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"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un libro rosso

Anni addietro, una persona a me molto cara volle farmi una confessione. Mi confidò che il ciclo generativo della scrittura ha il proprio picco di fertilità alle prime luci del nuovo giorno. Con la suddetta affermazione, questo “qualcuno” volle suggerirmi di mettermi a scrivere nelle prime ore di ogni giornata. Il mattino è, infatti, il momento più idoneo per partorire concetti ed idee che potranno essere tradotti in parole e frasi. Negli anfratti del pensiero umano, dove la fantasia germoglia come un seme nel terreno, ragione e immaginazione, sovente, riescono a congiungersi in un tutt’uno. Al sorgere del giorno, la mente di uno scrittore, epurata dalle superflue distrazioni del dì antecedente, è rinvigorita dal sonno della notte. I pensieri scaturiscono, così, senza eccessiva ponderazione, superano gli argini come un fiume in piena, zampillano dalla mente alla carta con trascinante intensità. Il mattino è il momento giusto per cominciare a scrivere ciò che, per troppo tempo, è rimasto confinato tra i remoti angoli dei ricordi. A pensarci bene, anche un particolare “romanziere” alle prime armi era solito “scribacchiare” appena alzatosi dal letto, quando i raggi del sole illuminavano le pianure verdi e le limpide acque del fiume Brandivino.

Molto ma molto tempo fa, questo anziano “signore” era intento a scrivere il suo libro, all’alba di un giorno davvero speciale. In quel dì, questi compiva 111 anni, eppure il suo volto non dimostrava affatto un secolo di vita e poco più. Il tempo, per il nostro “uomo” dall’aspetto minuto, pareva essersi fermato. In verità, tale provetto scrittore non era propriamente un “uomo”, bensì un “mezzuomo”, e si chiamava Bilbo Baggins. Bilbo era un hobbit e viveva nella Contea, uno dei luoghi più belli ed incontaminati di tutta la Terra di Mezzo.

Quel mattino, Bilbo se ne stava nella sua casetta a rievocare trascorsi andati e mai obliati. La casa di Bilbo era un buco scavato nelle collinette di Hobbiville. Non era certo un buco brutto, impregnato di puzzo maleodorante, scabro, arido e spoglio, ma un buco hobbit, e quindi comodo, ospitale, gradevole per viverci. Le case degli Hobbit erano graziosissime. Dall’esterno, esse avevano la forma di piccole grotte, con una porta d’ingresso tonda come un oblò al cui centro vi era posto un pomello d’ottone sempre tirato a lucido. All’interno, invece, le stanze e i corridoi somigliavano ad ampie e capienti gallerie, cunicoli accoglienti e confortevoli.

Nel lungometraggio “Lo hobbit – Un viaggio inaspettato”, la storia di questo hobbit centenario comincia proprio all’interno della sua adorata casa. Bilbo siede al tavolo da lavoro, tutto assorto a rimembrare circa un’era lontana ma mai dimenticata. La scrivania di Bilbo è rivolta verso la finestra, come se lo hobbit avesse bisogno di guardare fuori, verso il paesaggio verdeggiante della Contea, per trarre ispirazione nel comporre il proprio testo in divenire.

Quelle ore tanto speciali, Bilbo le passò a trascrivere con acutezza visiva le proprie memorie sotto forma di racconto avventuroso. Teneva tra le mani un plico di fogli bianchi e, sul tavolo, una penna d’oca da intingere nell’inchiostro fresco e scuro contenuto in una boccetta di vetro. I fogli li aveva ordinati per farne pagine di un libro dalla copertina rossa. Il volume, rilegato in pelle, era delicatissimo al tocco. Il colore scarlatto e gli elementi ornamentali che lo decoravano erano capaci di rapire anche il più fugace degli sguardi. Quel libro invogliava chiunque lo osservasse a farsi sfogliare. Frodo, il nipote di Bilbo, dava spesso una sbirciatina prima del dovuto, e Bilbo puntualmente s’infuriava, perché la sua opera era ancora incompleta.  “Non è ancora pronto!” - brontolava. “Pronto per cosa?” – domandava il nipote. “Essere letto!” - concludeva il vecchio hobbit dalla faccia ancora giovane.

  • Se più persone considerassero la casa prima dell’oro…

La storia di Bilbo vede la luce all’interno di casa Baggins. La casa, intesa come luogo in cui vivere, stabilirsi, mettere radici, appartenere, identificarsi, è una delle tematiche preminenti dell’opera letteraria e dell’adattamento cinematografico. Bilbo è innamorato di casa Baggins e lo sarà per sempre. Egli la difenderà con tutte le sue forze dalle arriviste intenzioni dei suoi antipatici cugini, i Sackville-Baggins, che più volte tenteranno d’impadronirsene. La casa, per Bilbo, è un luogo di riparo, un rifugio in cui potersi sentire al sicuro. Senza una casa, immaginata come uno spazio in cui identificarsi, si corre il rischio di non appartenere realmente a niente, di essere pellegrini, nomadi, vagabondi in una terra senza alcuna corrispondenza. La casa non è soltanto un ambiente in cui vivere ma un “regno” in cui potersi sentire realizzati, unici, se stessi. I nani che Bilbo incontrerà in giovinezza non possiedono dimora da svariati decenni, e sentono di non appartenere a nulla. E’ una mancanza assoluta, intollerabile, quella che affligge i nani della dinastia di Durin, scacciati e costretti ad errare fino a che la morte non li reclamerà.

Bilbo ama perdutamente la sua casa e, quando rievoca il passato, tiene anzitutto a descrivere cosa essa simboleggia per lui, ovvero un “buco” confortevole, profumato, repleto di cibo... e dove vivere felici. Il passato si materializza sotto i nostri occhi durante la visione del film: di colpo, un giovane Bilbo compare nel mentre si gode la brezza, oziando, nel suo giardino. Bilbo si presenta come un tipo casalingo, abitudinario, pigro e dormiglione. Adora restare seduto sulla sua poltrona, fumare l’erba pipa, osservare lo sviluppo, giorno per giorno, delle piante che cura nel proprio orticello. Del resto, tutti gli hobbit hanno un debole per quello che cresce.

Quando incontra Gandalf, accorso alla sua porta per invitarlo a partecipare ad un’avventura, Bilbo gli ricorda che le avventure non sono affatto cose che riguardano gli hobbit, poiché fanno far tardi a cena. Bilbo fa della consuetudine uno stile di vita. Come tutti i mezzuomini, adora mangiare, godersi l’intimità della propria abitazione, il buon cibo ed il tepore di un soggiorno riscaldato dal fuoco del camino. Bilbo è tutto fuorché un avventuriero spericolato. Gandalf, coi suoi occhi attenti, scruta qualcosa di celato, un’indole caratteriale segreta che neppure Bilbo conosce di se stesso. Gandalf lo ricorda quando era un bambino, un hobbit minuscolo ma impavido, dal passo leggero, curioso di esplorare il mondo esterno. Questo spirito “picaresco” Bilbo lo ha perduto durante la crescita. Egli si è adattato alle quotidianità, alla routine dei suoi simili, tutte creature inseparabili dal loro ambiente natio. 

Gandalf, però, è cosciente che le attitudini dimostrate in gioventù da Bilbo possano riemergere e, così, sprona il suo nuovo amico a seguirlo e a coadiuvare un manipolo di tredici nani, bisognosi del suo intervento. Quella sera stessa, i nani raggiungono casa Baggins, e, sotto lo sguardo incredulo di Bilbo, “saccheggiano” la sua dispensa. Tra risate, alzate di calici, brindisi, bevute alcoliche e ingurgitamenti voraci, Bilbo conosce quelli che diverranno i suoi amici più cari. D’un tratto, alla porta, bussa il capo della compagnia: Thorin, Scudodiquercia. Thorin è l’erede al trono di Erebor, ed è intenzionato a riconquistare la Montagna Solitaria, espugnata molti anni prima da Smaug, un drago sputafuoco. Nelle viscere della montagna, riposano le immense ricchezze dei nani, tra cui l’Arkengemma, il più prezioso dei gioielli dei figli di Aulë.

  • Un drago, una maledizione

Smaug è un drago cruento e terribile. La sua figura alata non appare nel primo lungometraggio. Sebbene resti fuggevole alla vista, Smaug lascia che sia possibile avvertire la pesantezza del suo alito incandescente, la potenza del suo volo distruttivo, il calore del suo soffio infuocato. Smaug è un drago che non possiede residenza. Esso è un signore dei cieli, e le sue ali gli permettono di volare ovunque voglia, di spadroneggiare sul suolo terrestre dall’alto. Smaug, come ogni altra creatura alata, dovrebbe trovare su, nell’azzurro della volta celeste, il proprio ambiente prediletto. Ciononostante, i draghi, secondo il credo fantastico di Tolkien, bramano l’oro più di ogni altra cosa. Smaug si impadronisce di Erebor per farne la sua dimora, dalla quale non verrà più via. Avrebbe potuto avere il cielo come casa, ma Smaug preferì privare del loro reame i nani, coloro che il cielo fanno fatica a scorgerlo, poiché infatuati delle profondità segrete della terra.

Le distese dorate delle sale dei re di Erebor divennero il giaciglio di questo drago. Smaug si addormenterà in quelle lande siffatte di monete e gioielli, e farà di quei cumuli di gemme le proprie fredde coperte. Quello che nessuno può intuire è che una maledizione grava sulla montagna e su tutto quell’oro. Una dannazione che non ottenebrò il cuore già pietrificato di Smaug, ma che potrà irretire chiunque riesca a valicare i confini del massiccio montuoso.

"Thorin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Thorin, un re senza corona

Thorin, come suggerito dall’ottima interpretazione di Richard Armitage, si mostra sin da subito come un nano austero e dallo sguardo intransigente. Scudodiquercia, nel film di Jackson, palesa sin dal principio un carattere arcigno che, a lungo andare, peggiorerà. La lontananza forzata dal suo regno, il senso di abbandono e di impotenza patiti dinanzi alla venuta del drago, contro cui non ha potuto far nulla, hanno indurito il cuore del figlio di Thrain. Thorin, per troppi inverni, non ha avuto una “casa”, la sua casa, e questo ha adombrato la serenità della sua maturazione. Thorin soffre il fatto d’essere un re senza corona, un sovrano privato del proprio reame. Egli è, conseguentemente, iracondo, sospettoso, e solitario. Thorin testimonia come un evento drammatico possa compromettere lo spirito di un “uomo” di buon cuore. Il Thorin di Armitage è testardo, tende a non fidarsi di nessuno, specialmente degli elfi, e a sottovalutare il valore di Bilbo.

Bilbo, umile hobbit della Contea, possiede in casa Baggins un luogo in cui potersi riconoscere; Thorin, al contrario, è un nobile privato però del suo “castello” e, per tale motivo, incapace di identificarsi nel suo ruolo di re dei nani. Thorin avverte, come un peso che gli dilania il cuore, l’incompiutezza della sua vita. Egli è un re senza un regno, un monarca senza un popolo a cui dare protezione, un "uomo" consapevole di un destino a cui non può ascendere. Lontano da Erebor, Thorin è un esule, un “ramingo” costretto a tollerare un’eterna manchevolezza. Nelle mura di pietra della Montagna Solitaria, nel trono semi-distrutto da un artiglio di Smaug, Thorin ha smarrito il frammento più grande del suo cuore, sussultante di luminosa speranza come l’Arkengemma.

  • Un viaggio inaspettato

Le migliori decisioni, come le più belle idee che ispirano la scrittura, arrivano al mattino presto, dopo una notte di riflessione e di buoni consigli. Bilbo, all’alba, si sveglia di soprassalto e accetta, sorprendentemente, di seguire Gandalf e i nani. Egli abbandona così il focolare domestico, e corre verso le propaggini della Contea. Bilbo lascia la sua casa per aiutare i nani a riottenere la loro.

Peter Jackson, in questa prima pellicola, traspone oculatamente le atmosfere del testo di Tolkien. Il regista neozelandese cattura l’essenza del romanzo e la riversa nell’opera filmica, dimostrando d’essere un traduttore di prim’ordine nel “parafrasare” versi scritti in sequenze visive. Prima di eccedere in grossi cambiamenti e di mettere mano al successivo sviluppo narrativo dei restanti due episodi, Jackson ne “Un viaggio inaspettato” rende merito, con valevole pregevolezza, alla controparte letteraria. Cionondimeno, il cineasta era ben cosciente di non potersi limitare a trasporre. Jackson sapeva che sulla trilogia de “Lo Hobbit” avrebbe gravato l’eredità del “Signore degli Anelli”.

Tolkien scrisse “Lo hobbit” ben prima di creare “The Lord of the Rings”. “Lo Hobbit” si sarebbe rivelato il lavoro iniziatico di una complessa cosmogonia, una mitologia estremamente densa, ricca, sfaccettata.

Jackson si trovò a compiere un percorso diametralmente opposto rispetto a quello del Professore. Tolkien partì da un racconto fiabesco per poi giungere ad un romanzo maestoso, Jackson dovette fare l’esatto contrario. Peter realizzò, dapprima, una trilogia monumentale che, inevitabilmente, avrebbe richiesto ai suoi prequel di mantenere toni simili e, di fatto, epici. Jackson, per omologare le due trilogie e dare continuità alla sua visione, fu “costretto” a tentare di modellare una fiaba ai canoni maestosi della trilogia dell’anello, con tutti i rischi e le difficoltà del caso. Scelta saggia, dunque, quella di introdurre, parallelamente alla storia di Bilbo, gli accadimenti riguardanti l’avvento di Sauron e il suo lento, sinistro, ritorno nella Terra di Mezzo. “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” centra un ottimo equilibrio tra “favola” e “epicità”, soffrendo però l’uso strabordante della computer grafica che minerà il realismo del film.

La Terra di Mezzo immortalata da Peter è bella e radiosa, serena e incantevole. I secoli oscuri sono passati e Arda è, al tempo dell’avventura di Thorin e dei suoi congiunti, un mondo in pace. Questo viene certificato dalle prime fasi del viaggio dello hobbit che, in sella ad un pony, contempla le meraviglie di un paesaggio splendido. Ma credere che Terra di Mezzo sia un luogo sicuro è un’illusione e, presto, Bilbo lo scoprirà. Gli orchi si spingono sino alle terre presidiate dagli elfi e attaccano i nani, i troll di montagna procedono sino ai boschi, la progenie di Ungoliant appesta le foreste con il suo incedere tarantolato. Qualcosa di oscuro si è messo all’opera e le forze del male lo avvertono. La presenza di un essere tetro, un Negromante, che si materializza tenebrosamente nella roccaforte di Dol Guldur, mette in allarme Gandalf, il quale tenterà di convincere il Bianco Consiglio ad esplorare l’antica fortezza per scacciare qualunque entità si nasconda in essa.

Le intenzioni di Jackson appaiono cristalline: narrare la venuta di Sauron, massimo antagonista del Signore degli Anelli, e creare così un legame inscindibile tra le due trilogie. A minare, tuttavia, l’equiparazione tra “Lo Hobbit” e “Il Signore degli anelli” è l’estetica plasmata da Jackson. L’uso eccessivo della CGI, gli effetti speciali sin troppo invasivi e la computer grafica sfruttata con eccessiva frequenza rendono il film differente, e le ambientazioni poco amalgamate alle medesime della prima trilogia.

Jackson, sapientemente, non sacrifica nulla, cosciente di poter dosare le tempistiche su tre lungometraggi dalla corposa durata. Egli non dimentica, dunque, di porre l’attenzione su alcuni dei momenti più importanti della vita dei protagonisti. La scoperta di Pungolo, la spada che poi Bilbo donerà a Frodo nel suo viaggio verso il Monte Fato, e l’approdo a Gran Burrone, reame di re Elrond, saranno alcuni dei frangenti più interessanti eternati in arte filmica da Jackson.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Bilbo procede nel suo cammino, mirando, in principio, le bellezze e, in seguito, gli orrori spaventosi che si celano nei meandri delle terre selvagge. Nel suo lungo e impervio viaggio, Bilbo si imbatterà anche in Gollum, l’orripilante portatore dell’unico anello, a cui sottrarrà quel tesoro tanto prezioso.

"Gandalf" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gandalf, perché lo Hobbit?

Sebbene Gandalf e Thorin rivestano ruoli di spessore, il Bilbo di Martin Freeman (attore straordinario) rappresenta la sostanza del primo lungometraggio della Trilogia.

Gandalf, pur essendo il più valoroso tra gli Istari, ammette di aver paura di ciò che si cela nelle terre desolate di Mordor. Gandalf sceglie Bilbo per il suo coraggio, consapevole che, più spesso di quel che si creda, in un essere così piccolo è possibile rinvenire la forza più grande di tutte, quella che mantiene, giorno per giorno, il male sotto scacco: la bontà e la misericordia dei gesti comuni e altruistici. Gli hobbit, nel loro agire abitudinario, offrono spesso dolcezza, bontà, amore, caratteristiche che fanno sentire ogni “straniero” senza un tetto sulla testa a casa propria, protetto, accudito e felice. La pietà che Bilbo avrà nei riguardi di Gollum, creatura dall’aspetto smunto e dal colorito mortifero, deciderà il fato di molti e si ripercuoterà sulle vicissitudini del nipote Frodo.  Bilbo è una persona dalla fisicità esigua, dall’animo impaurito, ma muterà molto nel carattere e nel modo di fare. Bilbo, come tutti gli hobbit concepiti dall’inchiostro immaginifico di Tolkien, è una creatura piccola, che però sarà destinata a compiere imprese grandi. Egli sarà un sassolino cadente che, all’impatto, genererà una valanga. Bilbo cambierà le vite di Thorin e di tutti i suoi familiari.

Al termine di una notte tumultuosa, su di una rupe da cui è possibile scorgere Erebor, Thorin implora Bilbo di perdonare i suoi errori: sarà la nascita di una grande amicizia, sorta anch’essa all’alba di un giorno come tanti. 

La Montagna Solitaria attende il ritorno del suo re. Ma laggiù, tra i silenti tunnel di Erebor, un respiro di drago scuote le sopite prosperità del regno. Una palpebra si schiude: Smaug è sveglio!

Continua con la seconda parte…

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Sherlock Holmes e John Watson disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ qui accanto a me. Mi trovo nel suo salotto, nelle vesti di un ospite inatteso, seduto comodamente in poltrona proprio davanti al camino. Il fuoco che scoppietta non sembra minimamente distrarre il padrone di casa. Seguita a mantenere le sue mani in posizione piramidale all’altezza del viso, leggermente inclinate verso il basso, poco al di sotto del mento. E’ intento a concatenare e dedurre. In altre parole ad analizzarmi. E’ alquanto fastidioso, ma osservando il mio battere sulla tastiera nel mentre mi accingo a comporre il testo che state leggendo, egli parla. Obietta, tenta di distrarre lo scorrere dei miei pensieri necessari per produrre parole, frasi da trascrivere su questo foglio virtuale, ben visibile nell’interezza dello schermo del computer. Ma lui non può vederlo, mantengo infatti il portatile in modo che al suo sguardo sia impedito l’accesso. Non si legge mai un’incompiuta, figuriamoci un testo in divenire. Non può realmente sapere cosa io stia scrivendo, eppure, in quel suo ciarlare, anticipa le mie mosse. Continua ad affermare che sto parlando di lui, che ho iniziato il mio pezzo riportando alla vostra attenzione il fatto che mi trovo nel suo appartamento, che quel teschio posto sulla mensola del camino mi ha colpito con sinistra curiosità e che la sua parlantina sciolta e irrefrenabile non fa che distrarmi. Senza vedere l’articolo che sto componendo lui sa già quale sarà la mia prossima frase. E’ il dono della deduzione, l’arte di Sherlock Holmes. Mi trovo al numero 221B di Baker Street, pronto a dar senso logico alla scorrevolezza delle mie parole per dirvi la mia su “Sherlock”…

Perdonate cotanta aggrovigliata introduzione, ma la mia vuole solo essere una simpatica farneticazione, una fantasticheria sviluppatasi circa una possibile situazione in cui, oltrepassando la breccia apertasi nello spazio-tempo, la realtà viene sempre più amalgamata alla fantasia televisiva, fino a trasportami qui, nell’appartamento sito a Baker Street, tanto da permettermi di trascrivere ciò che desidero dirvi nella stessa stanza in cui si svolgono gran parte delle riprese del telefilm.

Suppongo che sul set di “Sherlock” si avverta costantemente l’atmosfera temporale diversificata rispetto alla storia originale. L’icona del giallo, il detective più abile del mondo, nato dalla penna dello scrittore scozzese Arhur Conan Doyle, è stato come “catturato” dalla forza del tempo. Il personaggio viene così estrapolato dal romanzo di Doyle e catapultato nella nostra realtà contemporanea. Da ciò derivano pregi e difetti della società in cui viviamo, i quali tendono a manifestarsi nell’agire dei personaggi. Sherlock fa ampio uso del proprio cellulare, naviga su Internet, twitta, sfrutta i social network per inglobare, nella sua mente dalla capienza smisurata, altre possibili informazioni inerenti il caso a cui sta lavorando. Watson, il suo fedele assistente, dal canto suo, gestisce un blog, un canale comunicativo, una finestra aperta verso tutti gli appassionati lettori delle imprese di Sherlock Holmes. L’originalità della serie sta proprio nel suo adattarsi alla modernità del tempo, dell’epoca in cui il web e i suoi derivati altro non sono che il fulcro della vita giornaliera di ogni telespettatore. La Londra dei nostri tempi fa da palcoscenico all’interpretazione, in duetto, di Sherlock e John Watson. Stiamo godendo sotto i nostri occhi l’epoca d’oro della televisione, decadi recenti in cui le serie televisive vengono curate e confezionate persino con la superiore cura meticolosa di alcuni prodotti cinematografici. Un paradosso realizzativo ben compreso dai creatori di “Sherlock” che fanno della serie un prodotto cinematografico prestato, con generosità, al piccolo schermo.

Di tanto in tanto, quando interrompo per qualche breve istante la stesura di questo mio brano, continuo a immaginare che Sherlock, qui immortalato con le fattezze dell’attore Benedict Cumberbatch, esterni sempre quella sua irrequietezza caratteriale.

Lo Sherlock di Cumberbatch fa dell’emozione il moto circolatorio del proprio carattere. Sebbene metodista e raziocinante, questo Sherlock Holmes non riesce a reprimere totalmente i propri sentimenti. Sherlock è tipicamente agitato, impaziente, esuberante, si lascia trasportare dalla tensione febbricitante di un nuovo caso, sperando sia più complesso dell’ordinaria routine, in modo che la noia che spesso lo schiavizza nella monotonia della quotidianità tenda a scemare con l’adrenalina del lavoro investigativo. La regia d’alta scuola cerca di riversare sullo spettatore l’inquieto vivere del protagonista e soprattutto l’ansia frastornante della sua mente nella fase in cui agisce pienamente quella sua attività deduttiva. Attraverso schemi delineatisi come parole scritte e impresse sulla “lavagna bianca” dello schermo, mappe di costrutti mentali snocciolatesi nell’interezza della camera, gli spettatori riescono ad adempiere alla comprensione ma soprattutto all’immedesimazione nei confronti del protagonista.

John Watson, a cui presta i suoi lineamenti marcati l’attore Martin Freeman, funge spesso da linea di raccordo, o per meglio dire di congiunzione, tra l’estro geniale di Sherlock e la sua parte più umana. Dall’amicizia con Watson, l’apatico detective comincia ad aprire il suo impenetrabile involucro sentimentale, lasciando defluire all’esterno l’emotività del rispetto, dell’affetto e del sincero attaccamento. Sherlock e John mai come nella serie tv “Sherlock” sono al centro dell’azione nel loro agire eroico e nella loro personalità poliedrica. Ogni puntata combina infatti alla contemporanea indagine investigativa, una ricerca analitica, volta alla comprensione delle volontà psicologiche dei protagonisti. John Watson ama il pericolo e il brivido della caccia, scenari che solo Sherlock Holmes può garantire. Per tale ragione, John accetta di condividere l’appartamento con l’eccentrico detective che, dal canto suo, necessità di compagnia. A dar maggior risalto alla vena solitaria e pertanto sofferente del detective è il fratello Mycroft (Mark Gatiss), che mostra, sin dal principio, di preoccuparsi in merito alla solitudine cui Sherlock è soggetto. Mycroft, anch’esso geniale e con capacità deduttive persino superiori a quelle del fratello minore (che guarda ancora come fosse un bambino), teme il fato del consanguineo, specialmente per via della sua dipendenza dalla droga di cui Sherlock abusa per combattere quel suo insanabile senso di tedio. Mycroft è caratterizzato con una personalità complessa, a tratti severa e austeramente insensibile, in altri momenti bonaria e protettiva.

Nella serie televisiva “Sherlock” si alternano personaggi di notevole spessore scenico e caratteriale, dalla signorile e autoritaria Miss Hudson (Una Stubbs) alla dolce dottoressa Molly Hopper (Louise Brealey) innamorata di Sherlock Holmes, fino al terribile Moriarty, interpretato da un mimicamente nevrotico e disturbante Andrew Scott, nemesi di Sherlock Holmes. La sua aura di malvagità aleggia anche nelle stagioni successive alle prime due, tanto da non far svanire mai del tutto l’alone cruento della sua presenza.  Moriarty per Sherlock è il solo avversario in grado di catalizzare la genialità conosciuta da Sherlock, devota all’astrattezza della giustizia, indirizzandola a favore della criminalità; per tale motivo, egli è il solo a far vacillare le arti geniali di Sherlock Holmes. Moriarty nella serie appare come un portatore di caos insano verso quella che è invece la logica raziocinante del detective londinese.

"Sherlock e Watson" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mary, la moglie di John Watson (interpretata da Amanda Abbington), è una donna dai biondi capelli, coraggiosa, ironica e decisa. Sebbene depositaria di un passato oscuro, l’arrivo di Mary coincide con una sorta di “alleggerimento” delle atmosfere della serie che comincia a divenire più propensa al mutamento ironico della “sociopatia” di Sherlock Holmes. La scarsa comprensione delle usanze comuni di Holmes, esaltate nella puntata del matrimonio tra John e Mary, e il suo “fare robotico” non sono più un limite alle interazioni sociali per lui, ma vengono sfruttate dagli autori per rendere, nella sua ingenuità sociale, Sherlock più umano. Sherlock mostra raramente interessi attrattivi nei confronti delle donne. Vi è stata soltanto una figura femminile, “l’unica”, una sola donna in grado di far vacillare la sua integrità razionale: Irene Adler (Lara Pulver), una donna d’indiscussa bellezza e grande fascino che rapì l’attenzione dell’investigatore per essere riuscita, sia pure una sola volta, ad ingannarlo.

Charles Augustus Magnussen fu invece il principale nemico del finale della terza stagione. Estremamente intelligente e dotato di una memoria prodigiosa, è descritto da Sherlock come l’uomo più pericoloso di Londra, poiché a capo di un impero mediatico e conoscitore di segreti oscuri riguardanti le persone più influenti. Concluderei questo estratto dedicato ai personaggi citando Eurus Holmes, la sorella perduta di Sherlock e Mycroft, principale avversaria di Sherlock nella quarta stagione. Eurus è dotata di un’intelligenza superiore a quella dei suoi fratelli, ed è persino in grado di “riprogrammare” le metodologie comportamentali di chi sfortunatamente ode le sue parole. Eurus è un personaggio caricaturato fino allo stremo, e rappresenta la parte peggiore della genialità della famiglia Holmes. Ella è sadica, apparentemente insensibile, incapace di comprendere l’emotività e il sentimentalismo umano. Eurus riceverà comunque la comprensione empatica di Sherlock, che instaurerà con lei un legame comunicativo attuato mediante l’attività del suono dei rispettivi violini, e i due si affideranno al linguaggio universale della musica.

La serie televisiva di “Sherlock” consta di 4 stagioni, ognuna di tre episodi, più un episodio speciale dal titolo “L’abominevole sposa” ambientato nella Londra Vittoriana. In “Sherlock” il montaggio è tutto. I casi che vengono presentati ciclicamente al cospetto di Sherlock Holmes, anche quelli brevemente accennati all’inizio dell’episodio e risolti rapidamente dal detective prima di far posto all’investigazione più importante, vengono rappresentati sequenzialmente mediante un sapiente uso del montaggio narrativo. Per quel che concerne i casi isolati, Sherlock viene a conoscenza dei piccoli dettagli, in genere dai suoi conoscenti all’ufficio di polizia. Attraverso un rapido ragionamento esposto a parole e rivissuto per gli spettatori con le immagini che ricostruiscono l’accaduto, Sherlock svela ciò che sembrava apparentemente impossibile da scoprire. Il più delle volte, i casi estemporanei appaiono come di ragguardevole complicazione risolutiva, e soltanto Sherlock, per altro in pochi minuti, può riuscire a portare alla luce la verità. La serie non fa che esaltare, in maniera costante, la genialità del personaggio, a volte però a discapito della curiosità dello spettatore che non ha il tempo di formulare la propria ipotesi che già viene vagliata, scartata o anticipata dal protagonista.

Tale tecnica viene adoperata anche per il caso dell’intero episodio, di certo ben più complesso. Solitamente un particolare insignificante, a cui lo spettatore non dà molto peso, può essere colto nella parte iniziale dell’episodio. A seguire, Sherlock comincerà a svelare i molteplici segreti celati dietro la storia del caso. Gli episodi di Sherlock sono così strutturati come una sorta di matriosca, la cui perpetua apertura della bambola porta al raggiungimento dell’essenza stessa della verità spogliatasi dal mistero. Ma non solo, “Sherlock” usufruisce di un montaggio caotico, che fa volontariamente traspirare un effetto frastornante, in cui lo spettatore fatica a star dietro alle esuberanze deduttive del protagonista. Avanzamenti accelerati e digressioni improvvise sono le chiavi per apprezzare lo sviluppo del montaggio. La serie lascia che i propri spettatori sperimentino la coinvolgente genialità intellettiva del protagonista. E infine, un colpo di scena, che in genere sovverte ciò che si poteva ipotizzare inizialmente o che addirittura cambia le credenze del principio, porta alla risoluzione del caso. Messi sotto esame al termine dell’episodio, i casi di “Sherlock” non sembrano più poi tanto articolati e irrisolvibili, ma è proprio il modo in cui vengono rinarrati a farli apparire in tal modo, rasentando la complessità narrativa. Il ragionamento deduttivo viene perpetrato in un andirivieni studiato ad hoc per mezzo di un montaggio spiccatamente a carattere cinematografico che può contare su una durata di circa un’ora e mezza.

Con un uso a rallenty della ripresa, e una digressione verso i pensieri e le riflessioni dell’investigatore, i quali portano addirittura a una sospensione del tempo scenico, anche la sequenza più insignificante di “Sherlock” riesce ad assumere un valore artistico e riflessivo.

La stessa abitazione di Sherlock fa trasudare la cura minuziosa utilizzata per la creazione della serie. Nel mentre pongo a fine questi miei passi mi sembra di udire il suono melodioso del violino suonato da Holmes, messosi lì in piedi, vicino al camino a intrattenere questo suo immaginario ospite con la tonalità di un armonioso suono. Desidero congedarmi da questo fantastico set affermando, in conclusione, che “Sherlock” è una serie fuori dagli schemi, eccezionale sul piano interpretativo e altrettanto eccelsa per l’impronta registica cui fa affidamento nelle proprie riprese. Un prodotto di prima grandezza che gli appassionati faticano a lasciare andare perché reclamano, a gran voce, sempre nuovi episodi. Io al momento mi trovo costretto a terminare l’articolo, a spegnere il computer e ad alzarmi. Accompagnato dalla musica del violino, accosterei la porta e scenderei le scale, lasciandomi alle spalle quella scritta che recita “221B” a Baker Street…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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