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"King Kong contempla Ann sulla cima dell'Empire State Building" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Articolo d’approfondimento da leggere insieme alla recensione “King Kong – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…” che trovate qui.)

 

Cos'è una bestia e cos'è una bella?

Beh, di primo acchito sembrerebbe facile dare una risposta a questa domanda.

La bestia è, sovente, un mostro dall'aspetto ripugnante e dal fare cruento. La bella, al contrario, è una creatura delicata, indifesa, dotata di uno splendore raro che è in grado di stregare la bestia fino a farle perdere progressivamente quella forza brutale, quella resistenza, quell'indole indomita e selvaggia.

La bella è colei che cambia, nel profondo, la bestia.

Ma una bestia può amare?

Difficile a dirsi.

Un mostro, dopotutto, è un mostro, non può davvero provare ciò che solo l’essere umano ha in dono, vale a dire la facoltà di amare. Un mostro, in genere, è spinto da istinti primitivi, violenti, non può realmente innamorarsi nè può morire per il troppo amore.

Quante sciocchezze!

Un mostro può amare. Amare con tutto sé stesso.

Nel 1933 una bestia, in particolare, osservando una bella si innamorò perdutamente, tanto da sacrificare la sua vita per restarle accanto. Nel 1933, al cinema, uscì “King Kong”.

  • L’origine

Ma chi era questo King Kong?

Come venne concepito?

Come spiega il suo stesso appellativo Kong era un re. Il monarca di un mondo perduto. Kong era l'unico esemplare rimasto di una specie ormai estinta, vissuta sull’Isola del Teschio, un luogo avvolto da una fitta nebbia, dove le creature che dominavano la Terra milioni di anni addietro erano riuscite miracolosamente a sopravvivere all'estinzione, continuando a calcare il suolo di quel suggestivo paradiso preistorico.

Kong era l’esaltazione massima dell’evoluzione del Gigantopiteco, l'ultimo superstite di una specie sterminata a seguito di cataclismi naturali e di predazioni da parte di enormi carnivori, discendenti diretti dei più feroci dinosauri.

Scampato alla morìa dei suoi simili, Kong visse nell’amara solitudine e nella brutalità di un’esistenza devota alla continua lotta per la sopravvivenza.

Le grandi scimmie come gli scimpanzé o i gorilla sono animali estremamente sociali e vivono in piccoli nuclei familiari. La solitudine che Kong patisce appare ancora più drammatica se viene considerata la sua appartenenza ad una specie che fa della cooperazione sociale un tratto distintivo, imprescindibile del proprio essere.  In una vita così triste e solitaria il colossale primate non ha mai conosciuto alcuna forma di vicinanza, di affetto né una autentica forma di amore.

Poster ufficiale del film originale

 

A causa delle sue dimensioni mastodontiche e della sua potenza devastante, Kong è temuto e venerato dagli indigeni dell’Isola del Teschio che vivono vicino alle rive del mare, all’interno di gigantesche mura erette per proteggersi dai grandi predatori. Per placare l’immane sofferenza dell’animale, reputato alla stregua di un dio, gli autoctoni offrono in sacrificio, una volta l’anno, come promessa “sposa” una donna della loro tribù. Terrorizzate dal destino che le attende, le giovani, affidate alla bestia, tentano sempre di fuggire per poi trovare inevitabilmente la morte a causa delle tante insidie dell’Isola o per mano dello stesso Kong, che finisce per ucciderle, magari senza averne l’intenzione, ma solamente per l’enorme disparità di mole che intercorre tra lui e le donne della specie umana.

La bestia viene pertanto rappresentata inizialmente come un essere truce, sinistro, sanguinario, condannato da un destino infausto ad una vita di solitudine.

Kong ed Ann in una scena del classico del 1933

 

  • La scelta del film da trattare

Tre sono le massime opere dedicate alla bestia: quella del 1933 fu la prima apparizione del gigantesco primate al cinema. Tutt’oggi questa versione viene ritenuta all’unanimità come un capolavoro della storia del cinema. Il film degli anni ’30 fu infatti il caposcuola di un genere che accenderà le passioni cinematografiche degli autori futuri, ispirati proprio dai canoni estetici e dalla sapiente combinazione degli elementi narrativi presenti all’interno della pellicola. L’opera del ’33 metteva in scena innumerevoli fattori: un’avventura mescolata ad una vena drammatica e romantica, il fascino di un’ambientazione esoterica associata, sul finale, ad un paesaggio urbano, lo stupore dato dagli straordinari effetti speciali della proiezione miniaturizzata combinato con la tragicità di una storia in grado di offrire persino una chiave di lettura critica alla società capitalista del periodo. Si trattava di una lavorazione senza precedenti che immortalava su di un nastro di celluloide un essere monumentale, un "mostro" violento, distruttivo, selvaggio, che però serbava nel cuore la capacità di amare.

L'amore che Kong nutre per Ann Darrow, una donna dai capelli biondi e dalla pelle bianchissima, non contempla limiti. L'animale tenta disperatamente di avere Ann, la cerca e la ricerca fino a morire, vinto da un sentimento che non riusciva in alcun modo a domare.

Moltissime sono le sequenze di questo film entrate nella storia della settima arte: dalla prima apparizione di Kong, che riceve Ann in "dono", al combattimento che lo stesso primate imbastisce contro un tirannosauro, dall'incontro degli uomini con i dinosauri che vivono nella foresta fino alla scena in cui Kong scala l'Empire State Building raggiungendone la sommità e combattendo fino allo stremo delle forze contro gli aerei che vogliono abbatterlo.

Fra tutti questi momenti divenuti tanto iconici da essere entrati nell'immaginario collettivo vi è una sequenza molto particolare in cui Kong, sull'Isola, regge il corpo privo di sensi di Ann.

Il "gigante" osserva la fanciulla con invadente curiosità, la indaga con i suoi occhi rimasti incantati da quella visione femminile. La ragazza se ne sta adagiata inerme sul palmo dell'essere. Il viso le ciondola verso il vuoto, i capelli le cascano come trucioli chiari che piovono giù, e le gambe penzolano invitanti sull'aere. King Kong scruta quel corpo addormentato, potendo discernere altre parti rimaste esposte dall'abito rabberciato: le braccia scoperte, il petto prominente, i piedi scalzi. La creatura intuisce che il tessuto che avvolge Ann può essere rimosso, sciolto, scartato come se fosse un involucro che preserva un che di prezioso. Bramando la nudità della donna, l'animale protende le dita su di lei. Lentamente, il colosso sfiora con la mano la stoffa del vestito che la ragazza indossa. Kong, delicatamente, rimuove diverse parti dell'indumento portandosele poi al viso per annusare il profumo rimasto in esso. La valenza sessuale della scena è decisamente evidente: Kong tocca Ann con accortezza, spoglia la sua "sposa" passo dopo passo, sfiorandola appena, rimuovendo gli strati della sua veste un tocco dopo l'altro, come se Ann fosse un fiore a cui sottrarre un petalo alla volta per poter giungere sino all'intimità celata alla vista.

Tale sequenza, oltre a colpire tutt'oggi per gli impressionanti effetti visivi, possiede una carica erotica per nulla velata e molto coraggiosa per quei tempi.

Il segmento in cui la bestia denuda la bella ha una valenza simbolica poiché evoca i desideri repressi, basici, primordiali, animaleschi insiti tanto in tale creatura quanto nell'essere umano stesso.

 

Il "King Kong" del '33 fu un film estremamente ardito, incredibilmente sorprendente. Gli studiosi, a distanza di anni, seguitano a scandagliarlo, a scomporlo in minuscoli tasselli per analizzarne i più piccoli residui che potrebbero nascondere simboli, segni, interpretazioni che riguardano la società americana nei suoi aspetti più disparati. La creatura Kong è il diverso, incarna l'ignoto, l'inaspettato e viene trattato con paura e disprezzo, come se in esso confluissero i pregiudizi razziali dell'epoca.

In egual misura, la storia dell'enorme primate presta il fianco ad una chiave di lettura attraverso la quale è possibile percepire una critica al colonialismo statunitense: gli uomini che invadono un'isola saccheggiandola delle proprie ricchezze, ferendo la fauna e la flora che sorge su di essa, depredandola, togliendole perfino il proprio "sovrano", che viene sottomesso, ridotto in catene e deportato in un mondo nuovo, civilizzato ma ugualmente barbaro, nel quale troverà la propria fine.

L'opera, raccontando la vicissitudine dell'animale che viene rapito e trascinato in America per essere dato in pasto alla stampa, alla folla, elabora una disamina, un'aspra riflessione sulla tendenza degli Stati Uniti a ricercare ossessivamente la spettacolarizzazione in ogni cosa, che deve essere esibita, mostrata, esposta, ostentata per suscitare sgomento, stupore, panico, repulsione e tutto un campionario di sensazioni contrastanti che animano lo spirito della gente comune, soddisfacendo la massa, nutrendola di emozioni primitive, recondite, selvagge. A tal proposito, l'intera storia di "King Kong" ha inizio perché un regista anela a realizzare un film spettacolare, in località esotiche, con immagini mai registrate prima di allora, e per tale ragione la troupe cinematografica naviga fino alle sponde dell'Isola del Teschio e si imbatte in Kong. Tutto nasce da una venalità ossessiva, da un desiderio di spettacolarità.

Ma al di là di qualsivoglia reinterpretazione "King Kong" resta prima di ogni cosa una storia d'amore; un amore impossibile, tormentato, che arde e consuma... Un amore nella sua sostanza più pura.

La seconda versione che merita d’essere menzionata è quella del 1976, in cui Jessica Lange esordì sul grande schermo prestando le proprie splendide fattezze al ruolo della “bella” Dwan. In quest’ultimo adattamento è doveroso sottolineare l’eccezionale operato svolto da Carlo Rambaldi, che creò un gigantesco Kong meccanico alto 12 metri, oltre ad una maschera estremamente espressiva e delle mani gigantesche, trovate impressionanti che valsero al genio italiano l’Oscar per i migliori effetti speciali. Tuttavia, questa trasposizione spostò la storia all’età contemporanea, disfacendo l’aspetto sociale e politico di un’America gravata dalla grande depressione. Questa scelta attirò diverse critiche che ritennero il film prodotto da Dino De Laurentiis inferiore all'originale.

Invero, il “King Kong” del ’76 è un’opera piena di cuore, che emoziona e commuove dalla prima all’ultima scena. Per la prima volta Kong rivela dei lati più umani, palesa una gamma di emozioni che ispirano nello spettatore comprensione, empatia, e forse ancor più pietà. Kong si innamora con tutto sé stesso di Dwan, un amore che lo consumerà fino in fondo trainandolo verso la morte.

Al pari dell’opera filmica originale anche nel remake del 1976 vi è una commistione tra la mascolinità aurorale della bestia e la divina sensualità della bella. Il gigantesco scimmione materializza su di sé la recondita e primigenia concupiscenza che l’uomo nutre nell’immaginarsi forte, inarrestabile, potente, tanto da afferrare la donna che brama e tenerla nella sua stretta e inespugnabile presa, simboleggiata dalla mano della creatura che tiene sempre Ann o Dwan con sé. La bella personifica altresì la paura femminile del rapimento, della violenza fisica, della sottomissione a un essere più robusto e possente, che la controlla senza lasciarla andare, sostenendola con le sue braccia e giocando con lei come se fosse una bambola. Parimenti Ann e Dwan con sempre minore paura e ritrosia accettano di essere toccate dall’essere dando figurazione alla fantasia sessuale e primitiva della femmina che si unisce al maschio che suscita in lei timore e vigoria ma che le dona un senso di sicurezza e di protezione dai pericoli del mondo esterno, in tal caso la giungla irta di insidie.

Nel rifacimento vi è una fase in cui la creatura sospinge Dwan sotto il getto di una cascata per lavarla dalla fanghiglia e toglierle lo sporco che imbratta la sua pelle. Per asciugarle il corpo bagnato, il gigante usa il suo soffio che carezza la donna come un vento rinvigorente. Le espressioni che Dwan ha in tali frangenti sottintendono un godimento fisico: gli occhi chiusi, il collo inarcato, i gemiti che si odono sommessi non lasciano spazio ad altre interpretazioni. Dwan accoglie quella “brezza” che scaturisce dalle labbra serrate del "mostro" e da essa ne trae piacere. L’indole impetuosa di Kong, i suoi gesti incastonati tra il premuroso e lo sfrontato - sciacquare la fanciulla teneramente e poi scaldarla veementemente con il proprio alito – paiono sedurre, scardinare le difese, stuzzicare i sensi della ragazza che non fa nulla per nasconderlo. La stessa Dwan dimostra sin dall’inizio di essere attratta da maschi dall’aspetto virile e sfacciato: ella è infatti invaghita di Jack Prescott, che porta i capelli lunghi, scarmigliati, e la barba ispida e fitta. La peluria, sovente associata alla mascolinità spudorata, e l’atteggiamento insolente e indomito sono caratteristiche estetiche e caratteriali che turbano Dwan – eccitandola - e che ella individua in King Kong, apprezzandole nel profondo.

King Kong promana la virilità di un animale antropomorfizzato, Dwan e Ann sprigionano una provocante femminilità composta da fragilità, da innocenza e da caparbietà; una femminilità fatta di carne e di forme che si intravedono come piccoli accenni languidi e incentivanti fra le pieghe e gli strappi dei loro abiti graffiati. Nell’attrazione impossibile tra il gigante e la fanciulla si riversano e si aggrovigliano la componente della maschiezza e l’elemento femminino; ed in questo tumultuoso rapporto è la femmina ad imporsi infine, poiché essa soggioga il maschio che si smarrisce in lei e per lei sceglie di perire.

Tra le molteplici scene suggestive del lungometraggio una su tutte evidenzia la profondità del sentimento che la bestia prova per la bella. Quando l’animale è prigioniero degli esseri umani e giace intrappolato nell’immensa “stiva” di una nave che lo sta conducendo verso il mondo conosciuto, questi ha modo di rivedere Dwan. La donna si sporge per parlargli, dispiaciuta dal fato a cui l’essere è andato incontro. Kong tenta di afferrarla e Dwan cade giù finendo fra le sue mani. Kong la guarda. Dwan è inerme. Il primate potrebbe ferirla, potrebbe vendicarsi, assecondando quell’istinto animalesco, ancestrale che dovrebbe guidare le pulsioni di una tale creatura. Eppure Kong non fa nulla. Egli non prova rabbia né odio per il “tradimento” di Dwan.

Dal viso di Kong emerge una venatura di tristezza, una riga di rassegnazione, un segno di sfinimento. Egli non può fare del male alla donna che ama, proprio perché il vero amore non può mai generare violenza, quindi dopo averla contemplata la lascia libera di andare.

Il gorilla che si muove su due zampe resta impietrito, si accascia senza motivazioni, come se fosse afflitto dalla consapevolezza di non poter avere Dwan per sé.  Solamente quando giungerà in città e verrà esposto al pubblico per generare stupore, meraviglia se non anche derisione, Kong ritroverà la sua forza alimentata da un'ira implacabile, specialmente negli attimi in cui rivedrà Dwan e crederà che sia in pericolo. L’immenso primate allora spezzerà le catene che lo tenevano fermo, cercherà la sua “sposa” e con lei si avvierà sulla cima delle Torri Gemelle, le quali gli ricordano le enormi colonne di pietra della sua dimora sull’Isola.

Nel "King Kong" del '76 vi è una scena che richiama la celebre (e inizialmente censurata) sequenza del capolavoro originale in cui la bestia cerca di svestire la bella per vederla nuda.

 

Quando gli aerei militari planeranno dal cielo, Dwan, differentemente dalla Ann del ’33, dimostrerà di essersi sinceramente affezionata all’animale, di comprendere, perlomeno, la grandezza del sentimento che egli nutre. Dwan non tenterà di fuggire, vorrà restare accanto a Kong per fare in modo che i velivoli non aprano il fuoco. Kong, per proteggerla, la sposterà con la mano. Rimasto solo, senza alcuna difesa, il re dell'Isola del Teschio verrà massacrato dai proiettili. Il cuore di Kong smetterà progressivamente di battere, e i suoi occhi si chiuderanno per sempre.

Il gesto che questo Kong compie nei riguardi di Dwan, quell’atto di allontanarla pacatamente con la sua possente mano, rievoca quel gesto che il primo Kong effettuava al culmine del film del ’33, dove la creatura, sulla cima dell’Empire State Building, oramai dilaniata dalle pallottole, accarezza per l’ultima volta il corpo di una Ann terrorizzata, prima di precipitare giù. Ciò che emerge maggiormente nella pellicola del ’76 è che Dwan, la bella, non prova quella stessa paura che attanaglia Ann nel film precedente, tutt’altro. Dwan vuol salvaguardare Kong, disperandosi e piangendo dinanzi all'ineluttabilità del fato della bestia.

Un qualcosa che verrà ancor di più ampliato nella pellicola di Jackson del 2005, nella quale Ann non solo arriverà a capire del tutto la purezza del sentimento di Kong ma per certi versi anche a ricambiare quello stesso sentimento.

L’ultima versione della storia di King Kong degna di un vasto apprezzamento fu, per l'appunto, quella del 2005 diretta da Peter Jackson che restituì all'ambientazione il fascino perduto dell’epoca d’inizio Novecento.

Opto per una scelta personale di dedicare gran parte di questo articolo al film del 2005, poiché lo considero sorprendentemente più poetico dell’originale, il quale, dal canto suo, seguita naturalmente a conservare una certa carica d’assoluta innovazione e una bellezza senza tempo. Personalmente, da grande appassionato della storia di King Kong, nutro per questi tre film quasi lo stesso tipo di affetto, che mi permette di apprezzarli ognuno a suo modo.

Trovo però che l’adattamento di Jackson traspiri di una lirica idilliaca e persino fiabesca, con evidenti richiami agli aspetti più astratti e agli ideali più profondi della favola de “La bella e la bestia”, il che lo rende ai miei occhi il più bello fra tutti. Il film non antepone mai la spettacolarizzazione della scena a discapito del romanticismo terso e innocente, segno di come il prodotto di Jackson sia stato confezionato con la dedizione e la passione di un cineasta che ha adorato il lungometraggio del 1933 non potendo che omaggiarlo, offrendone una rilettura permeata da un sentimento soave e cristallino. Da qui, pertanto, proseguirò commentando la storia attraverso le immagini della pellicola firmata dal cineasta neozelandese.

Naomi Watts è Ann Darrow nella pellicola del 2005

 

  • Il commento alla storia

Durante la grande depressione americana, una bellissima attrice chiamata Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) viene assunta da Carl Denham (un egoistico Jack Black), un regista di poco talento in crisi produttive, che la convince ad essere la protagonista del suo nuovo lungometraggio esotico. Ann accetta quando le viene detto che il copione è scritto da Jack Driscoll (Adrien Brody nel suo periodo di maggiore splendore), un drammaturgo che lei ammira. La troupe di Denham parte verso l'Oceano Pacifico alla volta dell’Isola del Teschio, una leggendaria terra non segnata sulle carte di navigazione. Durante il viaggio, tra lo scrittore e la bella attrice sboccia un forte legame. Giunta sull’isola, la troupe si imbatte immediatamente negli inquietanti abitanti del luogo, primitivi e violenti assassini. I selvaggi sembrano subito interessarsi ad Ann: l’afferrano mentre tentano di uccidere gli uomini dell’equipaggio. Quello che Ann non può immaginare è che in quei precisi istanti lei è stata scelta dalla colonia per essere promessa in matrimonio al mostro. Scampati al massacro, Jack e gli altri fanno ritorno alla nave per partire il prima possibile da quel luogo terribilmente inospitale. La donna, però, viene rapita dagli indigeni e portata all’interno del loro villaggio, adornata con ornamenti simbolici, tra cui una collana, e legata fuori dalle alte mura della recinzione. Jack giunge in ritardo per sottrarla alle intenzioni della tribù, ma rimane come impietrito quando dalla folta vegetazione emerge King Kong (Andy Serkis, che ricrea magistralmente le movenze dell’animale), che afferra Ann e la porta via, scomparendo tra i grandi alberi della giungla. Jack inizia la sua corsa contro il tempo per raggiungere Ann e salvarla da quella che crede essere una morte sicura.

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza ovviamente teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca sempre di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra nuovamente e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con i suoi feroci ruggiti. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano a vicenda, tentando di carpire un accenno delle rispettive volontà. Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che, per placare l’agitazione della bestia, la intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito dai movimenti della donna. Senza che Ann se ne renda conto, lo sguardo dell’animale comincia a perdersi sul volto lindo, delicato, ma sempre impaurito della ragazza fatta prigioniera.

Ann, sfuggita nuovamente al mostro che si era temporaneamente allontanato, viene assalita da tre vastasauri, evoluzioni dirette del terrificante tirannosauro. Ann sembrerebbe prossima alla morte, ma King Kong giunge in tempo e si frappone tra i carnivori e la donna. In una battaglia tra colossi, il gigantesco gorilla si batte con i dinosauri impedendo costantemente loro di avvicinarsi alla ragazza per divorarla. Ann viene così salvata ripetute volte e sempre a pochi attimi dalla fine, proprio dai tempestivi interventi di Kong. Il gorilla, pur di custodire la giovane tra le sue mani, si lascia ferire dalle fauci dei V-Rex, i quali, nel tentativo di sbranare la donna, finiscono per azzannarlo.

Le mani di King Kong, che prima erano una sorta di inespugnabile “gabbia” per la giovane, diventano un confortante riparo dal pericolo incombente. La bestia incarna di colpo i connotati del valoroso, sicché brutale, eroismo, battendosi a ritmi frenetici.

Ne "La bella e la bestia" della Walt Disney accade qualcosa di molto simile. Belle fugge dal castello e percorre in sella al proprio cavallo un sentiero innevato. Degli ululati risuonano nella boscaglia. Le mani di Belle stringono le redini e con un movimento secco e lesto esortano Philippe a galoppare con una maggiore rapidità, ma il cavallo dal manto chiaro risente di quei versi che si fanno sempre più assillanti, perdendo il controllo e cedendo alla paura. Un branco di lupi circonda la fanciulla. Uno di essi balza su di lei ma prima che il predatore possa raggiungerla interviene la Bestia, che nel frattempo aveva seguito Belle nella tormenta. La creatura apre le fauci, mostra i denti aguzzi, facendo prorompere dal suo ruggito l'ira che teneva soffocata nel petto. 
I lupi assalgono la Bestia, che col suo corpo imponente fa da scudo alla bella, proteggendola. Il principe maledetto si batte come un prode cavaliere, riuscendo a scacciare il branco. Stanco e grondante di sangue si accascia sul suolo niveo, perdendo i sensi. Belle lo riconduce a palazzo e si prende cura delle sue ferite.
È questo l'evento che porta Belle e la Bestia ad accostarsi reciprocamente per la prima volta, l'esatto momento in cui svanisce l'acrimonia che intercorreva fra i due, in cui ha termine la diffidenza, la ritrosia che avvelenava il loro rapporto, impedendo ad esso di sbocciare e di formarsi pienamente. Belle riconosce il coraggio ma soprattutto l'altruismo, la generosità di una creatura che ha rischiato la propria vita per difendere quella di una ragazza indifesa. 
Sia Belle che Ann erano scappate dal luogo in cui ambedue erano finite "prigioniere" e poi, addentrandosi in una zona colma di pericoli, erano cadute preda di animali carnivori. Le due belle vengono tratte in salvo dalle loro bestie.
A seguito di questo atto eroico, le donne cominciano a scorgere l'umanità dietro l'aspetto mostruoso, la nobiltà di un animo puro sepolto dietro il volto di una bestia. 

Dopo aver abbattuto cruentemente i suoi efferati nemici, Kong rivendica la propria supremazia sull’isola, ruggendo ferocemente. E’ interessante notare come gran parte delle riprese del combattimento siano totalmente ispirate, nel posizionamento della camera, ai combattimenti della pellicola degli anni ’30.

Kong riprende con sé Ann, portandola fino al suo rifugio, situato sul picco di una montagna che offre alla creatura la vista sull’intera isola. Sulla sinistra, a pochi metri da dove Kong si poggia, una piccola cascata scorre verso la vallata. Ann nota l’animale intento ad osservare il calar del sole, e afferma che tutto questo “è bellissimo” sfiorandosi più volte il cuore.

Un fato crudele ha voluto che Kong diventasse un anacoreta, costretto a rifugiarsi in un eremo lontano, a rimirare il sorgere e il calare del sole come sola fonte di sollievo. Il mostro, spossato dalle battaglie sostenute, apre la propria mano in direzione di Ann che si distende su essa e si addormenta. Kong la regge stretta a sé, accarezzandola, come se provasse addirittura a cullarla. Nei mossi capelli color d’oro della fanciulla, Kong rivede il sole radioso della sua isola, il suo amorevole conforto.

A notte inoltrata, Jack raggiunge Ann e fa per tenderle la mano nel momento in cui lei sta per svegliarsi. La camera si sposta centralmente, mostrando i due corpi protratti nell’atto di toccarsi mentre King Kong dorme. I due adesso stanno per sfiorarsi quand’ecco che Kong si sveglia e scosta Ann poco prima di aggredire l’uomo. Uno stormo di grandi pipistrelli, proveniente dalla caverna, si alza in volo e attacca il gorilla che nella colluttazione perde di vista Ann e Jack, i quali riescono a fuggire, gettandosi nel fiume. Un Kong furioso si lancia immediatamente al loro inseguimento, arrivando in prossimità del villaggio. Devastato il grande portale posto al centro della recinzione, Kong irrompe sulle sponde dell’Isola e vede Ann allontanarsi in barca.  Disperato, King Kong tenta di gettarsi in acqua per raggiungerla. Ann, dal canto suo, vuole tornare da lui, consapevole che non le farà del male e che è solo lei che il gigante vuole. Carl però colpisce Kong, lanciandogli contro una bottiglia piena di cloroformio. Poco prima di addormentarsi, gli occhi di Kong sostano per qualche istante sulla figura di Ann in lacrime. Esso le tende la mano, in un ultimo, commovente tentativo di poterla ancora toccare. Ormai privo di sensi, disteso sugli scogli battuti dalle onde del mare, quello che verrà considerato come “l’ottava meraviglia del mondo” viene fatto prigioniero e caricato a bordo di un mercantile diretto in America.

Kong viene allontanato dalla sua terra natia per divenire un fenomeno da  ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. La bestia viene presentata al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Jack, disgustato dal trattamento riservato ad una creatura così unica, si rifiuta di cedere il proprio nome alla compagnia, e Ann, anch’ella turbata dai recenti avvenimenti, abbandona la vecchia troupe per diventare un’anonima ballerina di danza classica. La figura della donna agognata dal mostro viene sostituita da una controfigura somigliante ad Ann. Kong riconosce immediatamente che la donna che ha di fronte non è la sua compagna e, innervosito dai flash dei fotografi, spezza le catene e si libera. Ormai privo di alcun freno, la bestia comincia ad abbattere tutto ciò che le si pone davanti, devastando la platea. Fuoriuscito dal teatro, King Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. L’animale afferra ogni donna dai capelli biondi che gli si presenti davanti nella speranza di ritrovare la sua Ann. Kong è implacabile ma d’improvviso i suoi sensi si quietano: ha infatti intravisto Ann che avanza lentamente verso di lui indossando un lungo vestito bianco. La donna, commossa e spaventata, sa di essere l’unica in grado di domare la bestia. King Kong le si avvicina, e i due così distanti, tentano di approcciarsi nuovamente, sfiorandosi appena.

  • L’ultima notte

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann, che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. King Kong ritrova finalmente la donna che aveva perduto poco prima di lasciare quell’Isola che da sempre fu la sua sola dimora. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente (e quindi fisicamente) l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato affiora la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia, che indugiando per qualche istante e calando vertiginosamente la mano dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’Isola del Teschio; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione sono attorniati da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e luci intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve depositatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi caduti. Mentre vengono trascinati dal terreno levigato, King Kong resta ancora una volta catturato dalla bellezza della sua dama in un lento passaggio che certifica la poetica romantica dell’animo dell’animale.

Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong.

  • …e la bestia fu come morta

L’animale intuisce il pericolo e allontana Ann. La donna supplica Kong di tenerla con sé perché sa che fino a quando resterà vicino a lui non potranno colpirlo, un po' come faceva Dwan nell'adattamento del 1976.

Quel mostro, da cui in principio Ann scappava impaurita, è divenuto adesso, agli occhi della fanciulla, una vittima. La vittima di un amore tanto profondo quanto impossibile. King Kong spinge via la donna e affronta coraggiosamente gli oggetti volanti che si dirigono verso di lui e dai quali partono sventagliate di colpi di mitragliatrici. King Kong riprende a combattere per l’ultima volta, terminando la propria esistenza così come era da sempre stato costretto a fare: lottando. Ma questa volta non si batterà per sé stesso: Kong crede fermamente, in cuor suo, di poter morire per restare più che può vicino all’amata che cercava da tutta una vita. I colpi dei biplani si fanno ravvicinati e incessanti; essi sono inclementi, nonostante le urla di Ann, la quale tenta di far cessare il fuoco di quell’artiglieria aerea. La bestia riesce ad abbattere tre aerei, ma soccombe per le ferite riportate subito dopo aver salvato Ann, un’ultima volta.  King Kong si accascia, morente, sul bordo dell’edificio, annientato da un mondo repressivo e discriminante. Lontano dalla sua casa, esso ha però dinanzi a sé l’unica cosa che desidera mirare davvero: Ann. L’amata allunga il braccio, sfiorando il muso dell’animale che esala l’ultimo respiro.

Osservato un’ultima volta il suo eterno amore, King Kong cade giù precipitando nel vuoto.

  • Il lavoro di Peter Jackson

Jackson riesce sapientemente a coniugare l’impronta avventurosa della storia di King Kong con l’idea dell'amore più intima e appassionante. Al di là dell’esperienza esotica, delle scene d'azione, il regista dedica gran parte della sua attenzione ad una toccante analisi dell’animo del gigantesco animale, tentando di mostrarne i turbamenti e le sofferenze iniziali, combinandoli con l’ardore e la gioia finale che esso prova nel poter stare vicino ad Ann, una Naomi Watts ammaliante nei primi piani a lei dedicati, talmente incantevole da riempire completamente lo schermo. Jackson riesce a divertire e allo stesso tempo a commuovere profondamente, coniugando magistralmente i fondamenti del linguaggio cinematografico portato avanti dal racconto visivo di King Kong. Lo spettatore più sensibile si immedesima così nell’esistenzialismo della creatura e nell’eroico atto finale della bestia.

Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo della vicenda. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei, infine, sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

  • L’amore tra la bella e la bestia

Esiste un adagio arabo antico che recita testualmente: «Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…e la Bella fermò la Bestia, che da quel giorno in poi, fu come mortaKong salì sulla sommità dell’Empire State Building per vivere un ultimo passo d’amore platonico e contemplativo con la sua innamorata a ridosso delle prime luci dell’alba. Mirando il biondo dei capelli di Ann, il sole radioso del suo avvenire crepuscolare, esso attese la morte, accogliendola. King Kong scelse di perire quando si innamorò della donna. Consumato da quell’amore impossibile, la bestia poté fregiarsi della sola opportunità di ricordare eternamente la bella, in un’immagine astratta conservata nell’ultimo dei suoi sguardi, quello che si smarrì sul triste volto della donna amata.

Non è affatto vero che solo gli uomini sono in grado d’amare; nonostante non potesse averla, King Kong ha amato più di come avrebbe potuto fare qualunque altro essere umano.

La bestia muore lasciando la bella viva e al sicuro sul tetto del grattacielo, in "quell’altura" che non faceva altro che rammentarle il rifugio che aveva sull’isola, laggiù, dove avrebbe voluto custodire la sua Ann per tutti gli anni a venire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

"King Kong ed Ann" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immaginate di varcare la soglia di un museo del cinema in cui viene riproposta, attraverso sequenze visive proiettate sulle pareti, una storia divenuta immortale. 

King Kong” è un’estesa narrazione visiva incastonata nell’immaginario universale, tanto da essere stata ripresa e reinterpretata più volte, conservando comunque l’unicità di un’opera irripetibile, come una raffigurazione scolpita su pietra. La tragica e suggestiva vicenda del maestoso Kong è una sorta di affresco in cui appaiono ritratte le atmosfere soffocanti della grande depressione americana. E’ in questo immenso affresco che si staglia centralmente la gigantesca creatura vivente. Ai piedi di Kong vi è l’avvilente realtà urbana, poi la natura violenta di un’isola sperduta e infine l’imponenza di un grattacielo su cui volano biplani somiglianti ad avvoltoi affamati; i tre passi fondamentali del linguaggio di “King Kong”. L’amore per questo “affresco” che vide la luce nel 1933 è stato fonte d’inesauribile ispirazione per il regista Peter Jackson, che nel 2005 curò un nuovo “restauro” di tale scorcio, questo quadro eternato nella prestigiosa pinacoteca della settima arte, ricreando egli stesso un "dipinto" del tutto nuovo, più spettacolare e ancor più melodrammatico.

Nel “King Kong” di Jackson la storia tocca le tre ore e approfondisce le tematiche visive e narrative ergendole a veri e propri topos filosofici. Per il regista neozelandese, reduce dal capolavoro senza tempo della trilogia de “Il Signore degli anelli”, “King Kong” è un’odissea dell’amore e della morte, di cui il colossale gorilla è il triste nocchiero. Jackson gli dona la vita, conformandolo con lo spessore di un essere maledetto, solo e abbandonato, rabbioso e violento, malinconico e romantico.

L’impeccabile ricostruzione scenografica della metropoli Newyorkese, in cui la protagonista Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) vive, svolgendo la sua attività lavorativa presso il Vaudeville, fa da premessa alle atmosfere del film che anela ad essere un’eminente trasposizione di un periodo storico oscuro e frustrante. Eppure, le scene ambientate nella modernità del tempo sono le più spensierate perché fatte carico di una speranza illusoria. Questo perché il “King Kong” di Jackson offre un itinerario inaspettato, sorprendente, nel proprio pellegrinaggio esoterico, una sorta di scalinata ripida e tortuosa da dover percorrere con audacia e vigoria. Dopo essersi lasciata alle spalle l’opprimente società americana, l’opera assurge ai canoni del viaggio esplorativo: le sequenze in mare aperto, a bordo della nave mercantile, sono cariche di mistero e senso d’avventura. Una volta approdati sull’Isola del Teschio, il film trasfigura ancora una volta il proprio essere, trasformandosi in un horror violento, a volte angosciante, con gli indigeni rappresentati come efferati e sanguinari assassini. In seguito, lo stile muta nuovamente in un monster movie in cui la spettacolarizzazione delle immagini visive sfama gli occhi di chi osserva il tutto con l’insaziabile appetito della fantasia. Le lunghe carrellate di animali antidiluviani, ricostruiti meravigliosamente, così come la ricreata flora di un tempo lontano, resa nella sua vivezza originaria di colori e forme, danno un effetto unico. Il “King Kong” di Jackson diviene un Kolossal farcito di stupore e ricco di effetti speciali stupefacenti, disseminati in un mondo esotico, colorato e fluorescente. Il procedere della storia conduce Kong, questo antieroe dalla caratterizzazione tragica, a ritrovarsi però nel mondo dell’uomo, nella “grande mela” statunitense in cui riabbracciamo, sul finale, il clima d’inizio film. Ma la parabola ascendente del nostro viaggio ora è diversa, perché “King Kong” diviene infine un dramma cupo e desolante, nostalgico e spiazzante, fino a trovare la sublimazione nel tragico epilogo.

  • Dall’essere “artista” all’allegoria del “sole”

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann, la splendida donna offerta in sacrificio al mostro, è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con l’emissione di inquietanti suoni gutturali. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano fisso negli occhi per cercare di capire le reali intenzioni dell’uno nei confronti dell’altro.

Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che per placare l’agitazione dell’enorme gorilla lo intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito, nonché divertito dai movimenti della donna.

La bianca epidermide di Ann che emana una luce splendente, simile al dolce sorgere del sole, raggiunge le stanche palpebre dell’animale, ridestandole da un sommesso torpore cui il tempo le aveva fatte precipitare. Gli occhi ormai dischiusi di King Kong non possono che ammirare una figura di donna dalle esili e armoniose fattezze. I biondi capelli che contornano il viso della fanciulla, sotto il volere del vento, arrivano a sfiorarle le rossastre gote, infondendo nel cuore di King Kong una sensazione d’indelebile presenza fisica. Eppure, l’amore che la bestia comincia a nutrire per la bella non si sofferma sulla mera esteriorità nell’opera del 2005. Ann diletta il gigante e ne cattura la sua attenzione per poi placarne l’ira. Danza per lui, esegue numeri di destrezza e agilità, si improvvisa abile giocoliera con tre pietre raccolte da terra per poi incantare la bestia con l’ausilio di un piccolo bastone con cui finge di reggersi mentre saltella, destabilizzando così inevitabilmente Kong. Ann attinge dal suo personalissimo “repertorio”. Lei, un’attrice di teatro caduta in disgrazia, una regina del palcoscenico privata però del suo stesso pubblico, in altre parole, un’artista venuta fuori dal sipario strappato della povertà. Ed Ann improvvisa, ricrea il proprio palcoscenico sui suoli rocciosi dell’Isola del Teschio, dinanzi all’unico spettatore che riesce a mirarla, il gigante della terra, ovvero King Kong. Ed egli osserva Ann con indiscrezione, innamorandosi del suo fare più che del suo apparire, del suo “essere” piuttosto che del suo “sembrare”. King Kong si innamora dell’Ann artista ancor prima che dell’Ann sensuale e leggiadra creatura femminile.

L’intero film di Jackson traspira di un amore evocativo riservato al concetto stesso di “arte”, e tenta di effettuare un’analisi su come esso venga fatto proprio dai protagonisti. Carl (Jack Black) è un cineasta, e regge maniacalmente la sua pesante macchina da presa, difendendola ad ogni costo. Dal suo agire emerge la parte più oscura, la prostituzione dell’arte, in cui non si ha alcun rispetto per i morti e per i viventi, e dove tutto può essere usato come fonte di guadagno. Jack (Adrien Brody), invece, è un drammaturgo che vive per la stesura di un nuovo testo teatrale e che, a malincuore, accetta di seguire Carl in questo rischioso progetto cinematografico. Da Jack deriva quanto di più altruista e raffinato possa riservare l’arte scrittoria, un qualcosa di comprovato dall’eroismo di cui lo stesso Jack si fa carico nel corso del film. Ma la profondità più assoluta del concetto di arte è riservata al personaggio protagonista: Ann, la donna che sedurrà con la grazia del suo fare spettacolo e con l’erotismo del suo essere artista, King Kong. Lo stesso lungometraggio è impregnato di un amore artistico ed incondizionato verso un modo di fare cinema di stampo d’epoca, in cui il fattore empatico tra i personaggi silenziosi (Kong ed Ann) coinvolge lo spettatore con didascalici sguardi ed eloquenti silenzi.

A seguito di una cruenta battaglia si rompe l’astio tra questi due esseri. Kong salva Ann dall’azione predatoria di tre vestasauri, ed ella si concede volutamente al riparo nelle mani del mostro per scampare ai pericoli di quel luogo tanto bello quanto inospitale. La visione del rapporto tra i due riflette improvvisamente molteplici prospettive, come fosse uno specchio frantumatosi in migliaia di pezzi, capaci di catturare un’immagine diversa da un’angolatura del tutto nuova. Kong la conduce nella sua dimora, situata sul picco di una montagna. Kong depone Ann a terra, sedendosi a contemplare il tramonto. Quel sole sembra ritmare la vita di questo re, sorgendo per svegliarlo e tramontando per farlo addormentare. L’importanza di poter rivedere nuovamente il sole certifica per Kong l’essere sopravvissuto a un nuovo giorno, e perciò esso si sofferma quotidianamente ad ammirarlo. Non vi è alcun futuro per la bestia ma soltanto un costante presente. In quel momento, però, il sole vivo e luminoso per Kong s’incarna nel corpo e nello spirito della sua dolce Ann, che proprio in quegli attimi riprende a danzare per lui, cercando di riconquistare la sua fiducia dopo essersi sottratta al suo sguardo. Kong, con la fierezza e l’orgoglio regale di un sovrano ferito, la ignora, ma solo apparentemente, ponendo il suo sguardo sul sole che muore all’orizzonte. Ann, restando oltremodo colpita dalla bellezza di ciò che sta osservando, si sfiora più volte il cuore, mentre seguita a ripetere: “E’ bellissimo!”. King Kong la ascolta laconico, e poco dopo schiude il pugno per far distendere la fanciulla sulla sua mano. Jackson muta il terrore provato dalla giovane Ann in un’accettazione empatica verso la creatura.

Il regista forgia il suo King Kong come un guerriero dannato, dalla vita triste e avvilente. L’aspetto dell’essere suggerisce che l’animale abbia sofferto oltre che di solitudine anche di un persistente dolore fisico. Il suo pelo lascia intravedere decine e decine di cicatrici assieme a evidenti segni di artigli e denti, mentre dalle sue fauci protende una mascella distorta, come se fosse stata piegata durante una drammatica colluttazione. Sebbene quel luogo gli avesse procurato non poca sofferenza, Kong continuava ad amare l’isola in tutto e per tutto, la sola terra in cui poteva vivere in libertà. La bestia, tuttavia, verrà catturata dagli uomini per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. Una critica all’ardire Hollywoodiano, che tutto spettacolarizza e riesce a vendere al modico prezzo di un biglietto d’ingresso. King Kong viene presentato al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Una volta liberatosi e fuoriuscito dal teatro, Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. La bestia si muove disperata per ritrovare la bella, afferrando qualunque donna dai biondi capelli le si ponga davanti. L’amore provato da King Kong è tanto profondo dall’essere, nelle sue intenzioni, totalmente monogamo. Esso conserva l’immagine del volto di Ann e non intende portare con sé alcun’altra donna che non sia lei. Tutto d’un tratto il gigante si ferma. Viene a contatto con l’effluvio di un profumo che riconosce. Si volta e riesce a vedere Ann avanzare solitaria verso di lui. Ann indossa un lungo vestito bianco, il “sole” luminoso e cristallino che torna a risplendere negli occhi della bestia. Kong la scruta minuziosamente, riuscendo a riconoscere il suo volto. Quietatosi per il ritrovamento, Kong si avvia con Ann, defilandosi dalle vie più affollate.

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. La stessa Ann protende la mano per accarezzare dolcemente il muso di Kong, rivelando ciò che era già implicito: anche lei lo ama.

Il gigante si quieta e con Ann si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

  • La danza tra la bella e la bestia

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente (e quindi fisicamente) l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia che indugiando per qualche istante su e calando vertiginosamente la mano per pochi attimi giù dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono attorniati da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve accumulatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve.

Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna.

Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “E' bellissimo!”. L’amore di King Kong, come la sua stessa vita, viene cadenzato dal “ciclo del sole” ed Ann stessa, a mio giudizio, diviene completamente l’aurora della vita dell’animale. Se insieme avevano atteso il tramonto su quell’isola mai riportata su alcuna carta geografica, adesso, osservavano il sorgere di un nuovo giorno, l’ultimo. Non cadrà l’oscurità sull’esistenza della bestia, quanto lo stesso sole luminoso avvolgerà il suo destino, sfavillante come lo era Ann, che accompagnerà King Kong nel suo ultimo atto.

  • Ultimo atto

La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong. Le pallottole dei mitragliatori iniziano a bersagliare senza tregua la bestia. Kong urla al cielo la propria ferrea volontà di combattere, percuotendo le nocche sul proprio petto ed ergendosi maestosamente su due zampe. I colpi successivi costringono King Kong a contrarsi per pochi istanti. Con timorosa rassegnazione, egli nota il sangue grondare dalle ferite. Il re dell’isola riesce infine ad abbattere tre aerei ma alle sue spalle ne arrivano di nuovi, che lo trascinano fino allo stremo delle forze. Ann urla disperata di cessare il fuoco ma è ormai troppo tardi. Dopo aver salvato Ann un’ultima volta, Kong la regge tra le dita, ma la fatica del gigante è tanto evidente che non riesce a tenerla saldamente. Così, la distende sulla cima dell’Empire State Building, mentre resta aggrappato al bordo della costruzione. King Kong guarda Ann con intensità, respirando affannosamente. Ella, distrutta dal dolore per la triste fine di quell’essere unico al mondo, protende la sua mano per accarezzare il muso dell’animale. Kong ricambia il gesto, allungando la sua mano per accarezzare la fanciulla, ma mentre sta per mettere in pratica la sua volontà un biplano scarica tutto il suo arsenale di colpi all’indirizzo dell’animale impedendogli così di riuscire nell’intento. D’improvviso quel respiro affannoso non si ode più, e la mano del gigante si muove inesorabilmente verso il basso. Il volto di Kong, fermatosi tristemente sulla base, scivola via, mentre il suo corpo cede la presa, precipitando nel vuoto. King Kong è morto.

  • Conclusioni

Con il trapasso della creatura, reso straziante come non mai, Jackson va oltre il remake in senso lato, convertendo il suo blockbuster in un poema epico e il proprio “King Kong” in un'ode all’amore più terso. Giungiamo dunque al termine della nostra ascensione, e la cima della fittizia scalinata che raggiungiamo riserva l’emozione toccante della resa di un gigante. Perché, che se ne dica, “King Kong” resta il dramma di un essere vivente in cui si incontrano e si scontrano la brutalità bestiale con il sentimento dell’umanità più pura e sincera.  Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo delle vicende. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei infine sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

Jackson girò la scena finale con una avvertita sofferenza emozionale. Il personaggio che probabilmente aveva amato di più fin da bambino spirava proprio davanti alla ripresa della sua cinepresa. Il regista neozelandese aveva adempiuto al proprio volere: dare vita alla propria visione di “King Kong”. Questo film, potendo contare su un uso all’avanguardia degli effetti speciali (premiati con l’Oscar), ricreò un meraviglioso paesaggio mai realmente vissuto dall’uomo civilizzato, con una flora “viva” e quanto mai pericolosa, e una fauna giurassica e cretacea opportunamente modificata per indicare la normale evoluzione degli animali nel corso dei secoli. King Kong venne realizzato attraverso un dovizioso studio etologico: molte delle espressioni e degli atteggiamenti, infatti, corrispondono alle vere e comprovate movenze dei gorilla.  Un uso eccessivo della ripresa a rallenty e una certa prolissità possono essere considerate le sole pecche del prodotto finale. Jackson riesce sapientemente a coniugare, per il resto, l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. I risultati, infine, premiarono l’imponente lavoro del regista, il film incassò infatti 550 milioni di dollari, triplicando il budget speso per la lavorazione, e portò a casa 3 premi Oscar (per i migliori effetti speciali, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro) oltre ad averne sfiorato un quarto per la migliore scenografia.

Al momento della morte del re dell'Isola del Teschio, il sole è ormai sorto ed illumina con imparzialità una New York provata. Cala un sipario strappato su quell’affresco dall’inestimabile valore espressivo, e il telone del museo del cinema cui facevo cenno da principio si chiude centralmente su colui che domina l’interezza della rappresentazione: King Kong, l’ottava meraviglia del mondo.

Voto 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters