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"Steve McQueen, interprete del Capitano Mike O'Halloran" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Prometeo, il dio benefattore

L’allegro oscillare di una fiammella così come il divampare di una lunga lingua di fuoco è metafora di un divenire perpetuo. Il divenire è allegoria dell’avanzamento, l’avanzamento dell’evoluzione, l’evoluzione del progresso. Con lo sfregamento di due pietre focaie, l’antenato dell’uomo come oggi è conosciuto ha segnato l’inizio di una nuova era.

Il fuoco è un elemento della natura, eppure la mitologia greca insegna che il fuoco, in principio, era un prodigio ultraterreno, custodito gelosamente sul monte Olimpo, dimora degli dei, i quali mai avrebbero voluto che cadesse preda del genere umano.

Fu il titano Prometeo a far dono ai mortali del fuoco. Egli sottrasse una scintilla a Zeus, la nascose nella cavità di una canna e la portò nel mondo. Fu la vittoria più preziosa ma quella che costò più cara al dio benefattore. Prometeo pagò quel suo gesto con la condanna perenne e la genuflessione alla schiavitù in catene. Ciononostante quel suo nobile atto segnò, secondo i racconti antichi, l’avvento dell’evoluzione. Vi siete mai domandati perché, nei miti arcani, gli dei temevano che l’uomo scoprisse l’esistenza del fuoco?


Prometeo sottrae il fuoco agli dei, quadro di Heinrich Friedrich Füger

Invero, come la fiamma imperitura, che brucia in una progressione senza fine, così l’essere umano, con l’ausilio del fuoco, avrebbe sviluppato in modo pressoché illimitato le proprie inclinazioni nelle arti e nei mestieri, asservendo quella forza rossa a proprio piacimento, sia come mezzo per riscaldarsi durante i freddi inverni sia come fonte d’illuminazione per rischiarare l’oscurità della notte, nonché per la cottura dei cibi e la creazione della metallurgia. Con il fuoco l’uomo progredì, divenne più forte, arguto, indipendente dalla magnanimità degli dei.

Sebbene l’uomo sia in grado di controllare il fuoco, esso è un elemento pericoloso che può sfuggire al suo volere, alla sua gestione. L’uomo sfrutta il fuoco, usufruisce del suo “potere” ma sempre in costante allerta, ne vigila l’utilizzo, a volte l’abuso, poiché il divampare incontrollato di esso può tramutarsi in elemento guizzante e distruttore, e ridurre in cenere tutto ciò che incontra sul proprio cammino.


Prometeo incatenato, quadro di Jean-Louis-César Lair

Per vegliare costantemente sugli incendi esiste il Corpo dei Vigili del fuoco. Spesso paragonati agli eroi dei fumetti, sprovvisti di mantello e costume, i Vigili del fuoco hanno ispirato la cinematografia di tutto il mondo. Se nel racconto mitologico troviamo le prime tracce dell’esistenza e della successiva scoperta del “fiore rosso”, così come era solito definire il fuoco lo scrittore Rudyard Kipling ne “Il libro della giungla”, nel cinema possiamo trovare, immortalate su pellicola, le gesta eroiche di coloro che sorvegliano la potenza e i rischi correlati al fuoco: i pompieri.

Nel cinema italiano, la divisa del pompiere fu “calzata” persino da Antonio De Curtis, in arte “Totò”, che nel 1949 vestì i panni di un ironico vigile del fuoco ne “I pompieri di Viggiù”. La sua appartenenza al Corpo fungeva da pretesto alla narrazione filmica per dare vita a scenette tratte dal teatro di rivista. Il cinema nostrano ha poi continuato a proporre i Vigili del fuoco sotto una lente comica e secondo uno stile scanzonato, tipico delle commedie di stampo goliardico.


Immagine tratta da "Fahrenheit 451"

La figura dei Vigili appare, invece, assai più complessa nel film del cineasta francese François Truffaut “Fahrenheit 451”, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico nel quale la fiamma viene utilizzata come uno strumento di annientamento, opportuno per bruciare grandi quantità di libri che, in quanto mezzo di apprendimento, possono condurre un popolo schiacciato dall’apatia alla sovversione.

Nella trasposizione di Truffaut, tratta dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury, il Corpo dei Vigili ha l’ordine tassativo di distruggere i numerosi volumi scampati ai roghi, i tomi che perdurano, fino al momento in cui Montag (Oskar Werner), un pompiere, riscopre il piacere della lettura e la meraviglia della riflessione che essa è in grado di suscitare nella mente di un lettore.

Montag, travolto dalle emozioni prodotte dalla lingua scritta, sviluppa un anelito di ribellione. Questi diventa, in tale contesto, un eroe sospinto da un volere di riconoscimento, da un desiderio di rivalsa che lo porterà a cercare di ristabilire l’ordine in un mondo consumato dal torpore e dall’indifferenza generale e, infine, a fuggire, ad isolarsi da una realtà abulica e opprimente.

Il film “Fuoco assassino”, diretto dal premio Oscar Ron Howard, ha come protagonisti due fratelli vigili del fuoco, Stephen e Brian (rispettivamente Kurt Russel e William Baldwin), alle prese con un’intricata indagine riguardante alcuni incendi dolosi. Ma è forse il cult del 1974 “L’inferno di cristallo” ad essere uno dei titoli più emblematici del genere. Il lungometraggio si avvalse di un cast di prim’ordine, su cui spiccano Paul Newman e Steve McQueen, quest’ultimo interprete del capitano dei Vigili del fuoco Mike O'Halloran. La pellicola, diretta dal cineasta John Guillermin, è interamente ambientata all’interno del grattacielo più alto del globo terrestre.

Steve McQueen, celebre interprete di ruoli da eroe risoluto e spericolato, darà lustro e gloria al ruolo di questo coraggioso ed intrepido “vigilante”, eroe razionale e dal sangue freddo che riuscirà a salvare quante più persone rimaste imprigionate nel colossale edificio, attuando, con la collaborazione di Roberts (Paul Newman), un difficoltoso ma necessario piano per evacuare la zona, martoriata dal divampare dell’incendio. 

Dal racconto mitologico “all’’afoso” cinema “pompieristico”, il simbolismo fatale del fuoco seguita ad essere utilizzato per porre l’uomo al centro della narrazione, sia esso trattato come ricevente di un dono evolutivo, sia esso posto come l’accorto “guardiano” di un pericolo insidioso.


Raffigurazione del Titanic. Potete leggere di più cliccando qui.
  • Il monumento “cristallino”

La prestigiosa compagnia navale britannica White Star Line, quando ultimò la produzione di due transatlantici, realizzò una cartolina promozionale decisamente accattivante. Tale cartolina mostrava ciò che era effettivamente vero ma dava comunque l’impressione d’essere inverosimile. Questo perché quello che essa mostrava, lasciava chiunque di stucco tanto da indurre a credere i più che si trattasse di una esagerazione, di un paragone improprio, di una falsa equiparazione.

L’illustrazione appena citata ostentava, in un’ordinata successione, i palazzi più imponenti della Terra affiancati ai monumenti più antichi e maestosi del mondo. Al centro della cartolina, emergeva la rappresentazione verticale di una colossale nave: il Titanic.

Si trattava di una raffigurazione destinata a destare notevole clamore dal momento in cui ci si rendeva ben conto che quel piroscafo, così dettagliatamente illustrato, aveva una lunghezza superiore a tutte le altre costruzioni sorte sulla terraferma. Il Titanic, transatlantico della classe “Olympic”, appariva come l’oggetto” semovente più grande che fosse mai stato costruito dalla mano dell’uomo. La mastodontica nave, lunga 269 metri, impeccabile gioiello tecnologico, fu soprannominata “l’inaffondabile”, perché secondo le previsioni del periodo, i transatlantici avevano raggiunto delle dimensioni tanto ragguardevoli e un’affidabilità così elevata da rasentare la perfezione.


Un'altra cartolina del Titanic. Potete leggere di più cliccando qui.

Agli uomini d’inizio Novecento, il Titanic dava una fosca e superba sicurezza: quella di aver assoggettato le acque dell’Atlantico al volere dell’essere umano o per meglio dire, in una visione più ampia e di stampo prettamente filosofico, la nave faceva effluire l’idea di aver genuflesso l’intera forza della natura al dominio dell’uomo. L’imprevedibilità dell’accadimento o la tragicità di un inaspettato incidente non erano eventualità contemplate da tutti coloro che, sopraffatti da un’insana sensazione di invincibilità, peccarono di presunzione. L’equipaggio del Titanic, durante il viaggio inaugurale, cadde preda di una strana sicurezza, uno “spettro” astratto ed invisibile che aleggiava lungo tutta la nave e che si impadronì di loro conducendoli, tra la notte del 14 e del 15 aprile del 1912, ad un disastro senza precedenti.

Il Titanic era un colosso d’acciaio, più grande di qualunque altro edificio sorto sul suolo terrestre. La cartolina stampata dalla White Star Line rimarcava questo concetto, palesandolo come una verità assoluta, opportuna per magnetizzare l’attenzione di ogni aspirante passeggero, attratto dalla grandezza del piroscafo. La dimensione del transatlantico avrebbe generato stupore e creato un clima di fiducia nell’impeccabilità stessa della costruzione. Ma la grandezza del Titanic non era realmente sinonimo di affidabilità e d’inaffondabilità.


Il Titanic in navigazione. Potete leggere di più cliccando qui.

L’inferno di cristallo”, opera magna del cinema “pompieristico”, racconta l’inaugurazione del grattacielo più alto del mondo, ideato dall’architetto Doug Roberts. Lo smisurato edificio vantava una capienza di 138 piani e un’altezza approssimativa di 550 metri.

Il “monumento”, che appare bianco, trasparente come un lungo velo cristallino che si erge sino alle nuvole, assume le fattezze di un gigante con il volto proteso verso il cielo, di un “titano” che fa sovvenire alla mente il ricordo della cartolina citata poche righe prima.

Lavorando un po’ di fantasia si potrebbe supporre che, anche nell’immaginario del film, i produttori di questa monumentale costruzione avessero realizzato una speciale cartolina promozionale in cui i più alti edifici del mondo venivano, di colpo, sminuiti dal confronto con la solennità del grattacielo di cristallo.


Il grattacielo dilaniato dalle fiamme

Come accaduto realmente nella tragedia del Titanic, ne “L’inferno di cristallo” lo sfarzo delle ambientazioni e l’imponenza del progetto crearono un’ingannevole patina d’ingenua leggerezza. Alcuni addetti ai lavori ignorarono, infatti, le norme di sicurezza e riciclarono per la sistemazione dell’impianto elettrico materiale di dubbia qualità. Tale mancanza di zelo condurrà gli invitati, giunti sul posto per presenziare all’inaugurazione, ad incorrere in una gravosa emergenza.

Dal sistema elettrico scoppierà un incendio che distruggerà non soltanto quanto di meraviglioso era stato eretto dalle mani degli abili costruttori ma che arrecherà morte e dolore alle innocenti vite umane rimaste prigioniere in quel lussuoso “fabbricato”, tramutatosi in una prigione “fiammeggiante”.

Il grattacielo di cristallo, così grande e, in principio, apparentemente inviolabile, si trasformerà in un fragile gigante, caduto preda di fiamme avviluppanti come fuochi infernali. Data la gravità della situazione, i Vigili del fuoco, guidati dal Capitano Mike O'Halloran, preparano accuratamente un piano per evacuare l’edificio. Grazie al loro supporto, gli innocenti riusciranno a trovare scampo alla catastrofe.

L’inferno di cristallo” è un’ode rivolta al corpo dei Vigili del fuoco, un inno al loro coraggio e al loro pragmatismo. Il Capitano O’Halloran venne interpretato da Steve McQueen, eroe intrepido e risoluto del cinema spericolato qui catturato in una veste più flemmatica, saggia e generosa.

Il personaggio di McQueen agisce dall’esterno, coordinando le operazioni di salvataggio ai piedi di quel grattacielo che osserva quasi con disprezzo, come fosse un'effige color diamante, adusa a esternare la superbia dell’uomo.


"Mike O'Halloran" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come una splendida nave che riposa, tutt’oggi, sul fondo dell’oceano dopo essere stata flagellata dai marosi, così, nella narrazione filmica, il grattacielo di cristallo collassò su se stesso per il solito, inspiegabile errore umano: quello di sottovalutare i rischi e dimenticare l’importanza della vita, bene prezioso ricordato proprio dal Capitano sul finale. “Nulla è e sarà mai più importante di una vita da salvare.”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il sipario strappato” è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1966 e distribuito dalla Universal.

Il titolo originale dell'opera Hitchcockiana è "Torn Curtain". Curtain in inglese significa sia “sipario” sia “cortina”: il riferimento è naturalmente alla “cortina di ferro” dell’epoca della guerra fredda in cui la storia si dipana lungamente come un drappo di sipario consunto.

Dopo il disastroso flop di “Marnie” sia di pubblico che di critica, per Hitchcock si rendeva necessario girare un film che gli risollevasse anche il morale. Dopo essersi dedicato a tre differenti soggetti senza arrivare a nessuna conclusione, il regista decise di realizzare un film di spionaggio. Si trattava di un filone di cui fino a poco tempo prima Hitchcock era ritenuto un maestro. Il soggetto de “Il sipario strappato” trae spunto da una vicenda verificatasi nel 1951 e che aveva a suo tempo suscitato scalpore: due rinomati diplomatici inglesi Guy Borgess e Donald Maclean, avevano inaspettatamente deciso di rifugiarsi in URSS. La stesura della sceneggiatura fu piuttosto travagliata. Dopo le prove insoddisfacenti di alcuni sceneggiatori britannici, Hitchcock affidò lo script al romanziere Brian Moore, ma non completamente soddisfatto, chiese aiuto a due drammaturghi e sceneggiatori inglesi, Keith Waterhouse e Willis Hall, autori fra l’altro del grande successo teatrale “Billy il bugiardo”.

Anche le riprese del film non furono molto felici; il maestro non si trovò a suo agio con gli attori protagonisti, che, per certi versi, gli erano stati imposti dalla produzione.  Le maggiori difficoltà si riscontrarono con Paul Newman, che aveva frequentato l’Actor’s Studio e di conseguenza portato a intervenire nella definizione del suo personaggio, cosa che Hitchcock non sopportava. I compensi degli attori sottrassero poi i fondi necessari a mandare oltre oceano una troupe americana. Ma la cosa che andò peggio fu il commento musicale che Hitchcock affidò al suo vecchio collaboratore Bernard Hermann. Il maestro non rimase contento del risultato ottenuto e quindi chiese la collaborazione di un altro compositore. Fu così che tra Hitchcock e Hermann si aprì un’inaspettata spaccatura collaborativa che non venne più ricucita. Di sicuro migliore apparve il rapporto con il direttore della fotografia, John F. Warner. Anche all’illuminazione venne data molta importanza e una cura quasi maniacale fu dedicata alla realizzazione di una fotografia limpida e fredda, intonata perfettamente al clima della vicenda narrata. Però, malgrado tutti gli accorgimenti messi in cantiere “Il sipario strappato” non ebbe il successo desiderato, stroncato dalla critica e non tanto apprezzato dal pubblico, in quanto il film appartenente al filone dello spionaggio si presentava piatto, stanco, puerile. Tutto dava ad intendere che l’idillio fino a quel tempo vissuto fra Hitchcock e il pubblico era definitivamente tramontato.

In effetti, “Il sipario strappato” presenta più di uno strappo, più di una lacerazione: la sceneggiatura lascia a desiderare, la narrazione si disperde in parecchi rigagnoli e diventa frammentaria e ripetitiva. Il ritmo non è quello dei migliori film di Hitchcock e si nota una certa rilassatezza. Ciò che manca ne “Il sipario strappato” è la capacità di coinvolgere lo spettatore, di farlo “interagire” con i personaggi. A tratti però il film è anche gradevole e si lascia guardare in tutto il suo humour graffiante.

Scriveva Hitchcock in merito al suo film e a quanto sia difficile uccidere: “Con questa lunghissima scena di assassinio ho voluto innanzitutto prendere in contropiede uno stereotipo. Di solito, nei film, un assassinio si svolge molto velocemente: un colpo di coltello, un colpo di fucile, il personaggio dell’assassinio non si sofferma nemmeno a esaminare il corpo per vedere se la sua vittima è morta o no. Allora ho pensato che fosse arrivato il momento di far vedere quanto è difficile, arduo e lungo uccidere un uomo. Grazie alla presenza del tassista davanti alla fattoria, il pubblico non ha obiezioni al fatto che l’assassinio debba essere silenzioso; questo spiega perché non si possa neanche porre il problema di sparare un colpo di arma da fuoco. Conformemente al nostro vecchio principio, l’assassinio deve essere eseguito con mezzi che ci vengono suggeriti dal posto e dai personaggi. Siamo in una fattoria ed è una contadina che uccide; quindi utilizziamo degli strumenti domestici: la pentola piena di minestra, un trinciante, un badile e infine il forno della cucina a gas”.

Per “Il sipario strappato” Hitchcock aveva girato una scena che poi decise di eliminare, in parte perché allungava troppo la storia, in parte perché non era contento di come Newman l’aveva interpretata. La scena, di grande tensione e humour nero, era successiva a quella dell’assassinio di Gromek e si svolgeva in una fabbrica che Armstrong visitava in compagnia dei funzionari governativi.

Come sempre, anche ne "Il Sipario strappato" Hitchcock ha cercato di evitare il più possibile stereotipi ed elementi scontati, cosa tanto più difficile trattandosi di un film di spionaggio, genere allora molto frequentato.

Sappiamo tutti che Hitchcock si divertiva a firmare i suoi film comparendo come per caso in una breve inquadratura. Lo ha fatto anche nel Sipario strappato: lo si può scorgere nella hall di un albergo, mentre ha in braccio un bambino impertinente.

Redazione: CineHunters

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“La stangata” è un film del 1973 con protagonisti Paul Newman e Robert Redford, per la regia di George Hill. Gli altri interpreti sono: Robert Shaw, Charles Durning, Ray Walston, John Heffernan, Jack Kehoe, Sally Kirkland, Dana Elcar, Harold Gould, Dimitra Arliss, Eileen Brennan, Robert Earl Jones.

Nello Stato dell’Illinois, nel settembre del 1936, Johnny Hooker e il suo amico Luther Coleman sono due professionisti della truffa che hanno, in maniera inconsapevole, raggirato il messaggero del gangster Doyle Lonnegan. Luther viene ucciso per ritorsione e Hooker è costretto a nascondersi. Per vendicare Luther, il giovane si rivolge ad un vecchio amico dello scomparso, Henry Gondorff, uno dei più esperti truffatori di tutta l’America. Lavorando di comune accordo organizzano una colossale truffa ai danni di Lonnegan, mettendo su una fittizia agenzia di scommesse capeggiata da Gondorff, in cui il boss è convinto di poter accaparrarsi delle grosse somme di denaro grazie a informazioni riservate passategli da Hooker.

Come una finestra aperta sull’immaginifico mondo del cinema, “La stangata” nasce nella fantasia autoriale e si accresce nell’immaginazione soggettiva dello spettatore. Chi non ha mai fantasticato d’esser Henry Gondorff, il più grande truffatore d’America?

Truffatore” è un termine decisamente dispregiativo, sarebbe più opportuno, in questo caso, adoperare l’espressione descrittiva di “artista della truffa”. Una truffa sapientemente orchestrata per rivalsa e vendetta, e perché no, anche per un anelito di giustizia. Un concetto ideologicamente contraddittorio, come può la perpetuazione di un atto truffaldino esser sinonimo di giustizia? Nell’egual modo per cui Robin Hood risultava essere un paladino del popolo, oserei dire. Rubava ai ricchi per dare ai poveri o, per meglio dire, rubava ai malvagi per restituire i beni confiscati ai buoni e agli indifesi. Henry Gondorff, ne “La stangata”, fu una specie di Robin Hood e come, il suddetto arciere, possedeva nella propria faretra dardi acuminati d’intelletto, frecce aguzze di furbizia e punte affilate di astuzia. Gondorff rubò, con l’ironia sbruffona di un genio della truffa, a un magnate assassino, arricchitosi in modo fraudolento e criminale. Gondorff volle appellarsi a un senso astratto e immutabile di sana giustizia, piegando la violenza all’intelletto. Si comportò come un ladro gentiluomo, elegante nel vestire e raffinato nei modi di fare, un Arsenio Lupin del nuovo continente.

E dunque, chi non ha mai immaginato di poter somigliare al Paul Newman de “La stangata”, coi suoi baffi curati nel taglio, gli occhi di ghiaccio, e quell’inseparabile cappello, imprescindibile per coprire una parte del viso, quella da cui poi sarebbe spuntato un naso simbolico! Quel cappello era come fosse un "sipario" rimasto col drappo per metà aperto, calato in diagonale su di una porzione del volto da cui poi si sarebbe intravisto un naso, “teatro”, per l'appunto, di un gesto effettuato con la punta dell’indice soffermatasi lì solo per un breve istante.

Con “La stangata” siamo in presenza di una grandissima commedia dai contorni drammatici e polizieschi, ambientata durante la grande depressione nella Chicago degli anni Trenta. Questo lungometraggio si rivelò una fortunata commedia grazie sia ad un cast di prim’ordine sia al regista, ma non di meno alla trama veramente nuova, ricca di colpi di scena e di trovate divertenti. A contribuire alla fortuna della pellicola fu senza dubbio la colonna sonora, costituita da una serie di famose ragtime riadattate da Marvin Hamlisch. Sebbene il ragtime fosse già passato di moda da alcuni lustri, l’utilizzo di tali pezzi costituì uno dei motivi del successo del film, tanto che negli anni seguenti l’uscita del lungometraggio nelle sale si registrò un notevole interesse nei riguardi del ragtime.

Sono certo che non c’è stata persona alcuna che non abbia mai, almeno per una volta, fischiettato “The entertainer”. Suvvia, ammettiamolo pure, abbiamo intonato tale melodia nei momenti in cui l’immagine di quel ladro gentiluomo, di quel truffatore dai modi affabili, tornava a materializzarsi tra i contorni pittorici del ricordo. Una delle peculiarità de “La stangata” fu quella di non restare circoscritta ai limiti scenici della cinepresa, ma di divenire un'icona della cultura popolare, riconoscibilissima per tutti gli appassionati di cinema, tanto da venire mimata. Celebre è rimasta la “mossa” del dito indice di Newman che sfiora il suo naso. Una sorta di segnale, di messaggio cifrato per far sì che la “stangata” risulti poi davvero tale.

Il connubio musica e immagini ne “La stangata” genera un’atmosfera inimitabile, capace di fuoriuscire dai limiti scenici e ergersi a ricordo nel tempo. L’immagine di Gondorff perdura nell’Olimpo degli eroi del cinema ed è scandita dal suono irripetibile di “The entertainer”, emblema di come la sequenza di una ripresa e il passo musicale di un brano, se uniti con doviziosa meticolosità, possono raggiungere il ricordo eterno nella sfera mnemonica del pubblico, vero obiettivo della settima arte. “La stangata” possiede la qualità insita delle grandi opere, quella di divenire linguaggio comune o messaggio ritmato e imitato nell’immaginario collettivo.

"La stangata" è un'opera permeata da una estetica conservativa tratta dai comuni gangster-movie ma professa un'inaspettata novità. Il film si avvale, infatti, di una narrazione paragonabile a una partita giocata a carte scoperte, le cui mosse risultano inaspettate per la straordinaria abilità del protagonista nel mutare la verità in una truffa, la realtà in un inganno. Le carte vengono così mischiate secondo il volere del giocatore principale e le sorti della partita volgono a suo favore tramite una serie di colpi di scena preventivati al dettaglio.

Meritevole di una menzione finale la scenografia, magistrale il taglio fotografico eseguito dal maestro Robert Surtees che, utilizzando il bruno, il seppia e il verde, sapientemente accostati, aveva saputo rappresentare appieno lo squallore dei bassifondi della Chicago degli anni Trenta.

Il film vinse ben sette Premi Oscar, come miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior scenografia, miglior colonna sonora, migliori costumi, miglior montaggio. Nel 1974 fu assegnato il David di Donatello per il miglior attore straniero a Robert Redford.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano 

Redazione: CineHunters  

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