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"Joker" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arthur, l’uomo nello specchio

Cosa mostra uno specchio? Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ciascun specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come scrigni, un’anima. In tali racconti, i vampiri non possono essere rispecchiati da una qualunque superficie riflettente. Essi, infatti, sono deceduti, non possiedono più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare i loro aspetti, di non riprodurre i loro profili. I vampiri non esistono davvero, hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

La pellicola “Joker” comincia proprio con un uomo che contempla se stesso dinanzi ad una levigata superficie riflettente. Arthur Fleck siede a un tavolo da trucco e guarda dritto davanti a sé. Mira la propria faccia, pallida e triste. Prova, allora, a mutare l’espressione del suo volto accorato, spingendo le proprie labbra verso l’alto, sino alle gote, ma è tutto vano. Non appena cede allo sforzo, la bocca ritorna alla posizione naturale, e dagli occhi scendono giù gocce di liquido trasparente. Per tutta la vita, Arthur non ha vissuto un solo momento di appagamento. Costui arrivò, persino, a interrogarsi circa la propria reale esistenza. Questo dubbio non poteva avere un fondato riscontro, poiché lo specchio seguitava a mostrare la sua forma. Arthur non era un defunto che errava senza scopo, lo specchio, in tal caso, non lo avrebbe riflesso. L’immagine che vedeva nello specchio doveva garantirgli la sua tangibile esistenza ma non gli bastava.

Quella stessa superficie palesava i suoi dolori, li rendeva nitidi, esteriorizzava in modo cristallino i supplizi che egli tollerava giorno dopo giorno e che gli scavavano sempre di più il viso. Arthur cercò, allora, di coprirli con il trucco. Intrise la pelle nel candido cerone, attorno agli occhi disegnò delle lacrime azzurre e cosparse, infine, le labbra di rosso. Arthur si truccò da clown per celare lo strazio, per indossare una maschera comica che potesse occultare la mestizia dell’animo. Lo specchio continuò a rifletterlo, ma della sua fisionomia avvilita non era rimasto che un impercettibile accenno, sepolto sotto l’abbondante uso del cosmetico. Adesso, la faccia gioiosa di un pagliaccio e non più di un uomo disperato veniva plagiata dal freddo materiale sorretto da quel tavolino. A quel punto, Arthur smise d’osservarsi, si rimise in piedi ed entrò in scena.

Arthur è un cittadino qualunque di Gotham City. Giorno dopo giorno, egli si trascina via, lungo strade affollate, schiavo delle proprie turbolenti angosce. Alienato, fortemente disturbato, questi percorre giornalmente una lunga scalinata per tornare nella propria dimora, una sudicia casa situata nei bassifondi della città. Per una sorta di bizzarra e cruda ironia, Arthur soffre di un particolare disturbo mentale che lo porta a scoppiare a ridere in maniera fragorosa ogni qual volta avverte uno stato emotivo di forte tensione. Le sue risate appaiono come una sorta d’incontrollabile riflesso condizionato. Arthur ride freneticamente, senza mai volerlo, tenta di soffocare il proprio insano riso senza poterci mai riuscire. Le risate lo torturano, si stampano sulla sua faccia nei momenti meno opportuni e scompaiono solamente dopo un tempo lungo ed un’attesa estenuante.

  • La salita scenica dalla morte alla vita

Sin dalla più tenera età, Arthur sogna di diventare un comico e di spargere gioia e felicità in tutto il mondo. I suoi sogni, però, sono destinati a scontrarsi con una dura e repressiva realtà. Da che ha memoria, Arthur ha vissuto nella povertà, vittima di una società opprimente che schiaccia i deboli sino a ridurli allo stremo. Arthur, abitualmente, si reca ad incontrare una psichiatra, presso i servizi sociali. La dottoressa, di per sé, non lo ascolta minimamente, sembrando del tutto incapace di comprendere i tormenti che affliggono questo delicato paziente. Arthur ne è consapevole ma riesce comunque a trarre conforto da questi incontri grazie alla possibilità di poter avere accesso a delle medicine, che tengono a bada i suoi disturbi. Tuttavia, quando il governo di Gotham deciderà di tagliare i fondi ai servizi sociali, Arthur si ritroverà completamente solo, privo dell’accesso ai medicinali che frenavano i suoi primordiali impulsi. Il disagio mentale, dunque, si acuirà in lui.

Per settimane, Arthur subisce le aggressioni dei teppisti per strada, patisce le angherie dei colleghi. La rabbia dell’uomo, il livore verso una società assenteista che volta le spalle al cittadino più bisognoso, che calpesta il povero divorandolo mentre giace, inerme, a terra, fagocitandolo in una morsa, si esacerbano nel suo cuore, che continua a battere sebbene non produca più alcun sentimento. A lungo andare, Arthur diviene un essere freddo, distaccato, pericoloso. Egli abbraccia pienamente la “morte” per intraprendere una nuova vita, la sua prima vita. Arthur, che non si era mai sentito vivo, accetta definitivamente l’inesistenza della sua parte umana e rinasce con una nuova veste. Joker vede la luce dal buio di una società sordida. L’omicidio, la perpetuazione della morte, divengono le fonti con cui Arthur attua la propria rivalsa. Da vittima, egli sceglie di assurgere ai ranghi del truce, dell’assassino che perpetra un delitto per un intangibile senso di vendetta.

Ed è proprio un agire vendicativo quello di cui Arthur si farà dispensatore. Una vendetta che troverà sfogo nei riguardi dei ricchi, dei potenti, di coloro che hanno genuflesso gli altri, i più deboli. Joker diventa, così, un simbolo della lotta di classe, un emblema per il ceto meno agiato. Sul finire delle tragiche vicende, il personaggio cardine dell’opera conquista la fama, l’attenzione che tanto aveva agognato, ma in un modo del tutto differente da come, in principio, si era auspicato. Non sarà con il riso, sarà con l’attuazione dell’orrore che egli diverrà popolare. Arthur, infine, non porterà gioia nel mondo ma anarchia, terrore. Dinanzi ad una città in fiamme, preda di un gregge famelico, di una mandria imbizzarrita, Arthur non proverà disgusto, bensì riderà. Per la prima volta davvero. Egli non avrà più bisogno di sospingere le proprie labbra con le dita, sino alla parte più alta delle guance. Gli basterà sporcarsi la bocca di sangue e ghignare sadicamente. Il riso, per lui, sarà, finalmente, una reazione naturale.

Nel crescendo del film, la lenta ed estenuante trasformazione di Arthur in Joker viene inscenata come se fosse una prolungata ascensione piuttosto che una caduta nel vortice della follia. La metamorfosi del protagonista viene celebrata come un trionfo. Quella di Arthur è stata, infatti, una lunga salita verso una vetta su cui nessun altro avrebbe potuto mai spingersi. Con fatica, rantolando, subendo le offese, le denigrazioni, gli insulti, le prepotenze del prossimo, Arthur salirà sempre più in alto. Una volta raggiunta la cima di questa piramide eretta dall’insoddisfazione, Arthur vedrà finalmente se stesso, il proprio vero riflesso nello specchio, ed otterrà la sua ambita libertà. Trasformandosi in Joker, Arthur guadagnerà il culmine della “scalinata”, una scalinata del tutto simile a quella che egli percorreva quotidianamente, la stessa scalinata su cui danzerà, una volta indossate le vesti e assunti i colori del clown, principe del crimine, sulla propria pelle.

In quanto reietto, abbandonato, maltrattato, Arthur inizia la sua storia dal basso, dai ghetti, dalle periferie desuete e dismesse. Lasciandosi andare alla propria follia, accogliendola come l’unica possibilità di esistenza per poter affrontare un mondo oscuro e minaccioso, Arthur giungerà alla sommità del picco, e da lassù vedrà tutta la realtà da una nuova prospettiva; un punto di vista aberrante, in cui la mostruosità combacia con l’ordinaria normalità. Il vortice che trascina Arthur verso la pazzia, invece che farlo precipitare, lo conduce sino all’acme. Pertanto, egli diviene “speciale” una volta mutato in un pazzo omicida, un animatore di folle che fa della violenza la propria arma di seduzione. E’ questa la schiacciante parabola di “Joker”. L’inquietante messaggio che il film rilascia in merito al personaggio ispirato ai fumetti DC Comics viene incarnato dalla metamorfosi di quest’uomo indigente, di questo disagiato trascinato sino allo sfinimento, che rinnova se stesso in qualcosa d’inaspettato, d’orrido, di abominevole.  

  • Gotham City, una metropoli finta

Joker” è un film confezionato a regola d’arte, un grandissimo esempio di cinema. Una produzione coraggiosa, provocatoria, che fa breccia in maniera dirompente, fragorosa, roboante. “Joker” è il frutto di una lavorazione ardita, temeraria, da cui si origina una ventata d’aria fresca in un genere cinematografico divenuto saturo e consueto. Vanta un’interpretazione straordinaria, impressionante, decisamente coinvolgente, una regia notevole, una fotografia estremamente suggestiva: tanti elementi che elevano il lungometraggio su molte altre produzioni contemporanee. Senza alcun dubbio, Joaquin Phoenix convoglia in sé l’essenza dell’intero film. La sua stupefacente, sbalorditiva, dolorosa, conturbante e commuovente resa scenica di Arthur costituisce il nucleo dell’intero lavoro. “Joker” è un film che colpisce, che si appiccica addosso e non si stacca più.

L’ultima fatica del regista Todd Phillips e della Warner Bros è da considerarsi un risultato notevole, eccellente, un prodotto che si regge totalmente sulle spalle infossate, gracili, del suo attore principale. Un’interpretazione magistrale, una regia che omaggia i cult del passato, una colonna sonora da brivido, una scenografia bellissima, una fotografia favolosa, più fredda nella prima parte, quella introduttiva e analitica, più calda nella parte restante, in cui il Joker calcherà il suolo di Gotham col suo incedere rovinoso e letale, sono tutti questi che ho appena elencato i punti di forza di quest’opera, imponente nella sua realizzazione.

"Joker, ritratto in bianco e nero" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Joker” è una pellicola imperdibile, ciononostante non è esente da qualche carenza, da qualche limite, da qualche difetto sparso. Il film si concentra quasi esclusivamente sull’approccio introspettivo. Tale approfondimento psicologico, pur essendo lungo, attento, minuzioso, valevole cede, in alcune scelte, alla banalità, cominciando dal modo in cui i personaggi secondari, coloro che spingeranno Arthur verso l’orlo della pazzia, vengono delineati sullo schermo.

Tutti i personaggi di contorno con cui Arthur interagisce sono monodimensionali, e hanno un solo e comun denominatore: sono tutti cattivi. Quasi tutti i caratteri che Arthur incontra sul proprio cammino lo trattano male, lo aggrediscono. Costoro gli negano aiuto, gli evitano garbo e gentilezza. Ognuno di essi mostra il carattere di un egoista, di un insensibile, di un crudele e di un irrispettoso. Che siano avventori incontrati tra le vie di Gotham, partner di lavoro, oppure presunti amici, essi sono vere e proprie figure malvagie, che non esitano a picchiare, ad insultare, a svilire. Ognuno, a modo suo, finisce per arrecare dolore al protagonista, alimentando in lui la diffidenza e l’avversione verso il prossimo. Non c’è bontà, non c’è affetto, non c’è neppure amore nei cuori dei cittadini di Gotham. Quasi nessuna delle personalità mostrate nel film risulta essere diversificata.

Il cineasta Todd Phillips presenta al suo pubblico un mondo ben preciso, tremendo, caliginoso, cupo, fosco, in cui non vi è alcuna speranza. Un mondo sciatto, una metropoli sozza, colma di reietti, di criminali, di parvenu corrotti, di persone comuni prive di alcuna sensibilità, di politici che perseguono soltanto i propri interessi, di ricchi egoisti, in altre parole: un mondo ricreato ad hoc, finto, estremamente stereotipato.

  • Un padre “mortificato”

In questo scenario così uniformato, così appianato, in cui vengono soltanto rimarcate le differenze tra i poveri ed i ricchi, viene banalizzata la figura di Thomas Wayne, ridotta anch’essa ad un mero stereotipo. Il padre di Bruce è una figura, sovente, citata nella prima parte del lungometraggio, una sagoma incerta che verrà via via presentata e rivelata. Anch’egli viene mostrato come un uomo freddo, egocentrico, aspramente indifferente verso i problemi dei più deboli, praticamente l’esatto opposto di come il personaggio è stato storicamente tratteggiato tra le pagine dei fumetti. Thomas Wayne, il papà del futuro paladino di Gotham, è sempre stato descritto come un uomo di buon cuore. La virtù identificativa dei genitori di Bruce, Thomas e Martha Wayne, è sempre corrisposta all’incondizionata bontà. Ambedue sono sempre stati rappresentati come persone visceralmente buone, attente, prodighe, gentili, perennemente disposte a sfruttare il loro potere, la loro ricchezza, le proprie influenze per supportare i più sfortunati, i bisognosi d’aiuto. Nei fumetti, Thomas e Martha non vengono mai disegnati e caratterizzati come i tradizionali “ricchi” che pensano solo ai propri interessi, i miliardari che covano menefreghismo e senso di superiorità nei riguardi dei meno abbienti.

In “Joker”, Thomas Wayne subisce un netto appiattimento, perdendo tutte le caratteristiche che lo rendevano tanto speciale nella mitologia di Batman e, in particolar modo, nel cuore e nei ricordi di Bruce Wayne. Thomas viene, conseguentemente, livellato, adattato al luogo comune del magnate indifferente, superficiale, dell’uomo disinteressato alle difficoltà della povera gente. Sebbene voglia candidarsi a sindaco per risolvere i gravi problemi che affliggono Gotham, Thomas, nel film, non viene mai inquadrato sotto una luce positiva, al contrario la sua persona giace in bilico tra la superbia e l’arroganza. Ma egli, come già detto, non è il solo ad andare incontro a questo simile fato. Sono tutti i comprimari del personaggio principale a subire tale processo di abbattimento. Per giustificare i cambiamenti di Arthur, per generare il processo di “empatizzazione” tra lo spettatore ed il Joker, il regista ha scelto di rendere gli altri simili ad esseri imperturbabili, spietati, cinici, isolati, creature fatte di pietra, sacrificando l’oggettività, il realismo, e minando, così, il taglio veritiero di una storia che mira proprio ad essere più attinente al “vero” possibile. Del resto, il regista sceglie di raccontare la storia con gli occhi di Arthur, limitando intenzionalmente la parzialità del tutto. Gotham non è quindi facilmente capibile se non per impressioni indeterminate.

  • Le follia di Arthur, da “Taxi Driver” a “Joker

Todd Phillips confeziona un’opera citazionista, un lungometraggio intenso, potente, maestoso, valevole, tremendamente emozionante. Un’opera destinata a divenire una pietra miliare del genere. “Joker” nasce con l’intento di narrare le origini di un antagonista, mostrando, da un punto d’osservazione piuttosto ravvicinato, l’animo, lo spirito, l’interiorità di un uomo malato e tutto il susseguirsi degli eventi che lo hanno portato sul baratro della pazzia. Questa analisi viene condotta con grandi intenti ma, talvolta, finisce per arenarsi nella prevedibilità. La pellicola è permeata da alcuni cliché, è strutturata con schemi già visti ed utilizzati (“Taxi Driver” e “Re per una notte”), da motivi ripetuti, e apporta poco di straordinariamente originale al contenuto se non alla forma.

L’approfondimento psicologico che l’opera esegue sul personaggio di Joker evoca il dramma, lo spasimo, il martirio di una creatura angustiata. Emotivamente, il film genera un senso di commozione, di pietà, d’intenerimento nei confronti del povero Arthur fino a quando, naturalmente, egli non eccede, “tradendo” le proprie vestigia umane per evolversi in un mostro. Le cause che spingono Arthur a cedere alla liberatoria follia omicida vengono scandagliate meticolosamente. I traumi infantili, il senso di abbandono, la solitudine, le speranze disilluse, i tradimenti e gli scherni perpetrati dalle figure di riferimento, la madre e il comico Murray, idolo di Arthur, sono questi appena riportati i fattori scatenanti che piegano le resistenze del povero derelitto. Queste sorgenti che provocano un acuto dolore al protagonista permettono allo spettatore di ben comprendere la desolazione che dilania la mente ed il cuore di Arthur, risultando efficaci ma anche leggermente scontate. Non vi sono risvolti inattesi, eventi inaspettati o circostanze sorprendenti a generare Joker. Sono tutti tormenti prevedibili, traumi pronosticabili, violenze intuibili semplicemente immaginando a priori cosa potesse aver condotto Joker a diventare ciò che tutti conosciamo. Tutto viene trattato con profondità, con attenzione, con rispetto, ma, ad un’occhiata più arguta, si nota come questo tutto sia un qualcosa di sensibilmente significativo ma ugualmente risaputo. Nella sua origine, esposta in una maniera così plateale, il Joker di Phillips perde l’alone del mistero. Pur ricercando un’accurata originalità, il copione plasma un malvagio non prettamente diversificato dagli altri, un ennesimo pazzo divenuto tale perché ingannato dalla madre, abusato nell’infanzia, respinto sul lavoro, obliato dagli altri. In Arthur non si percepisce l’unicità, l’esclusività che ha il Joker fumettistico. 

 “Joker” vuol narrare la gestazione e il parto di un essere perfido, della nemesi di un grande eroe. Ma riesce a mostrare realmente il Joker?

Cos’è che rende Arthur il Joker? Cos’è che differenza questo protagonista da, ad esempio, Travis Bickle, il personaggio principale di “Taxi Driver”, opera basilare a cui “Joker” si ispira nettamente nello stile e nell’esecuzione?

L’evoluzione che investe i due personaggi, Arthur e Travis, è molto simile, tanto da essere sovrapponibile. Entrambi, emarginati, si trascinano, notte dopo notte, fra le periferie cittadine. Via via che osservano la realtà sotto una nuova lente, comprendono gli orrori, le depravazioni di una metropoli malata, repleta di cittadini perversi ed incurabili. Entrambi vengono lasciati soli, condannati ad avere come unica compagnia la loro voce interiore che li tormenta, li agita, li esaspera. L’uno e l’altro hanno facilmente accesso ad un’arma che diverrà il mezzo con cui veicolare il loro odio, il modo con cui incanalare la propria ira. Dunque, facendo le dovute proporzioni, cosa differenzia davvero Arthur da Travis? Perché chiamiamo Arthur “Joker”? Perché ce lo suggerisce semplicemente il titolo? Perché Arthur decide d’appellarsi in tal modo o perché s’impasticcia il viso come un burlone?

Qual è il confine che separa Arthur da Travis? Dov’è la differenza tra i due se non in un semplice espediente simbolico dato dal trucco scenico?

  • Arthur Fleck è il Joker! E perché lo sarebbe?

Cosa possiede Arthur del Joker? Poco, in realtà. Egli è una versione alternativa, realistica, il prodotto di una società deforme, la personificazione di un dramma intimo, di una sofferenza immane che sfocia nell’apatia. Il Joker di Phoenix è un’incarnazione diversificata, adattata alla realtà ordinaria, ma proprio per tale ragione dobbiamo domandarci: cosa rende Arthur il Joker?

Arthur non è il Joker, è un uomo qualunque. Ed è questa la “morale” più spaventosa del film in sé. Tutti noi potremmo essere Joker! Joker è una ferita lacerante che non può essere rimarginata, un trauma insuperabile che libera i mostri interiori. Anche l’uomo comune, il meno adatto, può diventare Joker se va incontro ad una serie di eventi devastanti. Il tutto può consumarsi in una sola, nefasta giornata. E’ una grigia giornata a rompere ogni freno inibitore e a scatenare gli anarchici desideri di libertà.

Persino il Joker dei fumetti viene presentato come un uomo qualunque. Ma, se vi soffermate un attimino a pensare, anche gli stessi supereroi, in genere, sono uomini qualunque: persone ordinarie a cui accade qualcosa di straordinario. Un incidente in laboratorio, un imprevisto, un evento inconsueto trasformano una esistenza normale in un qualcosa di profondamente nuovo. Anche il Joker era un essere come tanti altri. Ma il film “Joker” dimentica una parte fondamentale dell’evoluzione di questo villan: l’incidente. Il tuffo nel vascone contenente le sostanze chimiche è l’elemento di svolta, l’accadimento che segna la vera nascita del Joker. La storia del famoso antagonista non deve essere vincolata a questo episodio, naturalmente. Tuttavia, il Joker non sceglie di truccarsi, il trucco gli viene imposto. Ed è proprio nella deturpazione estetica che il Joker vede la propria nascita. Il suo viso imbrattato, alterato, insudiciato in maniera irreversibile rappresenta la fine, un qualcosa da cui non si può più tornare indietro.

Joker, una volta emerso dalla pozza chimica, scruta il suo riflesso ed impazzisce. In quell’attimo, la vita gli appare come un gigantesco ed assurdo scherzo. L’uomo, disperato, si ritrova con il viso avvolto da una miscela di colori: la pelle è chiazzata di bianco, le labbra di rosso, i capelli di verde. E’ tutto così assurdo e grottesco che il Joker comincia a ridere. Nel proprio riflesso, Joker vede il macabro riso maligno di un destino crudele e beffardo. Per lui, non resta che ridere, che accettare l’ironia della situazione.

Il trucco da clown non è un’opzione vagliata e decisa, non è una pittura da battaglia né un simbolo da competizione, ma è una tragedia che ha mandato in cocci la sua ragionevolezza. Joker avverte la follia dentro di sé, ma è la bruttezza estetica a farlo inorridire, poiché da quella non vi è più scampo. Lo stesso Joker di Heath Ledger, sebbene non avesse davvero il volto tempestato di colori, nutriva un’ossessione per le proprie cicatrici. Esse gli avevano eternato la faccia, l’avevano fermata in un sorriso agghiacciante. Egli pativa una fissazione per le sue cicatrici e, di volta in volta, inventava una storia diversa su come aveva subito tali ferite. Il Joker nasce Joker dal dolore interno, dalla pazzia intima, ma anche e soprattutto dall’orrore esterno mirato sul proprio corpo. Nella sua estetica deturpata, il Joker vede il proprio squilibrio interiore, per molto tempo domato, represso, sopito, fuoriuscire improvvisamente in tutta la sua irruenza. Nel suo volto, bloccato in un ghigno innaturale e costante, Joker ammira l’insania che aveva all’interno e che adesso è trasbordata fuori, attaccandosi con quei colori sgargianti alla sua epidermide.

Al Joker di Phoenix manca questo evento, ciò che rende Joker pienamente Joker: l’aver subito una bizzarra disgrazia fisica. Il Joker di Phoenix non ha il volto stretto in una risata perpetua, sceglie volontariamente di mascherare il proprio viso. Egli non è costretto a diventare Joker, sceglie di esserlo. Ma è la semplice la scelta a renderlo tale?

Il Joker del fumetto subisce questa bislacca sciagura proprio perché la storia di questo criminale vuol suggerirci che non è soltanto un uomo normale a poter diventare Joker. Invero, è un uomo normale a cui succede qualcosa di tremendamente anormale a poter diventare Joker. Un episodio che trasforma un volto comune in una maschera comica partorisce Joker.

Il “giullare” interpretato da Phoenix salta totalmente questo processo di iniziazione. Egli sceglie di diventare Joker truccandosi semplicemente, ma è come se non lo diventasse mai realmente. Questo perché l’ironia sadica del Joker, la sua verve originale, il suo senso dell’umorismo crudele, cruento ma pur sempre artistico, non emergono in lui. Tutte queste distintive caratteristiche che differenziano tale villan dal comune sociopatico, dal semplice “matto”, dal consueto criminale efferato, in quest’ultimo adattamento non vengono affatto evidenziate se non per impercettibili richiami. Il Joker di Phoenix è uno squilibrato, un maniaco, uno psicopatico con una maschera di trucco, così come possono esserlo tanti altri disseminati per il mondo. Mirando l’azione finale del Joker di questo lungometraggio si vede soltanto violenza, torbida, oscura, vendicativa, ma pura e semplice violenza, nient’altro. Ed il Joker è anche di più!

  • L’ironia del clown: “Niente battute?! Sharpy, ma ha letto la mia cartella clinica?

Il Joker di Phoenix è diverso, in svariati aspetti. Questo lo dimostra anche la scelta che il personaggio compie nel selezionare le proprie vittime, i propri omicidi calcolati. Egli uccide chi gli ha mosso ingiuria, chi lo ha offeso, chi è stato scortese con lui. Fredda il proprio idolo, reo di volerlo prendere per i fondelli e risparmia il suo vecchio collega affetto da nanismo, poiché l’unico a non averlo mai deriso. Scelte che poco hanno a che vedere con la glaciale indifferenza del Joker.

Con quanto sto scrivendo non sto, di certo, affermando che il Joker del film del 2019 non sia un vero Joker. Nei fumetti, il personaggio possiede notevoli incarnazioni e non esiste una versione univoca e totale, or dunque l’interpretazione di Phoenix va intesa come un qualcosa di nuovo, d’apprezzare in qualunque caso. Detto questo, la vena scherzosa, beffarda, tagliente resta un elemento che è faticoso non riuscire a trovare in Joker. Quella di Phoenix è certamente una versione degna, riuscitissima, potente, che verrà amata, venerata dai fan e dai cinefili sparsi per tutto il globo terrestre. E’, a mio dire, semplicemente una versione troppo generica, troppo poco fumettistica, talmente realistica da far svanire i caratteri del fumetto da cui il Joker è tratto per divenire un personaggio non più da carta stampata ma solo e soltanto da cinema. Pertanto, un cattivo adattabile a tanti altri film, a tante altre trame, un personaggio che non vanta l’unicità del Joker cartaceo. L’opera finisce, di conseguenza, per creare un cattivo sinistro, lunatico, complesso ed articolato, ma non il Joker nella sua veste classica, conosciuta, iconica.

Il riso misto al terrore, l’ironia miscelata alla paura, la lucidità alla follia, il macabro all’idilliaco: è questo che rende Joker se stesso. Senza la sua inimitabile ironia, il Joker perde la sua caratteristica di base. Sacrificando la burla, l’insana comicità, si perde il Joker. Vi è tanto dolore, tanta rabbia, tanta ira nelle parole proferite dal Joker di Phoenix, ma non vi è nessuna vena macabra nella sua parola, soltanto bile, sdegno, furore. Questo è, in parte, giustificabile tenendo presente che questo film si limita solamente a narrare un inizio, ma non basta. Guardando questo film si vede l’agire di un disagiato, un reietto, di un abbandonato, un disilluso con problemi psichici che trova nella brutalità un modo per potersi sentire vivo. Se questo Arthur non avesse il volto truccato da Joker, perché dovremmo riconoscerlo, indicarlo come tale?

Nella pellicola di Todd Phillips si avverte la paura di far ridere, di usufruire della goliardia del Joker, come se essa fosse una caratteristica che ne mina la serietà, il terrore che il Joker dovrebbe alimentare. “Joker”, fotogramma dopo fotogramma, crea e modella con grande perizia la genesi di un qualunque disagiato, di un qualunque sofferente, sacrificando le restanti caratteristiche di una personalità che è estremamente precisa, iconica ed unica sin dall’esordio. Non vi è ironia, giocosità, spirito nel Joker di Phoenix proprio perché il suo personaggio si attiene con tutte le sue forze ad un taglio realistico. Ma così facendo, la fantasia, l’inventiva, l’originalità del fumetto vengono neutralizzati.

Todd Phillips, pur con tutti gli innegabili meriti della sua eccellente opera, non ha avuto l’audacia che ebbe Tim Burton quando, con il supporto di Jack Nicholson, portò in scena la follia artistica, senza freni, ironica, raccapricciante, funebre eppure ugualmente in grado di strappare un sorriso, del Joker. E’ molto più facile portare in scena la violenza, la perfidia di un personaggio che ricerca solo la vendetta, piuttosto che mostrare un antagonista che, nell’ironia, nel surrealismo ha la propria caratteristica imprescindibile. Anche in un contesto concreto, veritiero, pragmatico, realistico come quello della recente opera filmica sarebbe stato certamente possibile mostrare, sul finale, un Joker sarcastico, irridente, sardonico, caustico nel consumare le proprie atrocità sempre col sorriso sulle labbra. Un Joker che, dal dolore sopportato, avrebbe fatto fuoriuscire il proprio dirompente, insano e fatale buonumore.

Il Joker di Todd Phillips rinuncia alla comicità perché è cosciente di una grande verità: con l’ironia non si anima realmente la folla, la si ravviva, maggiormente, con la cruda violenza.

"Arthur Fleck, il Joker umano" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Considerazioni finali

 “Joker” non è la storia del Joker. E’ la storia di un uomo abbandonato, di un qualunque di noi esseri umani. La sostanza del Joker, la parola del Joker, la sua immagine, non sono che una metafora, un pretesto per immortalare, su di un nastro di celluloide, la tragedia di un ragazzo che voleva diffondere gioia e serenità ma finirà per elargire morte, nichilismo, sovversivismo.

L’opera filmica partorisce un Joker umano, un’allegoria più che un vero carattere. “Joker”, più che un film sul personaggio in sé, è, infatti, da considerarsi un thriller psicologico che usufruisce dell’appellativo “Joker” per estendere la propria analisi all’uomo normale, al negletto, al cane di paglia stanco d’essere vessato. Una volta intuita questa verità, si può affermare, in conclusione, che “Joker” sia un film non rivoluzionario ma ottimamente realizzato, compassato, greve, angoscioso, un tripudio di buonissimo cinema e meriterà gli Oscar che, con ogni probabilità, porterà a casa. Da fan sfegatato della DC Comics ne sarò felicissimo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Batman ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

Batman venne concepito da un’idea di un artista, tale Bob Kane. Agli stadi embrionali non era che un’immagine fetale, abbozzata, che fiorì nella fantasia fino al giorno in cui l’ora di venire al mondo giunse. La matita e i colori veicolarono la sua nascita come ostetriche e permisero il parto di questa creatura che conobbe la vita su di un foglio di carta, nel momento esatto in cui quella matita finì d’imprimere il suo ultimo tratto. Quel primo disegno andava considerato come un infante che aveva aperto per la prima volta gli occhi al mondo, ancora ben diverso dall’aspetto che assumerà quando maturerà nello sviluppo che i suoi genitori creativi infonderanno in lui. Il primo ritratto di Batman fu uno schizzo delineato con il desiderio di dare essenza ad un supereroe non ancora chiaro e cristallizzato con limpidezza nelle forme e nel costume. Solo un simbolo era evidente sin dal principio: quello di un grosso pipistrello che l’eroe avrebbe dovuto portare sul petto come fosse un emblema. Era Batman, che in quella sua iniziale raffigurazione lasciava echeggiare il suo primo pianto, come fosse venuto al mondo al cospetto dei propri creatori. Bob Kane e Bill Finger lo perfezionarono nelle settimane a venire e gli conferirono il dono della parola, racchiusa in nuvole d’inchiostro. Era il 1939. Ma Batman reificò nel pensiero di Kane ancor prima, essendo stato ispirato da un’immagine anch’essa stampata su carta e risalente addirittura a secoli e secoli antecedenti la data del periodo. Erano i disegni curati a mano da Leonardo da Vinci e rappresentanti il Grande Nibbio, la macchina volante progettata dal Genio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Gli appunti didascalici e le illustrazioni del Grande Nibbio furono raccolti dal da Vinci nel Codice sul volo degli Uccelli. Leonardo, che sempre cercò di creare una macchina che potesse replicare il volo degli uccelli e renderlo possibile per l’uomo, realizzò una versione della suddetta idea che mimasse una sorta di volo in planato. L’apertura alare del marchingegno attirò l’attenzione del fumettista che ne trasse suggerimento per creare il mantello dell’eroe, il cui dispiegamento replicava l’apertura alare della macchina e, altresì, dei pipistrelli.

Riproduzione del Grande Nibbio di Leonardo da Vinci

Batman vide la luce nella storia dell’arte, il suo mito si accrebbe col volere della concretizzazione di una fantasia e nel desiderio della scoperta, dell’invenzione. Dalla stretta collaborazione tra Kane e Finger i particolari del costume si accentuarono fino a dar forma all’eroe come lo conosciamo oggi, con un background definito, un’identità umana e una storia. Batman conobbe il mondo quando completò il proprio iniziatico processo di formazione e, come albo a fumetti, venne pubblicato per l’etichetta DC Comics nel maggio del 1939; qualche anno dopo Superman, e prima di Flash, Lanterna Verde e Wonder Woman.

La figura dell’uomo-pipistrello divenne, col passare degli anni, un’icona incomparabile nel mondo del fumetto e nell’immaginario collettivo popolare. Il fascino tenebroso e maledetto del cavaliere oscuro permane tutt’oggi come se non fosse mai stato scalfito dal passare delle decadi. Batman è comparabile a un’opera che conserva la magnificenza originaria, e necessita soltanto sporadicamente di qualche lieve ritocco, eseguito dagli esperti restauratori, i quali correggendo leggermente l’estetica e modernizzando la storia riescono a rendere le sue avventure sempre al passo coi tempi.

Dietro la maschera dell’uomo-pipistrello si nasconde il miliardario Bruce Wayne. Bruce, quando era soltanto un bambino, ha assistito alla morte dei propri genitori, uccisi sotto i suoi occhi da un ladro di strada. Il drammatico evento segnò irrimediabilmente il piccolo, che giurerà sul corpo esanime del padre e della madre, che farà tutto ciò che sarà in suo potere per impedire ad altri di provare la medesima sofferenza arrecatagli da un malvivente. Il trauma cui venne investito da bambino gli farà sviluppare uno stato di diffidenza, di paranoia e sospetto che, da un lato, affinerà le sue straordinarie qualità intellettive e investigative, dall’altro minerà i suoi rapporti con le altre persone. A quella fatidica notte, i suoi creatori fecero risalire alcuni elementi che andranno poi a formare la personalità del protagonista e che fungeranno da spiegazioni esaustive su quella che sarà la sua scelta. Bruce stava guardando uno spettacolo a teatro riguardante la maschera di Zorro. Come lo spadaccino che combatteva per l’indipendenza della sua gente così Batman avrà un costume color nero che potrà aiutarlo a mimetizzarsi tra le ombre. Bruce crescerà tra le cure di Alfred, il suo maggiordomo, e da lui spalleggiato, ma dalla lussuosa residenza, comincerà la sua personale battaglia contro il male che aleggia sulla città e che cercherà d’estirpare con sempre crescente vigore. Batman tutela la città di Gotham, una metropoli rigida, sozza, ricolma di quartieri sudici e periferie traboccanti di delinquenza. E’ una città fortemente inquinata, le cui esalazioni di gas si levano dagli scarichi infiammati, un centro urbano dal sapore antico, ricco di grattacieli che si stagliano alti verso il cielo e che recano sui propri esterni Gargoyle in pietra. Questi scenari gotici sono terreno fertile per le imprese del crociato incappucciato.

Definire Batman un antieroe dark è quanto ma sbagliato. Batman è un giustiziere, un vigilante che accetta volontariamente la propria missione di salvataggio e veglia, e alla sua gente ha offerto, in un patto vincolante, la sua vita. L’adempiere questo compito che non avrà mai fine è lo scopo della sua intera esistenza, ed egli lo assolverà fin quando la sua battaglia contro le forze del male non esigerà la sua morte. Batman non corrisponde quindi ai canoni tradizionali dell’antieroe cinico, disinteressato, che compie l’azione eroica sebbene non voglia volgere completamente se stesso alla causa. Batman è l’esatto opposto, colui che dedica tutto ciò che ha al perseguimento di un obiettivo che non ha mai fine. Al contempo, tuttavia, Batman si differenzia dall’eroe incorruttibile e senza macchia, solare e ottimista, generoso e altruista, tutti criteri personificati da Superman. Batman è un eroe oscuro, deciso, violento con i criminali più efferati, tormentato e distolto. Egli, nella sua interpretazione più classica, agisce sulla linea che demarca i due stadi esistenziali dell’eroismo, quello dell’eroe vero e dell’antieroe, poiché non corrisponde completamente né all’uno né all’altro. Egli vive in una sorta di stasi sospesa tra le due realtà parallele, ed è ciò che calca maggiormente l’unicità di questo supereroe. Batman si differenzia dagli altri personaggi anche perché non possiede alcun superpotere, è un uomo comune, mortale e vulnerabile, ma che si è sottoposto ad addestramenti severi e tempranti che ne hanno fortificato il fisico, le abilità e la tenacia, permettendogli di superare il limite delle possibilità umane.

Batman è l’umanizzazione di una rara forma di paura. Egli deciderà di sfruttare il pipistrello, quel volatile notturno che tanto gli aveva arrecato spavento da bambino per farne un suo simbolo e terrorizzare i criminali. Batman si riveste della sua stessa paura per divenire un demone della notte dal terrificante aspetto che possa seminare il panico nel cuore e nella mente dei malavitosi. Eppure, egli si fa carico di una paura particolareggiata, un sentimento di allerta che da una parte si erge ad effige immateriale di terrore verso tutti coloro che compiono azioni malvagie, dall’altra ha l’obiettivo di costituire l’emblema carnale di giustizia e bontà. La paura intessuta tra i filamenti del mantello di Batman è un’arma contro i criminali di tutto il mondo ma anche un rifugio, come fosse un drappo di velluto sotto cui gli innocenti possono trovare riparo. Timore e speranza possono essere trasfigurati nel simbolismo di due mani che si toccano vicendevolmente e combaciano come epidermide appartenente alla stessa natura, ed esse si uniscono, piegando ogni dito nello spazio corrisposto e lasciato libero dal palmo. Le due mani si stringono in un’univoca presa, rappresentando un’alleanza comune di terrore e speranza. Batman è paura ma è altresì gioia per gli indifesi. Egli agisce nell’ombra ma è come fosse un faro di luce che schiarisce l’oscurità della notte. Il vigilante viene come posseduto da questo continuo dualismo tra luce e oscurità che lo vede sostare nell’ombra come un faro prossimo ad accendersi. Batman è la metamorfosi di una notte buia, di una mezzanotte che rintocca per scandire l’inizio di un’attività criminale senza tregua, ed egli combatte per fermarla prima del sorgere delle prime luci dell’alba: egli è notte che trascorre per garantire un nuovo giorno, che possa essere più sereno di quello già trascorso.

Il Batsegnale che proietta in cielo il simbolo del pipistrello è il grido d’aiuto di un popolo che vede in quel fascio di luce l’allegoria di un provvidenziale salvatore.

La mitologia di Batman è composta da innumerevoli Villan che hanno personalità complesse, pieni di sfaccettature psicologiche e caratteriali con storie curate e approfondite. Tra gli avversari più pericolosi di Batman, Due Facce è colui che più di altri ricalca il tema della dualità, della personalità divisoria che in un mondo governato dal disordine ha come unica fonte di giudizio la sorte, immaginata sotto forma di una moneta, il cui lancio è capace di dare un solo esito tra due possibili scelte. Dopo di lui meritano una menzione speciale:

  • Il Pinguino, dall’aspetto grottesco e dal carattere insensibile e orripilante, che rappresenta una sorta di boss del crimine anch’esso chiamato col nome di un volatile. Vestito con tuba, frac, e munito di monocolo, porta sempre con sé un… ombrello.
  • Lo Spaventapasseri, vera e propria personificazione estetica del fantoccio, che incute paura agli uccelli per allontanarli dalle coltivazioni, diventa esso stesso paura da riversare sul “volatile umano” quale è Batman. Crane è la parte più tetra dell’emozione della paura trattata nelle opere di Batman, trasformando l’astratto terrore immaginato in un incubo che la vittima crede di star vivendo davvero. Se Batman è “paura” avversa ai soli criminali, Crane si eleva al rango di paura universale, metamorfizzata e siffatta ad uomo, che può contagiare chiunque come un’infezione per cui non esiste alcuno antidoto. Lo Spaventapasseri crede fermamente che ogni scelta compiuta dall’uomo sia legata alla paura.
  • L’enigmista, il cui vero nome è Edward Nigma, è una personalità distorta e compulsiva. E’ ossessionato dagli enigmi con i quali anticipa spesso le sue prossime mosse, sfidando le autorità a capire ciò che si nasconde dietro i suoi indovinelli. Nigma è intimorito dall’arguzia di Batman e vuol metterlo alla prova in una sottile sfida d’intelligenza che verte sul comprendere le mosse dell’avversario anticipandone gli indizi contenuti tra gli enigmi.
  • Freeze, glaciale avversario con un cuore di ghiaccio che batte solo per la propria sposa. Freeze adopera con destrezza un’arma congelante e può sopravvivere solo restando all’interno di una speciale tuta criogenica che mantiene la temperatura del suo corpo al di sotto dello 0.
  • La velenosa e bellissima Poison Ivy, crudele madre natura somigliante a un’eterea ninfa dei boschi che cammina a piedi spogli restando nuda, rivestita di sole foglie. Ella è in grado di dar voce e anima alle piante ed è il simbolismo vivente della feroce vendetta della natura sull’indifferenza dell’uomo.
  • Bane, colossale nemico dotato di una forza sovrumana alimentata dal Venom.
  • L’immortale Ra's al ghul che anela a un utopistico mondo privo di criminali e che ricerca il bene generando altro male in un’esistenza che verte all’eternità.
  • Hugo Strange, sadico psichiatra dalla sopraffina intelligenza.

La galleria dei nemici comprende molti altri avversari di spessore. Tra questi, villan come Clayface, Killer Croc e Solomon Grundy rappresentano uno stadio successivo, dove la deformità della mente tipica dei precedenti avversari viene sostituita da una mostruosità nel corpo.

Contro ognuno dei suoi acerrimi nemici, Batman sperimenta una sfida che ne mette a dura prova la resistenza, l’audacia e la perspicacia. Lo Spaventapasseri, ad esempio, sfida le paure inconsce e mai superate di Batman, Ra's al ghul i suoi intoccabili dogmi di incorruttibilità e di discernimento tra moralità e immoralità, e Poison Ivy, come l’antieroina Catwoman, con la sua bellezza fa vacillare la sua resistenza in quanto tentazione sensuale del male. Le pulsioni sessuali che Bruce prova nei confronti delle donne fatali quali possono essere Poison Ivy, Talia al Ghul e Harley Quinn vengono sublimate nel suo intenso e passionale rapporto con Selina Kyle, la più rappresentativa tra le donne pericolose che è riuscita a far invaghire Batman di lei e a costruire un rapporto in cui l’amore e l’odio si intrecciano in un contesto avventuroso e d’azione. 

Ad allietare la solitudine di Batman sono i personaggi di Robin, Nightwing e Batgirl, divenuta poi Oracle, ed in particolare Alfred che riveste il ruolo di padre adottivo, alleato e confidente. Tuttavia, la misantropia di Bruce è un male incurabile. L’astraente senso del dovere che lo opprime gli impedirà di poter mai vivere una vita normale.

Bruce Wayne, come vollero Bob Kane e Bill Finger, è un figlio dannato. Un cavaliere maledetto, ossessionato dalla reminiscenza della morte dei suoi cari genitori. Egli vive schiacciato da un irrazionale senso di colpa che lo conduce a sentirsi come responsabile della loro morte. Batman è un eroe disturbato, la cui “sofferente pazzia” trova ristoro nella battaglia per un fine superiore. Quella di Batman è un’assuefatta follia razionale che viene sepolta sotto il peso dell’armatura che lo aiuta a tollerarne il dolore. Quella che definisco la sua follia razionale è diametralmente opposta alla follia irrazionale, insana e omicida del Joker, la sua nemesi. Batman e Joker sono due facce di una medaglia che li vede uno contro l’altro, in una atavica battaglia tra bene e male. Joker è ossessionato dalla sua esistenza, ed è attratto da ciò che rappresenta l’eroe mascherato non l’uomo. Batman è la democrazia equilibrata, Joker l’anarchia dell’insurrezione sregolata. I due vengono stilisticamente rappresentati in maniera opposta anche per un piccolo dettaglio che molto spesso sfugge all’attenzione: la seriosità e l’ilarità.

Joker genera l’incubo reale di una felicità spensierata e senza regole che sfocia nella cruenta apatia. Quello di Batman è un temperamento drammatico, afflitto, angoscioso, quella del clown è invece una lucida follia, esternata in una risata inquietante che trova piacere nell’attuazione del dolore. Batman soffre e alimenta la bontà insita del suo animo nell’afflizione, Joker incrementa la propria malvagità nella vivacità macabra della comicità. Nella contrapposizione tra Batman e il Joker, la drammaticità rappresenta il bene e l’ilarità il male. La compromessa sanità mentale di Batman ricerca l’ordine, l’instabilità mentale del Joker il caos, in un continuo gioco fatale che li vede contrapposti.

L’architettura imperscrutabile del palazzo mentale qual è la mente di Batman è paragonabile alle salde mura di Arkham, dove restano segregate nelle profondità irraggiungibili delle celle le torbide paure e i tormenti ansiogeni di un uomo che ha trasformato il dolore in fuoco che arde per dar calore e fiamma al suo volere.

Batman custodisce dentro di sé uno spirito crucciato, un animo desolato e oppresso. Le sue disperate fatiche compiute sempre con enorme rischio sembrano voler far intendere che Batman non tema mai la morte e che l’accolga come una liberazione. Come un autunno prossimo a cessare, l’anima del cavaliere oscuro può essere descritta come un paesaggio malinconico con cumuli di foglie rattrappite che giacciono senza vita e colore sul freddo terreno. E’ lo spirito di un uomo che vive da sempre in un interminabile inverno, stagione che avverte interiormente e che scandisce ogni giornata della sua vita con pioggia copiosa e nevicata incessante. Batman vive in un lungo inverno che non può essere ravvivato da alcun soffio estivo. E’ proprio in una notte gelida che Batman appare in piedi sulla cima di un palazzo, quando la luna piena su nel cielo sembra essere alle sue spalle e un fulmine che tuona dal nulla illumina per qualche istante la sua sagoma minacciosa.

Batman è mente pensante che riflette sull’asperità dell’esistenza con il gelo dell’inverno, la sola atmosfera che lo avvicina ad un senso di quella chiusura intima che motiva la propria battaglia. Bruce nella malinconica bellezza dell’inverno ha trovato se stesso, la sua doppia vita, la sola causa eroica che dà un senso normale a un mondo anormale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La Warner Bros ha annunciato, poco più di una settimana fa, il progetto di un film indipendente, al momento staccato dal DC Cinematic Universe, e dedicato alle origini del più celebre degli antagonisti dei fumetti: il Joker. Rumor degli ultimi giorni riportano che, come attore protagonista del film prodotto da Martin Scorsese, la Warner Bros vorrebbe Leonardo DiCaprio.

La Warner vorrebbe puntare proprio sull'amicizia e sulla stima professionale che Martin Scorsese nutre nei confronti di DiCaprio per convincere l'attore premio Oscar. I due hanno lavorato insieme in alcuni dei gangster-movie più belli degli ultimi anni, e DiCaprio è riuscito sempre a sfoderare performance straordinarie. Riuscire a convincere DiCaprio ad ottenere il ruolo del Joker significherebbe assicurarsi, oltre che un attore straordinario, un vasto richiamo mediatico intorno al progetto che sta lentamente sorgendo.

Leonardo DiCaprio è sempre stato un fan di Jack Nicholson, il quale interpretò magistralmente il Joker in "Batman" di Tim Burton. Che possa seguire le sue orme?

DiCaprio, però, sappiamo bene che valuta con parsimonia la scelta dei ruoli da interpretare, l'attore, infatti, ha da tempo evitato i blockbusters di sicuro successo. Non ci resta che attendere se i rumor si riveleranno fondati e se DiCaprio deciderà di accettare o meno un ruolo così affascinante e iconico.

Nel frattempo, Jared Leto, interprete attuale del Joker nel DC Cinematic Universe, pare non aver preso bene la notizia di questo film slegato dall'universo cinematografico della DC Comics che lo escluderebbe dal cast, e pretenderà delle spiegazioni da parte dei dirigenti della Warner. Gli stessi fan, pur reagendo con grande stupore al rumor inerente la scelta di Leonardo DiCaprio, sollevano qualche dubbio in merito a questi due Joker diversi che compariranno sul grande schermo a  distanza di poco tempo.

E voi cosa ne pensate?

Redazione: CineHunters

Il ghigno perenne e la risata terrificante del Joker si palesano finalmente in Injustice 2. E' disponibile online il nuovo trailer in italiano dedicato al personaggio. Joker è come sempre doppiato dal grande Riccardo Peroni, e combatte contro numerosi avversari, da Robin a Superman, mostrando anche la sua devastante mossa finale. Joker combatte coi sue solite armi clownesche che si rivelano sempre più letali.

Gustiamoci insieme il trailer del Joker

Injustice 2 sarà disponibile dal 16 maggio per Playstation 4 e Xbox One.

Redazione: CineHunters

Nasceva il 22 aprile del 1937, Jack Nicholson, leggenda di Hollywood e della storia del cinema.
Volto inconfondibile, sguardo diabolico, ghigno mefistofelico, Nicholson, alle volte, ha prestato il proprio straordinario talento interpretativo per ritrarre personaggi malvagi, che hanno fatto dell’insana follia un simbolo di oscura ribellione. Ma Nicholson è stato capace di restare sulla breccia per quarant’anni di cinema americano, con la versatilità che solo i più grandi possono vantare: dal road-movie (Easy Rider) al poliziesco (Chinatown), dal drammatico (Qualcuno volò sul nido del cuculo) all’horror (Shining), dal genere supereroico (Batman) al thriller (The Departed). Nicholson è stato diretto da veri maestri come Stanley Kubrick, Martin Scorsese, Tim Burton, Milos Forman, Roman Polanski, e James L. Brooks, sotto la cui regia vinse due dei suoi tre premi Oscar.
Tre premi Oscar (record condiviso solamente con Walter Brennan e Daniel Day-Lewis), 12 nomination agli Academy Award, 7 Golden Globe (incluso quello alla carriera) su 18 nomination, tre Bafta su 7 nomination e anche un David di Donatello sono solo una parte dell’impressionante palmares che l’attore può vantare nella sua bacheca. Leggenda di Hollywood, annoverato nella Hollywood Walk of Fame e nel Life Achievement Award, Nicholson compie oggi 80 anni, un nuovo significativo traguardo nell’intensa vita di quest’assoluta celebrità.
Vogliamo celebrare gli ottant’anni dell’attore invitandovi a leggere un articolo dedicato alla sua immortale interpretazione del Joker.
Per leggere il nostro articolo dedicato al Joker di Jack Nicholson clicca qui.
Redazione: CineHunters

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"Joker" - Illustrazione grafica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Alfred Hitchcock si interrogò durante tutta la sua prolifica carriera su un quesito che sembrava turbarlo così tanto da richiedere un’assidua ricerca mai del tutto conclusa: fin dove si potesse spingere il concetto di “arte”. Era il 1948, e in un caldo pomeriggio newyorkese, tra le pareti di un ampio salone dall’arredamento alquanto pesante, si stava tenendo un ricevimento tra amici. Sprofondati comodamente in un divano situato proprio davanti a un’ampia vetrata che si affacciava su una giungla di palazzi, gli ospiti dialogavano tra loro. Gli argomenti della conversazione volgevano sui canoni del più classico dei dibattiti tra intellettuali: ci s’interrogava sull’idea di morale e su come essa dominasse, sin dai precetti educativi, l’indole degli uomini cresciuti in una società governata da leggi democratiche. Quella che sembrava una semplice, anche se a tratti fin troppo pretenziosa, chiacchierata tra amici, subì un cambiamento improvviso nel modo di discutere quando si toccò il tema dell’omicidio, aspetto ovviamente centrale dei film di Hitchcock.

Due dei partecipanti si domandavano se l’omicidio potesse essere elevato ad una vera e propria forma d’arte. Una teoria filosofica, partorita da alcuni di loro ai tempi del college, avanzava l’idea che certi individui vi nascessero proprio con la predisposizione, e di conseguenza fossero stati “scelti” per poter compiere omicidi, poiché sprovvisti dalla sensibilità e dalla morale comune che, a detta loro, venne creata in principio per placare l’animo barbarico degli uomini. Hitchcock attraverso l’inquietudine di uno scambio di battute cercò di mostrare in “Nodo alla gola” la crudeltà di certi individui capaci, attraverso un’oratoria asservita al momento, di rendere artistico un gesto scellerato, di mutare in una forma di raro “talento” un atto di pura follia.

  • Da Hitchcock a Burton

Quarant’anni dopo, Tim Burton traspose per la prima volta al cinema il personaggio del Joker in “Batman”, primo film dai toni dark dedicato al tormentato eroe DC Comics. Lo immagino corrucciato, teso come una corda di violino, rinchiuso nel proprio studio, con una lampada accesa in prossimità di una catalogata raccolta di fascicoli. Lo vedo proprio così, Tim Burton, più selettivo e meno lascibile, più rigoroso e notevolmente meno commerciale e ripetitivo nelle scelte rispetto al recente passato.  La scelta cadde sul nome che circolava già dal 1980 per voce diretta di Bob Kane: Jack Nicholson.  Era il profilo più complesso da conquistare, e proprio per questo era stato lasciato come ultima prestigiosa risorsa. Pur di averlo Burton e la Warner erano disposti a fare carte false, persino a giocare sporco, prima seducendo e poi abbandonando un più che interessato Williams (tra le primissime scelte insieme a William Dafoe e Tim Curry), per mettere pressione e convincere Nicholson ad accettare la parte, facendo infuriare proprio Robin, che offeso mandò all’inferno l’intera produzione.  Il celebre ghigno di Nicholson, già portato alla ribalta da Stanley Kubrick in “Shining”, trovava massima esaltazione nelle tecniche di modellamento dei truccatori di “Batman” che “fermarono” l’espressività di Nicholson in uno spaventoso riso perenne.

L’approccio che Burton diede al folle criminale racchiude in sé qualcosa che, a mio modo di vedere, è paragonabile alla tematica sollevata da Hitchcock e di cui facevo cenno precedentemente. Attraverso il Joker di Nicholson, Burton tentò, con acclamato successo, di trasporre i canoni artistici del Joker cartaceo: ovvero quelli di un folle criminale che nella più “pura” delle malvagità trova una vena beffarda, uno spirito parodistico in grado di ridere della sofferenza stessa. Jack Nicholson si dirà orgoglioso della sua performance, descrivendola come una rappresentazione teatrale della Pop Art.

  • L’origine del Joker – Tra cinema e romanzo grafico

Ispirandosi alla graphic-novel “The Killing Joke”, Burton decise di portare in scena le origini di un Joker che mostra sin da subito segni d’instabilità mentale, con violenti sbalzi d’umore che sfociano in un’aggressività fredda e calcolatrice. Jack Napier, è questo il vero nome del personaggio nel film, è un gangster temuto della malavita cittadina, che aspira a succedere al boss Carl Grissom (Jack Palance). Approfittando di una presunta retata che la polizia di Gotham sta per fare all’interno della Chimica Axis, Grissom incarica Jack di guidare alcuni dei suoi uomini nell’irruzione all’interno della fabbrica, così d’appropriarsi, prima dell’arrivo della polizia, di tutti i documenti che testimonierebbero il collegamento con Grissom. Il boss mafioso in verità ha già provveduto a nascondere i documenti incriminanti, indirizzando pertanto Jack in una trappola, dove troverà la morte per mano dei poliziotti di Eckhardt, un agente corrotto. In fabbrica irrompe anche Batman (Michael Keaton) in una delle sue prime apparizioni. Nella concitazione del momento, Jack spara ad Eckhardt freddandolo a distanza, prima di imbattersi nel cavaliere oscuro. Durante la conseguente colluttazione, Napier cade dalla piattaforma precipitando in una grande vasca contenente dell’acido. Pochi attimi dopo la fuga dell’eroe, una mano pallida riemerge dalle acque verdastre della pozza di scarico.

La camera si sposta successivamente verso un sudicio vicolo, poco frequentato, probabilmente ubicato in una delle periferie malavitose di Gotham City, dove un “povero” chirurgo tenta di sottoporre Napier, miracolosamente sopravvissuto, a un delicato intervento di chirurgia estetica, nonostante l’uomo abbia i nervi completamente recisi. Il chirurgo resta impietrito vedendo il volto del gangster che reclama con forza uno specchio. Nella scena in cui Napier vede il proprio riflesso perennemente ghignante e ormai sfigurato dal bagno chimico, esce di senno, e la sua mente imbocca definitivamente la via della follia. Jack comincia a ridere. In quella smorfia sorridente e in quell’aspetto clownesco, l’uomo interpreta il perverso scherzo di un fato dannato che nel castigo perenne ha voluto beffarsi di lui. Come un bambino che emette il suo primo vagito così il Joker nacque, facendo riecheggiare la sua prima, amara, folle risata: un’insana risposta alla propria dannazione. Il Joker ride di se stesso, del triste destino che la vita gli ha riservato. L’uomo si rifugia così nella follia, vedendo in essa l’unica ancora di salvezza a cui aggrapparsi per sfuggire a una realtà talmente atroce da non poter essere accettata se non con il torbido ausilio della pazzia primordiale. Una singola, orribile giornata, come la definì Alan Moore nel suo celebre romanzo grafico, distrugge l’animo dell’uomo, ormai privo di alcun freno inibitore. Non possiamo sapere se il Joker sia stato davvero dannato da un destino crudele e pertanto elevato al rango di “assassino prescelto” come teorizzavano i manipolatori protagonisti dell’opera di Hitchcock, ma senza dubbio il Joker diviene la personificazione di una dissennata allegria. 

Dal buio alla luce: avviene così la rinascita di un personaggio portatore di morte. L’oscurità accompagna il Joker nella sua prima, definitiva apparizione. Ripresentatosi nella dimora di Grissom, Napier avanza, continuando per diretta scelta stilistica di Burton a nascondere il proprio viso nel buio. “Il gioco di luci” è eccezionale in questi intensi momenti, perché nonostante una completa oscurità avvolga il Joker, man mano che avanza si comincia sempre più a notare il sinistro colore della sua pelle, talmente biancastra da poter essere individuata nel buio del salone. Grissom implora Jack di avere clemenza ma Napier nega l’esistenza di alcun Jack, riportando invece la notizia della morte dell’uomo che ha “abbandonato” il suo essere per lasciar posto ad un agire liberatorio: al Joker, che ci configura così come l’incarnazione di una esistenza priva dal benché minimo senso di umana coscienza.  Emerso finalmente alla luce, Joker toglie il cappello, concedendo l’estremo saluto. I capelli verdi, la pelle biancastra e le labbra di un rosso rubino, immobilizzate in un inquietante sorriso, vengono finalmente mostrati dalla sapiente regia di Burton che inquadra il Joker dal basso verso l’alto per accentuarne l’impatto visivo e la chiarezza dei connotati colorati. Una sadica risata dà il via ad una serie di colpi che il Joker scarica senza alcuna pietà sul corpo di Grissom, che di fatto è la prima vittima del clown di Gotham City.

Il Joker riversa sulla figura di Batman la colpa della propria tragedia e sulla città, un folle odio distruttivo. L’ascesa al potere per il Joker comincia con l’efferata uccisione dei capi delle fazioni mafiose della città di Gotham.

  • L’artista dell’omicidio

La scheda relativa a Jack Napier, sfogliata da Bruce Wayne nel proprio studio, riporta proprio di come Napier fosse un uomo estremamente intelligente, nonché molto portato per l’arte e l’alchimia. Grazie alle proprie competenze il Joker crea un veleno chiamato “smilex” che diviene tossico al contatto con delle particolari sostanze alterate già alla fonte dal Joker stesso. La città appare piegata al volere del criminale, che annuncia in diretta televisiva l’avvenuta contaminazione di tutti i cosmetici presenti nelle profumerie della città. Il Joker si fa promotore della sua stessa creazione, ridicolizzando le più comuni pratiche di sponsorizzazione pubblicitaria, insinuando il dubbio nelle persone se siano già in quel preciso istante entrate in possesso dei prodotti avvelenati senza rendersene conto. Tutto appare come un’esilarante storiella, messa in scena in un breve spot televisivo, in cui il Joker conforma il terrore alla parodia. Tale veleno procura un violento attacco psicotico nelle vittime che esalano l’ultimo respiro, dopo folli risate.  Il Joker lascia sul suo cammino una lunga scia di morti con un terrificante sorriso stampato in volto. La morte diviene pertanto uno scherzo per il Joker, un elogio euforico all’addio perpetrato da una risata incontenibile. Il Joker si eleva così, e per sua stessa ammissione, al rango di artista dell’omicidio. Un macabro senso dell’humor diviene parte integrante della dialettica del criminale, che unisce al proprio aspetto clownesco una raccapricciante parlantina tra l’ironico e il sarcastico, ricca di taglienti battute, il tutto tendente a rendere parodistica la crudezza e l’atrocità delle sue stesse azioni. Burton attraverso le gesta del proprio antagonista intraprende un’indagine sul concetto stesso di “comicità” domandandosi fin dove essa possa spingersi nell’indole esilarante di un uomo folle sia nell’animo che nell’aspetto.

  • La deturpazione dell’arte

Ma se già l’irrazionale ilarità delle azioni e dell’agire del Joker costituisce un paradigma specifico di base nella costruzione artistica di questo personaggio, è l’ideologia stessa di arte che merita un’analisi unica nell’opera del 1989. Il Joker crede in primo luogo che la morte sia una forma di espressione artistica estrema, che meriti un’accentuazione indipendente. La follia del criminale e il suo assurdo concetto di arte trovano una massima esaltazione nella celebre sequenza del museo di Gotham City.  Irrotto nell’edificio, il Joker comincia a devastare quadri dall’inestimabile valore, imbrattandoli con getti di vernice. Il Joker, pur considerandosi un artista in senso stretto, sembra non provare alcuna empatia per le maggiori opere pittoriche dei grandi del passato, prediligendo soltanto ritratti cupi e spettrali. Questa celebre sequenza che vede il Joker distruggere i quadri del museo, accompagnato da un brano vivace di Prince, nasconde l’aspetto drammatico del momento in sé. Il Joker compie azioni scellerate nella malata euforia delle proprie intenzioni, così Burton, sposando appieno le peculiari caratteristiche del personaggio, lo segue con una tecnica di ripresa volta a alleggerire la tensione, poiché non è nel volere del cineasta terrorizzarci in quei frangenti quanto farci riflettere secondo l’agire del Joker. Vi è la possibilità di poter scoppiare addirittura in una fragorosa risata quando Nicholson si scatena in danze improvvisate mentre sale le scale del museo. Non viviamo quegli attimi con una particolare agitazione, anzi ridiamo addirittura di ciò che sta accadendo, perché il Joker possiede lo stile paradossale di far ridere del proprio folle operato; ma è un pensiero a posteriori che il regista statunitense desidera generare. Questo Joker non impaurisce con la suspense o la violenza, quanto con l’essenza stessa della risata. L’arte viene così “stuprata” in un clima disteso e gioviale, in una contrapposizione che tenta di demarcare un confine ormai incerto: la beatitudine e il dolore, la felicità e la tristezza, la vita e la morte vengono inglobati dalla follia e posti sul medesimo piano esistenziale, come fossero due facce della stessa medaglia. Il Joker di Nicholson non desidera spaventarci quanto distruggere le nostre certezze, inducendoci a chiedere cosa sia realmente divertente, e se si possa scherzare dinanzi al caos distruttivo.

Il tutto procede in una disarmante tranquillità quando il Joker siede intorno ad un tavolo ed inizia a dialogare con la fotoreporter Vicki Vale (Kim Basinger), unica scampata al massacro del museo.  E’ interessante evidenziare la valenza dei costumi in queste scene: Joker indossa un basco viola che ricorda nelle forme il cappello dei pittori ottocenteschi. Non è la prima volta che il personaggio nel film esprime, attraverso il proprio abbigliamento, aspetti artistici. Resta indimenticabile infatti la scena in cui Joker si finge un mimo, usufruendo di una gestualità articolata e una mimica facciale buffa per camuffarsi tra gli artisti di strada. Scrutando le fotografie della donna, l’antagonista afferma di amare il modo in cui ella “cattura” i tratti morenti degli innocenti sul terreno di guerra. Nel film il personaggio della Basinger è stato nel Corto Maltese una fittizia località in cui era in atto un violento conflitto, riuscendo a scattare molte fotografie ritraenti le povere vittime dei bombardamenti. A quel punto il Joker, coperto da un trucco che nasconde la vera colorazione della sua pelle, si avvicina alla giornalista confessandole che lui stesso è un artista, che ha ormai superato il più banale dei dilemmi relativi all’estetica: “cosa è bello e cosa non lo è”. Joker riporta di come la gente si preoccupi spesso delle apparenze e a quel punto invita Alicia Hunt, una giovane donna con cui aveva avuto in precedenza una relazione, a raggiungerli. La donna indossa una maschera di ceramica mentre parla con voce provata, disarmonica. Joker comunica a Vicki che Alicia è la sua prima opera d’arte vivente, concepita secondo i suoi nuovi canoni estetici di bellezza. Su invito del Joker, la donna rimuove la maschera rivelando il proprio viso sfigurato. Vicki di scatto si alza terrorizzata.

Il Joker la segue ma la reporter riesce a trovare temporaneo riparo lanciandogli contro una brocca d’acqua, che raggiunto il viso del criminale gli guasta il trucco. Giratosi improvvisamente, il Joker rivela il suo vero aspetto, fatto di un’accozzaglia di colori, dove il bianco della sua nuova pelle si mescola ai toni del marrone del trucco ormai parzialmente slavato. Come un olio su masonite, realizzato con tratti aspri e pennellate violente e grondanti di colore, il volto del Joker si conforma in questi frangenti alla sua delirante ideologia di arte, mai lineare quanto terribilmente contorta e inestricabile. Batman fa irruzione nel museo sfondando la vetrata del piano superiore, salvando Vicki e fuggendo via con lei dall’edificio. L’arte per il Joker possiede un valore estetico e fatale, incentrato solo sulla sofferenza dell’essere umano. Egli distrugge le opere dei grandi pittori poiché le considera forme d’arte sorpassate, non più al passo con la dissacrante cultura di cui egli si fa promotore. La bellezza estetica per il Joker è paragonabile alla mostruosità, alla vera deformazione dell’arte, non più un’espressione in grado di catalizzare ogni sfaccettatura del sentimento dell’uomo quanto un modus operandi per testimoniare la sola crudeltà dell’agire umano.

  • Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?

E’ la diabolica domanda che il Joker ripete a molte delle sue vittime prima di finirle. Bruce, sentendo quest’inquietante interrogativo, si sofferma sui ricordi che lo tormentano fin da bambino. Riemerge così la drammatica reminiscenza della morte dei propri genitori, l’evento che scatenò il desiderio di giustizia nel cuore dell’eroe. Bruce ricorda un ladro che nel buio sparò ai suoi genitori. Ancora una volta Burton ci mostra come la negatività del personaggio del Joker abbia agito, sin dal principio, in un instabile equilibrio tra luce e ombra: persino in questa che cronologicamente corrisponde alla sua prima apparizione, il criminale si nasconde nell’oscurità per poi mostrarsi alla luce soltanto per sorridere della sofferenza da lui stesso arrecata. Il freddo assassino sta osservando il bambino e, puntandogli contro la pistola, gli domanda: “Hai mai danzato con il diavolo nel pallido plenilunio?” I colpi sparati dal rapinatore sui coniugi Wayne hanno tuttavia attirato la polizia che si appresta a giungere sul luogo del delitto. L’uomo comprende che deve darsi alla fuga e voltandosi nuovamente verso il piccolo, lo grazia, salutandolo con un semplice “arrivederci.” Bruce, oramai adulto, deduce che il Joker è in verità lo stesso uomo che aveva ucciso i suoi genitori. Questa fu una licenza che Burton si concesse e inserì nel film per rimarcare ancor di più il destino che lega e attanaglia l’eroe al suo antagonista, creatisi involontariamente a vicenda.

  • L’ultimo scherzo del Joker

Come uno stravagante incantatore di folle, troneggiando su di una pittoresca torta da sfilata, Joker raduna un vasto seguito di incauti cittadini, attratti dalla promessa che il clown lancerà ai presenti venti milioni di dollari in contanti durante il festival per il duecentesimo anniversario dalla fondazione della città. L’avidità del popolo è una sentenza di morte per il gangster, il quale aziona un comando che fa spargere il gas smilex dagli enormi palloni da parata, cominciando a mietere diverse vittime tra i venali che tentano disperatamente di non inalare il gas, coprendosi la faccia con le banconote appena raccolte. Batman interviene per impedire al Joker di mettere in pratica la sua folle idea. I due si fronteggiano nella suggestiva e colossale cattedrale di Gotham City, proprio in cima alla torre, nell’antico e polveroso campanile.  Ricorre in questi frangenti il tema della danza, e di come essa possa venire rappresentata, quale atto sinistro. La figura del diavolo che danza illuminato dal plenilunio si correla di colpo con quella del Joker, il quale, danzando nei pressi del cornicione con Vicky Vale, diviene l’allegoria di quella stessa “interpellanza” di cui spesso si faceva truce portavoce. Batman gli ripete quel funesto interrogativo prima di colpirlo brutalmente. Il confronto tra i due avversari, culmine della pellicola, non si piega al semplice e aspro conflitto corpo a corpo quanto ad un’esternazione delle rispettive avversità. Il Joker riesce a spingere giù dalla cattedrale il cavaliere oscuro e la donna. Questa volta è proprio lui ad essere in salvo mentre il suo odiato avversario regge a fatica, aggrappato alle deboli e precarie sporgenze della cattedrale. Joker si arrampica su di una scala calata giù da alcuni dei suoi uomini che lo hanno raggiunto in cima grazie ad un elicottero.  Batman però usa il suo rampino legando il piede del Joker a un gargoyle. La statua cede e resta sospesa nel vuoto trascinandosi dietro il Joker che non riesce più a risalire. Rovina così tragicamente nel vuoto e vi trova la morte. Batman, dopo essere precipitato con Vicky dalla torre, riesce a salvare entrambi, con l’ausilio del suo rampino. Con il Joker eliminato e i suoi uomini arrestati, Gotham City è per il momento salva. La scena finale vede Alfred che accompagna Vicki a casa e Batman su un tetto mentre osserva con fierezza il Batsegnale, un simbolo di speranza che illumina il cielo.

Il commissario Gordon, insieme alla sua squadra di polizia, ritrova il corpo del Joker, schiantatosi al suolo. La camera di Burton procede dall’alto verso il basso, roteando l’immagine, fino al corpo esanime del clown, mentre in sottofondo si ode un’agghiacciante risata. Il volto del Joker appare disteso e forse con un ghigno ancor più tetro che nelle passate apparizioni. E’ morto, eppure sembrerebbe compiaciuto del suo ultimo atto. Una risata aspra, cupa, interminabile risuona per l’imbarazzo dei poliziotti che non riescono a spiegarsi da dove provenga. Gordon frugando tra gli abiti trova lo strano marchingegno che simula quella risata ossessiva. E’ l’ultima gag del Joker, la battuta conclusiva con cui decide di congedarsi dal proprio pubblico: egli riesce a ridere anche dopo la fine della sua esistenza, poiché la vita come la morte altro non è che un assurdo, artistico, equivalente scherzo.

Autore: Emilio Giordano

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