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"La Cosa" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Era solamente un cane, col suo musetto dolce. Aveva un manto brizzolato, folto, che lo proteggeva dal freddo. Quel mattino in Antartide, quel cane scorrazzava sulla radura innevata, senza confini, e la sua andatura copriva diversi metri.

Pareva vagare senza una meta, ma era alla ricerca di qualcosa.

Un elicottero volava a bassa quota. Le pale roteavano vorticosamente e il velivolo scendeva più giù che poteva. L’intento del pilota era evidente: tallonare quel cane. Un colpo di fucile partì dall’elicottero. Il cane lo schivò. Era agile, veloce, e compiva tutta una serie di balzi senza avvertire alcuna fatica.

La pallottola del fucile trafisse la coltre di neve. Seguì un altro colpo e poi un altro e un altro ancora. L’animale eludeva con destrezza quel folle e disperato assalto alla sua vita.

Dopo una fuga estenuante, il siberian husky raggiunse la base scientifica U.S. Outpost #31. Coloro che erano di stanza in quel luogo lo accolsero stupiti e allarmati dal frastuono che echeggiava in quella landa candida e deserta. L’elicottero atterrò alla meglio, qualcuno ne venne fuori. Questi tentò nuovamente di colpire il cane, di eliminarlo, ma per errore ferì uno degli uomini della stazione. I ricercatori, convinti di avere a che fare con una persona furiosa che aveva perso il senno, reagirono, freddando il malcapitato.

Il cane era sopravvissuto. Ce l’aveva fatta.

Quell’essere aveva scelto un aspetto confacente e benvoluto: quello di un animale da compagnia, il migliore amico dell’uomo. Ne aveva imitato perfettamente le sembianze, il passo, perfino l’atteggiamento. Quando giunse nei pressi della base scientifica il cane – che non era realmente un cane - saltò in braccio ad uno dei membri del centro operativo, cominciando a leccargli le guance. Si era mostrato affettuoso, docile, spaventato. Era furbo… Tanto da emulare il tipico comportamento di un cane qualunque. Esso scodinzolava festoso, a volte tremante, ricercando l’aiuto dei suoi nuovi “padroni”.

Insinuatosi all’interno dell’edificio, il cane ebbe così modo di camminare liberamente per la struttura. Venne poi condotto in un recinto, insieme ad altri cani. Qui rivelò la propria vera natura. Nel silenzio, il corpo del quadrupede cambiò, guastandosi, mutando in una “bestia” orripilante che attaccò gli altri animali…

"Ci troviamo di fronte ad un organismo che imita le altre forme viventi. E le imita perfettamente... Questa Cosa ha attaccato i nostri cani ed ha tentato di digerirli, di assimilarli. E nel frattempo ha tentato di plasmarsi in modo da imitarli... Quella Cosa vuol diventare come noi. Se le sue cellule si diffondono potrebbero imitare qualunque essere sulla faccia della Terra.”

La creatura extraterrestre del lungometraggio di John Carpenter non è altro che paura. Paura nella sua essenza più pura, basica, primordiale. Essa rievoca l’atavico timore dell’ignoto, di quello che è sconosciuto, di ciò che non si può vedere né discernere. La Cosa è il buio, la Cosa è la notte senza il giorno, la Cosa è sfiducia, è il pessimismo cosmico, la totale assenza di speranza, l’incertezza, il dubbio martellante e atroce. La Cosa è morte, estinzione.

  • Il primo volto: la paura dello stupro

La Cosa si manifesta per la prima volta quando crede d’essere sola, lontana dallo sguardo dell’équipe. La creatura emerge dal proprio “guscio” ingannevole, tentando di uccidere gli altri cani, di fagocitarli e, al contempo, di fare proprie le loro sembianze. Viene colta in flagrante dagli studiosi, che assistono, inermi e sconcertati, alla metamorfosi di quello che credevano essere un semplice canide: la creatura appare improvvisamente dinanzi a loro come un agglomerato orrido, un ibrido informe e spaventoso, prima di dividersi da esso e fuggire per nascondersi, in attesa di attaccare un essere umano per sostituirlo.

La storia della pellicola si svolge in Antartide, nel gelo più avverso, in un ambiente circoscritto, isolato, avulso dal mondo esterno, dalla civiltà. Tutti i personaggi presenti sulla scena sono uomini, che vivono in un contesto dallo spazio esiguo, separati dalla realtà cittadina, dalla vita comune.

Non vi sono donne tra loro.

L’unica voce femminile udibile in quelle camere appartiene ad un computer, non a caso doppiato dalla procace Adrienne Barbeau. Il timbro vocale della Barbeau evoca l’immagine di una donna bellissima e desiderabile. Ma ella è solo una voce, una figura astratta, recondita, che non può essere osservata e soprattutto toccata. Il protagonista MacReady gioca una partita a scacchi con quell’aggeggio elettronico e perde, non prendendola affatto bene, sintomo di un nervosismo e di una stanchezza che nello spirito del protagonista risiedono ancor prima dell’incontro con la temibile Cosa.

La bellezza di un corpo femminile, la sua rotondità, le sue forme sono un ricordo, un sogno bramato dagli uomini che da molto, forse troppo tempo svolgono il proprio lavoro fra quei ghiacci, abbandonati a loro stessi in una sorta di microcosmo ostile, senza calore né conforto.

In un contesto simile le donne non esistono, non vengono intraviste, scrutate, ascoltate, sfiorate.

La Cosa che terrorizza gli uomini del campo può essere quindi reinterpretata come la paura di perdere virilità, se non di intaccare il proprio orientamento sessuale. Per rivelare sé stessa, per attaccare la propria vittima fino a assoggettarla, inglobarla e rimpiazzarla, la Cosa necessita di riservatezza, per non dire di intimità. Essa, celandosi dietro un volto di uomo, avvicina un compagno, nel momento in cui esso è solo e indifeso, e lo fa suo. La Cosa sembra agire come un predatore sessuale, che aggredisce la sua vittima, la sottomette dominandola, prima di prendersi tutto di lei, financo il suo corpo.

La violenza sessuale - che nel mondo reale viene subita nella maggior parte dei casi dalle donne - riduce il corpo ad un oggetto di piacere, spogliandolo di ogni altro valore, svilendolo, umiliandolo, martoriandolo. L’uomo che commette questo tipo di sopruso carnale prende con la forza quello che desidera, lo vìola, se ne appropria. Ne “La Cosa” questo tipo di aggressione che richiama in parte il modus operandi dello stupro viene patita dal sesso maschile; gli uomini vengono afferrati e risucchiati, le loro difese penetrate, vengono poi assorbiti dall’alieno che abusa di loro, fino a seviziarli, strappando loro la dignità e l’individualità.

  • Il secondo volto: la paura dell’infezione  

La Cosa agisce altresì come un virus. In un momento della pellicola, un componente della squadra suggerisce che ciascuno di essi dovrebbe prepararsi il cibo da solo onde evitare il contatto con la Cosa. Nessuno sa come agisce quell’essere, se esso sia in grado di contagiare gli uomini attraverso il tocco o il respiro. L’alieno si configura così come una specie di patogeno e la stazione diviene il centro di una epidemia incontrollata.

La paura dell’agente infettivo, del virus invisibile che giace celato alla vista, la paura del batterio che può depositarsi su oggetti, posate, attanaglia tutti i personaggi. Col passare delle ore, ognuno di essi sospetta che l’altro sia stato infettato. Per scoprire chi sia realmente stato contaminato dall’essere occorre fare un controllo del proprio sangue. Questa scelta narrativa sembra fare riferimento al virus dell’HIV, che può essere rivelato mediante un controllo del sangue. L’HIV è inoltre un tipo di virus che può essere preso con un rapporto sessuale non protetto, ecco che il tema della violenza fisica e del danno che essa causa al corpo di chi la patisce pare ripresentarsi.

Quando MacReady esamina il sangue di ciascun compagno, alcuni di essi una volta appurato di non essere stati infettati sospirano, visibilmente sollevati. Perché lo fanno?

Dovrebbero sapere di non essere divenuti delle “Cose” essendo coscienti, vigili, consapevoli del loro essere, dei loro pensieri, dell’autenticità del loro corpo. Perché, dunque, tirano un sospiro di sollievo non appena apprendono concretamente di essere sani, normali?

Gli uomini della spedizione non comprendono ancora come agisce quella creatura, temono forse che essa si possa intrufolare sotto l’epidermide, restare in incubazione prima di manifestarsi pienamente. La paura che la Cosa sia dentro di loro, che possa spuntare di colpo e controllarli, togliere loro il libero arbitrio, è predominante e terrificante.

La Cosa riesce a replicare l’esatto aspetto di un essere vivente, nonché la voce e apparentemente anche il carattere. La Cosa, quando fagocita le proprie prede, ne ottiene anche i ricordi? Gli affetti? I legami? Il talento?

L’uomo è fatto di emozioni, sensazioni, ricordi, esperienze, affetti, amori e soprattutto ha dalla sua la consapevolezza del proprio agire. La Cosa, rubando l’aspetto di un soggetto, toglie ad esso la propria identità, la propria personalità, la propria libertà, tutto. Come una malattia interna, altresì, la Cosa consuma il proprio “ospite”, deformando i tratti e la fisicità, trasformando gli uomini in rappresentazioni grottesche, ripugnanti, deturpando un corpo fatto a immagine e somiglianza di Dio per renderlo un miscuglio innaturale e repellente di facce e arti.

  • Il terzo volto: la paura del tradimento

L’alieno de “La Cosa” è un “mutaforma”, una creatura indecifrabile che, come già detto, assume i contorni degli esseri viventi che ha inghiottito. Una volta divorato il suo pasto, l’alieno si maschera camaleonticamente tra gli uomini della base, che cercano di stanarlo. Ne “La Cosa” vi è una progressiva perdita di fiducia nel prossimo che si concretizza attraverso l’impossibilità di lottare contro un nemico chiaro e distinto. In una visione più ampia, l’alieno potrebbe essere considerato una metafora della sfiducia verso i propri simili, gli esseri umani egoisti, arroganti, traditori, per nulla empatici, che voltano le spalle al proprio fratello. Ancor di più la creatura, data la sua natura infida e fraudolenta, potrebbe simboleggiare la disgregazione degli ideali tradizionali, il totale abbandono della fede, del rispetto, della credibilità verso le istituzioni, la società con le sue convenzioni, verso ogni forma di governo ritenuta falsa, corrotta, indifferente o pericolosa. Nel progredire del film i personaggi precipitano in uno Stato di Natura, non disciplinato da alcun apparato governativo, in cui regna il disordine, la furia, l’instabilità e tutti si reputano nemici tra loro pur avendo mantenuto fino a poche ore prima della comparsa dell’entità extraterrestre rapporti cordiali e amichevoli, perlomeno di facciata.

In un celebre episodio di "Ai confini della realtà" intitolato “Mostri in Maple Street”, un clima paranoico si fa strada tra le persone di una ridente zona residenziale. Maple Street è un quartiere tranquillo, molto bello a vedersi: tante villette lo arricchiscono, vi è un viale alberato, vi sono altalene sulla veranda, barbecue in giardino, le risate dei bambini risuonano dappertutto e la campanella di un venditore di gelati trilla la mattina e a metà del pomeriggio, giusto in tempo per guastare l’appetito ai più piccoli prima dell’ora di cena.

Al tramonto di un sabato come tanti, Maple Street si trova improvvisamente senza elettricità. Le macchine non partono più, i telefoni saltano, le falciatrici si fermano, l’oscurità discende dappertutto.

Rimasti soli, gli abitanti di quelle villette si riversano in strada confusi, privi di notizie dal resto della città. Un bambino si lascia andare ad una fantasia bizzarra: e se fosse tutto opera di alcuni extraterrestri? Se questi visitatori avessero volutamente emarginato Maple Street per farne il loro primo punto d’atterraggio? E se fosse il principio di una invasione?

Quella che dovrebbe essere una fantasticheria sciocca si tramuta presto in un sospetto fondato e ansiogeno. Il presentimento che un extraterrestre si nasconda in Maple Street mette gli uni contro gli altri. 

Gli alieni, che osservano lo svolgersi della situazione dall'alto, nella loro astronave, adoperano alcuni espedienti per testare la fiducia che gli esseri umani nutrono nei confronti dei loro pari: iniziano così ad accendere e spegnere le luci di certe abitazioni, attivano alcuni elettrodomestici per poi farli tacere.

Tra i residenti di Maple Street cresce l’angoscia, l’ira.

Gli abitanti iniziano ad attaccarsi, dicono apertamente ciò che non avevano mai osato dire, dimostrando di provare antipatia o addirittura odio nei riguardi dei propri vicini. Uno di essi, su tutti, rivela d'essere un guardone indiscreto, prendendosela col protagonista, reo di trascorrere le notti sul portico, ad osservare le stelle come se attendesse che qualcuno o qualcosa venisse giù dall'arazzo celeste. 

L'amicizia apparente che legava questa piccola comunità viene disfatta in pochissimo tempo, al primo segno di pericolo, al primo equivoco, e i più danno il via ad una lite sull’asfalto, colpendosi e ferendosi brutalmente. A quel punto, gli alieni prendono il decollo e si allontanano. Essi sanno che per colonizzare la Terra non occorrerà imbastire una vera guerra: basterà inculcare un brutto sentore, una sgradevole congettura, una terribile ipotesi, un pregiudizio e l'essere umano farà il resto, eliminerà colui che più gli somiglia. Perché, in fondo, è l’essere umano il vero mostro.  

Una scena di "Mostri in Maple Street"

Ne "La Cosa" i personaggi sono alle prese con un’entità aliena che mina apertamente i loro rapporti. I personaggi del film però danno l'impressione di non essere mai stati amici l'uno dell’altro ma solamente colleghi, a stento conoscenti. Nel momento in cui la Cosa appare, disgregando la già flebile unità del gruppo, i vari protagonisti delle vicende si dividono, schierandosi ben volentieri l'uno contro l'altro. La Cosa sembra ricordare che molte persone, nonostante trascorrano molto tempo a stretto contatto, finiscono per non provare nessun sentimento, nessun attaccamento reciproco.

Ne “La Cosa da un altro mondo”, il primo film che traspose il romanzo fantascientifico di John W. Campbell pur discostandosene liberamente, la presenza dell’alieno, un avversario cristallino, con un fisico imponente e minaccioso, obbliga gli esseri umani, gli uomini e le donne, a riscoprire la propria fratellanza per sconfiggere un nemico comune. Il lungometraggio si faceva portatore di un messaggio ottimistico, trionfante.

Al contrario ne “La Cosa” di Carpenter, adattamento più attinente alla versione cartacea di Campbell, vi è una visione del mondo e dell’esistenza nichilista, spietata. I valori di vicinanza, di unità, nonché i principi etici e morali del genere umano vengono erosi, sfaldati. L'uomo regredisce ad uno stadio animalesco, in cui conta sopravvivere, ed è scettico e guardingo verso chiunque. Eppure, perfino in un quadro così deprimente, in cui ognuno pensa a sé, MacReady pone attenzione al destino della razza umana. Egli sa che se la Cosa riuscisse a scappare e a raggiungere il centro urbano potrebbe propagarsi come una pandemia, fino a generare una estinzione. Pur di fermarla, il protagonista è disposto ad accettare un esito infausto per sé stesso e per tutto il corpo di ricerca. Una flebile luce di altruismo che scintilla, fiocamente, in un mondo di ombre e di nebbia.

MacReady e Childs si guardano sospettosamente nel finale. Potete leggere ancora su "La Cosa" cliccando qui.

Sul finire delle vicende, MacReady, che ha eliminato le ultime manifestazioni della Cosa dando loro fuoco, giace stremato all’esterno della struttura dove viene raggiunto da Childs: i due sono gli unici scampati al massacro. MacReady non si fida di Childs perché aveva perso le sue tracce nella bufera e d’un tratto lo ha visto ritornare. E se anche lui fosse diventato una Cosa?

MacReady non può saperlo e, oramai stanco, si arrende all’evidenza: non vi è modo di scoprirlo. I due siedono l’uno difronte all'altro, esposti al gelido soffio del vento. MacReady attende, sapendo che il domani non ci sarà. Pertanto offre da bere a Childs, rassegnato a permanere nell’ignoranza.

Entrambi non sanno nulla l'uno dell'altro. Un destino che attanaglia gli esseri umani, tutti, da sempre.

Gli uomini e le donne che interagiscono tra loro, giorno dopo giorno, nelle città, in ambienti neutrali, in luoghi comuni, provano ad avvicinarsi, a conoscersi, ad aprirsi, ma più spesso di quel che si vuole ammettere la gente non riesce mai a ravvisare, ad apprendere realmente nulla del prossimo.

Le persone, talvolta, possono essere involti, facce anonime, simulacri che si perdono nella pioggia o che si confondono nella tormenta; la stessa che sta per abbattersi su MacReady al termine della sua lotta.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Fox Mulder e Dana Scully" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un freddo intollerabile, un ambiente angusto, una minaccia sconosciuta ed un crescente clima di terrore: quattro elementi che vanno a comporre quattro storie appositamente selezionate per questo articolo. Proprio così, quattro storie, quattro racconti in grado di scuotere le emozioni del lettore o, nella fattispecie, dello spettatore. Di che tipo di storie sto parlando, vi starete senz’altro chiedendo.

Beh… di vicende a carattere fantascientifico trasmesse sul grande e piccolo schermo. No, di certo in questi aneddoti che andrò ad illustrare tra poco non si parlerà di omini verdi, non si farà più di un comune accenno a strane astronavi né tanto meno saranno avventure destinate a consumarsi nello spazio siderale.

Queste storie hanno avuto luogo sulla Terra, sì, proprio sul nostro pianeta, e gli alieni che ne fanno parte hanno assunto, di volta in volta, i contorni della paura, la paura più recondita e spietata: quella che proviene dal buio, dalla nebbia, da ciò che non può essere visto concretamente, osservato, individuato in maniera tangibile.

Cos’è che fa davvero paura? Ve lo siete mai chiesto?

Cos’è che incute maggiormente timore nel cuore di un essere umano? Le risposte sono tante e sempre differenti. Ognuno di noi ha paura di qualcosa di specifico, e non è assolutamente detto che ciò che intimorisce me possa, al contempo, intimorire qualcun altro. Per quanto concerne l’argomento di questo mio testo, la risposta alla prima domanda - ovvero cos’è che fa davvero paura? - può essere una soltanto: il mistero, l’incapacità di comprendere, di sapere con certezza cosa è vero e cosa non lo è, chi è realmente colui o colei che abbiamo difronte.

Cominciamo con il primo di questi quattro racconti, ambientato, come i successivi, in un giorno di fine inverno.

  • The Twilight Zone: chi è il marziano?

La neve scendeva giù copiosa. Un manto bianco rivestiva completamente le strade di una minuscola comunità di periferia. Era una gelida notte di febbraio. Imbacuccati dentro spesse giacche di pelle, due poliziotti perlustravano, incerti, i boschi. La fioca luce delle loro torce illuminava debolmente la via.

Il vento alitava sui viandanti con il suo frigido soffio. I rami degli alberi, scossi dalla gelida brezza, si scontravano gli uni con gli altri, generando un’eco stridente. I due agenti si guardavano intorno, alquanto allarmati, cercando qualcosa. I loro sguardi apparivano vigili, eppure dai volti traspariva la sensazione che entrambi non sapessero bene cosa stessero cercando. D’un tratto fiutarono una pista. Puntarono con mano tremante le loro torce verso il suolo e le videro distintamente: erano alcune orme grosse e profonde, rimaste impresse nella candida coltre. Decisero prontamente di seguirle. Queste li condussero fino all’ingresso di un piccolo esercizio commerciale, una caffetteria. Quello che stavano cercando doveva trovarsi, per forza di cose, al suo interno.

La porta del locale venne aperta. Il nevischio varcò la soglia insieme ai due agenti, che si affrettarono a serrare l’ingresso, facendo sì che il respiro del vento sostasse alle loro spalle. Lì, nella sala d’ingresso, un esiguo numero di avventori stava rifocillandosi. C’era chi sorseggiava una tazza di caffè bollente e chi mandava giù un sorso di thè caldo. Gli agenti, visibilmente confusi e tentennanti, presero la parola.

Abbiamo ricevuto una telefonata” – Disse uno dei due. “Una donna ha visto un oggetto volante non identificato schiantarsi qui, a pochi metri, nella foresta.

Un fascio di luce irradiò l’oscurità, un tonfo scosse il silenzio del verde. Qualcosa era atterrato violentemente nella boscaglia, ben più di qualche istante prima degli eventi fin qui narrati. Or dunque qualcosa di enorme, fatto d’argento scintillante, era piombato giù dalla volta celeste. Le impronte che i poliziotti avevano trovato erano fresche, poiché la neve che veniva giù a fiocchi non era ancora riuscita a coprirle, e presumibilmente provenivano dai ruderi del “relitto volante” abbandonato. Chiunque fosse uscito dall’astronave si era nascosto in quel caffè, mimetizzandosi tra i terrestri ignari.

Cosa vogliono dirci questi piedipiatti?” – Borbottò un tipo tarchiato e scorbutico. “Che c’è un marziano tra noi?” – Scoppiò a ridere, in seguito.

Era assurdo anche solo pensarci. E se invece quell’affermazione corrispondesse alla realtà dei fatti?

Beh, ma chi poteva essere? Un marziano doveva avere un aspetto… da marziano, ecco. Eppure, tra loro, non vi era nessuno che possedesse la parvenza… di un alieno. E se il marziano rassomigliasse in tutto e per tutto ad un essere umano? Sì, ad un terrestre per così dire. O, in alternativa, se avesse la capacità di camuffare le proprie sembianze per sembrare uno di noi?

Cominciarono a chiederselo in molti, quella notte, trinceratisi in quel bar per il troppo freddo. C’era un estraneo lì con loro, un “migrante” giunto da un pianeta inesplorato. Nessuno sapeva chi fosse, né quali intenzioni avesse.

“Cosa celano i lineamenti di quel viso?” – Si chiese uno dei presenti.

Mi sembrano del tutto normali. Voglio dire, è una faccia comune, non ha nulla di strano. Due occhi, un naso, due orecchie ed una bocca. E’ tutto al suo posto. O forse no?” La mente di questo improvvisato indagatore frullava come mai aveva fatto prima. Decine e decine di domande affollavano il suo cervello, mentre scrutava uno per uno i soggetti che aveva dinanzi.

Allo stesso modo, facevano questi ultimi. Tutti si guardavano, si osservavano con attenzione cercando di scovare, nell’altro, qualcosa che non andasse.

“Perché quel tizio ha lo sguardo così schivo? Ha l’aria furtiva. Nasconde qualcosa!” – Rimuginò uno fra i tanti.

“E’ tutto così assurdo, non può essere vero che qui, fra noi, ci sia un… Extraterrestre”. Disse tra sé l’ennesimo osservatore.  

La paranoia ed un senso soffocante di nervosismo parve impossessarsi dei presenti. Tutti sospettavano di tutti. Nessuno era esente dalle insinuazioni del prossimo.

Il penultimo episodio della seconda stagione di “Ai confini della realtà”, celebre serie di fantascienza ideata dal grande maestro Rod Serling, si intitola “Chi è il vero marziano?” e comincia, più o meno, come descritto appena qualche rigo su. Come già accennato, la storia ha inizio con la segnalazione di una donna spaventata che dice di aver visto cadere un velivolo dalla forma inconsueta, probabilmente simile a quella di un disco volante. I due tutori della legge che compaiono sin dal primissimo frame fanno un sopralluogo ma non trovano nulla di particolarmente illuminante, se non delle impronte che conducono ad un locale dove si servono delle calde bevande.

Introducendo, come da consuetudine, l’episodio Rod Serling terrà subito a dire quanto segue: “Beh, sapete quant'è difficile trovare un ago in un pagliaio! State con noi e farete parte di una squadra investigativa la cui missione non è quella di trovare quel proverbiale ago! Il loro compito è ben più difficile! Devono trovare un marziano all'interno di un caffè. E tra poco condurrete l'indagine con loro, perché siete appena giunti ai confini della realtà”.

Quello che Rod Serling presenta è a tutti gli effetti un episodio investigativo. Un giallo, potremmo dire, unico nel suo genere. Il sospettato da ricercare non è un delinquente o un semplice furfante né un ladruncolo da strapazzo o un pericoloso omicida, è, bensì, un essere indefinito, che potrebbe essere uno qualunque dei personaggi mostrati sulla scena, le cui motivazioni non vengono svelate sino alla fine.

La situazione è tanto surreale quanto inquietante: immaginate di trovarvi lì, fra quei tavoli a sorseggiare una cioccolata fatta preparare appositamente per scaldare il vostro corpo infreddolito. E’ una sera come tante altre, tranquilla apparentemente, eppure tutto sembra cambiare non appena i due poliziotti irrompono con le loro divise scure e i loro distintivi dorati, mettendo tutti in allarme. Un’entità biologica sconosciuta è fuoriuscita da un mezzo proveniente dallo spazio sconfinato e si è mimetizzata come un camaleonte tra noi, assumendo i colori tipici della nostra carnagione e i connotati classici delle nostre fattezze umane.

Seguitate a fantasticare di trovarvi lì: sapete che uno dei vari “commensali” può essere un visitatore giunto dal remoto. Come agireste? Cosa provereste? Quasi certamente non sapreste che fare, come comportarvi. Potrebbe essere proprio lì, a pochi passi da voi, che attende il momento opportuno per rivelarsi, magari per mostrarsi ostile nei vostri riguardi. Perché è sceso sulla Terra? Cosa vorrà da voi?

Le domande si susseguirebbero senza un freno. E’ ciò che accade ai vari personaggi dell’episodio: dallo scetticismo iniziale si passa al sospetto, all’esitazione, fino a sconfinare nel terrore, nella diffidenza. Nessuno sa di chi fidarsi, nessuno vuol credere ciecamente alla parola data dal proprio interlocutore. Tra quei tavoli vi è un alieno che è approdato in quel luogo per fare da apripista ai suoi simili: per colonizzare la Terra.

La confusione provata dai protagonisti, il senso di disagio, lo sgomento che si impadronisce di tutti i presenti portandoli a scatti d’ira, ad atteggiamenti rabbiosi testimoniano come l’uomo, se calato in condizioni ostili e se sottoposto a un senso costante di panico, possa perdere la ragione.

Il tutto si svolge in un ambiente chiuso, ristretto, in cui i personaggi possono interagire in maniera molto ravvicinata, ed è proprio questa mancanza di spazio sufficiente, condizionato dal clima avverso che obbliga i protagonisti a stare rinchiusi fra quelle quattro mura, ad aumentare il loro livello di stress.

Serling gioca sulle più classiche paure che adombrano lo spirito umano, quelle legate all’incapacità dell’uomo stesso di ergersi a padrone della verità oggettiva. Non basta guardare un volto per conoscere la personalità che si cela dietro quei tratti. Al di là di uno sguardo, di una parola, di un modo di porsi, oltre un gesto vi è un mondo da scoprire, un’anima da sondare. Dinanzi ad un volto può esserci una maschera sapientemente intessuta tra i filamenti di un’epidermide. In un clima paranoico come quello raccontato fino ad ora, un uomo qualunque può giungere a dubitare di un conoscente, persino di un amico di vecchia data poiché esso, in quella tarda notte, non potrebbe essere altro che la manifestazione illusoria di un alieno.

Il finale dell’episodio è straordinario, e vanta uno dei colpi di scena più memorabili dell’intera serie. In quel caffè non vi era un solo alieno bensì due, appartenenti a due razze del tutto diverse: un marziano dotato di tre braccia ed un venusiano dotato di tre occhi. Oltre a sovvertire la prospettiva degli spettatori, Serling sovverte la prospettiva dello stesso alieno bramato per tutta la durata dell’opera, il vero marziano, il quale resta, infine, basito nello scoprire che un altro extraterrestre si trovi laggiù, insieme a lui, pronto a sua volta a fronteggiarlo.

  • Chi è la Cosa?

Nel 1951 uscì nelle sale cinematografiche di tutto il mondo “La cosa da un altro mondo”, un film di fantascienza che racconta la storia di un gruppo di ricercatori impegnati, al Polo Nord, nel difficoltoso recupero di un extraterrestre, rimasto ibernato all’interno di un blocco di ghiaccio. A causa di una fatale distrazione, il blocco rimane esposto al caldo e si scioglie: l’entità riprende vita e comincia a dare la caccia agli uomini per annientarli. Nella pellicola del 1951, l’alieno possiede dei connotati definiti: è un umanoide, imponente e nerboruto, molto somigliante alla Creatura del “Frankenstein” degli anni ’30. Il lungometraggio, un classico della fantascienza degli anni Cinquanta, si discosta dal romanzo originale proprio perché l’alieno vanta una silhouette nitida e intimidatoria mentre nell’opera letteraria esso non ha una vera fisionomia, avendo la capacità di mutare continuamente la propria figura. Pur tradendo, in parte, lo spirito della sua controparte cartacea, “La cosa da un altro mondo” è una pellicola dotata di un fascino coinvolgente, rimasto tutt’oggi inalterato dal tempo. Gli umani si uniscono senza riserbo e, collaborando, riescono a tenere testa ad un essere superiore, apparentemente invulnerabile, alimentato soltanto dal desiderio di vivere e di nutrirsi. “La cosa da un altro mondo” esalta, quindi, la forza degli uomini e delle donne, lo spirito di fratellanza che può nascere in loro in condizioni sfavorevoli, e il valore della condivisione nel fronteggiare un nemico comune a tutta la stirpe dominatrice della Terra.

Ben diverso e ancor più complesso è il tema dominante de “La Cosa” del 1982, remake del lungometraggio approdato al cinema allo scoccare della seconda metà del Novecento.

Kurt Russell in una scena de "La Cosa"

Ne “La Cosa” di John Carpenter, l’alieno è, di fatto, una “cosa”, un essere indecifrabile, informe, che assume il volto delle sue vittime. Una volta eliminate le prede, l’alieno sembra “impadronirsi” dei loro corpi, mascherandosi perfettamente tra gli uomini, inconsapevoli, che cercano di stanarlo.

Or dunque, l’extraterrestre potrebbe essere, di volta in volta, chiunque. Come nell’episodio di “Ai confini della realtà”, anche ne “La Cosa” i personaggi della storia si muovono in un edificio dalle dimensioni ridotte, mentre fuori un freddo artico incombe e devasta tutto con il suo “tocco”. In un ambiente tanto ostile, gli uomini devono sopravvivere cercando di combattere un essere privo di aspetto e, pertanto, impossibile da catalogare, da vedere e da riconoscere. Tra i vari membri della spedizione la paranoia si sparge come un virus febbrile, i cui sintomi si acuiscono col passare delle ore. I legami di amicizia, di lealtà, di reciproco rispetto vengono meno dinanzi alle paure, ai sospetti, alle ansie dettate dal fatto che dietro il volto di un compagno si possa nascondere l’alieno pronto ad attaccare.

Sotto quel freddo, in quel luogo dimenticato, l’uomo, che si trova a combattere contro un nemico caduto dalle stelle, perde progressivamente la propria morale, il proprio senso di appartenenza ad una società evoluta, tornando ad uno stato barbaro, spronato solamente dal desiderio di sopravvivere e di sconfiggere un avversario invisibile. Anche in questo caso, la paranoia domina i sentimenti dei personaggi, spingendoli a smarrire ogni barlume di ragionevolezza e ogni anelito di etica.

Una scena dell'episodio "Ice": Mulder si accerta che Scully non sia entrata in contatto con il parassita
  • The X- Files: chi è l’infetto?

Ice”, l’ottavo episodio della prima stagione della serie cult “X-Files”, rimarca molte delle tematiche fin qui trattate. Tutto ha inizio nel freddo più opprimente, fra gli oscuri cunicoli di una base artica. Una sagoma imprecisata avanza nel buio, camminando a tentoni e reggendosi a fatica. Costui, un uomo in evidente stato confusionale, si rivolge ad una telecamera, registrando un breve ed inquietante messaggio: “Noi non siamo chi siamo”. Qualche minuto dopo, l’uomo viene aggredito e la registrazione si interrompe.

Prima che la sigla faccia risuonare le sue ormai iconiche note, gli spettatori hanno la possibilità di conoscere il destino dell’uomo, un personaggio secondario dell’episodio. Costui ha una violenta colluttazione con un altro essere umano: entrambi impugnano la loro pistola, puntandola l’un contro l’altro. D’un tratto però, i due sembrano desistere dai loro cruenti propositi. Sorridendo amaramente, uno dei due si punta la pistola alla tempia. L’altro fa lo stesso. La scena si interrompe e la cinepresa del regista preferisce inquadrare l’esterno della costruzione. In lontananza si odono due colpi: i personaggi hanno scelto di togliersi la vita.

Nel proseguo dell’episodio scopriamo che l’uomo della registrazione, colui che ripeteva ossessivamente la frase “Noi non siamo chi siamo”, era uno scienziato, un membro di un’equipe facente parte della spedizione “Arctic Ice Core Project”, la cui missione era quella di trivellare le profondità del ghiaccio artico per studi geoclimatici. Dopo alcune settimane di ricerca, per giorni, non si ebbero più notizie dei componenti della spedizione.

Il nastro della registrazione viene successivamente recapitato all’agente Fox Mulder che, incuriosito dal mistero che avvolge la spedizione scientifica, decide di partire, insieme alla collega Dana Scully, alla volta della base artica. I due agenti dell’FBI entrano a far parte di una spedizione assieme al geologo Denny Murphy, al medico Lawrence Hodge, alla tossicologa Nancy Da Silva e al pilota Bear, che ha il compito di condurli fino al luogo prestabilito e di riportarli successivamente indietro. Quando il gruppo giunge a destinazione, vengono rinvenuti i cadaveri di tutti gli scienziati della missione, assassinatisi a vicenda.

Fuori, il vento soffia sempre più insistentemente e una tormenta incombe. Col passare delle ore, Mulder e Scully scoprono la verità: dagli esami del ghiaccio che era stato estratto durante la trivellazione delle settimane precedenti, gli agenti rinvengono una forma di vita sconosciuta, simile ad una sorta di verme ondulante. Questa creatura ha la capacità di insinuarsi all’interno di un corpo, fino ad assoggettarlo. Mulder ricollega le peculiarità del verme, vale a dire la sua capacità di resistere a temperature bassissime e in un ambiente ricco di ammoniaca, ad alcune teorie relative alla vita extraterrestre. Il verme, quindi, pare essere a tutti gli effetti una creatura aliena, un “parassita” che si intrufola nel cervello di un ospite per impossessarsene. Tuttavia, il parassita ha un comportamento anomalo: induce il soggetto ad attacchi di isteria e di violenza incontrollata. Scully comprende, così, che il verme agisce come un agente patogeno, infettando i soggetti sino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza.

Tra i membri dell’equipaggio inizia ad aleggiare la paura. Bear viene contagiato, spirando poco dopo. A sua volta, un elemento dell’equipe, che non viene mostrato allo spettatore, entra in contatto con il verme e, nella notte, un altro viene trovato privo di vita, assassinato.

Il quarto episodio dell'undicesima stagione di "X-Files" cita platealmente il classico "Chi è il vero marziano?" di "Ai confini della realtà". In questa specifica scena Mulder, grande appassionato della serie televisiva concepita da Rod Serling, fruga tra le sue vecchie videocassette per ritrovare la puntata "misteriosamente scomparsa".

Chi è l’infettato? Chi è stato colpito dal “virus”? Chi ha contratto questa assurda “malattia”, i cui sintomi portano alla perdita di ogni freno inibitore? Il verme potrebbe essere penetrato in chiunque di loro e ciò porta i personaggi a vivere in uno stato di allerta e di terrore perenne.

Impossibilitati a fuggire a causa della bufera, intrappolati in un luogo angusto e inospitale, Mulder e Scully si trovano, così, costretti a investigare in quel contesto atipico, prigionieri di una pseudo realtà ai confini del mondo, dove la civiltà retta dalla ragione e dal buon senso sembra essere lontana e non più raggiungibile.

Esattamente come avviene ne “La Cosa”, nell’episodio “Ice” i personaggi vivono una situazione estrema, in un angolo dimenticato da Dio, dove “l’umanità” viene sacrificata sull’altare dell’istinto animale. Differentemente dall’alieno de “La Cosa”, la creatura extraterrestre dell’episodio di “X-Files” vanta una forma ben precisa. Eppure la sua natura minuscola e strisciante gli permette di costituire una minaccia, dal momento che può introdursi sotto la pelle di un essere vivente senza che esso se ne accorga e indurlo a genuflettersi al suo volere. Il verme non assume l’aspetto delle sue vittime, diventa le sue stesse vittime, costringendole a uccidere e a morire: comportamento assolutamente anomalo per un’entità che agisce da parassita.

Mulder e Scully riusciranno a sopravvivere, a estirpare il male e a fuggire dal freddo artico, ma in loro, la paura continuerà a persistere: nascosto fra quei ghiacci sconosciuti, sotto lo spessore di quelle calotte vecchie di migliaia di anni chissà quale altra minaccia potrebbe nascondersi.

Mulder vorrebbe proseguire le ricerche, mosso dal suo proverbiale desiderio di scoprire la verità. Scully, al contrario, pur essendo una scienziata, non vuole andare oltre. La donna, inorridita, opta per dimenticare, per lasciare che l’orrore rinvenuto in quel freddo continui a restare sepolto laggiù, sperando che non venga mai più riportato alla luce.

Mulder non può che osservare le distese nevose con un’espressione afflitta, cosciente che l’uomo sarà sempre destinato a non poter mai realmente raggiungere gli abissi del vero e che potrà a stento scalfirne soltanto la superficie.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters