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"Alice e l'uomo invisibile" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molto tempo fa esisteva un uomo che condivideva la bislacca peculiarità di una lettera dell’alfabeto. Egli viveva nell’indifferenza, c’era ma era come se non ci fosse mai stato. Similmente alla consonante “H”, presente all’interno di una parola ma mai pronunciata come se nessuno potesse notarla, in molti lo conoscevano ma in pochi proferivano il suo nome. Non aveva veri amici né una famiglia, non era amato e neppure stimato, tanto meno rispettato. Per tutti era quasi un estraneo, una presenza fuggevole ed inconsistente. Camminava tuttavia non lasciava alcuna traccia, spiccicava argute parole che però non suscitavano la benché minima attenzione di alcun interlocutore. Suo malgrado, era anonimo nel carattere e indistinguibile nell’aspetto. Non si capacitava della sua situazione e, ad essere sinceri, neppure se ne rendeva conto. Nick Halloway, già è proprio questo il suo nome, sbarcava il lunario come un arrivista ed epidermico agente di cambio di San Francisco.

La storia di questo “bizzarro” essere umano comincia in maniera alquanto originale. Siede dietro una scrivania, parla a voce alta e si rivolge ad una videocamera pronta a riprenderlo. In altre parole, comunica ad una macchina, fredda e impersonale, e ad un destinatario che non può vedere. Sembrerebbe una scena come tante, tuttavia, il vero paradosso di questa “sequenza iniziale” è da ricercarsi nel fatto che neppure la “persona” a cui è destinata la registrazione può vedere in faccia Nick (Chevy Chase). Ciò accade perché il protagonista della vicenda è invisibile! Tale rivelazione però non deve trarre in inganno. Quanto scritto nelle righe iniziali è valevole per la parte antecedente a quando quest’uomo divenne “incorporeo”. Nick era invisibile anche e soprattutto quando non lo era davvero.

L’occhio meccanico di Carpenter scruta con rispetto la sagoma astratta di Halloway, inquadrando dapprima la telecamera utilizzata dal personaggio e in seguito il protagonista, il quale permane nell’invedibile. Il film inizia ascoltando le ultime confessioni enunciate da una voce di provenienza ignota dinanzi ad una (doppia) “cinepresa”. Da principio, neppure noi spettatori riusciamo a scrutare le fattezze di Nick. Attraverso questa abile messinscena, Carpenter compone le prime strofe del suo saggio sulla visibilità contenuta nell’invisibilità. Nick si accinge a raccontare il proprio triste vissuto, cogliendo a piene mani dalle sue intime memorie.

Nick, come già detto, passava facilmente inosservato. Era uno dei tanti arroganti che popolano questa Terra, l’ultimo da notare in mezzo a una marmaglia di sbruffoni. Una mattina, Nick si era recato ai Magnascopic Laboratories per prendere parte ad una conferenza. Non potendo partecipare alla presentazione per un lancinante mal di testa, causato da una sbornia, Nick lascia la stanza per cercare un luogo appartato dove potersi appisolare. Caduto in un sonno profondo, non si accorge del suono della sirena che segnala un’emergenza in atto: i laboratori vengono, infatti, evacuati in fretta e furia per via di un’imminente esplosione. Nick viene investito da una “tempesta” di bagliori e di scariche elettriche che scompongono le sue molecole. Al risveglio, si accorge d’essere diventato invisibile. Trasformatosi improvvisamente in un essere speciale, Nick diviene una preda, e Jenkins (Sam Neill), un funzionario dei servizi segreti, assume il ruolo del suo inesorabile cacciatore. Dall’essere perennemente ignorato e trascurato, Nick diventa “la persona più ambita”, viene ricercato, bramato e inseguito dai malvagi.

Avventure di un uomo invisibile” è un film gradevole, un racconto visivo appassionante, divertente e piacevolmente riflessivo. Un blockbuster leggero, ricco di fantastici effetti speciali, in grado di tratteggiare un’affascinante analisi su un “potere” soprannaturale. Carpenter reinterpreta l’invisibilità come una dannazione ma anche un’opportunità di “redenzione”, e traccia gli aspetti spigolosi e purificatori di un’esistenza “immateriale”.

Nick può muoversi liberamente senza destare alcuna attenzione, ma non può prendere un taxi per tornare a casa, comprare da mangiare, parlare con qualcuno senza suscitare terrore, chiedere aiuto, neppure tenere in mano un oggetto se si trova in presenza di terzi, perché questo parrebbe sospeso in aria. I lati più inquietanti di tale condizione fisica vengono portati alla luce dal cineasta e dal dramma del protagonista, il quale cede allo sconforto, senza però perdere la speranza.

Halloway patisce un isolamento dalla duplice natura: estetica, perché gli altri, non potendolo più vedere, neppure si curano della sua figura, e psicologica, poiché anch’egli, non riuscendo più ad osservarsi, prova il terrore d’impazzire. Nick giace vittima di una solitudine estrema, non può scorgere le mani, fatica a dormire perché vede attraverso le proprie palpebre, non ha la possibilità di nutrirsi senza stare a vedere lo stomaco che attua il processo digestivo o di fumare senza costatare il “grigiore” che avviluppa i propri polmoni. Il regista pone l’accento su tale emarginazione, senza mai trascendere dal mantenimento di un ritmo avventuroso, e da uno stile ironico e fantastico. Prigioniero di un aspetto etereo, Nick volge, con rammarico, le proprie attenzioni alle piccole cose della vita di ogni giorno che lui stesso aveva ignorato, pentendosi dei suoi comportamenti, e comprendendo quanto l’esser solo sia stata una sorte che lo aveva condotto all’esclusione ben prima del fatidico incidente.

Gli specchi non riflettono la sua immagine, come se non esistesse, il sole non proietta più la sua ombra, come se fosse ridotto ad un’essenza sfumata, la sua silhouette non ha più connotati, ciò che rimane di lui è soltanto un’anima priva di un corpo in cui incarnarsi. E’ soltanto la voce a dare parvenza alla sagoma difforme di Nick, sono solamente gli abiti che sceglie di indossare a dare consistenza alla sua essenza corporale, ma nulla di più. Senza un volto né una maschera, il protagonista trova rifugio nelle proprie memorie, riannodandole come se fossero riconducibili a un lungo filo srotolato da un gomitolo di lana, per mezzo del quale è possibile ritrovare la via d’uscita all’interno di un dedalo, una volta affrontato e sconfitto un ineludibile Minotauro rappresentato dal folle Jenkins. Nick tenta così di aggrapparsi alle sicurezze del passato per affrontare le incertezze e le minacce del presente, e venire via da un tunnel buio. I ricordi sono frammenti sparsi di un mosaico, una volta raccolti e posti nei loro rispettivi angoli danno compattezza ad una figura imprecisata e rendono visibile quello che era celato. L’intera opera è un viaggio a ritroso per dare sembianza e personalità ad un uomo costretto a scampare al senso della vista. Pur restando per sempre invisibile, Nick tenta d’apparire per quello che è stato e per ciò che vorrà essere, conferendo alle proprie memorie la valenza della tangibilità.

Il futuro di Nick, sfuggito alle grinfie di Jenkins, si profila sul volto roseo della bionda Alice (Daryl Hannah), la sola donna ad averlo considerato quando era ancora percepibile al senso della vista e l’unica ad amarlo da invisibile. Come Arianna attende sull’isola di Nasso il ritorno dell’eroe che, grazie a lei, trionfò sul mostro, così Alice confida in Nick, aspettando, colma di una speranza che verrà appagata, che lui riesca a sconfiggere il rivale e poter vivere insieme una curiosa avventura romantica.

Alice è stata la sola ad ascoltare la voce di Nick, a scorgere in lui il vero cambiamento, una catarsi non riscontrabile esteticamente poiché avvenuta nella sfera intima del protagonista. In una delle sequenze della pellicola, la donna, con l’ausilio di un po’ di trucco, ha ridato il volto al suo amato. Restando stretta a lui in un abbraccio, sorpresi da un violento acquazzone, lei è riuscita addirittura a vederlo per un’ultima volta, delineatosi sotto la pioggia battente che lo ha reso, solo per qualche istante, cristallino come acqua tersa.

La felicità si trova nelle piccole cose, quelle che spesso eludono i nostri interessi tanto da sembrare “invisibili”. E nell’invisibilità Nick ha ritrovato la propria felicità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“La grande fuga”, “Fuga da Alcatraz”, “Il fuggitivo”, “Fuga per la vittoria”, il cinema hollywoodiano ha sempre mostrato un certo feeling per le già citate fughe. Sono storie dai ritmi frenetici, imprese compiute col fiato sospeso tanto è il rischio cui sono investiti i protagonisti di un tale cinema d’azione. Le fughe nel medium cinematografico sono corse contro il tempo per sfuggire alla presa invalidante degli inseguitori, sono evasioni che spesso nascondono, dietro le loro impavide e spericolate galoppate, significati ben più profondi. La “fuga”, tanto ostentata nei titoli iniziali, rappresenta una voglia di sortita dal sistema, di allontanamento da una società opprimente che schiaccia i deboli, una corsa verso un orizzonte indefinito che abbia la mera e fiduciosa illusione di costituire un luogo lontano e sicuro, in cui il fuggitivo possa ricongiungersi con se stesso e ricominciare una nuova vita. Tra i film che trattano di “fughe” ce n’è uno che possiede una particolarità, una fuga dal pericolo e dalla morte che aleggia sul protagonista con inclemenza: è “1997: fuga da New York” di John Carpenter.

Il suddetto film è un’opera di fantascienza che segue l’approccio stilistico dei tipici film d’azione. Carpenter immagina un futuro distopico, un “1997” in cui la città di New York viene cinta da grosse mura invalicabili che la circondano nella sua interezza. Manhattan è stata evacuata da nove anni e da allora è diventata una sorta di immensa prigione per tutti i detenuti che sono stati trasferiti laggiù e abbandonati a loro stessi. La città pullula di criminali ed spietati assassini. Durante un attacco terroristico l’aereo presidenziale viene dirottato e il presidente degli Stati Uniti precipita all’interno della città, venendo catturato dai più pericolosi delinquenti della decaduta metropoli, capeggiati da un leader chiamato “il Duca”. Per salvare il presidente, il quale possiede un nastro magnetico su cui è inciso un importante messaggio da comunicare al mondo, il governo sceglie di inviare un combattente esperto nel campo dell’infiltrazione e della sopravvivenza in zone ad alto rischio. Tale guerriero, il cui nome è Snake Plissken, è stato da poco catturato dalle forze dell’ordine per rapina. Gli viene promessa la libertà se in 24 ore riuscirà a trovare e liberare il Presidente. Per garantirsi la fedeltà massima, all’ex soldato vengono iniettate nel corpo due capsule che lo uccideranno se non farà ritorno allo scoccare della ventiquattresima ora.

“1997: fuga da New York” è un’opera tenebrosa che rivisita i peccati, le imposizioni del potere, l’apatia della società e l’indifferenza della stessa nei confronti del prossimo, racchiudendo tutti questi elementi in un contesto scorretto, anomalo, irreale eppure così comprensibile. Quella di Carpenter non è una spaventosa profezia esternata come monito, più che altro è una angosciante rilettura estremizzata di una realtà brutale divenuta così per colpa di una falsa istituzione governativa che tratta il popolo come fosse un oggetto, e considera i criminali come rifiuti immondi da esorcizzare al di fuori del mondo conosciuto. New York è una città tramutatasi in un immenso e soffocante penitenziario governato dal caos e da uno stato tribale di uomo contro uomo. L’essere umano si è tramutato in una bestia primordiale, come se fosse regredito agli albori dell’anarchia.

In questo contesto così torbido, il Duca riveste il ruolo dell’assemblatore di mandrie, di colui che cerca di unire sotto il proprio pugno di ferro la crudeltà di un gregge malato per porla sotto il proprio giogo. In una società in cui non vi sono regole, il Duca vuole diventare l’unico e solo sovrano di una nuova forma di governo che ha fondamento nel terrore. Ma chi ha portato a questo? Cosa ha condotto a questo stato di inciviltà primitiva? E’ stata la modernità di un governo egoista ed egocentrico, che ha dimostrato la propria insensibilità trattando un ex eroe di guerra, il protagonista, come fosse al pari di un oggetto da utilizzare per proprio tornaconto e rischiare di annientarlo pur di raggiungere l’obiettivo prefissato dai superiori. L’essere umano non conta più nulla per i potenti in “1997: fuga da New York” e questa è un’amara verità che Plissken terrà bene a mente quando inizierà la sua missione.

Egli riuscirà ad addentrarsi al calar della notte in città, nascondendosi tra carcasse di automobili abbandonate e muovendosi camaleonticamente tra i palazzi che nel frattempo si sono trasformati in enormi ricettacoli di malvagità e impudenza. Così darà inizio alla sua personale fuga contro il tempo per sfuggire alla gelida presa della morte e al tormento di una realtà alienante di un mondo post-apocalittico.

Jena, interpretato da Kurt Russell, nei suoi protratti silenzi, nelle sue espressioni digrignanti, nelle sue brevi interlocuzioni ciniche, e nella sua aria spavalda ma rassegnata, ricalca lo stereotipo dell’antieroe riluttante, la cui missione è stata imposta come una dannazione; in vero egli risente della passività mostrata delle autorità, e nutre un desiderio di rivalsa nei confronti del potere politico. Jena nel film incarna l’anima del fuggitivo, di colui che fugge dalle convenzioni sociali di una realtà ambigua, che scappa dai dettami imposti da un totalitarismo meschino, che corre via da coloro che odia.

Non chiamatelo Plissken! Chiamatelo Snake, letteralmente “serpente”, perché egli, come ci suggerisce il tatuaggio che fa da marchio sulla sua pelle, sa essere letale come un cobra.  Si tratta di un epiteto distintivo, un soprannome indicativo scelto per descrivere un uomo solitario. Chiamatelo in alternativa Jena, un particolare appellativo scelto arbitrariamente per volere dell’adattamento italiano, e che, sebbene si distacchi dall’originale, tale parola ricalca in egual modo il suo temperamento forte, sdegnoso e aggressivo. Jena Plissken è un cacciatore, un predatore “spazzino”, che si trova costretto ad acciuffare una preda preziosa per una società corrotta, che lo ha abbandonato come fosse un reietto.

Potete chiamarlo Snake, o Jena, starete pur sempre descrivendo il medesimo antieroe, un fuggitivo che lotta contro il tempo, tra la vita e la morte, per adempiere a una missione obbligata, come fosse un castigo pronunciato da giudici che giocano con la vita di chi considerano alla loro mercé. Jena è guercio, vede solo dall’occhio destro, quello sinistro viene coperto da una “benda da pirata”. Nonostante la sua menomazione, Jena riesce a vedere le tele ingannatrici di chi è al comando.

Jena nella sua disavventura a New York dovrà combattere contro l’inarrestabile scorrere del tempo in una sfida che lo porterà quasi ad udire costantemente il rumore dei secondi che scorrono via e che lo avvicinano tristemente alla sua dipartita. Egli guarda il proprio orologio con l’ansia di chi ha una spada di Damocle sul capo pronta a cadere quando la mano del tempo mollerà la sua già traballante presa. L’intero film è una duplice fuga per il protagonista, una fuga da un mondo lercio e sordido e da un fato che lo fa sentire in trappola.

Quando Jena riuscirà a porre in salvo il Presidente e salverà se stesso per il rotto della cuffia, avrà la conferma di quanto già sapeva: ha salvato la vita a un “regnante” amorale e insensibile. A quel punto il capriccio di Snake si compirà, egli sostituirà i nastri e darà al Presidente la semplice registrazione di un brano musicale. Jena, invece, avrà il nastro contenente il messaggio, e lo distruggerà con le sue mani. Una fredda vendetta perpetrata a danno di uno Stato che ha smarrito ogni forma di morale. Non chiamatelo Snake, non chiamatelo Jena, chiamatelo semplicemente Plissken: un cognome vero in un mondo di figure distorte.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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