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"King Kong contempla Ann sulla cima dell'Empire State Building" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Articolo d’approfondimento da leggere insieme alla recensione “King Kong – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…” che trovate qui.)

Secondo la tradizionale accezione negativa, la “bestia” anela ad avere la bella per farne la sua compagna, condannandola ad un’esistenza dannata o ad una morte certa. L’agire del mostro è sospinto dall’egoismo di avere la donna tutta per sé piuttosto che da quel sentimento d’altruismo che induce a volerla solamente ammirare, essendo esso nell’impossibilità di perseguire l’idea di un amore atto a proteggere l’amata ancor prima di poterla sfiorare.  Il mostro non può davvero provare ciò che solo l’uomo ha in dono, ovvero l’amore, essendo esso destinato sin dal principio a dover campare col perenne desiderio, poiché intrappolato a metà tra la mostruosità del suo aspetto e l’istintività del suo sentimento. Nel 1933 si tentò di mutare il carattere arcaico e selvaggio del mostro, il quale, osservando la bella, non provò soltanto l’impulso primordiale e fisico di averla, ma se ne innamorò perdutamente, tanto che tale innamoramento esigette la sua vita: al cinema, uscì “King Kong”.

  • L’origine

La creazione di King Kong fu chiaramente diversa dalla concezione del classico mostro Hollywoodiano. Kong era la rappresentazione colossale dell’unico esemplare di una specie ormai estinta, vissuta sull’Isola del Teschio, un luogo avvolto da una fitta nebbia, dove le creature che dominavano la terra, milioni di anni addietro, sono riuscite miracolosamente a sopravvivere, continuando a calcare il suolo di quel suggestivo paradiso preistorico. Kong è l’esaltazione massima dell’evoluzione del Gigantopiteco, ultimo sopravvissuto alla decimazione della propria specie avvenuta a seguito di cataclismi naturali e di predazioni da parte di enormi carnivori, discendenti diretti dei più feroci dinosauri. Scampato alla morìa dei suoi simili, Kong ha vissuto da sempre nell’amara solitudine e nella brutalità di un’esistenza devota alla continua lotta per la sopravvivenza. Quando la storia del lungometraggio ha inizio, Kong ha oltrepassato la soglia dei cento anni. Le grandi scimmie come i gorilla sono animali estremamente sociali e vivono in piccoli nuclei familiari. La solitudine che Kong patisce appare ancora più drammatica se viene considerata la sua appartenenza ad una specie che fa della cooperazione sociale un collante imprescindibile dell’esistenza. La “pelliccia” del maestoso “re” è brizzolata, con alcuni tratti di peluria tra il grigio e il bianco. In un’esistenza così triste e solitaria il colossale primate non ha mai conosciuto alcuna empatia né una vera forma di amore.

Poster ufficiale del film originale

 

A causa delle sue dimensioni mastodontiche e della sua forza devastante, Kong è temuto e venerato dagli indigeni dell’isola che vivono vicino alle rive del mare all’interno di gigantesche mura erette per proteggersi dai grandi predatori. Per placare l’immane sofferenza dell’animale, gli autoctoni offrono in sacrificio, una volta l’anno, come “sposa” promessa, una donna della tribù. Terrorizzate dal destino che le attende, le giovani, affidate alla bestia, tentano sempre di fuggire per poi trovare inevitabilmente la morte a causa delle tante insidie dell’isola o per mano dello stesso Kong, che finisce poi per ucciderle, magari senza averne l’intenzione, ma solamente per l’enorme disparità di mole che intercorre tra i due. La bestia viene pertanto rappresentata come un essere truce, sinistro, sanguinario, condannato per sempre ad una vita di solitudine.

Kong ed Ann in una scena del classico del 1933

 

  • La scelta del film da trattare

Tre sono le massime opere dedicate alla bestia: quella del 1933 fu la prima apparizione del gigantesco primate al cinema. Tutt’oggi questa versione viene ritenuta all’unanimità come un capolavoro della storia del cinema. Il film degli anni ’30 fu infatti il caposcuola di un genere che accenderà le passioni cinematografiche degli autori futuri, ispirati proprio dai canoni estetici e dalla sapiente combinazione degli elementi narrativi presenti all’interno della pellicola. L’opera del ’33 contemplava innumerevoli fattori: un’avventura mischiata ad una vena drammaticamente romantica, il fascino di un’ambientazione esoterica associata, sul finale, alla contemporaneità di un paesaggio urbano, l’effetto speciale della proiezione miniaturizzata combinato con la tragicità di una storia in grado di offrire persino una chiave di lettura critica alla società capitalista del periodo. Si trattava di una lavorazione senza precedenti. La seconda versione che merita d’essere menzionata è quella del 1976, in cui Jessica Lange esordisce sul grande schermo, offrendo le proprie splendide fattezze al ruolo della “bella” amata dalla bestia. Quest’ultimo adattamento merita un’analisi più incentrata al lavoro tecnico che all’aspetto poetico del film in sé, soprattutto per l’eccezionale operato svolto da Carlo Rambaldi, che creò un gigantesco Kong meccanico alto 12 metri che valse al genio italiano l’oscar per i migliori effetti speciali. Tuttavia, questa trasposizione non mantenne la grazia della precedente, spostando la storia all’età contemporanea, disfacendo l’aspetto sociale e politico di un’America gravata dalla grande depressione.

Il King Kong del 1976

 

L’ultima versione degna di un vasto apprezzamento fu quella del 2005 diretta da Peter Jackson che restituì alla storia il fascino perduto dell’epoca d’inizio Novecento. Opto per una scelta stilistica personale di dedicare gran parte di questa recensione al film del 2005, poiché lo trovo sorprendentemente più poetico dell’originale, il quale, dal canto suo, seguita naturalmente a conservare una certa carica d’assoluta innovazione. Trovo però che l’adattamento di Jackson traspiri di una lirica idilliaca e persino fiabesca, con evidenti richiami agli aspetti più astratti e agli ideali più profondi della favola de “La bella e la bestia”. Il film non antepone mai la spettacolarizzazione della scena a discapito del romanticismo terso e innocente, segno di come il prodotto di Jackson sia stato confezionato con la dedizione e la passione di un cineasta che ha adorato il lungometraggio originale, non potendo che omaggiarlo, offrendone una rilettura permeata da un sentimentalismo alquanto amorevole. Da qui, pertanto, proseguirò commentando la storia attraverso le immagini della pellicola firmata dal cineasta neozelandese.

Naomi Watts è Ann Darrow nella pellicola del 2005

 

  • Il commento alla storia

Durante la grande depressione americana, una bellissima attrice chiamata Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) viene assunta da Carl Denham (un egoistico Jack Black), un regista di poco talento in crisi produttive che la convince ad essere la protagonista del suo nuovo lungometraggio esotico. Ann accetta quando le viene detto che il copione è scritto da Jack Driscoll (Adrien Brody nel suo periodo di maggiore splendore), un drammaturgo che lei ammira. La troupe di Denham parte verso l'Oceano Pacifico alla volta dell’Isola del Teschio, una leggendaria terra non segnata sulle carte di navigazione. Durante il viaggio, tra lo scrittore e la bella attrice sboccia un forte legame. Giunta sull’isola, la troupe si imbatte immediatamente negli inquietanti abitanti del luogo, primitivi e violenti assassini. I selvaggi sembrano subito interessarsi ad Ann: l’afferrano mentre tentano di uccidere gli uomini dell’equipaggio. Quello che Ann non può immaginare è che in quei precisi istanti viene scelta dalla colonia per essere promessa al mostro. Scampati al massacro, Jack e gli altri fanno ritorno sulla nave per partire il prima possibile da quel luogo che definirlo inospitale sarebbe un eufemismo. La donna, però, viene rapita dagli indigeni, e portata all’interno del loro villaggio, adornata con ornamenti simbolici, tra cui una collana, e legata fuori dalle alte mura della recinzione. Jack giunge in ritardo per strapparla alle intenzioni della tribù, ma rimane come impietrito quando dalla folta vegetazione emerge King Kong (Andy Serkis, che ricrea magistralmente le movenze dell’animale), che afferra Ann e la porta via, scomparendo tra i grandi alberi della giungla. Jack inizia la sua corsa contro il tempo per raggiungere Ann e salvarla da quella che crede essere una morte sicura.

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza ovviamente teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca sempre di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra nuovamente e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con i suoi feroci ruggiti. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano a vicenda, tentando di carpire un accenno delle rispettive volontà. Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che, per placare l’agitazione della bestia, la intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito dai movimenti della donna. Senza che Ann se ne renda conto, lo sguardo dell’animale comincia a perdersi sul volto lindo, delicato, ma sempre impaurito della ragazza fatta prigioniera.

Ann, sfuggita nuovamente al mostro che si era temporaneamente allontanato, viene assalita da tre vastasauri, evoluzioni dirette del terrificante Tirannosauro. Ann sembrerebbe prossima alla morte, ma King Kong giunge in tempo e si frappone tra i carnivori e la donna. In una battaglia tra colossi, il gigantesco gorilla si batte con i dinosauri impedendo costantemente loro di avvicinarsi alla ragazza per divorarla. Ann viene così salvata ripetute volte, e sempre a pochi attimi dalla fine, proprio dai tempestivi interventi di Kong. Il gorilla, pur di custodire la giovane tra le sue mani, si lascia ferire dalle fauci dei V-Rex, i quali, nel tentativo di sbranare la donna, finiscono per azzannarlo. Le mani di King Kong, che prima erano una sorta di inespugnabile “gabbia” per la giovane, diventano un confortante riparo dal pericolo incombente. La bestia incarna di colpo i connotati del valoroso, sicché brutale, eroismo, battendosi a ritmi frenetici. Dopo aver abbattuto cruentemente i suoi efferati nemici, Kong rivendica la propria supremazia sull’isola, ruggendo ferocemente. E’ interessante notare come gran parte delle riprese del combattimento siano totalmente ispirate, nel posizionamento della camera, ai combattimenti della pellicola degli anni ’30.

Kong riprende con sé Ann, portandola fino al suo rifugio, situato sul picco di una montagna che dona alla creatura la vista sull’intera isola. Sulla sinistra, a pochi metri da dove Kong si poggia, una piccola cascata scorre verso la vallata. Ann nota l’animale intento ad osservare il calar del sole, e afferma che tutto questo “è bellissimo” sfiorandosi più volte il cuore. Un fato crudele ha voluto che Kong diventasse un anacoreta, costretto a rifugiarsi in un eremo lontano, a rimirare il sorgere e il calare del sole come sola fonte di sollievo. Il mostro, spossato dalle battaglie sostenute, apre la propria mano in direzione di Ann che si distende su essa e si addormenta. Kong la regge stretta a sé, accarezzandola, come se provasse addirittura a cullarla. Nei mossi capelli colorati d’oro della fanciulla, Kong rivede il sole radioso della sua isola, il suo amorevole conforto.

A notte inoltrata, Jack raggiunge Ann e fa per tenderle la mano nel momento in cui lei sta per svegliarsi. La camera si sposta centralmente, mostrando i due corpi protratti nell’atto di toccarsi mentre King Kong dorme. I due adesso stanno per sfiorarsi quand’ecco che Kong si sveglia e scosta Ann poco prima di aggredire l’uomo. Uno stormo di grandi pipistrelli, proveniente dalla caverna, si alza in volo, e attacca il gorilla che nella colluttazione perde di vista Ann e Jack, i quali riescono a fuggire, gettandosi nel fiume. Un Kong furioso si lancia immediatamente al loro inseguimento, arrivando in prossimità del villaggio. Devastato il grande portale posto al centro della recinzione, Kong irrompe sulle sponde dell’isola e vede Ann allontanarsi in barca.  Disperato, King Kong tenta di gettarsi in acqua per raggiungerla. Carl però lo colpisce, lanciandogli contro una bottiglia piena di cloroformio che addormenta la bestia. Poco prima di addormentarsi, i suoi occhi sostano per qualche istante sulla figura di Ann in lacrime. Esso le tende la mano, in un ultimo, commovente tentativo di poterla ancora toccare. Ormai privo di sensi, disteso sugli scogli battuti dalle onde del mare, quello che verrà considerato come “l’ottava meraviglia del mondo” viene fatto prigioniero e caricato a bordo di un mercantile diretto in America.

Kong viene allontanato dalla sua terra natia per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. La bestia viene presentata al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Jack, disgustato dal trattamento riservato ad una creatura così unica, si rifiuta di cedere il proprio nome alla compagnia e Ann, anch’ella turbata dai recenti avvenimenti, abbandona la vecchia troupe, per diventare un’anonima ballerina di danza classica. La figura della donna agognata dal mostro viene sostituita da una controfigura somigliante ad Ann. Kong riconosce immediatamente che la donna che ha di fronte non è la sua compagna e, innervosito dai flash dei fotografi, spezza le catene e si libera. Ormai privo di alcun freno, la bestia comincia ad abbattere tutto ciò che le si para davanti, devastando la platea. Fuoriuscito dal teatro, King Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. L’animale afferra ogni donna dai capelli biondi che gli si presenti davanti nella speranza di ritrovare la sua Ann. Kong è implacabile ma d’improvviso i suoi sensi si quietano: ha infatti intravisto Ann, che avanza lentamente verso di lui, indossando un lungo vestito bianco. La donna, commossa e spaventata, sa di essere l’unica in grado di domare la bestia. King Kong le si avvicina, e i due così distanti, tentano di approcciarsi nuovamente, sfiorandosi appena.

  • L’ultima notte

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann, che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. King Kong ritrova finalmente la donna che aveva perduto poco prima di lasciare quell’isola che da sempre fu la sua sola dimora. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione crudele, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia, che, indugiando per qualche istante e calando vertiginosamente la mano, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve depositatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Trascinati dal terreno scivoloso, King Kong resta catturato dalla bellezza della sua dama in un lento passaggio che certifica la poetica romantica dell’animo dell’animale. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong.

  • …e la bestia fu come morta

L’animale intuisce il pericolo e allontana Ann. La donna supplica la bestia di tenerla con sé perché sa che fino a quando resterà vicino a lei non potranno colpirlo. Quel mostro, da cui in principio scappava impaurita, è divenuto adesso, agli occhi di Ann, una vittima. La vittima di un amore tanto profondo quanto impossibile. King Kong spinge via la donna e affronta coraggiosamente gli oggetti volanti che si dirigono verso di lui e dai quali partono sventagliate di colpi di mitragliatrici. King Kong riprende a combattere per l’ultima volta, terminando la propria esistenza così come era da sempre stato costretto a fare: lottando per sopravvivere. Ma questa volta non si batterà per se stesso: Kong crede fermamente, in cuor suo, di poter morire per proteggere l’amata che cercava da tutta una vita. I colpi dei biplani si fanno ravvicinati e incessanti; essi sono inclementi, nonostante le urla di Ann, la quale tenta di far cessare il fuoco di quell’artiglieria aerea. La bestia riesce ad abbattere tre aerei, ma soccombe per le ferite riportate subito dopo aver salvato Ann, un’ultima volta.  King Kong si accascia, morente, sul bordo dell’edificio, annientato da un mondo repressivo e discriminante. Lontano dalla sua casa, esso ha però dinanzi a sé l’unica cosa che desidera mirare davvero: Ann. L’amata allunga il braccio, sfiorando il muso dell’animale che esala l’ultimo respiro. Osservato un’ultima volta il suo eterno amore, King Kong cade giù precipitando nel vuoto.

  • Il lavoro di Peter Jackson

Jackson riesce sapientemente a coniugare l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. Al di là dell’esperienza esotica, il regista dedica gran parte delle scene ad una toccante analisi dell’animo del gigantesco animale, tentando di mostrarne i turbamenti e le sofferenze iniziali, combinandoli con l’ardore e la gioia finale nel poter stare vicino ad Ann, una Naomi Watts ammaliante nei primi piani a lei dedicati, talmente incantevole da riempire completamente lo schermo. Jackson riesce a divertire e allo stesso tempo a commuovere profondamente, coniugando magistralmente i fondamenti del linguaggio cinematografico primario portato avanti dalla storia di King Kong. Lo spettatore più sensibile si immedesima così nell’esistenzialismo della creatura e nell’eroico atto finale della bestia.

Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo della vicenda. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei, infine, sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

  • L’amore tra la bella e la bestia

Esiste un adagio arabo antico che recita testualmente: «Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…e la Bella fermò la Bestia, che da quel giorno in poi, fu come mortaKong salì sulla sommità dell’Empire State Building per vivere un ultimo passo d’amore platonico e contemplativo con la sua innamorata a ridosso delle prime luci dell’alba. Mirando il biondo dei capelli di Ann, il sole radioso del suo avvenire crepuscolare, esso attese la morte, accogliendola. King Kong scelse di perire quando si innamorò della donna. Consumato da quell’amore impossibile, la bestia poté fregiarsi della sola opportunità di ricordare eternamente la bella, in un’immagine astratta conservata nell’ultimo dei suoi sguardi, quello che si smarrì sul triste volto della donna amata.

Non è affatto vero che solo gli uomini sono in grado d’amare; nonostante non potesse averla, King Kong ha amato più di come avrebbe potuto fare qualunque altro essere umano. La bestia muore lasciando la bella viva e al sicuro sul tetto del grattacielo, in quell’altura che non faceva altro che rammentarle il rifugio che aveva sull’isola, laggiù, dove avrebbe voluto custodire la sua Ann per tutti gli anni a venire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"King Kong ed Ann" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immaginate d’entrare in un museo del cinema in cui viene ricostruita, attraverso sequenze visive proiettate sulle pareti, una storia, ma non una storia qualunque, una in grado di conservare in sé il gusto per l’antico e garantire un connubio tra la sfera raziocinante e la dimensione sentimentale di un’opera d’arte. “King Kong” è un’estesa narrazione visiva e dialogica che abbina l’emotività alla riflessione intellettuale. E’ una storia incastonata nell’ineluttabilità dell’immaginario universale, tanto da essere stata ripresa e reinterpretata più volte, conservando comunque l’unicità di un’opera irripetibile, come una raffigurazione scolpita su pietra. Una specie d’intonaco fresco su cui fissare un’idea per poi modellarla con tecniche classiciste e futuriste al tempo stesso. Un affresco in cui appaiono ritratte le atmosfere soffocanti della grande depressione americana. E’ in questo immenso affresco che si staglia centralmente la gigantesca creatura vivente, dove confluiscono i tre vettori specifici della rappresentazione: l’avvilente realtà urbana, la natura violenta di un’isola sperduta e l’imponenza di un grattacielo su cui volano biplani somiglianti ad avvoltoi affamati; i tre passi fondamentali del linguaggio di “King Kong”. L’amore per questo “affresco” che vide la luce nel 1933 è stato fonte d’inesauribile ispirazione per il regista Peter Jackson, che nel 2005 curò un nuovo “restauro” di tale opera, ricreando egli stesso un affresco del tutto nuovo, più spettacolare e ancor più melodrammatico.

Nel “King Kong” di Jackson, viene raccolto l’astrattismo del tempo originario, dilatato e plasmato diversamente. La storia tocca così le tre ore, e approfondisce le tematiche visive e narrative, ergendole a veri e propri topos filosofici. Per il regista neozelandese, reduce dal capolavoro senza tempo della trilogia de “Il Signore degli anelli”, “King Kong” è un’odissea dell’amore e della morte, di cui il colossale gorilla è il triste nocchiero. Jackson gli dona la vita, conformandolo con lo spessore di un essere maledetto, solo e abbandonato, rabbioso e violento, malinconico e romantico.

L’impeccabile ricostruzione scenografica della metropoli Newyorkese, in cui la protagonista Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) vive, svolgendo la sua attività lavorativa presso il Vaudeville, fa da premessa alle atmosfere del film che anela a un’eminente trasposizione di un periodo storico oscuro e frustrante. Eppure, le scene ambientate nella modernità del tempo sono le più spensierate perché fatte carico di una speranza illusoria. Questo perché il “King Kong” di Jackson offre un itinerario ambivalente nel proprio pellegrinaggio esoterico, una sorta di scalinata ripida e tortuosa da dover percorrere con audacia e vigoria. Dopo essersi lasciata alle spalle l’opprimente società americana, l’opera assurge ai canoni del viaggio esplorativo: le sequenze in mare aperto, a bordo della nave mercantile, sono cariche di mistero e senso d’avventura. Una volta approdati sull’isola del Teschio, il film trasfigura ancora una volta il proprio essere, trasformandosi in un horror violento, a volte angosciante, con gli indigeni rappresentati come efferati e sanguinari assassini. In seguito, lo stile muta nuovamente in un monster movie in cui la spettacolarizzazione delle immagini visive sfama gli occhi di chi osserva il tutto con l’insaziabile appetito della fantasia. Le lunghe carrellate di animali antidiluviani, ricostruiti meravigliosamente, così come la ricreata flora di un tempo lontano, resa nella sua vivezza originaria di colori e forme, danno un effetto unico. Il “King Kong” di Jackson diviene un Kolossal farcito di stupore e ricco di effetti speciali stupefacenti, disseminati in un mondo esotico, colorato e fluorescente. Il procedere della storia conduce Kong, questo antieroe dalla caratterizzazione tragica, a ritrovarsi però nel mondo dell’uomo, nella “grande mela” statunitense in cui riabbracciamo, sul finale, il clima d’inizio film. Ma la parabola ascendente del nostro viaggio ora è diversa, perché “King Kong” diviene infine un dramma cupo e desolante, nostalgico e spiazzante, fino a trovare la sublimazione nel tragico epilogo.

  • Dall’essere “artista” all’allegoria del “sole”

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann, la splendida donna offerta in sacrificio al mostro, è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con l’emissione di inquietanti suoni gutturali. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano fisso negli occhi per cercare di capire le reali intenzioni dell’uno nei confronti dell’altro.

Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che per placare l’agitazione dell’enorme gorilla lo intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito, nonché divertito dai movimenti della donna.

La bianca epidermide di Ann che emana una luce splendente, simile al dolce sorgere del sole, raggiunge le stanche palpebre dell’animale, ridestandole da un sommesso torpore cui il tempo le aveva fatte precipitare. Gli occhi ormai dischiusi di King Kong non possono che ammirare una figura di donna dalle esili e armoniose fattezze. I biondi capelli che contornano il viso della fanciulla, sotto il volere del vento, arrivano a sfiorarle le rossastre gote, infondendo nel cuore di King Kong una sensazione d’indelebile presenza fisica. Eppure, l’amore che la bestia comincia a nutrire per la bella non si sofferma sulla mera esteriorità nell’opera del 2005. Ann diletta il gigante e ne cattura la sua attenzione per poi placarne l’ira. Danza per lui, esegue numeri di destrezza e agilità, si improvvisa abile giocoliera con tre pietre raccolte da terra per poi incantare la bestia con l’ausilio di un piccolo bastone con cui finge di reggersi mentre saltella, destabilizzando così inevitabilmente Kong. Ann attinge dal suo personalissimo “repertorio”. Lei, un’attrice di teatro caduta in disgrazia, una regina del palcoscenico privata però del suo stesso pubblico, in altre parole, un’artista venuta fuori dal sipario strappato della povertà. Ed Ann improvvisa, ricrea il proprio palcoscenico sui suoli rocciosi dell’isola del Teschio, dinanzi all’unico spettatore che riesce a mirarla, il gigante della terra, ovvero King Kong. Ed egli osserva Ann con indiscrezione, innamorandosi del suo fare più che del suo apparire, del suo “essere” piuttosto che del suo “sembrare”. King Kong si innamora dell’Ann artista ancor prima che dell’Ann sensuale e leggiadra creatura femminile.

L’intero film di Jackson traspira di un amore evocativo riservato al concetto stesso di “arte”, e tenta di effettuare un’analisi su come esso venga fatto proprio dai protagonisti. Carl (Jack Black) è un cineasta, e regge maniacalmente la sua pesante macchina da presa, difendendola ad ogni costo. Dal suo agire emerge la parte più oscura, la prostituzione dell’arte, in cui non si ha alcun rispetto per i morti e per i viventi, e dove tutto può essere usato come fonte di guadagno. Jack (Adrien Brody), invece, è un drammaturgo che vive per la stesura di un nuovo testo teatrale e che, a malincuore, accetta di seguire Carl in questo rischioso progetto cinematografico. Da Jack deriva quanto di più altruista e raffinato possa riservare l’arte scrittoria, un qualcosa di comprovato dall’eroismo di cui lo stesso Jack si fa carico nel corso del film. Ma la profondità più assoluta del concetto di arte è riservata al personaggio protagonista: Ann, la donna che sedurrà con la grazia del suo fare spettacolo e con l’erotismo del suo essere artista, King Kong. Lo stesso lungometraggio è impregnato di un amore artistico ed incondizionato verso un modo di fare cinema di stampo d’epoca, in cui il fattore empatico tra i personaggi silenziosi (Kong ed Ann) coinvolge lo spettatore con didascalici sguardi ed eloquenti silenzi.


A seguito di una cruenta battaglia si rompe l’astio tra questi due esseri. Kong salva Ann dall’azione predatoria di tre vestasauri, ed ella si concede volutamente al riparo nelle mani del mostro per scampare ai pericoli di quel luogo tanto bello quanto inospitale. La visione del rapporto tra i due riflette improvvisamente molteplici prospettive, come fosse uno specchio frantumatosi in migliaia di pezzi, capaci di catturare un’immagine diversa da un’angolatura del tutto nuova. Kong la conduce nella sua dimora, situata sul picco di una montagna. Kong depone Ann a terra, sedendosi a contemplare il tramonto. Quel sole sembra ritmare la vita di questo re, sorgendo per svegliarlo e tramontando per farlo addormentare. L’importanza di poter rivedere nuovamente il sole certifica per Kong l’essere sopravvissuto a un nuovo giorno, e perciò esso si sofferma quotidianamente ad ammirarlo. Non vi è alcun futuro per la bestia ma soltanto un costante presente. In quel momento, però, il sole vivo e luminoso per Kong s’incarna nel corpo e nello spirito della sua dolce Ann, che proprio in quegli attimi riprende a danzare per lui, cercando di riconquistare la sua fiducia dopo essersi sottratta al suo sguardo. Kong, con la fierezza e l’orgoglio regale di un sovrano ferito, la ignora, ma solo apparentemente, ponendo il suo sguardo sul sole che muore all’orizzonte. Ann, restando oltremodo colpita dalla bellezza di ciò che sta osservando, si sfiora più volte il cuore, mentre seguita a ripetere: “E’ bellissimo!”. King Kong la ascolta laconico, e poco dopo schiude il pugno per far distendere la fanciulla sulla sua mano. Jackson muta il terrore provato dalla giovane Ann in un’accettazione empatica verso la creatura.

Il regista forgia il suo King Kong come un guerriero dannato, dalla vita triste e avvilente. L’aspetto dell’essere suggerisce che l’animale abbia sofferto oltre che di solitudine anche di un persistente dolore fisico. Il suo pelo lascia intravedere decine e decine di cicatrici assieme a evidenti segni di artigli e denti, mentre dalle sue fauci protende una mascella distorta, come se fosse stata piegata durante una drammatica colluttazione. Sebbene quel luogo gli avesse procurato non poca sofferenza, Kong continuava ad amare l’isola in tutto e per tutto, la sola terra in cui poteva vivere in libertà. La bestia, tuttavia, verrà catturata dagli uomini per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. Una critica all’ardire Hollywoodiano, che tutto spettacolarizza e riesce a vendere al modico prezzo di un biglietto d’ingresso. King Kong viene presentato al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Una volta liberatosi e fuoriuscito dal teatro, Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. La bestia si muove disperata per ritrovare la bella, afferrando qualunque donna dai biondi capelli gli si ponga davanti. L’amore provato da King Kong è tanto profondo dall’essere, nelle sue intenzioni, totalmente monogamo. Esso conserva l’immagine del volto di Ann e non intende portare con sé alcun’altra donna che non sia lei. Tutto d’un tratto il gigante si ferma. Viene a contatto dall’effluvio di un profumo che riconosce. Si volta e riesce a vedere Ann avanzare solitaria verso di lui. Ann indossa un lungo vestito bianco, il “sole” luminoso e cristallino che torna a risplendere negli occhi della bestia. Kong la scruta minuziosamente, riuscendo a riconoscere il suo volto. Quietatosi per il ritrovamento, Kong si avvia con Ann, defilandosi dalle vie più affollate.

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

  • La danza tra la bella e la bestia

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia che, indugiando per qualche istante su e calando vertiginosamente la mano per pochi attimi giù, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve accumulatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. L’amore di King Kong, come la sua stessa vita, viene cadenzato dal “ciclo del sole” ed Ann stessa, a mio giudizio, diviene completamente l’aurora della vita dell’animale. Se insieme avevano atteso il tramonto su quell’isola mai riportata su alcuna carta geografica, adesso, osservavano il sorgere di un nuovo giorno, l’ultimo. Non cadrà l’oscurità sull’esistenza della bestia, quanto lo stesso sole luminoso avvolgerà il suo destino, sfavillante come lo era Ann, che accompagnerà King Kong nel suo ultimo atto.

  • Ultimo atto

La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong. Le pallottole dei mitragliatori iniziano a bersagliare senza tregua la bestia. Kong urla al cielo la propria ferrea volontà di combattere, percuotendo le nocche sul proprio petto ed ergendosi maestosamente su due zampe. I colpi successivi costringono King Kong a contrarsi per pochi istanti. Con timorosa rassegnazione, egli nota il sangue grondare dalle ferite. Il re dell’isola riesce infine ad abbattere tre aerei ma alle sue spalle ne arrivano di nuovi, che lo trascinano fino allo stremo delle forze. Ann urla disperata di cessare il fuoco ma è ormai troppo tardi. Dopo aver salvato Ann un’ultima volta, Kong la regge tra le dita, ma la fatica del gigante è tanto evidente che non riesce a tenerla saldamente. Così, la distende sulla cima dell’Empire state building, mentre resta aggrappato al bordo della costruzione. King Kong guarda Ann con intensità, respirando affannosamente. Ella, distrutta dal dolore per la triste fine di quell’essere unico al mondo, protende la sua mano per accarezzare il muso dell’animale. Kong ricambia il gesto, allungando la sua mano per accarezzare la fanciulla, ma mentre sta per mettere in pratica la sua volontà un biplano scarica tutto il suo arsenale di colpi all’indirizzo dell’animale impedendogli così di riuscire nell’intento. D’improvviso quel respiro affannoso non si ode più, e la mano del gigante si muove inesorabilmente verso il basso. Il volto di Kong, fermatosi tristemente sulla base, scivola via, mentre il suo corpo cede la presa, precipitando nel vuoto. King Kong è morto.

  • Conclusioni

Con il trapasso della creatura, reso straziante come non mai, Jackson va oltre il remake in senso lato, convertendo il suo Blockbuster in un poema epico e il proprio “King Kong” in un'ode all’amore più terso. Giungiamo dunque al termine della nostra ascensione, e la cima della fittizia scalinata che raggiungiamo riserva l’emozione toccante della resa di un gigante. Perché, che se ne dica, “King Kong” resta il dramma di un essere vivente in cui si incontrano e si scontrano la brutalità bestiale con il sentimento dell’umanità più pura e sincera.  Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo delle vicende. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei infine sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

Jackson girò la scena finale con una avvertita sofferenza emozionale. Il personaggio che probabilmente aveva amato di più fin da bambino, spirava proprio davanti alla ripresa della sua camera. Il regista neozelandese aveva adempiuto al proprio volere: dare vita alla propria visione di “King Kong”. Questo film, potendo contare su un uso all’avanguardia degli effetti speciali (premiati con l’oscar), ricreò un meraviglioso paesaggio mai realmente vissuto dall’uomo civilizzato, con una flora “viva” e quanto mai pericolosa, e una fauna giurassica e cretacea opportunamente modificata per indicare la normale evoluzione degli animali nel corso dei secoli. King Kong venne realizzato attraverso un dovizioso studio etologico: molte delle espressioni e degli atteggiamenti, infatti, corrispondono alle vere e comprovate movenze dei gorilla.  Un uso eccessivo della ripresa a rallenty e una certa prolissità possono essere considerate le sole pecche del prodotto finale. Jackson riesce sapientemente a coniugare, per il resto, l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. I risultati, infine, premiarono l’imponente lavoro del regista, il film incassò infatti 550 milioni di dollari, triplicando il budget speso per la lavorazione, e portò a casa 3 premi Oscar (per i migliori effetti speciali, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro) oltre ad averne sfiorato un quarto per la migliore scenografia.

Al momento della morte, il sole è ormai sorto ed illumina con imparzialità una New York provata. Cala un sipario strappato su quell’affresco dall’inestimabile valore espressivo, e il telone del museo del cinema cui facevo cenno da principio, si chiude centralmente su colui che domina l’interezza della rappresentazione: King Kong, l’ottava meraviglia del mondo.

Voto 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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