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"Gabe e Rosemary" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Permettetemi di farvi una confidenza: a volte, decido di pormi domande un po’ troppo difficili. Capita anche a voi? Si tratta di quei particolari interrogativi a cui non si riesce mai a dare una risposta che possa soddisfarli del tutto. Or dunque, una volta che questi personali “quesiti” si materializzano nella mia mente, fatico a dileguarli senza prima spremermi a sufficienza le meningi. Quest’oggi, la domanda che è sorta d’improvviso recita così: che cos’è l’amore? Bel guaio, mi sono detto quando è comparsa, e adesso che faccio? L’amore è un “reame” misterioso e chiedersi cosa sia davvero è una domanda decisamente ostica! Chi sono io per dire cos’è l’amore? Hanno discusso su questo alcune tra le più grandi menti dell’antichità senza arrivare a comprenderne la natura, a scoprirne l’origine, e adesso io dovrei munirmi sfrontatamente dell’arroganza necessaria per risolvere il tutto? No, meglio sorvolare.

Però, riflettendoci, ognuno di noi ha il diritto di dire la sua sull’amore. Del resto, tutti, o quasi, siamo stati innamorati almeno una volta nella vita, e questo dovrebbe darci la possibilità d’essere alquanto ferrati sull’argomento. Fermi, so cosa state per dire, l’esperienza diretta non garantisce il sapere assoluto. Noi esseri umani saggiamo l’amore mediante il vissuto, ciononostante non riusciamo a carpire del tutto la forza in esso contenuta e la magia che da esso scaturisce. Ebbene, con una gran dose di umiltà, accetto questa personalissima sfida, voglio ragionarci davvero su. Allora, cos’è l’amore?

"Cupido" - Quadro di William-Adolphe Bouguereau

L’amore è qualcosa che c’è sebbene non sia visibile alla vista, qualcosa che, da principio, avvertiamo, come una gradevole sensazione, similmente ad un lieve formicolio alle mani che desta i nostri sensi. L’amore irrompe in noi quieto e latente, simile ad un’idea venuta dal nulla o ad una curiosità mossa dall’interno, per poi mutare d’intensità, avviluppandoci in una morsa e divenendo una percezione che stimola ed acuisce. Nel corso della nostra vita viviamo e sperimentiamo l’amore con varie intensità, senza mai capire realmente cosa sia, da dove provenga, come riesca ad insinuarsi in noi. Indaghiamo la sua essenza con la ragione ma l’amore sfugge a qualsivoglia forma di ragionamento, poiché si nutre di sentimento, d’emozione. Sovente, investighiamo la sua alba attraverso i ricordi, rammentando la prima volta in cui il “demone” dell’Eros ha fatto breccia in noi. Dunque come nasce l’amore?

"Il simposio" - Quadro di Anselm Feuerbach

Se lo chiesero illustri personalità del passato. Ci fu persino una volta in cui codeste personalità decisero di riunirsi a cena per conversare sull’argomento. L’evento venne narrato da Platone nel “Simposio”. Tra gli otto commensali presenti, Fedro fu il primo a prendere la parola e a tentare di enunciare l’origine del più coinvolgente dei sentimenti provati dall’essere umano. L’amore, secondo Fedro, veniva personificato dal dio Eros, la divinità più antica dell’universo. Come riportato nella “Teogonia” di Esiodo, al principio del Cosmo, vi era il Caos, Gea, la Madre Terra e, per l’appunto, Amore, il quale esisteva ancor prima della nascita delle prime divinità dell’Olimpo. L’amore può essere dunque inteso come una forza planetaria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e che accompagna la successione delle varie ere del nostro mondo sin dalla sua genesi. Senza amore non nasce né si coltiva la vita in ogni sua forma. Eros, il dio che incarnava la sostanza stessa dell’amore, rappresentava l’inscindibile legame tra chi è innamorato e chi è amato. Per Fedro, l’estasi del sentimento poteva essere provata solamente da chi era innamorato, poiché soltanto chi prova l’amore è effettivamente venuto a contatto con il potere di Eros.

 “Maestro, voi siete mai stato innamorato?” – domandava, turbato, Adso in una sequenza de’ “Il nome della rosa”, omonima trasposizione cinematografica dell’acclamato romanzo di Umberto Eco.

Innamorato?  Parecchie volte…” – Confessò, schiettamente, Guglielmo Da Baskerville, l’arguto mentore del giovane francescano – e seguitò ad elencare i nomi di tutti i suoi amori più grandi: Aristotele, Ovidio, Virgilio, Tommaso D’Aquino. Volutamente, Guglielmo stava confondendo l’amore cui Adso faceva riferimento con l’ammirazione, il trasporto emotivo provocato dal sapere, dalla seduzione della conoscenza, con la passione sentimentale che sfocia nella brama, nel desiderio, nell’affetto. O forse era proprio Adso che, in quel frangente, confondeva l’amore con la lussuria?  Invero, Adso si era innamorato perdutamente di una fanciulla che pativa la miseria, e voleva a qualsiasi costo liberarla dalla povertà, dal sacrificio, dalla privazione. Udendo tale confidenza, Guglielmo dedusse la purezza del sentimento del suo discepolo, e si mise a disquisire sulla bellezza della donna, l’essere che, a parer suo, ha in sé il potere di ghermire l’anima di un uomo. La donna è un’essenza ineffabile, splendida, incredibilmente seduttiva. Le donne, per frate Guglielmo, sono le custodi degli affetti, e attraverso esse l’amore germoglia sulla Terra. Ma l’amore reca affanni o beatitudini alle persone? Chi può dirlo. Può darsi che senza amore vivremmo più tranquilli. La vita dell’uomo, scevra dall’amore, sarebbe quieta, calma, stagnante… terribilmente noiosa.

Quando la cecità s’impadronì di Andrea Camilleri, relegandolo nell’oscurità, lo scrittore siciliano ammise di riuscire a vedere ancora meglio di prima, poiché da quel momento aveva cominciato a vedere con la mente e non più con gli occhi. Tuttavia, Camilleri confessò che soltanto una cosa gli mancava rispetto a un tempo, quando poteva ancora contare sul senso della vista: la bellezza femminile. Essa può essere ricordata, immaginata, menzionata ma ciò che l’immaginazione, la fantasia, la reminiscenza possono riuscire comunque a richiamare non potrà superare l’impatto estetico, il fascino immediato di una donna scorta e successivamente ammirata. Spesso, nel lampo in cui si contempla un volto attraverso la vista, sgorga la prima infatuazione. Ma l’infatuazione durevole ed inscalfibile non può limitarsi alla mera estetica. Frequentemente è il carattere, l’indole, la personalità, l’anima esternata mediante la parola, l’azione, il gesto a conquistare ben più di un’ingannevole apparenza.

Illustrazione per la fiaba "Il bambino cattivo" di Hans Christian Andersen

L’amore è una creatura invisibile che alberga nella nostra intimità. Se ne resta dormiente, sopita, in silenzio per poi risvegliarsi di colpo, quando i nostri occhi vengono catturati da una figura che ci attrae, quando le nostre orecchie vengono raggiunte da una voce soave e ammaliante, quando la nostra mente è rapita dalla manifestazione sensibile ed arguta di un concetto.

Ma l’amore fa soffrire o rende felici? Una domanda, quest’ultima, destinata a generare molteplici risposte, tutte dettate da una scontata soggettività. L’amore non corrisposto è il più spiacevole da tollerare, il più amaro da assaporare, il più indigesto da mandar giù. In una sua fiaba, Hans Christian Andersen descrisse l’amore come un’entità “maligna” e crudele che libra, leggera come l’aria, tra i mortali, infettandoli con l’incurabile dolore dell’amore. Ne “Il bambino cattivo”, un vecchio e buon poeta accoglie nella sua dimora un bel piccino, dai biondi capelli, rimasto tutto nudo a prender freddo sotto il temporale. Il piccoletto viene descritto con gli occhi vispi e luminosi come stelle rilucenti in cielo, chiome arricciate a contornargli il viso e guance rosee. Teneva in mano un piccolo arco ed una faretra grondante di frecce dorate. Il bambino cattivo errava giorno dopo giorno, mescolandosi tra i giovinetti che, ignari del “pericolo”, gli davano le spalle. Lui, piuttosto abilmente, scoccava i suoi dardi colpendo i bimbetti con precisione ed essi cadevano vittime delle sue arti infide. Tutti si erano imbattuti in lui, la mamma e il papà del vecchio poeta, persino la nonna che mai dimenticò gli effetti della freccia di Eros, ehm, intendo dire del bambino cattivo.  Per Andersen, il ragazzetto a cui il vecchio poeta prestò soccorso era proprio un bimbetto crudele, poiché spesso si divertiva a colpirlo di soppiatto, a farlo innamorare senza mai venire ricambiato. Cosa c’è di più doloroso che amare senza essere amati? L’amore, si sa, non è perfetto né, tanto meno, giusto. Esso rende lieti e spesso altrettanto infelici. E’ un “malessere” che arricchisce lo spirito, dona ad esso speranza, illusione se preferite, e a volte, se va bene, la gioia più grande: venire amati da chi amiamo.

E voi? Ricordate la prima volta che il dardo invisibile di Cupido vi ha raggiunto alla schiena? Sono pronto a scommettere di sì! Tutto ha inizio quando si è ancora bambini, in quel periodo in cui non si deduce né si intuisce ma si percepisce candidamente.

Io rammento quell’interminabile istante con una tale nitidezza. Fu qualche anno addietro, quando ero, naturalmente, un bambino. Rimembro i biondi capelli di una ragazzina, il fiocco rosa che le ornava gli stessi, quasi all’altezza della fronte, il suo sorriso espansivo e caloroso, impreziosito da un argenteo apparecchio che non scalfiva minimamente la sua dolcezza, anzi, tutt’altro, la rendeva ancora più particolare e bella. Ricordo ancora lo zainetto che portava, l’incedere veloce con cui percorreva il cortile della scuola, e ovviamente, anche il suo nome. Di quella mattina, serbo, cristallinamente, tra le mie memorie il battito del cuore che avvertii, e che continuava a rimbombarmi nelle orecchie simile a colpi di cannone appena esplosi. Non posso dirlo senza suscitare ilarità ma in quel momento fui convinto di aver contratto una strana malattia, un aspro ma gradevole spasimo. L’amore, dopotutto, è un malanimo, un dolore che non possiede nome, per cui non esiste, fortunatamente, alcun rimedio.

Com’è che recita un detto antico come il mondo? Ah sì, il primo amore non si scorda mai. Ebbene, spesso il primo amore lo proviamo quando siamo bambini, quando ancora fatichiamo a capire cosa siano le farfalle nello stomaco. Per capire cos’è l’amore, forse, bisogna pensare alla tarda infanzia, al giorno in cui quel sentimento si è manifestato perentoriamente, d’un tratto, non andando più via. E’ capitato a molti d’innamorarsi da bambini, capitò anche a Gabe, il protagonista di “Innamorarsi a Manhattan”.

Tale pellicola, datata 2005, diretta da Mark Levin, con protagonisti Josh Hutcherson e Charlotte Ray Rosenberg (qui accreditata come Charlie Ray) è una commedia romanticamente sagace, intelligente, ed ha in sé una particolarità pressoché unica: l’avere due protagonisti decisamente giovani, di appena 11 anni, che vivono il primo, tenero amore della loro vita. La premessa è del tutto peculiare: raccontare un sentimento così genuino e spontaneo, ma anche complesso e ardito, come l’amore attraverso lo sguardo di un bambino senza cadere nel frivolo, rendendo il tutto divertente, a tratti persino triste e malinconico. Tutto ciò non è un compito semplice ma il lungometraggio ci riesce splendidamente, confezionando un’opera divenuta, col passare degli anni, un vero e proprio piccolo cult.

Gabe è un ragazzino di 11 anni che trascorre le giornate giocando ai videogiochi e girovagando, tutto solo, tra i quartieri di Manhattan col suo monopattino. Egli vive con i suoi genitori nell’Upper West Side, ma la situazione famigliare che si staglia attorno a lui è tutt’altro che idilliaca. Sebbene sua madre e suo padre continuino a vivere insieme, entrambi hanno deciso di separarsi e, già da qualche settimana, d’intraprendere vite indipendenti. All’inizio della storia, Gabe rievoca la giovinezza dei suoi genitori, raccontando come essi si siano conosciuti ed innamorati durante un campeggio estivo. Questa giovinezza, poi non tanto lontana, non viene più ricordata dalla mamma dal papà del fanciullo, troppo indaffarati a spazzare via i cocci della loro relazione piuttosto che a cercare di ricomporli.

L’amore è destinato a non durare, afferma Gabe con una certa amarezza. Lui lo sa bene, è stato innamorato per qualche settimana, un supplizio decisamente spossante. La dolorosa interruzione della sua breve storia d’amore lo ha portato a capire che questo particolarissimo sentimento si fomenta in noi come un fuoco di breve durata, che arde e si estingue sin troppo rapidamente. Gabe ne è davvero convinto, anche se non riesce a capacitarsi del perché, fatto sta che l’amore non perdura.

“Ma perché l’amore deve finire?” – chiederà Gabe a sua madre, in una sequenza del film. Gran parte delle cose più belle nella vita tendono a concludersi bruscamente e a non lasciare altro che un mucchio di ricordi. Forse è proprio la fine di un rapporto a celebrare l’incanto e la meraviglia dell’inizio. I genitori di Gabe rammentano la letizia del passato, eppure l’ombra del presente impedisce loro di riavvicinarsi e di riattaccare i cocci della loro relazione. Osservando, impotente, il naufragio del matrimonio dei suoi genitori, Gabe deduce che l’amore è un gioco crudele in cui esistono molti più sconfitti che vincitori.

Dopo aver fatto questa breve introduzione sul trascorso di sua madre e di suo padre, Gabe inizia a narrare la sua “dolorosa” esperienza, confessando d’essersi recentemente innamorato e di aver sofferto ciò che, nel linguaggio abitudinario, potremmo definire con l’espressione “le pene dell’inferno”. Tutto ebbe inizio qualche settimana prima, quando Gabe scelse di iscriversi ad un corso di Karate. Lì s’imbatté in Rosemary Telesco. Non era la prima volta che Gabe vedeva Rosemary, i due, infatti, si conoscevano sin dall’asilo, ed avevano l’abitudine di salutarsi e di scambiare qualche parola. Gabe continuò ad avere Rosemary come compagna di classe durante tutta la sua crescita. Dalle elementari in poi, lei era sempre rimasta lì ma lui, semplicemente, non riusciva a vederla.

A Karate, Gabe finisce per essere il partner di Rosemary e, da quel momento, i due si avvicinano. Chiacchierando per strada, Gabe, parecchio meno abile di Rosemary nella lotta, propone alla ragazza di allenarsi insieme, e lei accetta molto volentieri. Prima di tornare a casa, Rosemary si ferma presso un negozio di abiti da sposa per provare un vestito da damigella, e Gabe acconsente ad accompagnarla.  

In quell’attimo, ha inizio l’amore. La punta acuminata della freccia di Eros, o del bambino cattivo se preferiamo attenerci al “verbo” di Andersen, tange Gabe nell’istante in cui Rosemary appare dinanzi a lui con indosso un vestito rosa. Una serie di specchi riflette e moltiplica la sua immagine agli occhi del ragazzo, rimasto impassibile e al tempo stesso intontito. Rosemary gira su se stessa e guarda, contenta, il suo bell’abito ricamato. Ella sembra così volteggiare, libera e lieve, come una danzatrice su di un bianco piedistallo che la eleva su tutto, facendola apparire tanto bella, dolce e aggraziata. Il cuore di Gabe batte all’impazzata, ed i suoi occhi non si discostano un solo istante da lei. L’amore è appena sbocciato. Eros ha “posseduto” l’anima di Gabe, il quale è adesso colui che prova l’amore, ed ha in sé gli effetti inebrianti del dio più arcaico di tutti. Fedro avrebbe, molto probabilmente, descritto così ciò che il personaggio principale stava avvertendo per la prima volta.

Da allora, Gabe comincia a relazionarsi in maniera profondamente diversa con Rosemary: non è più sciolto come un tempo, diviene impacciato, timido, perdutamente innamorato. La situazione di crisi famigliare che il protagonista vive nella propria casa si contrappone al clima sereno che egli avverte quando varca la soglia della dimora di Rosemary. In quel luogo, Gabe scopre che la ragazza appartiene all’alta società newyorkese, essendo i genitori dei famosi produttori televisivi, oltre ad essere felicemente sposati. Inizialmente, Gabe non si preoccupa affatto del diverso ceto sociale che intercorre tra lui e Rosemary, e a ragion veduta: tante storie d’amore raccontano di un povero che è riuscito a far innamorare di sé una principessa.

Ma lo stupore e la meraviglia nell’accostarsi al mondo ovattato di Rosemary si perderanno nel momento in cui Gabe scoprirà che Rosemary, quanto prima, dovrà partire per il campeggio e successivamente lasciare Manhattan per iscriversi ad una scuola privata. Gabe dispone solamente di due settimane da poter trascorrere con la ragazza di cui si è invaghito. Un tempo maledettamente esiguo ma che, a undici anni di età, può comunque significare tantissimo.

Le giornate, per Gabe e Rosemary, passano velocemente, tra splendidi ed interminabili passeggiate al Central Park, e lunghe e faticosissime “traversate” da una parte all’altra di Manhattan, in sella ad un monopattino. Giorno dopo giorno, Gabe vive la più tersa felicità, quella che Luciano De Crescenzo descrisse come la “vera felicità”, la felicità assoluta, derivante dall’attesa. Ogni sera, Gabe pensa al giorno successivo, quando rivedrà Rosemary a Karate, quando potrà incontrarla per strada o passeggiare con lei fianco a fianco. E’ proprio questa la felicità più grande, la consapevolezza di rivedere la donna amata il giorno successivo, il pensiero, l’attesa dell’incontro che genera il piacere - avrebbe detto il De Crescenzo. Gabe, come ogni altro innamorato, prova euforia per tutto il tempo che va dalla prospettiva all’incontro effettivo. E’ forse questo l’amore? Un senso di felicità che domina lo spirito, che intrattiene la mente, che scatena l’emozione e rende l’attesa trepidante intollerabile. Chi può saperlo davvero!

Gabe, però, non è sempre pienamente felice. Alla gioia nel vedere Rosemary si mescola la malinconia, l’amarezza nel constatare che presto dovrà dirle addio. Le inquietudini, quindi, si moltiplicano in lui. Egli immagina, persino, un futuro non troppo remoto in cui Rosemary sarà “costretta” a sposare un altro uomo. Gabe giungerà appena in tempo in chiesa per gridare a squarciagola il nome del suo grande amore, così da impedirle di convolare a nozze con chi non può in alcun modo amarla come farebbe lui. Ma Rosemary riuscirà a sentirlo prima di pronunciare il fatidico “sì”?  In questo incubo vissuto ad occhi aperti, la donna non fa in tempo a voltarsi, a mostrare il proprio volto adulto, che subito Gabe torna alla realtà, cercando di concentrarsi sul presente, su ciò che ancora può vivere con Rosemary.

Quella del matrimonio immaginato è una scena divertentissima che fa il verso al celebre finale de’ “Il laureato”. Gabe mima le gesta del protagonista di quel film, che insegue disperatamente la sua amata prima che ella si leghi per sempre ad un altro. “Innamorarsi a Manhattan” è un film colto, bellissimo, ricco di intelligenti citazioni e scritto con garbo e attenzione nel caratterizzare i personaggi. Sono proprio i caratteri dei due innamorati a rendere i protagonisti tanto nitidi e sinceri da sembrare reali.

Nei suoi monologhi instancabili, Gabe affida tutte le proprie confidenze agli spettatori, sensibili custodi delle sue ansie, delle sue angosce, dei suoi patimenti. Per tutta la durata del lungometraggio, Gabe “trascrive” oralmente i suoi pensieri, le sue idee, le sue aspettative nonché le sue inquietudini ed oppressioni. I soliloqui da confidente del personaggio cardine della pellicola si tramutano nella voce di un narratore intimo, che legge il proprio diario da bambino ad alta voce. Gabe parla in maniera elegante, raffinata, si interroga su come poter conquistare Rosemary, come poter giungere all’anima di quella damigella. Parole inusuali, articolate e complesse per un bambino si susseguono una dietro l’altra ma sta proprio in questa unicità la pregevolezza del film. Gabe, scoprendo l’amore, ha smesso d’essere un bambino come gli altri, imparando in maniera repentina la ruvidità della maturazione. Gabe apprende istantaneamente, come per magia, un linguaggio preciso e distinto, accuratamente previsto dalla sceneggiatura per aumentare l’alone di comicità. Ascoltare i monologhi acuti, brillanti, intensi di Gabe ispira ilarità, dolcezza, nel vedere questo bambino che riesce ad esprimersi e a ragionare con la mente ed il cuore di un uomo adulto. E’ questo l’incanto che una bella dama può creare nel corpo e nella mente di un innamorato.

Sofisticata ironia, tanta tenerezza, dolcezza e persino una forte commozione sono tutti gli elementi che scaturiscono dal racconto e dal vissuto di Gabe il quale, tra situazioni tragicomiche, timori e preoccupazioni esterna, usufruendo delle sue intime riflessioni palesate vocalmente, facendo impallidire persino Woody Allen, tutte le gioie ed i dolori del primo amore. Gabe, infatti, non prova per Rosemary una semplice “cotta”, o un interesse romantico volto a disperdersi entro poche ore, ma un vero amore, un amore che lacera, ferisce, tortura, rende gelosi, instabili, ingenui e inguaribilmente “stupidi”.

Inizialmente, Gabe e Rosemary dialogano sulla crescita e la maturità, tema portante dell’opera stessa. Rosemary riporta una verità scientifica: le donne maturano prima degli uomini. Gabe non le crede, anzi è in fondo convinto che tutto, soprattutto la maturità, sia relativo. Chi avrà ragione tra i due?

I giorni passano e i due ragazzini sono sempre più legati. Scorrazzando insieme per tutta la città, stretti in una presa ed in sella ad un monopattino, Gabe e Rosemary divengono i ritratti giovanili e moderni di Gregory Peck e Audrey Hepburn, interpreti dei due innamorati di “Vacanze romane”, quando vagano per le strade di Roma a bordo di una leggiadra vespa. I quartieri, le vie, le strade, la natura verdeggiante e tutte le bellezze paesaggistiche di Manhattan fanno da cornice a questa delicata storia d’amore, mirando, silenziosi, l’amore e l’impacciato corteggiamento di un fanciullo nei riguardi della sua bella.

A Gabe restano soltanto pochi giorni per dichiarare a Rosemary il suo amore.  Così, una sera, trova il coraggio di prenderla per mano, e stringerla forte. Ella ricambia a sua volta la presa, e i due, poco dopo, si scambiano un breve ma intenso bacio. E’ questa la sostanza dell’amore, qui teneramente tratteggiata con l’innocenza dell’adolescenza. Tenersi per mano, un bacio lesto ma indelebile sono i modi con cui l’amore si manifesta nella sua forma iniziale, la più pura, la più sincera, la più bella.

Il giorno seguente quel primo ed unico bacio, Gabe ha un crollo nervoso. Torturato dalla paura di non essere stato bravo e paventando la possibilità che Rosemary non lo ricambi, il bambino cede alla crisi isterica, tra l’ironia e la tenerezza di chi sta seguendo la sua avvincente parabola. Oppresso dalle proprie titubanze, Gabe arriva, così, a cedere alla gelosia, a litigare con Rosemary e a scoppiare in lacrime nella sua cameretta invocando, disperatamente, il nome della ragazza. Comicità e profonda riflessione su questo straziante “dolore” patito dal piccolo si mescolano creando un affresco sensibile sul “dramma” dell’amore.

E’ in quella triste sera che Gabe comincia a covare l’idea che l’amore non conduce mai ad un esito positivo. Gabe, però, non si vuole dare per vinto, torna presto in sé e, pentendosi dei suoi sbagli, corre da Rosemary, incontrandola al matrimonio della zia. Rosemary indossa lo stesso vestito che aveva provato quel giorno quando la loro storia ebbe inizio, quel mattino in cui Gabe s’innamorò di lei. Guardandola dritto negli occhi, Gabe ha finalmente il coraggio di rivelarle tutto il suo amore. Rosemary, però, sebbene sia tanto affezionata al ragazzo, gli confida di non essere pronta per l’amore. Egli la implora di pensarci, ricordandole ciò che lei stessa aveva detto: le femmine maturano prima dei maschi. Eppure, Rosemary non si sente abbastanza grande per amare a sua volta. Gabe aveva ragione, anche se, in cuor suo, avrebbe preferito sbagliarsi, la maturità è davvero relativa. Lui era riuscito a crescere prima di lei, ad accettare il “tormento” dell’amore, Rosemary ancora no. Per loro sarà, dunque, un addio. Gabe e Rosemary si concedono un ballo nella sala, salutandosi, tristi, per l’ultima volta. “Innamorarsi a Manhattan” si conclude con una nota grigia, triste, lacrimevole. L’amore è finito, e Gabe lo sapeva. Gli amori, quelli più grandi, sono sempre destinati a finire.

Eppure, rientrando a casa, il ragazzo rivede i suoi genitori, giovani e sorridenti come un tempo. I due, osservando le peripezie del loro giovane figlio, hanno riassaporato il brio della loro giovinezza, riavvicinandosi e ricomponendo i resti, ancora ben saldi, della loro unità coniugale. Gabe torna a sorridere, sentendosi nuovamente sereno. Egli, pur ferito, torna a vedere il bicchiere mezzo pieno. Gabe, infatti, sa che la vita gli riserverà ancora tante sorprese e nuovi amori, ma nessuno di essi sarà mai il suo primo amore. Quello resterà sempre Rosemary. Di lei custodirà ricordi incancellabili, ciò che, sovente, resta di un vero amore.

"Rosemary e Gabe" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ma cos’è allora l’amore? E’ una malattia causata da un bambino crudele? Una manifestazione del dio più vecchio del nostro mondo? Oppure una forza che vive in noi, fuoriuscendo sin da quando siamo piccoli e ancora non del tutto coscienti? E’ molto semplice, in realtà. L’amore è sensazione, sentimento contrapposto e contraddittorio, esso è gioia e tristezza, innocenza e spontaneità, goffaggine e coraggio, è tutto ciò che ha sperimentato il giovane Gabe. L’amore si insinua in noi sin da bambini ed è lì che andrebbe analizzato, nella sua forma sentimentale più autentica ed inviolata.

L’amore fa star male e bene al contempo, esso è una rara forma di dolore, un dolore che non vanta definizione, che permane nel corpo e nell’anima e da cui non si può guarire. I dolori rammentano la debolezza di un corpo, rendono chiara la sua umanità, feribile la sua anima, ci rendono consapevoli di una verità assoluta: il non poter resistere soli, ma il voler appartenere a chi amiamo. Dolori come l’amore ci ricordano che siamo ancora vivi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cos’è che fa di un mostro… un mostro? I canini affilati?  Gli occhi iniettati di sangue? L’abitudine, piuttosto molesta, di ululare nelle notti di luna piena o di riposare, tutto bendato, racchiuso in un sarcofago? Un momento! Ma è una questione di aspetto o di comportamento? Come potremmo delinearlo, definirlo? Cosa diavolo è un mostro?

Calma, niente panico, regola numero uno: riordinare le idee. Dunque, “il mostro” è un essere schivo, elusivo, misterioso, una creatura che si manifesta improvvisamente nel buio e che, altrettanto rapidamente, scompare col favore delle tenebre, un po’ come un incubo che svanisce allo spuntare dell’alba. Che definizione blanda, generica, aleatoria, quest’ultima! Invero, il mostro è colui che è diverso da noi. Esso corrisponde allo sconosciuto, allo straniero, all’uomo-nero. Proprio in virtù della sua diversità estetica, ogni mostro viene minacciato, intimorito, scacciato, specie se è grande, grosso, peloso, se ha tante zampe e proviene da luoghi remoti come lo “spazio” sconfinato.

Chissà quante malattie avrà portato con sé, scendendo dalla volta celeste!” – borbotterà qualcuno, vedendo il mostro in lontananza. “Con quelle unghie affilate ci tagliuzzerà ben bene quando ne avrà l’occasione, vedrete. Quegli artigli non gli serviranno di certo ad arrampicarsi sugli alberi per ghermire le verdi foglie…” - commenterà, scioccamente, qualcun altro. “Che si ritirassero nei mulini di legno ancora non arsi dalle fiamme questi dannati mostriciattoli!” urlerà, sprezzante, un terzo.

I mostri sono differenti da noi esseri umani, vanno allontanati con le torce accese ed i forconi ben branditi. Almeno, così credono gli stolti. Non importa se un mostro avrà mai la possibilità di spiccicare qualche parola per spiegarsi, esso non possiede la nostra stessa natura, non appartiene alla nostra medesima razza, è malvagio e purulento, non occorre che si arrovelli a provare il contrario, poiché quei suoi denti aguzzi sono fatti per uccidere e quelle sue mani grandi non sono altro che artigli pronti a colpire una volta soltanto.

Proviamo però a supporre, anche per un solo istante, che i mostri non siano poi così perfidi. Daremmo mai loro un’occasione per dimostrarlo? E’ possibile che dietro quell’epidermide pallida, che sotto quei bulloni d’acciaio e quella peluria così fitta, alberghi un’anima sensibile? Sebbene siano, all’apparenza, così diversi, i mostri hanno in comune con noi molto più di quanto si creda. Anch’essi avvertono il dolore, anch’essi si emozionano, anch’essi possono affezionarsi.

  • Una bella per una bestia

Ebbene, anche i mostri s’innamorano, benché brutti, cattivi, cruenti e feroci. Non volete crederci? Dovreste!

Vedete, spesso è proprio la bruttezza, sì, insomma, quella loro parvenza sgradevole, a far scoccare la scintilla di un desiderio: il desiderio di amare. I mostri sono profondamente incompresi. Essi non hanno scelta, nascono, per l’appunto, mostruosi, decisamente sgraziati, malconci e fin troppo difformi per passare inosservati. Purtroppo, l’aspetto limita fortemente la libertà di un mostro, questo perché la disarmonia e la natura atipica preluderanno sempre alla sua pura integrità. A Parigi, nei pressi di un’antica cattedrale, un giovane campanaro deforme veniva appellato dalla folla come un “diavolo”, sebbene il suo cuore celasse l’identità di un angelo dannato.

I mostri vengono considerati orridi, spaventosi, terrificanti al sol guardarli. Coloro che li intravedono, oramai sempre più di rado, scappano a gambe levate. Il mostro di turno non ha neppure il tempo di presentarsi: quando sbuca da qualche cespuglio, il viandante fugge come il vento. I mostri non socializzano con gli altri e, da secoli, se ne stanno appartati, soli, profondamente soli. Sozzi e invenusti, essi devono rimboccarsi le maniche se vogliono conquistare l’amore.

Non solo Frankenstein! La mummia di Boris Karloff vi attende qui

Eppure, Frankenstein non era poi così cattivo! Vagava impaurito, con le vesti un po’ bruciacchiate. Era appena scampato ad un incendio, e non aveva dove andare. Gli uomini gli avrebbero dato la caccia se solo lo avessero rivisto. Al mostro spettava il compito di nascondersi, non più quello di spaventare. Standosene in disparte, Frankenstein, che doveva il suo nome al folle genitore che gli diede la vita, cominciò a soffrire, struggendosi nell’oscurità e prendendo sempre più coscienza della sua identità, della sua sofferenza, della sua solitudine. La Creatura voleva qualcosa, o per meglio dire qualcuno che potesse alleviare il vuoto, l’abisso, di un’esistenza vacua. Col trascorrere delle giornate, Frankenstein capì: agognava una compagna, una donna della sua stessa “specie”, una sposa da poter amare.

L’amore, nella pellicola “La moglie di Frankenstein”, nasce da un desiderio di riconoscimento, di accettazione, da un bisogno naturale provato da un essere innaturale. Frankenstein era brutto, un mostro dall’origine insana, ma non era crudele, non voleva essere efferato: esso non veniva, semplicemente, capito. D’altronde, persino lui stesso faticava a capire chi fosse, cosa fosse. Frankenstein, allora, si abbandonò al desiderio, all’emozione, al sentimento per cercare di attenuare il proprio dolore. Plasmò così una damigella, una donna che potesse amarlo. Per lui fu uno “zing” immediato! Una figura femminile si levò in piedi, ed emerse da un cupo laboratorio, avviluppata dalla nebbia. Essa era glaciale, ma splendida nella sua imperturbabile fisionomia.

La “bella” aveva i capelli prevalentemente neri, tuttavia alcune ciocche della sua chioma, rimaste bianchissime, avevano assunto la forma di saette scintillanti. Frankenstein se ne innamorò, ma il suo non fu che il mero e fallimentare tentativo di vivere una vita normale. A lui la normalità era stata preclusa sin dalla nascita, sin dalla creazione. La sposa del mostro, anch’essa partorita in maniera infausta ed anormale, non riusciva a ricambiare i sentimenti dell’essere. L’amore, in fondo, non può essere creato dal nulla né sintetizzato con l’arte della scienza e la gloria della conoscenza. Questa fu un’altra condanna che molti mostri patirono. Essi, infatti, impararono ad amare ma non sempre riuscirono ad essere amati. Frankenstein non poteva vivere realmente il suo amore e, disperato per la sua infelicità, si lasciò morire.

"Il mostro della laguna" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Esplorate la laguna nera cliccando qui.

Un altro mostro s’innamorò a sua volta. Esso affiorò dalle acque lacustri, in una laguna nera, di rado solcata da qualche imbarcazione. Un mattino, esso vide una donna danzare sulla superficie limpida del “lago” con indosso una candida veste. Allungò l’arto per provare ad afferrarla, ma lo ritirò di scatto, per timore di ferirla. Il mostro della laguna aveva sempre vissuto patento la solitudine più assoluta e, quando mirò quella creatura muoversi, sinuosa come una sirena, tra i fluttui, cadde nel desiderio. Fece quanto poté per averla, arrivò persino a rapirla. Ma l’animale dal tratto umanoide, venuto dall’acqua, non poteva custodire per sempre la fanciulla nelle grotte. Sconfortato, si accasciò al suolo, ferito, e si abbandonò inerme in un sepolcro acquatico. Il mostro di quella laguna non era di certo cattivo, lo ammise persino la bella Marilyn Monroe nel momento in cui scoprì questa storia, adattata sul grande schermo in bianco e nero. La creatura anfibia non era ria, era una vittima, scontenta, triste e sola, ipotizzò Marilyn, la donna dai capelli d’oro.

E’ proprio la solitudine ad affliggere i mostri. Nessuno vuole incontrarli, nessuno desidera conoscerli. Essi si celano nelle ombre, convinti che se dovessero essere scoperti, verrebbero minacciati ed uccisi. Giacciono, dunque, isolati, senza gioie e senza amori.

  • Lo zing

Tanti mostri vissero l’amore e molti di loro lo perdettero in seguito. Anche il Conte Dracula provò l’amore, il più grande amore, quello autentico, ovvero lo “zing”. No, non sto facendo riferimento al classico Dracula, colui a cui tutti pensate quando il suo nome viene fortemente pronunciato. Dimenticate, giusto il tempo che vi occorrerà per ultimare questa lettura, quanto scrisse Bram Stoker nel suo capolavoro letterario. Non indugiate a rievocare la freddezza e l’atrocità del Conte tradizionale. Immaginatelo, questa volta, come una figura alta ed esile, avvolta in un nero mantello. Tale Dracula non è come i suoi simili, ha una testa ingombrante, una simpatia incontenibile ed una voce ancor più inconfondibile. Dracula, così come appare in “Hotel Transylvania”, è un mostro incompreso, misantropico, terrorizzato all’idea di dover incontrare l’essere umano, il “diverso” che gli arrecò tanto dolore. Ebbene, siete riusciti a rivederlo? Lo avete rievocato nella vostra mente?

Molti anni or sono, questo Conte perse la propria moglie adorata, assassinata dagli esseri umani. Fu in quella triste notte che Dracula capì che i mostri non potevano in alcun modo coesistere con gli uomini, poiché questi ultimi sanno essere violenti e pericolosi. Dracula ne è convinto: i mostri esistono, ma non sono quelli a cui siamo soliti affibbiare tale denominazione. I veri mostri sono coloro che non tollerano, coloro che attaccano, coloro che offendono e feriscono con le armi ben sguainate. Qualcuno, un tempo, cantò che il vero mostro è colui che è “brutto all’interno” e non colui che è “brutto a veder”. I mostri saranno anche raccapriccianti, ma non sempre i loro connotati corrispondono ai loro caratteri.

Quando Dracula perdette la propria consorte, decise che mai più nessun uomo avrebbe ferito la sua famiglia. Eresse, allora, un imponente edificio, un rifugio sicuro per tutti i mostri che, tra quelle mura, avrebbero potuto restare al sicuro. Si, in poche parole, un hotel di superlusso per tipi eccentrici!

Rifugiatosi nello sfarzoso palazzo di pietra, Dracula allevò, per un secolo, sua figlia Mavis. Per i successivi cento anni, egli seguitò a provare l’amore, in una forma nuova, diversa rispetto a quello che provarono Frankenstein ed il mostro della laguna nera, menzionati in precedenza. Dracula amò incondizionatamente durante tutta la sua esistenza e, quando venne privato del conforto di una moglie, l’amore che aveva sempre riscaldato il suo cuore mutò, divenendo amore paterno. Quest’ultimo è un tipo di amore votato alla protezione assoluta, all’affetto smisurato, al riguardo e all’educazione, all’accompagnamento verso la crescita e la maturazione. Dracula guidò Mavis dalla giovinezza alla maggiore età. Così, le stagioni si alternarono e all’hotel, anno dopo anno, giunsero, da ogni parte del mondo, i mostri più stravaganti. Dracula formò persino una combriccola di bizzarri amici, legandosi a licantropi, mummie, creature nate in laboratorio ed esseri gelatinosi e appiccicaticci. 

Gli anni per Dracula e Mavis passarono così, nella tranquillità e, forse anche un po’, nella noia della routine. A 118 anni, Mavis divenne grandicella, ma Dracula continuò a vederla come una bimba e a nutrire per lei una paura smisurata. Il mondo esterno era un luogo pericoloso, Mavis non avrebbe mai dovuto lasciare la sua principesca dimora. Un giorno come un altro, Johnny, un mortale, sbucò dal nulla, irrompendo nell’albergo e turbandone la quiete. Dracula si rapportò al giovane in maniera alquanto diffidente, del resto, Johnny era un essere umano, c’era poco di cui fidarsi! Ciononostante, conoscendosi sempre più, Dracula e Johnny scopriranno di non essere poi così diversi. Questi stringerà, dunque, una tenera amicizia con Mavis che, ben presto, si trasformerà in amore.

"Re Tritone ed Ariel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più cliccate qui.

A quel punto, Dracula dovrà armarsi di coraggio e, da buon genitore, accettare l’inevitabile. Dopotutto, egli non fu certo il primo padre a dover salutare la propria “piccina”. Ne “La sirenetta” della Disney, Re Tritone, alla fine, dovette cedere le armi, deporre il proprio tridente e lasciare andare la sua bambina. Ariel si era innamorata, ed era decisa più che mai a convolare a nozze con Eric, un principe venuto dalla terraferma. In egual modo avrebbe dovuto agire anche Dracula.

Facendo un bel respiro profondo, il Conte salutò sua figlia, ed accettò di vederla andar via con un ragazzo… normale e non certo mostruoso.

In “Hotel Transylvania” viene messa in scena una rara forma di amore: il sacrificio, la rinuncia di un papà a tenere la propria figlia con sé, una scelta, quest’ultima, che condurrà Dracula alla ritrovata serenità nel vedere Mavis, finalmente, sorridente e giuliva.

"Dracula e Denisovich" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tra Mavis e Johnny, tra una vampira ed un ragazzo, tra una creatura mostruosa ed un mortale, scoccherà, dunque, il colpo di fulmine e, dalla loro unione, nascerà un bambino dai folti capelli scarlatti, Dennis, che verrà ribattezzato da nonno “Drac”: Denisovich.

L’amore, in “Hotel Transylvania”, è uno zing, un tintinnio, un lampo improvviso che squarcia il cielo e illumina lo sguardo, un incanto istantaneo che si avverte come un placido suono. I mostri non ne sono assolutamente indifferenti e, una volta provata tale magia, finiscono per restare innamorati e fedeli per tutto il resto della loro (lunghissima) vita. Dracula visse l’amore per una donna, lo zing assoluto, ed esso non lo abbandonò mai davvero. In seguito, un'altra forma di “zing” si impadronì di lui: l’amore paterno. Questo Dracula fu un mostro che non smise mai di amare, dapprima amò la sua sposa, poi amò la sua piccola e, infine, amò nuovamente, quando conobbe il suo minuto nipotino. E poi, quando il vecchio ma eternamente giovane Conte deciderà di concedersi una vacanza, scoprirà che un nuovo zing sarà pronto a destarsi in lui…

Cos’è che accomuna gli uomini e i mostri se non la medesima capacità di provare e vivere l’amore? Cos’è, realmente, un mostro? E’ forse quella che segue la risposta più pertinente alla domanda iniziale. I mostri, quelli reali, sono soltanto coloro che non riescono a provare tale, meraviglioso sentimento.

L’amore può raggiungere l’immortalità. Dracula lo sa bene: si può amare una donna per sempre continuando a ricordarla nel proprio cuore, e rimirandola, sovente, in un grande dipinto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Cenerentola e il Principe" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Rilettura personale della fiaba)

C’era una volta una fanciulla bella e aggraziata. Quando venne al mondo, il suo pianto commosse tanto la natura, fertile e generosa, che decise di elargirle tre doni. Il sole la baciò con un fascio di luce, colorandole i capelli di un biondo radioso. Il vento le carezzò l’epidermide, rendendola delicata come seta e candida come un tessuto finissimo. Il canto degli uccelli, volati sino alla sua finestra per volere dell’aria, accompagnò le parole d’amore che la madre rivolse all’orecchio della nascitura, le quali le intenerirono il cuore e la resero indulgente e dolce come miele che cola da un albero.

Dopo qualche settimana, la primavera si accomiatò e, ben presto, lo fece anche l’estate. In un giorno d’autunno, il sole, coperto da una nuvola pregnante di lacrime, scomparve e la mamma della bimba spirò. La piccola, accudita dal padre, crebbe sana, garbata e splendida. Qualche anno dopo, l’amato genitore convolò a seconde nozze con una donna benestante, arcigna ed austera, già madre di due figlie. Quando anche il genitore morì, ella rimase sola, assoggettata alle prepotenze delle due sorellastre, e dimenticò il suo nome, poiché nessuno lo usò più per rivolgerle parola. La matrigna non tardò d’affibbiarle, infatti, un nomignolo, un dispregiativo attraverso il quale l’oscura matrona rimarcava l’abitudine della ragazza a sporcarsi con la cenere del focolare.

Cenerentola viveva alla stregua di una serva, maltrattata e oltraggiata. Ella era un bianco cigno che nuotava su di un lago torbido, in cui era impossibile mirare alcun riflesso, dissolto nel sudicio. Le pareti della sua modesta stanza parevano restringersi ogni giorno di più, come una prigione angusta e senza via d’uscita. In quel tempo, in un palazzo regale, viveva un principe della stessa età di Cenerentola. Benché la sua camera fosse ampia e sfarzosa, il giovane aveva l’inquietante sensazione che essa diventasse sempre più opprimente, esigua, quasi soffocante.

Il principe sapeva che, presto, sarebbe stato costretto a sposare una sconosciuta, la sua futura regina. Ciononostante, egli non aveva ancora appreso cosa fosse l’amore, e non si era invaghito di nessuna principessa. L’autorità del padre, tuttavia, era sempre più insistente, così la famiglia organizzò un ballo in cui lui avrebbe dovuto scegliere la sua sposa. L’amore, lo sposalizio, la vita matrimoniale erano, così, ridotti ad una selezione, una scelta opzionale tra aspiranti candidate, agghindate con abiti “trapuntati” con gioielli.  Non era quello che il principe aveva sempre sognato. Egli non poteva sposarsi per amore ma soltanto per dovere, e si sentiva affranto, prostrato davanti ad una tale imposizione. Se Cenerentola giaceva genuflessa alle malignità perpetrate dai suoi “parenti”, il principe non era da meno, e permaneva inginocchiato agli obblighi della sua investitura.

Nella cenere la donna aveva rinvenuto la propria forma di schiavitù, nella corona l’uomo aveva scorto la propria forma di assoggettamento. Il principe non poteva reagire al cospetto dei propri obblighi, essi erano del tutto vincolanti. Nonostante vivesse nell’agiatezza, egli era costretto a rinunciare alle sue libertà, sentendosi come un recluso, imprigionato in un castello dorato. Anch’egli, dunque, come Cenerentola, non riusciva a raccogliere le forze per eludere i propri oneri. Attendendo un incontro insperato, i due futuri innamorati soffrivano tremendamente, ciascuno per proprio conto.

Cenerentola è troppo buona! Per i più, ella personifica l’essenza stessa della gentilezza, se non anche l’incapacità di reagire a un violento sopruso e, pertanto, la remissività. Cenerentola non si oppone, incassa e attenua sulla sua pelle delicata l’ingiustizia di una vita aspra e dura. Perché lo fa?

Taluni credono per paura, altri, invece, per “stupidità”. Vi è forse stoltezza nel non insorgere contro i prepotenti? Vi è insensatezza in una ribellione non attuata?

Cenerentola pare ingenua, e la sua bontà d’animo va incontro, or dunque, ad una rilettura negativa. Ella sembrerebbe incarnare la debolezza di una donna assuefatta alla sofferenza, il che può apparire veritiero, se non si trattasse di una interpretazione sin troppo basica, nonché semplicistica.

Cenerentola simboleggia, anzitutto, la pazienza, quella che, forse, ha avuto in eredità dalla mamma. Quella che ella sperimenta non è un’attesa sciocca, bensì fiduciosa. Cenerentola resta fedele a se stessa, al proprio carattere fatto di autentica e armoniosa purezza. Ella crede che, restando buoni, è possibile riscattare ogni torto subito. Cenerentola non rimane passiva come può realmente sembrare, ella è, semplicemente, differente dalle sue antagoniste, in tutto e per tutto. Non trasforma se stessa in un essere violento e perfido per attuare la propria vendetta, non diventa come le sue sorellastre. Cenerentola resta buona, consapevole che non appena avrà un’occasione, una sola occasione, la sfrutterà pienamente a suo favore. Cenerentola non evidenzia la staticità di una donna indifesa, ma la resistenza di una creatura femminile forte, che non permetterà mai a nessuna crudeltà patita di renderla ciò che mai vorrà essere. Con pazienza, la sua prerogativa più identificativa, al pari della sua bellezza, ella attenderà il giorno del ballo per riprendersi la vita che merita. Cenerentola non vuol suggerire l’arrendevolezza e la sottomissione, tutt’altro. Ella, per quanto non dia tale parvenza, invoglia a reagire contro ogni angheria, senza mai mutare nel carattere e nel profondo. Cenerentola, infine, trionferà, e trarrà in salvo se stessa conoscendo l’amore.

La sera del ballo, aiutata dalla sua fata madrina, la fanciulla indossa un abito azzurro, scintillante come un cielo rilucente di stelle, e si recherà alla cerimonia di corte. Il principe, in quegli attimi, cammina nel salone con aria sconsolata, sino a quando non vedrà una luce provenire dal remoto. Il biondo dei capelli di Cenerentola, raccolti in un’acconciatura che mette a nudo la limpida interezza del suo volto, cattura lo sguardo del principe, che si innamorerà istantaneamente di lei. Entrambi, danzando, raggiungeranno una dimensione separata dalla realtà, in cui le lancette del tempo cesseranno di girare, rendendo un singolo istante perpetuo.

Ma Cenerentola dovrà fuggire quando la mezzanotte rintoccherà davvero. Compiendo la sua corsa disperata, ella perderà una delle sue scarpette di cristallo. Il principe la raccoglierà e, da quel momento, non si darà pace fino a quando non avrà ritrovato la donna che ama. Cenerentola e il principe si ricongiungeranno e, nell’amore, otterranno la felicità.

Il titolo che ho voluto utilizzare per questo mio pezzo è, volutamente, errato. Spesso, infatti, si crede che soltanto Cenerentola sia riuscita a salvarsi, donando se stessa al principe e abbandonandosi alle sue braccia. Invero, lo stesso principe, in quel passo di danza, in quel primo abbraccio in cui il tempo cessò di scorrere per un solo, meraviglioso, momento scovò la propria salvezza. Il più puro e prorompente dei sentimenti ha salvato due vite, le esistenze di un uomo e di una donna che erravano soli e disperati, in attesa di congiungersi.

Restando vicini, stringendosi, sostenendosi vicendevolmente, tutti gli innamorati che si smarriscono nei rispettivi sguardi, perdendosi in un bacio infinito, ottengono la libertà.

L’amore spazza via la cenere!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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