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"Bard, l'arciere" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Freccia dal passato, occhi dal futuro

La grande scultura di pietra che svettava nella sala dei re, ostentando la fierezza nobiliare di un monarca nanico, cedette. Gli occhi tondi e saggi, scavati nel volto pietroso della statua, colliquarono, la barba si disgregò, la roccia si “sciolse”, dissolta dal calore dell’oro bollente. Smaug era stato attratto con l’inganno nel salone e giaceva ai piedi della scultura quando tutto accadde. Il piano orchestrato da Thorin stava per compiersi: una parte della ricchezza di Erebor, trasformata in liquido dalle fornaci accese, avrebbe annientato il drago. Smaug vide la materia disfarsi e l’oro “piovere” giù. Quel tesoro, serbato con insano attaccamento, avrebbe generato la sua fine. Come una cascata rovente il fuso colò e lo avvolse. Sarebbe dovuto annegare, ma le scaglie di drago, per una volta, rigettarono l’abbraccio dell’oro. Covando vendetta, Smaug uscì dalla Montagna Solitaria e, una volta alzatosi in volo, si diresse verso Pontelagolungo. Le ali, mosse con forza, scuotevano l’aria, annunciando la venuta di un tornado. Dal sospiro di Smaug sgorgava fuoco, dai suoi artigli morte.

Bard raggiunse la sommità di una torre e, lassù, vide la devastazione arrecata dal drago. In quel momento, l’uomo brandì arco e frecce e cominciò a tempestare l’animale, scoccando ritmicamente i suoi dardi. Ma le punte delle frecce erano troppo esigue per perforare quella dura “epidermide”, e gli attacchi dell’arciere solleticavano l’animale. Disperato, Bard venne raggiunto dal figlio Bain, che nel frattempo aveva recuperato la Freccia Nera. L’arciere sapeva che avrebbe avuto una sola possibilità. Uno spettro scarnificato apparve tra i suoi pensieri. Bard avrebbe fallito il colpo come accadde al suo antenato o sarebbe riuscito a prevale su quel male?

Nel disordine perpetrato da Smaug, Bard riuscì a scorgere, per un singolo momento, un’impercettibile ferita, un varco schiuso nella pelle del drago. Fu in quel momento che Bard comprese che Girion, il suo antenato, non morì invano e non fallì del tutto nell’impresa: egli riuscì a piegare una scaglia, a farla saltare. Un colpo assestato con precisione avrebbe trapassato la “corazza” e raggiunto il cuore. Bard poggiò la grossa freccia sulla spalla del figlio, per usufruire di una balista improvvisata. Reggendo quel “dardo” nero, lungo come una lancia, Bard vide in quell’arma un “fantasma”, il trascorso del suo avo, ma negli occhi di suo figlio, che seguitava a guardarlo e a nutrire immutata fiducia in lui, vide altresì il proprio futuro. La freccia era un’eredità derivata dall’avvenuto, Bail, invece, la sua discendenza, il suo avvenire. Per un solo attimo, Bard resse in mano il passato e volse lo sguardo al futuro. Lasciò partire il colpo e trafisse Smaug. Il passato era stato sconfitto.

  • Attacco a Dol Guldur

Nella fortezza del Negromante, Gandalf, ferito ed in catene, è prigioniero di Sauron. Dama Galadriel, accorsa in suo soccorso insieme a re Elrond e Saruman, sopraggiunge nella tenebrosa roccaforte. Al cospetto della signora di Lorien, i “nove” si mostrano nella loro spettrale essenza e attaccano il Bianco Consiglio. Respinti dai due elfi e dallo stregone, i Nazgul svaniscono non prima che Sauron decida di palesarsi dinanzi ai suoi nemici. Ogni dubbio è stato fugato: l’oscuro signore ha fatto ritorno nella Terra di Mezzo. Galadriel adopera l’immenso potere del proprio anello, Nenya, per scacciare l’antico discepolo di Melkor, il quale, ancora debole, fugge, disperdendosi nell’oblio. Sebbene Sauron non costituisca ancora una grave minaccia, in quanto privato dell’Unico Anello, Gandalf comprende che i suoi piani sono già stati messi in atto e che la Montagna Solitaria non è affatto sicura. Gli eserciti comandati da Azog e dalla sua progenie, Bolg, muovono verso Erebor per estendere il dominio di Sauron sul nord.

 La trama, tessuta dall’oscuro signore come una fitta ragnatela, è stata dipanata.

  • Una promessa scolpita sulla pietra

Poco prima di partire verso Erebor per raggiungere gli altri, Kili si congeda da Tauriel donandole una pietra runica. Fu proprio grazie a quell’oggetto che Tauriel rivolse parola e attenzione al nano. Durante la forzata permanenza dei nani al palazzo di Thranduil, la ragazza notò come Kili tenesse la pietra in mano e, spinta dalla curiosità, gli domandò di cosa si trattasse. Tale pietra, per Kili, rappresenta una promessa da ricordare, valida in eterno. Tauriel, come tutti gli elfi silvani, ammira la luce promanata dalle stelle, perché essa è memoria, pura ed indimenticata. Ogni promessa fatta con il cuore è paragonabile ad una memoria, un ricordo da rammentare. Kili, donando la sua pietra runica a Tauriel, le affidò la memoria del loro incontro, nonché la promessa del suo ritorno. La pietra runica, come la stella del vespro che Arwen donerà ad Aragorn molti anni dopo, seppur non preziosa come il gioiello della dama di Gran Burrone, rappresenta la promessa d’amore tra Kili e Tauriel scolpita nella pietra, immortale come il ricordo custodito nella brillantezza di una stella che schiarisce le tenebre del cielo.

L’amore tra Kili e Tauriel, mai partorito da Tolkien, non avrà vita sulla terra. Jackson ne fu consapevole, e tentò di descrivere questo sentimento come se esso potesse vivere platonicamente “soltanto” nei ricordi di Tauriel, colei che era innamorata, per l’appunto, della memoria emanata dalla luminosità delle stelle. Nei suoi ricordi, nella sua promessa, è lì che riposerà per sempre Kili.

"Thranduil" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il sopraggiungere degli eserciti

Con la morte di Smaug, i nani della compagnia possono finalmente fare ritorno al loro regno. Assecondando l’ordine di Thorin, i suoi familiari sbarrano l’accesso ad Erebor. Rinchiusi, al sicuro, tra le rocciose pareti della montagna, i nani tornano a respirare i profumi mai dimenticati del loro reame. Thorin siede sul trono ma non è appagato. La corona posta sul suo capo non gli basta, e l’armatura regale che indossa non allieta la sua inquietudine. Al contempo, Re Thranduil, venuto a sapere della caduta del drago, guida un esercito di elfi sino alle pendici della Montagna Solitaria. Il nobile monarca elfico cavalca un grande alce e pretende che gli vengano restituite delle bianche gemme di luce argentea, incastonate in una collana, appartenuta alla sua stirpe. All’esercito elfico si aggiunge l’avanzata delle schiere degli uomini provenienti da Pontelagolungo, capitanate da Bard, che reclama la parte dell’oro necessaria a ricostruire le case distrutte dal soffio del drago. Thorin rifiuta aspramente di cedere porzioni della propria ricchezza e rinnega la parola data. Gli elfi e gli uomini sono decisi a irrompere nella montagna come pioggia torrenziale, ma in aiuto di Thorin arriva Dain Piediferro, signore dei Colli Ferrosi, col suo esercito di nani. Prima che tra elfi, uomini e nani scoppi una sanguinosa guerra, sopraggiungono i due eserciti di Azog. Sui pendii di Erebor, comincia, dunque, la battaglia dei cinque eserciti.

"Thranduil" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La malattia dell’oro

Bilbo segue preoccupato la discesa negli inferi che Thorin sta patendo. Inizialmente, lo hobbit era felice d’essere riuscito ad espletare il compito che si era prefissato: aiutare i suoi amici a riottenere la loro casa. Era stato ripreso il bene più prezioso, il luogo a cui poter appartenere, in cui potersi identificare. Ma Thorin non era soddisfatto, giacché aveva smesso di desiderare la dimora, ed aveva anteposto ad essa la smania di un bene materiale, agognato per avidità.

In quei frangenti, Thorin scruta l’oro con bramosia, ne ammira la consistenza, il brillio, la lucentezza. Il re sotto la montagna non è più attratto dalle camere, dai sentieri, dai corridoi, dagli angoli segreti e ancora da scoprire di quella casa a lungo desiderata, bensì è attirato dalla ricchezza, dal tesoro. Sotto gli occhi sconfortati di Bilbo, Thorin contrae la malattia del drago. Il monarca nanico cerca dappertutto, brama con impazienza, scava sotto cumuli e gruzzoli per rinvenire la gemma più preziosa senza, tuttavia, riuscirci. Il nano si rivolge a Bilbo, vedendo in lui la sola amicizia sincera che gli sia rimasta. Thorin è stato irretito, non si fida più di nessuno, e teme che qualcuno della sua famiglia possa tradirlo. Nutrendo lealtà solamente nei riguardi dello hobbit, Thorin sceglie di donare a Bilbo una splendida corazza di mithril come segno di gratitudine. I foschi ragionamenti, le paranoie che torturano la mente di Thorin, presagiscono l’avvento di un’imminente pazzia. Or dunque, Bilbo decide di fare quanto è in suo potere per allontanare Thorin da un tale male.

L’Arkengemma non possiede il potere dell’Unico Anello. Ciononostante, la sola evocazione del potere in essa contenuto, il ricordo della sua consistenza ed il bagliore seducente da essa emanato, annebbiano la mente di Thorin. L’Arkengemma, come l’anello, riesce a corrompere l’animo degli innocenti. Thorin, in principio, non riusciva a considerarsi re poiché era stato privato del proprio reame. Nonostante lo abbia riottenuto, seguita comunque a non sentirsi tale senza prima aver ghermito il gioiello della corona. Thorin dimentica come i suoi compagni lo ritenessero un re ben prima della sua salita al trono. Egli ha smarrito la propria saggezza e vaga, confuso, lungo i vasti “androni” di Erebor. Le parole di Smaug rimbombano nella sua testa, come l’eco di una voce che sussurra malignità all’orecchio di un povero uditore. L’oro circonda lo sventurato Thorin, protrattosi sull’orlo dell’abisso, e quasi lo ingurgita in una morsa divorante.

"Re Thorin sul trono" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come accaduto a Bard all’inizio del terzo ed ultimo lungometraggio della trilogia de “Lo Hobbit”, Thorin si trova a vivere un momento in cui il passato ed il futuro della propria dinastia si intrecciano. Bard doveva affrontare il drago e ucciderlo. Avrebbe vissuto sulla propria pelle l’esperienza provata dal suo antenato. Guardato con fedeltà dal proprio figlio, Bard poté bandire i fantasmi dell’avvenuto, e dare gloria al proprio avo, riuscendo a sconfiggere definitivamente il drago, così da contribuire ad un futuro più luminoso, privato dall’alone malvagio di Smaug. Thorin si troverà a vivere una fase simile della propria esistenza. Nella Montagna Solitaria, attorniato dalle ricchezze della sua casata, sosterrà una contesa intima, personale, dilaniante. Thorin dovrà scegliere se “cadere” come accaduto ai suoi padri o rinsavire. Per un lungo lasso di tempo, il sovrano verrà assoggettato alla malattia, non riscattando il passato dei suoi predecessori. Soltanto alla fine, Thorin riacquisterà la ragione e redimerà se stesso, il passato dei suoi avi ed il ricordo che tutti possiederanno di lui in futuro.

Sotto i suoi piedi, il figlio di Thrain mira un vasto terreno d’oro. Esso si disserra, aprendo una voragine che lo inghiottisce in una pozza di avarizia. Thorin si è trasformato in ciò che ha sempre odiato, in Smaug, e sta facendo la medesima fine che avrebbe voluto far fare a lui. Quella statua disciolta nell’oro fuso, che avrebbe dovuto avviluppare il drago e soffocarlo senza riuscirci, è adesso divenuta, agli occhi di Thorin, una distesa gialla, come un fiume dorato. Le correnti di questo “torrente” lo stanno trascinando via, inglobandolo in loro stesse.

Prima di soccombere alla pazzia, Thorin si ravvede ma la corruzione, una volta patita, per Tolkien, non sempre può essere perdonata. Thorin, come accadrà a Boromir seppur per motivi profondamente diversi, ha ceduto al male, alla tentazione, e per tale ragione andrà incontro alla morte.

"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Re sotto la montagna

Il re domanda ai suoi “uomini” se vogliano seguirlo un’ultima volta.  Essi acconsentono, il corno di Erebor risuona. Il varco si apre ed i nani, guidati da Thorin, caricano verso i nemici. Thorin ritorna in sé e affronta l’ultima prova della sua vita. Il re nanico sfida Azog, l’orco pallido, l’ultima traccia di un passato oscuro, e riesce ad ucciderlo. Nel combattimento, però, rimarrà fatalmente ferito. Anche Kili e Fili moriranno, e della sua casata Thorin non vedrà che cenere.  La battaglia verrà vinta dalle forze alleate di uomini, elfi e nani. Tauriel raggiungerà il corpo morente di Kili e, nelle sue mani, porrà la pietra runica, l’eterna promessa, l’eterno ricordo. Legolas, invece, partirà alla ricerca di un dunedain, conosciuto come Granpasso. Prima di andar via, Legolas verrà salutato dal padre, il quale gli ricorderà l’amore che la madre provava nei suoi confronti. Legolas si era invaghito di Tauriel ma ella non contraccambiò mai il suo sentimento. Implicitamente, Jackson vuol suggerirci che l’elfo di Bosco Atro, rievocando, sul finale, l’amore della madre e stringendo una profonda amicizia con Granpasso negli anni a venire, imparerà la nobiltà, la pacatezza, l’affetto e la bontà che mostrerà di avere durante la Guerra dell’Anello.

Poco prima che Thorin spiri solitario, Bilbo lo scorge accasciato al suolo. Thorin gli sorride, apprezzando, in punto di morte, la vita quotidiana degli hobbit, lontani dalla violenza e dagli orrori della Terra di Mezzo. La Contea è una regione paradisiaca, verdeggiante, avulsa dal male. Thorin sprona Bilbo a tornare alla sua terra natia, dicendo che se tutti avessero cura della casa e non dell’oro, il mondo sarebbe un posto più bello. Thorin se ne è roso conto troppo tardi. Per Tolkien, chi peccherà non sempre avrà la possibilità di redimersi. Come avverrà per Boromir, corrotto dal potere dell’unico, anche per Thorin, consumato dall’Arkengemma, non ci sarà salvezza. Entrambi riusciranno, però, ad espiare le proprie colpe prima di perire in battaglia, donando la vita per salvare i propri amici. L’onore ed il coraggio verranno conservati, ma entrambi, come punizione per essersi macchiati, non potranno sopravvivere ad Arda.

Thorin è riuscito a guarire dal suo male prima che fosse troppo tardi, e ci riuscì grazie a Bilbo, lo hobbit, divenuto il suo amico più caro.  Bilbo cambiò la vita di Thorin, lo riportò a com’era un tempo, prima che ambedue si conoscessero. Thorin, sin dall’inizio di questa avventura, era un nano cupo, affranto da una sofferenza interiore, ma nell’ultimo attimo prima della fine, tornò ad essere quello che fu, il se stesso di un tempo, colui che apprezzava la propria dimora e non l’oro che in essa è custodito. Il re sotto la montagna morrà, e raggiungerà, in pace, la casa dei suoi padri, quella regione pura ed incontaminata dove l’oro, l’argento, ed i tesori non detengono più alcun valore.

La vita di Thorin fu tragica. Egli visse senza un regno, privato della corona, non fu mai re e morì quando poteva esserlo. Nonostante in vita non sia riuscito ad adempiere alle proprie volontà, Thorin poté comunque ottenere una sorta d’immortalità. Egli vivrà per sempre nei ricordi e, soprattutto, negli scritti di un piccolo amico che non lo dimenticherà mai.

"Lo Hobbit - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La battaglia delle cinque armate

Con “La battaglia delle cinque armate”, Jackson pone a conclusione la rilettura e l’adattamento del romanzo del Professore. Partito come un astuto maratoneta, il cineasta neozelandese raggiunse il traguardo zoppicando. Jackson patì infortuni durante questa sua metaforica corsa, inciampando in vista del traguardo. Ciononostante, il regista riuscì a condurre in dirittura d’arrivo il proprio lavoro. A mio giudizio, le modifiche sostanziali alla storia originale non inficiarono davvero la buona riuscita della trasposizione. Lo fece, al contrario, la troppa computer grafica, l’eccessiva CGI. Alcune scene, relative particolarmente a quest’ultimo episodio, come il conflitto consumatosi a Dol Guldur, i combattimenti di Legolas e i dissidi battaglieri tra le armate, sembrano fuoriuscite da un videogioco piuttosto che da un prodotto di stampo cinematografico. Durante lo scorrere dell’intera trilogia, si avverte meno realismo, meno cura, meno maestosità, meno impegno maniacale nel rendere ammirabili, al senso della vista, le descrizioni di Tolkien impresse su carta rispetto a quanto è stato fatto per la trilogia del “Signore degli anelli”. Ciò, tuttavia, non deve trarre in inganno e portarci ad affibbiare giudizi sin troppo severi ed ingiusti all’operato di Peter Jackson. La trilogia de “Lo Hobbit” resta un’opera di pregevole fattura ma non adamantina. Jackson volle tradurre in arte filmica il romanzo e, al contempo, edificare un ponte tra l’avventura di Bilbo e la futura peregrinazione di Frodo, un’andata ed un ritorno che coinvolse alcuni coraggiosi hobbit, partiti per un viaggio verso due “montagne” ben distinte: Erebor ed il Monte Fato.

La pellicola finale de “Lo Hobbit” si conclude così come cominciò la pellicola iniziale del “Signore degli anelli”. Ad un ritorno seguirà una prossima “andata”!

  • Andata e ritorno, un racconto hobbit di Bilbo Baggins

Sessant’anni dopo, Bilbo sta ultimando il proprio libro. Attraverso le parole scritte, lo hobbit ha reso la figura di Thorin eterna, contenuta tra le pagine bianche del suo testo in divenire. Nel silenzio di casa Baggins, Bilbo medita sul proprio vissuto. Ad eccezione dei suoi ricordi, cosa è rimasto di quell’avventura?

Una piccola cesta di tesori, tutt’altro che traboccante, una corazza leggera come una piuma e dura come le scaglie di un drago, una spada che scintilla di una luce blu quando i pericoli sono in agguato e un piccolo anello magico… segni di un trascorso che echeggia ancora nel presente.

D’un tratto bussa alla porta un curioso viandante, tanto alto e dal grigio vestito. E’ un vecchissimo amico giunto dal passato.

Voto: 7,5

Continua con la quarta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" cliccando qui.

Potete leggere la seconda parte "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" cliccando qui.

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