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Tristezza, Amanda e la piccola bambina - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nell’America degli anni ’30, Sorrowful Jones (Walter Matthau) è proprietario di un centro scommesse. Il grande salone dentro cui è possibile osservare il programma delle gare ippiche, prendere nota delle quotazioni giornaliere, piazzare le dovute scommesse e regolarizzare le tante perdite al gioco è teatro di una frenetica attività clientelare. Tutti i giorni, con regolarità sorprendente, giungono al centro scommesse decine e decine di giocatori incalliti intenzionati a tentare la sorte. L’ufficio del proprietario si trova in fondo alla sala. Solitamente, la porta di quest’ultima stanza resta sempre ben chiusa. I pochi che hanno la possibilità di varcare la soglia dell’ufficio vi trovano seduto, dietro la scrivania, un uomo dall’espressione buffa, molto alto, decisamente burbero e altrettanto triste. Ah, quasi dimenticavo, per tutti Jones è noto come “Tristezza”. Non perché lui sia l’incarnazione di un pessimismo assoluto, più che altro perché i suoi modi di fare sembrano costantemente tristi, privi della benché minima vena d’ottimismo. “Tristezza”, di fatto, non è proprio un giocherellone a prima vista né una persona loquace e colloquiale. Si potrebbe affermare, senza essere smentiti, che “Tristezza” è una persona apparentemente introversa. Rinchiuso in quella sua camera d’ufficio, infatti, Jones passa in solitudine gran parte delle sue giornate, uscendo allo scoperto solamente per offrire ai propri giocatori un maggior tempo disponibile per saldare i loro debiti. Il più delle volte, tuttavia, egli finisce per pentirsi della generosità dimostrata, perché i “clienti”, invece di saldare il credito coi pochi soldi guadagnati, riprendono a giocare, incuranti dei rischi e aumentando così il passivo delle loro perdite.

Per “Tristezza” il luogo di lavoro è organizzato secondo un continuo andirivieni di persone dall’età sempre differente. Le sue giornate sono strutturate tramite un susseguirsi di “numeri”: numeri di gioco, numeri da affiancare alle gare dei cavalli, numeri inerenti le quantità di soldi guadagnati e di quelli perduti. Il tutto si alterna con la bramosia dei giocatori, i quali non riescono mai a darsi un freno. Sebbene appaia di primo acchito come un imperturbabile allibratore, egli si rammarica della frenesia con cui i suoi giocatori scommettono. “Tristezza” è dunque costantemente circondato da un ambiente calcolatore, in cui si muovono persone ingenue, talvolta avare, e su cui svettano numeri di perdite e di vittorie: numeri impersonali e pertanto freddi. Nella vita di “Tristezza” non c’è spazio per gli affetti personali. L’uomo pare aver scelto proprio questo lavoro poiché rassegnato dall’ambiente cittadino sozzo, corrotto e menefreghista che lo avviluppa, così da poter “tirare a campare” sull’ottusa cupidigia dei concittadini che tentano sempre di arricchirsi scommettendo. Jones non nutre interesse alcuno per le scommesse, eppure riveste il ruolo dell’impenitente allibratore. In verità, “Tristezza” non gioca, come tiene sempre a precisare ogniqualvolta qualcuno lo accusi di favorire il gioco d’azzardo; egli si limita semplicemente a “far giocare”, lasciando agli altri ogni libera scelta. “Lui non gioca, fa giocare!” - Questo medesimo, ironico motto verrà ripetuto anche dalla piccola bambina affidata alle amorevoli cure di “Tristezza”. Un momento! Non vi ho ancora parlato della piccola “Miss Marker”, vero? In questo caso, facciamo un passo indietro…

Un giorno, un accanito giocatore, arrivato al centro scommesse tenendo per mano la sua figlioletta, chiede una proroga di qualche ora per saldare un ingente credito. L’uomo vorrebbe piazzare un’ultima scommessa, credendo sia una vincita certa, che possa assicurargli una grossa somma di denaro. Sebbene restio, “Tristezza” accetta come pegno la piccola. Come prevedibile, il cavallo su cui il padre della bambina aveva puntato tutto il restante denaro perde la gara, concludendo la corsa della giornata all’ultimo posto. Prostrato dal suo ennesimo fallimento, l’uomo si suicida, lasciando la bambina a “Tristezza”.

Per la prima volta dopo molto tempo, “Tristezza” si relaziona con un’altra persona, senza più tenere a mente sfide a cavallo, gare all’ippodromo o quotazioni sui presunti favoriti. La graziosa bambina, paziente, timida e dolcissima intenerisce l’altero “Tristezza” il quale si affeziona a quell’esserino riconoscendola come sua figlia. Per prendersi cura di lei, “Tristezza” cambia completamente stile di vita, abbandona il suo scialbo e deprimente monolocale, e sperpera i propri risparmi per donare all’adorabile figliola una casa accogliente e confortevole, vestiti nuovi, pasti regolari e soprattutto un’istruzione scolastica.

“Tristezza” riscopre, attraverso la vicinanza della bambina, l’innocenza dell’infanzia, il candore tipico di quella delicata fase della vita in cui nascono e si accrescono in noi i sogni e le speranze. Quelle stesse speranze oramai dimenticate dall’arcigno “Tristezza”, un adulto che ha perduto, nel tempo e nel divenire, la leggerezza dello spirito, sostituita da un rassegnato cinismo dell’animo. Badate, il “Tristezza” di “E io mi gioco la bambina” non è di certo una rivisitazione insolita di Ebenezer Scrooge, il vecchio taccagno uscito dalla penna di Dickens, che rimane indifferente al patimento del prossimo. Dietro la patina di “bookmaker” insensibile e depresso, “Tristezza” nasconde un cuore d’oro, profondamente sensibile, generoso e prodigo. Un cuore palpitante di buoni sentimenti che non dovrà essere riconosciuto dalla venuta di tre spiriti purificatori, ma semplicemente “riscoperto” dalla carezza di una bambina, la quale risveglierà gli istinti candidi di un padre che attendeva solamente la venuta di una figlia per ritenersi tale.

“Tristezza” è una maschera del teatro tragico, espressiva come un’impenetrabile faccia marcata dalle stanche rughe e piegata dalla malinconia. L’ovale di detta, indecifrabile maschera impersonata da Matthau ha le fattezze di una smorfia sempre tendente al giù di morale. Nei suoi cinismi e nei suoi arcigni modi di porsi, “Tristezza” fa emergere la rassegnazione di una vita funesta che non ha preso la piega che l’uomo, intento per l’appunto ad indossare questa peculiare maschera, avrebbe sperato. “Tristezza” non è accigliato per carattere, ma perché lo è diventato, o per meglio dire perché lo hanno indotto, essendo rimasto preda di scenari macchiati dalla delinquenza e dall’apatia. Jones è un uomo che è diventato “Tristezza” in quanto “intristito” dagli accadimenti.

Eppure, celata dietro questa maschera tragica, se ne nasconde un’altra, una maschera più piccola ma al contempo più intima, che occulta l’espressione vera del suo animo. Una maschera, chi lo sa, forse appartenente al teatro comico, che vede nell’espressione gioviale la testimonianza di una ritrovata felicità. “Tristezza” si mostra di solito con il proprio tipico “mascheramento” rassegnato, fin quando l’affetto di quella bimbetta non muterà il suo “costume di scena”.

Il centro di scommesse di “Tristezza” sorge su di una particolare zona caduta sotto il controllo di un tirannico gangster (Tony Curtis), vecchio conoscente di Jones. Il gangster Blackie obbliga “Tristezza” a supportarlo nel dare luogo a un casinò nella villa di una donna di buona famiglia. E’ così che “Tristezza” conosce la bellissima Amanda (Julie Andrews) di cui si innamora. Amanda si lega immediatamente alla piccola che “Tristezza” porta sempre con sé, accudendola con sempre maggiore affetto. Amanda e “Tristezza”, suscitando le ire e la gelosia di Blackie, tra battibecchi e litigi continui trovano sempre il modo di educare la piccola come fossero già una famiglia.

Amanda toglie finalmente l’aspra, la dura e l’ingannevole velatura di “Tristezza”. “Lei è tutto finto…” asserisce Amanda con decisione, non è burbero o egoista come vuol sembrare, e prosegue - “come mai non l’ha mai scoperto nessuno? Evidentemente non ci hanno mai provato, oppure ci hanno provato e lei non gli ha permesso di scoprirlo.Amanda “smaschera” con abilità “Tristezza”. La donna scioglie il nodo che legava le imponenti maschere all’uomo e le getta a terra, trovandosi davanti un libro al posto della persona; un libro, un volume “vissuto” e mai letto da alcuno. Sarà lei la prima lettrice empatica di quell’animo umano.

In effetti, “Tristezza” appare come un tomo dalla copertina raggrinzita, consunta, che proprio al primo impatto non ci invoglia a leggere le scritte contenute nelle sue pagine. Non si giudica mai un libro dalla copertina, è un adagio assai noto, nonostante molte persone continuino a farlo. Nessuno mai ha provato a scoprire se dietro la scorza scostante di “Tristezza” si nasconda qualcosa di speciale, un cuore da eroe, magari. “Tristezza” ha, di fatto, il cuore di un nobile incompreso che batte nel corpo di un povero dai modi di certo non eleganti, ed è per questo che nessuno ha mai provato a scorgerlo. Amanda osserva oltre la superficie, e così, di colpo, agli occhi di un’attenta e fine lettrice, “Tristezza” si mostra come un libro aperto, su cui lei è la prima a posare lo sguardo e a leggere le parole veritiere che, con tale difficoltà, faticavano a mostrarsi.

E’ il passo compiuto che il film fa dell’esaltazione d’affinità nell’amore corrisposto. Dopotutto, ognuno di noi è un libro che viene capito e amato soltanto da chi quella lettura riesce ad apprezzarla in tutti i suoi aspetti. I freddi numeri del centro scommesse vengono così sostituiti nella vita di “Tristezza” dalle calde parole di un libro appena aperto. Finalmente, dopo una lunga ed estenuante rassegnazione all’indifferenza degli altri, “Tristezza” ha trovato la donna che riesce a vederlo per come è realmente. Con lei convolerà a nozze e otterrà l’affidamento della bambina, la splendida creatura che ha cambiato la sua spenta esistenza, riaccendendola.

“E io mi gioco la bambina” è una commedia meravigliosa, una vicenda rivolta agli inguaribili romantici, una storia che fa del sentimento il cuore pulsante di tutta la narrazione.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Walter Matthau - Il valore della commedia nel palcoscenico della vita" cliccando qui.

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C’era una volta…”,  basta che si pronunci la piccola formula, e già ci sentiamo nel mondo delle fiabe, con i suoi personaggi misteriosi e benefici, ma anche malvagi, i talismani, le bacchette magiche, i tappeti volanti e le bambinaie che volano senza ricorrere neppure al tappeto, basta solamente un ombrello. Già, come se con gli ombrelli si potesse volare!

Avrete di sicuro capito di chi sto parlando. Già, proprio di lei, di Mary Poppins. La tata più famosa di sempre. Una tata del tutto particolare, di quelle che non se ne vedono tante in giro. Anzi, direi proprio nessuna, perché c’è solo lei. Mary Poppins è unica!

"Mary Poppins" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mary Poppins è diventato un film nel 1964, diretto da Robert Stevenson, tratto da un romanzo di Pamela Lyndon Travers. Walt Disney impiegò vent’anni prima di convincere la Travers a realizzare un film da quel suo romanzo. La sua costanza fu premiata, come dicevo appunto, nel 1964. E fu un successo senza precedenti, benché fino all’ultimo l’autrice rimase alquanto scettica che il film potesse rendere giustizia al suo personaggio particolare.

Il lungometraggio racconta le avventure di una tipica famiglia londinese degli anni Trenta, i Banks, che un giorno assume per i suoi due bambini una straordinaria governante di nome Mary Poppins. Mary all’aspetto è una normale donna. In realtà è un essere straordinario, capace delle più strabilianti magie. La caratteristica del film è proprio la naturalezza con cui l’irrazionale e lo straordinario entrano di soppiatto nel quotidiano.

Contrariamente a quanto possa sembrare i veri protagonisti del film non sono i bambini ma gli adulti. Se ci soffermiamo un attimino a pensare ci accorgiamo che Mary Poppins agendo sul temperamento di Jane e Michel, i due bambini ritenuti irrequieti, in realtà giunge a mutare il modo di pensare e d’agire dei grandi, a modificarli e trasformarli, facendo diventare un po’ più bambino qualcuno e un po’ meno qualcun altro. La morale è talmente chiara ed evidente nel film da non farcene quasi rendere conto. Salta subito agli occhi che per essere felici basta solamente  essere ricchi, amati e baciati dalla fortuna. Non serve altro. In effetti però non è affatto così. E lungo lo scorrere del film questo viene fuori in tutta la sua disarmante verità e presa di coscienza. Occorre dunque cogliere tutte le sfumature della vita che agli occhi dei due piccoli protagonisti neppure esistono e guardare il mondo per quello che realmente è.

Mary Poppins è un bellissimo film musicale, una commedia per tutte le età, e nonostante siano passati parecchi lustri dalla sua prima apparizione sul grande schermo può sempre rappresentare un buon punto di partenza per analizzare il tema dei metodi educativi, il ruolo dei genitori e le aspettative dei figli in seno alla famiglia. La prima scuola di socialità è appunto la famiglia, è il luogo natio, è lo strumento più efficace di umanizzazione perché collabora alla costruzione della società e alla trasmissione dei valori e dei principi.

Il concetto spesso ripetuto da Mary Poppins, e cioè “Non giudicare mai le cose dal loro aspetto” ci pone davanti un quesito filosofico. Con questa frase la bambinaia ci fa correre con la mente al pensiero di Platone e di Schopenhauer, due filosofi che mostravano una spiccata diffidenza verso la sfera dei fenomeni empirici, così come viene immediatamente suggerito dai sensi. Un film, Mary Poppins, che dal lontano 1964 riesce ancora a entusiasmare chi lo guarda. Con il suo racconto lineare, descrive un mondo da sogno, assolutamente fantastico, che, in frangenti razionalmente inverosimili, conduce lo spettatore nel più profondo dei percorsi introspettivi, palesando quanto la fantasia, l’assoluto potere dei sogni, in cui tanto confidava Walt Disney, possa modellare la realtà.

Mary Poppins si rivolge al cuore ma anche alla mente dello spettatore. Questa straordinaria bambinaia piovuta dal cielo, che nel dire le cose le dice cantando, ma che sa all’occorrenza essere anche risoluta e fascinosamente sopra le righe, si farà beffa della caducità della vita con la sua splendida voce, le sue arti magiche, le sue trovate, soprattutto con la sua grande umanità. Mary Poppins è l’icona della fantasia, la personificazione del sogno, la perseveranza di Walt Disney e della bontà del suo profondo progetto. E’ un film bellissimo, senza eguali. Non una scena, non una sequenza, né tantomeno una battuta è messa lì per caso o solo per metterla, per riempire uno spazio, per dar libero sfogo a esigenze di mercato. Ogni frase, ogni dialogo, ogni battuta rende armonioso il disegno originario, completa l’ingegno creativo e ne soddisfa l’intento. E lo dimostrano le tantissime testimonianze che a cinquant’anni dalla sua prima uscita lo vedono ancora protagonista delle serate casalinghe.

Mary Poppins è un cult dal primo soffio del vento dell’Est all’ultimo aquilone che solca l’aria nell’azzurro del cielo. Una scena di pregevole fattura è quella degli aquiloni in cui la spensierata canzone, che da fanciulli resta tale, qui prende significati molto più profondi e intimi che arrivano diritto al cuore dello spettatore.

Il fascino di questo film non sta solamente nei segreti della singolare bambinaia ma in tutto il complesso delle emozioni, degli stati d’animo, delle sensazioni che come un caldo abbraccio ti raggiunge e ti riempie di pacata beatitudine. Che dire poi della vecchina dei piccioni? Arte allo stato puro! Piccole e grandi emozioni capaci di provocare lacrime vere e candidi sorrisi.

Il film vinse cinque Premi Oscar: miglior attrice protagonista, (Julie Andrews), miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior colonna sonora, miglior canzone.

Venne nominato al miglior film, alla miglior regia, alla migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori costumi, miglior sonoro, miglior colonna sonora adattata.

Julie Andrews vinse anche il Golden Globe come miglior attrice.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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