinni.

Le Erinni erano le dee della vendetta, persecutrici soprattutto di coloro che si rendevano colpevoli di inumanità verso i supplici e i forestieri o, peggio ancora, di empietà o di assassinio contro i parenti. Ade regnava assieme alla propria sposa Persefone, la regina degli Inferi. Persefone, conosciuta altresì come Proserpina dai romani, arrivò nell’oltretomba a seguito di un rapimento perpetuato dallo stesso Ade. La dea vi giunse quando il sole fulgido della primavera irradiava i boschi verdi della Terra. Nelle profondità dell’Ade vi trovò un clima differente, un mesto inverno.

Persefone

 

  • Inverno

Paesaggio invernaledi R. M. Rilke

“Respiran lievi gli altissimi abeti
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
riveste ogni ramo via via.

Le candide strade si fanno più zitte:                                                                                        le stanze raccolte più intente.

Rintoccano l'ore. Ne vibra
percosso ogni bimbo tremando.
Di sovra gli alari, lo schianto d'un ciocco
che in lampi e faville rovina.

In niveo brillar di lustrini,

il candido giorno là fuori s'accresce,
divien sempiterno Infinito.”

Ade era costantemente arrabbiato. Tollerava come un supplizio permanente le urla rauche dei dannati che echeggiavano come lamenti martellanti nelle lande desolate del suo regno. Ovunque posasse lo sguardo non vedeva che dolore e tristezza, se non nelle regioni dell’Eden, in cui comunque non poteva che recarsi solamente per delle brevissime soste. Il dio greco era solo e nella sua solitudine si consumava il dramma di un’esistenza vacua e isolata. C’era persino chi giurò di averlo visto versare rassegnate lacrime di insoddisfazione senza mai cedere ad alcun singhiozzio. In mezzo a cotanta desolazione, Ade sentiva di trascinarsi in un inverno figurato, invalicabile, astratto e duraturo, senza che però potesse beneficiare della gioia, di certo temporanea, effimera, ma ugualmente dolce alla vista della caduta della neve. Nessuna coltre bianca avrebbe addolcito quel buio. Ade sognava di avere un raggio di sole che rischiarasse le tenebre del suo mondo. Fu forse in quell’istante, quando realizzò cos’era che mancava nella sua vita, che egli si sentì raggiunto al cuore dalla freccia più tenue ma, al contempo, più difficile da estrarre: quella di Eros. Ade concepì l’amore come un bisogno inestinguibile, avvampante, che movesse la sua mano disperata. Prima di partire, però, guardò fugacemente il suo elmo che lo rendeva invisibile. Quale ironia, pensò tra sé, quell’arnese a cui era tanto legato lo rendeva realmente impossibile da vedere, eppure egli si sentiva invisibile anche senza che lo indossasse, poiché nessuna donna aveva mai posato lo sguardo su di lui, relegato nelle profondità della Terra da tempo immemore. Quando emerse dal sottosuolo, fu investito dai caldi raggi di un sole primaverile.

"Il ratto di Proserpina" - Gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini

 

  • Primavera

Fiorita di marzo di Ada Negri

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.

Troppo rapido è il passo con cui tocchi
il suolo; e al tuo passar l’erba germoglia,
o Primavera, o gioia de’ miei occhi.

Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell’orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,

essi, ne’ loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l’aria densa di languori;

e se ne va così la tua bellezza
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di marzo, o Giovinezza!…”

In quei secoli sulla Terra, faceva sempre bel tempo. Demetra, la dea delle messi, della fertilità e dell’agricoltura, donava agli uomini un’alternanza di mesi caldi e temperati, e procurava agli stessi proficui raccolti. Rigogliosi fiori germogliavano colorati in ogni dove, le foreste “pullulavano” di alberi secolari e verdeggianti dalle radici robuste, e dalle sorgenti sgorgavano con forza trasbordante e viva fiumi d’acqua cristallina. Ade si trovò dinanzi ad un paesaggio bucolico ed idilliaco che a stento ricordava d’aver contemplato prima della reclusione nel sottoterra. L’estate era alle porte, ma Ade non sapeva neppure cosa fosse una simile stagione. Fu proprio quando calcò il soffice manto verde di una radura che scorse un gruppo di ragazze intente a raccogliere fiori nei pressi di un lago. Una fra tutte rapì il suo sguardo: ella avvicinava alla bocca il petalo di una piantina di violette. I suoi capelli sprigionavano, ogni qual volta venivano mossi dal vento, un effluvio dolce che rievocava il profumo delle primule sbocciate, e le sue iridi al sole cangiavano colore, da un nocciola chiaro ad uno scintillante verde smeraldo. Ade venne rapito istantaneamente dalla bellezza di colei che aveva raccolto più fiori di tutti: Persefone. Sbucò a quel punto dalla vegetazione, e spaventò inavvertitamente le giovani, che scapparono via. Tutte tranne Persefone, rimasta impietrita e forse sorpresa dall’imponenza del dio. Ade si macchiò di un gesto deplorevole, seppur non propriamente violento: prese Persefone con sé.

Ella si dimenò con tutte le sue forze per sfuggire alla presa, ma Ade per adempiere del tutto a quel suo gesto, la strinse con decisione, fino ad affondare le mani nella candida pelle della giovane. Quello bastò per farla desistere dal dimenarsi oltre. L’urlo spaventato della fanciulla venne avvertito dalla madre, proprio la dea Demetra.

Persefone si figurò agli occhi di Ade come una sposa siffatta di una luce rinfrancante, un’aurora.

Ade e Persefone

 

  • Estate

Trebbiaturadi E. Panzacchi

Meriggio. La macchina trebbia

ansando con rombo profondo.

Il grano, rigagnolo biondo,

giù  scorre. Nell'aria è una nebbia

sottile. Sogguarda per l'aia

il nonno, con faccia rubizza.

Nell'aria una rondine guizza

radendo la bassa grondaia.

E intanto, che ressa sul ponte

tra i mucchi di spighe e di paglia,

col sole che gli occhi abbarbaglia,

col sole che affuoca ogni fronte!

Le donne di rosse pezzuole

avvolgon le trecce sudanti.

Non s'odon né risa né canti.

Ma il nonno: - Su, allegre, figliole!”

L’estate prossima a giungere sulla Terra si interruppe ancor prima d’arrivare, ma si propagò paradossalmente nell’oltretomba. La portò con sé Persefone, che riscaldò il cuore freddo di Ade.

Quando si accorse dell’assenza della figlia, e scoprì il rapimento, furibonda, Demetra si recò da Zeus per reclamare giustizia. Nel frattempo, Persefone, smarrita e spaventata, si struggeva di tristezza fin quando si accorse dei modi gentili che il dio dei morti riservava verso di lei. La durezza con cui in principio la prese per condurla negli inferi pareva essere stata del tutto accantonata a favore di qualche lieve carezza. Ade offrì alla donna la corona da regina e attese con un sentimento che mai aveva provato prima nel suo cuore, l’amore, d’intravedere sul viso della sua prossima consorte un sorriso incantevole. Ade per la prima volta cedette alla più umana delle speranze, alla più fragile delle volontà auspicate: l’aspettativa che il suo amore potesse essere ricambiato. Ma Persefone era ancora una prigioniera, confinata in una fortezza tenebrosa senza che lo avesse mai chiesto. Non poteva innamorarsi di colui che le aveva imposto una costrizione, aveva bisogno di scorgere in lui un’umanità benevola.

Zeus, il dio dell’Olimpo, era conscio di non avere potere su Ade né alcuna giurisdizione sugli inferi. In aggiunta a ciò, non voleva far indispettire né l’illustre fratello né Demetra, e cosi declamò una proposta: se Persefone non avesse mangiato nessun frutto del regno del sottosuolo, sarebbe potuta tornare dalla madre. Spaventata all’idea che la figlia avesse già toccato cibo, Demetra cominciò a piangere. Dalle sue gote scesero lacrime grosse come gocce di rugiada. Di riflesso, gli alberi del mondo iniziarono a piangere anch’essi, ma invece che lacrime, lasciarono cadere giù foglie ingiallite e avvizzite. Gli occhi di Demetra, inumiditi dal suo pianto incessante, le appannarono la vista e nel mondo la nebbia sulla Terra e la foschia sul mare calarono giù dal cielo come testimonianza di una fredda sofferenza intima.

"Ratto di Proserpina" - Dipinto di Rembrandt

 

  • Autunno

San Martino di G. Carducci

“La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.”

Quando Demetra scese nell’Ade per reclamare la figlia era già troppo tardi. Persefone aveva mangiato sei semi del frutto del melograno, ed era pertanto condannata a giacere nell’oltretomba per sempre. In preda alla disperazione, Demetra implorò Ade di lasciare andare la giovane, ed egli mostrò pietà. Persefone sarebbe rimasta per sei mesi con lui, e negli altri sei sarebbe tornata sulla Terra dalla madre. Era il barlume di umanità che Persefone attendeva di trovare nel proprio futuro marito. La ragazza accettò, finalmente sorrise e sposò Ade.

Quando Persefone si trovava con il marito, la madre si angustiava per lei, e dai suoi lamenti e dalle sue geremiade gli uomini ricevevano l’autunno e il freddo inverno, ma quando Ade lasciava andare Persefone per i successivi sei mesi, Demetra tornava felice, il suo cuore palpitante di gioia rinvigoriva la natura e il clima terrestre, regalando agli uomini la primavera e la calda estate. Tutto il contrario accadeva nell’oltretomba in una perenne contrapposizione che non avrebbe mai avuto fine: quando Ade trascorreva le sue settimane con la moglie, gioiva e avvertiva sulla sua pelle la lieve carezza di un vento primaverile e il dolce bacio del sole di fine giugno. Quando doveva salutare la sposa, tornava a sopportare la malinconia di un autunno stanco e l’asprezza di un inverno di gelo colmo di solitudine. Quanta importanza recava nel cuore di un marito il matrimonio, e nel cuore di una madre la vicinanza famigliare…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le 5 leggende disegnate da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La brezza estiva, quel venticello leggero che carezza col suo rinfrancante soffio il viso accaldato di chi lo riceve, smette di regalarci i suoi servigi allo scadere di settembre. Un’aria decisamente più fresca giunge poi da lontano, portando con sé l’autunno. Le esili foglie degli alberi cadono giù dai rami con sempre maggiore insistenza, creando ai crocicchi delle strade tappeti ingialliti, simbolo di una natura apparentemente stanca. Col passare dei giorni, l’autunno spossa il paesaggio, prima vigoroso e soleggiato dell’estate, come una sorta di “traghettatore”, che prende la natura per mano fino a condurla alle porte dell’inverno. Il vento soffia forte all’arrivo della stagione invernale. Nelle regioni più fredde, ai cigli delle strade, la coltre di neve riveste il terreno come un manto bianco e l’acqua dei laghi, così limpida e trasparente in primavera, diventa improvvisamente di ghiaccio.

Proprio tra le gelide acque di un lago ghiacciato, rianimato da un soffio leggero ma colmo di un astratto vigore, riapre i suoi occhi al mondo un giovane. Tutto intorno a lui era buio e faceva tanto freddo. Egli emerse da uno spicchio d’acqua, e si generò dal sospiro di un’entità nascosta sulla luna, proprio come spirito dell’inverno, battezzato col nome di Jack Frost. Una volta in piedi, Jack raccolse un bastone che giaceva a pochi passi da lui, su quella stessa sottile lastra di ghiaccio che, sebbene fosse tanto fragile, continuava a resistere al peso del giovane, tanto era eterea la sua consistenza. Era come se Jack fosse incorporeo, i suoi balzi felini non arrecavano alcun “disturbo” a quel fragile “pavimento” che egli calcava. Jack si accorse che lambendo il tronco degli alberi col suo bastone catalizzante poteva rilasciare “ghirigori di ghiaccio”, che si adagiavano sulle cortecce e le ornavano come arti decorative cristallizzate. Comincia così la fiaba cinematografica de “Le 5 leggende”. In tale racconto visivo, Jack Frost ha l’eterna parvenza di un giovane dai capelli bianchi, simili alle candide distese innevate che circondano il paesaggio in cui è nato. Compiaciuto dai suoi prodigiosi poteri, Jack comincia a correre fino al villaggio più vicino. Tuttavia, con grosso rammarico, scoprirà che nessun essere umano è in grado di vederlo. Jack è un’essenza fisica, razionale ed emotiva non percepibile, e che nessuno scorgerà mai per i successivi trecento anni.

Tre secoli dopo, Jack è uno spirito frizzante e giocherellone, giulivo e pieno di vita, e passa gran parte delle sue giornate a divertire i bambini con giochi di neve e “freddolose” magie. Il giovane è mosso da un’incontenibile gaiezza, e sebbene il suo spirito sia l’incarnazione impalpabile del freddo inverno egli ha comunque un animo e un cuore calorosissimi. Jack, quando osserva gli altri giocare, mostra un sorriso radioso come il sole, ma al contempo, la sua condizione d’invisibilità lo rende caratterialmente triste, come se nel suo intimo proliferasse una gelida solitudine. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di ricercare sempre il divertimento per offrirlo al prossimo. E’ come se Jack Frost dal gelo traesse il mite e coinvolgente ristoro per gli animi altrui. Egli è però anche vittima dell’incomunicabilità: nessun bambino può sentirlo, solo con la magia riesce a far percepire la sua mistica presenza. La sua è un’aura speciale, di quelle che a malapena si avvertono, ma ci sono. Di quelle paragonabili alla levità di un fiocco di neve che cade solitario dal cielo e subito si disperde su distese ammantate. Jack è una piccola leggenda, raccontata in alcune credenze popolari, ma non ancora così importante da conquistare l’affetto dei bambini, i soli a poter aiutare Jack a diventare un guardiano.

I bambini nella loro animosità sognante credono nelle creature magiche come Babbo Natale, Calmoniglio, la Fatina dei denti e Sandy, quest’ultimo, protettore del loro sonno. Queste quattro creature rivestono per l’appunto il ruolo di “guardiani”, e preservano l’innocenza e la fantasia dei piccoli. Babbo Natale e Calmoniglio allietano le festività degli infanti durante il Natale e la Pasqua, la Fatina dei denti porta gioia ai piccini quando loro perdono i dentini da latte, e Sandman veglia ogni notte sui loro sogni. Un giorno, l’uomo nero torna sulla Terra, dopo essere fuggito da un luogo d’esilio in cui i quattro guardiani lo avevano confinato anni prima. Preoccupato dal potere dell’uomo nero, che vuole privare ogni bambino della fantasia che alimenta il credo nei quattro guardiani, l’Uomo sulla Luna ordina agli stessi di convocare un quinto elemento, vale a dire Jack Frost.

“Le 5 leggende” è un’opera favolistica, visivamente incantevole e sapientemente costruita, incentrata sulla fede dei bambini verso il mondo incantato. Una fedeltà che rischia di vacillare all’arrivo dell’uomo nero, il quale ha lo scopo di annientare l’innocenza, la felicità, la speranza dei bambini con la paura.

Babbo Natale, noto semplicemente come “Nicholas Nord”, ha l’aspetto tradizionale di figura austera e corpulenta, dalla bianca barba fluente. Calmoniglio è un coniglio di grandi dimensioni, agile e scattante, che maneggia sempre dei boomerang affilati con cui combatte i cattivi. La Fatina dei denti è, invece, dolce e protettiva, con uno spiccato senso materno, e ha l’aspetto di una fanciulla dal corpo rivestito di piume variopinte con piccole ali simili a quelle dei colibrì. Infine, Sandman è il guardiano dei sogni. Sandman, chiamato affettuosamente Sandy, è di minute dimensioni ma pingue, dallo sguardo affettuoso e dai modi affabulanti. Egli vive in un regno fatto di nuvole d'oro, e le sue stesse magie vengono modellate da una sabbia dorata, attraverso la quale Sandy riesce a rendere veri i sogni delle persone.

Le arti magiche di Sandman discendono dal cielo tutte le notti, come fasci di luce scintillanti dalla consistenza granulosa. La sabbia è l’essenza della magia e serve a materializzare i personaggi animati di un sogno, i quali aleggiano sopra le menti dei bambini dormienti. I sogni indotti da Sandy sono in grado di rendere visibili figure magiche e incantate, come un delfino che nuota in un mare fatto d’immaginazione, e un unicorno che scorrazza su praterie oniriche. A Sandy, tuttavia, si oppone il crudele uomo nero che può “toccare” un sogno, opprimerlo con la sua oscurità, e trasformarlo in un incubo. Sandman e l’uomo nero sono forze contrarie, come Hypnos e Thanatos, figure contrapposte della mitologia greca, le quali dominano il sonno e l’incubo. Sandy rilascia la sua dolce polverina dorata, l’uomo nero invece la sua lercia sabbia nera. E’ interessante notare come Sandy non si esprima mai con la semplicità, talvolta blanda, delle parole, superflue per lui che comunica con la forza espressiva delle immagini, delle forme, delle forze visive che emergono dall’animo. L’uomo nero è, invece, un antagonista sinistro, diabolico, un infingardo tentatore.

La fanciullezza è spesso la fase più lieta nella vita di un essere umano. E’ la prima tappa di un percorso vitale, quella maggiormente influenzata dall’immaginazione. Nelle loro incarnazioni spirituali, i guardiani hanno il compito di portare gioia nel cuore dei bambini. Tale compito viene cadenzato dal tempo. In un intero anno solare, le due festività più importanti sono la Pasqua, ma soprattutto il Natale. Babbo Natale e Calmoniglio cadenzano la crescita anno per anno dei bambini attraverso le festività natalizie e pasquali. I fanciulli durante la loro crescita attendono con incontenibile gioia l’arrivo delle feste, così da poter scartare i regali ai piedi dell’albero tra luci sfavillanti e palline colorate o per dipingere le uova che trovano la mattina di Pasqua. Gli altri due guardiani, la Fatina dei denti e in particolar modo Sandy, invece, restano accanto ai bambini per un periodo molto più lungo nel tempo. Sandy si manifesta ai bambini durante la notte, al termine di una intensa giornata, e diletta i sogni dando forma e colore a figure festanti e giocose. Sandy guida dunque i bambini durante la loro crescita quotidiana, mentre la Fatina dei denti nella loro progressiva maturazione; in altre parole segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La Fatina dei denti ha il delicato compito di portare gioia ai bambini in un momento in cui, per la prima volta, hanno perduto qualcosa di sé: la caduta del tutto naturale di un dentino da latte. Dentolina, questo è il nome della fatina, raccoglie i dentini dei bambini e ne custodisce i ricordi di ognuno di loro in preziosi contenitori come fossero scrigni. La perdita dei denti è infatti un segno simbolico, una fase distinta della crescita, uno sviluppo graduale cominciato con la venuta al mondo. Nella caduta dei primi denti avviene una sorta di “separazione” che comporta un distacco dal passato per guardare al futuro. E’ forse per tale ragione che Dentolina custodisce i ricordi di ogni bambino che col tempo diverrà adulto. Tutte e quattro le leggende agiscono in un spazio temporale differente: Sandy ogni notte, Dentolina nelle notti in cui un bambino ha bisogno del suo intervento, Calmoniglio nel periodo pasquale e Babbo Natale, naturalmente, a dicembre, proprio nell’ultimo mese dell’anno. Jack Frost è, invece, uno spirito che agisce durante la stagione invernale.

Egli dall’asperità del freddo trae i propri poteri per convogliarli in gioia e divertimento. L’inverno è una stagione particolare, spesso considerata avversa. I bambini non trascorrono molto tempo fuori, il freddo non permette loro di giocare e correre all’aria aperta come farebbero durante l’estate. Ciononostante, Jack sa usufruire delle proprie arti magiche per trasformare i doni dell’inverno in giochi divertenti per i bambini. Com’è invisibile il suo corpo così lo sono i suoi ricordi, su chi lui sia realmente. Jack non ricorda chi fosse nella sua vita precedente. Scoprirà la sua vera identità grazie a Dentolina.

Quando era un ragazzo come tanti, Jack, un giorno, andò a pattinare con la sua sorellina, Emma, sulla lastra sottile di un lago ghiacciato.  Quando la lastra cominciò a cedere, Jack riuscì a mettere in salvo la sua Emma, allontanandola via con il proprio bastone. La tranquillizzò dicendo che si trattava solo di un gioco. Jack portò la sorellina a credere in lui, a fidarsi di quanto le stava raccontando, e così facendo poté salvarla. Il giovane però non riuscì ad allontanarsi in tempo e il ghiaccio sotto i suoi piedi, dato l’esiguo spessore, si frantumò; fu così che scomparve nelle gelide acque del lago. Commosso dal suo altruismo, l'Uomo sulla Luna decise di restituirgli la vita, trasformandolo in uno spirito. Jack riacquistò la vita nel medesimo luogo in cui la perdette.

Una volta scoperto il proprio trascorso, Jack Frost raduna le forze residue e si prepara a fronteggiare l’antagonista. Tutti gli altri guardiani sono stati fatti prigionieri, perdendo i loro poteri perché i bambini, spaventati dalla furia dell’uomo nero, hanno smesso di credere in loro. Così Jack tenta disperatamente di usare le proprie arti magiche per convincere Jamie, l’ultimo bambino rimasto fedele, dell’esistenza dei custodi. Ma per il grande stupore di Jack Frost, Jamie, quando scorgerà la magia che ritrae un coniglio fatto di neve, riuscirà a vedere per la prima volta l’immagine di Jack. La mamma di Jamie lo aveva più volte messo in guardia dal freddo, raccontandogli la storiella di Jack Frost, così il bambino iniziò a credere nella sua esistenza. A quel punto Jack riesce finalmente a rendersi visibile ai bambini che, attratti dai suoi giochi di ghiaccio, lo riconoscono e immediatamente riacquistano fiducia nei guardiani i quali, riappropriandosi dei loro poteri, sconfiggono l’uomo nero. Jack verrà così proclamato come quinta leggenda, guardiano del divertimento e signore dell’inverno. E’ il capoverso finale di questa bellissima fiaba, un incanto visivo per gli occhi e nutrimento per il cuore.

Ma cos’è l’inverno? E’ pioggia che batte sui vetri delle case, neve che ondeggiando vien giù dal cielo, freddo che induce l’animo umano, ancor prima del corpo, a ricercare il caldo abbraccio della persona amata; è paesaggio bianco, natura innevata, lago ghiacciato, mare burrascoso, monti coperti di candida coltre, camini accesi. In altre parole l’inverno è pura, tersa e dolce atmosfera. Esso ha una magia tutta sua. In questa stagione, in cui la vita, malgrado il freddo, continua il suo ritmo febbrile, l’uomo gode la dolcezza e l’intimità della famiglia, mentre fuori la natura ricama sulla terra fiori di gelo, di brina e di neve, che danno al paesaggio un aspetto fiabesco.

Chissà se sia realmente Jack Frost con il proprio bastone a esercitare i suoi incantesimi sugli alberi in autunno per far cadere le foglie e accelerare l’arrivo dell’inverno. Chissà se sia veramente lui a scuotere le nuvole in cielo, e a farle piangere lacrime di neve. Nascosto allo sguardo dell’uomo adulto, chi lo sa, magari Jack si diverte a sfiorare col bastone le pozzanghere d’acqua torbida per renderla cristallina, così che essa possa riflettere, come uno specchio, le sagome della gente. Ha un che di generoso il pensiero che lui, nascosto alla vista, ami sfruttare i propri poteri per rendere mirabile l’immagine riflessa delle persone, le quali in maniera fugace potranno specchiarsi per un istante, passeggiando per strada. Capiterà, di tanto in tanto, che un adulto, prossimo a riflettersi in quell’acqua, sia stato un bambino che un tempo scorse l’immagine di Jack Frost ma che oggi non riesce più a vedere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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