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Rick ed Evelyn - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Ricordi cocenti

Se risalgo il fiume dei ricordi, alla fonte ci trovo sempre un'immagine simbolica: il moto circolare del globo terrestre sul quale si forma centralmente una scritta a caratteri cubitali: “Universal”. D’un tratto, la scritta svanisce, come se fosse composta da minuscoli granelli di sabbia del deserto mossi dal vento freddo della notte, e quella figura di terra azzurrastra si dissolve per venire sostituita dal ritratto di un sole cocente e tanto, tanto accecante. Man mano che la camera arretra, lentamente, comincia a stagliarsi la punta aguzza di una piramide, e in seguito la cima di una colossale costruzione egizia somigliante alla Sfinge. E’ l’inizio di uno dei film di maggior successo di fine Novecento. Ogni qualvolta mi sovvengono i primi ricordi cinematografici a me più cari, riscopro sempre la scena d’apertura de “La mummia”.

“La mummia” fu un’opera che, come una seducente cleptomane, era riuscita a “rubare” il cuore di un giovane spasimante come il sottoscritto. Un cinefilo alle prime armi, stregato dal blu intenso di una spada laser, incantato dalla discesa vorticosa di un Batplano inquadrato da un giovane Tim Burton e ben presto invaghito della terra d’Egitto. L'intro del lungometraggio che eternava quel sole abbagliante che dardeggiava all'orizzonte, che baciava con i suoi caldi raggi la sommità della piramide, mi aveva sedotto dal primo momento. Quando vidi quel preambolo per la prima volta rimasi stupìto, mi sentii trasportato, proiettato di colpo in un'epoca remota, sperduta, misteriosa, nell'Egitto dei faraoni.

La locandina de "La mummia" aveva un non so che di "fatiscente", decadente come una statua egizia dissepolta fra le dune del deserto, rinvenuta dai resti del passato, segnata dallo scorrere dei millenni, eppure bellissima, poiché manteneva in sé il fascino dell'andato, del trascorso, pervenuto fino ad oggi. Quella locandina che catturava Rick ed Evelyn, i protagonisti dell'avventura, posti a sinistra dello scatto promozionale con, alle spalle, le sabbie del deserto pronte a sbriciolarsi su di loro e a destare la creatura del film, rappresentava, già in quel momento ai miei occhi, un'immagine accattivante, un'illustrazione pregna di un gusto retrò, che mi invogliò alla completa visione di quell’action-movie dal carattere spiccatamente avventuroso.

Come se fosse un libro ben rilegato e di pregevole fattura, "La mummia" mi aveva conquistato in un solo istante, non appena ebbi modo di vedere la sua "copertina" e la "pagina" del primo capitolo: la locandina e il piano sequenza iniziale. E’ pur vero, però, che un buon “libro” non si giudica mai dalla copertina, bisogna sfogliarle tutte quelle pagine che esso contiene, leggerle con la dovuta attenzione, carpire ogni contenuto delle parole scritte su quei fogli di carta; sì, insomma, perdonate il mio dilungarmi in questa metafora, ma era evidente che per riuscire ad innamorarmi completamente de “La mummia” avrei dovuto vederlo fino in fondo.

“La mummia”, tuttavia, aveva dalla sua il vantaggio di contare su un'introduzione ammaliante, una sorta, come già detto, di copertina intrigante, come se il lungometraggio fosse paragonabile ad un libro d’oro massiccio su cui vi è scavato ed inciso, ad incastro, l’intaglio di una serratura per una chiave a stella, necessaria, quest'ultima, per aprire quel suddetto libro e leggerne i geroglifici in esso contenuti. Il film de “La mummia” lo immaginavo proprio così, con l’allegoria del libro di Amun-Ra pronto per essere aperto e per mostrare, tra le sue tavole colme di effigi arcane, l’inizio del film: un film fulgido e rilucente d'oro.

L’intro della pellicola vanta la capacità di catapultare lo spettatore, istantaneamente, nell’antico Egitto, nel centro cittadino di una Tebe fantasticamente digitalizzata. Le imponenti statue egizie, su tutte quella di Anubi, mirabile nella parte finale della carrellata, si ergono sui cittadini, che procedono come impronte minute, ombre sfocate in scorci fascinosi e giganteschi. In quelle imponenti scenografie, nelle sue ambientazioni spettacolari che trasudano amore per la storia, sebbene di storia “fittizia” si tratti, in quel gusto antiquato, dolce è proprio lì che ritrovo la prima qualità che ammiro del film.

“La mummia” riesce, sin dai primi istanti, a plasmare uno stile scenico originale, frizzante, che soverchia i confini della camera ed emana un senso estetico attrattivo e straordinariamente coinvolgente. Gli interni del palazzo del Faraone, illuminati da una sfilza di fiaccole che brillano di una luce infuocata, la balconata da cui scruta la città il sacerdote Imhotep a notte fonda, quando un cielo bluastro domina, come un arazzo colmo di stelle lucenti, l'apice degli edifici egizi, trasmettono un senso di stupore, di meraviglia, specialmente grazie all'uso del colore dorato, tanto preponderante in queste scene da sembrare dipinto sulla “tela” della cinepresa.

  •  Delitto shakespeariano

D'un tratto, fra quei corridoi del palazzo "regale" avanza, con incedere sensuale Anck – Su - Namun, compagna del Faraone Seti I, immortalata senza veste, quasi completamente nuda. Quel “quasi” merita una descrizione un po’ più accurata: il corpo della giovane donna, nonostante la nudità, appare “coperto” perché “rivestito” con dei tatuaggi inchiostrati sulla stessa epidermide della fanciulla con tratteggi artistici e ipnotici. Anck – Su - Namun cammina fiera, col capo alto, verso Imhotep, che l'attende in una sala, al di là di un velo che somiglia ad un sipario trasparente. I due si incontrano e si scambiano un bacio, rivelando d'essere amanti. D'un tratto, Seti irrompe nella camera dove Anck - Su - Namun e il sacerdote Imhotep si erano dati appuntamento. Colti sul fatto, i due amanti portano a termine il loro scopo: l'assassinio del Faraone. Le guardie di Seti, gli Oras, intervengono quando è ormai troppo tardi e Imhotep si è dato alla fuga, non prima di aver osservato Anck - Su - Namun togliersi la vita: il corpo della donna non sarà più, contro la sua volontà, il tempio del Faraone.

"La mummia" del 1999 fu prodotto dalla Universal come remake dell’omonimo film del 1932 con Boris Karloff, uno dei capisaldi del cinema fanta-horror della prima metà del Novecento. Inizialmente, il riadattamento del 1999 doveva essere attinente al classico degli anni '30, ma durante la lavorazione il cineasta Stephen Sommers decise di modificare il carattere della sua opera, mutandone notevolmente lo stile ed il contenuto. Il lungometraggio del 1999 abbracciò, dunque, i canoni tipici dei film d’azione, con una spolverata d'avventura, senza, però, rinunciare ad una connotazione orrifica e ad una marcata impronta romantica.

In primo luogo, “La mummia” funge da viaggio esplorativo alla ricerca dell'arcano. Questo pellegrinaggio esotico comincia su una piccola nave da trasporto che solca le acque del Nilo e che pone i protagonisti al centro di un ritmo sfrenato ma diluito con intenzione. Nel maggio del ’99, quando “La mummia” sbarcò al cinema e raccolse un successo straordinario al botteghino, si presentò infatti come un mix perfetto, capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa: “La mummia” per struttura, ritmo, divertimento e verve, è il capolavoro di un genere. Già, ma quale genere?

“La mummia”, anzitutto, è un film d’amore. Potrebbe sembrarvi strana questa mia affermazione, eppure, l’amore domina ogni singola scelta di Imhotep, Anck - Su – Namun, Rick ed Evelyn, quattro personaggi posti su due fronti irrimediabilmente opposti: il male ed il bene.  Anck - Su – Namun è la promessa sposa di Seti I, ma in segreto ella è innamorata di Imhotep. L’amore proibito tra la donna e il sacerdote porta i due sfortunati amanti a compiere un gesto scellerato: l’assassinio dell’Astro del Mattino e della Sera. Tale sequenza, che vede la donna e il sacerdote ferire il Faraone più volte con delle armi affilate, si consuma nel buio: i tre restano celati alla vista dello spettatore, che può vedere solamente le loro sagome muoversi oltre un telo divisorio.

Come accade solitamente nelle opere shakespeariane, a detta dello stesso Brendan Fraser (interprete di Rick O'Connell), la morte del Faraone, uno dei momenti più intensi e drammatici del film, avviene fuori campo, quasi nel "dietro le quinte", lontano dall’occhio indiscreto del pubblico che può soltanto mirare i movimenti violenti delle ombre dei corpi nell’atto di commettere l’assassinio.

Una ripresa suggestiva che riesce a mantenere un ritmo teso nonostante la visione dello spettatore sia propriamente distaccata. Una volta catturato, Imhotep, dopo il suicidio della donna amata, viene punito con l’Hom-Dai, la peggiore di tutte le antiche maledizioni egizie, condannato ad essere mummificato vivo e seppellito ad Hamunaptra, la città dei morti. Il destino di Imhotep è maledetto: la sua anima sarà costretta a giacere come non-morta, alle porte degli inferi, per tutta l’eternità.

Il prezzo per poter compiere un castigo tanto crudele però è la possibilità che l’anima di Imhotep possa essere riportata in vita, poiché mai trapassata nell’aldilà. Se ciò dovesse verificarsi, Imhotep tornerà sulla Terra scatenando nuovamente sull’Egitto le dieci piaghe perpetrate da Mosè, e macchierà il suolo dei mortali come un morbo che cammina, una pestilenza per l’umanità, un empio mangiatore di carne con la forza dei secoli, il potere delle sabbie e la gloria dell’invincibilità.

L’amore impossibilitato ad affievolirsi tra Imhotep e Anck-Su-Namun porta questi due personaggi a subire una dannazione che va a perdersi nell’infinità del tempo.

Tremila anni dopo, l’avventuriero Rick O’Connell (Brendan Fraser nella sua massima ascesa) è a capo di una piccola spedizione con la bibliotecaria Evelyn Carnahan (una bellissima Rachel Weisz) e il fratello di lei Jonathan (un esilarante John Hannah) per ritrovare la necropoli perduta di Hamunaptra. Ciò che li attenderà nell’antica città dei morti è quanto di più terrificante potranno aspettarsi: dal risveglio di Imhotep comincerà una corsa contro il tempo in un’avventura mozzafiato.

  •  L'avventuriero e la bibliotecaria

Tra Rick ed Evelyn sboccia, sin dal loro primo incontro, un legame forte, dissipato da continui bisticci atti a nascondere un affetto crescente. Rick ed Evelyn sono una coppia piuttosto particolare: egli è sfrontato, aitante, apparentemente irrispettoso e diretto; Evelyn è invece arguta, brillante, timida, introversa, distratta, con il capo sempre chino su quei libri che legge con tale trasporto da sembrare, alle volte, avulsa dalla realtà circostante. Ella in quelle letture, probabilmente, lascia libera di prender piede la propria immaginazione, fantasticando di vivere lei stessa una di quelle avventure che suo padre, un grande esploratore, visse quando incontrò la madre di Evelyn, egiziana e anch’essa avventuriera. Evelyn è, altresì, tanto coraggiosa, un coraggio che colpisce sin da subito O’Connell, il cui sguardo viene catturato, con la stessa rapidità della pronuncia di un bisbiglio, dalla bellezza della donna quando ella indossa per la prima volta un lungo vestito nero, con cui si avvia a vivere la più grande avventura della sua vita. Evelyn si è liberata di quei suoi occhiali, ha sciolto i suoi lunghi capelli neri e mostrato per la prima volta e con totale naturalezza la sua splendida femminilità. Lei gli sorride, nascondendo lievemente il viso dietro uno strato di velo evanescente, una visione capace di rapire tanto il personaggio dell'opera quanto l’autore del testo, intento a scrivere questi passi di recensione.

E il forte O’Connell decide di corteggiare questa donna, goffa e aggraziata al contempo, con imbarazzo, mostrandosi anch'egli per la prima volta impacciato in vita sua. Bizzarro da credere, ma un uomo in grado di affrontare un conflitto a fuoco come capitano della legione straniera balbetta quando consegna un intero set di attrezzi adusi agli scavi archeologici, presi “in prestito” dai suoi confratelli americani, e li dona a una donna che ne sarebbe rimasta colpita in egual modo se le avessero offerto un mazzo di rose rosse. Evelyn per O’Connell diviene una luce che illumina, come un sistema di specchi antichi, la sala tetra che era dapprima la sua vita di lotta e sopravvivenza.

“La mummia” è un film in cui l’amore e le sue due diverse forme di romanticismo hanno un posto preminente nello svolgersi degli eventi. Basti rammentare che l’agire di Imhotep, dopo più di tremila anni, è ancora devoto alla volontà di riportare in vita la defunta amante. Il vero pregio del film è però quello di riuscire, con ragguardevole abilità, a districarsi tra numerosi generi, senza necessariamente porsi sotto una formale etichetta descrittiva.

  •  Acqua o oro?

Rick, Evelyn e Jonathan costituiscono il nucleo centrale degli eventi. “La mummia” ha il merito di valorizzare i propri protagonisti rendendoli amabili e adorabili; il pubblico impara ben presto a conoscere le rispettive sfumature caratteriali dei personaggi principali e a simpatizzare con le loro gesta.

Dal Cairo alla mitologica città decaduta di Hamunaptra procede il viaggio dei nostri protagonisti, e con essi noi spettatori ci troviamo pronti ad affrontare il caldo afoso del deserto, in sella a un gruppo di cammelli. Su quei quadrupedi ha il via una fuga all’alba, quando il sorgere del sole mostrerà la via ai protagonisti e, come un incantesimo o un magico effetto ottico, l'astro lucente riuscirà a tracciare la sagoma della città, visibile in lontananza. E’ una corsa liberatoria che avviene sotto un cielo infuocato, e che vede Evelyn procedere a braccetto con Rick per poi sorprenderlo, accelerare con paura ma con quella spensierata voglia di trasporto che dall'infanzia agognava. Dopotutto, l’intero film non è che una corsa a perdifiato, una fuga rocambolesca tra sequenze monumentali, replete di effetti speciali, piaghe violente e spettacolari che piombano sulla terra d’Egitto come un castigo divino, e disperati tentativi d’assalto a bordo di un aereo dell’aeronautica di Sua Maestà per scampare a impressionanti mura siffatte di tempeste di sabbia.

Ogni singolo fotogramma della pellicola lascia traspirare una cura verso un modo di fare cinema in grado di coniugare gli aspetti stilistici della cinematografia degli anni ’30 con la spettacolarizzazione dell’azione tipica dei film del nuovo millennio. “La mummia” è un film moderno calato in una realtà dal gusto antico. In aggiunta a ciò, “La mummia” si ispira ai canoni avventurosi del cinema di Indiana Jones, sebbene da esso tragga soltanto il ritmo incalzante, il periodo storico e l’affetto immutato per un particolare tipo di archeologia, quella in cui i reperti da rinvenire sono misteriosi e impossibili anche solo da immaginare.

“La mummia” possiede, inoltre, il merito di non incespicare su tempi morti, essendo strutturato con una perfetta cadenza tra azione adrenalinica e narrazione. Il film, in particolar modo, lascia emergere un eroe pragmatico nel proprio agire. Rick O’Connell, indossando una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina a coppia posta ai fianchi della schiena con due pistole, un paio di calzoni color marrone chiaro e stivali ai piedi, conquista un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones.

Rick dà valore alla vita. Un valore tanto grande che solo i puri di cuore sanno elargire. Sebbene sembri uno spericolato avventuriero che non si cura della fine a cui potrebbe andare incontro, egli dà un peso assoluto all'esistenza, soprattutto se essa riguarda una persona a lui cara come Evelyn. Rick non antepone la ricerca dell'oro alla vita, l'avidità all'amore: un tratto del suo carattere che appare evidente quando egli afferma, con rispetto e una nota d'ammirazione, che gli uomini del deserto danno valore all’acqua non certo all’oro. O’Connell non è, in fondo, un cacciatore di tesori, ne resta quasi indifferente quando si fa strada tra cumuli d’oro per ritrovare la sua Evelyn, tenuta prigioniera dal mostro. O’Connell è un eroe riluttante ma concreto, che antepone la salvezza della donna amata alla fortuna e alla gloria eterna.

  •  Vita o morte

L’apparato scenografico della defunta Hamunaptra, i passaggi angusti delle costruzioni egizie, i tesori splendenti della camera segreta di Seti I sono solo alcune delle ambientazioni che rendono il film fascinoso e dallo spazio circoscritto, limitato, e per questo ancor più valorizzato. Sebbene il film mostri molti altri luoghi tra l’inizio e la parte centrale dell'opera, Hamunaptra è il fulcro in cui si consumano le vicende: essa diviene una sorta di palcoscenico a tutto tondo, un luogo unico in cui si muovono i personaggi tra giganteschi pannelli scenografici che alternano statue delle divinità Anubi e Horus, interni di piramidi formati da cunicoli stretti, soffocanti, claustrofobici. Gli spettatori che guardano "La mummia" restano seduti su di una platea immaginaria, ammirando antri antichi in cui dei coraggiosi e improvvisati eroi lottano per non lasciarci la pelle.

Il film “La mummia” nell’incarnazione del mostro, dell'antagonista, indaga il senso lato della vita, dell'esistenza umana, e dell'amore che oltrepassa le barriere del tempo. Imhotep risorge come un empio essere, fatto di ossa, piccoli strati di carne e bende. Non ha occhi per vedere, non ha lingua per parlare. E' un essere intrappolato a metà tra il silente e cieco mondo dei defunti e il rumoroso e vivido mondo dei viventi. Questa creatura, per rinascere, deve strappare la vita altrui, uccidere e nutrirsi per poter rivivere lei stessa.

La rigenerazione della mummia avviene attraverso la macabra uccisione degli uomini: dalla morte degli innocenti, Imhotep ritrova la propria vigoria. La morte che chiama la vita.

Imhotep per farsi strada nel mondo moderno è costretto a fare del male, perfino per tornare ad amare egli deve uccidere. Il rituale per restituire l’anima ad Anck - Su - Namun prevede, infatti, la scelta di una vittima sacrificale: la morte di Evelyn per la resurrezione dell'antica amata del sacerdote. Durante lo scorrere del film, morte e vita si intrecciano in una sorta di indagine orrifica. Per Imhotep, la vita altrui non ha valore, poiché la morte non è che l'inizio, il passaggio da un piano esistenziale ad un altro.

Se la vita resta intesa come un bene prezioso per O'Connell, la morte, per l'antagonista, funge da punto focale di una successiva traversata. Nella sua condizione di essere maledetto, Imhotep non può fare altro che perpetrare la morte per avere la flebile illusione di poter vivere, di poter amare, in questa sua seconda venuta sul regno dei mortali. Una delle frasi più evocative pronunciante nel film certifica questa condizione, che vede appunto la creatura recitare un arcano adagio secondo cui la dipartita non sarebbe altro che il principio.

L'amore provato dal mostro è un amore in grado di abbattere l'eternità, di perdurare oltre lo scorrere ed il consumarsi dei secoli. Tuttavia, il desiderio d'amore della creatura è destinato a non realizzarsi poiché basato sull'attuazione del male, sulla dannazione. L'amore vero, in grado di oltrepassare le barriere del tempo e di resistere ad ogni soprannaturale difficoltà, sarà quello di Rick ed Evelyn: un sentimento crsitallino, autentico, basato sull'aiuto e il sostegno reciproco, la ricerca costante dell'uno e dell'altra, entrambi mossi unicamente dal bene che sentono vicendevolmente.

  •  Tema d'amore

“La mummia” vanta una colonna sonora stupenda, composta da Jerry Goldsmith, il cui montaggio sonoro venne candidato all’Oscar. Il tema che accompagna i passi d’amore di Rick e Evelyn lega totalmente le loro espressioni, i loro sguardi da innamorati e il loro agire alla stessa musica, rendendo quest’ultima immediatamente associabile ai due.

La traccia preferita dal sottoscritto arriva sul finale del film, dove il tema musicale oscilla dalla calma iniziale all’aumento improvviso (la scena del bacio), fino quasi a completarsi in un “frastuono”, quel “battito ripetuto” di suoni che accompagna l’inquadratura conclusiva al volgere della sera, e che sancisce la fine dei fotogrammi della pellicola; ma la musica, dopo pochi secondi, riprende ad allietare il triste addio dei titoli di coda, tornando alla “lentezza” e al romanticismo di partenza, riproponendo la classica melodia che è poi la ripetizione fondamentale del passo più famoso del brano. La colonna sonora de “La mummia” è tra le più belle mai realizzate per il cinema. Non vi è neppure una singola scena priva di un qualsivoglia accompagnamento musicale degno di nota. Ogni singola sequenza possiede una composizione perfettamente amalgamata alla stessa. La musica, alle volte, risulta talmente potente da venire in mente ancor prima della scena, e con essa, renderla completamente impressa nei ricordi.

  •  Tramonto rosso

La parte terminante del film è strutturata con un continuo crescendo, il cui momento apicale si concretizza nella fuga dei protagonisti per scampare alla distruzione completa di Hamunaptra. Con la caduta dei resti di quella città cala il sipario su quel teatro fantastico, e l’avventura scenica giunge a conclusione. Il pubblico dovrà così abbandonare i propri posti immaginari nella sala sita a pochi passi dalal città dei morti e godersi la visione di commiato dei protagonisti, che avanzano verso l’orizzonte immenso, raggiunti dai raggi di un tramonto rosso. Quel sole caldo e luminoso, con cui il film cominciava il suo scorrere su pellicola, adesso è prossimo a calare ad ovest. Il crepuscolo mostra il sole morire in lontananza, negli istanti in cui Rick ed Evelyn si scambiano un intenso bacio, prossimi a salire in sella ai loro cammelli, e avviarsi tra gli ultimi bagliori di un tramonto che si può ammirare solo nella suggestiva cornice di Hamunaptra.

Questa è l’ultima pagina del libro d'oro, e ogni qualvolta mi trovo a "rileggere" quelle battute finali provo una certa malinconia. E’ triste congedarsi da una simile “lettura”, ma quando il buio dello schermo diviene totale, una certa voglia di riavvolgere nuovamente il nastro e tornare al capitolo iniziale seguito sempre a provarla. Probabilmente gli stessi autori furono consapevoli di questo possibile effetto e vollero attenuare il distacco finale, e infatti, quando il tutto va in dissolvenza si formano dei titoli di coda alquanto peculiari: su degli sfondi che richiamano di nuovo l’arte egizia si formano scritte in geroglifici mutevoli, che cambiano per assumere i contorni tipici dei titoli di coda tradizionali. Quella è davvero l’ultima pagina del libro di Amun-Ra, un atto finale che sembra comunicare agli spettatori l'idea che il film non sia davvero arrivato a conclusione ma che voglia ancora riservare qualche altra, ultima sorpresa.

Rick ed Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Con la nenia di coda viene sancito l’addio, l’atto finale di un lavoro, un cult assoluto nel suo genere. Già, qualunque genere esso sia!

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Nell'antico Egitto la principessa Ahmanet decide di stringere un patto col malvagio dio Set, per divenire una creatura dai poteri demoniaci. Ahmanet, una volta mutata nell’aspetto, uccide il padre e il fratellastro neonato per succedere di diritto al trono come regina dell’Egitto. Il suo piano sta per concretizzarsi una notte, quando distesa nel proprio letto con l’amante da ella prescelto, sta per trafiggerlo al petto e porre all’interno del suo corpo il germe della vita di Set, che vivrà sulla terra come un dio vivente. Poco prima di adempiere al rituale, Ahmanet viene catturata e sepolta viva nelle profondità del deserto della Mesopotamia. Duemila anni dopo, la sua tomba viene rinvenuta e aperta, restituendo una defunta Ahmanet che prende coscienza di sé come mummia.

  • Il commento

Partirei con qualche intrigante metafora. “La mummia” del 2017 è un buffet ricco di pietanze prelibate che faticano a restare circoscritte nella porzione di spazio di ogni singolo piatto. E’ altresì una collezione da museo di pezzi pregiati, opere iconografiche sempre propense a scatenare in coloro che le guardano emozioni nuove. “La Mummia” è un mosaico con molteplici stili artistici che garantiscono un’impronta armonica votata a un senso estetico per ogni forma diversa dell’arte. In verità, però, vi è presente in tutto questo un valore avversativo grande quanto una piramide: le prelibatezze del banchetto, una volta provate, rilasciano sul palato un retrogusto amaro, già in precedenza provato, da rendersi intollerabile al palato; la collezione del museo in realtà è un’accozzaglia di stili orrifici già visti e le tecniche assemblative del mosaico creano un effetto pigmentato ma confusionario.

“La mummia” è di fatto un film dalla narrazione incoerente, spezzettata, con un assortimento di richiami, immagini, rifacimenti su cose che in qualche modo abbiamo potuto ammirare in film del genere, e che vengono raccolte in una sfilza sequenziale di scene. La manifestazione spiritica del defunto amico del protagonista sembra, ad esempio, strizzare l’occhio al celebre “Un lupo mannaro americano a Londra”, in cui l’amico dello sfortunato licantropo era solito apparirgli come uno spirito putrefatto per avvertirlo circa il suo imminente destino dannato. I corvi che aleggiano come avvoltoi affamati, osservando dall’alto i personaggi prima di attaccarli in volo, ricordano senza un motivo pertinente nel film, gli uccelli di Hitchcock. I ratti, altro simbolo animalesco dell’orrore, che aggrediscono in massa Nick per tentare di divorarlo in uno degli incubi indotti da Ahmanet, fanno la loro comparsa per una singola scena salvo poi scomparire. Russell Crowe si trova ad interpretare un improbabile Dottor Jekyll / Mr Hyde, messo a capo di una società segreta che controlla e ingabbia ogni mostro che calca il suolo terreno dei mortali; una presenza, la sua, che potrà spingere gli spettatori a posare per qualche secondo la confezione di pop-corn che reggevano tra le mani per voltarsi liberamente verso chi gli siede accanto e domandargli: “Ma Dottor Jekyll era davvero funzionale alla trama?” Una carrellata di icone dell’orrore sfilano, a caso, durante il film senza creare alcuna mitologia narrativa.

Fa parte della costruzione filmica che porta il lungometraggio a sembrare formato da una serie di più copioni, scritti con idee differenti da altrettanti sceneggiatori. Tali copioni vengono come inglobati in un unico testo di riferimento e le varie idee delle precedenti stesure prendono vita singolarmente in abbozzi scevri da un appassionante filo logico, all’interno del film. Ne deriva una sceneggiatura incompleta, scarna, da cui fuoriescono parole dal valore espressivo più che mediocre, concretizzate nei dialoghi privi di un vero mordente, elementari e semplicistici da sfiorare la banalità più disarmante. I personaggi risentono di una caratterizzazione infusa dal testo pressoché inesistente, e si muovono come sperduti durante lo scorrere del film.

Nick (Tom Cruise) è un uomo d’azione, più votato al combattimento che alla scoperta, più devoto alla depredazione di tesori che al rinvenimento archeologico. Un protagonista forte ma superficiale, che deve ancora dimostrare il proprio valore. Fa sorridere che un estraniato Tom Cruise, a 55 anni di età, si trovi a interpretare un uomo che deve ancora trovare la propria strada e scorpire il proprio carattere buono e altruista. Uno dei cliché Hollywoodiani più usati trova una triste perpetuazione nel film de “La mummia”, in un maldestro tentativo di narrare il solito, prevedibile sviluppo di un personaggio. Nick divide gli oneri della scena con Annabelle Wallis, che interpreta l’archeologa Jenny Halsey, una co-protagonista dalla caratterizzazione scialba, ridotta ad essere una mera spalla, donzella da salvare e incapace di fare qualcosa di concreto.

“La mummia” è un film d’azione che porge la guancia ai topos stilistici dei film dell’orrore. Alcune sequenze in cui le mummie si destano come non-morti privi di alcuna coscienziosità e devoti al solo volere di Ahmanet, contengono in sé comunque un buon effetto raccapricciante. Le sequenze spettacolari, che vanno dalla caduta vertiginosa dell’aereo alla fuga rocambolesca dei personaggi per scampare alla tempesta di sabbia generata dalla mummia, riescono a divertire e a intrattenere con la sana spensieratezza di un action-movie dal budget produttivo più che imponente. Deludente però il fatto che l’atmosfera egizia, e le ambientazioni similmente riconducibili alle scenografie della terra d’Egitto, sono quasi del tutto assenti, e non permettono di avvertire tangibilmente il clima che un film come “La mummia” dovrebbe assolutamente offrire ai propri spettatori durante il proprio itinerario esoterico.

La principessa Ahmanet si erge su tutti quei personaggi similmente trattati come caratteristi, salvando ciò che del film appare meritevole d’essere salvato. Sofia Boutella ci regala una mummia sensuale, di una bellezza dannata e inquietante. La sua interpretazione, senza dubbio la parte vincente del film, riesce a incanalare su di sé l’attrattiva di un male ottenebrato seppur acceso di una luce fioca come l’astro della sera. L’Ahmanet di Sofia Boutella è l’incarnazione di una sofferenza seducente, e sulla sua pelle inchiostrata di geroglifici arcani, ella lascia traspirare il fascino dell’oscurità. Il pregio più che meritevole d’esser reso noto è proprio la sua peculiare caratteristica, quella d’essere una antagonista “nuda” e pertanto “sincera” nella propria folle volontà di conquista, rivestita di bende nelle cui pieghe si insinua il morbo di un odio antichissimo, una essenza che mi ha sedotto come uno sguardo inquieto trasfigurato nei continui flashback onirici che lei attua coi suoi poteri.

“La mummia” non è definibile completamente come un brutto film, ha dalla sua il vantaggio di non annoiare mai, è semplicemente un film senza una propria identità, esorcizzato da un’anima che non riesco affatto a riscontrare, il che potrebbe essere anche peggio. Nel finale però, il film riesce ad evitare un atto conclusivo prevedibile, lasciando uno spiraglio aperto per un sequel che, in base ai pareri critici e al discreto successo al botteghino, parrebbe di difficile realizzazione. Per uccidere un mostro implacabile come Ahmanet, Nick diverrà mostro a sua volta e fuggirà via, tra le dune del deserto.

Vi è però un istante, un momento in cui il film poteva davvero osare e cambiare la direzione, fino a scegliere come meta conclusiva del proprio viaggio un finale che avrebbe perpetrato sgomento nel cuore e nella mente degli spettatori. Mi riferisco alla sequenza in cui Nick, dopo essersi trafitto col pugnale, potrebbe unirsi alla mummia e prendere Ahmanet come compagna di distruzione. Sarebbe stato un colpo di scena inaspettato, e terribilmente spiazzante. L’uomo, il cui percorso presumibilmente avrebbe portato alla redenzione, rivelerebbe d’essere sempre stato uno spirito propenso alla corruzione. Tale scelta per nulla ipotizzabile da principio avrebbe dato maggior risalto alla decisione di Ahmanet, la quale scelse immediatamente il protagonista per governarne l’agire inconscio. Sarebbe stata rovesciata l’aspettativa del pubblico e si sarebbe attuato un colpo di scena dalla forza prorompente di un muro di sabbia erettosi a seguito di una mistica tempesta. Non è accaduto! E' lì che credo che il regista avrebbe potuto osare e mostrare come il suo “La mummia” non nasceva soltanto come la composizione di più arti narrative e scenografiche appartenenti ad horror precedenti, ma avrebbe avuto una caratura tutta sua e particolare. Si è peccato di troppa paura per prendere una decisione così destabilizzante, e alla fine il film si è impantanato nell’anonimato identificativo. “La mummia” è proprio questo: un film affossato nell’anonimia stilistica della mediocrità.

“La mummia” del 2017 resta un’opera di molto inferiore rispetto alle precedenti, le quali conservavano il battito pulsante di un cuore animoso splendidamente unico e indipendente. Ma Sofia Boutella permette comunque a “La mummia” d’essere un film che, se seguito secondo il volere della donna può essere visto come accattivante, per lo meno, per lo spessore estetico e caratteriale della propria antagonista. Ahmanet è infatti la prima mummia della Universal a non agire per amore ma soltanto per un innato senso di malvagità. Una “cattiva” compiuta e dal valore inafferrabile.

Voto: 5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Per leggere il nostro articolo su "La mummia" del 1999 con Brendan Fraser e Rachel Weisz clicca qui

Per leggere il nostro articolo su "La mummia" del 1932 clicca qui

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Frankenstein sopravvisse. Quando le fiamme dolose appiccate dai villici divamparono e arsero le deboli resistenze murarie del mulino, per bruciare vivo il mostro di Frankenstein, egli riuscì a sopravvivere. Fuggì da una fantomatica uscita sul retro, e cominciò a vagare senza meta. E così camminava, procedeva debolmente, ma con la stoica resistenza di un istinto. Di colpo Frankenstein si fermava, ritornava ad assumere una postura niente affatto dinoccolata. L’espressione primordiale, quel suo comunicare con grugniti animaleschi, era scomparsa del tutto. Frankenstein era uscito di scena, dal suo omonimo film, ed era tornato ad essere l’attore timido e misurato, Boris Karloff.  E Karloff, a quel punto, si recò nel suo camerino, andò a togliersi di dosso quelle vesti consunte da mostro, a “sbullonarsi” il cranio e a rimuovere dal proprio viso quell’intonaco pesante di trucco scenico che rendeva il suo volto simile a quello di un essere abominevole. Karloff si ripuliva, prossimo a indossare i panni di un nuovo mostro per la Universal. Permanendo dinanzi a quello specchio del suo camerino, Karloff scrutava ancora una volta il suo vero volto, poco prima che divenisse nuovamente preda dei truccatori, intenti a trasformarlo ne la mummia.

Lo immagino fantasticamente così questo passaggio artistico nella carriera di Karloff: da Frankenstein a la mummia fu un attimo; un percorso iniziato dalla fuga del mostro e compiuto nel ritorno al proprio camerino, prossimo a ridare vita a un sacerdote vecchio di tremila anni nell’Egitto degli anni ’30.

Karloff portò con sinistra fierezza il manto de la mummia, lasciando riposare su di sé le antiche bendature che preservarono il suo corpo per tutta un’eternità. Con “La mummia”, Karloff consolidò l’astro nascente del proprio successo, proseguì ad essere una stella luminosa nel firmamento delle star, l’emblema di un cinema orrifico in bianco e nero. Karloff modellò su di sé l’immagine di una mummia maledetta, cruenta e malvagia, ma capace di amare a distanza di mille anni, la stessa donna, Anck-Su-Namun, la dama per cui fu maledetto e cui desidera ridar vita in epoca contemporanea. Karloff, sin dalla sua uscita dal sarcofago, fa del mostro un empio ritratto, ergendosi sui pareri di chi lo etichettava come un semplice caratterista, ed elevandosi come attore di punta della scuderia Universal.

“La mummia” è un film dell’orrore in cui vita e morte sono il medesimo portale ascensionale sul piano esistenziale della vita terrena. La mummia di Karloff dalla morte ritrova una non-vita, attraversando, con immutata volontà d’amore verso la sua antica compagna, le epoche del mondo degli uomini. “La mummia” è una pellicola avviluppata da un’atmosfera retrò, e la sua opprimente immagine visiva viene enfatizzata dal bianco e nero che ne valorizza, ad esempio, la sagoma sinistra della creatura nel mentre lei mira il corpo addormentato della reincarnata Anck-Su-Namun.

“La mummia” del 1932 nasce come un film d’amore. Nel suo ritorno alla vita, la mummia di Karloff terrorizza chi si pone sul suo cammino, elimina chi tenta di scongiurare le sue folli pretese, eppure, nella propria crudeltà, Imhotep seguita ad essere mosso da un amore imperituro. Egli crede di aver ritrovato la donna che ha sempre amato, ma non può che rimirare la reminiscenza del suo amore soltanto nell’aspetto della fanciulla. Lei non possiede i ricordi e la coscienza dell’antica figura che il mostro agogna. Così, la mummia decide di compiere un rituale in cui l’anima di Anck-Su-Namun possa reincarnarsi nel corpo della giovane donna. Le sue moleste intenzioni verranno tuttavia sventate in tempo, e la mummia troverà la morte sul finale come punizione divina.

Zita Johann

 

“La mummia” del 1932 è un classico d’epoca, fascinoso, originale per i tempi e appassionante per le dinamiche con cui si dipana la sua storia. Il mostro, nonostante la crudeltà, non lascia che il proprio cuore, celato sotto una sfilza di bende, venga recepito dal pubblico come vuoto e tetro paragonato al tizzone più nero. Il cuore della creatura pulsa di un amore talmente grande che è incapace di tollerare il distacco dalla propria metà senza patire i dolori più atroci; il che porta gli spettatori a comprendere il suo meschino ed egoistico volere, sebbene non possano che deprecarlo. Karloff diede vita a un mostro afflitto da un male oscuro dietro cui era comunque rintracciabile una flebile parvenza di bontà.

Rivisto oggi, “La mummia” può essere descritto come un film che inaugurò un genere, e che fu fonte d’ispirazione per la stesura di un particolare prototipo di cattivo: egoista e implacabile, ma anche altruista e buono nei soli confronti dell’unica persona a lui cara.

“La mummia” scrive le proprie rime seguendo lo schema di una poetica sentimentale calata in un contesto storico e tenebroso. Ne deriva un componimento bellissimo dal gusto arcano. La mummia nella sua personificazione mostruosa rappresenta l’amore imperituro, che visse attraverso la gloria dei secoli, e che non smise mai di mantenere infuocata la fiamma del proprio sentimento, neppure dinanzi alla fine. Un amore trasfigurato nella potenza infuocata delle fiamme accese, simili a quelle da cui Karloff scappò via per divenire Imhotep.

Voto: 7+/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Rick ed Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Voglio cominciare a scrivere su Brendan Fraser ricordandolo in un suo ruolo a teatro, di cui forse si parla raramente quando si fa cenno alla sua carriera. Era il settembre del 2001 quando Fraser sbaragliava una folta e agguerrita concorrenza di aspiranti provinanti, aggiudicandosi la parte principale nel dramma di Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta” nella prestigiosa Pièce londinese del West End. Furono cinque i mesi consecutivi di repliche che registrarono il tutto esaurito, con Fraser acclamato dalla critica e dal pubblico per l’immensa prova attoriale cui aveva adempiuto. Dopo anni in cui macinava film su film e aveva finalmente raggiunto il successo nell’Hollywood dei divi più celebri, Brendan era riuscito a ritagliarsi il suo posto d’onore a teatro: la vera dimora della recitazione. Quella in cui il pubblico e gli attori diventano parte integrante di una "scenografia" che tende a estendersi ben oltre i semplici confini “scenici” di una cinepresa.

Brendan Fraser è stato da sempre un attore difficilmente collocabile in un vero e proprio genere prediletto. Ricordarlo a teatro, in un’opera così complessa, vuol dire rammentare la figura di un attore di un certo spessore drammatico, eppure tanti sono i ruoli al cinema diversissimi tra loro: il comico, l’imbranato della situazione, lo studente, il musicista, l’uomo risoluto e persino l’eroe per eccellenza.

Qualche anno prima di quel trionfo a teatro, precisamente nel 1996, Brendan Fraser parodiava la figura di Tarzan nel film Disney “George…re della giungla?”, una bizzarra e demenziale commedia per famiglie che si rivelerà un inaspettato quanto clamoroso successo commerciale: il primo per l’attore. Se uno spettatore qualunque prendesse in esame per la prima volta Brendan Fraser in quel film non potrebbe che proferire un giudizio del tutto simile a questo: un attore scelto soltanto per il proprio aspetto fisico. Un “belloccio” utile soltanto per intrattenere il pubblico femminile e recitare, se così si può dire, in pellicole dai caratteri leggeri e clowneschi. Una sentenza decisamente discriminante. Niente di più falso! Già allora, Brendan dimostrava un ragguardevole talento comico ed autoironico. Detto ciò basterebbe fare un passo indietro, dare un’occhiata ad una filmografia che affonda le radici agli inizi degli anni ’90 per comprendere quanto una prima impressione superficiale possa rivelarsi sbagliata.

La carriera di Brendan Fraser comincia nel 1991 con una lunga gavetta che lo porterà ben presto a duettare con nomi di una certa rilevanza: nel dramma sul tema dell’antisemitismo “Scuola d’onore” divide oneri e onori della scena con Matt Damon e Ben Affleck, nella commedia gialla “Scambio d’identità” recita fianco a fianco ad una certa Shirley MacLaine, e nel parodistico “Il mio amico scongelato” si trova ad interpretare un cavernicolo, risvegliatosi nell’ultimo decennio del Novecento, che ha come unico amico Sean Astin, il Samvise Gamgee de “Il signore degli anelli”. Quest’ultimo film, a dire il vero, non va poi così lontano da quei criteri pantomimici e surrealistici che si vedranno in “George”, eppure “Encino man”, come sarà conosciuto in America, fa parlare di sé tra il pubblico adolescenziale, soprattutto per una vena narrativa tanto assurda da risultare gradevole.

Nel thriller ansiogeno “Sinistre ossessioni” del 1995 Brendan sfida Viggo Mortensen, l’Aragorn della medesima trilogia in cui reciterà il vecchio collega Sean Astin, per tentare di vivere un amore malato con Ashley Judd. Infine, in “110 e lode”, per primeggiare, “duella” a colpi di battute con il premio Oscar Joe Pesci, in una toccante commedia drammatica dalla profonda morale, basata sulla differenza tra lo studiare semplicemente sui libri di testo e il comprendere davvero ciò che è in verità la vita: quella fatta di esperienze, di amori, di delusioni e strazianti addii. E’ questo il primo grande film che individuo nella carriera di Brendan Fraser: quello in cui si comincia a notare la sua grande versatilità, l'elemento che caratterizza gli interpreti dell’Hollywood più competitiva. Contrapposti in due ruoli tanto diversi troviamo Fraser da una parte e Pesci dall’altra. Il primo è uno studente modello iscritto all’ultimo anno di Harvard che si pone come obiettivo primario quello di conseguire la laurea a pieni voti; il secondo, invece, è un barbone dal passato colmo di dolore, che ha una precisa idea dell'esistenza e di ciò che è realmente meritevole di essere vissuto. Dal loro rapportarsi emerge un’analisi per nulla scontata su ciò che è la vita, un lungo pellegrinaggio costellato da numerose tappe da intraprendere. Un’indagine che porterà il personaggio di Fraser a rivedere le proprie priorità e abbracciare una particolare ispirazione che lo sospingerà negli obiettivi futuri, dopo aver concluso il proprio percorso di studi senza ottenere il massimo del punteggio che in principio tanto significava per lui.

Due anni prima, precisamente nel 1994, lo scorgiamo nei panni di un vero e proprio metallaro squattrinato insieme a Steve Buscemi e Adam Sandler nella commedia musicale “Airheads – Una band da lanciare”, un piccolo cult per gli amanti del "cinema rock". Giungiamo dunque al 1998, quando viene scelto come co-protagonista nell’opera “Demoni e dei”, un dramma con Ian Mckellen, basato sulla vita di James Whale, il famoso regista che portò al cinema il personaggio di Frankenstein e dell’Uomo Invisibile negli Horror anni ’30.

Il film, una struggente e a tratti anche inquietante investigazione introspettiva all’animo del tormentato regista britannico, viene accolto con ampi consensi, guadagnando tre nomination all’Oscar e facendo salire Fraser in cattedra, portato alla ribalta come grande interprete drammatico. I critici scoprono inaspettatamente un attore completo, che cela, dietro quell’espressione a volte giocherellona, un'importante bravura.

L’anno successivo corteggia Alicia Silverstone in “Sbucato dal passato”, una deliziosa e originalissima commedia romantica con Cristopher Walken. Un altro buon risultato nella carriera dell’attore, ma a Fraser manca ancora qualcosa: il film della sua vita, quello che lo farà diventare uno degli eroi d’azione del cinema di fine Novecento. 

E proprio nel 1999 arriva la chiamata della Universal che gli offre il ruolo di Rick O’Connell ne “La mummia”. Il progetto iniziale è quello di un film fanta-horror in cui Imhotep, la creatura risvegliatasi dopo duemila anni di sonno eterno, semina il terrore nel moderno Egitto. Lentamente i caratteri del film mutano durante la lavorazione di Stephen Sommers, e il lungometraggio espande i propri orizzonti abbracciando i canoni tipici dei film d’azione. Il film distilla sapientemente tempi comici alternandoli con quelli Horror, stanziando inoltre più di un pizzico di quell’avventura esplorativa e al cardiopalma che tanto giovò alle pellicole di Indiana Jones. Nel mese di maggio sbarca al cinema “La mummia”, un mix perfetto capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa. Il fascino scenografico dell’antico Egitto rivive con la grafica computerizzata e con le ricostruzioni di un set dal vivo a Marrakech, nel cratere di un vulcano inattivo che funge da luogo prescelto per l’allestimento dello scenario in cui giace una “defunta” Hamunaptra.

L’enorme successo de “La mummia” lo avvolge: nel primo week-end sono quasi cinquanta i milioni portati in cassa ai botteghini statunitensi. Un record destinato ad aumentare nelle successive settimane. Cento, duecento, trecento, si va oltre, fino ai quattrocento milioni d’incasso, un risultato assolutamente imprevisto alla vigilia della distribuzione nelle sale. Il film balza fino ai primi quattro posti dei lungometraggi di maggior successo dell’anno, facendo scorpacciata di nomination ai Saturn Award (una per lo stesso Fraser) e sfiorando il Bafta per migliori effetti speciali e l’Oscar per i magnifici effetti sonori abbinati all’irresistibile colonna sonora composta da Jerry Goldsmith.

Una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina posta sulla schiena con due pistole, un paio di pantaloni color marrone chiaro e stivali ai piedi: è questo il look distintivo di Rick O’Connell. Un aspetto che forse non sarà evocativo quanto il cappello e la frusta di Indy ma che conquista comunque un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones.

Terminate le riprese e oramai annoverato nell’Olimpo dei divi di Hollywood, Fraser decide di concedersi una pausa dai riflettori fin troppo luminosi della cinematografia americana, e volge lo sguardo verso l’Inghilterra per sbarcare così a teatro con l’opera di Tennessee Williams di cui facevo cenno nell’apertura di questo mio pezzo. L’eroe de “La mummia” non è solo, a quanto pare, un eroe, ma si dimostra un attore a tutto tondo, capace di destreggiarsi con naturalezza sia nei ruoli d’azione che in quelli più frivoli, ricoprendo parti impegnate e non disdegnando affatto quelle brillanti. Sembra dimostrarlo apertamente in quell’allestimento teatrale in cui spicca su tutti.

Per la regia di Harold Ramis, l’Egon dei Ghostbusters, torna al cinema nella commedia di successo “Indiavolato” in cui interagisce con una sensualissima e “mefistofelica” Elizabeth Hurley. Nel 2001 riabbraccia l’adorata Rachel Weisz tornando nel sequel “La mummia – il ritorno” che addirittura supererà i grandi incassi del capitolo precedente, stabilendo così un nuovo record. La saga degli O’Connell prosegue in un’avventura mozzafiato lungo tutto l’Egitto, verso la mistica oasi di Ahm Shere, dove riposano i resti, per nulla “dormienti”, del Re Scorpione. Nel 2002 affianca un sontuoso Michael Caine nel dramma Vietnamita “The Quiet American”, mentre nel 2004 dialoga con le sagome cartoonesche di Bugs Bunny e Daffy Duck in “Looney Tunes - Back in action” pellicola ispirata al successo di “Space Jam”. Fraser gigioneggia, passando in pochi mesi dall’essere serioso all’ilarità più spontanea. Egli si diverte e vuol far divertire, oscillando da film d’autore ad adattamenti destinati al puro intrattenimento.

Ma nel 2006 realizza una delle massime aspirazioni per un attore, quella di recitare nel film più importante dell’anno: è infatti il protagonista, insieme a Sandra Bullock e Matt Dillon, di “Crash – Contatto fisico” dramma sul razzismo vincitore del Premio Oscar come miglior film. Contemporaneamente non snobba affatto la televisione partecipando come guest-star a tre puntate della famosa serie “Scrubs”; l’episodio della sua ultima apparizione è, a tutt’oggi, tra i più amati e apprezzati dai fan della serie. E’ un periodo d’oro per l’attore, che sembra non sbagliare mai un colpo. Nel 2007 riveste dapprima la parte di un gangster che tenta disperatamente di proteggere l’amata Sarah Michelle Gellar dalla furia di Andy Garcia in “The air i breathe”, e poi quella dell’avventuriero Trevor Anderson in “Viaggio al centro della terra” uno dei primi lungometraggi del nuovo corso del cinema 3D, che ottiene straordinari riscontri di critica e di pubblico, in particolare per la performance volutamente impacciata ma tenace dello stesso Fraser. Nel medesimo anno torna ad interpretare Rick O’Connell ne “La mummia - La tomba dell’imperatore dragone”, terzo attesissimo capitolo della saga che, tuttavia, perderà Rachel Weisz e il regista Stephen Sommers, spostando, questa volta, l’obiettivo della macchina da presa di Rob Cohen dall’Egitto alla Cina. Nonostante la pur sempre valida prova di Fraser nel suo ruolo più famoso, e un incasso che anche questa volta supererà i quattrocento milioni, il film non avrà l’apprezzamento della critica e dei fan più accaniti del franchising. Fraser chiude il 2008 con il fiabesco “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” con Helen Mirren, venendo scelto nel ruolo del protagonista dalla stessa scrittrice Cornelia Funke, che creò il personaggio del libro ispirandosi proprio all’attore nativo di Indianapolis. In “Inkheart” interpreta Mo, una “lingua di fata”, ovvero una persona con il potere di trasportare sulla Terra i personaggi dei libri e dar loro “vita”. La carriera di Brendan sembra quindi ben indirizzata sui binari di un cinema fantasy e avventuroso di sicura affidabilità. 

In quello stesso anno, però, la sua vita privata subisce un duro colpo a seguito della separazione con la moglie Afton Smith, che lo aveva reso padre di tre figli. L’esperienza della separazione genera un contraccolpo sul piano lavorativo che porta ad una frenata inaspettata. Comincia una dura battaglia legale tra Fraser e l’ex moglie, la quale riuscirà a strappare in giudizio una sentenza che impone all’attore il pagamento di quasi un milione di dollari l’anno per il mantenimento e gli alimenti. Contemporaneamente, Fraser, per rispetto verso il regista che lo diresse in “Viaggio al centro della terra”, allontanato dalla direzione del sequel, decide di rifiutare un contratto di diversi milioni di dollari per reinterpretare la parte del professor Trevor. L’anno successivo, Brendan sarà impegnato insieme ad Harrison Ford nel dramma “Misure straordinarie”, basato sulla vera storia di John Crowley, un padre dedito alla ricerca di una cura per salvare i propri figli da una patologia rarissima, la malattia di Pompe. O’Connell e Indiana, pur recitando per la prima volta assieme, non lasceranno il segno e il film passerà quasi del tutto inosservato. La batosta definitiva arriva però all’uscita di “Furry Vengeance”, una bambinesca commedia dalla devastante ricezione critica che sembra porre una pietra tombale sulla carriera dell’attore. Proprio in quei mesi molti si chiedono cosa abbia spinto Brendan Fraser ad accettare di fare un film di così bassa qualità dopo le alte vette della notorietà raggiunte in passato. In verità, l’attore sembra essere stato costretto ad accettare qualunque ruolo gli venisse proposto per tentare di assicurarsi nuove entrate necessarie al pagamento del debito annuale nei confronti dell’ex-moglie. Il periodo buio prosegue nei mesi successivi, Fraser viene infatti scelto per interpretare l’arciere Guglielmo Tell in una grossa produzione hollywoodiana ma un grave infortunio alla schiena subito dall’attore e evidenti problemi di budget spingono la pre-produzione del film a precipitare in un limbo senza fine. Quest'ultimo infortunio subito sentenzia, inoltre, la "fine" dell’eroismo su schermo dell’attore: Fraser non potrà più interpretare, come faceva un tempo, alcun ruolo d’azione senza il supporto di uno stuntman. Brendan era infatti abituato a girare egli stesso gran parte delle scene più frenetiche e movimentate delle sue pellicole, ricorrendo raramente ad una controfigura. Per questa ragione, nel corso degli anni, l'attore andò incontro ad una lunga sequela di infortuni, che lo hanno costretto a diversi interventi chirurgici tra cui una sostituzione parziale del ginocchio, una laminectomia e un intervento alle corde vocali.

Fraser decide così di tornare a Broadway con “Elling” ma l’allestimento terminerà dopo soltanto nove giorni, ricevendo tenui riscontri.

D’improvviso sembrano così lontani i tempi in cui dominava sul palcoscenico di Londra, e in molti si chiedono cosa stia accadendo. Quella faretra da cui venivano estratte frecce di sicuro successo ha lasciato il posto soltanto a dardi spuntati, che forse fanno clamore senza però colpire alcun bersaglio.

Non riuscendo più a lavorare al cinema, Fraser manifesta pubblicamente l’enorme difficoltà di mantenere i suoi obblighi monetari verso la moglie che, a detta dell’attore, si dimostra totalmente indifferente nei confronti della situazione finanziaria dell’ex marito, accusandolo di nascondere il vero ammontare del proprio conto in banca. Reduce dal grave risentimento alla schiena, Fraser si dedica a sporadici doppiaggi in film d’animazione e ad apparizioni come guest-star in serie televisive comunque rinomate. L’attore, negli anni a venire, apparirà sempre più appesantito e provato, con una più che evidente rassegnazione stampata in volto.

La parabola discendente dell’attore non può che fare riflettere su quanto Hollywood possa essere selettiva, aspra e rude, prima dando tanto e poi riprendendosi tutto, servendo alle volte un conto salatissimo. Durante gli anni d'oro, Brendan non si distingueva soltanto per essere un attore dal ragguardevole talento interpretativo ma altresì per essere un uomo di buon cuore, generoso, gentile e profondamente umano. Un artista che è stato divorato, masticato ed espulso da un mondo crudo, vendicativo ed ingiusto.

Nel cinema contemporaneo, in cui i remake la fanno da padrone, anche “La mummia” (che era già di per sé un remake con toni totalmente diversi nel 1999 dell’opera con Boris Karloff) non poteva esimersi da questa moda recente. Tom Cruise - proprio nell'anno corrente - sarà il nuovo protagonista che fronteggerà una creatura dalle sinistri forme femminili, risvegliatasi quando il proprio sarcofago è stato rinvenuto e portato alla luce. Inutile dire che per stessa amissione del nuovo regista, la domanda più ricorrente che in molti gli rivolgono circa il nuovo rifacimento della mummia è: “Brendan Fraser ci sarà?” “No!” - Tuona il cineasta.

Nonostante la carriera dell’interprete possa vantare film di grande successo e commedie divertentissime, i personaggi da lui interpretati, quelli più amati, restano comunque i ruoli caratterizzati da quell’eroico, anche se apparentemente riluttante, altruismo. Brendan Fraser per molto tempo ha fatto parte della cerchia di quei grandi eroi che nelle rispettive saghe riuscivano, con spavalderia e temerarietà, ad affrontare le difficoltà di una vita con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Una “vita spericolata”, come quelle che nel cinema degli anni ’60 viveva Steve McQueen. Le note di una famosa canzone italiana potrebbero riecheggiare nella vostra mente durante la lettura di questi ultimi passi, ma O’Connell, come il Dottor Jones, e come un'altra dozzina di eroi dalla mascella spiovente, aveva raggiunto una grande popolarità nel cinema avventuroso, una fama che sembrava non poter tramontare così tristemente all’orizzonte. I personaggi di Fraser erano, il più delle volte, uomini comuni alle prese con eventi del tutto straordinari. Persone mosse dal desiderio della scoperta e della rivelazione inaspettata, ma, piuttosto che amanti del brivido e del rischio, erano invece contraddistinti da un concreto pragmatismo, che li obbligava inevitabilmente ad anteporre la salvezza della donna amata o dell’amico fraterno a scapito di quella “gloria eterna”, ottenuta magari con il ritrovamento di un magico reperto. Eroi recalcitranti, a tratti implacabili a tratti meno impavidi, ma pur sempre intrepidi e valorosi.

L’eroismo di O’Connell è oramai soltanto un ricordo ma in molti continuano a domandarsi se Brendan Fraser possa davvero tornare ad essere l’eroe schietto, genuino che il cinema sembra aver tristemente dimenticato.

Coloro che mai potranno dimenticare questo grande attore saranno sempre i suoi fan. Con la speranza che egli possa tornare stabilmente nel mondo della settima arte, tengo io stesso ad affermare che l’eroismo di O’Connell e la bravura indimenticata del suo interprete non svaniranno. Mai!

 

Nel 2018 - l'anno successivo a quando è stato scritto e pubblicato questo articolo - Brendan ha confessato d'essere stato aggredito sessualmente da Philip Berk, l'allora presidente dell'organizzazione senza scopo di lucro che vota per l'assegnazione dei Golden Globe, durante un pranzo avvenuto nel 2003. La molestia che l'attore subì, il suo successivo divorzio e la morte della cara madre condussero Brendan a precipitare nell'abisso di un'acuta depressione che, combinata con i suoi problemi di salute fisica, portarono a un ritiro dalla vita pubblica e dalle scene.

Nel 2022 - cinque anni dopo la scrittura di questo pezzo - Brendan è tornato trionfalmente al cinema come protagonista della pellicola "The Whale", ottenendo il plauso universale della critica per la sua straordinaria performance.

La speranza con cui si chiudeva questo articolo è stata, infine, appagata.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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