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"Gandalf fronteggia il Flagello di Durin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Attraverso l’acqua e le fiamme

Quand’erano innevate, le Montagne Nebbiose somigliavano ad una vasta distesa canuta, un candido manto che ornava l’azzurro del cielo. Non tutti appellavano le Montagne Nebbiose in tal modo. Alcuni prediligevano soprannominarle Torri Brumose, poiché erano alte, slanciate come imponenti pinnacoli, e massicce come torrioni fortificati. Su quelle vette regnava un assoluto silenzio. Ad una tale altitudine nulla turbava mai il laconico sereno della natura. Un giorno, però, l’eco di un conflitto scosse la placida alba. Urla intimidatorie e versi frastornanti irrompevano dal profondo, frantumando lo spessore delle rupi. Una battaglia stava infuriando nel ventre della montagna, nell’oscuro subbuglio dell’antico reame di Moria.

Al principio de “Il Signore degli Anelli – Le due torri”, la cinepresa di Peter Jackson sorvola una catena montuosa, osservando la stessa con astratta ammirazione, ed eternando la bianca appariscenza della coltre di neve adagiata sulle grandi cime. Tuttavia, il regista non può soffermarsi a lungo ad immortalare quel paesaggio fantastico, poiché il clamore del combattimento richiama ineluttabilmente la sua attenzione. Il cineasta orienta, dunque, il proprio sguardo impassibile sul fianco del massiccio roccioso, sino ad oltrepassare la spessa materia e a giungere presso il ponte di Khazad-dûm.In quei vasti antri si estendeva l’arcaico reame nanico. Le grida di dolore, di resistenza, che filtravano forti, varcando i confini delle miniere, erano quelle di Gandalf, prossimo a sacrificare la propria vita per arrestare l’avanzata del flagello di Durin.

Questo mostro d’origine antica dimorava negli oscuri cunicoli delle montagne. Ivi dormì per millenni fin quando il loculo pietroso che serbava il suo sonno non fu spalancato. I nani di Moria scavarono a fondo con avidità e ingordigia. Infrangendo la pietra, solcando la roccia, i Lungobarbi erano soliti rinvenire un prezioso metallo: il mithril. Con questo raro minerale i nani forgiarono i cancelli occidentali del regno. Gandalf scambiò quell’argento rifulgente per ithilden quando raggiunse le mura di Moria, al culmine della sua vita terrena. Il mithril costituì, per una moltitudine di decenni, l’inestimabile tesoro della grande città di Nanosterro. La bramosia di recuperare più Argentovero portò i figli di Aulë a condurre i loro scavi sempre più in profondità. Nel buio, disseppellirono un terrore innominato. Dapprima, essi videro una grande ombra all’interno della quale si stagliava una figura intrisa di fuoco. Occhi rossi si dilatarono d’improvviso, una fiamma si levò alta formando una folta criniera, rossa e giallastra, sul volto occultato dell’essere. Due masse nebulose simili a delle enormi braccia si mossero, e materializzarono una spada fiammeggiante.

Qualcuno, un tempo, disse che la scoperta, più spesso di quel che si creda, non possiede nulla d’eccezionale. Essa è una penetrazione attiva che distrugge ciò che esplora, e non è altro che uno stupro perpetrato su di una vergine realtà. Nell’esplorare ogni angolo remoto della montagna e nel voler giungere sino al cuore buio della stessa, i nani compirono la loro più grande e terrificante scoperta. Ridestarono un male atavico ed arcano, dileguatosi nelle atroci memorie di un’era oscura, in cui Morgoth mosse guerra contro i Valar. Il Balrog fu una scoperta infausta, adempiuta per un desiderio d’irraggiungibile sazietà, che distrusse la pace di una natura irrimediabilmente contaminata. Quando le fiamme del demone tornarono ad accendersi, rosse e spaventose, i nani furono decimati. Moria divenne un sepolcro smisurato, in cui l’Ainu immondo poté risiedere per innumerabili lustri. La punizione per l’avarizia dei Lungobarbi si espletò in quel momento. Quel Balrog, come tutti i suoi simili, era un Maia, un essere d’origine divina. I Balrog vennero sedotti da Melkor ed assunsero, una volta discesi su Arda, l’aspetto di demoni avvolti nel fuoco più intenso ed inestinguibile.

Quando Tolkien concepì i Balrog richiamò a sé, nuovamente, l’elemento narrativo della corruzione angelica. Tolkien trasse più volte ispirazione dal racconto biblico per stilare la cosmogonia del proprio universo fantastico. I primissimi figli di Eru, il Dio della mitologia Tolkieniana, furono i Valar. Tra essi, Melkor si distinse come il più potente. Egli cominciò a covare, ben presto, desideri oscuri, e scelse di ribellarsi al suo Creatore. Nelle credenze cristiane, Lucifero risultava essere il più bello e splendente degli arcangeli. La sua magnificenza veniva espressa, anzitutto, dal suo nome, il quale soleva significare “portatore di luce”. Sul volto di Lucifero calò sin da subito l’oscurità e la sua mente si fece nera. Egli si ribellò al volere di Dio, considerandosi superiore a Lui. Sia Lucifero che Melkor, una volta discesi sulla Terra, seminarono il male nel Creato. Entrambi verranno conosciuti con appellativi nuovi e tanto differenti: Lucifero, stando alla tradizione cristiana, diverrà Satana, Melkor, negli scritti del Professore, Morgoth.

Deturpati dalla malvagità del loro Signore e padrone, Morgoth, i Balrog assunsero fattezze demoniache, passando da esseri celestiali a creature infernali. Dai corpi mortali su cui si incarnarono fecero esacerbare il fuoco avvampante. I Balrog sono “angeli dannati” e sembrano promanare sulla Terra le fiamme degli Inferi.

Quando i 9 viandanti affrontarono le lunghe tenebre di Moria intravidero in lontananza il fascio di luce infuocata effuso dal demone. Al suo manifestarsi, gli orchi di Moria fuggirono terrorizzati. Non appena Gandalf identificò quel guizzo di fulgore con la denominazione di Balrog, l’occhio di Jackson si soffermò sul volto atterrito di Legolas. Non una scelta casuale. Il figlio di Thranduil, come tutti gli elfi, aveva memoria del devastante potere di quell’entità. Dinanzi alla compagnia dell’Anello, il Balrog emerse dalle fiamme e ruggì. Il mostro bruciava senza consumarsi e, poggiando gli arti inferiori al suolo, faceva sì che un fumo nero esalasse sino a disperdersi nel nulla. Gandalf fece precipitare la tremenda creatura nel baratro, ma essa non si dette per vinta. Brandì la frusta incandescente ed afferrò la gamba dello stregone, trascinandolo nell’abisso. Tutto sembrò ripetersi ma qualcosa, all’inizio de “Le due torri”, cambiò. Gandalf non scomparve, esanime, nell’oblio, come mostrato ne “La compagnia dell’Anello”. Non appena Mithrandir lasciò la presa, la musica si fece alta, il ritmo avvincente. La camera di Jackson si tuffò nella voragine e seguì la caduta del fu Olórin. Il sipario sul fato di Gandalf non era ancora calato. Jackson, nel primo capitolo della trilogia, dovette congedarsi in fretta dallo stregone. Non poté trattenersi, volle seguire la fuga della compagnia dalla miniere, e catturare la disperazione dei loro pianti. All’inizio del secondo capitolo, Jackson decise di tornare indietro, per render più chiaro il destino di Gandalf. Il grigio pellegrino precipitò nel vuoto, riafferrò la spada e proseguì il combattimento con questo titanico nemico.

"La caduta di Lucifero" - Gustave Doré

Il Balrog cadde dal suo regno verso una voragine inesplorata, esattamente come accadde a Lucifero, gettato giù dalla volta celeste. Le ali del Balrog, per come sono state rappresentate nella pellicola, mi riportano alla mente le ali angeliche dello stesso Lucifero, così come egli venne dipinto da Gustave Doré. Su quella "tela", Satana precipita dal cielo stellato, abbandona la fulgida luce di Dio per addentrarsi nella dimensione terrena.

Il fuoco propagato dal Balrog illuminò il buio. Gandalf trafisse più e più volte l’epidermide rovente del demone. I due terminarono la loro caduta su di un lago sotterraneo che smorzò il calore dell’essere. Al contatto con l’acqua, il flashback ebbe fine e Frodo si risvegliò. Era tutto un sogno del mezzuomo, o invero una visione onirica ma veritiera di ciò che effettivamente accadde. Perché Frodo vide in sogno la prosecuzione del destino di Gandalf? Di certo, perché il portatore dell’anello nutriva ancora dolore nel suo cuore, ma non solo. Frodo sentiva altresì il rimorso. Fu proprio lo hobbit a scegliere di valicare le Miniere di Moria. Quando Gimli, sul passo di Caradhras, incalzò con i suoi consigli, Gandalf, consapevole dei pericoli, lasciò la decisione finale al portatore. “Colui che porta l’anello decida!” – disse lo stregone. E lo hobbit rispose: “Attraverseremo le miniere!”.

Frodo, senza colpa, scelse l’unica via rimasta, il sentiero che avrebbe trascinato Gandalf nell’abisso. Lo Hobbit avvertiva un ingiustificato senso di colpa, proseguì poi sull’impervio cammino con Samwise, quando entrambi intuirono d’essere seguiti.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La pietà di Bilbo può cambiare il destino di molti

Sam ammise, scoraggiato, d’essersi smarrito. Sia lui che Frodo erravano incerti verso una meta che non riuscivano in alcun modo a raggiungere. Al calar della notte, una creatura denutrita e pallida si avvicinò. Quest’essere parlava tra sé e sé a voce alta, manifestando una rabbia mai sopita, un odio non svanito. “Ladri, ladri, ce l’hanno tolto, rubato!” – seguitava ad affermare tale viscida figura.

Frodo e Sam lo sorpresero di colpo e bloccarono Gollum a terra. I due hobbit sapevano d’essere osservati e attesero le tenebre per catturare quello scarno segugio. Gollum, per avere salva la pelle, offrì ai mezzuomini i propri servigi: giurò sul tesoro di guidare Frodo sino a Mordor. Gollum era un viaggiatore esperto e sapiente, un barcaiolo astuto ed un abile arrampicatore. Poche erano le destinazioni in cui non riusciva a giungere ed i luoghi in cui non poteva accedere.

La pietà di Bilbo cominciò ad indirizzare il destino di Frodo e dell’anello. I due hobbit, incapaci di raggiungere il Monte Fato da soli, troveranno nella cruenta personalità di Gollum un alleato sul loro tortuoso percorso. I tre viaggiatori verranno, nuovamente, braccati dai morti. Al guado del Bruinen, gli spettri dell’anello erano stati spazzati via dalle acque burrascose scatenate da Arwen. Tuttavia, essi non annegarono nella limpidezza del fiume ma riaffiorarono dal putrido dei loro residui. I Nazgul sovrastano, adesso, la cupola celeste in sella a fiere alate. Queste bestie dalle ali a guisa di pipistrello emettono versi stridenti che terrorizzano i poveri mezzuomini. I cavalieri neri scrutano come falchi tenebrosi gli acquitrini nel vano sforzo di adunghiare incauti viandanti. Gollum rammenterà a Sam che i “fantasmi dell’ombra” sono impossibili da uccidere e che non cesseranno mai di tallonarli. Volando nel cinereo del cielo, il Nazgul si dileguerà poco dopo.

"Spettro dell'Anello" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il passato di Gollum è impregnato di mestizia, d’orrore e di peccato. Il suo corpo minuto, e la sua fisicità emaciata, sofferente, consumata, esternano la deformazione della malvagità. Ancor prima che nella mente, egli appare mostruoso e terribile nel corpo. Gollum, un tempo, fu Smeagol, ma del suo passato “umano” non era rimasto che un debole pressappoco. L’anello aveva trovato Gollum cinquecento anni prima. Nel fondale del fiume Anduin, esso luccicava come una moneta d’oro dalla doppia faccia. Come un’esalazione tossica, l’Unico traviò la mente di Smeagol, curvò il suo corpo, impallidì la sua epidermide.  Soltanto un colore restò ben visibile in quel cadavere nomade: l’azzurro dei suoi occhi. L’anello divenne per Smeagol la sua unica ragione di vita. Egli vincolò a quel male la sua anima, e il suo corpo iniziò a deformarsi di pari passo alla malvagità che l’Unico riversava nel suo cuore. Similmente ad un personaggio della letteratura inglese, concepito dalla prolifica penna di Oscar Wilde, Gollum “vendette” la propria anima al peggiore dei mali. Ma se il personaggio dell’opera letteraria di Wilde, nonostante gli orrori commessi, riusciva a mantenersi giovane e attraente poiché una tela dipinta inorridiva al suo posto, Gollum non poté fare altrettanto: ogni suo peccato, ogni sua torbida azione, ogni sua oscura e tormentata contemplazione all’anello finì per deturpare sempre di più il suo corpo. Smeagol divenne l’orripilante Gollum, e la sua disgustosa fattezza fu la testimonianza della sua contaminazione. Col passare del tempo, Gollum sviluppò una doppia personalità. Iniziò a parlare da solo, a dialogare animosamente con se stesso, come se al suo interno si celassero due persone diverse e ben distinte. Gollum patisce quella che sembra essere un’astrusa ed enfatica schizofrenia. Due caratteri, differenti, oscillanti tra passato e presente, dilaniano la coscienza dell’essere: Smeagol e Gollum. Pertanto, egli si rivolge a se stesso usando il plurale. Non tollerando più la luce del Sole e della Luna, Gollum si nascose nelle caverne.

La Luna, quando è al suo ultimo ciclo, giace nel cielo tonda e opalina e simile a una moneta. Gollum non riesce a sopportare i raggi che da essa “scintillano”. Egli menziona quel corpo celeste, bianco e solitario, tra i versi di una delle sue bizzarre filastrocche: “Fredda è la mano, le ossa e il cuore. Freddo è il corpo del viaggiatore. Non vede quel che il futuro gli porta quando il sole è calato e la luna è morta.”

La luna piena è uno spicciolo tondo. Un antagonista dei fumetti DC Comics osò paragonare la luna ad un gran dollaro d'argento lanciato da Dio, caduto nel firmamento con la faccia segnata all’insù. Harvey Dent, come Gollum, soffre una dualità schizofrenica. Il suo volto disgiunto a metà, ustionato su di un solo lato, rappresenta la suddivisione della propria personalità, sospesa eternamente tra bene e male. In un mondo governato dall’ingiustizia, “Due Facce” ha trovato nella propria moneta d’argento l’unico giudice imparziale. Tale moneta non è come tutte le altre, essa possiede una particolarità che la rende speciale. Non ha una testa ed una croce bensì due teste: una integra e l’altra sfregiata dallo stesso Dent. Lanciando tale moneta, Harvey affida alla sorte l’esito di qualsivoglia scelta. In quell’oggetto, confluiscono le due personalità di Due Facce, così come nell’Unico Anello si congiungono le due nature di Gollum. Sebbene siano personaggi notevolmente differenti, entrambi hanno affidato le loro intere vite ad un “gingillo luccicante”, rimirando lo stesso con totale devozione. Harvey in quella moneta ha rinvenuto il suo futuro, Gollum, invece, mediante l’Anello ha subito la propria sventura.

Gollum odia e ama l’anello esattamente come odia e ama se stesso.

"Gandalf, il bianco" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Al mutare della marea

Aragorn volge l’orecchio alla nuda roccia e ascolta, inerte, il suo fievole parlato. Il suono recondito prodotto dalla terra guida il ramingo. “Affrettano il passo” – egli dice – “ci devono aver fiutati. Presto!” conclude poi.  Gli orchi corrono come destrieri imbizzarriti, aizzati dai colpi di frusta. Aragorn riesce a carpire il rimbombo del loro “galoppare” e sente che essi si stanno allontanando. Granpasso, Legolas e Gimli stanno proseguendo l’inseguimento per ritrovare un drappello di Uruk-hai. I tre spingono la loro ricerca sino alle verdi praterie di Rohan, la dimora dei Signori dei Cavalli. Raggiungeranno, in seguito, la foresta di Fangorn, luogo in cui si persero le tracce dei due mezzuomini.

L’uomo, l’elfo ed il nano varcano con timore la soglia della boscaglia. La foresta, così come rappresentata nel lungometraggio, appare plumbea; i raggi del sole riescono appena ad infiltrarsi tra il groviglio di rami. Quegli alberi alti e robusti, dotati di un poderoso apparato radicale si estendevano prepotentemente nell’intimità velata del terreno. Foglie rattrappite ricoprivano i tronchi, e piante appassite giacevano al suolo, cupe e tristi. Quella foresta era molto vecchia e malata. Echeggiavano versi provenienti dal suolo freddo, che si disperdevano nell’aria. Gli alberi dialogavano tra loro, facendo sì che dalle fronde fluisse un’eco di dolore e di collera. Fangorn era stata ferita, maltrattata, e le creature viventi della foresta erano cresciute incupite e torve. Avviluppati dalla densa vegetazione, Aragorn, Legolas e Gimli scorsero un viatore, dalla veste chiara come albume, vagare nel verde fiacco ed esangue della flora di Fangorn. Essi agirono in fretta, scambiando il bianco viandante per Saruman, e lo attaccarono. Questi respinse quelle rapide incursioni e si arrestò. Una rifulgenza accecante contornava il suo volto, facendolo risultare invisibile. Allora cominciò a parlare, confessando ai tre di sapere cosa stessero cercando. Aragorn, allora, gli chiese dove fossero i due giovani hobbit, e questi gli rispose che ambedue erano passati da quei luoghi giusto due giorni prima e che adesso si trovavano al sicuro.

Nell’opera filmica di Peter Jackson, l’ignoto stregone, avvolto da un bagliore raggiante, è indistinguibile nell’aspetto quanto nel parlato. La sonorità con cui egli si esprime è, invero, l’unione di due emissioni di voci. Il misterioso pellegrino dialoga con il timbro vocale di Saruman ma presto muterà nell’intonazione, come un’onda agitata che si infrange sulla riva e fa ritorno più leggera e quieta. La voce di Saruman si mescolò alla voce di Gandalf per poi essere del tutto sgominata. Quando la luce si dissolse, Gandalf apparve ai suoi vecchi amici ed essi s’inchinarono al suo cospetto.

Sul picco dell’Argentacuspide, Gandalf combatté col Balrog e lo uccise, scagliando la sua carcassa sul fianco della montagna. Dopodiché, il grigio stregone si distese a terra e morì. Calò l’oscurità ed egli errò fuori dal tempo e dallo spazio. Una luce lo avvolse e così riottenne la vita. Lo stregone grigio rinacque come Gandalf il bianco.

Gandalf ha assunto le vesti ed il ruolo del signore di Isengard. Egli tornò sulla Terra e sostituì il suo vecchio amico, oramai divenuto un pericoloso avversario. Mithrandir “prese” la voce di Saruman e la modellò alla sua, “trasse” la bianca tunica e la indossò, rendendola ancora più luminosa, ghermì un nuovo bastone, anch’esso bianco. Gandalf divenne ciò che Saruman doveva ma non fu mai. Ecco perché nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, Gandalf il bianco, al suo principio, parlò con una voce ancora indistinta e miscelata a quella del suo “predecessore”, Saruman, poiché egli era barlume divenuto carne, il nuovo stregone bianco.  Gandalf assunse i poteri e le mansioni che Saruman avrebbe dovuto possedere e svolgere.

L’evento portentoso e mistico della resurrezione viene esteriorizzato dalla rinascita di Mithrandir. Gandalf morì e risorse, fu rimandato sulla Terra a terminare il suo compito, a riportare la luce e la speranza in un mondo che stava cadendo preda dell’oscurità più torbida. Con l’apparizione di Gandalf, il quale errava qua e là con le fattezze di un vecchio con mantello e cappuccio, si compì un miracolo religioso che manifestò il potere degli esseri divini che vegliano su Arda. Gandalf, ricomparso nella Terra di Mezzo, vagava solitario come Cristo uscito dal sepolcro della morte. Egli attese il momento in cui i suoi più fedeli alleati e discepoli poterono intravederlo, così da rivelare la compiutezza di un prodigio: il ritorno all’esistenza. Gandalf è adesso divenuto il più potente tra gli Istari, il custode più valoroso della pace. Il chiarore dei suoi indumenti emana la purezza del bene assoluto, la trasparenza dell’incontaminato. Gandalf il bianco non è più un vagabondo dal cappello a punta che gironzola per i paesaggi verdeggianti, vigile e felice. Egli è adesso un guardiano ed un guerriero, la cui sola missione è quella di sconfiggere Sauron. Lo stregone non giacerà più sulla Terra per goderne le gioie, gli affetti, le amicizie e le bellezze, ma permarrà su di essa fino a quando potrà, fino a che il male proveniente da est non dovrà più essere contrastato perché definitivamente sbaragliato.

Ian Mckellen, eccelso interprete, caratterizzò Gandalf il bianco differentemente dal grigio pellegrino. Gli diede un’aura solenne, maestosa, infondendo al personaggio un carattere maggiormente inflessibile, meno comprensivo rispetto al passato ma ugualmente buono e prodigo.

Gandalf informa di tutta fretta i tre guerrieri circa il triste destino a cui è andato incontro Théoden, re di Rohan, soggiogato dal veleno effuso da Saruman. I quattro si dirigono, così, ad Edoras. Prima di lasciare Fangorn, Gandalf confida, cripticamente, ad Aragorn che la presenza di Merry e Pipino nella foresta sarà d’ausilio nel ridestare la forza degli Ent.

  • I Pastori degli Alberi

Quando uno strepitio d’imprecisata fonte risuonò dal bosco, Merry volle ricordare a Pipino una diceria bislacca udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano”, cominciavano ad allungarsi a dismisura e a prendere vita. “Vita?” domandò a quel punto Pipino. Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi? Se asportassimo un frammento di corteccia, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la loro vitalità e ci permette di capire il loro effettivo stato di salute. Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, così, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di muoversi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

L’albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Tolkien era innamorato degli alberi, delle piante, dei prati, dell’ambiente puro e limpido. Quando creò gli Ent volle dare finalmente movimento e voce alla natura. Per volere del Professore gli alberi assunsero movenze e gesti, cenni e dialetti. Essi erano sempre stati vivi, ma, visto che l’uomo non riusciva a considerarli tali e a custodirli come avrebbe dovuto, Tolkien partorì nei suoi lavori i Pastori degli Alberi, esseri dotati di movimento, difensori delle foreste. Se gli uomini avessero letto di un albero capace di vagare e parlare, avrebbero ricordato come essi siano in realtà vivi, soprattutto quando giacciono diritti e fermi. Per mezzo degli Ent, Tolkien cercò di evocare la morale dei lettori sul rispetto assoluto verso madre natura.

"Barbalbero" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Barbalbero

Così come realizzato nel film, Barbalbero è un essere antropomorfo, con due gambe e due braccia, con un volto e dotato di voce propria. Ha i “connotati” di un uomo ciclopico intagliato nel guscio di un tronco ed incarnato nel tegumento di un albero.

Pipino montò su di un ceppo e da lì sul fusto. In alto, vide due pupille schiudersi nell’albero. Sconvolto, il mezzuomo si lasciò cadere giù e fu acchiappato appena in tempo dal misterioso essere. L’Ent si era svegliato in quell’attimo e con le braccia raccolse i due hobbit, reggendoli senza fatica. Due occhi tondi come una pietra levigata e profondi come un pozzo colmo di storie e di memorie abbellivano un volto legnaceo. Attorno alla bocca, scavata nel coriaceo ligneo, vi erano dei baffi di lichene e giù dal mento fibroso una barba folta color del muschio.

Gli Ent sono pastori di un immenso gregge, immobile, costante. Essi sono guardiani di un giardino sconfinato che cresce spontaneo ed indifeso.

Barbalbero è antico come la prima alba sorta sulla foresta ed il primo crepuscolo disceso su essa, ed in quanto manifestazione pensante e dinamica del bosco, egli conserva, tra le sue conoscenze, ricordi antichi, sapori vetusti. Egli fa della calma l’esteriorizzazione del proprio essere. Gli Ent serbano nei loro ramoscelli e nei loro tralci le orme di un’esistenza millenaria. Il loro linguaggio, così come mostrato durante l’Entaconsulta, è compassato, poiché la lingua conserva in sé l’evoluzione del parlato, del cambiamento, dell’accadimento. Tutti gli Ent si esprimono lentamente, come se dalle loro parole lasciassero trapelare la quiete di secoli e secoli di natura immutata. Ciascun concetto per gli Ent va espresso con estrema pazienza. Così come mai dev’essere accelerato un percorso di crescita vitale, nulla dev’essere affrettato, tanto meno l’atto comunicativo. Per far sì che da un seme sorga una pianta, per far sì che da una ghianda maturi una quercia, è necessario un tempo opportuno. Ogni cosa si compirà al momento appropriato, quando lo sviluppo avrà fatto il suo corso. Il linguaggio stesso, per la sua consistenza e plasmabilità, progredisce come una pianta nata da un germoglio dissetato dalla fresca acqua e cullato dal caldo sorriso del sole. Gli Ent, similmente agli hobbit, amano tutto quello che cresce sano e rigoglioso, e le parole, per loro, equivalgono a sementi di stagione.

Sebbene gli Ent siano flemmatici, indolenti, miti, essi rappresentano la forza arcana e indomita della natura, la rivalsa sull’indifferenza degli apatici e sulla crudeltà degli avidi.

Barbalbero dirà di non essere dalla parte di nessuno circa il conflitto tra Sauron e i popoli liberi della Terra di Mezzo, poiché nessuno ha mai dimostrato d’essere dalla sua parte. Tolkien, in uno dei suoi più celebri aforismi, ammise d’essere sempre stato dalla parte degli alberi, dalla parte della natura, dalla parte della purezza. Nonostante Barbalbero non ne sia a conoscenza, egli ha nel proprio “creatore” il più grande alleato.

"Saruman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Tra le fiamme dell’industria

Differentemente dagli Ent, Saruman non apprezzò mai ciò che cresce naturalmente. Egli preferì ammirare una forma di vita mutilata, rovinata, terribile. Nei sotterranei di Isengard, Saruman incrociò gli orchi con i goblin, protrasse la moltiplicazione dissennata degli Uruk-hai. Le fiamme incendiarie delle sue fornaci devastarono le appendici della foresta. Nel sottosuolo, l’industria voluta da Curumo crebbe in potenza. Il bianco dello stregone parve dissolversi del tutto, avvicendato da un invisibile carminio, il colore del fuoco divorante.

Saruman è divenuto una macchina contorta, un automa col cuore fatto d’ingranaggi, un burattino ferroso dalla mente cosparsa di congegni meccanici. Curunír mira coi suoi occhi, impossibili da scandagliare, la fabbrica bellica da lui edificata. Saruman ha indirizzato le proprie arti magiche verso un potenziamento della tecnologia. I rami ed i tronchi sono stati arsi per alimentare le fucine da cui vengono fuori scudi imponenti, lame d’acciaio, armature impenetrabili. La natura è stata conseguentemente violata per generare risorse letali. La saggezza dello stregone viene prestata a fini guerreschi e così egli forgia, grazie alla sua sapienza, una polvere tanto potente da disfare la pietra, se raggiunta da fiamme. Ecco come Tolkien e Jackson introducono nelle loro rispettive opere la “magia” prestata alla scienza.

Come un moderno Alfred Nobel, Saruman creò un’arma pericolosa e fatale. Nobel inventò la dinamite con dei buoni propositi, credette, infatti, che essa sarebbe stata usata per fini pacifici, per alleviare la fatica, per asciugare il sudore dalla fronte degli uomini, facilitando gli scavi, aprendo varchi per le esplorazioni. Ma poco andò come davvero aveva previsto l’ignaro inventore: l’esplosivo fu presto adoperato come un’arma potentissima. Piuttosto che per costruire, la dinamite fu usata per distruggere. Saruman, sin dall’inizio, usò la sua polvere come un espediente militare, utile per aprire brecce e facilitare l’avanzata dei suoi schieramenti.

Il vecchio mondo brucerà” – per volere di Saruman, tra le fiamme dell’industria guerrafondaia, la Terra si sarebbe consumata, la natura sarebbe stata annientata dall’avanzamento tecnologico promulgato dallo stregone caduto.

Saruman rappresenta il potere oscuro che incrementa la tecnica, annullando ogni quesito morale sul suo utilizzo. Gli Ent che si rivolteranno a lui, testimonieranno, invece, l’insorgere della natura sul ferro e sul fuoco.

Lo stregone crede ingenuamente d’essere per Sauron un alleato di pari levatura. E’ questo l’unico aspetto debole della personalità del personaggio ritratto nel film. Saruman, nel libro, vuole infatti ottenere l’anello per sé, ingannando persino il sire di Mordor. Nella trasposizione cinematografica questa particolarità del suo piano e del suo ragionamento non è menzionata. Così facendo, Saruman, piuttosto che elevato ad astuto stratega, viene leggermente ridotto a mero sottoposto.

  • Il re incupito

Sedeva sul trono del Mark un sovrano reso degente e vegliardo. Rugosa era la faccia di Théoden, grigia la barba, defesso il suo animo. Il monarca restava prono su di un regale seggio, del tutto assuefatto ai sinistri vaneggi del suo consigliere, Grima Vermilinguo. Nel film “Le due torri”, Grima striscia fuori da una “tana” ombrosa, vestito con un abito scuro, portandosi al fianco del re. Subdolo nel carattere e ambiguo negli atteggiamenti, Grima è un serpente che inietta veleno nella mente del suo sovrano. Vermilinguo è al servizio di Saruman, e ha fatto in modo che il re si sottomettesse inconsciamente alla magia oscura e possessiva dello stregone, così da condurre il regno di Rohan alla distruzione. Grima simboleggia l’infido traditore, colui che trama alle spalle e fa delle parole armi taglienti come lame, in grado di mistificare la realtà e ottenebrare l’assennatezza.

Éowyn, la giovane nipote di Théoden, è sempre più stanca, triste, ed impallidita. Ella vede la strada che sta snocciolandosi sotto i suoi piedi e patisce un triste fato. Éowyn sta appassendo come un fiore reciso, abbandonato, senza più nessuno a prendersi cura dei petali e della corolla. Ella si sta spegnendo come una fievole luce soffocata dall’arrivo di una nuvola grigia che porta con sé un fortunale. Éowyn corre via dal suo castello, tramutato in un’angusta prigione, per respirare un’arida aria. Lei che temeva la gabbia ancor più della morte, la reclusione ancor più della sofferenza fisica, che paventava la possibilità che i sogni diventassero aspettative irrealizzabili, attese futili, illusioni dimenticate dall’avanzare dell’età… lei che aveva paura che la speranza svanisse nell’oblio, trascinando con sé la gioia di vivere, la libertà… proprio lei si era appena resa conto che già stava vivendo in una sorta gabbia, sia pure ampia come un regale palazzo, ma tremendamente disagevole come una cella.

Fu l’arrivo di Aragorn a ridarle speranza, a farla sentire nuovamente affrancata. Quando ella uscì e si fermò sulla soglia, la bandiera della casata del re di Edoras si staccò dalla sua asta e venne sospinta dal vento. Aragorn vide quell’araldico volteggiare sino a lambire l’erba, come un segno rovinoso caduto dal cielo. La gloria di Rohan stava venendo meno, è ciò che testimonia tale vessillo strappato. Gandalf arriverà al momento propizio. Con la sua magia estirperà il veleno di Saruman. Théoden tornerà forte, ben più giovane e scaccerà Grima dal suo dominio, non prima di aver tentato di giustiziarlo. Aragorn lo farà desistere dai suoi vendicativi propositi, rammentando al re la pietà dei saggi sovrani.

La speranza è arrivata a Rohan: furono Estel ed i suoi compagni a portarla. Théoden ed Éowyn, schiavi di un’infausta sorte, riotterranno la libertà. Lo stendardo dei Signori dei Cavalli potrà tornare a sventolare alto nel cielo.

Non tutto, però, è stato salvato. Théoden ha perduto suo figlio. Un evento innaturale si è verificato: un padre è sopravvissuto al proprio erede. Théoden comprende i tempi oscuri che si stanno abbattendo sull’immediato futuro della sua gente. I giovani periscono, ed i vecchi resistono. Come si è giunti a questo?

  • Il sogno di Aragorn, l’incubo di Arwen

Cosciente che la minaccia di Isengard piomberà sull’esigue difese dell’Isen, Théoden ordina ai suoi uomini di dirigersi al Fosso di Helm. In quella gola, barricati dentro le fortificate mura della roccaforte, la gente di Rohan sarebbe riuscita a sopravvivere.

Aragorn, Legolas e Gimli guidano la popolazione fino al Fosso. Gandalf, invece, partirà alla ricerca di Eomer e dei suoi soldati. Durante il tortuoso cammino verso il Trombatorrione, essi vengono attaccati dai mannari selvaggi. Aragorn verrà spinto giù da un precipizio, e si infrangerà contro l’acqua del fiume.

Il figlio di Arathorn verrà dondolato dalle correnti sino a che, inerme, raggiungerà la fredda sponda. Il ramingo, dormiente, sognerà la sua amata, ed il bacio di Arwen lo ridesterà dallo sturbo. Aragorn ripensava costantemente alla splendida dama. Quando percorreva l’impervio sentiero verso il Fosso di Helm, egli rimembrò un momento idilliaco trascorso. Disteso su di una morbida coperta, Aragorn giaceva tra il sonno e la veglia. Arwen gli si avvicinava al volto e lo baciava dolcemente.

Aragorn si alzò poco dopo, e strinse Arwen a sé. Ella indossava una veste azzurra come un cielo terso. Ambedue sostavano vicino agli alberi. Le foglie gialle e vizze venivano ondulate da un soffio lieve come un sospiro. Era quella la quiete di una natura stanca che avvolgeva i due innamorati. Quello fu un giorno sereno, l’ultimo prima della partenza. Aragorn era felice ma spossato; fosche preoccupazioni gravavano sulla sua mente. Arwen volle dargli nuova speranza. Gli disse che se non si fosse fidato di niente, avrebbe dovuto fidarsi soltanto di una cosa. A quel punto, ella allungò la mano e toccò la Stella del Vespro che Aragorn portava al collo. La gemma ammantava di un fulgido bagliore vicino al cuore del ramingo. Arwen proseguì a parlare con voce soave - “Fidati di questo, fidati di noi” - disse la fanciulla. Aragorn baciò la sua adorata, e le carezzò il volto, dapprima lievemente. Egli mantenne le mani vicino al viso della ragazza, come se a stento riuscisse a toccarla, tanto morbida e leggiadra era la sua essenza da non poterla sfiorare senza il timore di scalfire la sua cristallinità. Poi, Aragorn la carezzò, baciandola con passione.

Arwen è un pensiero confortante, un desiderio che motiva, una percezione rinfrancante che conforta lo spirito inquieto di Aragorn. Nel suo viaggio, l’erede al trono di Gondor seguiterà sempre a fidarsi di un sogno, ad aggrapparsi ad una speranza radiosa qual è la sua Arwen. Rammentando il recente passato, Aragorn penserà al momento in cui dovette dire addio alla dama di Gran Burrone, persuadendola a lasciare la Terra di Mezzo per seguire la sua gente verso l’ultimo viaggio per le terre immortali. Aragorn rivela così di perseguitare a combattere, tollerando un dolore interno, lacerante. Egli crede che Arwen sia andata via, lontano, e che mai più la rivedrà. Ecco che l’amore di Aragorn è assoluto poiché continua a restare imperituro nonostante non vi sia più la certezza, neppure la flebile possibilità, di rivedere davvero la sua adorata. Aragorn sogna Arwen nel momento in cui è gravemente ferito perché qualunque cosa avverrà mai, qualunque ferita subirà, egli resterà eternamente innamorato, eternamente fedele. Arwen è il sogno perpetuo di Aragorn, la sola immagine che possa allietare la visione di una drammatica realtà. La speranza emanata dal ricordo di Arwen è per Aragorn una fiamma che alimenta il suo ardore, sia che il suo sogno possa realizzarsi sia che resti un gradevole ricordo. Aragorn riapre gli occhi d’improvviso, dopo aver ricevuto l’impercettibile bacio dell’elfo femmina.

"La morte di Aragorn" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel frattempo, Arwen riposa, sdraiata, e riflette su Aragorn. Raggiunta dal padre, Arwen manifesta la sua volontà di non voler andare via. Ella ha ancora speranza, e attende il ritorno del re.

Elrond non vuole che la figlia s’intrattenga nella Terra di Mezzo, poiché crede che la morte perverrà sul futuro dei popoli liberi. L’elfo ricorda alla figlia che lei ed il suo amato saranno per sempre divisi. Se Sauron dovesse essere sconfitto e se la pace dovesse ristabilirsi, nulla muterà. Che sia per spada o per il lento sgretolarsi del tempo, Aragorn morirà. E’ l’invalicabile dono pervenuto tra le mani dei mortali.

Arwen volge i propri occhi grandi e belli come una lacrima di rugiada verso l’orizzonte, rimirando l’inevitabile. Il futuro, per quanto distante esso sia, si avvererà. Aragorn soccomberà, il tramonto calerà sul suo viso lasso ed il sole non sorgerà mai più. Nulla le darà mai conforto. Aragorn cadrà, come un petalo staccatosi allo scadere dell’autunno, come una delle foglie avvizzite che circondavano Arwen ed il suo re durante quel magico momento rievocato dall’eroe.

Arwen, in questo incubo vissuto ad occhi aperti, vede se stessa con indosso un abito scuro, funereo, piangere inesorabile per anni ed anni, senza nulla a deliziare la propria mestizia. Ella verserà lacrime sulla tomba del marito. Il sepolcro di marmo su cui è stata scolpita la sagoma del monarca di Gondor sarà l’ultima effige dello splendore del più grande tra i Re degli Uomini, spentosi in gloria, senza macchia, prima del crollo del mondo, al fianco della sua venerata sposa. Arwen, allora, procederà sola, vagando nella foresta, con un velo nero a celare il suo volto affranto. Ella dimorerà solitaria nel gelo di un inverno senza termine, non avrà alcun fuoco a riscaldarla se non la calda carezza di una memoria, il ricordo del suo sposalizio.

Arwen piange. Quello che ha vissuto, ascoltando le parole del padre, è stato un sogno oppressivo, contrapposto al sogno rifulgente fatto da Aragorn poco prima. Arwen sa che quell’incubo si avvererà e sconvolta dall’ineluttabile, decide di allontanarsi. La speranza si è affievolita. Elrond non sa però cosa sua figlia è disposta a fare. Arwen sarà decisa a rinunciare alla propria immortalità. Quando il declino della vita umana del suo amato sarà compiuto, morirà anch’ella. L’inevitabile si adempierà, ma entrambi, insieme, avranno vissuto una vita piena e appagata, ancor più valevole ed intensa poiché non perpetua ma soggetta a concludersi.

  • Un’occasione per mostrare le sue qualità

Frodo ha stretto con Gollum un rapporto di fiducia. Egli ha scelto di chiamarlo col suo nome originario, Smeagol, e vuol credere che possa essere redento. Frodo si illude, sebbene Smeagol dimostri d’essere cambiato. Sam è piuttosto restio a fidarsi della creatura, giudicandola ancora malvagia e fedifraga. Il nipote di Bilbo vede in Gollum una “persona” simile a lui, un essere che ha tollerato il fardello dell’anello. Per tale ragione, lo hobbit vuol provare a salvare Smeagol nella speranza che anch’egli stesso possa sottrarsi, un giorno, a questo male senza conseguenze. Dopo aver superato le Paludi Morte, i tre si dirigono verso un’altra via. Durante una sosta, vengono catturati da alcune guardie di Gondor capitanate da Faramir. Questi è il fratello minore di Boromir. Egli informa Frodo e Sam della morte del loro compagno, avvenuta pochi giorni prima nei pressi di Amon Hen. Nelle ore precedenti l’incontro con gli hobbit, Faramir scorse una barca elfica cullata dalle acque dell’Ithilien. Si avvicinò ad essa e intravide la sagoma, fredda e fiera nella sua posa, del fratello prima che scomparisse nella foschia.

Usufruendo di un lungo flashback, Jackson volle evidenziare il rapporto affettivo e di fiducia che esisteva tra i due fratelli. Quando Boromir riconquistò Osgiliath, tessette lodi nei confronti del proprio fratello al cospetto del padre. Tuttavia, Denethor disprezzava Faramir, reputandolo l’inetto pupillo di uno stregone. Faramir era infatti ben voluto da Gandalf il grigio e, a differenza di Boromir, più forte e valoroso in battaglia, si distingueva più come un lettore ed uno studioso che come un combattente. Ciononostante, Faramir era un eccellente guerriero ed uno scaltro arciere. Faramir non apprezzava i conflitti battaglieri. Sin dal suo esordio sullo schermo, egli si interrogò sugli obblighi che spingono un uomo a lasciare la propria casa per scendere in guerra. Faramir vide, infatti, il cadavere di un Haradrim appena ucciso, e si domandò se questi fosse davvero malvagio o fosse stato, invece, obbligato a muovere guerra. Appare evidente come Faramir sia un uomo riflessivo, ponderante, saggio e più meditativo del fratello. Tuttavia, il disdegno che il padre cova nei suoi confronti lo porta a rapire i due hobbit e a prendere l’anello per sé.

Denethor, infatti, convinse Boromir ad andare a Gran Burrone ed insinuò nella sua mente il desiderio di impossessarsi dell’Unico. Fu Denethor a ordinare a Boromir di portare l’anello a Gondor. Colto dal desiderio di voler assecondare il suo signore e di voler difendere il suo popolo Boromir impazzì e cedette alla tentazione. Denethor, in parte, condusse suo figlio alla pazzia. Faramir si propose per andare a Gran Burrone al posto di Boromir ma fu subito intralciato dal genitore che gli rispose: “un’occasione per Faramir, capitano di Gondor, di mostrare la propria lealtà.”, per poi negargli questa possibilità.

La frase che suo padre gli aveva riferito, Faramir la ripeté dinanzi agli hobbit. Ghermire l’anello e renderlo suo avrebbe dato a Faramir l’ammirazione sempre desiderata del padre. Ma il capitano di Gondor si rivelerà il più saggio dei suoi famigliari. Non cederà all’allettante occasione, lascerà che Frodo, Sam e Gollum vadano via, liberi di espletare l’arduo compito.

Faramir, osteggiato dal proprio padre, si rivelerà migliore di quanto questi abbia mai saputo.

  • L’ultima marcia degli Ent

I Pastori degli Alberi privilegiavano la pacatezza rispetto alla furente rappresaglia. Placidi, gli Ent albergavano, riservati, nella folta vegetazione. Barbalbero era irremovibile nella sua genuina ostinazione. Egli borbottò quanto segue: “questa non è la nostra guerra”. Come soli erano rimasti gli alberi, soli sarebbero dovuti rimanere gli uomini. Pipino ragionò attentamente dopo che Merry lo aveva bacchettato. Se il potere di Isengard non verrà sopraffatto, se una delle due torri non verrà smantellata, il mondo brucerà come un immenso cratere di fuoco e la Contea perirà. Peregrino Tuc escogitò a quel punto un arguto stratagemma, convinse, dunque, Barbalbero a recarsi a sud. Protrattosi sino ai confini di Isengard, Barbalbero vide, con raccapriccio, la deforestazione coronata dallo stregone, oramai scevro da alcun criterio. Barbalbero conosceva molte delle creature sradicate, sin da quanto esse erano poco più che noci o piccoli frutti. L’Ent non udirà più il loro canto trasportato dalla brezza sino ai meandri del bosco.

Con un urlo angosciato e collerico, il custode della foresta chiamò a sé i suoi simili.  I Pastori degli Alberi emersero dalla boscaglia, avanzando adagio per un’ultima marcia. I guardiani della natura muoveranno su Isengard, irrompendo sulla torre come la pioggia sulle rocce.

Dalla foresta, da tanto, si era levato un grido assordante eppur cheto, ma nessuno era riuscito fino ad allora a sentirlo. Gli alberi soffrivano, i cespugli si struggevano, le piante si lamentavano, i fiori penavano ma nessuno osò mai dar loro attenzione ed accogliere quella sommessa richiesta d’aiuto. La natura si destò da sola, poiché altri non vollero proteggerla. Gli Ent attaccheranno la valle di Isengard, disintegreranno le cavità del sottosuolo, ed espugneranno Orthanc stessa. Essi abbatteranno la diga e libereranno il fiume. L’acqua, come una valanga, ricoprirà il terreno, estinguendo le fiamme dell’industria. Quel torrente, come un diluvio benedetto, purificherà tutto. I rami spezzeranno gli scudi, i tronchi frantumeranno le spade, il verde smorzerà il rosso del fuoco, la natura domerà la tecnica. Saruman verrà vinto.

  • La battaglia al Fosso di Helm

Lo sguardo di Théoden ispeziona il nulla, adocchia lo stigio, erra nel dubbio. Il re di Rohan sa che gli eserciti di Isengard giungeranno alle prime ore della notte. Diecimila unità assedieranno una fortificazione difesa da 300 uomini a malapena. Théoden ha condotto la sua gente alla morte? Quante responsabilità può sostenere un comandante, una guida, un monarca? I sudditi affidano il futuro nelle mani del loro re, il quale deve sopportare il supplizio, l’asprezza di una grande responsabilità. Questa consapevolezza pietrifica il cuore e lo sguardo del sovrano. Théoden scruta la vacuità, e vede le tenebre della paura. Domanda al suo fedele Gambling se tutti si fidino del loro re. Gambling risponde che loro seguiranno Théoden verso qualunque sorte.

Théoden ne è al corrente. Le vite del suo popolo sono appese ad un filo, come il loro coraggio. Quanta forza è necessaria per proteggere un popolo indifeso? Théoden esprime, mediante il suo suggestivo monologo, le umane paure di un re.

"Lady Galadriel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I tempi sono diventati bui, i giorni sono svaniti ad ovest, dietro colline insormontabili. Si è estinta l’era dei cavalieri, e nessun corno suona più. Nulla è rimasto, se non il crepuscolo che volge verso ovest. Mentre Théoden esplica a parole la tristezza di un tempo cessato, bambini innocenti reggono in mano asce e spade, volti spaventati vengono protetti da elmi, corpi tremanti da cotte e guaine. La gioventù di Rohan, costretta ad abbandonare il proprio candore, è chiamata alle armi, per affrontare l’asperità della battaglia. L’era degli uomini sembra essere finita. La lealtà dei vecchi cavalieri è venuta meno, sostituita dalla barbarie, dalla ferocia degli Uruk-hai. Chi ci ha condotto a questo? Cosa può l’uomo nei riguardi di un tale male? Gli uomini non possono fare altro che resistere e stringersi alla speranza, la luce che mai si spegnerà.

Elrond medita nella sua casa accogliente. La voce di Galadriel fiocca da lontano come neve bianca carica di un luminoso albore. La dama di Lórien non vuole abbandonare gli uomini, così sprona Elrond ad inviare un ultimo reggimento di guerrieri elfici. L’esortazione della custode di Nenya riaccenderà la speranza. D’un tratto, gli elfi di Gran Burrone annunciano il proprio arrivo con il distinto suono di un corno. Essi sono giunti numerosi ai cancelli del Fosso. Un’alleanza esisteva una volta e i primogeniti di Eru vogliono onorare tale antico patto. Quando la pioggia cadrà incessante, gli Uruk-hai occuperanno la vallata. Essi dibatteranno le armi, digrigneranno i denti aguzzi, prima di muovere verso le mura. Le frecce scagliate con rapida velocità dagli elfi arresteranno l’impeto della corsa ma soltanto per poco.

La battaglia al Fosso di Helm, una delle sequenze d’azione più spettacolari ed impressionanti della storia del cinema, mostrerà quanto nella storia di Tolkien la tenacia, l’audacia stessa, la voglia di non cedere alla foga del male siano elementi essenziali per esternare il coraggio degli uomini buoni. Messi alle strette, gli uomini, gli elfi, i nani, gli Ent, ciascuna delle creature modellate dall’inchiostro e dalla fantasia immaginifica di Tolkien paleserà un coraggio senza eguali per opporsi al potere tirannico. “Il signore degli anelli” è un’opera che esalta l’eroismo, l’altruismo, la magnanimità, l’alleanza tra specie diverse, accomunate dal desiderio di libertà e di pace. Poche possibilità di trionfare possiedono i guerrieri che contrastano la malignità di Saruman riversata sul Fosso di Helm, cionondimeno, sebbene siano così in minoranza, essi seguitano a resistere, a non sottomettersi, appellandosi alla flebile speranza che si tramuterà in un’inaspettata certezza.

Lo scontro al Fosso evidenzia, altresì, l’amicizia assoluta, profonda, incrollabile che lega Aragorn, Legolas e Gimli. I tre si spalleggeranno per tutta la durata del combattimento. Quando Aragorn e Gimli verranno circondati da lottatori Uruk-hai, fuori dalle mura violate, sarà Legolas a non abbandonarli. Lancerà loro una corda e li tirerà su, salvandoli. L’amicizia, la fratellanza, che unisce Aragorn, Legolas e Gimli sarà salda come un albero impossibile da sradicare.

Quando le ultime resistenze della fortezza cadranno, Aragorn e Théoden cavalcheranno verso le truppe nemiche, in un ultimo atto eroico per far echeggiare la gloria di Rohan. Il corno di Helm Mandimartello suonerà nel fosso, ed i cavalli ed i cavalieri cavalcheranno verso il nemico. I tempi bui non sono ancora giunti davvero, vi è ancora la luce del sole. Aragorn e Théoden, attraverso la loro cavalcata nobile e audace, mostreranno come i regali principi degli uomini non verranno mai scossi. “Dove sono il cavallo ed il cavaliere?” – Si domandava il monarca, eccoli laggiù, fuoriuscire dai portoni dell’edificio ed ingaggiare un’ultima sortita contro il nemico.

Gandalf arrivò né in ritardo né in anticipo ma precisamente quando aveva inteso farlo. All’alba del quinto giorno, Mithrandir sopraggiunse con Eomer ed i soldati rohirrim. La luce del sole accecherà gli Uruk-hai, i quali verranno sterminati. Un nuovo giorno è sorto.

Lo dirà anche Sam, inconsapevole della grande vittoria ottenuta dai popoli liberi. “Arriverà un nuovo giorno, e sarà ancora più luminoso” – sussurrerà il saggio e buono hobbit. Quando tutto sembrerà incupirsi, una luce ancor più radiosa comparirà all’orizzonte. Il buono che c’è nel mondo prevarrà sempre sul male, ed è proprio per quel buono che bisogna combattere. 

Continua con la sesta parte…

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Una tenue voce si sente nel buio. Versi dell’idioma elfico echeggiano, sommessi, troncando il silenzio. Il mondo è cambiato – affermano le parole pronunciate da un’entità femminile il cui volto permane nell’oscurità - lo si percepisce nell’acqua, nella terra, persino nell’aria. “Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda.” – Con quanto detto, le tenebre si dissolvono ed i colori delle prime immagini compaiono.

La voce sin qui udita appartiene ad una donna. Questa creatura signorile e schiva continua a mormorare, restando lontana alla vista eppur tanto vicina dall’essere ascoltata. Gli accadimenti evocati dai sussurri della dama risalgono ad un tempo antico, un’era di cui pochi possiedono nitide memorie. L’eleganza del linguaggio elfico non può trarre in inganno; colei che sta esponendo oralmente un trascorso andato perduto è Lady Galadriel, del regno di Lothlórien. La signora di Lórien, col suo parlato, schiarisce il tetro, rende cristallini i ricordi che presto narrerà.

Coloro che avevano avuto l’onore di posare lo sguardo sulla nobile Noldor sapevano della luminosità che ella promanava. La dama dei boschi indossava sovente un bianco vestito, ed era radiosa, come se il suo corpo venisse costantemente avvolto da un raggio di luna. L’acqua che scorreva nella fontana del suo reame era impregnata della luce di Eärendil, la stella più amata. Quando ogni altra luce si sarebbe spenta, la luce di Eärendil avrebbe seguitato a brillare. Non a caso, dunque, Galadriel è colei che racconta un passato così nebuloso ed importante. Ella, palesandosi nel buio attraverso il suono melodioso del proprio parlato, scacciò via l’oscurità che avviluppava la visione iniziale dell’opera e riportò alla luce reminiscenze mai obliate.

Tutto ebbe inizio con la forgiatura degli anelli del potere, dice Galadriel. Tre furono dati agli elfi, gli esseri più saggi e leali della Terra di Mezzo. Sette, invece, furono offerti ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. I restanti nove furono donati agli uomini che li accettarono, bramando il potere in essi contenuto. Perché in questi anelli era stata sigillata la volontà di dominare tutte le razze. Ma chi creò tali anelli magici? Galadriel tace sul fabbro che li realizzò: Celebrimbor. Egli giace così nel fosco, e non viene rammentato. Celebrimbor era un elfo, il più grande fabbro dell’Agrifogliere, ingannato dalla figura che nell’immediato Galadriel nominerà.

Il personaggio di Celebrimbor, non citato nel prologo dell’opera filmica di Peter Jackson, venne concepito da Tolkien nel “Silmarillion”. Tale fabbro per la sua impareggiabile maestria è paragonabile ad un “ferraio” della mitologia greca, Efesto, la cui abilità nel costruire, nel plasmare, nel lavorare i metalli rasentava l’indiscussa perfezione. Efesto nacque con un talento proprio, non ereditato, poiché nessuno degli altri dei era in grado di praticare l’attività che egli svolgeva. La sua leggendaria padronanza era, conseguentemente, una peculiarità tutta sua. Differentemente dal racconto greco, Tolkien fece di Celebrimbor un discendente di una nobile stirpe. Tutti i Noldor a cui Celebrimbor apparteneva erano abili artigiani e costruttori di gioielli, ma lui, tra tutti, divenne il migliore. Dalle sue mani, per volere di un misterioso viandante chiamato Annatar, nacquero i sette anelli dei nani, i nove anelli degli uomini e, segretamente, i tre anelli degli elfi.

Annatar, il signore dei doni, era in realtà Sauron, il pupillo di Morgoth. Tutti coloro che ereditarono gli artefatti incantati, ad eccezione degli elfi, furono tratti in inganno dal signore della terra nera, poiché Sauron creò, tra le fiamme del Monte fato, un nuovo anello, l’Unico, in grado di trovare, ghermire e dominare tutti gli altri. Nell’Unico, egli rigettò la sua crudeltà, la sua potenza, la sua malvagità.

  • Prologo: l’artiglio di Sauron

Sauron, rievocato dalle memorie di Galadriel, è un essere imponente, cinto da vampe incandescenti. La sua pelle e il suo volto appaiono impossibili da scrutare, poiché celati da una spessa armatura argentea. Tolkien descriveva Sauron come un Maia corrotto ma di bell’aspetto. Mutando la propria forma, egli riusciva ad ingannare la vista superficiale di ogni mortale. Basti riflettere sul nome originale del personaggio: Sauron, in principio, veniva appellato come Mairon, “l’ammirabile”. La natura di Mairon era angelica, egli, pertanto, era uno spirito puro. Quando Mairon si voterà al male manterrà per un lungo periodo di tempo la capacità di mutare forma, di mantenersi aggraziato e, conseguentemente, ammirabile come il suo nome suggeriva. L’aspetto per Sauron fu importante e di notevole ausilio, poiché la sua bellezza, abbinata ai suoi modi gentili ma fedifraghi, gli permise d’insinuarsi facilmente nella Terra di Mezzo.

Jackson, nel suo lungometraggio, decise di trasporre Sauron come un essere rinchiuso in una corazza impenetrabile, dalla statura enorme e dal portamento terrificante. Poco vi è di umano nella sagoma di questo antagonista, se non le fattezze appena immaginabili del suo corpo gigantesco. Egli non possiede vero e proprio aspetto, non ha un viso, non lascia intravedere alcuna espressione se non quella immortalata dalla sua maschera ferrea e minacciosa, ed i suoi occhi vitrei, presumibilmente iniettati di fuoco, non sono affatto scrutabili. Sauron è un essere bellicoso, e la sua epidermide è divenuta un tutt’uno con il rivestimento metallico da guerra che indossa. Durante la battaglia contro le forze alleate di uomini ed elfi, Sauron avanza e la camera di Jackson si pone poco al di sopra del suo elmo d’acciaio. Egli osserva tutti dall’alto, come se dalla sua statura riuscisse a giudicare ed evocare l’inferiorità delle creature di Eru Ilúvatar. Egli le spazza via, mulinando la sua arma, sopraffacendo interi schieramenti.

E’ interessante scorgere i dettagli dello scontro finale tra Sauron e Isildur. L’oscuro signore abbatté Elendil con la sua arma poderosa come il grande martello degli Inferi. Quando volle affrontare anche Isildur, il figlio del re, Sauron non fece più uso della sua mazza fatta di duro acciaio, bensì del suo corpo. Con il suo piede piegò la lama della spada, e con la mano tentò di afferrare l’uomo. Perché? 

Quando ogni speranza sembrò svanire, Isildur afferrò ciò che rimaneva di Narsil, la spada di suo padre, e mozzò il dito a Sauron, privandolo dell’anello. Il Maia irretito venne sconfitto, e svanì. Sauron peccò di superbia, sottovalutò la forza dell’amore, la disperazione insita nell’animo umano. Isildur volle difendere il corpo del padre morente, e fece appello alle forze residue per tentare un ultimo attacco. Brandì l’elsa di Narsil e compì un movimento. Sauron, al contrario, voleva infliggere un dolore più intimo, personale, al figlio del re. Così allungò l’arto, nel tentativo di portare a sé Isildur per ucciderlo con la stessa mano in cui vi era custodito l’anello. Per tracotanza, Sauron subì il taglio netto del dito e perse l’Unico.

L’anello passò ad Isildur, ricorda Galadriel, che ebbe l’unica possibilità di distruggere quel male, esitando e, in seguito, tradendo il proprio credo. L’anello indurì il cuore del nuovo re e lo condusse alla morte. Molti ma molti anni dopo, esso passò nelle mani della creatura Gollum. Nelle caverne delle montagne, l’anello avvelenò la mente di Gollum, ed attese il ritorno del suo padrone. Passò poi ad un nuovo portatore, uno hobbit della Contea, e non di certo uno hobbit qualunque.

Bilbo Baggins, sottratto allo sguardo di Gollum, raccolse l’anello da terra e lo portò con sé, nella sua “andata” verso Erebor, e nel suo “ritorno” verso Hobbiville. Da quel rinvenimento, trascorreranno sessant’anni.

Galadriel conclude la propria rievocazione suggerendo come gli hobbit forgeranno la fortuna di Arda.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un racconto hobbit

Non partì dai ricordi ma dalle constatazioni. Non iniziò con le memorie bensì con le conoscenze. Bilbo Baggins sedeva bello comodo nel suo piccolo studio. Beh, relativamente piccolo. Per uno hobbit quella stanza era spaziosa e molto ben illuminata da una finestra che si affacciava sul panorama verdeggiante della Contea. Bilbo scriveva con assiduità al mattino presto. Era così preso dalla stesura della sua biografia che i più avevano cominciato a dargli del misantropo, dell’asociale, del mezzuomo decisamente introverso. Di quelle dicerie, Bilbo non se ne curava. Come dicevo, egli avviò la scrittura del libro della sua vita non tanto dalle proprie reminiscenze, ma dal suo sapere. Il primo capitolo del volume Bilbo lo dedicò agli hobbit. Del resto, lui era conscio d’essere un esperto in materia. Gli hobbit vivono e coltivano i quattro Decumani della Contea, felici d’essere estranei alle vicende che riguardano gli altri popoli della Terra di Mezzo. Gli hobbit appaiono minuti, spesso vengono scambiati per dei bambini se visti da chi rientra nei parametri degli uomini di statura normale. Sono creature tradizionali, amanti del cibo, della coltura, della natura.

Durante le proliferazioni circa le minuziose descrizioni trascritte di proprio pugno da Bilbo, l’occhio meccanico della camera di Peter Jackson inquadra i paesaggi accesi e vividi della Contea, soffermandosi a mostrare molti degli hobbit che ivi abitano. Alcuni riposano, distesi negli esigui cortili dei loro giardinetti, rinfrancati dalla fresca brezza, altri bevono, reggendo sulle loro esili spalle botti da cui sgorga il vino, altri ancora si accingono a cogliere i frutti che la terra elargisce loro. Tra tutti questi hobbit catturati dall’inquadratura del sapiente cineasta, ce n’è uno alquanto speciale e coraggioso, sebbene lui non sappia ancora di esserlo. Mi sto riferendo ad uno hobbit grassottello e dagli occhi buoni. Questo piccolo ma grande amico ha un volto tondo e folti capelli biondi.

Samwise Gamgee compare sulla scena senza volersi fare notare, come uno fra tanti. Egli è intento a svolgere il suo lavoro da giardiniere, solo, accovacciato tra le piante colorate. Sam tiene in mano dei fiori, li osserva sorridente, felice di come essi stiano crescendo sani e belli. Tutti gli hobbit, riporta Bilbo, hanno un debole per quello che cresce, soprattutto Samwise. Sam appare per la prima volta nella pellicola come uno fra i più nella carrellata che Jackson dedica alla terra natia di questi mezzuomini. Sin dall’inizio, Jackson vuol mostrarci come Sam sia e si senta uno hobbit come un altro, umile e straordinariamente gentile nel prendersi cura di una vita delicata. Sam è proprio uno dei tanti, e dalla sua candidezza trarrà la forza per divenire un eroe fra pochi.

In quel giorno, gran parte dei mezzuomini stava ultimando i restanti preparativi per una festa. Bilbo compiva, in quel dì, 111 anni. Alla porta di casa Baggins qualcuno continuava a bussare con impertinenza, ma Bilbo non poteva in alcun modo lasciare la propria postazione. Egli chiamava Frodo, suo nipote, ma questi era già andato fuori, e se ne stava a leggere, poggiato ai piedi di un albero. Frodo, d’un tratto, sentì canticchiare: era una voce roca e profonda quella che echeggiava lungo il verde sentiero. Il giovane hobbit corse e raggiunse Gandalf, intento, per l’appunto, a cantarellare. Il grigio pellegrino riabbraccia il mezzuomo, e con lui si avvia tra i tratturi di quel paradiso fatto di collinette e d’erbe. Un senso di assoluta quiete e serenità accompagna il cammino dei due protagonisti. La Contea è una regione impregnata di pace, rasserena lo spirito di chi la osserva da un nastro di celluloide e ristora il corpo di chi ne respira l’aria pura.

Frodo confida a Gandalf il preoccupante cambiamento di Bilbo, diventato oramai meditativo, solitario e sempre più chiuso in se stesso. Bilbo trascorre le sue giornate a guardare vecchie mappe, ad evocare il trascorso. Terminate, infatti, le disquisizioni sugli hobbit, Bilbo ha cominciato a narrare il proprio passato, nel suo testo “Andata e ritorno”. La cerca di Erebor, il vissuto di Thorin, verranno immortalati dall’arte scrittoria di Bilbo, oramai perso nel rimembrare il passato. Nella sua casa, un gioiello proveniente dal remoto l’ossessiona e lo ha condotto a covare diffidenza nei riguardi dei suoi prossimi. Per sessant’anni, Bilbo ha custodito l’anello del potere, che gli ha prolungato la vita, ritardandogli in un certo senso la vecchiaia. Bilbo non si separa mai da quel “gingillo” d’oro, e presto Gandalf lo saprà.

"Frodo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Una festa d’addio, un viaggio incombente

Mithrandir ritrova Bilbo all’ingresso di Casa Baggins. Accolto nella dimora, Gandalf osserva le mappe che Bilbo, ultimamente, sta rimirando. Sulla vetta della Montagna Solitaria, aleggia la sagoma rossa di Smaug, ritratta sulla bianca carta. L’avventura dei nani della compagnia di Thorin è sepolta nel passato ed è eternata nei ricordi che Bilbo sta mescolando all’inchiostro. L’anziano hobbit confessa all’amico l’intenzione di voler abbandonare la Contea, di tornare ad ammirare le imponenti catene montuose e di trovare un luogo idilliaco in cui poter terminare il proprio manoscritto. Quella sera stessa, si consumeranno i festeggiamenti. In un clima di gioia e d’allegria, Frodo dirà inconsapevolmente addio al suo “tutore”. Quando Bilbo manifesterà il potere del suo anello, attrarrà l’attenzione di Gandalf. Tornato in fretta a casa Baggins, lo stregone invita Bilbo a deporre l’anello a terra e lasciarselo finalmente alle spalle. Con estrema fatica, Bilbo cede l’anello e si incammina verso l’ultimo viaggio della sua vita. La Contea, per quanto meravigliosa, aveva annoiato l’animo dello hobbit, che anelava di rimirare nuovi angoli del mondo. Lo spirito avventuroso di Bilbo non lo aveva ancora abbandonato, fu l’unica cosa che l’Unico non riuscì mai a mutare di lui.

Osservando l’anello, e poi toccandolo, Gandalf paventa la possibilità che esso sia invero l’Unico. A quel punto, il grigio stregone invita Frodo a nascondere questo misterioso oggetto, dopo di che parte per dare risposte ai suoi enigmi. Da questo momento, un clima di crescente allerta, di tensione, di paura per eventi concatenati che stanno sempre più emergendo e scatenandosi, comincia a manifestarsi.

Vi è una contrapposizione tra due momenti fondamentali delle prime fasi del film. L’atmosfera di calma, armonia, spensieratezza che si avverte alla Contea, durante il consumarsi della festa, si contrappone a quella agitata, tumultuosa, frenetica che si percepirà durante le fasi in cui si scoprirà la reale natura dell’anello di Bilbo, e le forze di Sauron incarnate nei Nazgul marceranno su Hobbiville. Tale contrasto mi richiama alla mente le sequenze de “Il cacciatore”, uno dei capolavori della cinematografia statunitense. In quel lungometraggio, il primo atto è strutturato secondo l’attenta messa in scena di un clima “cittadino”, familiare, felice quale potrebbe essere, con le dovute differenze si intende, il clima della Contea. I festeggiamenti del matrimonio nella prima parte de “Il cacciatore” si oppongono alle sequenze immediatamente successive, in cui gli orrori della guerra in Vietnam verranno palesati in tutta la loro efferatezza. Nel capolavoro “Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello”, le sequele in cui gli hobbit celebreranno in lietezza il compleanno di Bilbo si contrapporranno a quelle in cui Frodo e Sam verranno inghiottiti dagli intrighi legati all’anello, e alla guerra che presto incomberà.

Quando Gandalf farà ritorno alla Contea, scoprirà quello che temeva. L’anello di Bilbo appartiene a Sauron e, tramite esso, l’Oscuro Signore ha perdurato. Il pellegrino dal manto grigiastro sprona Frodo a lasciare subito la Contea. Lo Hobbit, accompagnato dal fedele Samwise, raggiungerà il villaggio di Brea, scortato anche da Merry e Pipino, due suoi congiunti. Ad un’andata e ad un ritorno compiuti da Bilbo è dunque succeduta una nuova andata, molto più ardua, aspra e pericolosa.

  • Il bianco macchiatosi di nero

L’ora è tarda - tuona Saruman -, il capo dell’ordine degli Istari quando Gandalf accorre a fargli visita. Il signore di Isengard sa che le forze di Sauron sono state radunate, lo ha visto con i suoi stessi occhi. Gandalf pare intimorito quando indugia ad ascoltare il sapere del più potente tra gli stregoni. La luce biancastra emanata dagli indumenti di Saruman non tranquillizza per niente, anzi, tutt’altro. Le sue espressioni minacciose, i suoi occhi allarmati, che tutto osservano con severità ed intransigenza, anticipano il suo tradimento, che presto verrà rivelato. Jackson non vuole che Curunír, l’uomo di Destrezza, nasconda con astuzia la propria malvagità per poi svelarla inaspettatamente. Il suo carattere scostante verrà colto nell’immediato. Sarà questo un qualcosa che si ripeterà, per volontà di Jackson, anche quando verrà presentato il personaggio di Boromir. Sin da subito, gli spettatori intuiscono la freddezza del fu Curumo, poiché egli non fa, volutamente, nulla per velare le sue funeste intenzioni. I suoi gesti, le sue movenze altere, le sue parole lente e distaccate precedono la rivelazione, sebbene Gandalf tardi a dedurlo poiché legato al capo del Bianco Consiglio da una lunga amicizia e, pertanto, incapace d’immaginare cosa trami colui che giudicava come saggio. Dietro la barba lunga e candida dello stregone bianco, Christopher Lee fa fluire la sua voce “baritonale”, poderosa, e la sua celebre espressività inclemente, più volte prestata a personaggi negativi da lui interpretati nella settima arte. Saruman confessa la sua alleanza con Sauron, la sua infedeltà, e che i nove sono prossimi a recarsi nella Contea. Il bianco si è offuscato, la sua luce radiosa è divenuta cerea. Gandalf tenterà di arginare le magie dello stregone ma verrà sconfitto e imprigionato nella torre.

Il grigio è un colore peculiare. Con esso, solitamente, si tende a descrivere un qualcosa di criptico, oscillante tra chiarore e oscurità. Chi viene definito “grigio” ha una personalità miscelata, divisa tra bene e male. Questo non varrà per gli scritti di Tolkien. Gandalf il grigio non avrà mai un carattere diviso, non oscillerà mai tra bene e male. Il suo grigiore avrà sempre lo splendore del bene. Il bianco, un colore con il quale si suole definire il bene assoluto, verrà sporcato da Saruman che tramuterà la sua chiarezza in una greve oscurità.

"Nazgul" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gli spettri dell’anello

Sauron, confinato nella sua fortezza, ha radunato le forze del male ed è prossimo a scatenarle per ritrovare l’anello. Sulla cima della torre di Barad-dûr, lo spirito di Sauron si è esternato ad ha assunto la forma di un grande occhio senza palpebre avvolto nelle fiamme.Il suo sguardo infuocato dilania l’oscurità, abbatte il brumoso, irrompe dal vuoto e valica le ombre, le carni, le terre e vede ovunque.Dalla sua roccaforte, il discepolo di Melkor ha sguinzagliato i suoi servitori più temuti e fedeli: i Nazgul.

Vi erano una volta nove re degli uomini. Ad essi Annatar, il menzognere, elargì nove anelli del potere. Offuscati dal desiderio di averli, gli uomini li presero e lentamente vennero consumati dall’Unico. La corruzione patita dissipò le loro volontà, la tentazione subita logorò ciò che restava delle loro anime, la forza promanata da Sauron li genuflesse, corrodendo i loro aspetti umani. Nulla restò di questi se non contorni scheletrici ed incorporei, margini scarnificati, quasi astratti. I grandi re degli uomini caddero, smarrirono la libertà, perdettero le loro sembianze.

I Nazgul provengono dal regno delle ombre, calcano ancora il terreno dei viventi pur essendo morti, ma non calpestano il suolo dell’aldilà malgrado siano trapassati, come se fossero prigionieri di una stasi perpetua. I Nazgul sono spettri senza faccia, privi di alcuna fisicità, fantasmi lugubri, parvenze offuscate, essenze stigie. Il loro corpo è impalpabile ma il mantello che indossano come un solo indumento dà forma intuibile alle loro invisibili fattezze. Dove un Nazgul poggia le proprie mani, rivestite da guanti argentei, lascia l’impronta della deformazione. Al passo di uno spettro, la terra si ritira, rigurgitando vermi e strani insetti.  Gli spettri emettono suoni striduli, penetranti come urla di tormento, si muovono in sella a cavalcature nere, dagli occhi rossi, e sono armati con spade affilate e pugnali Morgul avvelenati. Se si osasse guardare nello spazio libero del cappuccio che poggia sulle loro teste si vedrebbe l’abisso, le tenebre di un vuoto senza esito. Tuttavia, essi possiedono quello che resta della loro corporalità sebbene sfugga alla vista umana.

Quando Frodo li incontrerà e metterà l’anello, riuscirà a scorgere i volti ossuti, scarni, macilenti dei morti. 

  • L’incontro con Granpasso

Frodo, Sam, Merry e Pipino sfuggiranno alla gelida presa dei Nazgul e giungeranno a Brea. Nella locanda del Puledro Impennato incontreranno un misterioso ramingo, noto come Granpasso. L’uomo occulta la propria fisionomia sotto un copricapo e fuma silenziosamente una pipa. Il rosso acceso del piccolo fornello, dentro il quale brucia “il tabacco” Galenas, illumina, di tanto in tanto, il viso di questo enigmatico viandante, mostrando il suo sguardo vigile ed impassibile. Granpasso manifesterà presto agli hobbit la sua buona natura. Egli è amico dello stregone e si trova laggiù per proteggere Frodo dalle insidie dei suoi inseguitori.

Quando Jackson introdusse Aragorn, scelse di fare dell’erede al trono del regno di Gondor e Arnor un ritratto incerto, imperscrutabile. Coloro che lo avevano visto vagare per le terre selvagge, lo giudicavano un tipo pericoloso da cui tenersi ben alla larga. Quanto una singola, fugace, impressione poteva dirsi errata!

Granpasso è una maschera regale, che confonde gli hobbit. Essi, in principio, temono che si tratti di un nemico eppure, dietro la sua occhiata minacciosa, attenta e avveduta, Granpasso fa emergere una bontà deducibile in poco meno di un istante. Saruman, sin da subito, ha palesato le sue intenzioni meschine. Anche Boromir, al consiglio di Gran Burrone, farà venire a galla i suoi pericolosi propositi fin troppo legati ai desideri di suo padre, il sovrintendente. Saruman e Boromir mostreranno, immediatamente, i loro caratteri ombrosi. Granpasso, invece, oscilla dal mistero al vero, dal plumbeo al cristallino. Vantando il volto di un monarca solenne, Aragorn confonderà i mezzuomini e chi, su di lui, volgerà attenzione per la prima volta. Potrà sembrare un avversario temibile per Sam, che lo minaccerà ingenuamente, persino cattivo, salvo poi rivelare agli hobbit la bontà insita nel suo cuore. Aragorn condurrà i quattro nelle terre selvagge, verso la casa di Elrond.

"Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La Stella del Vespro

Giungeranno poi ad Amon Sûl. Ai pendii di quel colle, il figlio di Arathorn sostò, taciturno, mentre gli hobbit cadevano preda di un sonno leggero. Frodo scelse di rimanere accorto, poiché i sogni tardavano ad arrivare e nulla allietava il suo riposo. Silenzioso, lo hobbit indagò con lo sguardo il dúnedain, il quale se ne stava seduto e meditabondo. Con i suoi occhi grigi egli dava l’impressione d’essersi perso in un’illusione dolce e accattivante. Per la prima volta, Frodo notò la fragilità, il sentimento, l’umanità del ramingo, adombrati sotto la sua veste impavida. Quando scese la notte ed il cielo promulgò un riverbero pallido e ghiacciante, Aragorn, malinconico e affranto, si accinse ad intonare un canto modulato di carezzevole armonia. Le strofe di quell’ode illustravano, in eterno, un amore germogliato in tempi remoti che coinvolse Lúthien, la più bella dei figli Sindar di Ilúvatar, e Beren, un uomo.

Copertina del libro "Beren e Lúthien"

L’elfo femmina ed il mortale si conobbero nei boschi degli aurei Eldar. Lúthien passeggiava in una radura, ed ivi Beren la notò. La cercò per tutto l’inverno, dal giorno alla notte, tra i rami secchi e le foglie avvizzite. Gelido era il vento e fredda la boscaglia. Un bel mattino, sentì un suono melodioso. Vide poi una lunga chioma bruna cingere il volto di una donna bellissima, dalla cui bocca si levava una voce incantevole che risvegliava la natura dal torpore. Lúthien cinguettava, passeggiando col suo tocco etereo, e dal suo canto sublime venne fuori la primavera. Beren, udendo quel motivo, appellò la fanciulla come Tinúviel, l’usignolo. I due si avvicinarono e lessero i loro destini negli occhi dell’altro. Lúthien rinunciò all’immortalità della sua razza per condurre una vita mortale con l’eroe. Beren considerava la sua Lúthien come un essere di natura angelica. La paragonò ad un usignolo, il cui splendido suono era lieve come il petalo di un fiore e forte come lo scorrere di un ruscello.

Beren non fu il primo innamorato a confrontare l’oggetto del proprio amore con la levità di un usignolo. Lo scrittore Hans Christian Andersen, quando s’innamorò di Jenny Lind, soprano lirico, scrisse per lei “L’usignolo”, una fiaba in cui la meravigliosa voce della donna, conservata nel cuore dell’autore, fu fantasticamente trasfigurata nel canto rinfrancante di un uccellino, protagonista del racconto.

Mediante i versi del canto di Beren e Lúthien, Aragorn rievocò l’amore impossibile tra uno spirito mortale ed un’anima perpetua, sognando anch’egli un destino in cui il dolce e l’amaro si uniscono.

Arwen Undómiel sopravverrà nella notte, spintasi sino ai tardi confini del suo reame per ritrovare Aragorn. Scenderà da un cavallo candido e sprigionerà un bagliore accecante. Frodo, la cui vista è annebbiata dal veleno dei Nazgul, verrà irradiato da quel caldo guizzo. Arwen è una stella, la più luminosa tra le limpide ed incontaminate creature della Terra di Mezzo. La dama di Gran Burrone è splendida come, un tempo, lo fu Lúthien e, attorno al collo, ella porta una gemma bianca, la Stella del Vespro.  Arwen dialoga con il númenóreano, in lingua elfica, quand’egli le sfiora la mano.

Arwen condurrà Frodo in salvo a Rivendell, scampando agli spettri.

"Aragorn e Arwen" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’amore tra Aragorn e Arwen

La fiamma dell’Ovest smise di divampare molti anni addietro. Veniva chiamata così Narsil, la gloriosa lama dei re, “fiamma dell’occidente”. Essa, spazzata via, si spense. Da quando Sauron l’aveva frantumata, non fu più riforgiata. I frammenti della spada riposavano a Gran Burrone, poggiati su di un morbido tessuto azzurro e sostenuti dalla presa di una scultura marmorea.

Aragorn onora Narsil come simbolo della sua casata, esita persino a toccarla senza porgerle i propri rispetti. Dinanzi ai resti della futura Andúril, è possibile ammirare un vasto dipinto che cattura il momento in cui Isildur staccò l’anello dalle mani di Sauron. Aragorn è atterrito al cospetto della spada. Essa rappresenta il passato più coraggioso della propria stirpe ma anche il grande fallimento. La lama appartenuta ai suoi padri, ancora affilata ma non integra, testimonia per Aragorn la traccia di un trascorso che grava ancora sul presente e, al contempo, il segno di una debolezza, di un tracollo. Come fu spezzata la spada, così accadde al lignaggio dei re. In quei residui d’acciaio, su cui sono ancora incise rune, è custodita la separazione, la divisione, la perdita dei sovrani di Gondor. Quel cimelio rappresenta molto di più ed Aragorn ne è consapevole. Quando lambisce l’elsa, egli poggia la sua mano sul cuore, come segno di devozione. E’ tutto espresso in questa scena, in quel gesto. Narsil è il passato, Andúril sarà il futuro. Attraverso la sua ricostruzione, potrà essere ricostituita la casata dei monarchi. Tutto resta ancora diviso, come indicato dai frammenti della lama, e tale tutto dovrà essere riunito attraverso le gesta eroiche di Aragorn.

Ma Thorongil ha paura del suo destino. Differentemente da Thorin, il nano della dinastia di Durin che perse la corona per volere di Smaug e agognò riottenerla per tutta la vita, Aragorn non desidera diventare re. Egli teme il proprio fato, paventando la possibilità che nel suo sangue scorra la stessa fragilità del suo avo. Aragorn, con estrema umiltà, scelse l’esilio, nutrendo dubbi sulla sua resistenza al potere soggiogante. Aragorn teme di non riuscire a sopraffare lo stesso male che distrusse i suoi antenati. Tuttavia, vi è al suo fianco una persona che gli dà coraggio, colei che non prova alcun dubbio sulla sua forza, la donna di cui Aragorn è perdutamente innamorato.

Arwen indossa un vestito bianchissimo, ed è avvolta da un fulgido chiarore. Con voce soave, bisbiglia all’orecchio dell’amato quanto coraggio si possa trovare in lui. La figlia di Elrond è una stella staccatasi dal firmamento, che brilla sulla terra. Ella oltrepassa le nubi che ombreggiano sull’orizzonte, che offuscano le riflessioni di Aragorn, i cui affanni deturpano il suo volto fiacco.

Il dunedain rimembra, indugiando, coi pensieri, sul primo incontro che ebbe con Arwen. In quel giorno, per sua stessa ammissione, Aragorn credette d’essersi smarrito in un sogno. Nei boschi dell’Imladris, il giovane scorse la nobile fanciulla, ed il suo incedere venusto tra le verdi betulle. Aragorn chinò il capo, per vedere il prato che si dipanava sotto i suoi piedi. Volle capire se inavvertitamente stesse valicando un sentiero onirico, in cui la tersa magia era succeduta alla realtà.

Arwen rassomigliava alla dama Lúthien, incarnandone il candore e l’abbagliante bellezza. Aveva la pelle limpida e vellutata, le labbra rosate, gli occhi cerulei e lunghi capelli corvini che le scendevano lungo la schiena. Aragorn le rivolse parola, ed ella contraccambiò. Gli scritti antichi avevano racchiuso l’amore di Beren e Lúthien in un unico canto, ma per Aragorn nessuna parola dell’idioma conosciuto sarebbe mai riuscita a render merito a quello splendore elargito che rubò il suo sguardo. Arwen era pura e delicata, irraggiungibile e rilucente come un astro. Per Aragorn, Arwen personifica non una sola melodia, ma tutte le arie più liete suonate dai menestrelli elfici. Ella era flautata come la soavità di un’arpa. La Stella del Vespro della razza elfica convogliava in sé lo splendore di una stirpe angelica, la grazia di un popolo imperituro, l’etereità di un’essenza divina, la gentilezza di un cuore immacolato.

A Gran Burrone, Aragorn ed Arwen permangono in piedi su di un ponticello roccioso, stretti ed immersi tra la natura. L’acqua scorre sotto di loro ed entrambi, come già accaduto a Cerin Amroth, si promettono eterna fedeltà. Arwen scosta i capelli di Aragorn e gli carezza le gote. Aragorn fa scorrere la sua mano sul collo della fanciulla, sino a sfiorare la Stella del Vespro. In quell’attimo, Arwen dona ad Aragorn la gemma elfica, promettendo di rinunciare all’immortalità della sua gente. La Stella del Vespro, ricolma di una nitida luce, palpita come un cuore pieno d’amore. La stella simbolizza per Arwen la parte più intima di sé, il cuore tramutato in oggetto prezioso che liberamente la donna può scegliere di offrire a colui di cui si è invaghita. Ella vincola se stessa all’Elessar, in modo che Aragorn, portando il gioiello con sé, possa averla sempre accanto.

Gli elfi sono esseri beneficiati da un’esistenza illimitata, non compendiano l’invecchiamento, l’angustia del tempo che scorre via, e non conoscono la morte che sopraggiunge al termine di un percorso vitale. Arwen recede il rapporto con la sua natura eterna, abbracciando la dolcezza dell’amore e l’amarezza della mortalità. La principessa elfica sceglie di vivere una vita soltanto, e di consumare la propria leggiadria in poco più di cento anni. Ma cos’è un secolo per un elfo? Un battito di ciglia in un vissuto millenario, un sospiro fuggevole in un respiro prolungato, un fiore caduco che sboccia e appassisce in un sol giorno.

Eppure, in un tempo più esiguo da condividere con Aragorn, Arwen mira la sostanza della felicità, della gioia più grande, un morso che appaga molto più di un lauto pasto. Cento anni vissuti con pienezza varranno ai suoi occhi tanto più di interminabili ere trascorse nella solitudine e nel rimorso. Arwen, da donna celeste, diviene donna terrena, “baciando le guance” di un destino che porta ad una fine. Il suo sarà un amore eterno nelle anime ma non nei corpi. Aragorn, perdutamente ammaliato dalla dama, non avrà tra i suoi pensieri che lei, il suo solo conforto, la sua unica ragione. Aragorn ed Arwen si baceranno tra gli alberi muti e vivi della foresta. La storia ha trovato il modo di ripetersi, ed Aragorn e Arwen, uniti da un amore profondo ed inviolabile, ripeteranno quanto fatto da Beren e Lúthien.

Sia Aragorn che Arwen raffigurano stelle evocative ed ispiratrici. Arwen è la stella che orienta il vagare del ramingo, colei che sempre guiderà Aragorn nel suo cammino. Aragorn, invece, chiamato in giovane età anche Estel, è una stella fioca che diverrà sempre più accesa, poiché carica della luminosa speranza che darà coraggio a tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo.

Se Arwen donerà all’infinto speranza al suo amato, Aragorn donerà la medesima speranza ai dunedain e ai suoi fratelli di Gondor e Rohan.

  • La compagnia dell’anello

Frodo ha rincontrato suo zio Bilbo, il quale, adesso, soggiorna nell’Ultima Dimora Accogliente. Lo hobbit ambiva a viaggiare, ma lontano dall’innaturale potere dell’anello, cominciò ad invecchiare rapidamente. Bilbo sfruttò la permanenza alla Casa di Elrond per concludere il suo libro. Frodo è il primo a sfogliarlo, loda i disegni in esso contenuti, specialmente la mappa che tratteggia la Contea. Essa manca molto a Frodo ma il fardello ereditato dallo zio lo obbligherà a peregrinare ancora. Bilbo dà a Frodo Pungolo e la corazza di Mithril, due “oggetti” che prestarono già servizio in un’altra avventura.

Al concilio di Elrond si forma un manipolo di 9 eroi. Frodo si assume la responsabilità di portare l’anello sino a Mordor, per gettarlo tra le fiamme del Monte Fato. La compagnia dell’anello partirà da Forraspaccata l’indomani. Otto compagni seguiranno Frodo: Gandalf, fuggito da Isengard, Aragorn, Legolas, l’elfo saggio e potente di Bosco Atro, Gimli, nano astuto e risoluto, Samwise, Merry, Pipino e Boromir, capitano di Gondor.  All’interno della compagnia nove compagni, appartenenti a razze diversissime tra loro, stringeranno un rapporto d’inossidabile amicizia. Tolkien, partorendo l’idea di un gruppo di “avventurieri” così eterogeneo, volle, metaforicamente, abbattere le barriere e mostrare come l’amicizia, l’affetto, possano nascere indipendentemente dalla “razza”, ognuna speciale a suo modo. Aragorn lascerà Gran Burrone senza avere la certezza di rivedere Arwen. La guarderà una volta ancora, le farà un cenno, e si aggrapperà alla speranza per riabbracciarla.

Durante il “concistoro”, Boromir, con sprezzante arroganza, sollecita tutti a usare l’anello contro Sauron. L’uomo verrà ammonito saggiamente da Aragorn che gli rammenterà che l’Unico risponde ad un solo padrone.

"Gandalf, il grigio" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Le miniere di Moria e la morte di Gandalf

La compagnia s’incamminerà sino ai picchi innevati di Caradhras. Verranno, tuttavia, dissuasi dal proseguire dalle arti magiche di Saruman. Nelle prime fasi del viaggio, Boromir interagisce con gli hobbit con simpatia e affetto, in particolar modo con Merry e Pipino. Egli li istruisce come un maestro schermidore, e gioca con loro quando lo “attaccano” scherzosamente. Quando il passo del “Cornirosso” diverrà troppo ostico, Boromir si farà carico di due hobbit, e nel periodo in cui il freddo sarà sempre più pungente, esorterà tutti a lasciare la catena montuosa, in caso contrario, afferma, sarà la fine degli hobbit. Jackson, attraverso questi espedienti, mostra come Boromir si stia affezionando ai mezzuomini, coloro per i quali morrà.

Assecondando il suggerimento di Gimli, la compagnia giunge alle miniere di Moria. Il dominio di Khazad-dûm sorgeva nel cuore delle Montagne Nebbiose, e ad esso si arrivava dopo aver percorso un lungo viottolo, fatto di rocce e sassi. Innanzi alle mura di Moria, vi era un grande stagno putrido, generatosi dal Sirannon, un torrente straripato che allagò la vallata prospicente i cancelli occidentali. L’acqua del torbido lago, così come le stesse miniere, non veniva disturbata dalla presenza dell’uomo da molto tempo. Gandalf sapeva cosa albergava nelle profondità segrete della terra, ma non poteva vagliare altra opzione. La voce di Saruman, mesta e rigorosa, rimbombò nella testa del grigio pellegrino. Lo stregone bianco lo avvertì: a Moria vigono ombre e fiamme. Gandalf dovrà compiere l’azione più intrepida della sua vita, semmai il flagello di Durin dovesse frapporsi e sbarrare loro la via. Al calar della notte, il raggio della luna illuminò le Porte di Durin, fatte d’Ithilden, e rivelò l’enigma per varcare la soglia. Fu Frodo a risolvere “l’indovinello”, dimostrando d’aver “ereditato” il talento dello zio, anch’egli, alquanto, scaltro nel risolvere i rompicapi.

Non ho memoria di questo posto” – ammette Gandalf, lungo il tenebroso sentiero, non riuscendo a rammentare quale via sia quella corretta. Lo stregone grigio regge il bastone magico donatogli da Radagast, ha deposto al suolo il capello a punta, e siede su di una roccia. Resta laconico, indeciso su quale dei due varchi porti all’uscita. Moria è un reame abbandonato, una tomba oscura, repleta di sofferenza. Gli orchi ed i goblin dominano l’antico regno di Nanosterro, le fiamme rosse il baratro. Gandalf riflette, cosciente che presto affronterà la morte e che essa esigerà la sua vita. Ecco che il discorso che farà a Frodo, relativo al tempo che viene concesso ad ogni mortale, assume un valore ancor più rilevante poiché proferito da un uomo consapevole che il suo tempo verrà presto a terminare.

In uno dei dialoghi più significativi del film, Gandalf citerà la pietà come qualità intrinseca dell’animo umano. Mithrandir insegnerà a Frodo la compassione, un principio, quest’ultimo, che anni prima trasmise a Bilbo. Frodo ammatterà di rimpiangere la scelta effettuata in passato dallo zio, ovvero quella di risparmiare la vita a Gollum. Fu un peccato non togliere la vita a quella sgradevole creatura? No, fu un atto di pietà.

Bilbo osservò quella carcassa dotata di movimento, sparuta e smunta, e vide in essa l’infezione, la contaminazione dell’oscura pazzia. Eppure, negli occhi tondi e azzurri, disperati, di Gollum, Bilbo dedusse il supplizio di un essere malato. Ebbe misericordia, non volle arrecare altro dolore. Neppure i più saggi conoscono gli esiti di ogni operato, e non si deve mai avere fretta di spargere condanne e giudizi. Gandalf crede fermamente che il vero coraggio non si compia nel sottrarre una vita, ma nel risparmiarla. Gollum, per la sua crudeltà, per la sua violenza, meritava forse di perire, ma chi può sancire questo con assoluta sicurezza? Nessuno dovrebbe avere l’insensata arroganza di uccidere un colpevole, poiché diverrebbe reo a sua volta. Ogni atto efferato dovrà essere punito, ma la morte non corrisponde mai ad alcuna giustizia.

Personalmente, la pietà espressa da Gandalf mi ricorda alcuni concetti trattati da Cesare Beccaria nel suo famoso libretto “Dei delitti e delle pene”. In quel volumetto, il padre di Giulia Beccaria, nonché nonno di Alessandro Manzoni criticò aspramente la pena di morte, facendo appello ad una sana giustizia e ad una coscienziosa pietà. Gandalf dirà poi a Frodo che spesso, tutti noi, non possiamo avere il controllo sui tragici accadimenti, ma possiamo, nonostante ciò, scegliere come agire di conseguenza, e sfruttare il tempo che ci viene concesso. Gandalf è al corrente che la sua ora potrebbe presto giungere ed è pronto ad impiegare quello che gli resta per proteggere e salvare tutti i suoi compagni.

Quando il Balrog emergerà dal fuoco, lo stregone non esiterà ad affrontarlo e a farlo cadere giù. Verrà trascinato anch’egli, e scomparirà nella gola.

"La caduta di Boromir" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La morte di Boromir

A Parth Galen si udì, per l’ultima volta, il suono del corno di Gondor. Esso aveva il valore di una reliquia, era bianco come l’avorio, vantava una punta d’argento e diverse incisioni d’oro. Fu spezzato dalla carica degli Uruk-hai. Boromir lo usò finché ci riuscì, nel vano tentativo di chiamare a sé ulteriore aiuto in tempo. Boromir peccò, tentò di sottrarre l’anello a Frodo. Rinsavì dopo aver provato il furto, e si vergognò profondamente. Impiegò ogni sua forza per salvare Merry e Pipino durante il conflitto con i grandi guerrieri che portavano la mano bianca di Saruman. Boromir difese strenuamente i due hobbit, coloro che più gli avevano prestato attenzione ed amicizia. I piccoli mezzuomini a cui aveva impartito blande, veloci ma divertenti lezioni di scherma, erano ancora incapaci di difendersi. Il capitano di Gondor farà quanto potrà per salvarli, ma come punizione per la sua colpa, fallirà.

La prima freccia lo trafisse al petto. Boromir parve appena sentirla conficcare nella pelle, si rimise in piedi e seguitò ad abbattere qualunque avversario gli si ponesse davanti. Un secondo dardo nero lo raggiunse al cuore e quasi sembrò sopraffarlo. Il primogenito di Denethor esitò per qualche istante, poi urlò ancora e sguainò nuovamente la spada. La terza freccia scoccata distrusse la sua resistenza fisica, non il suo ardore. Ad ogni colpo adempiuto, è probabile che Boromir ripensasse alla conversazione che ebbe con Aragorn, colui che sarebbe dovuto essere il suo futuro re. Ogni fendente intercettato, ciascun colpo assestato non fece che richiamare in lui quel breve ma emblematico dialogo. Come disse al figlio di Gilraen, Boromir sognò un giorno che entrambi avrebbero camminato sino alle propaggini del regno di Gondor e Arnor, sino ai confini di Minas Tirith. Vedendoli, la sentinella, sulla grande torre bianca di Ecthelion, avrebbe annunciato il ritorno dei nobili figli del regno degli uomini. Nulla di tutto questo mai si avvererà. Le vedette cercheranno Boromir in lontananza, ma non lo scorgeranno mai più.

Boromir cadrà a terra, ma non si distenderà. Resterà in ginocchio, genuflesso al giudizio. Nel suo permanere chino, Boromir dà l’impressione di non volersi arrendere, ma se il suo spirito non è ancora piegato, lo è il suo corpo.

Aragorn piomberà sul terreno di guerra troppo tardi, e potrà soltanto declamare un estremo saluto. Boromir confesserà il suo errore, pentendosi di non essere stato saggio come il proprio “fratello”. Egli si è macchiato, e per Tolkien il peccato più grave non potrà essere perdonato sulla Terra. La fatalità della morte costituirà il castigo. Fin dall’inizio, Boromir aveva palesato un carattere forte, aggressivo. Egli tramava d’impossessarsi dell’anello ma non per servirsene egoisticamente. Invero, voleva porlo a difesa del suo popolo. Come accadde a Thorin, Boromir morì dopo aver ceduto alla tentazione, ma mantenendo il proprio coraggio ed il proprio onore. Il capitano di Gondor incarnava la debolezza umana ma non solo. Egli personificava anche la voglia di riscatto, d’espiazione, il rimorso, l’altruismo che porta all’atto del sacrificio: tutte caratteristiche proprie del sentimento umano. Il fatto di aver errato rende Boromir un personaggio riprovevole? Tutt’altro, schietto e vero. La grandezza di questo eroe caduto sta proprio nel rammarico, nel voler epurare il suo sbaglio. La cristianità di Tolkien è espressa pienamente nella dipartita di Boromir. Il personaggio non verrà graziato sulla Terra, ma è certamente ipotizzabile che trarrà in salvo la propria anima per essersi ravveduto prima che l’ombra calasse.

Aragorn seppellirà Boromir, congedatosi da lui dopo averlo riconosciuto come unico e vero re. Il sire deporrà il corpo del guerriero, fissato in una nobile posa, su una barca, e farà sì che essa navighi sino alle cascate di Rauros.

Mentre Aragorn, Legolas e Gimli partiranno alla ricerca di Merry e Pipino, Sam raggiungerà Frodo e con lui proseguirà verso Mordor. La tenacia di Sam è espressa proprio in questo frangente. Egli non abbandonerà mai Frodo, perché lo ha giurato, ed una promessa per i puri di cuore equivale ad un sigillo. La compagnia si è disgregata ma non ha fallito, poiché è rimasta fedele al giuramento d’amicizia e amore. Nessuno verrà abbandonato, nulla cadrà mai nell’oblio.

Voto: 10/10

Continua con la quinta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La grande scultura di pietra che svettava nella sala dei re, ostentando la fierezza nobiliare di un monarca nanico, cedette. Gli occhi tondi e saggi, scavati nel volto pietroso della statua, colliquarono, la barba si disgregò, la roccia si “sciolse”, dissolta dal calore dell’oro bollente. Smaug era stato attratto con l’inganno nel salone e giaceva ai piedi della scultura quando tutto accadde. Il piano orchestrato da Thorin stava per compiersi: una parte della ricchezza di Erebor, trasformata in liquido dalle fornaci accese, avrebbe annientato il drago. Smaug vide la materia disfarsi e l’oro “piovere” giù. Quel tesoro, serbato con insano attaccamento, avrebbe generato la sua fine. Come una cascata rovente il fuso colò e lo avvolse. Sarebbe dovuto annegare, ma le scaglie di drago, per una volta, rigettarono l’abbraccio dell’oro. Covando vendetta, Smaug uscì dalla Montagna Solitaria e, una volta alzatosi in volo, si diresse verso Pontelagolungo. Le ali, mosse con forza, scuotevano l’aria, annunciando la venuta di un tornado. Dal sospiro di Smaug sgorgava fuoco, dai suoi artigli morte.

Bard raggiunse la sommità di una torre e, lassù, vide la devastazione arrecata dal drago. In quel momento, l’uomo brandì arco e frecce e cominciò a tempestare l’animale, scoccando ritmicamente i suoi dardi. Ma le punte delle frecce erano troppo esigue per perforare quella dura “epidermide”, e gli attacchi dell’arciere solleticavano l’animale. Disperato, Bard venne raggiunto dal figlio Bain, che nel frattempo aveva recuperato la Freccia Nera. L’arciere sapeva che avrebbe avuto una sola possibilità. Uno spettro scarnificato apparve tra i suoi pensieri. Bard avrebbe fallito il colpo come accadde al suo antenato o sarebbe riuscito a prevale su quel male?

Nel disordine perpetrato da Smaug, Bard riuscì a scorgere, per un singolo momento, un’impercettibile ferita, un varco schiuso nella pelle del drago. Fu in quel momento che Bard comprese che Girion, il suo antenato, non morì invano e non fallì del tutto nell’impresa: egli riuscì a piegare una scaglia, a farla saltare. Un colpo assestato con precisione avrebbe trapassato la “corazza” e raggiunto il cuore. Bard poggiò la grossa freccia sulla spalla del figlio, per usufruire di una balista improvvisata. Reggendo quel “dardo” nero, lungo come una lancia, Bard vide in quell’arma un “fantasma”, il trascorso del suo avo, ma negli occhi di suo figlio, che seguitava a guardarlo e a nutrire immutata fiducia in lui, vide altresì il proprio futuro. La freccia era un’eredità derivata dall’avvenuto, Bail, invece, la sua discendenza, il suo avvenire. Per un solo attimo, Bard resse in mano il passato e volse lo sguardo al futuro. Lasciò partire il colpo e trafisse Smaug. Il passato era stato sconfitto.

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 La trama, tessuta dall’oscuro signore come una fitta ragnatela, è stata dipanata.

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Poco prima di partire verso Erebor per raggiungere gli altri, Kili si congeda da Tauriel donandole una pietra runica. Fu proprio grazie a quell’oggetto che Tauriel rivolse parola e attenzione al nano. Durante la forzata permanenza dei nani al palazzo di Thranduil, la ragazza notò come Kili tenesse la pietra in mano e, spinta dalla curiosità, gli domandò di cosa si trattasse. Tale pietra, per Kili, rappresenta una promessa da ricordare, valida in eterno. Tauriel, come tutti gli elfi silvani, ammira la luce promanata dalle stelle, perché essa è memoria, pura ed indimenticata. Ogni promessa fatta con il cuore è paragonabile ad una memoria, un ricordo da rammentare. Kili, donando la sua pietra runica a Tauriel, le affidò la memoria del loro incontro, nonché la promessa del suo ritorno. La pietra runica, come la stella del vespro che Arwen donerà ad Aragorn molti anni dopo, seppur non preziosa come il gioiello della dama di Gran Burrone, rappresenta la promessa d’amore tra Kili e Tauriel scolpita nella pietra, immortale come il ricordo custodito nella brillantezza di una stella che schiarisce le tenebre del cielo.

L’amore tra Kili e Tauriel, mai partorito da Tolkien, non avrà vita sulla terra. Jackson ne fu consapevole, e tentò di descrivere questo sentimento come se esso potesse vivere platonicamente “soltanto” nei ricordi di Tauriel, colei che era innamorata, per l’appunto, della memoria emanata dalla luminosità delle stelle. Nei suoi ricordi, nella sua promessa, è lì che riposerà per sempre Kili.

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Con la morte di Smaug, i nani della compagnia possono finalmente fare ritorno al loro regno. Assecondando l’ordine di Thorin, i suoi familiari sbarrano l’accesso ad Erebor. Rinchiusi, al sicuro, tra le rocciose pareti della montagna, i nani tornano a respirare i profumi mai dimenticati del loro reame. Thorin siede sul trono ma non è appagato. La corona posta sul suo capo non gli basta, e l’armatura regale che indossa non allieta la sua inquietudine. Al contempo, Re Thranduil, venuto a sapere della caduta del drago, guida un esercito di elfi sino alle pendici della Montagna Solitaria. Il nobile monarca elfico cavalca un grande alce e pretende che gli vengano restituite delle bianche gemme di luce argentea, incastonate in una collana, appartenuta alla sua stirpe. All’esercito elfico si aggiunge l’avanzata delle schiere degli uomini provenienti da Pontelagolungo, capitanate da Bard, che reclama la parte dell’oro necessaria a ricostruire le case distrutte dal soffio del drago. Thorin rifiuta aspramente di cedere porzioni della propria ricchezza e rinnega la parola data. Gli elfi e gli uomini sono decisi a irrompere nella montagna come pioggia torrenziale, ma in aiuto di Thorin arriva Dain Piediferro, signore dei Colli Ferrosi, col suo esercito di nani. Prima che tra elfi, uomini e nani scoppi una sanguinosa guerra, sopraggiungono i due eserciti di Azog. Sui pendii di Erebor, comincia, dunque, la battaglia dei cinque eserciti.

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  • La malattia dell’oro

Bilbo segue preoccupato la discesa negli inferi che Thorin sta patendo. Inizialmente, lo hobbit era felice d’essere riuscito ad espletare il compito che si era prefissato: aiutare i suoi amici a riottenere la loro casa. Era stato ripreso il bene più prezioso, il luogo a cui poter appartenere, in cui potersi identificare. Ma Thorin non era soddisfatto, giacché aveva smesso di desiderare la dimora, ed aveva anteposto ad essa la smania di un bene materiale, agognato per avidità.

In quei frangenti, Thorin scruta l’oro con bramosia, ne ammira la consistenza, il brillio, la lucentezza. Il re sotto la montagna non è più attratto dalle camere, dai sentieri, dai corridoi, dagli angoli segreti e ancora da scoprire di quella casa a lungo desiderata, bensì è attirato dalla ricchezza, dal tesoro. Sotto gli occhi sconfortati di Bilbo, Thorin contrae la malattia del drago. Il monarca nanico cerca dappertutto, brama con impazienza, scava sotto cumuli e gruzzoli per rinvenire la gemma più preziosa senza, tuttavia, riuscirci. Il nano si rivolge a Bilbo, vedendo in lui la sola amicizia sincera che gli sia rimasta. Thorin è stato irretito, non si fida più di nessuno, e teme che qualcuno della sua famiglia possa tradirlo. Nutrendo lealtà solamente nei riguardi dello hobbit, Thorin sceglie di donare a Bilbo una splendida corazza di mithril come segno di gratitudine. I foschi ragionamenti, le paranoie che torturano la mente di Thorin, presagiscono l’avvento di un’imminente pazzia. Or dunque, Bilbo decide di fare quanto è in suo potere per allontanare Thorin da un tale male.

L’Arkengemma non possiede il potere dell’Unico Anello. Ciononostante, la sola evocazione del potere in essa contenuto, il ricordo della sua consistenza ed il bagliore seducente da essa emanato, annebbiano la mente di Thorin. L’Arkengemma, come l’anello, riesce a corrompere l’animo degli innocenti. Thorin, in principio, non riusciva a considerarsi re poiché era stato privato del proprio reame. Nonostante lo abbia riottenuto, seguita comunque a non sentirsi tale senza prima aver ghermito il gioiello della corona. Thorin dimentica come i suoi compagni lo ritenessero un re ben prima della sua salita al trono. Egli ha smarrito la propria saggezza e vaga, confuso, lungo i vasti “androni” di Erebor. Le parole di Smaug rimbombano nella sua testa, come l’eco di una voce che sussurra malignità all’orecchio di un povero uditore. L’oro circonda lo sventurato Thorin, protrattosi sull’orlo dell’abisso, e quasi lo ingurgita in una morsa divorante.

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Come accaduto a Bard all’inizio del terzo ed ultimo lungometraggio della trilogia de “Lo Hobbit”, Thorin si trova a vivere un momento in cui il passato ed il futuro della propria dinastia si intrecciano. Bard doveva affrontare il drago e ucciderlo. Avrebbe vissuto sulla propria pelle l’esperienza provata dal suo antenato. Guardato con fedeltà dal proprio figlio, Bard poté bandire i fantasmi dell’avvenuto, e dare gloria al proprio avo, riuscendo a sconfiggere definitivamente il drago, così da contribuire ad un futuro più luminoso, privato dall’alone malvagio di Smaug. Thorin si troverà a vivere una fase simile della propria esistenza. Nella Montagna Solitaria, attorniato dalle ricchezze della sua casata, sosterrà una contesa intima, personale, dilaniante. Thorin dovrà scegliere se “cadere” come accaduto ai suoi padri o rinsavire. Per un lungo lasso di tempo, il sovrano verrà assoggettato alla malattia, non riscattando il passato dei suoi predecessori. Soltanto alla fine, Thorin riacquisterà la ragione e redimerà se stesso, il passato dei suoi avi ed il ricordo che tutti possiederanno di lui in futuro.

Sotto i suoi piedi, il figlio di Thrain mira un vasto terreno d’oro. Esso si disserra, aprendo una voragine che lo inghiottisce in una pozza di avarizia. Thorin si è trasformato in ciò che ha sempre odiato, in Smaug, e sta facendo la medesima fine che avrebbe voluto far fare a lui. Quella statua disciolta nell’oro fuso, che avrebbe dovuto avviluppare il drago e soffocarlo senza riuscirci, è adesso divenuta, agli occhi di Thorin, una distesa gialla, come un fiume dorato. Le correnti di questo “torrente” lo stanno trascinando via, inglobandolo in loro stesse.

Prima di soccombere alla pazzia, Thorin si ravvede ma la corruzione, una volta patita, per Tolkien, non sempre può essere perdonata. Thorin, come accadrà a Boromir seppur per motivi profondamente diversi, ha ceduto al male, alla tentazione, e per tale ragione andrà incontro alla morte.

"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Re sotto la montagna

Il re domanda ai suoi “uomini” se vogliano seguirlo un’ultima volta.  Essi acconsentono, il corno di Erebor risuona. Il varco si apre ed i nani, guidati da Thorin, caricano verso i nemici. Thorin ritorna in sé e affronta l’ultima prova della sua vita. Il re nanico sfida Azog, l’orco pallido, l’ultima traccia di un passato oscuro, e riesce ad ucciderlo. Nel combattimento, però, rimarrà fatalmente ferito. Anche Kili e Fili moriranno, e della sua casata Thorin non vedrà che cenere.  La battaglia verrà vinta dalle forze alleate di uomini, elfi e nani. Tauriel raggiungerà il corpo morente di Kili e, nelle sue mani, porrà la pietra runica, l’eterna promessa, l’eterno ricordo. Legolas, invece, partirà alla ricerca di un dunedain, conosciuto come Granpasso. Prima di andar via, Legolas verrà salutato dal padre, il quale gli ricorderà l’amore che la madre provava nei suoi confronti. Legolas si era invaghito di Tauriel ma ella non contraccambiò mai il suo sentimento. Implicitamente, Jackson vuol suggerirci che l’elfo di Bosco Atro, rievocando, sul finale, l’amore della madre e stringendo una profonda amicizia con Granpasso negli anni a venire, imparerà la nobiltà, la pacatezza, l’affetto e la bontà che mostrerà di avere durante la Guerra dell’Anello.

Poco prima che Thorin spiri solitario, Bilbo lo scorge accasciato al suolo. Thorin gli sorride, apprezzando, in punto di morte, la vita quotidiana degli hobbit, lontani dalla violenza e dagli orrori della Terra di Mezzo. La Contea è una regione paradisiaca, verdeggiante, avulsa dal male. Thorin sprona Bilbo a tornare alla sua terra natia, dicendo che se tutti avessero cura della casa e non dell’oro, il mondo sarebbe un posto più bello. Thorin se ne è roso conto troppo tardi. Per Tolkien, chi peccherà non sempre avrà la possibilità di redimersi. Come avverrà per Boromir, corrotto dal potere dell’unico, anche per Thorin, consumato dall’Arkengemma, non ci sarà salvezza. Entrambi riusciranno, però, ad espiare le proprie colpe prima di perire in battaglia, donando la vita per salvare i propri amici. L’onore ed il coraggio verranno conservati, ma entrambi, come punizione per essersi macchiati, non potranno sopravvivere ad Arda.

Thorin è riuscito a guarire dal suo male prima che fosse troppo tardi, e ci riuscì grazie a Bilbo, lo hobbit, divenuto il suo amico più caro.  Bilbo cambiò la vita di Thorin, lo riportò a com’era un tempo, prima che ambedue si conoscessero. Thorin, sin dall’inizio di questa avventura, era un nano cupo, affranto da una sofferenza interiore, ma nell’ultimo attimo prima della fine, tornò ad essere quello che fu, il se stesso di un tempo, colui che apprezzava la propria dimora e non l’oro che in essa è custodito. Il re sotto la montagna morrà, e raggiungerà, in pace, la casa dei suoi padri, quella regione pura ed incontaminata dove l’oro, l’argento, ed i tesori non detengono più alcun valore.

La vita di Thorin fu tragica. Egli visse senza un regno, privato della corona, non fu mai re e morì quando poteva esserlo. Nonostante in vita non sia riuscito ad adempiere alle proprie volontà, Thorin poté comunque ottenere una sorta d’immortalità. Egli vivrà per sempre nei ricordi e, soprattutto, negli scritti di un piccolo amico che non lo dimenticherà mai.

"Lo Hobbit - La trilogia" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • La battaglia delle cinque armate

Con “La battaglia delle cinque armate”, Jackson pone a conclusione la rilettura e l’adattamento del romanzo del Professore. Partito come un astuto maratoneta, il cineasta neozelandese raggiunse il traguardo zoppicando. Jackson patì infortuni durante questa sua metaforica corsa, inciampando in vista del traguardo. Ciononostante, il regista riuscì a condurre in dirittura d’arrivo il proprio lavoro. A mio giudizio, le modifiche sostanziali alla storia originale non inficiarono davvero la buona riuscita della trasposizione. Lo fece, al contrario, la troppa computer grafica, l’eccessiva CGI. Alcune scene, relative particolarmente a quest’ultimo episodio, come il conflitto consumatosi a Dol Guldur, i combattimenti di Legolas e i dissidi battaglieri tra le armate, sembrano fuoriuscite da un videogioco piuttosto che da un prodotto di stampo cinematografico. Durante lo scorrere dell’intera trilogia, si avverte meno realismo, meno cura, meno maestosità, meno impegno maniacale nel rendere ammirabili, al senso della vista, le descrizioni di Tolkien impresse su carta rispetto a quanto è stato fatto per la trilogia del “Signore degli anelli”. Ciò, tuttavia, non deve trarre in inganno e portarci ad affibbiare giudizi sin troppo severi ed ingiusti all’operato di Peter Jackson. La trilogia de “Lo Hobbit” resta un’opera di pregevole fattura ma non adamantina. Jackson volle tradurre in arte filmica il romanzo e, al contempo, edificare un ponte tra l’avventura di Bilbo e la futura peregrinazione di Frodo, un’andata ed un ritorno che coinvolse alcuni coraggiosi hobbit, partiti per un viaggio verso due “montagne” ben distinte: Erebor ed il Monte Fato.

La pellicola finale de “Lo Hobbit” si conclude così come cominciò la pellicola iniziale del “Signore degli anelli”. Ad un ritorno seguirà una prossima “andata”!

  • Andata e ritorno, un racconto hobbit di Bilbo Baggins

Sessant’anni dopo, Bilbo sta ultimando il proprio libro. Attraverso le parole scritte, lo hobbit ha reso la figura di Thorin eterna, contenuta tra le pagine bianche del suo testo in divenire. Nel silenzio di casa Baggins, Bilbo medita sul proprio vissuto. Ad eccezione dei suoi ricordi, cosa è rimasto di quell’avventura?

Una piccola cesta di tesori, tutt’altro che traboccante, una corazza leggera come una piuma e dura come le scaglie di un drago, una spada che scintilla di una luce blu quando i pericoli sono in agguato e un piccolo anello magico… segni di un trascorso che echeggia ancora nel presente.

D’un tratto bussa alla porta un curioso viandante, tanto alto e dal grigio vestito. E’ un vecchissimo amico giunto dal passato.

Voto: 7,5

Continua con la quarta parte…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere la prima parte "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" cliccando qui.

Potete leggere la seconda parte "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" cliccando qui.

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Confidenzialmente, Tolkien disse di aver intuito, per la prima volta, la magia delle parole leggendo le fiabe, poiché esse rendono l’inverosimile veritiero, l’eteroclito usuale, e costituiscono l’elogio più puro alla fantasia umana. Le fiabe più antiche nascevano dalla tradizione popolare, venivano tramandate oralmente, raccontate a viva voce, come fossero memorie fantastiche ma identificative da perpetuare di generazione in generazione. Le favole conosciute e lette dal Professore conservavano, nei loro versi, una magia immutata. Le parole, specie quando vengono fissate su carta, danno forma ad un pensiero, corpo ad un’idea, e costituiscono una via per l’immortalità. Ciò che viene impresso sul foglio non può svanire. Un ricordo, se si mescola all’inchiostro, diventa eterno. Tolkien, un po’ come lo stesso Bilbo, capì questo con l’esperienza e la maturazione. Quando decise di trascrivere le proprie memorie su pergamena immacolata, l’anziano hobbit era ben consapevole che le sue parole avrebbero reso duraturo un passato meritevole d’essere ricordato. Bilbo fece appello alle sue memorie più care per concepire il proprio componimento scritto.

Alcuni rievocano i loro ricordi con gioia, altri, invece, preferiscono evitarli, fuggendo via da essi senza mai riuscirci. Per lo hobbit, i ricordi sono uno squarcio su di un tempo andato ma dal valore mai sopito. Per Thorin, invece, i ricordi erano una ferita grondante di sangue, mai cicatrizzatasi.

Il secondo capitolo della trilogia cinematografica dedicata all’avventura di Bilbo cominciò proprio materializzando un ricordo.

  • Ombre dal passato

Il sole scese ad ovest, e su tutto calarono le tenebre. Una pioggia incessante si abbatté sul villaggio di Brea. Quella sera, il terreno, zuppo e fangoso, venne percorso da una figura tarchiata, poco più alta di uno hobbit. Si trattava di un viandante piccolo di statura ma balioso, che procedeva con aria vigile, tenendo il volto ben celato da un cappuccio.Costui osservava la realtà circostante con diffidenza e sospetto. D’un tratto, un uomo barbuto e robusto fuoriuscì da una porta, addentando voracemente una carota, prima di dileguarsi nel buio. A Brea era possibile incontrare genti diverse, persino bizzarre, provenienti da ogni parte della Terra di Mezzo. Il nostro viaggiatore segreto trovò riparo dall’acqua piovana all’interno del Puledro Impennato. Nella locanda, fra quei tavoli, tutto ebbe inizio.

L’imprecisata figura tolse la veste coprente dal capo e rivelò il proprio volto regale. Thorin si mise a consumare un frugale pasto caldo quando, al suo tavolo, ricevette la visita di un commensale inaspettato. L’intenzione di riconquistare Erebor fu concepita, a quattr’occhi, quella sera stessa. Gandalf raggiunse Thorin a Brea, dopo aver incontrato loschi individui sul suo verde cammino. Mithrandir si palesò al cospetto dell’erede del regno di Erebor, spronandolo a riconquistare la sua terra natia. In quella cupa notte, Gandalf non era sereno. Egli temeva il potere che albergava da troppo tempo in quella montagna. Qualcosa, un giorno, avrebbe potuto destare il drago, convincerlo a fungere da indispensabile alleato. Soltanto un nemico molto potente avrebbe potuto farlo, e Gandalf temeva che, costui, avrebbe fatto presto ritorno.

Lo stregone grigio invogliò, così, Thorin a richiamare i suoi alleati più fidati per formare un manipolo di eroi pronti a sfidare la furia di Smaug. Ma i nani non sarebbero bastati per ottemperare ad una tale impresa, Gandalf sapeva che sarebbe servito uno scassinatore, una creatura dal passo leggero, uno hobbit per trafugare l’Arkengemma.

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug” dà via al proprio scorrere su pellicola con una scena ambientata nel passato. L’incontro tra Gandalf e Thorin è un ricordo, per l’appunto. I ricordi, ne “Lo Hobbit”, sono fondamentali. Dopotutto, l’intera storia è un viaggio a ritroso tra le memorie di Bilbo Baggins.

 Il libro che Bilbo sta scrivendo nasce, di fatto, dalle sue reminiscenze, con l’obiettivo di rendere i suoi ricordi sempiterni. In essi, Bilbo custodisce i suoi affetti più cari, le sue amicizie, la parte più intensa del proprio vissuto. Differentemente da Bilbo, Thorin, al tempo dell’incontro con Gandalf, possiede ricordi dolorosi, taglienti come fendenti implacabili. I ricordi danno valore ad una vita, e possiedono consistenze varie, differenti, effimere, seppur tanto valenti. Essi possono essere cristallini come un diamante rilucente, ma anche foschi, obnubilanti poiché appartenenti ad un periodo oscuro dell’esistenza. Il sentiero che conduce alle memorie più profonde, talvolta, può divenire plumbeo, come se una fitta nebbia calasse lungo il tratturo che conduce al loro rinvenimento. Varcare la grigia bruma e addentrarsi verso le rievocazioni più tetre può essere doloroso e, per tale ragione, si preferisce fuggire da quei ricordi tanto indesiderati. Per Thorin, richiamare alla mente l’addio al suo amato reame equivale a valicare un regno avviluppato dal buio e dalla dolenza.

Purtroppo non si può scampare dal proprio vissuto né fuggire dai propri ricordi. Il passato più tetro può tramutarsi in un predatore feroce, digrignante, ferino come un mannaro selvaggio. Il passato di Thorin non è fulgente, esso somiglia ad una landa desolata, spoglia, taciturna. La scomparsa dell’adorato padre, l’addio alla sontuosa dimora, la perdita della corona, sono tutti eventi che hanno provato lo spirito di Thorin, il quale vive una vita a metà, prigioniero di un fosco passato e di un futuro senza speranza. Egli non può liberarsi di ciò che è stato. Il passato segue il cammino di questo viandante nanico dalle nobili origini, con un passo lesto, smorzato, tallonando l’incolume come un segugio dal manto scuro. Thorin sa che ciò che è successo anni or sono continuerà a perseguitarlo sino a quando non riuscirà a riottenere la propria terra natale. Il regno perduto di Erebor rappresenta l’ecchimosi più lacerante tollerata da questo morigerato sovrano incompiuto. La Montagna Solitaria sottratta da Smaug costituisce un tormento per Thorin; un tormento che, per l’appunto, fa eco dal passato. Per l’erede al trono di Erebor riottenere la Montagna Solitaria rappresenta l’adempimento di una faccenda rimasta in sospeso. Soltanto riconquistando Erebor, Thorin potrà venire a patti con i suoi ricordi acuminati, affilati come dardi appuntiti. Thorin teme le sofferenze di un mesto passato, Gandalf, al contrario, guarda al futuro con estrema preoccupazione.

La pellicola torna al “presente”, seguendo Bilbo e i suoi fidati compagni prossimi a fuggire dai pericoli della foresta. Il passato è pericoloso poiché non sempre resta confinato nell’oblio.

  • Presente e futuro

Ogni scelta che compiamo in vita potrà ripercuotersi sul nostro futuro e su quello dei nostri discendenti, ed i vecchi nemici che credevamo annientati potranno tornare: è ciò che l’opera di Tolkien e la trasposizione di Jackson vogliono suggerirci. Azog, l’orco pallido, fu un temibile e massiccio avversario che Thorin affrontò e sconfisse molti anni addietro. Tuttavia, la crudeltà di Azog non cessò mai di esistere, egli riuscì a sopravvivere, ed il suo odio perdurò. Così, l’orco candido poté ripresentarsi dinanzi al suo acerrimo rivale.

Il tempo, ne “Lo Hobbit”, è un pendolo oscillante tra passato e futuro. Il grigio pellegrino ha intuito che l’oscurità si è risvegliata e, differentemente, da Saruman (in segreto, già votatosi a foschi pensieri) non vuole attendere oltre. Durante l’avventura, Bilbo raccoglie un anello magico, senza poter supporre che quel piccolo gioiello non è un comune gingillo d’oro luccicante, bensì l’Unico Anello, forgiato da Sauron tra le fiamme del Monte Fato. Il ritrovamento di Bilbo, che ha sottratto quel “tessssoro” tanto prezioso dalle grinfie di Gollum, è avvenuto nel “passato”, ma costituirà un evento che si ripercuoterà sul futuro, quando Frodo erediterà tale, pesante, fardello.

Sauron è un’ombra occulta avvolta tra fiamme rosse ed infuocate, è l’incarnazione di un male che echeggia dall’avvenuto, un essere che alberga nei ricordi più spaventosi delle creature della Terra di Mezzo. Egli è un’essenza astratta, potente, ombrosa, invisibile, elusoria, apparentemente scomparsa. Egli si dissolse come fumo di un fuoco spento ma non svanì mai del tutto. Consumato dal dubbio circa l’identità di questo Negromante, Gandalf decide di abbandonare temporaneamente la compagnia per indagare sugli oscuri misteri che giacciono velati nella fortezza di Dol Guldur. Gandalf è ben cosciente che ciò che è stato scacciato, ma non estirpato del tutto, potrà ripresentarsi.

Così, lo stregone si incammina sino al cuore di una montagna, nella cui oscurità riposano le tombe dei nove re degli uomini. I sepolcri sono stati disseppelliti, la pietra è stata rotta, le celle che sigillavano le loro anime col ferro sono state infrante. I Nazgul sono liberi, ed essi rispondono ad un solo padrone. Persuaso che il Negromante sia realmente un’eco di Sauron, Gandalf giunge a Dol Guldur e fronteggia la terribile ira dell’Oscuro Signore, oramai smascherato nel suo inganno. Il grigio pellegrino viene sconfitto agevolmente, e la sagoma avvoltolata dal fuoco di Sauron si materializza. Il discepolo di Morgoth non è divenuto un grande occhio senza palpebre avvolto nelle fiamme ma è ancora un “corpo” che brucia senza divenire mai cenere, impalpabile e vedibile, nero come pece. Sauron è un’orma mai dissoltasi, la traccia di un passato che riecheggia nel presente e, ancora, nel prossimo futuro.

Da Azog a Sauron, le ombre del passato seguitano a fiancheggiare i corpi impreparati dei protagonisti, cogliendoli alla sprovvista.

  • La desolazione di Smaug

Col secondo capitolo della trilogia de “Lo Hobbit”, Jackson proseguì la trasposizione del romanzo del Professore. Tuttavia, se per il primo lungometraggio il regista neozelandese preferì, salvo alcune licenze, mantenersi fedele alla controparte letteraria, in questa seconda pellicola cambiò sostanzialmente alcune partiture della trama. Per marcare il collegamento con la trilogia del Signore degli Anelli, Jackson scelse di inserire Legolas. Orlando Bloom tornò a vestire i panni dell’elfo di Bosco Atro. Jackson e Bloom, probabilmente di comune accordo, optarono per caratterizzare Legolas in maniera differente. Sessant’anni prima degli accadimenti mostrati nella trilogia dell’Anello, Legolas è un elfo diverso, più freddo, impetuoso, a tratti persino spocchioso, meno sensibile e nobile rispetto a quello mostrato nel “Signore degli Anelli”. Jackson vuol fare di questo Legolas un ritratto giovanile e, pertanto, imperioso e meno flemmatico. Legolas è, di fatto, più combattivo e meno saggio, più spericolato e meno accorto, più battagliero e meno altruista. Il Legolas de “Lo Hobbit”, purtroppo, risulta essere un pallido riflesso, un personaggio superfluo, addirittura trascurabile. Difficile da credere, considerando l’importanza e la grandezza che il personaggio rivestirà nella prima trilogia di Peter Jackson.

La più emblematica modifica alla storia è, però, stata apportata dall’introduzione del personaggio di Tauriel. I lineamenti angelici, delicati, morbidi di Evangeline Lilly furono donati a Tauriel, elfo silvano dai capelli rossastri del regno di re Thranduil. Tauriel è legata a Legolas da un vincolo di profonda amicizia, sebbene quest’ultimo provi per lei un affetto ben più simbolico. Tauriel incontrerà Kili, uno dei nani della compagnia, e tra loro nascerà un tenero rapporto. Entrambi, nella concezione di Jackson, sono membri relativamente giovani della loro specie. Tauriel e Kili dialogano per la prima volta nelle prigioni del palazzo di Thranduil. Tauriel confessa al giovane di ammirare la luce proveniente dalle stelle. Kili controbatte, affermando di averla sempre reputata una luce fredda, remota, sin troppo lontana. Ma Tauriel è cosciente del fatto che tale luce rappresenti la memoria, sfavillante ed eternamente valida come una promessa pronunciata. Ecco che il concetto di “memoria” torna a ripresentarsi nella nascita dell’amore tra Tauriel e Kili. La memoria ed il ricordo più luminoso splendono su nel cielo, come luce di una stella che guida l’avvenire.

"Tauriel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il breve dialogo che coinvolge Tauriel e Kili li avvicina. L’elfo femmina nota la sensibilità del giovane, caratteristica non certo identificabile con facilità in un nano. L’infatuazione amorosa che si svilupperà tra l’elfo femmina e il nano sarà immediata.

Jackson tenta così di abbattere le barriere che separano due razze divise, negli scritti di Tolkien, da un’aspra inimicizia e da una persistente antipatia. Il Professore generò il rapporto tra elfi e nani come ricco di dissapori e avversioni insuperabili. Gli elfi e i nani si evitavano ben volentieri senza mai provare ad avvicinarsi e a conoscersi. Legolas e Gimli, durante gli eventi della Guerra dell’Anello, spezzeranno quest’antica ostilità, legandosi vicendevolmente in un rapporto d’amicizia inossidabile. Jackson prova a ripetere quanto creato dal Professore, cambiando però lo scenario ed il modo in cui due esseri appartenenti a due razze così diverse si rapportano tra loro. Egli, pur consapevole dei rischi e delle critiche a cui andrà incontro, non vuole immaginare un’amicizia, bensì un amore. E’ possibile che tra Tauriel e Kili possa esistere un sentimento così puro e coinvolgente?

A questo quesito, Jackson risponde positivamente. Il sentimento che si instaurerà tra i due sfortunati, ed impossibili, innamorati è reale, pertanto possibile. Ciononostante, la tragica fine cui andrà incontro Kili rovescerà ogni destino sperato, come a testimoniare, in verità, un esito negativo.

"Re Thranduil" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Eredità

A Pontelagolungo, località sita a sud di Erebor, vive Bard, un umile chiattaiolo. Anche su Bard pesa l’eredità di un passato tormentato. Suo è l’antenato che non riuscì a fermare il drago quando questi spazzò via le esigue resistenze di Esgaroth e espugnò la Montagna Solitaria. Bard ha ereditato l’ultima freccia dalla punta nera in grado di perforare le scaglie di drago. Quella freccia, che Bard tiene nascosta nella sua casa, gli ricorda un triste fallimento. Bard, similmente ad Aragorn che paventava la debolezza di Isildur miscelata al suo sangue, trema al pensiero che anche su di lui possa “scorrere” il fato avverso e sfortunato patito dal suo predecessore.

Le ombre e le paure avvolgono Bard, rappresentato dall’impeccabile Luke Evans come un eroe del popolo, che si erge sulle malefatte del potere schiacciante ed oppressivo incarnato dal governatore. L’arciere sa cosa accadrà nel caso in cui Thorin dovesse riuscire a varcare la soglia di Erebor, e teme l’imminente rivalsa di Smaug. Dinanzi alla promessa fatta da Thorin di concedere, agli abitanti di Esgaroth, una parte sostanziosa del tesoro che giace nella montagna, la missione della compagnia di Bilbo viene accolta e benedetta dal popolo ingenuo e dal governatore avido. Il “nocchiero” di Pontelagolungo è il solo a non subire il fascino dell’oro, in una fase della storia in cui i più si faranno accecare dal suo luccichio. Bard, che ha perduto la propria sposa, l’amore più grande della sua vita, possiede il proprio tesoro negli occhi e nelle bocche dei suoi figli, beni più preziosi di qualunque monile inestimabile.

Durante l’avanzata della compagnia verso Erebor, Tauriel e Legolas raggiungono la regione che giace ai piedi della Montagna Solitaria.  Ivi, Tauriel trova Kili ferito gravemente da una freccia avvelenata. Usando l’Athelas, le lunghe Foglie di Re capaci di promanare un effluvio rinfrescante di calma e pace, l’elfo femmina salverà Kili. Il nano, in quei frangenti per lui tanto confusi e annebbianti, vedrà una luce radiosa cingere il volto della sua salvatrice. Kili contempla Tauriel conformarsi al bagliore rilucente delle stelle. Tauriel, per Kili, è divenuta memoria, come luce brillante di un corpo celeste, un ricordo d’amore destinato a rinfrancare il suo cuore stanco. Poco dopo, Kili si sveglierà, e confesserà di aver visto la sua Tauriel. Tuttavia, egli dubiterà della sua reale presenza. - Non poteva essere davvero lei, poiché ella è lontana, tanto lontana da me – similmente ad una stella della volta celeste così distante da un’anima mortale da poterla solamente ammirare e… rimembrare. Kili comprende così che la luce ammirata dagli elfi silvani non è affatto fredda, ma colma di un calore lucente come il ricordo del viso di un’innamorata.

Quando Bilbo entrerà nella sala del tesoro si troverà al cospetto del drago sputafuoco, destatosi dal suo sonno e spogliatosi dalle sue coperte d’oro. Smaug ha avvertito la presenza dello hobbit, pur non avendo mai fiutato la sua specie. Sfruttando la sua abile dialettica e facendo valere la sua mastodontica stazza, il drago farà uscire Bilbo allo scoperto. Thorin seguirà il suo minuto amico poco dopo, bramando con insano desiderio l‘Arkengemma. La tentazione patita da suo padre e da suo nonno prima di lui peserà sul destino di Thorin. Anch’egli, come accaduto ai suoi padri, sta lentamente perdendo la ragione.  L’arkengemma, come l’Unico, riesce a corrompere l’animo dei puri. Smaug ne è cosciente, e quasi medita di cedere il gioiello dei re nanici al figlio di Thrain, solamente per guardarlo perdersi in una pozza dorata, ingurgitante di avidità.

"Smaug" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ancora una volta un evento accaduto nel passato torna a riverificarsi. Thorin comincia a cadere come avvenuto ai re che lo hanno preceduto. La storia, alle volte, trova, drammaticamente, il modo di ripetersi.

Continua con la terza parte…

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Bilbo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Un libro rosso

Anni addietro, una persona a me molto cara volle farmi una confessione. Mi confidò che il ciclo generativo della scrittura ha il proprio picco di fertilità alle prime luci del nuovo giorno. Con la suddetta affermazione, questo “qualcuno” volle suggerirmi di mettermi a scrivere nelle prime ore di ogni giornata. Il mattino è, infatti, il momento più idoneo per partorire concetti ed idee che potranno essere tradotti in parole e frasi. Negli anfratti del pensiero umano, dove la fantasia germoglia come un seme nel terreno, ragione e immaginazione, sovente, riescono a congiungersi in un tutt’uno. Al sorgere del giorno, la mente di uno scrittore, epurata dalle superflue distrazioni del dì antecedente, è rinvigorita dal sonno della notte. I pensieri scaturiscono, così, senza eccessiva ponderazione, superano gli argini come un fiume in piena, zampillano dalla mente alla carta con trascinante intensità. Il mattino è il momento giusto per cominciare a scrivere ciò che, per troppo tempo, è rimasto confinato tra i remoti angoli dei ricordi. A pensarci bene, anche un particolare “romanziere” alle prime armi era solito “scribacchiare” appena alzatosi dal letto, quando i raggi del sole illuminavano le pianure verdi e le limpide acque del fiume Brandivino.

Molto ma molto tempo fa, questo anziano “signore” era intento a scrivere il suo libro, all’alba di un giorno davvero speciale. In quel dì, questi compiva 111 anni, eppure il suo volto non dimostrava affatto un secolo di vita e poco più. Il tempo, per il nostro “uomo” dall’aspetto minuto, pareva essersi fermato. In verità, tale provetto scrittore non era propriamente un “uomo”, bensì un “mezzuomo”, e si chiamava Bilbo Baggins. Bilbo era un hobbit e viveva nella Contea, uno dei luoghi più belli ed incontaminati di tutta la Terra di Mezzo.

Quel mattino, Bilbo se ne stava nella sua casetta a rievocare trascorsi andati e mai obliati. La casa di Bilbo era un buco scavato nelle collinette di Hobbiville. Non era certo un buco brutto, impregnato di puzzo maleodorante, scabro, arido e spoglio, ma un buco hobbit, e quindi comodo, ospitale, gradevole per viverci. Le case degli Hobbit erano graziosissime. Dall’esterno, esse avevano la forma di piccole grotte, con una porta d’ingresso tonda come un oblò al cui centro vi era posto un pomello d’ottone sempre tirato a lucido. All’interno, invece, le stanze e i corridoi somigliavano ad ampie e capienti gallerie, cunicoli accoglienti e confortevoli.

Nel lungometraggio “Lo hobbit – Un viaggio inaspettato”, la storia di questo hobbit centenario comincia proprio all’interno della sua adorata casa. Bilbo siede al tavolo da lavoro, tutto assorto a rimembrare circa un’era lontana ma mai dimenticata. La scrivania di Bilbo è rivolta verso la finestra, come se lo hobbit avesse bisogno di guardare fuori, verso il paesaggio verdeggiante della Contea, per trarre ispirazione nel comporre il proprio testo in divenire.

Quelle ore tanto speciali, Bilbo le passò a trascrivere con acutezza visiva le proprie memorie sotto forma di racconto avventuroso. Teneva tra le mani un plico di fogli bianchi e, sul tavolo, una penna d’oca da intingere nell’inchiostro fresco e scuro contenuto in una boccetta di vetro. I fogli li aveva ordinati per farne pagine di un libro dalla copertina rossa. Il volume, rilegato in pelle, era delicatissimo al tocco. Il colore scarlatto e gli elementi ornamentali che lo decoravano erano capaci di rapire anche il più fugace degli sguardi. Quel libro invogliava chiunque lo osservasse a farsi sfogliare. Frodo, il nipote di Bilbo, dava spesso una sbirciatina prima del dovuto, e Bilbo puntualmente s’infuriava, perché la sua opera era ancora incompleta.  “Non è ancora pronto!” - brontolava. “Pronto per cosa?” – domandava il nipote. “Essere letto!” - concludeva il vecchio hobbit dalla faccia ancora giovane.

  • Se più persone considerassero la casa prima dell’oro…

La storia di Bilbo vede la luce all’interno di casa Baggins. La casa, intesa come luogo in cui vivere, stabilirsi, mettere radici, appartenere, identificarsi, è una delle tematiche preminenti dell’opera letteraria e dell’adattamento cinematografico. Bilbo è innamorato di casa Baggins e lo sarà per sempre. Egli la difenderà con tutte le sue forze dalle arriviste intenzioni dei suoi antipatici cugini, i Sackville-Baggins, che più volte tenteranno d’impadronirsene. La casa, per Bilbo, è un luogo di riparo, un rifugio in cui potersi sentire al sicuro. Senza una casa, immaginata come uno spazio in cui identificarsi, si corre il rischio di non appartenere realmente a niente, di essere pellegrini, nomadi, vagabondi in una terra senza alcuna corrispondenza. La casa non è soltanto un ambiente in cui vivere ma un “regno” in cui potersi sentire realizzati, unici, se stessi. I nani che Bilbo incontrerà in giovinezza non possiedono dimora da svariati decenni, e sentono di non appartenere a nulla. E’ una mancanza assoluta, intollerabile, quella che affligge i nani della dinastia di Durin, scacciati e costretti ad errare fino a che la morte non li reclamerà.

Bilbo ama perdutamente la sua casa e, quando rievoca il passato, tiene anzitutto a descrivere cosa essa simboleggia per lui, ovvero un “buco” confortevole, profumato, repleto di cibo... e dove vivere felici. Il passato si materializza sotto i nostri occhi durante la visione del film: di colpo, un giovane Bilbo compare nel mentre si gode la brezza, oziando, nel suo giardino. Bilbo si presenta come un tipo casalingo, abitudinario, pigro e dormiglione. Adora restare seduto sulla sua poltrona, fumare l’erba pipa, osservare lo sviluppo, giorno per giorno, delle piante che cura nel proprio orticello. Del resto, tutti gli hobbit hanno un debole per quello che cresce.

Quando incontra Gandalf, accorso alla sua porta per invitarlo a partecipare ad un’avventura, Bilbo gli ricorda che le avventure non sono affatto cose che riguardano gli hobbit, poiché fanno far tardi a cena. Bilbo fa della consuetudine uno stile di vita. Come tutti i mezzuomini, adora mangiare, godersi l’intimità della propria abitazione, il buon cibo ed il tepore di un soggiorno riscaldato dal fuoco del camino. Bilbo è tutto fuorché un avventuriero spericolato. Gandalf, coi suoi occhi attenti, scruta qualcosa di celato, un’indole caratteriale segreta che neppure Bilbo conosce di se stesso. Gandalf lo ricorda quando era un bambino, un hobbit minuscolo ma impavido, dal passo leggero, curioso di esplorare il mondo esterno. Questo spirito “picaresco” Bilbo lo ha perduto durante la crescita. Egli si è adattato alle quotidianità, alla routine dei suoi simili, tutte creature inseparabili dal loro ambiente natio. 

Gandalf, però, è cosciente che le attitudini dimostrate in gioventù da Bilbo possano riemergere e, così, sprona il suo nuovo amico a seguirlo e a coadiuvare un manipolo di tredici nani, bisognosi del suo intervento. Quella sera stessa, i nani raggiungono casa Baggins, e, sotto lo sguardo incredulo di Bilbo, “saccheggiano” la sua dispensa. Tra risate, alzate di calici, brindisi, bevute alcoliche e ingurgitamenti voraci, Bilbo conosce quelli che diverranno i suoi amici più cari. D’un tratto, alla porta, bussa il capo della compagnia: Thorin, Scudodiquercia. Thorin è l’erede al trono di Erebor, ed è intenzionato a riconquistare la Montagna Solitaria, espugnata molti anni prima da Smaug, un drago sputafuoco. Nelle viscere della montagna, riposano le immense ricchezze dei nani, tra cui l’Arkengemma, il più prezioso dei gioielli dei figli di Aulë.

  • Un drago, una maledizione

Smaug è un drago cruento e terribile. La sua figura alata non appare nel primo lungometraggio. Sebbene resti fuggevole alla vista, Smaug lascia che sia possibile avvertire la pesantezza del suo alito incandescente, la potenza del suo volo distruttivo, il calore del suo soffio infuocato. Smaug è un drago che non possiede residenza. Esso è un signore dei cieli, e le sue ali gli permettono di volare ovunque voglia, di spadroneggiare sul suolo terrestre dall’alto. Smaug, come ogni altra creatura alata, dovrebbe trovare su, nell’azzurro della volta celeste, il proprio ambiente prediletto. Ciononostante, i draghi, secondo il credo fantastico di Tolkien, bramano l’oro più di ogni altra cosa. Smaug si impadronisce di Erebor per farne la sua dimora, dalla quale non verrà più via. Avrebbe potuto avere il cielo come casa, ma Smaug preferì privare del loro reame i nani, coloro che il cielo fanno fatica a scorgerlo, poiché infatuati delle profondità segrete della terra.

Le distese dorate delle sale dei re di Erebor divennero il giaciglio di questo drago. Smaug si addormenterà in quelle lande siffatte di monete e gioielli, e farà di quei cumuli di gemme le proprie fredde coperte. Quello che nessuno può intuire è che una maledizione grava sulla montagna e su tutto quell’oro. Una dannazione che non ottenebrò il cuore già pietrificato di Smaug, ma che potrà irretire chiunque riesca a valicare i confini del massiccio montuoso.

"Thorin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Thorin, un re senza corona

Thorin, come suggerito dall’ottima interpretazione di Richard Armitage, si mostra sin da subito come un nano austero e dallo sguardo intransigente. Scudodiquercia, nel film di Jackson, palesa sin dal principio un carattere arcigno che, a lungo andare, peggiorerà. La lontananza forzata dal suo regno, il senso di abbandono e di impotenza patiti dinanzi alla venuta del drago, contro cui non ha potuto far nulla, hanno indurito il cuore del figlio di Thrain. Thorin, per troppi inverni, non ha avuto una “casa”, la sua casa, e questo ha adombrato la serenità della sua maturazione. Thorin soffre il fatto d’essere un re senza corona, un sovrano privato del proprio reame. Egli è, conseguentemente, iracondo, sospettoso, e solitario. Thorin testimonia come un evento drammatico possa compromettere lo spirito di un “uomo” di buon cuore. Il Thorin di Armitage è testardo, tende a non fidarsi di nessuno, specialmente degli elfi, e a sottovalutare il valore di Bilbo.

Bilbo, umile hobbit della Contea, possiede in casa Baggins un luogo in cui potersi riconoscere; Thorin, al contrario, è un nobile privato però del suo “castello” e, per tale motivo, incapace di identificarsi nel suo ruolo di re dei nani. Thorin avverte, come un peso che gli dilania il cuore, l’incompiutezza della sua vita. Egli è un re senza un regno, un monarca senza un popolo a cui dare protezione, un "uomo" consapevole di un destino a cui non può ascendere. Lontano da Erebor, Thorin è un esule, un “ramingo” costretto a tollerare un’eterna manchevolezza. Nelle mura di pietra della Montagna Solitaria, nel trono semi-distrutto da un artiglio di Smaug, Thorin ha smarrito il frammento più grande del suo cuore, sussultante di luminosa speranza come l’Arkengemma.

  • Un viaggio inaspettato

Le migliori decisioni, come le più belle idee che ispirano la scrittura, arrivano al mattino presto, dopo una notte di riflessione e di buoni consigli. Bilbo, all’alba, si sveglia di soprassalto e accetta, sorprendentemente, di seguire Gandalf e i nani. Egli abbandona così il focolare domestico, e corre verso le propaggini della Contea. Bilbo lascia la sua casa per aiutare i nani a riottenere la loro.

Peter Jackson, in questa prima pellicola, traspone oculatamente le atmosfere del testo di Tolkien. Il regista neozelandese cattura l’essenza del romanzo e la riversa nell’opera filmica, dimostrando d’essere un traduttore di prim’ordine nel “parafrasare” versi scritti in sequenze visive. Prima di eccedere in grossi cambiamenti e di mettere mano al successivo sviluppo narrativo dei restanti due episodi, Jackson ne “Un viaggio inaspettato” rende merito, con valevole pregevolezza, alla controparte letteraria. Cionondimeno, il cineasta era ben cosciente di non potersi limitare a trasporre. Jackson sapeva che sulla trilogia de “Lo Hobbit” avrebbe gravato l’eredità del “Signore degli Anelli”.

Tolkien scrisse “Lo hobbit” ben prima di creare “The Lord of the Rings”. “Lo Hobbit” si sarebbe rivelato il lavoro iniziatico di una complessa cosmogonia, una mitologia estremamente densa, ricca, sfaccettata.

Jackson si trovò a compiere un percorso diametralmente opposto rispetto a quello del Professore. Tolkien partì da un racconto fiabesco per poi giungere ad un romanzo maestoso, Jackson dovette fare l’esatto contrario. Peter realizzò, dapprima, una trilogia monumentale che, inevitabilmente, avrebbe richiesto ai suoi prequel di mantenere toni simili e, di fatto, epici. Jackson, per omologare le due trilogie e dare continuità alla sua visione, fu “costretto” a tentare di modellare una fiaba ai canoni maestosi della trilogia dell’anello, con tutti i rischi e le difficoltà del caso. Scelta saggia, dunque, quella di introdurre, parallelamente alla storia di Bilbo, gli accadimenti riguardanti l’avvento di Sauron e il suo lento, sinistro, ritorno nella Terra di Mezzo. “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” centra un ottimo equilibrio tra “favola” e “epicità”, soffrendo però l’uso strabordante della computer grafica che minerà il realismo del film.

La Terra di Mezzo immortalata da Peter è bella e radiosa, serena e incantevole. I secoli oscuri sono passati e Arda è, al tempo dell’avventura di Thorin e dei suoi congiunti, un mondo in pace. Questo viene certificato dalle prime fasi del viaggio dello hobbit che, in sella ad un pony, contempla le meraviglie di un paesaggio splendido. Ma credere che Terra di Mezzo sia un luogo sicuro è un’illusione e, presto, Bilbo lo scoprirà. Gli orchi si spingono sino alle terre presidiate dagli elfi e attaccano i nani, i troll di montagna procedono sino ai boschi, la progenie di Ungoliant appesta le foreste con il suo incedere tarantolato. Qualcosa di oscuro si è messo all’opera e le forze del male lo avvertono. La presenza di un essere tetro, un Negromante, che si materializza tenebrosamente nella roccaforte di Dol Guldur, mette in allarme Gandalf, il quale tenterà di convincere il Bianco Consiglio ad esplorare l’antica fortezza per scacciare qualunque entità si nasconda in essa.

Le intenzioni di Jackson appaiono cristalline: narrare la venuta di Sauron, massimo antagonista del Signore degli Anelli, e creare così un legame inscindibile tra le due trilogie. A minare, tuttavia, l’equiparazione tra “Lo Hobbit” e “Il Signore degli anelli” è l’estetica plasmata da Jackson. L’uso eccessivo della CGI, gli effetti speciali sin troppo invasivi e la computer grafica sfruttata con eccessiva frequenza rendono il film differente, e le ambientazioni poco amalgamate alle medesime della prima trilogia.

Jackson, sapientemente, non sacrifica nulla, cosciente di poter dosare le tempistiche su tre lungometraggi dalla corposa durata. Egli non dimentica, dunque, di porre l’attenzione su alcuni dei momenti più importanti della vita dei protagonisti. La scoperta di Pungolo, la spada che poi Bilbo donerà a Frodo nel suo viaggio verso il Monte Fato, e l’approdo a Gran Burrone, reame di re Elrond, saranno alcuni dei frangenti più interessanti eternati in arte filmica da Jackson.

"Gollum" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Bilbo procede nel suo cammino, mirando, in principio, le bellezze e, in seguito, gli orrori spaventosi che si celano nei meandri delle terre selvagge. Nel suo lungo e impervio viaggio, Bilbo si imbatterà anche in Gollum, l’orripilante portatore dell’unico anello, a cui sottrarrà quel tesoro tanto prezioso.

"Gandalf" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Gandalf, perché lo Hobbit?

Sebbene Gandalf e Thorin rivestano ruoli di spessore, il Bilbo di Martin Freeman (attore straordinario) rappresenta la sostanza del primo lungometraggio della Trilogia.

Gandalf, pur essendo il più valoroso tra gli Istari, ammette di aver paura di ciò che si cela nelle terre desolate di Mordor. Gandalf sceglie Bilbo per il suo coraggio, consapevole che, più spesso di quel che si creda, in un essere così piccolo è possibile rinvenire la forza più grande di tutte, quella che mantiene, giorno per giorno, il male sotto scacco: la bontà e la misericordia dei gesti comuni e altruistici. Gli hobbit, nel loro agire abitudinario, offrono spesso dolcezza, bontà, amore, caratteristiche che fanno sentire ogni “straniero” senza un tetto sulla testa a casa propria, protetto, accudito e felice. La pietà che Bilbo avrà nei riguardi di Gollum, creatura dall’aspetto smunto e dal colorito mortifero, deciderà il fato di molti e si ripercuoterà sulle vicissitudini del nipote Frodo.  Bilbo è una persona dalla fisicità esigua, dall’animo impaurito, ma muterà molto nel carattere e nel modo di fare. Bilbo, come tutti gli hobbit concepiti dall’inchiostro immaginifico di Tolkien, è una creatura piccola, che però sarà destinata a compiere imprese grandi. Egli sarà un sassolino cadente che, all’impatto, genererà una valanga. Bilbo cambierà le vite di Thorin e di tutti i suoi familiari.

Al termine di una notte tumultuosa, su di una rupe da cui è possibile scorgere Erebor, Thorin implora Bilbo di perdonare i suoi errori: sarà la nascita di una grande amicizia, sorta anch’essa all’alba di un giorno come tanti. 

La Montagna Solitaria attende il ritorno del suo re. Ma laggiù, tra i silenti tunnel di Erebor, un respiro di drago scuote le sopite prosperità del regno. Una palpebra si schiude: Smaug è sveglio!

Continua con la seconda parte…

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Articolo d’approfondimento da leggere insieme alla recensione “King Kong – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…” che trovate qui.)

Secondo la tradizionale accezione negativa, la “bestia” anela ad avere la bella per farne la sua compagna, condannandola ad un’esistenza dannata o ad una morte certa. L’agire del mostro è sospinto dall’egoismo di avere la donna tutta per sé piuttosto che da quel sentimento d’altruismo che induce a volerla solamente ammirare, essendo esso nell’impossibilità di perseguire l’idea di un amore atto a proteggere l’amata ancor prima di poterla sfiorare.  Il mostro non può davvero provare ciò che solo l’uomo ha in dono, ovvero l’amore, essendo esso destinato sin dal principio a dover campare col perenne desiderio, poiché intrappolato a metà tra la mostruosità del suo aspetto e l’istintività del suo sentimento. Nel 1933 si tentò di mutare il carattere arcaico e selvaggio del mostro, il quale, osservando la bella, non provò soltanto l’impulso primordiale e fisico di averla, ma se ne innamorò perdutamente, tanto che tale innamoramento esigette la sua vita: al cinema, uscì “King Kong”.

  • L’origine

La creazione di King Kong fu chiaramente diversa dalla concezione del classico mostro Hollywoodiano. Kong era la rappresentazione colossale dell’unico esemplare di una specie ormai estinta, vissuta sull’Isola del Teschio, un luogo avvolto da una fitta nebbia, dove le creature che dominavano la terra, milioni di anni addietro, sono riuscite miracolosamente a sopravvivere, continuando a calcare il suolo di quel suggestivo paradiso preistorico. Kong è l’esaltazione massima dell’evoluzione del Gigantopiteco, ultimo sopravvissuto alla decimazione della propria specie avvenuta a seguito di cataclismi naturali e di predazioni da parte di enormi carnivori, discendenti diretti dei più feroci dinosauri. Scampato alla morìa dei suoi simili, Kong ha vissuto da sempre nell’amara solitudine e nella brutalità di un’esistenza devota alla continua lotta per la sopravvivenza. Quando la storia del lungometraggio ha inizio, Kong ha oltrepassato la soglia dei cento anni. Le grandi scimmie come i gorilla sono animali estremamente sociali e vivono in piccoli nuclei familiari. La solitudine che Kong patisce appare ancora più drammatica se viene considerata la sua appartenenza ad una specie che fa della cooperazione sociale un collante imprescindibile dell’esistenza. La “pelliccia” del maestoso “re” è brizzolata, con alcuni tratti di peluria tra il grigio e il bianco. In un’esistenza così triste e solitaria il colossale primate non ha mai conosciuto alcuna empatia né una vera forma di amore.

Poster ufficiale del film originale

 

A causa delle sue dimensioni mastodontiche e della sua forza devastante, Kong è temuto e venerato dagli indigeni dell’isola che vivono vicino alle rive del mare all’interno di gigantesche mura erette per proteggersi dai grandi predatori. Per placare l’immane sofferenza dell’animale, gli autoctoni offrono in sacrificio, una volta l’anno, come “sposa” promessa, una donna della tribù. Terrorizzate dal destino che le attende, le giovani, affidate alla bestia, tentano sempre di fuggire per poi trovare inevitabilmente la morte a causa delle tante insidie dell’isola o per mano dello stesso Kong, che finisce poi per ucciderle, magari senza averne l’intenzione, ma solamente per l’enorme disparità di mole che intercorre tra i due. La bestia viene pertanto rappresentata come un essere truce, sinistro, sanguinario, condannato per sempre ad una vita di solitudine.

Kong ed Ann in una scena del classico del 1933

 

  • La scelta del film da trattare

Tre sono le massime opere dedicate alla bestia: quella del 1933 fu la prima apparizione del gigantesco primate al cinema. Tutt’oggi questa versione viene ritenuta all’unanimità come un capolavoro della storia del cinema. Il film degli anni ’30 fu infatti il caposcuola di un genere che accenderà le passioni cinematografiche degli autori futuri, ispirati proprio dai canoni estetici e dalla sapiente combinazione degli elementi narrativi presenti all’interno della pellicola. L’opera del ’33 contemplava innumerevoli fattori: un’avventura mischiata ad una vena drammaticamente romantica, il fascino di un’ambientazione esoterica associata, sul finale, alla contemporaneità di un paesaggio urbano, l’effetto speciale della proiezione miniaturizzata combinato con la tragicità di una storia in grado di offrire persino una chiave di lettura critica alla società capitalista del periodo. Si trattava di una lavorazione senza precedenti. La seconda versione che merita d’essere menzionata è quella del 1976, in cui Jessica Lange esordisce sul grande schermo, offrendo le proprie splendide fattezze al ruolo della “bella” amata dalla bestia. Quest’ultimo adattamento merita un’analisi più incentrata al lavoro tecnico che all’aspetto poetico del film in sé, soprattutto per l’eccezionale operato svolto da Carlo Rambaldi, che creò un gigantesco Kong meccanico alto 12 metri che valse al genio italiano l’oscar per i migliori effetti speciali. Tuttavia, questa trasposizione non mantenne la grazia della precedente, spostando la storia all’età contemporanea, disfacendo l’aspetto sociale e politico di un’America gravata dalla grande depressione.

Il King Kong del 1976

 

L’ultima versione degna di un vasto apprezzamento fu quella del 2005 diretta da Peter Jackson che restituì alla storia il fascino perduto dell’epoca d’inizio Novecento. Opto per una scelta stilistica personale di dedicare gran parte di questa recensione al film del 2005, poiché lo trovo sorprendentemente più poetico dell’originale, il quale, dal canto suo, seguita naturalmente a conservare una certa carica d’assoluta innovazione. Trovo però che l’adattamento di Jackson traspiri di una lirica idilliaca e persino fiabesca, con evidenti richiami agli aspetti più astratti e agli ideali più profondi della favola de “La bella e la bestia”. Il film non antepone mai la spettacolarizzazione della scena a discapito del romanticismo terso e innocente, segno di come il prodotto di Jackson sia stato confezionato con la dedizione e la passione di un cineasta che ha adorato il lungometraggio originale, non potendo che omaggiarlo, offrendone una rilettura permeata da un sentimentalismo alquanto amorevole. Da qui, pertanto, proseguirò commentando la storia attraverso le immagini della pellicola firmata dal cineasta neozelandese.

Naomi Watts è Ann Darrow nella pellicola del 2005

 

  • Il commento alla storia

Durante la grande depressione americana, una bellissima attrice chiamata Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) viene assunta da Carl Denham (un egoistico Jack Black), un regista di poco talento in crisi produttive che la convince ad essere la protagonista del suo nuovo lungometraggio esotico. Ann accetta quando le viene detto che il copione è scritto da Jack Driscoll (Adrien Brody nel suo periodo di maggiore splendore), un drammaturgo che lei ammira. La troupe di Denham parte verso l'Oceano Pacifico alla volta dell’Isola del Teschio, una leggendaria terra non segnata sulle carte di navigazione. Durante il viaggio, tra lo scrittore e la bella attrice sboccia un forte legame. Giunta sull’isola, la troupe si imbatte immediatamente negli inquietanti abitanti del luogo, primitivi e violenti assassini. I selvaggi sembrano subito interessarsi ad Ann: l’afferrano mentre tentano di uccidere gli uomini dell’equipaggio. Quello che Ann non può immaginare è che in quei precisi istanti viene scelta dalla colonia per essere promessa al mostro. Scampati al massacro, Jack e gli altri fanno ritorno sulla nave per partire il prima possibile da quel luogo che definirlo inospitale sarebbe un eufemismo. La donna, però, viene rapita dagli indigeni, e portata all’interno del loro villaggio, adornata con ornamenti simbolici, tra cui una collana, e legata fuori dalle alte mura della recinzione. Jack giunge in ritardo per strapparla alle intenzioni della tribù, ma rimane come impietrito quando dalla folta vegetazione emerge King Kong (Andy Serkis, che ricrea magistralmente le movenze dell’animale), che afferra Ann e la porta via, scomparendo tra i grandi alberi della giungla. Jack inizia la sua corsa contro il tempo per raggiungere Ann e salvarla da quella che crede essere una morte sicura.

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza ovviamente teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca sempre di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra nuovamente e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con i suoi feroci ruggiti. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano a vicenda, tentando di carpire un accenno delle rispettive volontà. Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che, per placare l’agitazione della bestia, la intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito dai movimenti della donna. Senza che Ann se ne renda conto, lo sguardo dell’animale comincia a perdersi sul volto lindo, delicato, ma sempre impaurito della ragazza fatta prigioniera.

Ann, sfuggita nuovamente al mostro che si era temporaneamente allontanato, viene assalita da tre vastasauri, evoluzioni dirette del terrificante Tirannosauro. Ann sembrerebbe prossima alla morte, ma King Kong giunge in tempo e si frappone tra i carnivori e la donna. In una battaglia tra colossi, il gigantesco gorilla si batte con i dinosauri impedendo costantemente loro di avvicinarsi alla ragazza per divorarla. Ann viene così salvata ripetute volte, e sempre a pochi attimi dalla fine, proprio dai tempestivi interventi di Kong. Il gorilla, pur di custodire la giovane tra le sue mani, si lascia ferire dalle fauci dei V-Rex, i quali, nel tentativo di sbranare la donna, finiscono per azzannarlo. Le mani di King Kong, che prima erano una sorta di inespugnabile “gabbia” per la giovane, diventano un confortante riparo dal pericolo incombente. La bestia incarna di colpo i connotati del valoroso, sicché brutale, eroismo, battendosi a ritmi frenetici. Dopo aver abbattuto cruentemente i suoi efferati nemici, Kong rivendica la propria supremazia sull’isola, ruggendo ferocemente. E’ interessante notare come gran parte delle riprese del combattimento siano totalmente ispirate, nel posizionamento della camera, ai combattimenti della pellicola degli anni ’30.

Kong riprende con sé Ann, portandola fino al suo rifugio, situato sul picco di una montagna che dona alla creatura la vista sull’intera isola. Sulla sinistra, a pochi metri da dove Kong si poggia, una piccola cascata scorre verso la vallata. Ann nota l’animale intento ad osservare il calar del sole, e afferma che tutto questo “è bellissimo” sfiorandosi più volte il cuore. Un fato crudele ha voluto che Kong diventasse un anacoreta, costretto a rifugiarsi in un eremo lontano, a rimirare il sorgere e il calare del sole come sola fonte di sollievo. Il mostro, spossato dalle battaglie sostenute, apre la propria mano in direzione di Ann che si distende su essa e si addormenta. Kong la regge stretta a sé, accarezzandola, come se provasse addirittura a cullarla. Nei mossi capelli colorati d’oro della fanciulla, Kong rivede il sole radioso della sua isola, il suo amorevole conforto.

A notte inoltrata, Jack raggiunge Ann e fa per tenderle la mano nel momento in cui lei sta per svegliarsi. La camera si sposta centralmente, mostrando i due corpi protratti nell’atto di toccarsi mentre King Kong dorme. I due adesso stanno per sfiorarsi quand’ecco che Kong si sveglia e scosta Ann poco prima di aggredire l’uomo. Uno stormo di grandi pipistrelli, proveniente dalla caverna, si alza in volo, e attacca il gorilla che nella colluttazione perde di vista Ann e Jack, i quali riescono a fuggire, gettandosi nel fiume. Un Kong furioso si lancia immediatamente al loro inseguimento, arrivando in prossimità del villaggio. Devastato il grande portale posto al centro della recinzione, Kong irrompe sulle sponde dell’isola e vede Ann allontanarsi in barca.  Disperato, King Kong tenta di gettarsi in acqua per raggiungerla. Carl però lo colpisce, lanciandogli contro una bottiglia piena di cloroformio che addormenta la bestia. Poco prima di addormentarsi, i suoi occhi sostano per qualche istante sulla figura di Ann in lacrime. Esso le tende la mano, in un ultimo, commovente tentativo di poterla ancora toccare. Ormai privo di sensi, disteso sugli scogli battuti dalle onde del mare, quello che verrà considerato come “l’ottava meraviglia del mondo” viene fatto prigioniero e caricato a bordo di un mercantile diretto in America.

Kong viene allontanato dalla sua terra natia per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. La bestia viene presentata al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Jack, disgustato dal trattamento riservato ad una creatura così unica, si rifiuta di cedere il proprio nome alla compagnia e Ann, anch’ella turbata dai recenti avvenimenti, abbandona la vecchia troupe, per diventare un’anonima ballerina di danza classica. La figura della donna agognata dal mostro viene sostituita da una controfigura somigliante ad Ann. Kong riconosce immediatamente che la donna che ha di fronte non è la sua compagna e, innervosito dai flash dei fotografi, spezza le catene e si libera. Ormai privo di alcun freno, la bestia comincia ad abbattere tutto ciò che le si para davanti, devastando la platea. Fuoriuscito dal teatro, King Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. L’animale afferra ogni donna dai capelli biondi che gli si presenti davanti nella speranza di ritrovare la sua Ann. Kong è implacabile ma d’improvviso i suoi sensi si quietano: ha infatti intravisto Ann, che avanza lentamente verso di lui, indossando un lungo vestito bianco. La donna, commossa e spaventata, sa di essere l’unica in grado di domare la bestia. King Kong le si avvicina, e i due così distanti, tentano di approcciarsi nuovamente, sfiorandosi appena.

  • L’ultima notte

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann, che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. King Kong ritrova finalmente la donna che aveva perduto poco prima di lasciare quell’isola che da sempre fu la sua sola dimora. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione crudele, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia, che, indugiando per qualche istante e calando vertiginosamente la mano, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve depositatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Trascinati dal terreno scivoloso, King Kong resta catturato dalla bellezza della sua dama in un lento passaggio che certifica la poetica romantica dell’animo dell’animale. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong.

  • …e la bestia fu come morta

L’animale intuisce il pericolo e allontana Ann. La donna supplica la bestia di tenerla con sé perché sa che fino a quando resterà vicino a lei non potranno colpirlo. Quel mostro, da cui in principio scappava impaurita, è divenuto adesso, agli occhi di Ann, una vittima. La vittima di un amore tanto profondo quanto impossibile. King Kong spinge via la donna e affronta coraggiosamente gli oggetti volanti che si dirigono verso di lui e dai quali partono sventagliate di colpi di mitragliatrici. King Kong riprende a combattere per l’ultima volta, terminando la propria esistenza così come era da sempre stato costretto a fare: lottando per sopravvivere. Ma questa volta non si batterà per se stesso: Kong crede fermamente, in cuor suo, di poter morire per proteggere l’amata che cercava da tutta una vita. I colpi dei biplani si fanno ravvicinati e incessanti; essi sono inclementi, nonostante le urla di Ann, la quale tenta di far cessare il fuoco di quell’artiglieria aerea. La bestia riesce ad abbattere tre aerei, ma soccombe per le ferite riportate subito dopo aver salvato Ann, un’ultima volta.  King Kong si accascia, morente, sul bordo dell’edificio, annientato da un mondo repressivo e discriminante. Lontano dalla sua casa, esso ha però dinanzi a sé l’unica cosa che desidera mirare davvero: Ann. L’amata allunga il braccio, sfiorando il muso dell’animale che esala l’ultimo respiro. Osservato un’ultima volta il suo eterno amore, King Kong cade giù precipitando nel vuoto.

  • Il lavoro di Peter Jackson

Jackson riesce sapientemente a coniugare l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. Al di là dell’esperienza esotica, il regista dedica gran parte delle scene ad una toccante analisi dell’animo del gigantesco animale, tentando di mostrarne i turbamenti e le sofferenze iniziali, combinandoli con l’ardore e la gioia finale nel poter stare vicino ad Ann, una Naomi Watts ammaliante nei primi piani a lei dedicati, talmente incantevole da riempire completamente lo schermo. Jackson riesce a divertire e allo stesso tempo a commuovere profondamente, coniugando magistralmente i fondamenti del linguaggio cinematografico primario portato avanti dalla storia di King Kong. Lo spettatore più sensibile si immedesima così nell’esistenzialismo della creatura e nell’eroico atto finale della bestia.

Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo della vicenda. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei, infine, sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

  • L’amore tra la bella e la bestia

Esiste un adagio arabo antico che recita testualmente: «Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…e la Bella fermò la Bestia, che da quel giorno in poi, fu come mortaKong salì sulla sommità dell’Empire State Building per vivere un ultimo passo d’amore platonico e contemplativo con la sua innamorata a ridosso delle prime luci dell’alba. Mirando il biondo dei capelli di Ann, il sole radioso del suo avvenire crepuscolare, esso attese la morte, accogliendola. King Kong scelse di perire quando si innamorò della donna. Consumato da quell’amore impossibile, la bestia poté fregiarsi della sola opportunità di ricordare eternamente la bella, in un’immagine astratta conservata nell’ultimo dei suoi sguardi, quello che si smarrì sul triste volto della donna amata.

Non è affatto vero che solo gli uomini sono in grado d’amare; nonostante non potesse averla, King Kong ha amato più di come avrebbe potuto fare qualunque altro essere umano. La bestia muore lasciando la bella viva e al sicuro sul tetto del grattacielo, in quell’altura che non faceva altro che rammentarle il rifugio che aveva sull’isola, laggiù, dove avrebbe voluto custodire la sua Ann per tutti gli anni a venire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"King Kong ed Ann" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immaginate d’entrare in un museo del cinema in cui viene ricostruita, attraverso sequenze visive proiettate sulle pareti, una storia, ma non una storia qualunque, una in grado di conservare in sé il gusto per l’antico e garantire un connubio tra la sfera raziocinante e la dimensione sentimentale di un’opera d’arte. “King Kong” è un’estesa narrazione visiva e dialogica che abbina l’emotività alla riflessione intellettuale. E’ una storia incastonata nell’ineluttabilità dell’immaginario universale, tanto da essere stata ripresa e reinterpretata più volte, conservando comunque l’unicità di un’opera irripetibile, come una raffigurazione scolpita su pietra. Una specie d’intonaco fresco su cui fissare un’idea per poi modellarla con tecniche classiciste e futuriste al tempo stesso. Un affresco in cui appaiono ritratte le atmosfere soffocanti della grande depressione americana. E’ in questo immenso affresco che si staglia centralmente la gigantesca creatura vivente, dove confluiscono i tre vettori specifici della rappresentazione: l’avvilente realtà urbana, la natura violenta di un’isola sperduta e l’imponenza di un grattacielo su cui volano biplani somiglianti ad avvoltoi affamati; i tre passi fondamentali del linguaggio di “King Kong”. L’amore per questo “affresco” che vide la luce nel 1933 è stato fonte d’inesauribile ispirazione per il regista Peter Jackson, che nel 2005 curò un nuovo “restauro” di tale opera, ricreando egli stesso un affresco del tutto nuovo, più spettacolare e ancor più melodrammatico.

Nel “King Kong” di Jackson, viene raccolto l’astrattismo del tempo originario, dilatato e plasmato diversamente. La storia tocca così le tre ore, e approfondisce le tematiche visive e narrative, ergendole a veri e propri topos filosofici. Per il regista neozelandese, reduce dal capolavoro senza tempo della trilogia de “Il Signore degli anelli”, “King Kong” è un’odissea dell’amore e della morte, di cui il colossale gorilla è il triste nocchiero. Jackson gli dona la vita, conformandolo con lo spessore di un essere maledetto, solo e abbandonato, rabbioso e violento, malinconico e romantico.

L’impeccabile ricostruzione scenografica della metropoli Newyorkese, in cui la protagonista Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) vive, svolgendo la sua attività lavorativa presso il Vaudeville, fa da premessa alle atmosfere del film che anela a un’eminente trasposizione di un periodo storico oscuro e frustrante. Eppure, le scene ambientate nella modernità del tempo sono le più spensierate perché fatte carico di una speranza illusoria. Questo perché il “King Kong” di Jackson offre un itinerario ambivalente nel proprio pellegrinaggio esoterico, una sorta di scalinata ripida e tortuosa da dover percorrere con audacia e vigoria. Dopo essersi lasciata alle spalle l’opprimente società americana, l’opera assurge ai canoni del viaggio esplorativo: le sequenze in mare aperto, a bordo della nave mercantile, sono cariche di mistero e senso d’avventura. Una volta approdati sull’isola del Teschio, il film trasfigura ancora una volta il proprio essere, trasformandosi in un horror violento, a volte angosciante, con gli indigeni rappresentati come efferati e sanguinari assassini. In seguito, lo stile muta nuovamente in un monster movie in cui la spettacolarizzazione delle immagini visive sfama gli occhi di chi osserva il tutto con l’insaziabile appetito della fantasia. Le lunghe carrellate di animali antidiluviani, ricostruiti meravigliosamente, così come la ricreata flora di un tempo lontano, resa nella sua vivezza originaria di colori e forme, danno un effetto unico. Il “King Kong” di Jackson diviene un Kolossal farcito di stupore e ricco di effetti speciali stupefacenti, disseminati in un mondo esotico, colorato e fluorescente. Il procedere della storia conduce Kong, questo antieroe dalla caratterizzazione tragica, a ritrovarsi però nel mondo dell’uomo, nella “grande mela” statunitense in cui riabbracciamo, sul finale, il clima d’inizio film. Ma la parabola ascendente del nostro viaggio ora è diversa, perché “King Kong” diviene infine un dramma cupo e desolante, nostalgico e spiazzante, fino a trovare la sublimazione nel tragico epilogo.

  • Dall’essere “artista” all’allegoria del “sole”

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann, la splendida donna offerta in sacrificio al mostro, è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con l’emissione di inquietanti suoni gutturali. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano fisso negli occhi per cercare di capire le reali intenzioni dell’uno nei confronti dell’altro.

Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che per placare l’agitazione dell’enorme gorilla lo intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito, nonché divertito dai movimenti della donna.

La bianca epidermide di Ann che emana una luce splendente, simile al dolce sorgere del sole, raggiunge le stanche palpebre dell’animale, ridestandole da un sommesso torpore cui il tempo le aveva fatte precipitare. Gli occhi ormai dischiusi di King Kong non possono che ammirare una figura di donna dalle esili e armoniose fattezze. I biondi capelli che contornano il viso della fanciulla, sotto il volere del vento, arrivano a sfiorarle le rossastre gote, infondendo nel cuore di King Kong una sensazione d’indelebile presenza fisica. Eppure, l’amore che la bestia comincia a nutrire per la bella non si sofferma sulla mera esteriorità nell’opera del 2005. Ann diletta il gigante e ne cattura la sua attenzione per poi placarne l’ira. Danza per lui, esegue numeri di destrezza e agilità, si improvvisa abile giocoliera con tre pietre raccolte da terra per poi incantare la bestia con l’ausilio di un piccolo bastone con cui finge di reggersi mentre saltella, destabilizzando così inevitabilmente Kong. Ann attinge dal suo personalissimo “repertorio”. Lei, un’attrice di teatro caduta in disgrazia, una regina del palcoscenico privata però del suo stesso pubblico, in altre parole, un’artista venuta fuori dal sipario strappato della povertà. Ed Ann improvvisa, ricrea il proprio palcoscenico sui suoli rocciosi dell’isola del Teschio, dinanzi all’unico spettatore che riesce a mirarla, il gigante della terra, ovvero King Kong. Ed egli osserva Ann con indiscrezione, innamorandosi del suo fare più che del suo apparire, del suo “essere” piuttosto che del suo “sembrare”. King Kong si innamora dell’Ann artista ancor prima che dell’Ann sensuale e leggiadra creatura femminile.

L’intero film di Jackson traspira di un amore evocativo riservato al concetto stesso di “arte”, e tenta di effettuare un’analisi su come esso venga fatto proprio dai protagonisti. Carl (Jack Black) è un cineasta, e regge maniacalmente la sua pesante macchina da presa, difendendola ad ogni costo. Dal suo agire emerge la parte più oscura, la prostituzione dell’arte, in cui non si ha alcun rispetto per i morti e per i viventi, e dove tutto può essere usato come fonte di guadagno. Jack (Adrien Brody), invece, è un drammaturgo che vive per la stesura di un nuovo testo teatrale e che, a malincuore, accetta di seguire Carl in questo rischioso progetto cinematografico. Da Jack deriva quanto di più altruista e raffinato possa riservare l’arte scrittoria, un qualcosa di comprovato dall’eroismo di cui lo stesso Jack si fa carico nel corso del film. Ma la profondità più assoluta del concetto di arte è riservata al personaggio protagonista: Ann, la donna che sedurrà con la grazia del suo fare spettacolo e con l’erotismo del suo essere artista, King Kong. Lo stesso lungometraggio è impregnato di un amore artistico ed incondizionato verso un modo di fare cinema di stampo d’epoca, in cui il fattore empatico tra i personaggi silenziosi (Kong ed Ann) coinvolge lo spettatore con didascalici sguardi ed eloquenti silenzi.


A seguito di una cruenta battaglia si rompe l’astio tra questi due esseri. Kong salva Ann dall’azione predatoria di tre vestasauri, ed ella si concede volutamente al riparo nelle mani del mostro per scampare ai pericoli di quel luogo tanto bello quanto inospitale. La visione del rapporto tra i due riflette improvvisamente molteplici prospettive, come fosse uno specchio frantumatosi in migliaia di pezzi, capaci di catturare un’immagine diversa da un’angolatura del tutto nuova. Kong la conduce nella sua dimora, situata sul picco di una montagna. Kong depone Ann a terra, sedendosi a contemplare il tramonto. Quel sole sembra ritmare la vita di questo re, sorgendo per svegliarlo e tramontando per farlo addormentare. L’importanza di poter rivedere nuovamente il sole certifica per Kong l’essere sopravvissuto a un nuovo giorno, e perciò esso si sofferma quotidianamente ad ammirarlo. Non vi è alcun futuro per la bestia ma soltanto un costante presente. In quel momento, però, il sole vivo e luminoso per Kong s’incarna nel corpo e nello spirito della sua dolce Ann, che proprio in quegli attimi riprende a danzare per lui, cercando di riconquistare la sua fiducia dopo essersi sottratta al suo sguardo. Kong, con la fierezza e l’orgoglio regale di un sovrano ferito, la ignora, ma solo apparentemente, ponendo il suo sguardo sul sole che muore all’orizzonte. Ann, restando oltremodo colpita dalla bellezza di ciò che sta osservando, si sfiora più volte il cuore, mentre seguita a ripetere: “E’ bellissimo!”. King Kong la ascolta laconico, e poco dopo schiude il pugno per far distendere la fanciulla sulla sua mano. Jackson muta il terrore provato dalla giovane Ann in un’accettazione empatica verso la creatura.

Il regista forgia il suo King Kong come un guerriero dannato, dalla vita triste e avvilente. L’aspetto dell’essere suggerisce che l’animale abbia sofferto oltre che di solitudine anche di un persistente dolore fisico. Il suo pelo lascia intravedere decine e decine di cicatrici assieme a evidenti segni di artigli e denti, mentre dalle sue fauci protende una mascella distorta, come se fosse stata piegata durante una drammatica colluttazione. Sebbene quel luogo gli avesse procurato non poca sofferenza, Kong continuava ad amare l’isola in tutto e per tutto, la sola terra in cui poteva vivere in libertà. La bestia, tuttavia, verrà catturata dagli uomini per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. Una critica all’ardire Hollywoodiano, che tutto spettacolarizza e riesce a vendere al modico prezzo di un biglietto d’ingresso. King Kong viene presentato al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Una volta liberatosi e fuoriuscito dal teatro, Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. La bestia si muove disperata per ritrovare la bella, afferrando qualunque donna dai biondi capelli gli si ponga davanti. L’amore provato da King Kong è tanto profondo dall’essere, nelle sue intenzioni, totalmente monogamo. Esso conserva l’immagine del volto di Ann e non intende portare con sé alcun’altra donna che non sia lei. Tutto d’un tratto il gigante si ferma. Viene a contatto dall’effluvio di un profumo che riconosce. Si volta e riesce a vedere Ann avanzare solitaria verso di lui. Ann indossa un lungo vestito bianco, il “sole” luminoso e cristallino che torna a risplendere negli occhi della bestia. Kong la scruta minuziosamente, riuscendo a riconoscere il suo volto. Quietatosi per il ritrovamento, Kong si avvia con Ann, defilandosi dalle vie più affollate.

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

  • La danza tra la bella e la bestia

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione perversa, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia che, indugiando per qualche istante su e calando vertiginosamente la mano per pochi attimi giù, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve accumulatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. L’amore di King Kong, come la sua stessa vita, viene cadenzato dal “ciclo del sole” ed Ann stessa, a mio giudizio, diviene completamente l’aurora della vita dell’animale. Se insieme avevano atteso il tramonto su quell’isola mai riportata su alcuna carta geografica, adesso, osservavano il sorgere di un nuovo giorno, l’ultimo. Non cadrà l’oscurità sull’esistenza della bestia, quanto lo stesso sole luminoso avvolgerà il suo destino, sfavillante come lo era Ann, che accompagnerà King Kong nel suo ultimo atto.

  • Ultimo atto

La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong. Le pallottole dei mitragliatori iniziano a bersagliare senza tregua la bestia. Kong urla al cielo la propria ferrea volontà di combattere, percuotendo le nocche sul proprio petto ed ergendosi maestosamente su due zampe. I colpi successivi costringono King Kong a contrarsi per pochi istanti. Con timorosa rassegnazione, egli nota il sangue grondare dalle ferite. Il re dell’isola riesce infine ad abbattere tre aerei ma alle sue spalle ne arrivano di nuovi, che lo trascinano fino allo stremo delle forze. Ann urla disperata di cessare il fuoco ma è ormai troppo tardi. Dopo aver salvato Ann un’ultima volta, Kong la regge tra le dita, ma la fatica del gigante è tanto evidente che non riesce a tenerla saldamente. Così, la distende sulla cima dell’Empire state building, mentre resta aggrappato al bordo della costruzione. King Kong guarda Ann con intensità, respirando affannosamente. Ella, distrutta dal dolore per la triste fine di quell’essere unico al mondo, protende la sua mano per accarezzare il muso dell’animale. Kong ricambia il gesto, allungando la sua mano per accarezzare la fanciulla, ma mentre sta per mettere in pratica la sua volontà un biplano scarica tutto il suo arsenale di colpi all’indirizzo dell’animale impedendogli così di riuscire nell’intento. D’improvviso quel respiro affannoso non si ode più, e la mano del gigante si muove inesorabilmente verso il basso. Il volto di Kong, fermatosi tristemente sulla base, scivola via, mentre il suo corpo cede la presa, precipitando nel vuoto. King Kong è morto.

  • Conclusioni

Con il trapasso della creatura, reso straziante come non mai, Jackson va oltre il remake in senso lato, convertendo il suo Blockbuster in un poema epico e il proprio “King Kong” in un'ode all’amore più terso. Giungiamo dunque al termine della nostra ascensione, e la cima della fittizia scalinata che raggiungiamo riserva l’emozione toccante della resa di un gigante. Perché, che se ne dica, “King Kong” resta il dramma di un essere vivente in cui si incontrano e si scontrano la brutalità bestiale con il sentimento dell’umanità più pura e sincera.  Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo delle vicende. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei infine sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

Jackson girò la scena finale con una avvertita sofferenza emozionale. Il personaggio che probabilmente aveva amato di più fin da bambino, spirava proprio davanti alla ripresa della sua camera. Il regista neozelandese aveva adempiuto al proprio volere: dare vita alla propria visione di “King Kong”. Questo film, potendo contare su un uso all’avanguardia degli effetti speciali (premiati con l’oscar), ricreò un meraviglioso paesaggio mai realmente vissuto dall’uomo civilizzato, con una flora “viva” e quanto mai pericolosa, e una fauna giurassica e cretacea opportunamente modificata per indicare la normale evoluzione degli animali nel corso dei secoli. King Kong venne realizzato attraverso un dovizioso studio etologico: molte delle espressioni e degli atteggiamenti, infatti, corrispondono alle vere e comprovate movenze dei gorilla.  Un uso eccessivo della ripresa a rallenty e una certa prolissità possono essere considerate le sole pecche del prodotto finale. Jackson riesce sapientemente a coniugare, per il resto, l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. I risultati, infine, premiarono l’imponente lavoro del regista, il film incassò infatti 550 milioni di dollari, triplicando il budget speso per la lavorazione, e portò a casa 3 premi Oscar (per i migliori effetti speciali, il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro) oltre ad averne sfiorato un quarto per la migliore scenografia.

Al momento della morte, il sole è ormai sorto ed illumina con imparzialità una New York provata. Cala un sipario strappato su quell’affresco dall’inestimabile valore espressivo, e il telone del museo del cinema cui facevo cenno da principio, si chiude centralmente su colui che domina l’interezza della rappresentazione: King Kong, l’ottava meraviglia del mondo.

Voto 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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