Vai al contenuto

"Bruce Banner ed Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella di Stan Lee era una faccia inconfondibile. Aveva due occhi vispi, “svegli”, portati a notare ogni dettaglio, capelli argentei e qualche ruga marcata a contornargli il viso. Sotto quei suoi baffi folti, si stagliava, sino alle guance, un sorriso beato, espressione di una felicità soave, alimentata dall’amore per la creatività che animava il suo cuore.

Che sagoma che era la sua! Una silhouette esile, slanciata, che suggeriva una certa agilità, o per meglio intendere, una leggiadria. Possedeva un’allegrezza contagiosa, quella peculiare letizia che riesce ad annientare la gravità, e conferire ad un corpo scioltezza nei movimenti, tenuità. Lo spirito di Stan era quasi etereo, lieve, leggero quanto una piuma sollevata dal vento. Egli pareva librarsi da terra, e volteggiare nel cielo, spensierato e compiaciuto delle sue creazioni, tanto amate dai lettori, i suoi fedeli “credenti”. Come un celebre personaggio di “Mary Poppins” che se ne stava sereno e gaio nella sua dimora a prendere il thè, sospeso in aria, tanto felice da invitare tutti coloro che andavano a trovarlo a scrollarsi di dosso ogni affanno e tornare a sorridere di cuore, così Stan, con i suoi lavori, dava l’idea di voler invitare i suoi devoti ammiratori a spiccare il volo, sospinti dalla fantasia più accattivante.

Stan era un moderno Alfred Hitchcock. Non fraintendete le mie parole, di sicuro non era certo un maestro della regia come il grande cineasta britannico, ma con quest’ultimo condivideva la “passione per i cameo”. Stan compariva d’improvviso in tutte le opere filmiche dell’universo Marvel, con una veste sempre differente. Voleva donare ai propri “figli” di carta, i supereroi trasposti sullo schermo, la vicinanza e l’affetto di un padre che, camaleonticamente, indossa divise multiformi per “nascondersi” e restare accanto ai suoi “eredi”, come una sorta di “Mrs. Doubtfire” dai prominenti mustacchi. Stan appariva d’un tratto, e quella sua espressività gioviale, di volta in volta, veniva adattata alle esigenze più disparate dagli sceneggiatori. Era questa la sua firma, il suo marchio indelebile.

"Stan Lee" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Stan ci ha lasciato da pochi giorni, dopo aver vissuto una vita intensa, splendida, nel corso della quale è riuscito a conquistare l’immortalità artistica. La sua fantasia era infinita come un universo profondo profondo. Tanti sono stati i personaggi concepiti dalla mente di questo straordinario creatore. Dallo “sposalizio” con altrettanti artisti, Lee ha “partorito” supereroi iconici, tutti connotati da sfumature psicologiche distinte ed intricanti. Era un uomo così giulivo, allegro, dall’animo festante, eppure, nei suoi “racconti”, non volle mai ridurre la storia di un protettore a una mera e sollazzevole avventura priva della benché minima riflessione. Egli diede spessore, dramma ad ogni suo personaggio, trattando i problemi quotidiani e infondendo lustro e vivezza ai dilemmi che ogni grande eroe si trova costretto ad affrontare. Ironia e profondità di idee sono state amalgamate alla perfezione nelle opere di Stan Lee, creando un affresco dai caratteri reali, esposto in bella mostra nel museo del fantastico.

Una delle creature immaginarie più importanti create da Stan combatté con le ardue difficoltà di un’esistenza “maledetta”. Nel 1962, Stan Lee e Jack Kirby crearono Bruce Banner e il suo alter-ego, l’incredibile Hulk. Influenzati dal classico della letteratura “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde”, i due leggendari artisti del fumetto generarono un personaggio afflitto da una “schizofrenia” sovrannaturale, un dualismo estremo manifestato mediante una mutazione fisica. Nelle prime narrazioni grafiche, Bruce si trasformava in Hulk solamente di notte, similmente allo spietato Mr. Hyde, che terrorizzava una Londra vittoriana addormentata ed impotente al cospetto di una furia cieca tarchiata e sadica.

Le scorie del romanzo gotico scritto da Robert Louis Stevenson in Hulk sono evidenti. Bruce ricalca l’immagine dello scienziato assetato che, per abbeverarsi alla sorgente della conoscenza, incorre in un grave incidente che cambierà per sempre la sua vita. Hulk, come Hyde, rappresenta la parte remota, incontrollata, violenta, occulta e repressa del ricercatore. Tuttavia, il gigante del fumetto prende le distanze dalla distolta controparte letteraria di cui Stevenson ha narrato il vissuto, poiché Hulk non mostra alcuna cattiveria né l’intenzione di compiere azioni malvagie. Hulk è una risposta emotiva, la personificazione di una collera indocile, battagliera, di certo vendicativa ma mai torbida e crudele. Hulk non possiede la freddezza calcolata, ragionata, omicida del Signor Hyde, esso è una manifestazione emotiva, la perentoria insorgenza di un sentimento, l’imponente rivelazione di un desiderio di libertà. Bruce Banner e Hulk sono un doppio ma, al contempo, un’entità unica.

Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera” – Poesia di Curt Siodmak.

Nei primi bozzetti, Hulk aveva la pelle grigia, una sfumatura d’epidermide “opaca”, un color “ferrigno” che formava un miscuglio di luce e oscurità, come se il personaggio dovesse incarnare il bene e il male, entrambi confluenti in una personalità incontrollata, in un tormentato conflitto. Il colore cinereo del “primo” Hulk doveva dare l’impressione di una nuvola plumbea che evocasse l’idea di un fato irresoluto, altalenante tra chiarore e tenebre. Proprio il cinema in bianco e nero, col lungometraggio della Universal “L’uomo lupo”, raccontò la storia di un uomo dannato, raggiunto dal morso di un licantropo e costretto a tramutarsi a sua volta. L’opera del 1941 rivisitò il mito del lupo mannaro. Un uomo affetto da licantropia è condannato, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino al sorgere delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo sul proprio agire, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il controllo sull’altro.

Anche nella concezione della dualità tra Bruce e Hulk si scelse di seguire questa prassi consolidata. Lo scienziato, infatti, quando diviene il colosso, perde ogni padronanza delle proprie azioni e, soprattutto, non rammenta nulla se non sensazioni dissolte, immagini sfocate e nebbiose rimembranze. Similmente al lupo mannaro, che appare quando le luci argentate della luna piena scintillano nel cielo, Hulk, nei primi numeri, compariva soltanto a notte fonda, come se il buio dovesse garantire il proliferare di quella entità misteriosa. Bruce cadeva preda di un “sonno agitato” e, col favore dell’oscurità, Hulk si destava dal torpore, vivendo ad occhi aperti un sogno di rabbia, di potere, di fuga da ogni restrizione.

Per motivi tipografici, Stan Lee fu costretto a modificare il colore del personaggio, che da grigio assunse il suo iconico color verde. Il verde è un colore evocativo e, solitamente, viene utilizzato per indicare uno stato d’animo, un’emozione, un sentimento. Chi è perennemente in bolletta afferma d’essere “al verde”, al contrario, chi è sospinto da un’animosa fiducia è verde di speranza. Ancora, chi è furente è verde di rabbia, chi è geloso verde d’invidia. Sono pochi, però, i personaggi di fantasia ad avere la pelle chiazzata con un verde smeraldo. Ne “Il mago di Oz”, la perfida strega dell’Ovest viene descritta avente la cute color dell’erba. Il derma della megera esprime la sua invidia, come se tale colorazione sia una reazione alla malignità rimasta per troppo tempo eclissata tra i meandri oscuri della sua anima.

In Hulk, invece, il verde è un’allegoria visiva dell’ira, nonché un effetto conseguenziale dell’esposizione ai raggi gamma patita da Bruce. Il Golia verde è un’essenza dormiente, che se ne sta silente nell’animo dello scienziato, in attesa di svegliarsi con un impeto irrefrenabile. Banner convive costantemente con il terrore di perdere il controllo di sé. Per sfuggire ai militari che gli danno la caccia, guidati dall’implacabile Tenente Ross, cosciente della doppia identità di Banner, Bruce è costretto a vivere come un esule, nascondendosi nelle zone più recondite del pianeta.

Sovente, una rabbia eccessiva e subitanea innesca la trasformazione. Tuttavia, anche uno stress elevato, un dolore acuto e un forte stato di paura possono provocare l’avvento di Hulk. Il primo segno percepibile della trasmutazione è testimoniato dagli occhi dello scienziato, i quali si “accendono”, assumendo la gradazione del verde. Segue un lancinante dolore interno che costringe Bruce a contorcersi, in preda ad atroci spasmi. In maniera progressiva, il fisico dello scienziato diventa incredibilmente imponente e maestoso. In pochi istanti, l’enorme essere prende consistenza e comincia a dar sfogo alla propria frustrazione, distruggendo e abbattendo tutti coloro che gli hanno mosso violenza. La possanza di Hulk sdrucisce i vestiti indossati, che lo limitano nei movimenti coprendosi solamente di brandelli di stoffa rimasti. Le sue sono grida di liberazione, gesti compiuti con veemenza, comportamenti che non conoscono né accettano giurisdizione. Nulla può contenere o “ingabbiare” l’energia del Golia verde, che cresce esponenzialmente alla sua rabbia. Hulk è dotato di una forza erculea, pressoché infinita.

Nel suo strapparsi di dosso ogni abito, Hulk regredisce ad uno stato d’esistenza primordiale, in cui non vi sono più regole, usi e costumi a reprimere i desideri di evasione di un essere che anela ad una placida armonia e ad una libertà senza confini. E’ il paradosso di Hulk: esso è un essere dalla furibonda natura, ciononostante ricerca, invero, solamente la pace per se stesso e per la sua amata sposa, Betty, l’unica che riesca a quietare il suo rancore da “titano”. Hulk è stanco d’essere cacciato come una preda, ed è altresì sfinito dal vivere come un anacoreta. Esso, come Bruce, agogna una vita serena che non potrà mai ottenere, ed è proprio questo ciò che più gli provoca rabbia.

Ma Bruce ed Hulk sono due “organismi” differenti? Sono forse accomunati dalla medesima sfera inconscia? Ogni qual volta Bruce è messo alle strette, o sta per soccombere, l’ansia e la sofferenza attivano la metamorfosi. Hulk è un riflesso involontario, un istintivo “contraccolpo” forgiato da una voglia di salvezza e di rivalsa. Se Bruce viene colpito a morte, Hulk giunge, automaticamente, in suo soccorso.

"Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Perché non è solamente la rabbia ad animare il gigante. Perché ugualmente il dolore, emanato da una ferita mortale, può innescare l’avvento dell’eroe dalla corporatura ciclopica. Nella conversione da Bruce ad Hulk, l’uomo trova la propria salvezza, il Golia la propria vendetta. La reazione istintiva che avvia il “cambiamento” può essere paragonata ad uno spontaneo atto di sopravvivenza. Hulk non rappresenterebbe, quindi, la seconda personalità di una dualità schizofrenica, quanto una risposta istintiva al pericolo, alla morte, che permette ad “entrambi” di sopravvivere. Hulk è a tutti gli effetti Bruce Banner, l’incarnazione della sua natura più intima pronta ad esplodere. Esso non è un mostro che alberga nell’anima, deciso a prendere  possesso di un corpo come un demone, bensì è lo stesso Bruce, privato però della sua lucida coscienza. Ecco perché non è soltanto la furia a dare inizio al processo di mutazione ma anche il dolore, il patimento che congiunge l’uomo alla bestia, entrambi desiderosi di difendersi e di non soffrire più.

Parrebbe dunque non esistere una vera dualità tra Bruce ed Hulk.  Dello stesso avviso era il regista Ang Lee, quando diresse la sua personalissima, articolata, sensibile, profondamente umana e bella trasposizione del supereroe nell’omonimo film del 2003. Nella storia rielaborata per la prima pellicola sull’eroe Marvel, Hulk è una parte ignota dell’animo di Bruce, creata dal padre, durante alcuni esperimenti. Nel lontano 1966, David Banner lavorava ad un progetto del governo degli Stati Uniti volto a rafforzare le reazioni biologiche umane.

David sintetizza un composto chimico e decide di sperimentarlo su di sé, modificando il proprio corredo genetico. Poco dopo questi eventi sua moglie rimane incinta e mette al mondo un grazioso bambino di nome Bruce. David si rende ben presto conto che il figlioletto manifesta episodi di trasmissione genetica. Specialmente quando il piccolo è irritato e piange, le sue esili gambette assumono una tonalità di verde. Orripilato da quanto ha commesso, condannando il proprio figlio ad una esistenza scellerata, David cerca un modo per salvarlo. Un giorno, però, immaginando le conseguenze a cui andrà incontro il bimbo crescendo, David impazzisce e tenta di ucciderlo come atto “misericordioso”, guidato da una lucida follia. La madre di Bruce, disperata, si frappone fra il marito ed il piccino, e viene trafitta, inavvertitamente, da David. Bruce verrà così dato in affidamento e perderà le tracce del suo vero padre per i successivi trent’anni.  Il tema della “trasformazione” nel film comincia ad essere trattato proprio nei riguardi della figura del genitore che, da uomo di scienza, cambierà in un clandestino braccato dalla legge, insano e cattivo.

L'Hulk degli Avengers

 

Nel lungometraggio, Hulk è, pertanto, “un’eredità”, che se ne restava sepolta nell’intimità di Bruce, finché un giorno, i raggi gamma, la portarono alla luce. Tale rivisitazione sembrerebbe spiegare perché Hulk si esprima con un vocabolario scarno, elementare, e abbia un’intelligenza infantile. Esso non è che una reminiscenza, un ricordo della fanciullezza di Bruce, poiché è in quel periodo che esso si è sviluppato nell’interiorità del protagonista. Hulk conserva, pertanto, la mente di un bambino, il vocabolario di un infante, e parla di se stesso in terza persona perché è, in parte, una manifestazione della puerizia angosciata dell’uomo, oramai divenuto adulto. Il dramma vissuto in passato e la disperazione di un trascorso che riecheggia come un incubo, rendono Hulk virulento, iracondo, tremendamente arcigno.

Il Golia Verde e Betty nel film "L'incredibile Hulk"

 

Betty Ross, la donna amata sia dall’uomo che dalla bestia, è la sola a rasserenare l’animo crucciato ed angariato dell’incredibile Hulk. Nel vedere i capelli della donna, nell’incrociare i suoi occhi buoni e tanto comprensivi, e nel lasciarsi accarezzare dalla sua mano affettuosa e delicata, Hulk ritrova la pace, quieta il suo spirito agitato e decide di concedersi qualche istante di riposo, di sedersi accanto a lei, e contemplare la bellezza del suo volto roseo e disteso.

Betty è la moglie di Bruce, l’eterno amore della sua vita. Hulk la riconosce sempre e, ogniqualvolta ne scorge la presenza, in lui riaffiorano sentimenti forti ed inalterati. Ancor più della voglia di sopravvivere, ancor più della rabbia e del dolore, è l’amore ciò che accomuna Bruce e Hulk.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"Spider-Man e Mary Jane" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Capitolo Secondo: Spider-Man 2

Non è di bianca consistenza come ci si aspetterebbe.  E’, in verità, di un rosso acceso il filo che si intreccia con un altro e un altro ancora, fino a comporre la ragnatela con cui “Spider-Man 2”, il secondo capitolo della trilogia sull’eroe mascherato, comincia. L’occhio meccanico della camera guidato con mano sicura dal cineasta Sam Raimi si schiude nuovamente tra gli spazi circoscritti di una fitta ragnatela. A differenza del precedente “episodio”, i titoli di testa non danno l’impressione d’essere catturati dai filamenti tessuti dall’aracnide, ma vengono contornati da un susseguirsi di immagini artistiche. Il Michelangelo del fumetto, Alex Ross, dipinse col suo inconfondibile tocco iperrealistico le scene più iconiche del primo “Spider-Man”, le quali si alternano cronologicamente durante l’emozionante intro di “Spider-Man 2”, fungendo da ripasso agli eventi salienti accaduti nel primo film. Se nei titoli di testa di “Spider-Man”, la figura dell’Uomo-Ragno era evasiva, ineffabile, effimera e sfuggente, in questo secondo “opening credits” le immagini da ammirare appaiono chiare e distinte, in quanto sono evidenti reinterpretazioni dei personaggi che abbiamo potuto conoscere ed amare nella prima splendida pellicola. I quadri di Alex Ross, in un altalenante gioco prospettico, generano incanto: sotto i nostri occhi si materializzano le fattezze colorate di Peter, sbigottito nel vedere un ragno camminargli sulla mano, quando appena un attimo prima, sulla stessa, aveva avvertito un forte “pizzico”. Il viso scolpito di Harry Osborn subentra a quello delicato e meraviglioso di Mary Jane. La maestria pittorica di Ross non ha freno, e in questa successione egli prosegue a dipingere i momenti più importanti della vita di Peter Parker: la morte di zio Ben precederà la tavola in cui l’Uomo-Ragno, con indosso il suo costume, scruta l’orizzonte mantenendosi in posizione eretta.

Il pennello del pittore Ross, intinto nella tavolozza, cattura gli attimi e li perpetua sulla tela in cui i personaggi giacciono inermi a godere di un istante divenuto eterno. Il bacio tra Spider-Man e Mary Jane viene così immortalato dallo strepitoso talento dell’artista americano e i due innamorati, come fossero statue greche, permangono vividi in un’effusione romantica divenuta infinita. Mary Jane bacia il suo amato senza sapere la verità: sotto la maschera si cela il suo Peter Parker. Anche Psiche si era innamorata di un’ombra ed era solita baciarla senza sapere che si trattava proprio del dio Eros. L’amore nasce e si accresce oltre ciò che la vista è in grado di scorgere. Sarà proprio la confessione di questo amore un tema portante di “Spider-Man 2”.

L’arte del ritrattista Ross insiste ad immobilizzare l’Uomo-Ragno in una posa statuaria di stampo classico, mentre egli si regge con le mani su di un muro totalmente bianco, come fosse fatto di sola luce. L’ultimo dei dipinti ritrae la scena finale del precedente lungometraggio: il volto affranto di Mary Jane, cinto dai suoi capelli rossastri, è leggermente reclinato e i suoi occhi sembrano ricercare la presenza di Peter, il quale, nel frattempo, si avvia verso un paesaggio autunnale per intraprendere una strada fatta di solitudine.

  • Lei mi guarda ogni giorno.

Come accadeva nel primo film, il volto di Mary Jane compare poco dopo la fine dei titoli di testa, anticipando nuovamente l’arrivo sulla scena del protagonista. Peter sta infatti osservando un grande cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane, scelta come testimonial di una nota marca di profumi. Di lì a poco, il giovane dovrà correre per le strade per tentare un’impresa, forse impossibile anche per Spider-Man: consegnare delle “pizze al volo” entro pochi minuti all’altro capo della città. Nel mentre procede in sella al suo “bolide”, con in testa il casco rosso, un autobus devia il suo percorso: sui lati del mezzo pubblico era presente il cartello pubblicitario raffigurante Mary Jane. La donna amata da Peter sembra “apparire” d’improvviso e dirottare il senso di marcia dell’eroe. Peter deve “svoltare”, dare una nuova impronta alla sua esistenza, e deve farlo in fretta. La vita del protagonista, infatti, sta attraversando un momento caratterizzato da equilibrio instabile: Peter fatica a bilanciare la sua doppia vita di studente e vigilante. Vive in un sudicio appartamento, arriva tardi alle lezioni universitarie, stenta ad avere voti alti, ed è solo. Il mero conforto di Peter è da riscontrarsi nella vicinanza, seppur astratta e impalpabile, di Mary Jane, la quale lo “osserva” ogni giorno in quella posa fotografica ritratta su di un cartello.

  • “Spider-Man 2”: un sequel impeccabile

“Spider-Man 2” è uno dei sequel più belli della storia del cinema. Sam Raimi plasma la sua opera più spettacolare e ambiziosa, imprimendo al film uno stile proprio, non paragonabile con nessun altro, e per questo unico. Raimi riesce nell’impresa di perfezionare ciò che andava migliorato nel primo capitolo della saga, e infonde al suo blockbuster la caratura dei grandi film. L’introspezione riservata al protagonista, il perfetto equilibrio con cui viene analizzata la dualità uomo/supereroe e come anche sono state vagliate le differenze che intercorrono tra Peter e Spider-Man, elevano l’opera di Raimi al rango di film d’autore. “Spider-Man 2” può venire descritto come un blockbuster in grado di abbinare alla sua spiccata vena ospitante una profondità emotiva e coinvolgente di grande valore. Spettacolarità e riflessione, passione ed emozione si mescolano creando una miscellanea pressoché perfetta: “Spider-Man 2” è una pietra miliare del cinema supereroico, poiché è un’opera d’arte plasmata da un vero artista, non un semplice prodotto d’intrattenimento confezionato per soli scopi di guadagno. Ancora oggi, resta l’unico film tratto dai fumetti Marvel ad aver vinto un premio Oscar.

  • L’intelligenza non è un privilegio!

La mente del Dottor Octavius (Alfred Molina) è quella di un premio Nobel, e di fatto, quel premio che poco sembra importargli, sembra prossimo a finire tra le sue mani, secondo quanto tiene ad affermare, con una certa insistenza, Harry Osborn. Octavius si trova ad un punto di svolta nella ricerca sulla fusione a freddo. Per quanto la sua intelligenza sia elevata, Octavius non fatica a confessare come egli, un tempo, non riuscisse a comprendere gli scritti di Thomas Eliot. Quando non era che un ragazzo e aveva da poco cominciato a frequentare la sua futura sposa, Rosy, era un semplice studente di fisica. La moglie, dal canto suo, era studentessa di letteratura inglese. Ed era proprio lei che tentava di far capire al futuro scienziato gli scritti di Eliot, da lui definiti fin troppo complessi. Appare evidente nel lungometraggio di Raimi come la figura della sposa per Octavius sia essenziale, e il loro rapporto, così affettuoso, di riflesso, induce Peter a meditare sulla sua lontananza da Mary Jane.

In una dimostrazione scientifica, a cui parteciperà anche Peter, Octavius è prossimo a racchiudere “la potenza del sole” nel palmo della sua mano. Lo scienziato, per l’occasione, adopera un esoscheletro dotato di quattro tentacoli meccanici collegati al suo cervello tramite un complesso sistema neurale. I bracci sono dotati d’intelligenza artificiale ma le loro funzioni raziocinanti vengono inibite da un chip che permette ad Octavius di mantenere il controllo su di essi. Durante la dimostrazione accade un irreparabile incidente e la moglie Rosy perde tragicamente la vita. In quei drammatici frangenti, il chip viene distrutto e i bracci tentacolari cominceranno a prendere il controllo sulla mente sconvolta di Octopus.

Le donne amate da Spider-Man e Octopus influenzano involontariamente la psiche dei due rivali. La morte di Rosy coincide con l’assoluta perdita di lucidità di Octavius. “La mia Rosy è morta… Il mio sogno è morto…” dice il triste scienziato. L’allontanamento di Mary Jane, promessa sposa ad un altro, porta Peter a perdere il completo controllo sui suoi poteri. Se l’incidente di laboratorio ha condotto Octavius a trasformarsi nel Dottor Octopus, un uomo divenuto oramai apatico, per aver perduto il solo affetto della sua vita, la lontananza di Mary Jane trascina Peter in un abisso, fino a fargli perdere la padronanza delle proprie straordinarie doti. Dalla perdita di Rosy, Octavius comincerà a sperimentare i propri “poteri” e assumerà l’identità di Octopus. Dalla possibile perdita di Mary Jane, Peter rinuncerà, invece, alla sua identità segreta di Spider-Man, getterà via il suo costume e smetterà di utilizzare le sue sensazionali capacità.

Se nel primo film Goblin e Spider-Man erano accomunati dalle medesime qualità fisiche in quanto esseri eccezionali, beneficiati di una prestanza fisica e una vigoria superiore alle persone normali, in “Spider-Man 2”, l’antagonista e l’eroe si somiglieranno per la loro intelligenza. L’intelligenza non è un privilegio, è un dono da dover mettere al servizio degli altri, affermava, con fare da mentore, un saggio Octavius al suo allievo, Peter. Ancora una volta “il dono” nella saga di “Spider-Man" viene deturpato da una gravosa maledizione: l’intelligenza di Octavius lo porterà a covare il desiderio di replicare l’esperimento nel quale la moglie perì, nonostante ci sia il serio rischio di distruggere l’intera New York. La bramosia della conoscenza si rivelerà una maledizione che condurrà Octopus alla follia.

I bracci meccanici si muovono autonomamente ma possono essere controllati da Octopus come delle micidiali armi. Essi hanno movenze serpentiformi, fendono l’aria come un male infido, e si avvicinano al viso dello scienziato per avvelenare la sua mente come rettili velenosi. Frasi che non c’è dato d’udire secernano un veleno che annebbia la moralità del dottore. Octavius si è trasformato inconsapevolmente in un mostro tentacolare a sei braccia, una “piovra” subdola e cruenta che persegue insani propositi di ricerca.

  • L'amore non deve essere un segreto. Se ti tieni una cosa complicata come l'amore chiusa dentro, alla fine ti ammali.

Cos’è l’amore in “Spider-Man 2”? Quali forme assume? L’amore agisce nel mistero, anche nell’agire segreto di un’innamorata. La giovane Ursula, una ragazza che vive di fronte all’appartamento in cui alloggia Peter, incarna, nei suoi gesti e nel suo approcciarsi al ragazzo in maniera tanto timida, un’infatuazione amorosa sincera e dolcissima. Ursula sembra, infatti, provare un affetto spontaneo e insperato per Peter. Ella sa che la sua piccola “cotta” non verrà ricambiata dal protagonista, e proprio per questo la tiene per sé. La scena in cui i due consumano una torta al cioccolato insieme ad un bicchiere di latte, in un pomeriggio come un altro, è una delle più dolci che abbia mai visto. Come Ursula tiene questo “amore” per sé, così Peter nasconde ancora a Mary Jane ciò che realmente prova. Quando la ragazza verrà rapita, la crisi psicologica che gravava su Peter cesserà, ed egli potrà finalmente riacquistare i suoi poteri e la sua identità di Uomo-Ragno.

La vista di Spider-Man torna ad acuirsi nell’esatto momento in cui Mary Jane verrà catturata dal malvagio Octopus, segno evidente di come la sua vita, tanto da Peter Parker che da Spider-Man, resti sempre intrecciata al fato del suo eterno amore. Spider-Man torna così in azione e combatte contro Octopus in uno degli scontri più spettacolari mai filmati nel cinema d’azione. La sequenza del treno, straordinaria, mette in luce l’assoluta umanità dell’Uomo-Ragno di Tobey Maguire. Non a caso, in tale contesto, Spider-Man perde la maschera e seguita, a volto scoperto, a usare tutte le sue forze per arrestare la folle corsa del convoglio, prossimo a schiantarsi con centinaia di viaggiatori al suo interno. Gli stessi uomini che, una volta tratti in salvo dall’eroe, resteranno per qualche istante ad osservare il suo volto, notando con stupore come il grande e invincibile Spider-Man sia in verità soltanto un ragazzo.

Quello stesso ragazzo che sconfiggerà Octopus, e rivelerà finalmente a Mary Jane come stanno le cose. La parte finale della pellicola di Raimi ruota tutta intorno all’amore. Il ricordo della sua Rosy e il suo essere rinsavito portano Octopus a sacrificarsi per salvare la città, l’amore e la devozione di Harry Osborn nei confronti del padre deceduto conducono il ragazzo a scoprire il nascondiglio di Goblin e a prendere la decisione di seguire le oscure orme del genitore. Ancora, l’amore smisurato che Peter prova per Mary Jane gli permetterà di spiegare alla donna perché un tempo la rifiutò, e il motivo per cui non possono stare insieme: perché egli sarà sempre Spider-Man.

Per amore e per paura che i nemici dell’Uomo-Ragno possano arrecare dolore alla donna amata, Peter si congeda da Mary Jane, prossima a sposarsi con un altro. Il ragazzo si accomiata da lei lasciandola discendere con la sua ragnatela, per poi osservarla, solitario, dall’alto, mentre lei si allontana.

Ma sarà nuovamente l’amore a indirizzare il fato dei due protagonisti: Mary Jane, vestita da sposa, si lascerà andare ad una corsa liberatoria, scandita dalla marcia nuziale. Sarà così che raggiungerà Peter, e i due decideranno, pur coscienti dei rischi, di cominciare finalmente una nuova vita insieme.

"Spider-Man" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’amore, quello vero e possente come una ragnatela tessuta da un prode supereroe, finalmente, potrà prevalere.

Voto:9/10

[Continua con la terza parte]

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: