Vai al contenuto

"Stanlio e Ollio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Senti, la mia filosofia è questa: se non si ha un po' di senso dell'umorismo è meglio essere morti.

Roger aveva ragione. Pienamente ragione. Lo disse una sola volta, con la sua voce squillante, blaterando con quella sua bocca grande e pelosa, sputacchiando qua e là. Disse che ridere è l’unica arma che ci rimane. Già, l’unica. Pronunciò questo suo pensiero quando si trovava in un vecchio locale, rannicchiato all’interno di un nascondiglio umido e angusto, utilizzato molti anni prima dai proprietari, ai tempi del proibizionismo.

Quella espressione – “La risata è l’unica arma che ci rimane” – la proferì con aria sincera. Si vedeva lontano un miglio che Roger credeva in ciò che stava dicendo. Ridere, per lui, era la cosa più bella del mondo. La frase di Roger restò impressa a chi stava ascoltando, anche se questi non lo dette a vedere. Eddie Valiant l’improbabile amico umano di Roger, non era, per così dire, un tipo allegro. Nulla riusciva a penetrare la sua pervicace perplessità. Eddie era triste, costantemente abbattuto. Era un investigatore cinico, depresso, avvilito, annebbiato dall’alcol consumato a fiumi per tentare di annegare un malessere che, purtroppo, aveva il salvagente. In quei frangenti, Roger cercava di aiutarlo a capire: ridi, Eddie. Ridi! Ridere è il solo modo per poter andare avanti.

Come dite? Vi state chiedendo chi è questo Roger? Già, avete ragione, perdonatemi. Stavo procedendo un po’ a ruota libera, dimenticandomi di fare le dovute presentazioni. Roger è un coniglio, ovviamente. Beh, “ovviamente” si fa per dire. Diciamo che si tratta di un cartone animato. Sì, insomma, un cartone con le fattezze di coniglio. E non aveva affatto torto. Proprio per niente.

Ridere è l’unica arma che ci rimane. Quando la vita si fa dura, quando intorno a noi sembra tutto fosco, come se una nube caliginosa fosse calata senza più diradarsi, trovare la forza di sorridere è la sola risorsa di cui disponiamo per sopravvivere. In quella storia fantastica vissuta dal coniglio e dal detective con indosso l’impermeabile, in quel film intitolato “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, ne sono state dette, sì, di frasi belle, argute, profonde, indimenticabili, proprio come quella appena citata. Frasi che potrei utilizzare per parlare di un argomento che ha poco a che fare con l’avventura di Roger Rabbit, ma che ben si presta alla sua riflessione più emblematica: talvolta, la risata è l’unico espediente di cui possiamo beneficiare, l’unica àncora a cui poterci aggrappare!

Una scena di "Chi ha incastrato Roger Rabbit". Potete leggere di più cliccando qui.

Ma come si fa a ridere pienamente? E, soprattutto, come si fa a far ridere? Gran bella domanda. Dovremmo chiedere a un esperto in materia. Chissà cosa avrebbe risposto, a tal proposito, un genio della comicità come Stan Laurel. Qualcuno, invero, ebbe la fortuna di chiederglielo, molti anni fa.

Dunque, come si riesce a strappare un sorriso alle persone? Persino Stan cercò di eludere la domanda. “So solo come far ridere la gente”, così rispondeva quando qualcuno, chiamandolo a ragion veduta “maestro”, gli chiedeva quale fosse il segreto per una sana comicità. Stan non lo sapeva. A dire il vero, ci teneva a precisare di non conoscere neppure lui quale fosse il meccanismo per suscitate una risata copiosa o per scrivere una grande commedia. Già! Ma cos’è una commedia?

Una forma d’arte, questo è certo, ma fin troppo difficile da descrivere o sintetizzare a parole, anche per un genio come il signor Laurel. La commedia, Stan, la sentiva dentro di sé, era parte del suo essere, linfa che scorreva nelle sue vene. Far ridere era un’attitudine della sua persona, un talento che aveva fin da quando aveva messo piede nel mondo, il sesto, nonché il più affinato, dei suoi cinque sensi. In realtà Stan sapeva benissimo cosa fosse la commedia, e in egual misura era ben conscio di cosa fosse il mimo, il comico, l’istrione, la maestria di far ridere il prossimo.

Semplicemente non sapeva come spiegarlo, come tramutarlo in un concetto cristallino. Del resto, come avrebbe potuto? Può forse un artista rivoluzionario o un genio innovativo compendiare in brevi estratti in cosa consista la sua arte, l’estro e l’arguzia che tutti sembrano riconoscergli? Certo che no, farebbe troppa fatica anche solo a tentare. Neppure un pennuto, se potesse parlare, riuscirebbe a dire perché sa volare. Già, volare, ma certo!

Ecco, per Stan Laurel la comicità era come volare per un gabbiano: una prerogativa naturale, appresa sin dalla più tenera età. Ridere per Stan significava spiccare il volo, dispiegare le ali e volteggiare tra il cielo ed il mare. Ogniqualvolta immaginava uno scenario comico materializzarsi nella sua mente, Stan abbandonava la sabbia e si librava oltre le onde che si infrangevano contro gli scogli, per salire sempre più su, riuscendo poi a planare sull’acqua per sfiorarla con la punta dei piedi. Solamente quando la gag era svanita, lo sketch compiuto e la mente si faceva sgombra da fantasie ironiche, Stan piombava giù, atterrando lentamente, proprio su quella spiaggia dove tutto aveva avuto inizio.

Era questa la commedia per Stan Laurel: uno strumento per librare, per sollevarsi oltre il suolo, un paio di ali da regalare a tutti gli esseri umani. Ali candide, bigie, magari argentee, che permettessero agli uomini e alle donne di volare via, di allontanarsi da quella terra fredda, desolata, pregna di tristezza.

La commedia è una rappresentazione scenica volta a generare il riso, a far dimenticare, sia pure per un attimo, i problemi della quotidianità. Quando si ride, si abbandona la terraferma, si ascende ad una dimensione fatta di piccoli sprazzi di tempo in cui si smarrisce la realtà delle cose, e con essa ogni forma di ansia e di affanno, annullando così il ricordo di tutto ciò che è spiacevole. Una sana risata ci riporta alla mente la letizia, la gioia, ci permette di accarezzare i lieti momenti, che spesso ci appaiono lontani, perché situati al di là di quella immaginaria linea d’orizzonte in cui ogni essere umano ha relegato la propria felicità, per andare a raggiungerla poi con tanta fatica.

La comicità e la farsa per Stan erano questo: il mezzo per volare via dai problemi, lo strumento per sfuggirgli, un espediente per tentare di soggiogare i drammi della vita.

Stan fece ridere il mondo intero durante gran parte della sua esistenza. E non lo fece da solo. Fianco a fianco a lui, ci fu un amico. Un caro amico, ma che dico, un fratello: Oliver Hardy. Con lui, il signor Laurel formò il più celebre duo comico della storia della settima arte.

Durante il periodo di massima popolarità della coppia, l’umorismo di Stan Laurel e Oliver Hardy conquistò l’affetto di milioni di persone sparse per il globo. L’universo comico di Laurel e Hardy era un susseguirsi di fughe rocambolesche, di amene peripezie, argute trovate in cui l’uomo comune, nelle più variegate vesti di marito, di apprendista operaio, di girovago, spesso di indigente, veniva rappresentato in chiave ironico-grottesca. Stanlio e Ollio rappresentavano, in parte, la condizione umana del loro tempo, misera e aspra, il quotidiano spigoloso e arcigno, facendosene beffa, offrendo a tutte le persone che si recavano al cinematografo non sogni e neppure illusioni ma spontanee risate. (Se ti piacciono le grandi pianole, passa da qui. Stanlio e Ollio hanno una consegna speciale per te).

La comicità di Stanlio e Ollio era tanto allora quanto adesso un toccasana, sia pure momentaneo, capace di rilasciare un immediato senso di appagamento, una sorta di panacea temporanea dei mali che attanagliano l’animo umano. Ridere e far ridere, era questo ciò che importava, la sola terapia palliativa per l’animale uomo, condannato ineluttabilmente a soffrire.

Spesso, Stanlio e Ollio riuscivano a far ridere il proprio pubblico semplicemente ridendo essi stessi. Davanti alla cinepresa, cominciavano a sorridere lentamente, stringendo i denti, come a voler, da principio, soffocare quel riso pronto a scaturire con forza prorompente, simile al getto d’acqua di una sorgente tra le rocce d’alta montagna. Inevitabilmente, poi, il riso prendeva il sopravvento. Stan seguitava a ridere in maniera incontrollata, strillando come una pollastra e picchiettando con il gomito sulla spalla di Ollio, richiedendone la partecipazione e coinvolgendo così l’amico in quel vortice di risate. Il pubblico, osservandoli, non poteva che lasciarsi trascinare da quel clima di sana euforia.

Il riso, come lo sbadiglio, innesca un riflesso condizionato che induce chi si trova a stretto contatto a ridere anch’egli, senza un apparente motivo. Il riso è una sorta di virus contagioso, ma è un virus innocuo. Anzi, è il più salutare. L’allegria fa star bene, riconcilia con il mondo circostante, porta a volare alto nel cielo, un po’ come accadeva in “Mary Poppins” quando la “magica” tata, Bert e i piccoli Jane e Michael si lasciavano trasportare dal riso incontrollato dello zio Albert, salendo su, sempre più su, a sorseggiare del buon thè a qualche metro d’altezza dal pavimento del soggiorno. Zio Albert era sempre di buon umore, e per questo motivo sempre fluttuante, perché libero da preoccupazioni, da angosce, da ansie, insomma da tutti gli affanni delle persone comuni, più costrette che avvezze a vivere la propria quotidianità con i piedi ben piantati per terra. (Ah, quasi dimenticavo, Mary Poppins ti aspetta qui. E, sì, anche qui).

  • Ma io sono un cartone e i cartoni esistono per far ridere la gente!

Tutto ebbe inizio cento anni fa, in quel fatidico 1921. Sul set del cortometraggio “Cane fortunato”, Stan Laurel e Oliver Hardy si incontrano per la prima volta. In quel corto, Oliver appariva tanto diverso da come lo conosciamo tutt’oggi. Il suo faccione rubizzo era coperto da uno spesso strato di trucco, che lo imbruttiva fino a conferirgli un’ovale torva e intimidatoria. E non poteva essere altrimenti, in quella commedia Oliver interpretava un vile delinquente di città, aggressivo e tracotante. Stan, dal canto suo, aveva la sua tipica aria stralunata quando gironzolava senza meta in una grande metropoli, in compagnia di un amico a quattro zampe. Stanlio e Ollio in questo film sono appena un accenno, un abbozzo embrionale, anzi neppure esistono. Nessuno, a quel tempo, poteva immaginare ciò che il futuro aveva in serbo per i due istrioni.

Passarono circa sei anni, intervallati da lavori differenti. Oliver seguitò ad interpretare parti da antagonista nelle commedie più disparate. Dopotutto il suo fisico massiccio ben si prestava a ruoli di contorno, per lo più stereotipati, da corpulento prevaricatore. In quegli anni Oliver era questo, un attore caratterista, il cattivo delle comiche, nulla di più. Neppure uno dei tanti registi che diressero Hardy si accorse del potenziale insito nella fisicità dell’attore, capace di emanare tenerezza e tanta amabilità.

Stan Laurel aveva preso parte a svariate produzioni, il più delle volte come protagonista, ma senza ottenere il successo sperato. Oltre che come interprete, Stan si cimentava nella scrittura e nella regia. Nel 1927, Stan e Ollie torneranno a collaborare davanti alla macchina da presa. Il corto “Zuppa d’anatra” segna l’alba di un sodalizio artistico destinato a segnare la storia del cinema. Per tutta la seconda metà degli anni ’20 del Novecento, Laurel e Hardy forgeranno i loro caratteri somatici sul grande schermo con un complesso e minuzioso lavoro artigianale.

Intagliando nel “legno”, limando un po’ qui e un po’ lì, smussando gli angoli, rimuovendone le scaglie e tutti i frammenti, evidenziando i dettagli dei volti e delle personalità, i due comici inventeranno le loro maschere: Stanlio e Ollio.

Si partì dal “costume”. Stan intuì che i due soggetti, per apparire immediatamente riconoscibili, dovevano avere un dettaglio chiaro e bene evidente, che rubasse facilmente l’occhio agli spettatori. La scelta cadde su un paio di bombette quasi identiche. Stan ricordava che i cappelli a bombetta venivano indossati, solitamente, dai personaggi dei fumetti, divenendo tratti simbolici di questi ultimi. L’intenzione del signor Laurel era quella di rendere Stanlio e Ollio due sagome fuoriuscite da un vero e proprio fumetto, o forse, perché no, addirittura da un cartone animato. E il compito di un cartone – Stan ne era ben conscio - è quello di far divertire la gente.

In effetti, le cadute rovinose, le scivolate improvvise, le case distrutte, le liti inaspettate contro energumeni capitati per caso ricalcano un tipo di comicità cartoonesca, scanzonata e genuina, completamente priva del doppio senso, lontana dalla volgarità e per questa ragione una comicità eterna, universale, cristallina. Stanlio e Ollio sono, a tutti gli effetti, due cartoni animati sfuggiti ai contorni di un foglio bianco, ai singoli e precisi tratteggi di una matita o di un pastello colorato. (Fai un salto qui per incontrare un pericoloso bandito e i suoi fidi scagnozzi).

  • Nessuno riesce a incastrarlo Roger Rabbit!

Oliver Hardy prestò il suo fisico imponente e alquanto rubicondo alla maschera di Ollio, un uomo cordiale ma impacciato, dal viso abbondante, paffuto come quello di un bambolotto, con un baffetto a spazzola atto ad arricchire la parte superiore della sua bocca. La “maschera” di Oliver era quella di un adulto dai modi garbati, eleganti, fanciulleschi ma anche prepotenti nei confronti del suo amico fraterno Stanlio, colpevole di metterlo sempre nei pasticci. Di fatto, pur essendo molto tenero, permissivo e pavido, sovente Ollio si rapporta arrogantemente nei confronti di Stanlio, considerando sé stesso come il membro più intelligente della coppia e l’altro un povero sciocco. Così, Ollio è solito camminare fianco a fianco alla sua inseparabile “spalla” con aria tronfia, dandosi, per così dire, delle arie e pretendendo che gli venga data sempre la precedenza, soprattutto quando c’è da varcare una soglia. Ollio assume, pertanto, l’atteggiamento di uno sfrontato, di uno che non si lascia ingannare o incastrare tanto facilmente. Ma la sua è solamente una perenne illusione, destinata a venire continuamente disattesa poiché Ollio finirà per incorrere di continuo in dolorosissimi incidenti a cui Stanlio si sottrarrà con grande fortuna. 

La “maschera” di Oliver è quella del perpetuo perdente, del “vinto” che ingoia, come pasto unico della giornata, il boccone amaro della sconfitta. Ollio ha spesso un’espressione affranta e malinconica, specie quando si rivolge direttamente alla telecamera, abbattendo la quarta parete e ricercando la complicità degli spettatori che assistono, inteneriti ma festanti, alle sue tragicomiche disgrazie. Su quelle gote pienotte, su quel naso gonfio e quegli occhi tristi, Ollio esprime la rassegnazione dell’essere umano, vittima di un fato avverso, talvolta ingiusto, che si accanisce proprio su chi non lo merita.

  • Già! La proposta! Anche mio zio Thumper aveva dei problemi con la sua "proposta", e doveva prendersi delle pillole grosse così e bere tanta acqua.

Per la creazione del suo alter-ego, Stan mise a punto un lavoro sorprendente. Scelse di adattare su di sé, sulla propria inconfondibile fisionomia, una maschera impreziosita da elementi del tutto particolari: Stanlio è apparentemente un allocco perennemente sulle nuvole, un individuo distratto, lento a capire cosa sta realmente accadendo attorno a lui. Un tipo che riuscirebbe facilmente a scambiare la parola “prostata” per “proposta”, mettiamola così.

Una scelta curiosa, considerando che il signor Laurel era un uomo brillante, arguto e intelligente, rapidissimo nell’escogitare una battuta su due piedi e lesto nell’invenzione della gag comica. Stan era anche un tipetto meticoloso, un lavoratore infaticabile, un artista a tutto tondo, capace di ideare, progettare, scrivere, recitare e montare i film della coppia. Dunque, Stan poteva essere descritto come un essere dalle mille risorse, attore profondamente espressivo e comico dalla fantasia smisurata. Perché, quindi, creare per sé un personaggio all’apparenza così candido e ingenuo? Beh, forse perché “Stanlio” incarnava la parte più opposta di “Stan”.

Il signor Laurel scelse per il suo personaggio la maschera contraria a quella che era la sua vera personalità: lui, così intelligente, così sagace creò per sé un personaggio infingardo, smaliziato. Stanlio era una figura leggera, scanzonata, modesta, Stan invece era un perfezionista, maniaco del lavoro. Nella sua maschera comica, Stan trasferì la rilassatezza e la spensieratezza che egli non poté avere nella sua vita reale.

Come il possente Superman, che finge nella vita di tutti i giorni di essere il mansueto e timido giornalista Clark Kent, la maschera umana necessaria per nascondere l’autentica personalità del supereroe, fatta di astuzia e di incredibile audacia, Stan delineò la sua maschera cinematografica come un “costume” che più rimarcasse la differenza con il suo vero “io”. Così, se l’invincibile Superman simula d’essere un uomo comune, insicuro e goffo, il geniale e creativo Stan recita d’essere Stanlio, un personaggio a prima vista lento di comprendonio, pauroso, infantile, e di certo poco lungimirante. (L'ultimo figlio di Krypton sta volando qui, a Metropolis).

Eppure, ogni tanto, Stan lasciò emergere la parte nascosta del suo vero “io”, la sua mente geniale. Talvolta, infatti, nei vari film, Stanlio ha momenti in cui elabora piani articolati, furbi ed effettivamente acuti, salvo poi, solo dopo qualche istante, non riuscire a ricordarli più, tentando di ripeterli a voce alta e confondendo gran parte delle sue idee. Una gag studiata a tavolino, un piccolo sotterfugio, chi lo sa, elaborato proprio dal signor Laurel per lasciare emergere, di tanto in tanto, il suo acume. Un momento di libertà, in cui dalla maschera di “Stanlio” fuoriusciva il volto di “Stan”, un po’ come è solito fare il Superman di Christopher Reeve, in quei rari attimi in cui non viene osservato sul luogo di lavoro, la redazione del Daily Planet, e lancia il suo borsalino sul porta cappelli centrandolo al primo, chirurgico colpo.

  • Nessuno sa incassare le botte come Pippo! Che tempismo! Che tocco! Che genio!

La comicità di Stanlio e Ollio era genuina, scevra da costrutti ideologici o intenti critici rivolti alla classe dirigente. Era principalmente ciò che appariva: comicità creata con il solo intento di far ridere. Per lo più non vi erano messaggi nascosti, denunce occultate, metafore celate dietro un particolare gesto o una situazione. Stanlio e Ollio erano così come apparivano: autentici, sinceri, incapaci di mentire o di sottintendere. Eppure, dietro molte delle loro storie, al di là delle loro disavventure, era possibile percepire e assaporare un mondo vasto ed eterogeneo, carico di sentimento, di spirito, di riflessioni sociali, talvolta anche involontarie, messe in atto dalla coppia nelle loro opere. A cominciare dalle loro personalità.

Stanlio e Ollio sono due bambini nel corpo di due adulti, creature profondamente altruiste e innocenti, bistrattate e derise dai più. Persone intimamente candide, incapaci di provare disprezzo e di compiere cattiverie. Essi possiedono un animo puerile, ma la loro infinita bontà viene schernita o mai del tutto compresa dagli adulti che incontrano lungo le loro tante peregrinazioni. Spesso e volentieri, Stan e Oliver sono i reietti, i dimenticati, le povere vittime della Grande depressione americana, non hanno un soldo in tasca e faticano terribilmente a integrarsi nella società. Vorrebbero dare il loro contributo con il sudore della fronte, ma è proprio il mondo del lavoro a giudicarli troppo inetti e maldestri. Mossi da un’ignara anima distruttrice, Stanlio e Ollio, ogniqualvolta si apprestano a svolgere un compito, finiscono poi per distruggere del tutto ciò che cercavano di accomodare o di incendiare una stanza che tentavano di rassettare; e così l’attività professionale che faticosamente avevano trovato per mettere del pane sotto i denti naufragherà tragicamente, come, del resto, tutte le loro giornate, trascorse all’insegna di una disavventura, di un contrattempo, di un litigio, di un imprevisto.

La società americana, organizzata secondo ben determinate convenzioni sociali rappresentate dall’avere un buon lavoro, una casa accogliente, una famiglia affiatata, veniva, sovente, osservata con distacco da Stanlio e Ollio, i quali provavano in tutti i modi a farne parte integrante, senza esserne all’altezza, perché troppo inadatti e incapaci di svolgere un qualsiasi impiego o di mantenere un equilibrato rapporto matrimoniale. Già, il matrimonio! Per Stanlio e Ollio era una dannazione.

Immagine tratta da "I figli del deserto". Potete leggere di più cliccando qui.

Con le donne proprio non ci sapevano fare. E allora perché prendevano moglie? Beh, è ovvio: perché finivano per innamorarsi! E per seguire il dettame sociale, convolavano a nozze divenendo mariti di donne risolute, tiranniche, severe e inclini al comando.

A tal proposito, quasi tutte le opere del duo comico sembrano permeate da un’ironica “misoginia”: le donne di Stanlio e Ollio, aggressive e burbere, simboleggiano quella maturità che i due personaggi respingono con tutte le loro forze. Le donne amate da Stan e Oliver sono spesso belle ma isteriche, disperate e impossibilitate a capire l’immaturità dei loro partner. Il mondo femminile, imperscrutabile, viene reinterpretato da Stanlio e Ollio come una dimensione adulta e oppressiva, un qualcosa che tenta di limitare e ingabbiare la loro infantile anarchia.

Stan e Oliver non erano semplici attori ma personaggi veri e propri calati in storie sempre nuove e in contesti diversificati. Andando al cinema, gli spettatori in sala non si aspettavano di vedere Laurel e Hardy in ruoli differenti, d’altronde Stanlio e Ollio erano loro, erano le loro maschere, i loro costumi, le loro personalità. I film erano contorni, costruiti attorno alle loro gag, potremmo dire un qualcosa di superfluo, poiché erano i due interpreti il vero fulcro di tutto il sistema.

Quella di Laurel e Hardy era una comicità classica, basata sul linguaggio del corpo, sull’inciampata rovinosa, sulla circostanza esilarante che vedeva i personaggi coinvolti in disastri da loro stessi generati, una comicità eterna e inscalfibile. Per questa ragione, a distanza di novant’anni, Ollio che scivola su una buccia di banana continua a far ridere, così come continua a strappare un sorriso Stan che batte la testa contro un ostacolo che proprio non aveva fatto in tempo a vedere.

Vi è però un alone drammatico ad avvolgere le commedie di Stanlio e Ollio. Noi spettatori non facciamo che ridere con loro, sequenza dopo sequenza. Ridiamo quando Ollio viene percosso dal prepotente di turno, quando Stan piange perché spaventato da un brutto evento o dal sopraggiungere di un energumeno voglioso di fare a botte. Non facciamo che ridere, incidente dopo incidente, scazzottata dopo scazzottata, sopruso dopo sopruso.

Ebbene è proprio qui che la comicità del duo, oltre a generare il riso, indugia su una riflessione più triste e malinconica. Quando Ollio cade a terra, si fa male. Quando Stan piange, lo fa perché è sconvolto e terrorizzato. Eppure noi sorridiamo, senza accorgerci che stiamo ridendo della sventura di due malcapitati. Stan e Oliver sono vittime di un mondo oscuro, violento, pericoloso, nel quale non c’è spazio per i più deboli. L’esistenza riserva soltanto amarezze alla coppia di amici, percuotendoli giorno per giorno. Nessuno sembra incassare i colpi che la vita ha in serbo come riescono a fare Stanlio e Ollio, con il loro tempismo, il loro inconfondibile tocco, la loro arte innata.

Nel cortometraggio “Sotto zero”, ad esempio, è divertente vedere Ollio farsi picchiare da una donna alta e nerboruta, che manda in frantumi sulla testa del povero sventurato il suo violoncello. Ridiamo di gusto guardando ciò. Ma poi ci ricordiamo che Ollio è uno squattrinato in quel film, senza neppure un tetto sulla testa, e in quel momento suonava per chiedere l’elemosina. Di fatto, abbiamo riso di un uomo a cui è stata tolta in malo modo l’unica possibilità che aveva per guadagnarsi qualche soldo. Osservando la medesima scena, è piacevolissimo assistere alla donna che getta la pianola di Stanlio in mezzo ad una strada innevata, ed è ugualmente divertente guardare come la pianola venga distrutta quando un’auto ci passa sopra. Stanlio piange, sconfortato, e non fa altro che indurci al riso. E’ quello il suo intento. Ma noi ridiamo di un uomo a cui è stato sottratto un oggetto prezioso, e che si dispera per quella perdita. La comicità di Laurel e Hardy è così geniale, sensibile, straordinaria da far ridere di primo acchito ma intenerire subito dopo, quando si osserva il tutto con un occhio più attento, desideroso di cogliere qualche dettaglio in più.

Con Stanlio e Ollio si prova a ridere delle ingiustizie, della sofferenza, della delusione amorosa, del matrimonio fallito, del licenziamento subito, del fallimento esistenziale. Si mette alla berlina la ricchezza ristagnando nella povertà.  

  • Non vi ricordate cos'è successo la volta scorsa? Se non la smettete di ridere, farete la stessa fine di quelle idiote delle vostre cugine, le iene ridens!

Alla società del loro tempo Stanlio e Ollio non offrivano speranze o velleità ma soltanto risate, distrazioni temporanee. Sebbene si rida in maniera spontanea e si creda che le avventure di Laurel e Hardy siano sempre all’insegna del buon umore, esse raramente simboleggiano un inno alla felicità assoluta. Basti notare che i film di Stanlio e Ollio non finiscono mai bene. Il lieto fine è pura utopia.

Vi è sempre un caduta funesta, una lite furibonda, una fuga perniciosa, una minaccia incombente a far calare il sipario sull’avventura di Laurel e Hardy. I due non raggiungono mai alcun successo, non ottengono mai la ricompensa sperata né vengono premiati per i loro meriti o quando si mettono in luce per il loro coraggio. Questo perché le loro comiche erano, allora e lo sono tutt’oggi, fatte di peripezie quotidiane. Il viaggio di Stanlio e Ollio è una marcia senza esito e senza vittoria, priva di speranza e scevra dall’happy ending.

Le loro opere non erano fiabe con un finale allegro, ma racconti in cui si doveva ridere quando si poteva farlo, quando la vita ne concedeva l’opportunità. E bisognava coglierla con destrezza. La gioia, di per sé, è sempre momentanea e non eterna come il “vissero tutti felici e contenti” vuol farci credere. (Segui il Bianconiglio, passa da queste parti per incontrare Alice e visitare il Paese delle Meraviglie).

  • Noi cartoni facciamo gli scemi, ma non siamo mica stupidi!

Eppure, Stanlio e Ollio non sempre disdegnarono il mondo fatato e favolistico. Un tempo finirono addirittura in un villaggio popolato da creature magiche. Quaggiù, le maschere di Stanlio e Ollio assunsero una valenza “incantata”; esse divennero volti di fanciulli catapultati in un contesto fiabesco e sognante. 

La pellicola del 1934 “Nel paese delle meraviglie” inizia con una canzone intonata da Mamma Oca. Alle spalle della donna campeggia un grosso libro, dalla copertina spessa e variopinta, che comincia ad aprirsi. Fra le sue prime pagine, vi è un’immagine in movimento che mostra Stan e Ollie riposare in un soffice letto, addormentati come due bambini.

Una piuma, dondolata dall’aria, scende giù e sta per poggiarsi sui loro volti sereni. Il russare di Ollio rimanda la piuma verso l’alto, che cambia subito direzione e fa per avvicinarsi al viso di Stanlio. Il respiro di quest’ultimo la rimanda ancora una volta su, verso il faccione di Ollio. Il forte ronfare di Oliver scaccia nuovamente la piuma che torna in aria, cercando maggior fortuna da Stanlio. Una danza che continua imperterrita.

Come accade in “Forrest Gump”, pellicola del 1994, anche nel film di Laurel e Hardy, “Nel paese delle meraviglie”, è il volteggiare di una piuma bianca a segnare l’inizio di una storia meravigliosa. In “Forrest Gump”, la piuma, così delicata e lieve, vaga di albero in albero, da un quartiere ad un altro, posandosi, infine, a pochi passi dal protagonista, che la raccoglie e la conserva con cura all’interno della sua valigia. Quella piuma, dall’eterea consistenza, rappresenta la levità, la dolcezza del personaggio principale dell’opera, Forrest per l’appunto, libero come l’aria e tenue come una piuma che viene sospinta dalla fresca brezza.

In egual modo, potrei supporre che - nel film di Laurel e Hardy - quella piccola piuma, fuggita da un cuscino strappato, sembri simboleggiare la leggiadria del duo, la bontà, la delicatezza dei loro spiriti, anch’essi liberi e candidi. Volteggiando di viso in viso, la piuma finisce per essere accidentalmente ingerita da Stanlio, senza che questi ne risenta fin troppo. Egli non si desterà dal suo sonno, ma seguiterà a dormire un po’ stranito.

Il canto di Mamma Oca termina con un ultimo acuto e la camera irrompe fra le pieghe del librone, proiettando gli spettatori nel villaggio incantato.

A Balocchia, Stanlio e Ollio esercitano la professione di costruttori di giocattoli. L’ultima creazione a cui hanno collaborato è davvero meravigliosa: un intero esercito di cento soldati di legno, alti come un essere umano. I soldati indossano un chipì sulla testa e una divisa rossa, adornata da spalline dorate e bottoni tondi come una grande moneta. Essi imbracciano una baionetta color argento, e dietro la schiena sono tutti dotati di un pulsante. Una volta premuto, i soldati “prendono vita”, avanzando fieramente senza mai fermarsi. Quel mattino, Babbo Natale giunge alla fabbrica dei giocattoli per visionare i suoi militi in divisa. Invece della solita guarnigione di soldatini scopre una truppa talmente imponente da restarne stupito. A quel punto, Babbo Natale eccede in una fragorosa risata. “Ma non hai capito niente, Stanlio. Io avevo ordinato 600 soldatini di legno dell’altezza di un piede. Io non posso dare ad un bambino dei soldati così grandi per giuocare”. (A proposito di soldatini. Ce n'è uno, molto coraggioso, quaggiù).

Udendo queste parole Stan e Oliver giacciono di stucco, delusi come al solito dalla loro inettitudinePer il loro errore, i due vengono licenziati in tronco e sbattuti fuori dal costruttore capo, non prima di aver cercato di riporre ogni soldato nella propria custodia. L’intero esercito verrà poi trasferito nel magazzino, e lì resterà a coprirsi di polvere. A fine giornata, Stan e Ollie faranno ritorno alla loro dimora.

I due alloggiano all’interno di una casa a forma di scarpa, insieme alla signora Peep e a sua figlia, la pastorella Bo Peep. La dolce fanciulla è vittima delle attenzioni indesiderate di Barnaba, un impresario avido e malvagio, a cui la signora Peep deve una grossa somma di denaro. Per estinguere il debito, Barnaba propone alla signora Peep di concedere la mano di sua figlia, Bo Peep, innamorata, però, del bel Tom Tom, figlio del Pifferaio Magico. L’anziana donna rifiuta categoricamente, contando sull’aiuto di Stanlio e Ollio.  

L’antagonista di questa fiaba natalizia, Barnaba, cammina ricurvo, appoggiandosi ad un bastone dalla forma contorta, e porta sul capo un cappello a cilindro nero. Barnaba somiglia ad un personaggio nato dalla penna di Charles Dickens. Il mento pronunciato, il naso aquilino, gli abiti lievemente eleganti e scuri e il carattere così avido e malvagio, fanno rassomigliare Barnaba ad Ebenezer Scrooge, il personaggio cardine del celebre “Canto di Natale” dello scrittore britannico. (Scrooge e i suoi fantasmi ti stanno aspettando proprio qui).

A differenza di Scrooge, che avrà la fortuna, al ridosso delle festività natalizie, di ricevere la visita di tre spiriti che gli permetteranno di comprendere gli errori commessi e di redimersi, Barnaba è un personaggio negativo fino in fondo, bramoso e spregevole. Desideroso di mettere le mani sulla bella Bo Peep, Barnaba finirà per escogitare un piano subdolo. Egli farà in modo che Tom Tom venga processato per un crimine non commesso ed esiliato a Bobilandia, una regione situata oltre i confini del regno, in cui vivono mezz’uomini mostruosi e famelici.

Non riuscendo ad accettare la perdita del proprio innamorato, Bo Peep si dirige di soppiatto a Bobilandia, ricongiungendosi con Tom Tom in una grotta. Felici ma stanchi, i due innamorati cadono addormentati. Qualche ora dopo vengono trovati da Barnaba, che non si lascia sfuggire l'occasione per cercare di prendersi la ragazza. Destatasi dal sonno, Bo-Peep, nel vederlo, lancia un urlo di terrore, svegliando Tom Tom. Il giovane ingaggia una lotta furibonda con Barnaba, stendendolo a terra. La coppia scappa, inseguita dal reo, il quale, accecato dall’ira, chiamerà a sé le misteriose creature che dominano Bobilandia, ponendosi alla testa di un’imponente e furiosa armata che muove verso il villaggio incantato. Toccherà a due improbabili eroi, Stanlio e Ollio, salvare la fanciulla, il suo amato e l’intero paese delle meraviglie.

Così il duo raggiunge Bobilandia, imbattendosi nei mostri che la presiedono. Le creature del film, dall’aspetto di uomini-bestia, dotati di una fitta peluria, fauci larghe e denti aguzzi e che vivono in una terra fatta di buio ed ombre, lontane eppure vicine alla popolazione della “superficie”, somigliano ai Morlock, le creature raccapriccianti presenti nel lungometraggio “L’uomo che visse nel futuro”, opera di fantascienza tratta dal romanzo di H.G. Wells.

In questa pellicola del 1960, il protagonista George Wells inventa una macchina del tempo. Con essa, lo scienziato intraprende tutta una serie di viaggi straordinari, giungendo sino al futuro. In un’epoca lontana e distopica, George trova dinanzi a sé un mondo ridotto in miseria, una realtà post-apocalittica sconvolta dalle guerre. Sulla superficie terrestre vivono dei sopravvissuti, gente divenuta oramai per lo più apatica, analfabeta, indifferente. Sotto la “crosta”, però, vivono esseri ben più inquietanti e spaventosi: i Morlock. Discendenti della razza umana, sconvolti e mutati nell’aspetto, i Morlock sono individui che vivono nel sottosuolo, hanno sviluppato occhi luminosi e si cibano di esseri umani, hanno zanne possenti e una peluria foltissima.

Abitando nell’oscurità, avendo arti affilati, denti ferini e manti densi, i Morlock possono, in un certo senso, essere paragonati agli abitanti che confinano con il paese delle meraviglie della pellicola di Laurel e Hardy, anch’essi orripilanti, pericolosi e animaleschi, minacce respinte e recluse in luoghi tenebrosi che gli uomini si guardano bene dal percorrere.

Barnaba trascinerà le creature sino alle porte del villaggio, invadendolo. Stanlio e Ollio le affronteranno come potranno, fino a che Stan avrà una brillante idea: i due daranno “vita” ai loro soldatini di legno, che avanzeranno con la loro baionetta verso il nemico.

D’un tratto, le porte del magazzino di giocattoli si spalancano: i soldati in testa suonano la carica con le loro trombe dipinte d’oro ed i tamburini percuotono i loro tamburi, scandendo il ritmo della battaglia. Alle loro spalle, i militi con i fucili argentati iniziano la marcia, volgendo, diritti e ordinati, verso il centro del villaggio. La "fanteria" si abbatte sui mostri, spazzandoli via come un’inarrestabile inondazione.

La scena in cui i soldati rossi vengono attivati, e cominciano a muoversi quasi per magia, somiglia all’emozionante scena finale del classico disneyano “Pomi d’ottone e manici di scopa”. In quest’ultima pellicola, la strega Miss Price, con un incantesimo, dà coscienza e movimento ad un esercito di armature.

Gli stendardi vengono sollevati in alto, le bandiere svolazzano, mosse dal tocco del vento, gli scudi brillano sotto il chiaro di luna. Le armature argentate s’innalzano su di una collina verde e sguainano le spade. Ardite e fiere, esse affrontano gli eserciti tedeschi del Terzo Reich, respingendo l’invasione lungo le coste inglesi. Come accade in “Pomi d’ottone e manici di scopa”, anche nel film di Stanlio e Ollio, “Nel paese delle meraviglie”, un semplice tocco di “magia” anima le forze del bene incarnate da combattenti silenti e dormienti, che sconfiggono il male.

Sul finire delle vicende, Stanlio e Ollio vengono accolti come i salvatori del paese delle meraviglie. Una gioia per loro, seppur caduca.

"Due menti senza un singolo pensiero." - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non erano di certo due inetti, Stanlio e Ollio. Facevano gli sprovveduti ma non erano mica stupidi! Avevano tratto in salvo un intero villaggio, con le loro creazioni. Così come avevano salvato, e continuano ancora oggi a farlo, il mondo intero. Giorno per giorno. Facendolo ridere. Già, proprio così!

La risata, quella strana sensazione, così spontanea e dirompente, spesso è l’unica arma che ci rimane.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

Vi potrebbe interessare il nostro articolo "Stanlio e Ollio (2018) - Servitori di Aristofane". Potete leggerlo cliccando qui.

Vi potrebbero interessare i seguenti prodotti:

2

"Liv Tyler - Arwen Undómiel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era scesa la notte e una pioggia lieve cadeva giù dal cielo su di un bosco “addormentato”. “Pioggerella di primavera…” recitavano alcuni versi intonati dagli animali della foresta nel capolavoro della Walt Disney “Bambi”. Grosse gocce, simili a lacrime di rugiada, custodite dalle verdi foglie, si mescolavano all’acqua piovana che veniva giù disperdendosi nel soffice sottobosco. Un lampo nel buio e il sopraggiungere di un fragoroso tuono presagivano che la pioggia avrebbe aumentato la sua intensità. Quello a cui il piccolo cerbiatto Bambi assistette, spaventato, era per lui il primo pianto del cielo. Nulla faceva prevedere alcun temporale in quel momento in cui il sole volgeva al tramonto. Fu soltanto una “tempesta” di breve durata, l’indomani tornò la quiete. La primavera infondeva vigoria in ogni dove, e la prateria su cui poi Bambi avrebbe mosso i suoi primi passi era rigogliosa e piena di vita. E’ questo, dopotutto, che rappresenta la primavera: una natura viva, palpitante, ricca di colori e dall’impareggiabile bellezza.

La donna è primavera! Se dovessi concedere, o meglio attribuire alla figura della donna una delle quattro stagioni che cadenzano il ciclo annuale della nostra vita non potrei che scegliere la primavera. Fu proprio la stagione primaverile ad allietare e accogliere la nascita della più bella tra le donne cui fanno cenno i miti greci, colei che giunse dal mare.

Come riportato dalla Teogonia di Esiodo, a scuotere il mare e a miscelare il seme della vita con l’acqua salmastra fu un evento tumultuoso ed efferato (la morte di Crono), un accadimento violento e inaspettato, come il sopraggiungere di una pioggia torrenziale al termine di una gradevole giornata primaverile. Dalla spuma del mare fu generata Afrodite, la più bella donna su cui gli occhi dei mortali e degli dei avessero mai posato lo sguardo. Nello stesso nome greco fu contenuta, in parte, la sua peculiare nascita: ἀφρός - aphrós significa, appunto, “spuma”. Afrodite emerse dalle acque marine con la sola sua rosea e immacolata epidermide. Sempre nuda toccò, lievitando, la superficie interna di una grossa conchiglia schiusa, la quale resse la sua corporalità eterea. La nascita della dea venne esaltata dal Botticelli che eternò la bellezza della dea in una tela d’ineguagliabile raffinatezza artistica. Afrodite, in tale rappresentazione, si eleva e i marosi che increspano i confini della conchiglia paiano non riuscire neppure a sfiorarla. Zefiro desta in lei il soffio della vita immortale e un’oreade, che incarna la mutevole stagione della primavera, fluttua verso la dea nell’atto di vestirne il corpo con un mantello, ove sono impresse primule, rose e mirti. Venere intanto cerca di coprirsi con le mani salvo poi lasciare, forse volutamente, scoperto un seno. Soltanto le lunghe ciocche dei suoi folti capelli rossastri le coprono il ventre.

La nascita di Venere è sovente paragonata ad un’altra opera del Botticelli, ovvero “Primavera”. La magnificenza di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore nonché canone classico e assoluto della bellezza femminile, è per l’arte pittorica metafora di primavera. Tradizionalmente, si potrebbe dunque affermare che la bellezza della donna è portatrice di una particolare grazia terrena che ha foce nella stagione ove la natura si ridesta. La primavera, con le sue brezze rinfrescanti, con quel suo clima mite, i suoi prati verdi e i fiori dai mille colori, dopo il gelo dell’inverno e le sue giornate limpide e terse, dona sollievo agli affanni, ravviva il paesaggio e offre speranza all’animo umano. La donna emana il suo fascino come il sole irradia i suoi caldi raggi, è dolce come un’arietta fugace che giunge da est, e sa essere forte come un ruscello che sgorga da una sorgente cristallina, e prosegue in crescendo fino a perdersi a valle in una calda giornata. La primavera è efflorescenza, nascita. Sono le donne ad essere garanti di un miracolo, e soltanto loro possono far germogliare la vita. Le donne rendono possibile la fioritura dell’esistenza, non soltanto attraverso l’atto del parto ma anche mediante le amorevoli cure che solo una madre sa rivolgere alla creatura che ama, ad un figlio, sia da lei stessa concepito o allevato come tale.

Come Afrodite, concepita nel racconto e proliferata nel mito fantastico, sono donne nate e vissute nella fantasia, nell’arte e nel cinema quelle di cui vorrei parlare.

"Jessica Rabbit", icona animata d'incontenibile bellezza e d'irresistibile seduzione. - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Donne da ritrarre: con un pennello o una cinepresa?

Sebbene Botticelli non poté realmente contemplare dal vero la soavità di Afrodite così da ritrarla in una tela, egli riuscì a dare corpo e vivezza a una meraviglia da lui mirata forse in un sogno. Poté, lasciandosi trasportare dal richiamo della mente, tratteggiare le generose forme della dea, plasmare la naturalezza di un concepimento celestiale, e dare corporalità ad un essere spirituale. E’ in tal modo che ancora oggi, in un testo in prosa, in un componimento poetico o in un dipinto cerchiamo di rendere visibile l’idea di donna, tanto perfetta è la sua consistenza da meritare d’essere descritta, osannata e ritratta. La bellezza della donna è impossibile da includere in una descrizione estetica che possa fungere da illustrazione generale e assoluta. Tali bellezze travalicano le doti riassuntive di qualunque scrittore tenti anche solo di enumerarle. Che abbiano labbra pronunciate o sottili, che vantino forme prosperose o marcatamente ridotte, e che i loro volti siano cinti da capelli biondi, mori o scarlatti, la bellezza femminile fugge da concetti univoci, ed è sempre sinonimo di seduzione, intrigo, intelligenza, forza, caparbietà e astuzia. Tali caratteristiche estetiche e psicologiche hanno permesso di fare della donna soggetto ideale nell’arte e nel cinema di ritratti complessi e sempre differenti. Nulla è più bello di una donna! Come si tenta d’ammirare le impercettibili venature di colore lasciate da una pennellata su di un quadro impressionista, in egual misura dovremmo osservare le donne, e indagare i segreti eclissati nei colori dei loro occhi.

"Gal Gadot - Wonder Woman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. La supereroina DC Comics è l'emblema dell'eroismo femminile forte e indomabile. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

In quanti modi possono essere ritratte e pertanto ammirate le donne? Con colori a tempera o ad olio su una tela, con pastelli, a china o in chiaroscuro su di un foglio di cartoncino bianco. Altresì possono essere ritratte dal vivo, in quanto “vere”, filmate e immortalate tra i limiti scenici di una macchina da presa. Quanti ritratti di donne sono custoditi nel museo del cinema? Innumerevoli! Nella storia della settima arte il fascino di una donna dalla candida epidermide e dalla bionda chioma sedusse un colossale gigante nato su di un’isola e morto per lei in una fredda città.  Una giovane, vissuta nella povertà, poté beneficiare del dono di una fata per recarsi ad un ballo che si svolgeva in un salone regale e che avrebbe dovuto finire prima della mezzanotte. Ancora, una donna, da madre, si trasformava in una giovane e libertina teenager davanti agli occhi di un attonito figlio che aveva, inconsapevolmente, fatto un balzo indietro nel tempo. Il cinema fantastico ha raccontato storie di donne innamorate, una tra loro cadde addirittura preda di una maledizione che l’obbligava a trasformarsi ad ogni sorgere del sole in un falco. Ma la stessa arte filmica ha narrato le gesta di eroine audaci e indomabili. Come poter non rammentare la riccia Ellen Ripley, una delle più grandi eroine del cinema, quando affrontava con ardore la paura provenuta dallo spazio remoto in “Alien”. In una delle sequenze più sensuali, Ripley si liberava dei vestiti, restando solamente con una canotta striminzita e trasparente e un intimo che le copriva il ventre, prima d’indossare la tuta spaziale per combattere la creatura nota come Xenomorfo. L’erotismo sensuale di un corpo statuario femminile veniva amalgamato, nell’opera di fantascienza di Scott, con la furia combattiva di una donna vigorosa.

"Daryl Hannah è la sirena Madison" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui. E ancora cliccando qui.)

 

Ancora nel cult del 1984 “Splash – Una sirena a Manhattan”, Madison, una sirena dai lucenti capelli color oro, emergeva dai fluttui, irradiata da una luce di vaga provenienza. Madison era una donna eterea, che camminava sulla terra nuda come sospinta dalla brezza, e capace di compendiare nella sua essenza all’unisono il regno del mare e quello della terraferma. Ella è una giovane libera e straordinariamente intrepida, innocente e magnificamente romantica che accetta di sottostare a degli inevitabili e gravosi rischi pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile con un umano. Sono queste figure femminili di un genere di narrazione fantastico ma abili a ritrarre su di esse i connotati di donne splendide, illuminanti e pertanto decisamente vere.

 

Potete leggere di più su "Titanic"  cliccando qui. E ancora, cliccando qui.

 

Gli artisti più talentuosi, sin dai tempi antichi, hanno tentato di catturare la giovinezza della propria compagna e di trasfonderla in eternità. Alcuni di loro avranno voluto ritrarre la loro sposa più volte nel corso della vita, e avranno poi carpito la spontaneità di una ruga tanto da renderla testimonianza del tempo passato, di una vita trascorsa al fianco di quella stessa donna dipinta dapprima da ragazza e in seguito da consorte matura. Nel capolavoro di James Cameron “Titanic”, un ritratto, rinvenuto sul fondo dell’oceano e sfuggito alle gelide acque per circa 84 anni all’interno di una cassaforte, diventa prova ammirabile di un amore mai estinto, traccia di un passato che non ha mai smesso di possedere significato sul futuro della donna protagonista della storia. Il ritratto realizzato dal protagonista, Jack Dawson, ha reso eterna una bellezza di donna scrutata con rossore dall’amato per una notte soltanto. Nel cinema d’animazione, il disegno è divenuto mutevole, e il tratto, che dona movimento ad una figura, perpetuo.

"La sirenetta Ariel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

E’ certamente impossibile riuscire a parlare di tutti i personaggi femminili che presero vita grazie al volere di artisti e animatori nel cinema di genere. Mi sovvengono alla mente, in particolare, Ariel e Belle, rispettivamente de “La sirenetta” e “La bella e la bestia” della Walt Disney. La prima, una sirena che aspira a diventare una donna completa, un personaggio nato dalla proliferante e geniale mente dello scrittore Hans Christian Andersen, reinterpretata al cinema in una veste più ingenua ma adorabile. La sirena dai fluenti capelli rossi muove dal mare proprio come Venere, però non cammina su di una grossa conchiglia, ma nuota con la sua coda verde, non è nuda ma si serve di due conchiglie per coprirsi il seno. Belle, mora e dagli occhi castani, dama sognante, lettrice affamata di parole e insaziabile di libri, è colei che vede quello che l’apparenza occulta, ciò che la mostruosità nasconde.

Belle, col suo amore, salva la vita all'amato e spezza la maledizione. "La bella e la bestia" sono illustrati da Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Muse ispiratrici

La donna, intesa in senso lato, è stata spesso entità ispiratrice. Un’essenza ineffabile, specie per coloro che non poterono mai averla e idealizzarono la sua immagine. La sola rimembranza della donna amata e mai dimenticata ha scaldato il cuore di chi, volgendo lo sguardo alla luna, traeva ispirazione per comporre un sonetto o un canto poetico. Le nove muse della mitologia greca erano tutte donne e ognuna di esse preservava un campo specifico dell’arte. Erano le donne, ancora di fattezza divina, a instillare la dovuta ispirazione nel cuore dei poeti. Divenivano l’impalpabile mano che guidava il polso dello scrittore, la penna astratta intinta nell’inchiostro. Senza di esse l’arte, concepita come l’eterna magnificenza del divino, non poteva essere veicolata nel mondo dei mortali. Senza quelle donne, contornate d’immortale sostanza, la commedia, la tragedia, la musica, la danza e persino la poesia epica non sarebbero state trasfigurate dall’etereo al tangibile. Nella settima arte, nel cinema del Novecento e ancora in quello contemporaneo, la donna continua a mantenere lo status di musa per chi ha occhi per continuare a notarlo. A tal proposito, mi soffermo a pensare ad una sequenza in particolare de “Il postino”. Il protagonista Mario si è invaghito perdutamente di Beatrice, una donna notata in un’osteria del paese in cui vive. Il postino chiede allora al suo amico, un certo Pablo Neruda, di scrivere una poesia da poter consegnare alla donna. Mario, per quanto si sforzi, non si sente in grado di trascrivere, sotto forma di costrutto poetico, quello che sente per Beatrice. Il saggio Neruda, tuttavia, lo mette in guardia dalle varie “Beatrici”: esse fanno proliferare amori profondi, inestinguibili come fiamme ardenti che avviluppano. Per tale ragione, non possiamo non citare il destino dell’Alighieri.

Chissà se Mario avrà poi realizzato che le “Beatrici” sono anche le sole anime a condurci attraverso le porte del Paradiso, a farci calcare un suolo fatto di pascoli di nuvole, perché quelle donne che portano questo nome possono rivelarsi anime pure, terse e magnanime, come la donna per sempre amata da un fiorentino che risponde al nome di Dante Alighieri. Poco importa se lo ha ricordato, Mario viene completamente influenzato da Beatrice e, da lei ispirato, comincia a dedicarle poesie d’amore, versi traboccanti di sentimento, e carmi elogiativi. Conquista la donna con le metafore, quale ironia, lui, un uomo di umili origini che fino a poche settimane prima non sapeva nemmeno cosa fossero le metafore che ha imparato ad usare sotto l’influsso di una musa ispiratrice, posta a guida delle sue parole. Quando Neruda chiederà poi a Mario di nominare una delle tante cose belle della sua incantevole isola a lui non verrà in mente nulla da dire, eccetto il nome della sua innamorata: Beatrice Russo. Quanto una donna può ispirare un uomo, e può renderlo una persona migliore? E’ forse uno dei tanti insegnamenti trasmessi dalla poesia, parafrasata in questo lungometraggio.

I primi minuti di “Up” raccontano la storia d’amore durata un’intera vita tra Carl ed Ellie. La morte inaspettata della moglie getta Carl in un disperato sconforto. Sarà per lei che l’anziano e burbero signore deciderà di rendere concreto un sogno che i due covavano da tempo ma che non erano mai riusciti a render vero: raggiungere le Cascate Paradiso. Per “volare via con lei”, Carl lega centinaia di palloncini al tetto della loro casa, cosi da riuscire a sradicarla dal terreno e a farla volteggiare verso le Cascate. La donna, la quale ha lasciato un ultimo messaggio su di un album fotografico che ripercorre tutte le fasi essenziali del loro fidanzamento e del loro matrimonio, esorta l’uomo a vivere una nuova fase della sua esistenza. Ellie, dopo essere stata per Carl la sua sola compagna di vita, diviene anche la sua ispirazione a “volteggiare” via dalla normalità e a godersi una nuova avventura, vissuta con la stessa intensità di un tempo. Quella della donna è per Carl un’ispirazione talmente grande da sollevarsi dal suolo e volgere in alto verso il cielo azzurro come un palloncino variopinto gonfiato a elio.

Ma l’ispirazione che una donna può trasmettere in un uomo può assumere varie forme e albergare nel cuore in tutt’altri modi. L’ispirazione può fondersi con la motivazione in un connubio inscindibile. Il personaggio di Arwen Undomiel de “Il Signore degli anelli”, tanto nel romanzo quanto nella trasposizione cinematografica di Peter Jackson, nella quale ha assunto giustamente un ruolo di maggior spessore rappresentativo, è la figurazione dell’amore inteso come motore di vita, come spinta motivazionale necessaria. Senza il rinfrancante ricordo di Arwen, Aragorn non avrebbe combattuto con l’egual veemenza nelle battaglie che decisero il destino della Terra di Mezzo nell’opera di J.R.R. Tolkien. Se il ramingo fosse stato privato della possibilità di sposare la dama di Gran Burrone non avrebbe mantenuto la medesima fermezza nel voler ascendere al trono di Re di Gondor. Arwen è musa ispiratrice, incarnata nel corpo angelico di una elfo femmina di sublime beltà. Viso dolce e cinto da capelli corvini, guance delicate alla sola vista e somiglianti alla bianca porcellana, occhi cerulei come il cielo senza nuvole. Arwen è descritta come fosse un incanto, come se avesse reso tangibili le parole dei canti elfici che permettono a coloro che le ascoltano d’immaginare completamente le meraviglie che odono.

Oltre che meritevole di una bellezza adamantina, Arwen è, come reinterpretata dal regista neozelandese, donna audace, combattiva, in grado di fronteggiare con ardore cavalieri neri di tenebrosa natura. Arwen è una donna che rinuncia all’immortalità della sua razza per amore. Quanto coraggio può essere rinvenuto in un simile atto? Amare così profondamente da scegliere di vivere soltanto un’era del tempo degli uomini quando avrebbe potuto vivere per sempre. Cos’è l’amore se non la scelta coscienziosa d’accettare un sacrificio senza pentimento alcuno, per poter beneficiare di una gioia che si rivelerà essere ancor più grande?

Arwen rinuncia alla vita immortale per poter vivere una vita mortale, e dalla cessazione di un’esistenza eterna trova il modo di generare un’altra vita col proprio sposo, lei che, come mostrato nell’adattamento cinematografico de “Il ritorno del re”, appellandosi inaspettatamente al dono della preveggenza ereditato dal padre, ha veduto la vita dove sembrava campeggiare solo la morte. Arwen ha fatto germogliare l’amore per Aragorn e la vita per i suoi figli da un terreno arido e pertanto non fertile, oppresso dalla malvagità di Sauron. Ha portato luce scacciando l’oscurità. Per me una meraviglia femminile senza eguali.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Jessica Rabbit disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Potrà sembrare alquanto peculiare come scelta descrittiva, ma forse proprio per questo, vorrei tentare in qualche modo di paragonare “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a un western di stampo classico, contrassegnato dal solito duello tra due “banditi”. L’unica variante, davvero “unica”, se così posso definirla, riguarda i costumi di scena anni ’50 indossati da questi due atipici “contendenti”. Supponete dunque d’intravedere due pistoleri che si dispongono ai poli opposti di un’arena deserta in cui regna un silenzio carico di suspense. Da un lato scrutiamo la sagoma piuttosto tarchiata di un pistolero dalle grandi orecchie a punta che seguita a mantenere un atteggiamento giocoso e una risata stridente stampata su di un volto candido, nascosto da una bandana, che lascia intravedere soltanto i due occhioni azzurri. Dall’altro lato, il rivale, decisamente più alto e pingue, resta cauto e flemmatico, con un’espressione rabbiosa e uno sguardo glaciale, celato da un copricapo grigio che fa pendant con un impermeabile beige. La mano di quest’ultimo tamburella sul fodero della pistola, egli è impaziente di estrarla e premere il grilletto più velocemente dell’altro contendente per colpirlo. Il più “allegro” dei due, però, sfodera una pistola cartoonesca, da cui partono pallottole vive e senzienti, alcune di esse dotate di occhi, labbra e persino baffetti spioventi che si soffermano in aria e cominciano a intonare motivetti lieti e spensierati. Il rivale più tristo, a quel punto, non può che lasciarsi andare a una fragorosa risata, essendosi fatto contagiare da quell’ironia surreale perpetrata dal primo pistolero. I due depongono così le armi, ritrovando probabilmente se stessi in questa sorta di “singolar tenzone”. Il pistolero amareggiato toglie il cappello e rivela il suo vero volto, mentre l’altro slaccia la bandana rivelando il proprio viso da…coniglio. Li ho più volte reinterpretati così, Roger ed Eddie, come due rivali prima ancora che due amici. Come due “pistoleri” in cui confluiscono e inevitabilmente tendono a scontrarsi sentimenti ambivalenti: la gioia di vivere e l’amarezza di sopravvivere. Il primo pistolero, ovvero Roger, contagia con la sua ironia il secondo pistolero, vale a dire Eddie Valiant.

“Chi ha incastrato Roger Rabbit” venne prodotto da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis dalla cui collaborazione aveva già visto la luce il primo capitolo della trilogia di “Ritorno al futuro”. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” fu accolto con reazioni entusiastiche, vincendo quattro premi Oscar e entrando di diritto tra i capolavori più rinomati del cinema d’ogni tempo. Il film, girato in tecnica mista, unisce attori in carne ed ossa con cartoni animati, realizzati con l’ausilio di straordinari effetti speciali, il tutto in un clima capace di stuzzicare la fantasia dei più piccoli e soddisfare i desideri degli adulti con una trama accattivante e per nulla prevedibile. La pellicola possiede una comicità esilarante incarnata nel personaggio di Roger, e un rassegnato cinismo personificato, invece, in Eddie Valiant. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è un noir in cui la realtà cruda si mescola con la fantasia più sferzante, in un dualismo tra “uomo” e “creazione artistica” che costituisce il paradigma di base dell’investigazione dei due protagonisti: ancora Eddie e Roger. Eddie (interpretato da Bob Hoskins) è un detective privato irascibile e frustrato. Valiant soffre di un’acuta depressione e tenta inutilmente di soffocare i suoi problemi rifugiandosi nell’alcool. Eddie vive in una realtà in cui uomini e cartoni coesistono in perfetta armonia. Questi ultimi non vivono solo sullo schermo grazie al volere produttivo dei propri creatori, ma hanno un’identità del tutto autonoma, svolgendo il proprio lavoro come fossero degli attori stipendiati nell’Hollywood della prima metà del Novecento. Eddie è innamorato di Dolores, una bellissima donna della sua stessa età, la quale ricambia i suoi sentimenti. Tuttavia, Eddie continua a non essere pronto per una relazione stabile, poiché tormentato dal passato. Egli non si fida di nessuno e odia i cartoni i quali gli rammentano che proprio uno di essi ha ucciso il fratello. Eddie conserva tuttora il ricordo dello sguardo terrificante e della risata ansiogena dell’assassino. L’incontro con Roger Rabbit, un coniglio simpaticissimo quanto goffo e poco intelligente, segna l’inizio della rinascita di Eddie.

Roger non sembra comprendere la tristezza che attanaglia l’animo dell’uomo, cercando più volte di stemperare la sua tensione con gag improvvisate e battute ben congegnate. Roger è cosciente che i cartoni sono venuti tra noi per far ridere la gente, come se fossero stati investiti sin dalla nascita del peso di portare gioia e spensieratezza nell’animo dell’uomo che li osserva, maggiormente soggetto alla sofferenza e alla perdita degli affetti. I cartoni non possono morire e pertanto non comprendono cosa sia realmente il dolore del distacco. Questo fino al giorno in cui il terribile giudice Morton (un irriconoscibile Christopher Lloyd) sperimenta la salamoia, un miscuglio acido di sua invenzione, su una povera scarpetta viva che si scioglie senza poter avere alcuno scampo. Morton sconvolge Cartoonia, il mondo in cui vivono i cartoni, facendoli piombare in un terrore che nessuno di loro aveva mai provato prima: la paura di morire. Tale terrore però non riesce comunque a minare le intenzioni dei cartoni che proseguono a essere portatori di felicità incondizionata. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” sembra tracciare una linea immaginaria secondo la quale gli uomini sono i depositari del dolore e i cartoni, invece, sono coloro che riescono ad alleviare questa condizione. Roger si prefigge così l’obiettivo di restituire ad Eddie la fiducia nel prossimo e permettergli di ritrovare quel senso di umorismo che sembra essere naufragato nel mare d’alcool che è diventata la sua mente. Tale rapportarsi tra i due protagonisti del lungometraggio permette il superamento del dolore di Eddie e il ritrovamento di una speranza celata da fin troppo tempo nell’oscurità del senso di colpa per non aver salvato il fratello.

Roger è sposato con Jessica Rabbit, una famosa cantante che si esibisce nel locale “Inchiostro e tempera”. Ho da sempre creduto che conoscere la parola d’ordine per entrare nel locale “Inchiostro e Tempera” fosse un privilegio. Non certo perché potevo assistere ai per nulla idilliaci spettacoli di Daffy Duck e Paperino, e neppure perché ai tavoli poteva servirmi da bere una Betty Boop ancora priva di colore. Devo confessare però d’essere comunque soggetto al fascino formoso di Betty, dopotutto, il gusto classico possiede una bellezza imperitura. Tuttavia, sorseggiare un whisky on the rocks in quella sala era un privilegio perché quando il sipario si alzava, ed emergeva dal drappo di tessuto Jessica Rabbit, il film mi concedeva la possibilità di rispondere positivamente a un quesito: sì, ci si può realmente innamorare di un disegno.

Jessica è di una bellezza estrema, ed è stata concepita come l’archetipo della femme fatale perfetta, dalla vita molto stretta e dai fianchi morbidi e sinuosi. Porta sempre i rossastri capelli sciolti sulle spalle, ha delle labbra carnose, accentuate da un rossetto color porpora acceso; il suo viso di porcellana è caratterizzato da uno sguardo magnetico, reso ancor più vivido dalle forti tonalità del trucco, che va poi ad attenuarsi in prossimità degli occhi. D’intenso colore sono anche i guanti che le coprono le mani e gran parte delle braccia, e l’abito che indossa è sempre di un rosso scarlatto lucente, con un’ampia scollatura sul davanti che lascia intravedere un seno prosperoso. L’ampio spacco su di un lato fa emergere tutta la sensualità di una gamba perfetta, mentre un’audace scollatura sul di dietro scopre la schiena, totalmente. Per tutti, di primo acchito, è sorprendente quanto paradossale che ella sia sposata con il goffo Roger Rabbit. Invero, Roger l'ha conquistata con il più seducente dei corteggiamenti: facendola ridere.

Una delle citazioni più celebri di Jessica riguarda l’esternazione “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Una frase che spesso non viene carpita e compresa con dovizia analitica. Jessica, nella realtà fittizia del lungometraggio, è stata disegnata con le forme del corpo più provocanti volutamente estremizzate. Essendo disegnata in tal modo, Jessica sa che il suo aspetto fisico predominerà sempre la sua personalità agli occhi di chi la osserva superficialmente. “Disegnare”, alle volte, può essere sinonimo di “descrivere”. Jessica è tratteggiata, colorata, rappresentata e, pertanto, descritta, attraverso quei suoi tratti estetici mozzafiato, come se dovesse incarnare una bellezza malvagia, tentatrice ed arrivista, ciò che, in verità, non è. Ella è conseguentemente condannata a far sì che la sua esteriorità suggerisca erroneamente quello che il suo cuore non serba davvero. Jessica si trova così costretta a respingere giornalmente le avance invasive dei suoi ammiratori, fino a dover nascondere persino una “trappola” nello scollo.  La sua relazione con Roger non fa che insospettire tutti, perché sembrerebbe impossibile che una donna del genere sia sposata con un “imbranato” come Roger. Ma Jessica è, in verità, dolce e profondamente innamorata del marito, ed ella dimostra come non ci si dovrebbe mai fermare alle semplici apparenze.

Jessica è un personaggio di certosino spessore estetico e caratteriale.

La prima parte dell’indagine del film ruota proprio intorno al presunto adulterio di Jessica, la quale avrebbe tradito il marito con Marvin Acme, titolare della ACME Corporation, mediante il celebre “farfallina”, un innocuo gioco da bambini che per i cartoni equivale a un vero e proprio tradimento. La morte improvvisa di Acme porta Roger a essere ritenuto il principale indiziato dell’omicidio. Così, il coniglio si rifugia in casa di Eddie, famoso per essere stato al tempo un investigatore che più volte scagionò i cartoni da reati di cui erano stati ingiustamente considerati colpevoli. In verità, Jessica, come supposto dal marito, fu costretta a giocare con Acme e farsi così fotografare da Valiant per impedire che Roger venisse licenziato dal feroce R.K. Maroon, impresario e produttore in combutta con il giudice Morton, da cui verrà successivamente tradito e giustiziato. La morte di Acme, a seguito dello scandalo suscitato dalla pubblicazione di tali fotografie, avrebbe fatto inevitabilmente cadere la colpa sul coniglio accecato dalla gelosia e desideroso di vendetta; dunque, Roger sarebbe stato a tutti gli effetti “incastrato”. Come si scoprirà sul finale, l’anziano Acme, poco prima di venire barbaramente ucciso, aveva redatto un testamento in cui lasciava Cartoonia, la sua più grande proprietà, in eredita ai cartoni. Morton, per impedire tale lascito e per impossessarsi egli stesso di Cartoonia, uccise il ricco magnate, non riuscendo tuttavia a trovare il testamento che verrà successivamente rinvenuto dallo stesso Roger. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a discapito della sua fotografia pigmentata è una pellicola cupa e seriosa, dove l’avidità (il progetto avanguardistico del giudice) tenta di calpestare e distruggere la meraviglia dell’immaginazione (Cartoonia).

Il tema dell’amore in “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è incentrato sull’attesa della verità e sulla pazienza che le due donne (Dolores e Jessica) nutrono nei confronti dei rispettivi partner. Dolores comprende l’agonia e il rimorso che divorano sempre più l’animo di Eddie e continua ad attendere che egli abbandoni un tale fardello per poter cominciare una nuova vita insieme. Jessica, invece, nella prima parte dell’opera è un personaggio piuttosto ambiguo, fin quando non si scoprirà che lei ama in maniera pura e disinteressata il marito, e tutto quello che dovette fare, in perenne alternanza tra verità e inganni, lo fece al solo scopo di proteggere Roger. Da una parte il personaggio di Dolores rappresenta quindi la speranza attendista di un domani migliore, dall’altro quello di Jessica la pazienza che la verità possa, sul finire della vicenda, frantumare il cumulo di menzogne e pregiudizi erroneamente formatisi nel corso della prima parte dell’opera. Le due donne sono figure imprescindibili per i protagonisti. Eddie senza Dolores perderebbe l’unica fonte che alimenta il suo spirito combattuto, e Roger senza Jessica non riuscirebbe a mantenere il suo inconfondibile buonumore. Entrambi sono quindi accomunati dallo stesso legame che li tiene saldamente ancorati, impedendo loro di sperdersi nei meandri della solitudine.

I due sentimenti più grandi trattati dal film, il patimento e l’amore, vengono affrontati con la forza della risata. Lo stesso Roger conquista Jessica, una donna all’apparenza fuori dalla sua portata, proprio con la sua simpatia, la fa ridere e intenerire della propria goffaggine e per questo lei lo ama. Incanalare l’ironia e lasciarla defluire all’esterno diviene l’unico sostegno per poter sopportare l’ingiustizia di una vita colma di cattiveria. E così Eddie torna a ridere ma soprattutto torna a far ridere, gigioneggiando in scena con oggetti animati e trucchi clowneschi tipici dei cartoni, facendo ridere a crepapelle le faine e affrontando il giudice Morton, il vero antagonista dell’opera, l’uomo dietro al cartone animato, la maschera umana dietro cui si nasconde il sadico assassino del fratello di Eddie. L’uomo non diviene più soltanto il “custode” del dolore e il portatore dell’odio efferato in quanto soggetto dotato di bramosia, ma anche il “cartone”, nato per divertire la gente, può tramutarsi in un male spietato, poiché anch’esso conservatore di un sentimento più variegato di quel che potrebbe sembrare. La gelosia e l’avidità trascendono l’uomo, colpendo persino una creazione così diversa eppure accomunata dalle medesime oscurità. Eddie riesce infine a uccidere Morton per poi soffermarsi a vedere Cartoonia insieme a Roger, Jessica e Dolores.

I quattro s’incamminano in quella valle illuminata dal sole, dai contorni favolistici, ed io li reinterpreto una volta ancora, immaginando che Eddie e Roger, stretti a braccetto con le rispettive compagne, incrocino gli sguardi un’ultima volta, quasi a rammentare ciò che è stato l’esordio della loro avventura. Potrebbero infine voltarsi a osservare ciò che si sono lasciati alle spalle, quel cappello e quella bandana di cui facevo cenno giusto all’inizio. Oggetti inanimati rimasti inermi sul terreno. La paura di un passato drammatico è stata superata, adesso non resta loro che procedere verso un orizzonte limpido e radioso, tra realtà e fantasia, tra un dolore trascorso e un amore ancora tutto da vivere, ciascuno con la propria amata.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: