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"Flash" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Barry Allen è un tipo estremamente sensibile. Non ha molti amici, è da sempre innamorato di una bella ragazza, Iris West, anche se non riesce a dichiararsi. Trascorre le sue frenetiche giornate tra casa e ufficio, esce sporadicamente, per lo più quando deve risolvere qualche situazione intricata e combattere il crimine nei panni di Flash, il suo eroico e scarlatto alter-ego.

Barry è legatissimo ai suoi genitori, o perlomeno all’idea e al ricordo che possiede di essi. La madre è infatti scomparsa da tanti anni e il padre, beh, si trova in un posto in cui Barry può recarsi alquanto raramente.

Come dicevo, Barry è molto sensibile e manifesta quotidianamente questo aspetto del suo carattere, soprattutto sul luogo di lavoro nel quale, neanche a dirlo, è l’ultima ruota del carro e non viene minimamente apprezzato dai superiori per il suo impegno né tantomeno per la sua dedizione. Tutt'altro.  Egli viene criticato aspramente per il suo essere cronicamente in ritardo e deriso ancor di più per la sua lentezza, per il suo dedicarsi con uno scrupolo eccessivo ad analizzare le tracce e le prove dei tanti casi che arrivano sulla sua scrivania e presso il suo laboratorio forense. Barry sa di avere a che fare con la vita delle persone e proprio per questo non prende le cose alla leggera come altri suoi colleghi; in un mondo approssimativo e menefreghista Barry si sente come un pesce fuor d'acqua

Barry ha patito una tragedia personale che lo ha reso, in parte, ciò che è. Sua madre è stata assassinata quando era solamente un bambino e suo padre è stato accusato e condannato per un omicidio che non ha commesso. Egli è conscio dell'innocenza del padre, ed è fermamente convinto che il sistema giudiziario non funzioni a dovere. 

Come ogni eroe che si rispetti Barry spera di poter cambiare le cose, di modificarle per renderle migliori. Un giorno Barry scopre che i poteri di cui dispone gli permettono di viaggiare attraverso le epoche. Il guardiano di Central City intuisce così di avere la facoltà di mutare realmente il passato e di poter salvare colei che ama più di ogni altra cosa: la sua mamma. Dunque Barry inizia a correre, come mai aveva fatto fino ad allora. Attorno a lui, oltre la “bolla” che cintura la sua cavalcata, l’eroe vede tutta una sequela di immagini, di reminiscenze, schegge screziate, scaglie poco nitide della sua vita trascorsa. Si tuffa a capofitto in una di esse e torna indietro nel tempo, impedendo la morte di sua madre. Poco dopo, Barry riprende il suo incedere superveloce per fare ritorno al futuro, ma, senza alcun preavviso, viene attaccato da un altro velocista che lo scaraventa in una linea temporale alternativa. In questa nuova time-line Barry incontra un altro sé stesso, giovane e scanzonato.

Il viaggio dell’eroe è appena cominciato.

Il film "The Flash" è interamente strutturato sul valore e sul significato di un viaggio unico e irripetibile. Il percorso di questo velocista che galoppa a ritroso nel tempo per cambiare lo svolgersi degli eventi e dunque evitare la tragedia personale si trasforma in una peripezia catartica, in un'odissea purificatrice necessaria per attenuare la sofferenza che pulsa nel suo animo ed accettare ciò che è stato e che non può essere alterato. I poteri di Flash gli permettono di guarire rapidamente dalle ferite del corpo, ma non possono nulla per quelle del cuore. Ecco che la corsa di Flash, a zonzo fra le “ere” del suo avvenuto, si configura come una peregrinazione che conduce verso l'elaborazione del lutto

Nel suo itinerario incerto, caotico e incalzante, Barry incontra un Bruce Wayne anziano, stanco e solo. Il giovane e il vecchio, entrambi segnati da una perdita in tenera età, hanno modo di relazionarsi, di confrontare il rispettivo vissuto. Bruce porta ancora i segni del suo tormento, essi lo hanno marchiato nel profondo, come una cicatrice celata sottopelle. Per gran parte della sua vita, Bruce ha protetto la città di Gotham portando sul petto il simbolo del pipistrello. Fu per lui un modo per affrontare il dolore, per seppellirlo, per nasconderlo sotto lo strato di una maschera scura.

Col passare degli anni, Bruce sembra aver fatto pace con i suoi rimpianti, con le sue angosce e i suoi rammarichi, riconoscendo che essi lo hanno reso Batman. Senza la perdita dei suoi genitori, senza quel cordoglio subito, Bruce non saprebbe dire chi è in realtà.

Per Barry, invece, la ferita che gli è stata inferta dalla perdita della madre gronda ancora sangue e solo al raggiungimento della meta, al culmine del viaggio essa si cicatrizzerà del tutto. 

L’anziano Bruce, tuttavia, appare rassegnato, logorato, sfibrato da un’esistenza di solitudine. Gotham City è ormai una città sicura e lui non ha più alcun incentivo per rimettere l’armatura, per sentirsi nuovamente vivo. 

Il carattere di Barry, la sua intraprendenza, il suo ardore, la sua voglia di battersi per un mondo che ama e che vuole salvare - il mondo in cui egli ha ritrovato la madre - contagiano quel Bruce demotivato, misantropico, che non possiede più alcun impeto, alcuna ragione per battersi. Bruce torna così ad indossare il suo costume, torna a lottare per merito di Barry, il quale restituisce al Crociato Incappucciato l’energia per esporsi fino a morire per un bene superiore. 

Il Batman di Michael Keaton così come appare in Batman - Il ritorno - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere di più su "Batman Returns" cliccando qui.

In questo sentiero tortuoso che Barry intraprende fa la sua comparsa un altro personaggio, Kara, una fanciulla anch'essa rimasta sola, anch'essa abbandonata. Barry la vede e prova per lei un'immediata compassione. Kara è deperita, scheletrica, sembra del tutto priva di forze, è scavata in viso, smunta, come se la sua pelle non avesse mai ricevuto il caldo bacio del sole. Pur non conoscendola, Flash decide senza esitazioni di raccoglierla tra le braccia e di trarla in salvo. Ecco che la sensibilità di Barry affiora in tutta la sua grandezza. L'eroe di Central City non passa oltre, non va avanti per la sua strada, non ignora una sconosciuta bisognosa di aiuto, la porta con sé restituendole la libertà. È questo modo di comportarsi che rende Barry Allen un uomo diverso dagli altri, un uomo buono, un puro di cuore. Barry è dotato di un'estrema velocità che però non gli impedisce di arrestarsi, di indugiare, di soffermarsi per scorgere i bisognosi, per prestare soccorso ai più deboli, per notare coloro che sussurrano richieste di aiuto sommessamente.

Una volta esposta ai raggi solari, Kara rivelerà di essere Supergirl, l’unica sopravvissuta, insieme al cugino Kal-El, alla distruzione del pianeta Krypton.

Quando avrà la sua occasione, Supergirl ricambierà il favore ricevuto dal Velocista Scarlatto, accoglierà a sé il corpo stremato di Barry per condurlo fino alla volta celeste, oltre le nuvole, verso quel fulmine che gli restituirà i poteri.

Supergirl ritrova la propria vigoria in una giornata luminosa, venendo lambita dai bagliori del sole, Barry, invece, in una notte buia e tempestosa, venendo raggiunto da una saetta che scintilla nell’oscurità. Barry e Kara, due estranei, un terreste e una kryptoniana, si aiutano a vicenda, si sostengono, avvicinando i loro mondi, in un sottile e bellissimo messaggio che rimarca come il fare del bene generi sempre altro bene. 

"The Flash" ha avuto una genesi travagliata, una lavorazione che definire turbolenta sa d’eufemismo. La sceneggiatura è andata incontro a molteplici riscritture, rimaneggiamenti dell’ultimo minuto che hanno prodotto brutte conseguenze. Di fatto alcune cose nella storia non tornano: ad esempio perché Barry non cerca di scoprire chi è l’assassino di sua madre?

La pellicola stessa, a causa di problematiche esterne, ha rischiato di non vedere mai la luce. Il lungometraggio ha risentito di tutte queste difficoltà nonché di una post-produzione che è stata interrotta bruscamente prima che venisse revisionata e sistemata a dovere tutta la CGI, di conseguenza esso alterna parti visivamente bellissime ad altre con effetti posticci; eppure, nonostante la mole di tali difetti, è risultata ai miei occhi un’opera entusiasmante, con un’anima e un cuore che batte all’impazzata, farcita di sentimenti vividi, ben delineati, che mi hanno raggiunto fino in fondo.

Michael Keaton catalizza l’attenzione degli spettatori col suo Batman navigato, e le sue scene di lotta sono una goduria visiva. Sasha Calle si distingue come una Supergirl efficace, caratterialmente intrepida, furiosa, indomita, generosa ed esteticamente attraente, formosa, dal fascino talmente prorompente da riempire lo schermo. Kara porta con fierezza l’emblema della casa degli El e rammenta con malinconia il suo pianeta natale e la bontà del suo popolo che viveva di speranza. Ella decide di fronteggiare gli invasori kryptoniani guidati dal Generale Zod perché essi rappresentano un’anomalia del suo mondo, essendo fautori di guerra, portatori di annientamento, di paura, di sconforto e disperazione, tutto ciò che è opposto alla speranza.

Ma l’essenza di “The Flash” è da ricercarsi nel suo attore principale, il controverso Ezra Miller, che offre una performance notevole in un doppio ruolo così ben recitato da indurre l’impressione che i due Barry Allen, il più spensierato e giocherellone e il più maturo e temprato, siano interpretati da due attori diversi. Miller riesce a trasmettere dozzine di emozioni e di stati d’animo contrastanti: gioia, rabbia, tristezza, inquietudine, timidezza, paura, acquiescenza, afflizione, impavidità. Veramente stupefacente. Le scene che coinvolgono Miller e Maribel Verdú, l’interprete di Nora Allen, sono incredibilmente autentiche, paiono avvolte da un’aura struggente, da un’atmosfera dolcissima, mesta, che travalica la cornice circoscritta della cinepresa.

Il regista Andy Muschietti pone sotto la lente di un microscopio il carattere, lo spirito, la sfera emotiva che alberga nell’intimità del protagonista, indagandola, scandagliandola, portandola a galla in tutta la sua commovente vulnerabilità. Barry Allen è un ragazzo a cui è stata strappata l’infanzia, l’innocenza, e che cerca di rendere tangibile un sogno; Barry si illude di poter riottenere una vita che non ha mai avuto, per poi arrendersi. Ed è in questa resa che egli diviene un uomo, un vero eroe.

Nei giorni in cui si confronta con il suo doppione - quel Barry immaturo, spontaneo, sereno – il personaggio cardine del film prova una serie di sensazioni contrastanti: da un lato sembra ammirare quella versione di sé cresciuta nell’affetto, nella vicinanza, nell’amore di una madre che lui ha smarrito troppo presto, dall’altro lato pare invidiarla, biasimarla tanto da infuriarsi per quella leggerezza che percepisce e che lo irrita; Barry non ha più provato quella stessa tranquillità, quella medesima felicità che evince nel suo doppelganger, gli è stata negata e crede che essa venga data per scontata dalla sua controparte.

Rapportandosi con quell’adolescente è come se Barry vedesse un riflesso allo specchio di sé che non riesce a discernere completamente; egli mira una versione di come sarebbe potuto essere, di come avrebbe potuto sentirsi, di come avrebbe potuto vivere se non avesse passato qualcosa di tanto brutto. Il legame che si crea con quel Barry ancora fanciullo permette a Flash di maturare, di progredire, di capire quello che è giusto fare: lasciarsi il passato alle spalle e, con le lacrime agli occhi, correre verso un domani che potrà portare con sé nuovi sorrisi.

La fragilità di questo Flash costituisce l’elemento più interessante dell’affresco supereroico di Muschietti. Barry è un personaggio verso cui si prova dispiacere, comprensione, pietà, e infine una nota di sincera ammirazione.

The Flash” è una pellicola talvolta ispirata e adrenalinica, talvolta goffa e disordinata, ma sempre permeata da un alone di sentimenti genuini. “The Flash” mi ha riportato alla mente il motivo per cui leggevo i fumetti da bambino e perché ho continuato a collezionarli, crescendo. Questo adattamento cinematografico, infatti, come quegli albi che escono a cadenza mensile è colorato, fantasioso, “matto”, ironico e toccante, ha un’estetica a tratti sbalorditiva a tratti marcatamente imperfetta esattamente come quei fumetti che hanno tavole tratteggiate con minuziosità e altri segmenti disegnati in maniera sbrigativa e dozzinale per poter rispettare le scadenze editoriali.

In “The Flash” tutto è possibile e tutto può accadere, è la magia dei comics presa a piene mani e trasposta al cinema in tutta la sua meraviglia e assurdità. Penso, a tal proposito, alla sequenza del salvataggio dei bambini, esagerata, improbabilissima, folle, montata con una tale stravaganza da avermi fatto esclamare un divertito “Ma cosa?”, e penso, altresì, al momento in cui Flash corre sull’asfalto, colmo di rabbia, di tristezza, accelera per poi superare la velocità della luce e, circondato da un globo protettivo, viene accerchiato dai grovigli del passato che collassano tra loro come figure sfocate, distorte, un’eco di ciò che sono state, consumandosi, disfacendosi in polvere e finendo nella sabbia del tempo che egli calca con i suoi passi come se si trovasse nel bulbo di vetro di una clessidra; una situazione che mi ha fatto urlare un sonoro “WOW”.

“The Flash” è un film che è stato in grado di emozionarmi, di farmi sorridere, perfino di farmi spuntare una lacrima, in special modo nel finale, in quella scena meravigliosa in cui Barry riceve l'ultimo abbraccio dalla sua mamma, prima di lasciarla andare verso una fine che neppure un supereroe come lui può evitare.

Superman, devastato dalla morte di Lois Lane, viaggia indietro nel tempo. Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Tutti quei poteri… E non sono riuscito a salvarla” recitava, vinto dallo sconforto, Superman mentre reggeva il corpo senza vita della sua amata Lois Lane nell’indimenticabile film del 1978.

Clark non resisterà a quella sofferenza, non riuscirà a sopportarla. Il dio si “macchierà” del peccato dell’uomo, l’egoismo dettato dall’amore. Superman emetterà un grido spaventoso, volerà alto nel cielo e interromperà il movimento della Terra, mandando indietro le lancette dell’orologio che regolano il susseguirsi del tempo per salvare la donna che ama con tutto sé stesso. La voce del padre di Superman, Jor-El, echeggiando dall’ignoto, ammonirà il figlio: “Ti è proibito interferire col destino degli uomini…” ma l’ultimo discendente di Krypton non darà ascolto, agirà istintivamente, come un terrestre mosso da sentimenti spiccatamente umani.

Anche Flash, sul finire delle vicende, rincontrando sua madre, avrà forse pensato ad una frase molto simile a quella che Christopher Reeve pronunciò tanti anni fa: tutti quei poteri, la velocità, la possibilità di oltrepassare la materia, di valicare i limiti delle epoche, dei secoli, dei decenni, e non poter far nulla per proteggere l’unica persona che vorrebbe mantenere in vita.

Flash ha varcato i confini del tempo ma ha solamente peggiorato le cose. La morte di Nora è una intersezione ineluttabile che una volta manipolata innesca una catastrofe. Flash non può fare ciò che era riuscito al Superman di Reeve. Nel suo mondo, Barry deve smettere di fronteggiare, di respingere, di contrastare un destino già scritto. L’eroe deve assecondare il suo passato per tornare al suo presente. Barry comprende pertanto che l’unico avversario da sconfiggere è lui stesso, il supplizio che lo attanaglia. Non è un caso, infatti, che il vero nemico di Flash in questa disavventura non sia il Generale Zod, una minaccia causata da un paradosso temporale, bensì proprio una versione dello stesso protagonista alternativa, oscura, diabolica, consumata da anni e anni di prove, di tentativi, di sforzi per cercare di manomettere l’ordine delle cose, il corretto fluire degli accadimenti. Il Dark Flash ha il corpo fuso nella “pietra”, nelle miriadi di scaglie kryptoniane che lo hanno trafitto battaglia dopo battaglia, senza mai ucciderlo, senza mai bloccare il suo moto. Questo velocista è un macabro ritratto di un eroe trasformatosi in un antagonista, un uomo consumato dalla sua ossessione autodistruttiva, deformato da una lunga serie di disfatte in un conflitto con il destino sul quale non potrà mai imporsi.

Il vero Barry, infine, ammette la sconfitta inflittagli dal caso, dalla fatalità, dalla sorte ingiusta, crudele, e pone fine alla sua corsa riprendendo fiato e provando un’ultima nota di sollievo fra le braccia di sua madre, osservata, ascoltata, sfiorata per un ultimo giorno. In tale frangente Barry compie forse un gesto ancor più valoroso, arduo, di quello portato a termine dall’Uomo d’Acciaio nel ‘78: sceglie volutamente di non salvare la donna che ama. Per il bene degli altri, le bisbiglia un addio mascherato con un “ciao” e scompare nel nulla. Quanto coraggio ci vuole a lasciare andare?

Flash effettua uno dei più grandi atti eroici non salvando una vita, la più cara per lui. Un che di incredibilmente drammatico.

Nora Allen avvicina così la mano alla gota di Barry, che sfrutta i suoi poteri per rallentare lo scorrere dei secondi e aumentare la durata di quel bellissimo intervallo, in cui non esiste null’altro che l’affetto tra un figlio e sua madre.

Il dolore dell'addio, dell’inevitabile distacco tra Barry e Nora viene attenuato da una carezza confortevole, che dura un istante soltanto, un singolo lampo che Flash, grazie ai suoi poteri, può assaporare più a lungo di un comune mortale, trattenendosi in quel flebile momento che sembra fermarsi e protrarsi in eterno ma che, purtroppo, svanisce come tutte le cose che il tempo, inesorabile, trascina via.  Eppure, quella frazione di secondo è rimasta incastonata nel ricordo, nelle memorie del protagonista, come un istante che si replica all’infinito.

Nel lungometraggio "Capitan Harlock", adattamento dell'omonimo manga e anime, il pirata dello spazio pronuncia una frase che recita: "Un istante ripetuto nel tempo diventa eterno..." 

Barry sa che da qualche parte, fra i fitti e intersecanti nodi del tempo, sua madre sarà sempre viva.

In quella sequenza commovente, in quell’attimo in cui Barry ha avvicinato il suo volto alla mano della mamma, egli ha vissuto un istante ripetuto nel tempo, che è divenuto concretamente eterno nel suo cuore. Laggiù quella carezza vivrà per sempre, come un frammento immortale o delle frasi soavi ripetute all’unisono per tutti i secoli e secoli a venire: 

- Ti voglio bene.

- Ti voglio bene anch'io. 

- Io te ne voglio di più.

- Io ho cominciato prima... 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere di più su Capitan Harlock cliccando nei seguenti link:

Capitan Harlock – Ai confini delle stelle

CAPITAN HARLOCK – L’uomo nell’anime, la leggenda nel cinema

Per quanto concerne l'universo del Batman di Tim Burton potrebbe interessarvi la lettura "L'arte come ritratto della follia - Il Joker di Jack Nicholson.

Infine, potete approfondire ancora di più il personaggio di Flash in questo articolo: Mitologia Greca e Supereroi – Flash, l’Ermes scarlatto

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"Batman, Catwoman e il Pinguino" - China di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Nascita

Tutti i rampolli dell’alta società di Gotham vestivano con frac neri, papillon e camicie bianche, camminavano in gruppi numerosi con andature preimpostate, talvolta goffe, somigliando a pinguini imperatori su scivolosi ghiacciai. Il ricco Tucker Cobblepot non era diverso da questi! Una sera, se ne stava immobile davanti alla grande finestra del salone. Il suo sguardo verso l’esterno sembrava volesse ricercare, tra i candidi fiocchi di neve, una tanto agognata serenità. Sebbene apparisse distinto, la sua faccia non riusciva a nascondere l’inquietudine che lo attanagliava. Se il portamento del nobiluomo non suggeriva più del dovuto, i suoi occhi smarriti continuavano a tradirlo. Per stemperare l’intollerabile tensione, il magnate fumava una sigaretta infilata nel suo bocchino, mentre con l’arcata superiore dell’occhio sinistro stringeva il solito monocolo. D’un tratto, egli avvertì l’urlo straziante della moglie. Ester si trovava nella stanza adiacente il soggiorno, e stava dando alla luce il loro erede, Oswald. La prima a sgattaiolare via da quella camera fu una sconvolta infermiera. La seguì il medico, coprendosi il volto con un fazzoletto di stoffa. Tucker corse dalla moglie, e quando la raggiunse si lasciò andare ad un grido di disgusto. Ester stava bene, ma il nascituro era spaventosamente deforme. Nel periodo natalizio, il bambino giaceva rinchiuso all’interno di una gabbia nera, per via dei suoi atteggiamenti aggressivi. Orripilati dal concepimento del loro primogenito, e addirittura spaventati dalla sua violenza, i genitori meditarono un piano per sbarazzarsi della creatura. Si incamminarono in una fredda serata invernale alla volta di un parco in cui, un tempo, sorgeva uno zoo. Tutt’e due mandavano avanti la carrozzina dentro la quale riposava, come in una oscura prigione, l’ignaro neonato. Quando furono in prossimità di un ponte, gli sposi incrociarono un’altra coppia, intenta anch’essa a passeggiare per strada sospingendo una carrozzina bianca.

Il regista inserisce questa famigliola per un breve passaggio e, altrettanto fugacemente, la fa sparire. Ma chi erano costoro? E se fossero i Wayne con il loro neonato Bruce? Non c’è dato sapere con certezza, e se, per questioni d’età, Oswald e Bruce si sarebbero potuti incontrare appena nati. Resta ancora oggi suggestivo il mistero circa questo strano incontro. Bruce e Oswald, i futuri Batman e Pinguino, nella visione del cineasta hanno in comune più di quanto credano. Se la storia non fosse andata così come stabilito dall’opera filmica, Bruce e Oswald, rampolli della nobiltà Gothamita, avrebbero frequentato i medesimi ambienti e, pertanto, si sarebbero conosciuti in tutt’altre vesti. Un fato imprevedibile, sin dalle origini, ha voluto, tuttavia, snocciolare un futuro diverso per i due, destinati a scontrarsi come acerrimi nemici. Oswald era una prole ripudiata, dominata da un destino terribile che lo ha voluto orripilante nell’aspetto e nel carattere, Bruce, invece, era un figlio adorato, la cui sorte avversa lo ha scelto come testimone inerme di un omicidio in una drammatica notte, quella in cui persero la vita i suoi cari.

Tucker e Ester sganciano il vano culla dalla carrozzina e, senza apparenti remore, gettano l’infante nel fiume così che possa morire per il gelo. Sconvolti, i due si soffermano ad osservare il particolare involucro che, trascinato dai fluttui, scompare nei bui cunicoli delle fogne. Come accadde a Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo, “Notre-Dame de Paris”, Oswald venne abbandonato per la sua bruttezza e per la sua inaccettabile diversità. La ricca e blasonata famiglia dell’antagonista del lungometraggio, così come è stata ideata da Tim Burton, si contrappone all’umile famiglia di gitani a cui apparteneva Quasimodo, l’uomo formato a metà, così come crudelmente era stato soprannominato da Claude Frollo, arcidiacono della Cattedrale parigina.

Il destino di Oswald è dunque offerto al volere delle acque, un accadimento che rievoca il racconto biblico di Mosè, anch’egli affidato alle correnti del Nilo dalla madre Jocabel. Parallelismi simili che però dipanano un’intenzionalità contraria: se Mosè era stato lasciato per essere salvato, Oswald viene abbandonato per essere obliato.

Invero, la culla del piccino viene dondolata dalle putride acque fognarie fino ad una grande caverna sotterranea del “Mondo Artico”, luogo in cui ha trovato asilo una colonia di pinguini, ultimi superstiti della sezione antartica del dismesso zoo cittadino. I pinguini rinvengono la “cesta” con il nascituro, adottandolo come fosse un cucciolo della loro specie.

"Batman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Solitudine

33 anni dopo gli eventi fin qui narrati, Gotham City è sotto la protezione di Batman (Michael Keaton), vigilante mascherato e paladino della metropoli. A turbare la ritrovata quiete della città sono le voci riguardanti gli avvistamenti del “Pinguino”, un misterioso essere mezzo uomo e mezzo uccello che si cela nelle fogne.

Molteplici sono i riferimenti religiosi che possono essere colti nel film di Burton. Oswald nasce nella stagione natalizia, un periodo in cui la religione cristiana celebra la venuta al mondo di Gesù.  Oswald (Danny DeVito), conosciuto con lo pseudonimo di “Pinguino”, torna nella sua città natale quando ha compiuto il trentatreesimo anno di vita. Un’età straordinariamente simbolica per la fede cattolica, poiché richiama l’ultimo anno d’esistenza terrena del Messia. Questi interessanti elementi fanno sì che la figura del Pinguino si presti, con le dovute proporzioni, ad una rilettura “mistica”, tanto da poter essere considerato il “profeta” di una nuova razza, in cui l’umanità e la bestialità animale si mescolano in un agglomerato raccapricciante.

In un imprecisato momento della sua vita, Oswald venne assoldato come fenomeno da baraccone. Raggiunta l’età adulta, il “freak” aveva il seguente aspetto: era un uomo tarchiato e informe, per di più calvo, anche se dalla sua nuca scendevano lunghe ciocche di capelli neri, unti e sudici. Un vistoso naso aquilino, appuntito e spiovente come il rostro di un grosso rapace, era la prima cosa del suo volto a balzare all’attenzione. I denti erano neri come la pece, e le sue mani avevano soltanto due dita, poiché le restanti tre si erano fuse insieme, formando una sorta di pinna.  Il suo incedere era dinoccolato e dava la sensazione d’essere affaticato: in tutto e per tutto egli assomigliava ad un Pinguino. L’aspetto designato per l’antagonista del film fu accuratamente ideato e realizzato sui connotati fisici dell’attore Danny DeVito attraverso un impegnativo lavoro di trucco. Burton voleva creare un cattivo grottesco e agghiacciante, sociopatico e terrificante, un personaggio che venisse odiato ma che, inaspettatamente, potesse anche essere compatito. La deformità del Pinguino non riguarda solo l’aspetto fisico ma anche la mente e parte del suo cuore. Oswald è tanto mostro esteriormente quanto interiormente, peculiarità che più lo differenzia dal Quasimodo di Hugo. Nel corso della sua esistenza, il Pinguino sviluppò una bizzarra ossessione per i “para-pioggia”. La sua nutrita collezione di ombrelli può essere considerata alla stregua di un arsenale, poiché il Pinguino nel tempo li ha modificati, trasformandoli in micidiali armi.

La prima apparizione di Bruce Wayne nella pellicola lo mostra trattenersi, insonne, nel suo studio. Il volto è sperduto, l’espressione corrucciata e la mano è posizionata all’altezza del mento, come se volesse rimarcare la riflessività del momento. Bruce è un pensatore e, in quegli attimi, egli sta scorrendo il suo passato. In fuggevoli attimi di ripresa, Keaton ha la capacità di esternare il tormento interiore del suo Batman, conturbato nel rimuginare. Il Bruce Wayne di Michael Keaton dorme di rado: di questo ne avevamo avuto un assaggio già nel precedente capitolo “Batman” del 1989. Dopo la notte trascorsa con la fotoreporter Vickie Vale, il protagonista faticava a prender sonno, e preferiva scacciare gli incubi vissuti ad occhi aperti temprando il proprio fisico con gli allenamenti. Anche in “Batman Returns”, cogliamo questa tensione silente, un’angoscia che tiene l’eroe in uno stato di allerta e di isolamento.

Selina Kyle (Michelle Pfeiffer) è un’impacciata e sciatta segretaria alle dipendenze di Shreck. Vive sola nel suo appartamento e possiede un gatto come animale da compagnia. Selina è gentile e premurosa in una realtà urbana infingarda e cattiva. La tragica morte per omicidio a cui andrà incontro, e il soprannaturale evento di resurrezione che la riporterà in vita, muteranno il carattere della donna la quale, una volta rientrata in casa, perderà il controllo di se stessa e distruggerà ogni elemento della propria casa che le ricordi la parte più pura, infantile e sognante della sua vita.  Selina strapazza e annienta i suoi peluches, imbratta col colore le magliette più “giovanili” del suo guardaroba, distrugge la casetta delle bambole che aveva sin da bambina per poi cucirsi un aderente vestito nero. Nasce da un parto violento e liberatorio Catwoman, l’essenza più incontrollata, tumultuosa, vendicativa e sensuale di Selina Kyle.

Batman, il Pinguino e Catwoman, sono, a loro modo, soli, incompresi, tormentati e nevrotici. Se Bruce ed Oswald personificano il bene e il male, Catwoman oscilla pericolosamente in ambedue i lati, incarnando un equilibrio instabile di luce e oscurità.  E’ interessante notare come i tre protagonisti corrispondano, nei loro alter-ego, ad animali: il pipistrello, il gatto e, per l’appunto, il pinguino.

  • Sospetto

Oswald, dopo aver scoperto la propria identità, ha l’intenzione di scalare le vette del potere municipale sino a ridurre la città di Gotham in cenere. Shreck prepara un accurato piano per riabilitare agli occhi dei cittadini-votanti la figura del Pinguino, aspirante sindaco di Gotham. “Batman Returns” mostra con quanta facilità possa essere manipolata l’opinione pubblica mediante un’orchestrata comunicazione politica basata sulla propaganda con l’ausilio dei media televisivi, i quali possono modellare ad arte, come argilla fresca, un’immagine distorta della realtà. Il Pinguino si presenta come il candidato perfetto, e attorno alla sua persona fa sì che si palesi l’alone astratto ma percettibile di un uomo umile, privato dei diritti che gli spettavano dalla nascita, orrido ma dal cuore d’oro. Sfoggiando un look in stile vittoriano, con frac, cappello a cilindro e monocolo, il mostruoso “uomo-anfibio” si trasforma in un “gentiluomo” raffinato, una mutazione che i giornali paragonano all’evoluzione del brutto anatroccolo in cigno.

Batman segue preoccupato l’ascesa al potere del Pinguino e nutre dei grossi sospetti. Già prima di quei giorni, una notte, l’eroe si era recato ad osservare l’agire del losco figuro, occupato a raccogliere informazioni sui primogeniti di Gotham con il “pretesto” di ricercare le proprie origini. La scena che vede Batman procedere con la batmobile durante una copiosa nevicata non è soltanto fascinosa ma didascalica circa le abilità intuitive del supereroe. In questa sequenza emerge infatti l’acume fine e il prodigioso intelletto di Bruce, il quale sospetta correttamente di un reo. La sfida a distanza tra il cavaliere oscuro e il Pinguino è appena cominciata.

"Batman e Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Passione

Tra il crociato incappucciato e la donna dai poteri felini si consuma, nelle lunghe notti di Gotham, una tormentata relazione passionale che vede l’amore e l’odio fondersi in un connubio torbido e divorante. Parallelamente alla relazione intrecciata nelle loro vesti mascherate, i due, senza conoscere le rispettive identità segrete, iniziano a frequentarsi anche come Bruce e Selina in pieno giorno. Passando dalla mattina alla sera, oscillando dalla luce all’oscurità, dal viso scoperto a quello nascosto da una maschera, in “Batman Returns” verità e inganni, segreti e bugie perpetrati dai due amanti s’intrecciano in una mescolanza separatoria eppure indistinguibile. Sia nelle loro vesti comuni di uomo e donna, sia nei loro panni di vigilatori in costume, la fatale attrazione che lega i due innamorati non fa che attanagliarli in un gioco distruttivo, dominato da un impeto carnale che sfocia in un erotismo selvaggio. Basti notare il costume della stessa eroina che evoca l’immagine di uno stringente e provocante abito sadomasochistico. Persino la frusta, l’arma utilizzata dalla donna per colpire e ferire Batman in uno dei loro interminabili duelli, richiama un tipo di arnese prestato a fini sessuali.

Il cavaliere oscuro e la “gatta ladra” si odiano e si amano, si perdono e si cercano, combattono senza esitazione nelle sommità dei grattacieli e poi cedono tanto da scambiarsi un intenso bacio sotto il vischio, dando consistenza e vigoria ad un rapporto in cui la violenza non è altro che un riflesso del desiderio, ed un colpo sferrato in combattimento risulta essere la richiesta disperata di una tenera carezza.  Contrariamente a ciò, tra Bruce e Selina, (attenzione non tra Batman e Catwoman), il rapporto appare più cristallino, poiché si instaura un amore che rappresenta quanto di più umano e speranzoso essi possano esprimere, quando non sono più schiacciati dagli obblighi imposti dai mantelli e dalle maschere. Durante un ballo in maschera, i tormentati amanti si incontrano per concedersi un lento. Proprio in tale contesto, essi rivelano la loro reciproca identità. Nella circostanza in cui tutti indossano un costume mascherato, Bruce e Selina colgono l’occasione per sdrucirselo di dosso vicendevolmente.

Se Batman e Catwoman sono obbligati a scontrarsi pur bramandosi, Bruce e Selina potrebbero riuscire a conquistare un futuro insieme. A tal proposito, togliendosi la maschera, sarà proprio Bruce ad implorare Selina, anch’ella strappatasi di dosso il suo “cappuccio”, di seguirlo nella sua casa, dimenticando il peso dato dalle rispettive controparti. Nei loro aspetti “umani”, entrambi ricercano un futuro insieme salvo poi dover rinunciare ad esso con totale frustrazione.

  • Abbandono

Varie e ambiziose erano le aspirazioni del Pinguino, ma, come un uccello che non può volare, egli non poté levarsi da Terra e raggiungere ciò che più agognava. Oswald dovette desistere dai suoi propositi quando Batman riuscì a smascherare le sue malefatte pubblicamente. Respinto dai cittadini di Gotham, isolato da Shreck, Cobblepot tornò al suo covo, meditando vendetta. Il suo efferato piano è pronto ad essere attuato: la cattura e l’assassinio di tutti i primogeniti della città, così da far pagare loro la “fortuna” d’essere figli di una famiglia che non li aveva dimenticati. Sarà nuovamente Batman a sventare i suoi intenti e a fermarlo poco prima che lo stesso Pinguino trovi la propria fine.

La scelta dell’antagonista di voler uccidere i primogeniti costituisce un ennesimo metro di paragone con il racconto biblico dell’esodo. La decima piaga d’Egitto scatenata da Mosè prevedeva, infatti, la discesa sulla Terra dell’Angelo della Morte, che avrebbe sottratto la vita dal corpo dei primogeniti dell’Egitto.

Il Pinguino era un essere cattivo, brutale e insensibile, ma allora perché negli istanti in cui procede lento, e seguita a trascinarsi nel suo stesso sangue, la musica malinconica e lo scorrere delle immagini riescono a far commuovere con una simile efficacia? Forse perché il Pinguino era un mostro di origine controllata, solo e malato, che fu abbandonato in egual maniera quando nacque così come quando morì. Lo avevano lasciato i genitori, lo aveva lasciato il morente Shreck, anche i membri del triangolo rosso scelsero, alla fine, di voltargli le spalle e scappare dalla sua crudeltà. Soltanto i pinguini rimasero con lui fino a che non esalò l’ultimo respiro. Gli stessi, procedendo insieme, spinsero il corpo di Oswald verso l’acqua, laggiù dove sarebbe dovuto morire quando non era che un bimbo in fasce. Come un corteo funebre, sotto gli occhi di Batman, i pinguini, anch’essi dimenticati dagli uomini quando lo zoo venne abbandonato, danno al loro simile l’addio in quel sepolcro acquatico. Forse Oswald aveva ragione quando disse che non era un uomo, ma un animale a sangue freddo visto che solo il regno animale lo aveva accettato.

La morte del Pinguino è una scena triste, che suscita nel cuore degli spettatori una silenziosa, commuovente e mostruosa compassione.

  • Fine

“Batman Returns” è il film più cupo, triste e drammatico mai girato sul cavaliere oscuro. La regia ispiratissima di Burton e la maestria interpretativa degli attori, tutti in stato di grazia, hanno permesso alla pellicola di fregiarsi dello status di cult.

Il secondo ed ultimo Batman Burtoniano mostra, negli ultimi scampoli del proprio corso, Bruce, separatosi da Selina, nel mentre ammira dal finestrino della sua auto il freddo ma sereno paesaggio di una Gotham innevata. E’ Natale, e ancora una volta l’unico “mostro” che ha scelto di non farsi corrompere e avvelenare dalla mostruosità della crudeltà umana continua a vegliare sulla città. Si tratta proprio di Batman, l’unico e solo eroe in grado di ergersi con razionalità sull’aberrazione. Tutto d’un tratto il batsegnale brilla nel cielo, richiamando l’arrivo del Supereroe, sotto lo sguardo vigile di Catwoman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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