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"Mulan e il suo riflesso" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non si udiva nulla quella sera, nient’altro che il lieve soffio del vento. La brezza era debole e riusciva a malapena a far muovere gli stendardi issati sulle torri. La terra era stata inghiottita da una fitta tenebra e su tutto l’orizzonte era calato un velo d’ombra.

Il soldato poneva attenzione, ma non sentiva né vedeva alcunché. Questi camminava irto sui suoi stivali, reggendo in mano una lancia dalla punta argentea. La volta celeste era sgombra di nubi. La luna piena campeggiava sul tetto del mondo, rischiarando a fatica l’oscurità della notte con il suo tenue bagliore.  D’un tratto, qualcosa ruppe il silenzio.

Un’aquila, sbucata dal nulla, planò in picchiata sulla testa del soldato, ghermendogli l’elmo con i suoi poderosi artigli. Lo stridulo dell’animale echeggiò lungo tutta la Grande Muraglia. L’uomo sollevò il capo, vide il rapace librarsi sulla porzione di cielo sopra di lui, quindi poggiarsi sull’estremità dell’asta di una bandiera. L’aquila emise ancora il suo verso roco e dal buio affiorò un gancio nero che colpì la roccia. Il soldato si avvicinò al limite della costruzione e scorse una miriade di artigli salire dal fondo, laggiù oltre i contorni della fortezza e agganciarsi ad essa. L’invasione era appena cominciata.

L’armata degli Unni scalava rapidamente le maestose mura, guadagnandone la vetta e penetrando oltre i confini. Il soldato fu circondato. Dinanzi a lui si stagliò un’immensa figura incappucciata. Era avvolta in un mantello tra il nero e il grigio antracite, aveva occhi gialli, denti possenti e affilati. Costui non era uno straniero qualunque ma Shan-Yu, il comandante dell’esercito Unno. Il soldato cinese, in un ultimo, disperato tentativo di dare l’allarme, appiccò il fuoco alla torre di guardia. Le altre torri scorsero il segnale e risposero facendo altrettanto. In pochi istanti le fiamme si propagarono di torre in torre e il messaggio fu colto dai più: la Cina era appena stata attaccata.

I fuochi che ardono sulle torri di guardia al principio di "Mulan". Potete leggere di più su "Il signore degli anelli - Il ritorno del re" cliccando qui.

Comincia in tal modo “Mulan”, in una notte serena, tacita, scossa improvvisamente dal volo di un’aquila che piomba dall’alto, all’improvviso, senza alcuna avvisaglia. L’animale sembra presagire l’avvento di una minaccia imprevista, fino ad allora sfuggita allo sguardo attento delle vedette poste a guardia della Grande Muraglia. L’esercito Unno, protetto dalle tenebre, viene avvistato quando è ormai troppo tardi. Ai soldati cinesi lì presenti non resta che dare l’allarme. Il fuoco arde così da una torre all’altra torre e poi all’altra ancora, trasmettendo un messaggio chiaro come il bagliore da esso prodotto.

La scena iniziale di “Mulan”, in cui i soldati usano il fuoco per segnalare l’inizio dell’invasione, ricorda una sequenza de “Il signore degli anelli – Il ritorno del re”. In quest’ultima opera, la città di Minas Tirith - cuore pulsante del regno di Gondor - è prossima ad essere assediata dall’esercito di Sauron. I fuochi della città vengono pertanto accesi, non senza qualche piccola difficoltà.

Le fiamme si sprigionano da una pira sita in un’alta torre contornata da pietre candide come il marmo. Il fuoco viene immediatamente notato in lontananza. Sulle montagne, una seconda pira viene quindi data alle fiamme per segnalare la richiesta di soccorso della città bianca. Di colle in colle, i roghi che ardono parlano da soli e recano in sé un’accorata richiesta d’aiuto. I fuochi di Minas Tirith giungono sino ai confini del reame di Rohan, alleato del regno di Gondor. Scorgendo quella macchia rossa che brilla intensamente fra le costole dei colli, la gente di Rohan, senza indugio, decide di rispondere alla chiamata di Minas Tirith.

Ne “Il Signore degli anelli – Il ritorno del re” il fuoco assume i contorni di una metafora: la metafora di una speranza che divampa, che si propaga di terra in terra, portando con sé l’auspicio di unità fra i popoli. I fuochi di Minas Tirith bruciano per segnalare il sopraggiungere di un nemico comune, l’avanzata di un avversario inarrestabile ma altresì ardono per infondere coraggio negli animi dei timorosi, per rammentare un’antica alleanza e per ribadire che solo attraverso la vicinanza e la fratellanza tra la gente libera della Terra di Mezzo il male - che è divisivo per sua natura - può essere sconfitto.

Così come mostrato ne “Il ritorno del re”, anche in “Mulan” le fiamme che iniziano ad ardere su di una torre si diffondono da un punto all’altro per raggiungere sempre più persone con il loro messaggio. Il fuoco è un elemento primordiale, dalla forza spesso distruttiva, che si nutre di ciò che consuma, tuttavia in “Mulan” esso diventa un veicolo di speranza. Le fiamme delle torri della muraglia sfavillano per avvertire e per offrire una possibilità di salvezza. Il fuoco in “Mulan” non consuma ma sprigiona una voglia di “vita”, di “libertà”, di “resistenza”, spronando il popolo cinese a unirsi e a prepararsi alla battaglia.

La notizia dell’invasione giunge fino al palazzo dell’Imperatore. Questi sottoscrive avvisi di arruolamento per tutte le province dell’Impero. Ogni famiglia dovrà offrire un rappresentante maschile che dovrà unirsi all’esercito regolare e alle sue riserve. L’Imperatore è fermamente convinto che un solo chicco di riso può squilibrare la bilancia, e che un solo uomo può segnare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Un solo uomo, già!

Un solo uomo può capovolgere le sorti di un confitto. E se fosse una donna a cambiare il destino di un popolo? Nessuno si era mai posto una domanda simile fino ad allora.

Eppure, quando l’Imperatore ha finito di pronunciare il suo discorso, di affermare che un singolo uomo può segnare la differenza tra il trionfo e la dipartita, l’immagine sulla pellicola inizia a sbiadire sino a scomparire del tutto, per far posto ad una nuova “icona” rappresentata da dei chicchi di riso all’interno di una ciotola, dove le due canoniche bacchette, guidate da una mano femminile rimestano i granelli, per poi isolarne uno soltanto. Già, una mano femminile! Proprio così, una donna.

È lei che “pizzica” quel chicco, che lo separa dagli altri e lo allontana. Ed è sempre lei che raccoglie una porzione adeguata di riso e se la porta alla bocca. Le parole dell’Imperatore sembrano riecheggiare ancora in questa sequenza, con un'unica differenza: il chicco di riso in grado di squilibrare la bilancia non ha “l’aspetto” di un uomo, ma di una ragazza assorta nei suoi pensieri e nel suo parlato.

Silenziosa… E schiva” – ella dice. “Aggraziata, cortese…” – continua a sostenere, mentre gusta il suo riso. “Delicata…” – borbotta con la bocca piena. “Raffinata, ponderata, puntuale!” – finalmente conclude.

Mulan, è questo il nome della ragazza che assaggia il riso, vive in un piccolo villaggio della Cina. Ella è l'unica figlia della famiglia Fa. In quelle prime ore del mattino Mulan è intenta a studiare, se così si può dire. Alcuni concetti che continua a ripetere a voce alta le sfuggono dalla mente e non riesce a farli suoi.

Silenziosa, schiva, aggraziata… Cosa veniva dopo aggraziata?” - Mulan sembra domandarselo tra sé. Quelle virtù che le donne devono conoscere e possedere Mulan fatica a memorizzarle, forse perché non fanno parte del suo “mondo”. Mulan è, infatti, diversa da tutte le altre ragazze del villaggio. È speciale, sebbene nessuno se ne sia mai accorto. Neppure lei stessa.

Mulan è terribilmente in ritardo. Quando se ne accorge sfreccia per le vie cittadine, correndo all’impazzata verso la mamma e la nonna che la stanno aspettando impazientemente. Le due si danno da fare per rendere Mulan ancora più bella di come appare quotidianamente. Le danno una bella strigliata, le sistemano l’acconciatura, la truccano con del cerone bianco a valanga sul viso e del rosso a rimpolpare le labbra.

Quel mattino, Mulan ha una prova molto importante da superare. Deve portare onore alla sua famiglia nell’unico modo in cui una fanciulla può farlo nella società patriarcale cinese di quegli anni: ovvero diventando la sposa di un uomo di buona famiglia. Per fare ciò, Mulan deve essere messa sotto esame da una corpulenta “paraninfa”, che dovrà giudicare le qualità da futura moglie della ragazza. Inutile dire che la giovane, durante la seduta d’esame, provocherà un disastro dietro l’altro e farà rientro a casa con una cocente delusione. 

Mulan si sente inadatta, diversa, come se ancora non avesse trovato il proprio posto nell’ordine delle cose, come se ancora non sapesse chi è in realtà e a cosa aspiri. La fanciulla avanza lungo il giardino della sua dimora, e osserva il proprio volto riflesso in uno specchio d’acqua. Ella non riconosce sé stessa. È ancora truccata in viso, ma non è certamente per quello che non riesce a identificarsi. È qualcosa di più recondito, intimo, ancestrale che si cela oltre lo strato di epidermide. Mulan guarda il suo riflesso, confuso e incerto, e non riesce a renderlo nitido. Comincia così ad intonare un canto. Attraverso quella melodia, Mulan si chiede chi è l’ombra che riflette la sua figura, un’ombra che non corrisponde ai suoi desideri.

Già, un’ombra. Mulan osserva quella proiezione di sé e non riesce a schiarirla, a farla sua. Ma cos’è in realtà un’ombra?

L’ombra è parte di noi, è un prolungamento della nostra fisicità, della nostra corporalità. Essa non ha colore, ha soltanto la nostra forma. Non ha occhi, non possiede dettagli, non mostra lineamenti o segni sul proprio viso. L’ombra è una macchia nera, attaccata a noi, che ci segue di pari passo. È un “riflesso” che ci scruta e ci accompagna, ma è altresì un’immagine di noi oscura, priva di particolari, di caratteri che rendono il nostro aspetto dissimile ed unico. Talvolta, l’ombra può essere così diversa dal noi da staccarsi, da allontanarsi. Lo scrittore Hans Christian Andersen immaginò un qualcosa di eguale.

L'uomo colto e l'ombra, Illustrazione di Vilhelm Pedersen. Potete leggere di più su Hans Christian Andersen e le sue opere cliccando qui e poi qui. Ora che ci penso potete cliccare anche qui, poi qui ed infine qui.

Nella sua fiaba “L’ombra” - uno dei suoi scritti più oscuri e inquietanti - Andersen raccontò la storia di un uomo colto, proveniente da luoghi molto freddi, che giunse, un bel giorno, in un paese caldo, dove il sole picchiava con prepotenza e la gente, sotto i suoi raggi, diventava bruna come il mogano o nera quasi come la pece.

Quest’uomo era costantemente “braccato” da un’ombra smilza come lui, che diventava sempre più allungata, ferma, immobile contro una parete ogni qual volta una fonte luminosa illuminava la figura di quest’individuo profondamente erudito.

Una sera, questo straniero si sedette su di una piccola seggiola nella veranda; alle sue spalle brillava la tenue luce di una candela. Essa lo illuminò, proiettando la sua ombra innanzi a lui. All’inizio, egli non ci fece caso, la ignorò, assorto com’era nelle sue letture. L’ombra dell’uomo si era posata sulla parete della casa di fronte, e imitava le azioni del suo “padrone”. L’uomo sfogliava le pagine del libro che aveva in mano e l’ombra faceva lo stesso. Essa giaceva lì davanti, tra i fiori del terrazzo. Dopo un po’, l’uomo alzò lo sguardo e vide la sua ombra. Quest’ultima gli ricambiò attenzione, mimando lo stesso gesto.  Per un po’ si guardarono. Poi, l’uomo rivolse la vista al grazioso palazzo che aveva dinanzi: sembrava una casa accogliente, piena di belle cose.

Credo che la mia ombra sia l'unica persona vivente che si vede laggiù!” - disse l'uomo colto. “Guarda come sta seduta con garbo tra i fiori, la porta è socchiusa; adesso l'ombra dovrebbe essere tanto accorta da entrare, guardarsi intorno, e poi tornare a raccontarmi quello che ha visto. Eh già, dovresti farmi questo piacere!” – proseguì a borbottare con ingenua speranza. Attese, come se davvero si aspettasse che la sua ombra potesse muoversi da sola e addentrarsi in quella bella dimora. L’ombra restò ferma a guardarlo e a fargli il verso. I minuti passarono e l’uomo decise di rientrare nel suo alloggio. Così, volse le spalle al terrazzo. Proprio in quell’attimo l’ombra si mosse, come animata da un afflato tutto suo.

L’ombra entrò di sua iniziativa in quella casa, e lì stette. L’uomo non lo sapeva ancora, ma la sua ombra era diventata viva, cosciente. Laggiù, lontana dallo sguardo dell’uomo, iniziò il suo viaggio in solitaria, la sua lenta peregrinazione verso la propria affermazione, il proprio riconoscimento.

Quell’ombra era tetra, furba e malvagia. Se l’uomo l’avesse osservata attentamente si sarebbe accorto che quell’ombra non era una proiezione di sé, bensì la proiezione di una parte di sé: la più ambiziosa, diabolica, superba del suo animo.

Venne il giorno successivo. L’uomo colto non badò a null’altro che ai suoi studi, durante le ore diurne.  La sera, egli uscì sul terrazzo e si accorse di non vedere più la sua ombra. Capì che era fuggita, e ne restò colpito. Dov’era andata? Che fine aveva fatto? Sarebbe mai tornata? Tante domande affollarono la mente dell’uomo ma nessuna ottenne risposta.

Passarono molti anni e un bel giorno bussò alla porta dell’uomo dotto una persona tanto magra da far spavento, alta quanto lui.

Non mi riconosci?” – domandò il misterioso visitatore.

Riconoscervi? Oh cielo, ci siamo già incontrati?” – rispose, sconvolto, lo studioso.

Sono la tua ombra” – sibilò la silhouette.

Il colto interlocutore spalancò la bocca. Ciò che aveva innanzi a sé non somigliava minimamente ad un’ombra. Si trattava invece di una sorta di essere vivente dotato di voce, volto, e tanto d’incarnato; un esile corpo maschile, direi striminzito ma in salute. L’ombra aveva un’andatura elegante, era ben vestita e portava attorno al collo una vistosa collana d’oro e anelli alle dita.

Dove sei stato in tutti questi anni?” – chiese l’erudito.

L’ombra prese posto in salotto e si compiacque nel narrare le sue traversie. Aveva girato il mondo, conosciuto le sue meraviglie, i suoi segreti. Aveva osservato il bello ed il brutto del creato, e aveva appreso il male. Lo aveva fatto suo, e lo aveva seminato in ogni luogo in cui si era recata. Quando finì di parlare, l’ombra imboccò la porta e sparì nuovamente.

Passarono degli anni. L’ombra si ripresentò e chiese all’uomo colto, divenuto nel frattempo stanco e malaticcio, di accompagnarla in uno dei suoi lunghi viaggi. Questi non poté rifiutare, mosso com’era da un’insana curiosità di trascorre del tempo con quella che fu la sua “metà”.

Nei loro lunghi spostamenti l’uomo era solito camminare alle spalle dell’ombra, talvolta gli veniva concesso di restarle accanto ma raramente. Ovunque andassero, l’ombra parlava per prima, zittiva il suo compagno di viaggio, si presentava agli altri col piglio di chi comanda. Nessuno poneva gli occhi sull’uomo, come se questi stazionasse nell’oscurità e si limitasse a seguire il suo padrone, senza possedere il benché minimo spirito di iniziativa.

L’uomo diveniva sempre più stanco, provato da un’esistenza lunga e spossante. Passarono gli anni. Lentamente, l’uomo colto e buono si trasformò nell’ombra e l’ombra superba e cattiva divenne a tutti gli effetti il padrone. Quando fu troppo tardi per capire ciò che era avvenuto, l’uomo fu raggiunto dal tradimento e dalla morte e l’ombra si prese tutta la sua vita.

Potrebbe succedere davvero che un’ombra sostituisca il suo padrone? Potrebbe accadere che un essere umano lasci che il suo riflesso prenda il sopravvento sulla sua volontà o divenga indipendente?  

In un altro racconto fantastico, un’ombra tentò di recidere il legame col suo padrone. Quanto affermo capitò a un ragazzo che sapeva volare e non voleva saperne in alcun modo di crescere. Come si chiamava? Vediamo… Ah, sì, un certo Peter Pan.

Potete leggere di più su Peter Pan cliccando qui. E perchè no, fate un salto anche qui.

La sua ombra era solita allontanarsi da lui, volare via perché non intendeva restargli accanto. Peter la inseguiva costantemente, per riunirsi a lei, per diventare un tutt’uno con il suo riflesso. Un giorno, Peter, per recuperare la sua ombra, lasciò il suo territorio, l’Isola che non c’è, e volò fino al nostro mondo. L’ombra si era annidata nella camera di una giovane fanciulla, Wendy. Peter inseguì la sua metà fin laggiù e vide la sua ombra che ondeggiava sulla parete, a pochi passi dal letto di Wendy. Il ragazzo che sapeva volare si lanciò contro il muro, afferrò la sua metà e tentò di legarla a sé con ago e filo. Spaventata dal frastuono, Wendy si svegliò e domandò chi fosse quell’intruso. Peter si presentò e spiegò con garbo la sua strana disavventura. L’ombra gli era sfuggita dalle mani nuovamente, quel “riflesso” proprio non ne voleva sapere di unirsi a lui. A volte capita. L’ombra di una persona può non corrispondere affatto al suo padrone: essa può assumere una forma singolare, tanto diversa da non essere riconosciuta dal legittimo proprietario.

L’ombra di Mulan aveva un qualcosa di simile all’ombra descritta da Andersen e a quella inseguita e bramata da Peter Pan. Vedete, l’ombra della ragazza non era un’ombra “viva”, senziente e quindi in grado di scappare via, di sfuggire allo sguardo di Mulan come accadde all’uomo dotto o al giovane capo dei bimbi sperduti.

L’ombra di Mulan non osava incamminarsi per la sua strada, staccarsi da lei. Eppure, anche quell’ombra non apparteneva del tutto alla donna che la proiettava. Pareva un’entità a sé stante, lontana, irriconoscibile. Mulan osservava la sua ombra e non la discerneva, come se la figura che il suo corpo proiettasse non corrispondesse ai suoi voleri, alle sue aspettative.

L’ombra di Mulan, come tutte le ombre, la segue e la osserva. Lei ricambia il suo sguardo spento e cerca di indagarla. Quell’ombra che Mulan vede e che non riesce ad afferrare, a far sua all’inizio del film, è l’ombra di una sposa ubbidiente, di una figlia devota, che deve essere accondiscendente, taciturna, ponderata, raffinata, puntuale, tutte quelle cose che Mulan cerca di approfondire al principio della sua storia e che proprio non coincidono con la sua vera personalità.

Mulan non vuole essere una semplice sposa, una donna senza sogni o speranze. Una creatura femminile che vive con il solo scopo di servire il marito, badare alla casa o alla crescita dei figli. Mulan vuole di più, e cerca ancora di capire qual è la strada che vorrà intraprendere. L’ombra che Mulan mira quando fa ritorno a casa è un prolungamento che non riconosce, perché è il riflesso dei desideri di chi le sta accanto, la sua famiglia, i suoi conoscenti; auspici che lei stessa non può e non potrà mai soddisfare perché non corrispondono ai suoi autentici sogni. Mulan non lascerà mai che la sua ombra – l’insieme delle richieste della società patriarcale che la circonda – fagociti sé stessa, che si sostituisca a lei come accaduto all’uomo erudito della fiaba di Andersen. Allo stesso tempo, come Peter Pan che insegue la sua ombra per divenire un tutt’uno con lei, anche Mulan vuole che la sua ombra assuma i contorni del suo vero “Io”, si unisca a ciò che sente nel suo ego, nella sua intimità.

Tutto questo, oltre che per l’ombra, vale anche per il riflesso chiaro ed evidente che la fanciulla vede allo specchio. Mulan contempla più volte sé stessa sulla fredda superficie riflettente. La sua faccia, nella sequenza del film in cui canta il brano “Riflesso”, è ancora impreziosita da un trucco candido. Così, Mulan cerca di toglierlo e il suo volto rimane per un istante diviso a metà: da un lato la sua pelle nuda, ciò che lei è, dall’altro la cute dipinta di bianco, il trucco da sposa, ciò che lei dovrebbe essere.

Così Mulan seguita a cantare cercando di interrogare sé stessa, di scoprire chi è davvero. Dopo aver rimosso completamente il trucco dal volto, Mulan scioglie i suoi capelli. La chioma bruna le scende lungo la schiena. Quei folti capelli che Mulan libera non appena rimuove il trucco saranno i caratteri del suo aspetto che per primi cambieranno non appena avrà compiuto la sua scelta finale. Infatti, quando Mulan deciderà di indossare l’armatura del padre e di partire per il campo di battaglia, la giovane taglierà i capelli con la sua spada, rimuovendo quella parte di sé che accarezzava con la mano quando intonava il suo canto, cercando di capire chi fosse e cosa volesse.

Triste e sconfortata, Mulan siede vicino al padre. Entrambi si trovano immersi nel verde del loro giardino. Accanto ai due, un albero meraviglioso mostra dei rosei fiori appena sbocciati. Il padre se ne compiace. Egli cerca di distrarre la figlia da tutte le preoccupazioni che l’attanagliano. Quindi, attira la sua attenzione. “Che bellissima fioritura che abbiamo quest’anno” -  egli dice. E poi nota che c’è un fiore non ancora fiorito. “Ma guarda… quello è in ritardo. Scommetto che quando sboccerà diventerà il fiore più bello di tutti”. Dicendo ciò, il papà raccoglie un pettine a fermaglio e lo avvicina ai capelli della figlia. Mulan sorride rincuorata. Non sa ancora che è proprio lei quel fiore di cui il papà parla, colei che ancora non è sbocciata, ma quando lo farà i suoi petali saranno i più floridi e i più soavi.

Dopo qualche minuto, al villaggio arrivano i messaggeri dell’Imperatore che ordinano ad ogni famiglia di inviare un rappresentate maschile in veste di combattente. La famiglia Fa non ha eredi maschi, dunque il padre di Mulan, un uomo valoroso ma vecchio e per giunta ferito, accetta di partire di nuovo per la guerra. Mulan è disperata: sa benissimo che il suo anziano padre non potrà sostenere il peso di una battaglia. Pertanto, la giovane tenta di convincerlo a rifiutare la chiamata ma il padre non può farlo, ne va di mezzo l’onore della famiglia. Durante la cena a casa Fa, Mulan implora il genitore di disertare ma questi si infuria: “Io so qual è il mio posto” – egli sbotta – “È ora che impari qual è il tuo”.

Già, ma qual era il posto che Mulan avrebbe dovuto conoscere e rispettare? Quello della donna tacita e accondiscendente? Fortunatamente, Mulan avrà la forza di fare ciò che reputerà giusto e troverà da sola, attraverso le sue gesta, la propria dimensione.

Di donne che non hanno rispettato il proprio “posto” o, perlomeno, “il posto” che la società del tempo impartiva loro, ce ne sono state tante. Alcune di esse sono passate alla storia e sono divenute fulgidi esempi di coraggio e abnegazione, donne pronte a dare la propria vita per ribellarsi a qualcosa che ritenevano ingiusto. Pensate ad Antigone, la donna protagonista della tragedia greca di Sofocle che non accettò di starsene al suo posto, e che fronteggiò i suoi oppositori con il valore delle sue parole e con il peso delle sue azioni.

Parte del vissuto di Antigone e della sua lotta vengono già accennati negli ultimi passi dell’opera di Eschilo “I sette contro Tebe”.  La tragedia di Sofocle – che pone per l’appunto Antigone come assoluta catalizzatrice delle vicende – narra ciò che avvenne dopo la conclusione del dramma eschileo. Il mito di Antigone, che desidera seppellire il fratello Polinice sebbene quest’ultimo sia perito combattendo fra i ranghi dei nemici di Tebe non meritando, quindi, gli onori funebri, affonda le radici nelle leggende della stirpe di Edipo.

Antigone segue la voce del suo cuore, i sussurri della sua coscienza. Ella conosce la legge della sua città e il volere del suo nuovo Re, Creonte, ciò nonostante ad essi si ribella. Antigone non può accettare che il corpo senza vita del fratello Polinice venga abbandonato, pertanto si erge contro un dettame che reputa disonorevole ed errato.

Per Sofocle, Antigone è una creatura femminile segnata dal dolore; una donna che ha veduto la sua giovinezza sfiorire in un attimo, divenendo vecchia alle soglie della fanciullezza, quando l’evento tragico si abbatté sulla sua famiglia e in particolare sul padre Edipo. Dalla sofferenza, Antigone trae la forza necessaria per compiere la sua battaglia personale. Lo spirito di Antigone è dominato da una nobile passione che trascende il comune sentimento umano. Antigone agisce di sua volontà, viola le leggi della sua città e copre di terra il corpo privo di sepoltura del fratello, e lo fa con un coraggio senza eguali, conscia che così facendo andrà incontro alla sua stessa morte. Ciò che Antigone vuole far rispettare è una legge non scritta, secondo la quale i defunti, tutti, devono essere seppelliti con rispetto, comprensione e umanità. Creonte, al contrario, intende far rispettare la legge dello Stato, ignorando con superbia la legge morale. Antigone non intende piegarsi, restare al posto che il sovrano le ordina; ella lotta per quello che reputa corretto, rifiuta ogni compromesso, si isola e si irrigidisce in un radicale scontro col mondo e l’intera società che la circonda. Antigone sfida l’ordine costituito, il costume della sua epoca e lo fa per proteggere l’onore del fratello caduto e da lei ancora amato.

Come Antigone, Mulan, la protagonista dell’opera disneyana, sfida la legge del suo tempo per proteggere il proprio padre, costretto a prendere parte a una guerra da cui non sarebbe mai più tornato. Mulan, con la medesima sfrontatezza e audacia del personaggio cardine della tragedia sofoclea, ragiona con la sua testa, ignora una legge sbagliata, capovolgendola, mettendola in discussione, e lo fa mutando il suo aspetto, mascherando sé stessa, senza però perdere la femminilità di cui è portatrice. Al pari di Antigone, Mulan è una donna che riscrive il proprio posto con fermezza e animosità, mettendo in pericolo la propria vita per un fine superiore.     

Dopo la cena con i suoi genitori, bruscamente interrotta dalla rabbia momentanea del padre, Mulan va via e si lascia andare ai pensieri. Durante la notte viene giù una pioggia intensa; la fanciulla, osservando ancora il proprio riflesso nell’acqua cristallina, prende la sua decisione. Chiedendo perdono ai suoi antenati, Mulan ruba l’armatura del padre e raccoglie fra le sue mani la spada. La lama estratta dal fodero brilla sul viso della protagonista, mostrando l’immagine del suo volto deciso. Con quella spada, Mulan taglia parte dei suoi capelli, segno della sua femminilità, del suo sacrificio, della rinuncia che sta compiendo per proteggere i suoi cari. Prima di rinfoderarla, Mulan mantiene per qualche istante la spada al centro del suo viso: l’argento della lama lo divide a metà, esattamente come era accaduto quando Mulan aveva ripulito il suo ovale dal trucco. Ancora una volta nel lungometraggio si presenta il tema della dualità, la divisione tra i doveri che Mulan dovrebbe compiere e le azioni che in realtà vuole attuare. Inguainando la spada, Mulan completa la sua scelta. Ella trasforma sé stessa, mascherandosi da soldato e quindi da uomo per intraprendere un viaggio alla scoperta del proprio “Io”.

La nonna si sveglia di soprassalto, come se avesse avvertito la fuga della nipote. L’anziana prega gli antenati di vegliare su Mulan. Essi rispondono all’appello e si manifestano, in gran segreto, come spiriti evanescenti. Da una nube grigia e fumosa emerge Mushu, un draghetto dalla pelle rossastra. Egli affiora con le braccia tese verso l’orizzonte, al grido di “Sono vivo”. Beh, in effetti, in quella posa Mushu ricorda il personaggio del mostro di Frankenstein, appena ridestatosi da un sonno eterno.

Al draghetto viene chiesto di risvegliare il più potente dei draghi protettori della famiglia Fa, così che questi possa accorrere in aiuto di Mulan. Purtroppo (o per fortuna) Mushu combina un disastro e non riesce a richiamare alla vita il dragone. “Che fare adesso?” - pensa il draghetto. Idea! Sarà lui ad accompagnare Mulan, a sostenerla nel suo inganno, così da poter riscattare sé stesso agli occhi degli altri antenati, che lo considerano nulla più che un suonatore di gong.

Mushu raggiunge Mulan, arrivata nei pressi dell’accampamento militare. La fanciulla e il draghetto fanno subito amicizia. Entrambi hanno molto in comune: sono ambedue avventurieri impreparati, incerti, impacciati e, perché no, anche inattesi. Ma perché inattesi?

Beh, perché entrambi non sono ciò che tutti si aspettano. Mulan non è un grande guerriero né un valoroso combattente maschile. Ella è infatti una donna, che sa ben poco di battaglie e duelli. Mushu è un drago, ma non di quel tipo che potremmo attenderci di vedere. Egli non è imponente, maestoso, non ha una grossa apertura alare, non vola su nel cielo, al contrario è piccino e, di primo acchito, potrebbe facilmente essere scambiato per una banale lucertola. Mushu e Mulan devono dimostrare di che pasta sono fatti: la donna dovrà dare a vedere d’essere un guerriero capace, forte e coraggioso, Mushu dovrà invece dimostrare d’essere un guardiano affidabile.

Appena giunta al campo d’addestramento, Mulan conosce il capitano Li Shang, che la colpisce al primo sguardo. Mulan, naturalmente, non può darlo a vedere. Ella d’ora in avanti dovrà far finta d’essere un uomo e comportarsi come tale. Quello stesso giorno, la giovane fa la conoscenza di Yao, Chien-Po e Ling, i quali, dopo qualche incomprensione iniziale, diverranno suoi amici.

I giorni scorrono via e l’addestramento si fa sempre più duro e impegnativo. Tutti i combattenti devono imparare la dura arte della guerra, migliorarsi quotidianamente. Il capitano Shang farà di loro dei veri uomini, col sudore, l’impegno, e la sofferenza. Mulan sarà la recluta più abile e tenace, prevalendo in tutte le prove. Al ritmo di “Farò di te un uomo”, l’unica donna della guarnigione trionferà su tutti gli altri.

L’avventura di Mulan sarà lunga ed estenuante. Ella combatterà in battaglia, alle pendici di un monte ricoperto di neve. In quel luogo, si troverà faccia a faccia con Shan Yu. La giovane riuscirà a respingere con un astuto stratagemma la carica dell’armata Unna, ma le ferite che riporterà la obbligheranno ad ammettere la verità: ella è una donna, non un uomo. Una volta che la menzogna è stata svelata, Mulan viene abbandonata a sé stessa, ma non si darà per vinta. Giungerà sino alla città Imperiale, per salvare il suo sovrano. Gli Unni si sono infatti nascosti all’interno di un dragone di scena, che sfilava nel centro cittadino. Il dragone, come il cavallo di Troia ideato da Ulisse, era penetrato nella città per distruggerla dall’interno, per sorprendere i suoi abitanti intenti a festeggiare, noncuranti del pericolo nascosto proprio sotto il loro naso.

Mulan riuscirà a fermare Shan Yu e a salvare l’Imperatore. Quando quest’ultimo vedrà Mulan partire via, sussurrerà a Li Shang che “Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e il più bello di tutti”. L’immagine sbiadirà nuovamente, e la scena si sposterà su un luogo diverso: la dimora di Mulan. Il padre della ragazza attende, seduto in giardino, speranzoso, il ritorno della figlia. Quel fiore che non era ancora sbocciato e che egli aveva visto insieme a Mulan poco tempo prima è finalmente fiorito. Esso cade giù dal ramo, poggiandosi sulla gamba dell’anziano genitore. Il padre lo ammira, lo sfiora con le dita. In quell’istante, Mulan riappare sulla soglia di casa. È lei, è Mulan il fiore sbocciato nell’avversità. Ella è divenuta, come il padre aveva immaginato, il fiore più bello e più prezioso.

"L'ombra di Mulan e la sua fioritura" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quando Mulan e il papà si congiungono in un abbraccio, i loro corpi vengono riflessi nello stagno d’acqua che si trova nella casa della famiglia Fa. Se Mulan avesse voltato lo sguardo avrebbe visto il suo riflesso e avrebbe finalmente riconosciuto la sua immagine, perfino la sua ombra. Mulan è divenuta tutt’uno con sé stessa, la donna che ha sempre voluto essere agli occhi dei suoi genitori e di sé stessa. Una donna intrepida, risoluta, che sa cosa è giusto fare.

Mulan ancora non ne è a conoscenza, ma di lì a poco Li Shang varcherà la soglia della sua casa e i due potranno vedersi di nuovo, questa volta senza trucchi o inganni. Nel frattempo, Mushu ha fatto ritorno fra gli antenati: anche lui, d’ora in avanti, potrà rimirare il suo riflesso e vedersi per come ha sempre desiderato: un guardiano riconosciuto e amato da tutti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Quando ero un bambino e tenevo in mano la VHS de “Le avventure di Peter Pan”, il classico della Walt Disney, sovente, ne scuotevo l’involucro. Speravo, lavorando abilmente di fantasia, che da quella confezione in plastica fuoriuscissero effluvi fatati e polverine magiche. Polveri di fata, per la precisione, granuli di dorata luminescenza, lievi fiocchi di neve di un alone giallastro.  Si trattava, come la fantasia mi suggeriva, di quella stessa polvere di fata che Peter Pan donava ai suoi amici e alla sua Wendy per permettere loro di fluttuare al di fuori della loro cameretta, per volare su nel cielo, verso la seconda stella a destra, per poi proseguire, fino al mattino, alla volta dell’Isola che non c’è. “Chissà se in questa cassetta si nasconde una residua polvere di fata in grado di aiutarmi a volare come un piccolo Peter Pan” - mi domandavo. In vero, quella videocassetta permetteva di volare, seppur non serbava una rimanenza vera e propria di quella polvere fatata. Era la potenza immaginaria della fantasia, quella che il film suscitava con i propri disegni, a permettere al bambino che ero di spiccare il volo. Era inutile continuare a scuotere la VHS con decisione, quando sarebbe bastato inserire la videocassetta nell’apposito videoregistratore e lasciar scorrere il nastro, per far ritorno a Neverland, e volare con la gioia nel cuore…

Il quattordicesimo classico della Walt Disney inizia con una frase recitata da una voce narrante, che spiega come questa storia sia un racconto di ieri come di domani. Un messaggio di natura esistenziale e dalla valenza temporale. “Peter Pan e Wendy” è una narrazione di radice fiabesca, dall’ambientazione favolistica ma dalla morale concreta. Balzare da quell’imprecisato “ieri” e approdare in un misterioso “domani”, e percorrere, se ce ne fosse bisogno, il percorso inverso, già, a ritroso, è possibile e sta alla scelta opzionale di ogni singolo spettatore. L’opera di Barrie, e in egual valore, il lungometraggio della Walt Disney, riguardano tanto il passato quanto il futuro nella vita di ognuno di noi. Da adulti torniamo ad approcciarci a “Peter Pan” con la maturità dell’essere uomini o donne che anelano alla possibilità di rivivere le avventure di un tempo, quando non eravamo altro che bimbi sperduti che a notte fonda si raggomitolano sotto le coperte di un accogliente rifugio celato nelle radici di un grosso albero.

Ripensare ai momenti che precedevano la visione de “Le avventure di Peter Pan”, oggi, quando si è diventati grandi, può generare un solo rammarico, dovuto, per lo più, alla consapevolezza di non essere riusciti a rispettare il volere di un’anziana Wendy, quando in “Hook – Capitan Uncino”, sussurrava ai giovani figli di Peter di smetterla di crescere. Quelle parole che l’anziana nonna pronunciava con gentilezza nei confronti dei bambini dovevano essere carpite come un’esortazione personale. Perdona, cara Wendy, colui che sta fissando su carta queste parole, e perdona anche coloro che le stanno leggendo negli attimi che seguono, perché tutti noi non siamo riusciti a rispettare le tue richieste, ma forse, in cuor tuo, sapevi che non avremmo potuto farlo. Così come lo stesso J. M. Barrie, l’autore di “Peter Pan”, era cosciente della forza immutabile, inestinguibile e universale del tempo. Da bambini diventeremo poi adulti, è la normale progressione della vita.

“Le avventure di Peter Pan” traspone lo spirito avventuroso e visivamente onirico dell’opera originaria, nella quale il sogno di un mondo d’incomparabile bellezza come l’Isola che non c’è avvolge le vicende dei protagonisti come un solo e incommensurabile sfondo che domina la totalità scenografica di un palcoscenico. Eppure, il tutto è trattato con maggiore spigliatezza, con un senso di frivola giocosità, ben lontano dalla cupezza nascosta dell’opera teatrale e letteraria. Una drammaticità occultata sotto le vesti colorate di Giglio Tigrato e degli indiani a cui appartiene, eclissata sotto la maschera arrabbiata e malinconica di Capitan Uncino, e dissimulata nel volo senza fine di quel ragazzo che non vuole in alcun modo accettare di crescere. Nel racconto di J. M. Barrie le inquietudini degli adulti e le paure della fine dell’esistenza impossibile da evitare, vengono incarnate nella crudeltà di Capitan Uncino e miscelate alle avventure dei piccoli protagonisti. Riprendere visione de “Le avventure di Peter Pan” da grandi, evoca la reminiscenza delle aspettative sognanti della fanciullezza, quando la nostra immaginazione indugiava sul nostro futuro e sulle speranze ad esso accomunate.

Quando si è piccoli, si spera di crescere in fretta, quando si è già grandicelli, invece, si vorrebbe, a volte, tornare piccini a riprovare la letizia di un mondo ovattato quale poteva essere quello della fantasia distensiva e senza freno di un bambino. Lo scritto di Barrie è incastonato nell’ineluttabilità del tempo, nella sua scorrevolezza impossibile da arrestare. La sua storia non è soltanto un sogno, è la trascrizione di una fantastica avventura che svanisce come la fiammella di una candela che sta per consumarsi, dinanzi all’inclemenza del tempo, che porta a crescere e, un giorno, a cessare d’esistere. L’infanzia e l’età adulta vengono da Barrie poste a distanza come due piani esistenziali di difficile interazione comunicativa. Ciò non sembra accadere nell’opera della Walt Disney, nella quale il brio sognante è tanto forte da coinvolgere sia il bambino che l’adulto.

“Le avventure di Peter Pan” più di offrire una visione della vita in senso introspettivo, vuol rivolgersi ai fanciulli e in egual misura agli adulti, non facendo però ripensare loro al periodo dell’infanzia come a un momento lontano e di difficile ritorno. Come avviene in “Bambi”, film che fa da raccordo tra l’innocenza dell’infanzia e la futura consapevolezza dell’età adulta, la pellicola disneyana di Peter Pan fa da ponte tra la giovinezza e la maturità, in un tratto percorribile da ambo le parti. Il film vuol far riemergere il bambino che è in noi, quel Peter Pan che sonnecchia nel nostro intimo, pronto a risvegliarsi non appena mira il librare dei protagonisti sopra il Big Ben di Londra. Non vi sono però tracce critiche riservate al freddo e distaccato mondo degli adulti come avviene nell’adattamento originario, questo perché entrambe le fasi della vita vengono quasi accomunate dalla grazia del sogno. Se Barrie, nelle sue intenzioni autoriali, desiderava tracciare una linea di demarcazione spessa e conseguenzialmente ardua da superare tra la gioventù e la maturità, il film della Disney si differenzia dal volere dello scrittore per un uso tradizionale dello stile comunicativo, rivolto in maniera innocente a tutta la famiglia; in special modo a quei genitori che possono tornare a sentirsi bambini, magari, stretti in un abbraccio coi loro figli.

“Le avventure di Peter Pan” è una fiaba Disneyana scandita da musiche di rara soavità, scritta e sussurrata per far risuonare melodie brezzate, inafferrabili ma udibili come vento incanalato tra le fessure di uno spazio ristretto. Musiche leggiadre come l’aria che soffia verso nord, eteree come un bel sogno che scivola via tra nuvole bianche che sopiscono in cielo. Walt Disney affermava: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Tale motto viene conformato alla figura di Peter Pan e alla magnificenza del suo lungometraggio d’animazione. “Peter Pan” è di fatto la personificazione del sogno, colui che riesce a volare senza l’ausilio della polvere di fata proprio perché fa dei suoi sogni felici la cadenza ritmata di un battito d’ali.

I fondali del film sono dipinti con una resa scenografica meravigliosa, i cui scorci vengono popolati da pirati inferociti. Nei mari bluastri albergano sirene di infinita bellezza e nelle fitte boscaglie, il terreno viene calcato da indiani estremizzati e bimbi sperduti.

Tutti i personaggi sono disegnati secondo una vasta gamma di capacità espressive: a cominciare da Peter, dalla mimica furbesca e dal diabolico sguardo, per passare a Wendy, dal volto dolce e affettuoso, fino ad arrivare al personaggio più emotivo e intenso di tutti: Trilli.

La scia dorata che lascia sul tragitto velato del suo volo, il suo aspetto da giovane e splendida donna contenuto in un fisico da Mignolina, il suo viso ornato da bionde ciocche di capelli e da gote purpuree, il suo battere di piccole ali fatate e quei suoi occhi sprizzanti gelosia, per via di un amore non corrisposto, fanno di Trilli un personaggio semplicemente fantastico, delineato con tratti cromatici di puro incantesimo.

Merita, in questi passi riservati ai personaggi, una menzione speciale l’antagonista del film, Capitan Uncino. Di temperamento afflitto ma dalle volontà esasperate, Capitan Uncino conserva quasi del tutto il fascino malvagio della sua controparte. La sua sconsiderata paura del coccodrillo marino, e quel suo urlo disperato, quando invoca il provvidenziale arrivo del fidato Spugna, sono fonti di alcune sequenze esilaranti entrate di diritto tra le scene più famose della Disney. Al tempo, era per certi versi una novità quella di poter rallegrare e far sorridere i bambini anche con le tragicomiche vicissitudini del personaggio negativo.

Capitan Uncino fu uno dei primi cattivi della Disney ad avere una rilettura brillante e a farsi carico della malvagità intrinseca del suo animo esternandola mediante una maschera triste e insoddisfatta.  Più che un vero malvagio, Uncino sembra un deprimente ritratto di infelicità, di vittimismo. Il Capitan Uncino della Disney è forse il personaggio che più risente del suo essere investito dal peso di ciò che Barrie voleva suscitare col suddetto antagonista: l’incompiutezza di una vita, che trova motivazione nella deprecabile ossessione di uccidere Peter Pan.

Uncino è la paurosa ansietà dell’autore in merito allo scorrere inesorabile del tempo, che ticchetta come un terrore remoto e snervante in quella sveglia inghiottita dal Coccodrillo e il cui suono viene ritmato e mimato dall’espressività famelica del rettile. Come non mai in questo film, grazie a un’animazione laboriosa, la mimica ingorda dell’anfibio viene scandita dal suono della grossa sveglia, come se fosse proprio il tempo, rappresentato con tanto di artigli affilati e sfilze di denti aguzzi, a voler divorare l’anima e il corpo del capitano.

Con “Le avventure di Peter Pan”, la Disney ci ricorda l’importanza di tornare a sognare, di credere in quelle fate che albergano tra i nastri di pellicola di ogni singola videocassetta che custodivamo un tempo nella videoteca della nostra casa.

Forse, oggi, le fatine vivono tra le memorie nascoste di un moderno DVD, il quale, se scosso, continuerà a non rivelare alcuna traccia di polvere fatata; questo perché se vorrete tornare a volare, vi basterà aprire la confezione, attendere che il sipario si alzi, e far ritorno a Neverland. E se malauguratamente non doveste ricordare la strada, potreste sempre seguire una luce dorata che proviene in lontananza: è un vascello pirata rivestito apparentemente “d’oro” che naviga tra un mare di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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