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"Monsters e Co" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mia sorella non lo ricordava affatto. Lo aveva del tutto rimosso, il che è naturale, era trascorso molto tempo. Ella ascoltava quanto stava raccontando nostra madre e sorrideva. Era un sorriso altamente espressivo il suo, faceva intendere una candida innocenza, quasi fosse un preludio ad un risolino timido e decisamente incerto. Dopotutto, il racconto la divertiva, sebbene seguitasse a rimanere perplessa, dato che nessuno dei suoi ricordi richiamava in lei quanto la mamma stava affermando.  “Davvero?” – domandava sorpresa mia sorella. “Certo!” - rispondeva celermente mia madre, sorpresa da quella mancanza di memoria inaspettata.  Quanto stava riportando alla luce mia madre era un ricordo lontano. Forse sarebbe meglio definirla una paura remota, tanto elusiva da essere stata, d’un tratto, accantonata. “Come fai a non ricordare il mostro di cui avevi paura da piccolina?”. “Mostro” potrebbe sembrare una definizione esagerata, ciò nonostante corretta agli occhi innocenti di un bambino; nel caso di mia sorella la “mostruosa creatura” che, ogni notte, giungeva a terrorizzarla nei sogni era un animale alquanto minaccioso. Si trattava, per la precisione, di un grosso coccodrillo. Mi domando se anche tale rettile, come un suo più famoso simile che appartiene alla letteratura, avesse inghiottito una sveglia, peraltro mai digerita, utile a manifestare sia il proprio avvicinamento che lo scandire, col quel suo sinistro ticchettio, del tempo che scorre inesorabile. Come per un corsaro grande e grosso, anche per una piccola bambina un coccodrillo “immaginato” costituiva la più spaventosa delle paure. Non nuotava in acque salate e neppure in laghi torbidi quel particolare coccodrillo, stava invece sempre sulla terraferma e fuoriusciva dall’armadio solamente di notte. Eppure, mia sorella non ricordava più nulla del suo mostro. Crescendo, un po’ come accade sull’Isola che non c’è, si finisce per dimenticare.

Quando vedemmo per la prima volta “Monsters e Co”, ironicamente, io e mia sorella “realizzammo” che finalmente avevamo conosciuto quel “suo” mostro obliato. Uno degli antagonisti del film, Randall, possiede infatti le sembianze di un grosso lucertolone, famelico, infido e camaleontico. Non era propriamente un coccodrillo, ma poco ci mancava. Randall, per come viene mostrato nel film, è solito emergere dai guardaroba, camminando sui muri, trascinandosi persino sui tetti, assumendo il colore preminente della stanza così da mimetizzarsi e apparire d’improvviso. Esso è, dunque, portatore di uno shock istantaneo, spiazzante, poiché da una quiete apparente il bimbo vittima di uno “scherzo” così crudele prova un terrore improvviso. Randall sfrutta la paura del buio, rendendosi addirittura invisibile, perché ciò che sfugge al senso della vista paralizza ogni vigile attenzione.

L’opera d’animazione “Monsters e Co” ruota tutta attorno ad una delle fasi iniziatiche dell’esistenza vissute da ogni essere umano: la paura riguardante un mostro che attende a notte fonda per sbucare da sotto il letto o, per la maggior parte delle volte, da dentro un armadio. Proprio quell’armadio nel lungometraggio Disney/Pixar non è un semplice spazio, ma si tramuta in un portale che unisce due mondi, quello degli umani e quello dei mostri. Come fosse lo specchio di Alice, l’armadio è una finestra, talvolta blindata, altre aperta su due realtà diverse ma accomunate da una medesima emozione: la paura rivolta verso ciò che si disconosce.

Sia il mostro che il bambino hanno infatti rispettivamente paura l’uno dell’altro; il primo perché avverte sgomento nell’essere sorpreso da bavose e ringhiose creature, il secondo perché crede ingenuamente che gli esseri umani siano portatori di incurabili malattie infettive. Tuttavia, nella città di Mostropoli, spaventare gli infanti umani è essenziale, perché le loro urla generano l’energia necessaria per il sostentamento della società. Con i dovuti rischi del mestiere James Sulley e Mike Wazowski lavorano assiduamente alla centrale elettrica denominata “Monsters & Co”, nella quale, per mezzo di alcune porte speciali, i mostri possono raggiungere il mondo degli umani.

James è uno dei migliori “spaventatori” in circolazione. Imponente, e dal ruggito feroce, Sulley è ad un passo dal conquistare il record di spaventi, coadiuvato dal suo “ciclopico” migliore amico, Mike, basso, tozzo, tondo e con un grande occhio. Entrambi costituiscono un’inseparabile coppia di amici. Esteriormente, Sullivan e Wazowski sono ben differenti, uno lo si nota alla prima occhiata, l’altro dopo aver posto una più accurata attenzione. Il primo è grande e grosso, un po’ come Oliver Hardy, il secondo è invece tarchiato ma minuto, un po’ come Stan Laurel. La pelle di Mike è di un verde acceso, il pelo di Sulley vanta diverse sfumature tra l’azzurro e il verde chiaro, passando poi per chiazze color viola. Persino caratterialmente, i due mostri sono ben diversificati, uno è risolutivo e burbero, come Walter Matthau, l’altro è premuroso e angelico, come Jack Lemmon. Figure, queste ultime, utilizzate come metro di paragone, cristallizzate nell’Olimpo del cinema, ma che ben si sposano ai due protagonisti di questo film d’animazione. Se volessi osare ancor di più, potrei anche affermare che Wazowski somigli persino ad Orson Welles, perlomeno per il suo modo di “lavorare” così scrupoloso: basti pensare alla spassosa commedia teatrale rappresentata a fine film dal buffo “mostriciattolo” verde, scritta, diretta, prodotta e interpretata proprio da Mike Wazowski, una lavorazione alla Orson Welles, cineasta che curava ogni aspetto del proprio rappresentato e filmato, per l’appunto.

Diversi tanto nell’aspetto quanto nel temperamento, Sulley e Wazowski, da principio artefici dello spavento, diverranno artisti della risata. Quando una dolce bambina, Boo, verrà “trasportata” a Mostropoli, per Sulley e Mike comincerà una divertente ed entusiasmante avventura mediante la quale, noi spettatori capiremo come nelle differenziazioni sociali si possano scovare quei pregi che impreziosiscono le esperienze della nostra vita.

Noi tutti, nella nostra infanzia, abbiamo avuto paura di qualcosa. Non lo avevamo mai visto realmente il nostro mostro, ma eravamo fortemente convinti si nascondesse nell’ombra, pronto a balzare fuori non appena i nostri genitori avessero spento la luce. Il mostro sostava nella nostra mente, faceva breccia nei nostri sogni smorzandoli, deturpandoli, mutandoli in violenti incubi. Magari ad occhi aperti non riuscivamo a scrutarlo, ma i suoi passi risuonavano nelle nostre orecchie come tamburi, e i riflessi della sua essenza, intravisti durante il sonno, continuavano a stazionare negli angoli della nostra stanzetta. Ma di cosa avevamo realmente paura? Di restare soli? Del buio stesso? In verità, di tutto quello che albergava laggiù, oltre la nostra comprensione, celato alla nostra vista. I mostri che ci terrorizzano da bambini non sono altro che incarnazioni di paure incorporee che assumono le forme più disparate, come “mollicci” di Harry Potter neri e sudici. I bambini non temono alcun mostro, in verità, temono ciò che non hanno ancora potuto comprendere, il mistero. “Monsters e Co” ci offre, a mio giudizio, un’interpretazione particolare: imparando a comprendere l’inconsueto, potremmo smettere di averne repulsione.

Difatti, nulla è mostruoso e null’altro è “tossico”, nell’innocenza di Boo e nell’affettuosa mostruosità di Mike e Sulley: si rapportano due esistenze tanto diverse capaci, proprio per tale ragione, di arricchirsi vicendevolmente sul piano emotivo e sentimentale. La paura verrà pertanto annientata dalla conoscenza, dall’approccio tra due piani dell’esistenza fantastica, finalmente vicini e consapevoli delle rispettive nature. “L’angoscia”, strumento di sviluppo per Mostropoli, verrà omessa a favore dell’allegria, portata dai mostri nelle loro nuove vesti di giocolieri e mimi, in un’interazione con i bambini che genera gioia, un mezzo di sostentamento molto più proficuo della paura, poiché essa è emozione sincera, spontanea e spensierata.

Da piccoli, siamo tutti dei Capitan Uncino alle prese con l’avversione più feroce da sconfiggere, un coccodrillo. Lo stesso Randall, ironia della sorte, verrà scambiato per un alligatore in una delle sequenze esilaranti della pellicola. Entrato, involontariamente, in una casa sita a pochi metri da una palude, Randall verrà creduto un rettile famelico e scacciato via a colpi di pala da una madre alquanto protettiva.

La paura verrà sconfitta in quel momento, e con essa anche il coccodrillo che fugge via senza produrre verso alcuno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Coco" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non patisce questo peso, soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

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Arlo e Spot disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

De “Il viaggio di Arlo” se n’è parlato poco, come se fosse stato l’argomento meno stimolante in un’interlocuzione a tema. “The Good Dinosaur” fu la seconda creazione dello studio Pixar del 2015, che per la prima volta scelse di distribuire due e non più soltanto una delle proprie creazioni nello stesso anno. “Il viaggio di Arlo” venne rilasciato dopo l’avvento del tanto discusso e acclamato “Inside Out”, il film che tra i due ebbe con merito ciò che comunque ingiustamente mancò ad “Arlo”: una ricezione ragguardevole. “Inside Out” fu il film d’animazione di maggior successo dell’anno, “Arlo”, invece, dovette accontentarsi d’essere il “fratellino più piccolo” tra le due opere figlie di una stessa madre, la Pixar che le generò e le amò entrambe. Questo perché ambedue ricche di valori e insegnamenti messi in scena secondo la pregevole rappresentazione animata tipica degli studios. “Il viaggio di Arlo” ebbe un impatto mediatico somigliante all’aspetto del proprio protagonista: minuto ma apprezzato, piccolo ma tutto sommato di successo. “The Good Dinosaur” è riuscito a ritagliarsi comunque la propria fetta di pubblico, magari in un numero non poi tanto altisonante, ma quanto basta per lasciare un segno, una piccola impronta impressa nel cinema d’animazione.

65 milioni di anni fa, nello spazio, un meteorite precipita con apocalittica rapidità verso la terra. Qualcosa, tuttavia, non va come la storia ci ha insegnato, il meteorite manca la Terra e procede verso una rotta a noi ignota. I dinosauri, scampati così all’estinzione, nei successivi millenni si evolvono, sviluppando capacità cognitive simili a quelle umane.  Arlo è un dinosauro erbivoro, ultimo di tre fratelli.  La stranezza che possiamo cogliere al momento della sua nascita è quella che, sebbene l’uovo che conteneva Arlo sia più grande e capiente del normale, egli, quando l’involucro si dischiuderà, apparirà più gracile dei suoi fratelli.  Arlo vive in una fattoria con la sua famiglia, e cresce all’ombra del fratello e della sorella, ben più abili di lui nel lavoro. Arlo è schiacciato dalla paura, e appare costantemente atterrito e spaventato dai pericoli del mondo esterno.

Per fargli acquistare maggiore fiducia in se stesso il padre gli affida il compito di catturare un misterioso predatore che si intrufola per nutrirsi nel rifugio in cui i dinosauri custodiscono le loro riserve di cibo accumulate per l’inverno. Il ladruncolo, che si rivelerà essere un cucciolo di essere umano, viene scoperto un giorno da Arlo il quale, tuttavia, esiterà a colpirlo. A quel punto, il padre sceglierà di accompagnare il figlio oltre i sicuri recinti della fattoria per inseguire l’inaspettato predatore. Questa ricerca avrà un esito drammatico: il padre di Arlo morirà durante una tempesta, strappato all’affetto del figlio dalla potenza dello sfocio di un’inondazione. Arlo, decidendo di riacciuffare quel cucciolo, comincerà, suo malgrado, un viaggio nel mondo preistorico.

“Il viaggio di Arlo” avvicina due esseri appartenenti a razze diverse e li accomuna. Il rispetto che avvicina il dinosauro al bambino ha come fondamento la certezza che non è la differenziazione della specie a rinsaldare un legame ma la comunanza di un sentimento, la vicendevole comprensione empatica. Arlo e il piccolo umano, rispettivamente animale e uomo, si avvicinano tra loro colmando i vuoti e stringendo un legame affettivo simbiontico nel quale l’uno riempie gli spazi lasciati dall’altro. La differenza primaria che lo spettatore riesce a notare è che tale rapporto viene espresso mediante il rovesciamento delle parti. Sebbene “Il viaggio di Arlo” abbia una struttura prevedibile e uno sviluppo che lo spettatore saprà piacevolmente anticipare, riesce comunque ad offrire una mutata originalità compiuta nel capovolgimento che fa in merito alla razza animale e quella umana. Qui è l’animale ad essere progredito, ad occupare un posto di prima grandezza nella scala gerarchica dell’evoluzione. I dinosauri parlano, sanno coltivare la terra e raccogliere i doni che essa elargisce a chi sa prendersene cura. L’uomo si trova a vivere in una fase embrionale della propria ascesa. Spot, il tenero ma deciso cucciolo di uomo, cammina a quattro zampe, ringhia e grugnisce, ha un forte istinto predatorio e di sopravvivenza, denti forti con cui si procura il cibo, e si esprime non certo a parole ma con degli ululati che rilascia inarcando il volto verso il cielo. Nelle iniziali discrepanze, Spot conquista la fiducia di Arlo.

Arlo, docile e indifeso, e Spot, piccolo ma isolato, assurgono ai ruoli dei due poveri emarginati. Entrambi hanno perso i loro affetti più cari, e forse Spot più di Arlo ha perduto quanto di più significativo la vita gli ha dato. Essi dialogano sulle loro mancanze comunicando con il simbolismo di alcuni ramoscelli messi in posizione ed irti sul terreno: Arlo ne mette cinque in fila, dal ramoscello più grande, rappresentante il padre, al più piccolo, rappresentante egli stesso. Spot risponde posizionando tre ramoscelli, tra cui uno piccolo raffigurante se stesso. A quel punto, Arlo depone il ramoscello più grande della sua fila e lo seppellisce. Spot risponde facendo lo stesso sui due rametti che altro non rappresentano che sua madre e suo padre. Arlo ha perso l’ancora della sua vita, Spot addirittura le uniche persone che si prendevano cura di lui. Entrambi hanno raffigurato la loro famiglia racchiusa in un cerchio che adesso sembra essersi dissolto sul terreno. Soli e sofferenti, Arlo e Spot si completano in un rapporto affettuoso che sancisce la capacità umana e animale di poter capire le sofferenze altrui, in un’umanizzazione totale che abbraccia i personaggi e li rende comprensibili da noi tutti.

“Il viaggio di Arlo” è un film di formazione, di maturazione fisica e caratteriale, non strutturato secondo una vera e propria trama, bensì secondo un’esperienza iniziatica di vita. Nelle loro peregrinazioni, Arlo e Spot affrontano numerosi pericoli che li pongono davanti a un Triceratopo leggermente “fuori di testa”, a spietati Pterodattili famelici e a Tirannosauri sorprendentemente socievoli e amicali, in un continuo ribaltamento di quelle aspettative che gli spettatori nutrono nei confronti delle razze che via via incontrano e che sfidano i preconcetti della vita reale. Poco prima di giungere al capolinea della loro avventura, Arlo fronteggia le paure che da sempre lo avevano piegato alle avversità della vita. Egli capirà che lo stato di allerta della paura farà sempre parte del suo animo ma starà a lui riuscire coraggiosamente a ridurlo. Sotto una fitta pioggia battente, durante un temporale come quello che si è abbattuto sulla terra il giorno in cui Arlo perse suo padre, il giovane dinosauro fronteggia tuoni e fulmini, predatori e insidie per salvare il suo fraterno amico e condurlo in salvo. Al termine di questa sua personalissima impresa, Arlo avrà raggiunto la meta astratta del suo intimo percorso.

“Il viaggio di Arlo” è un film emozionante, visivamente meraviglioso e alquanto commuovente, una piccola perla della Pixar che forse non sarà preziosa come le altre ma potrà essere comunque custodita nel loro scrigno d’arte.  Si tratta di un lungometraggio circolare, che si muove come su un percorso ben delineato, la cui iniziale tracciatura si ricongiunge sul cessare della circolazione. Nella fine Arlo ritrova la propria partenza, la casa da cui ebbe inizio il suo viaggio. Esso si ricongiunge alla propria famiglia non prima di aver detto addio al suo amico. Spot, il quale attraverso i suoi ululati aveva attirato a sé una famigliola della sua specie, vorrebbe portarlo con sé ma non può farlo. Entrambi hanno finalmente trovato ciò che stavano inconsapevolmente cercando: Spot la sua nuova famiglia, Arlo il suo posto nel cerchio della vita come voleva suo padre, il quale teneva sempre a ricordargli quanto suo figlio fosse come lui, se non di più.

Arlo, col proprio muso, traccia un cerchio sulla terra che cinge Spot con quelli che saranno i suoi nuovi mamma e papà. Il piccolo umano comprende che le loro strade si divideranno e saluterà il suo amico-animale abbracciandolo. Tra le lacrime, Arlo dice addio a Spot che felice smette di gattonare, e si pone su due gambe, imitando l’andatura dei suoi genitori adottivi che camminano in posizione eretta. Sul finale, il film ci regala un ultimo, celato messaggio: è l’inizio di un percorso evolutivo che abbraccia tanto i dinosauri quanto l’essere umano che abbiamo conosciuto. Il cerchio proseguirà il suo moto circolatorio, fatto di crescita, di sviluppo, semplicemente di…vita.

“Il viaggio di Arlo” ci insegna come l’esistenza possa essere ostica da affrontare ma ricca di insegnamento. Tante lezioni che possiamo imparare se diamo ai nostri sentimenti un peso imprescindibile nella comprensione dell’atteggiamento altrui.

“Il viaggio di Arlo” è emozione pura, intensa, che si avverte come il lieve soffio del vento sul viso. Un soffio leggero, impercettibile così delicato da essere sentito anche dalle lucciole che si nascondono tra le verdi radure dei boschi adiacenti la dimora di Arlo e che, sentendo il sospiro, si librano in aria rilasciando una luce verde, evanescente. L’emozione prodotta dal film assume una tonalità di verde, che è proprio il colore della speranza che abbandona il suolo e si innalza verso il cielo azzurro cupo della notte.

E’ un qualcosa che resta ben scolpito nel cuore degli spettatori, come l’orma che Arlo vuol imprimere sul silo, accanto a quella che aveva lasciato suo padre. Un'impronta che può essere suggellata solo al raggiungimento di un traguardo importante. Così Arlo può segnarla al suo ritorno a casa, proprio accanto a quella che fu del suo amato genitore. L’egual valenza possiede il film: la valenza di un’impronta emozionale marchiata nel cuore di chi ha osservato.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Gli occhi di Wall-E riflettono il cielo stellato in questo disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters.

 

In un futuro distopico, la Terra è un pianeta disabitato, colmo di rifiuti e inquinato da secoli di scorie. Gli umani hanno abbandonato il loro luogo natale per vivere nel cosmo, su una flotta di navi spaziali capitanata dalla nave guida, la Axiom, una gigantesca astronave sulla quale parte dell'umanità si concede una crociera di cinque anni.  Poco prima del grande esodo, sono stati attivati e lasciati sulla Terra migliaia di Robot chiamati “Wall-E”, orientati da un’unica e sola direttiva: quella di ripulire il pianeta e ridurre gli immensi carichi di rifiuti compattandoli in piccoli cubi. Mentre gli uomini vivono al sicuro tra gli spazi siderali, sulla Terra, ad uno ad uno, col passare degli anni, i robot si disattivano, vengono distrutti dalle intemperie o, semplicemente, dal lento ma inesorabile deterioramento funzionale. Tutti tranne uno.

Per settecento anni il piccolo robottino Wall-E ha continuato senza sosta la propria attività di “spazzino” del globo. Wall-E, giorno dopo giorno, anno dopo anno, “vive” nella più completa solitudine e nell’alienazione di un compito divenuto oramai perenne. Per Wall-E tale dovere è una mansione a cui adempie con assoluta devozione. Eppure, in quella routine così monotona ed estenuante, Wall-E lascia emergere comportamenti spontanei e non da macchina costruita a tal proposito, ma quasi naturali e di certo poco imposti da una specifica direttiva. Col trascorrere dei secoli, tra quelle dune sabbiose e quegli scarichi polverosi, in cui Wall-E si muove liberamente, ha cominciato adesso a sviluppare sentimenti e atteggiamenti umani. Il piccolo robot, aggirandosi tra i rifiuti che ispeziona accuratamente prima di compattarli in forma cubica per poi accatastarli su tutti gli altri volumi già squadrati, resta sovente colpito dalla forma particolare di alcuni di questi oggetti. Potremmo definirli dei reperti, dato il tempo in cui vive Wall-E, che ne solleticano la sua attenzione. Wall-E è cosi mosso da un’umana e puerile curiosità. Al calar della notte, una volta raccolto qualcosa che reputa significativo, Wall-E torna nella sua dimora, il rimorchio di un autotreno, in cui conserva tutti i reperti interessanti che ha raccolto nel tempo. Ogni sera, Wall-E manda indietro il nastro di una vecchia registrazione per riguardare “Hello, Dolly”, un musical pluripremiato del 1969, con Barbra Streisand e Walter Matthau. Lo sguardo di Wall-E, nell’osservare lo scorrere di quelle scene che si materializzano così vivide sullo schermo, sembra subire l’incanto di quell’arte a lui sconosciuta, tanto che i suoi grandi e tondeggianti occhi sembra diano l’impressione di uno stato d’animo votato alla commozione. Wall-E strofina le sue mani vicendevolmente, come se volesse mimare il gesto di poterle stringere a una persona, e più precisamente a una compagna, nell’esatto modo in cui vede i due personaggi del film danzare, tenendosi per mano. Attraverso quelle immagini in movimento, Wall-E prende sempre più coscienza della profonda solitudine che lo avviluppa.

Nell’incomunicabilità vocale del protagonista, il film di Andrew Stanton commuove dopo pochi istanti. Non servono sottotitolazioni, né digressioni esaustive, quando nelle sue peregrinazioni mute e solitarie, Wall-E volge spesso lo sguardo al cielo, nell’attesa perenne di un segno che giunga da quella misteriosa volta celeste. E un giorno, proprio da quel cielo azzurro ammantato da stelle luminescenti che vegliano sull’agire dell’unico abitante della Terra, giunge una presenza dallo spazio remoto. E’ EVE, una sonda robot femmina. Wall-E resta ammaliato dalla visitatrice giunta dalle profondità del cosmo, e comincia a interagire con lei, portandola nella sua casa, invitandola a vedere tutti gli strani oggetti che colleziona oramai da secoli. Wall-E le mostra improvvisamente ciò che di più curioso è riuscito a rinvenire qualche giorno prima, una piantina verde sorta dal terreno. Quando EVE vede il vegetale, lo prende con sé, e immediatamente si spegne. Wall-E allora non si dà pace per essere ripiombato di nuovo nella solitudine, e trascorre gran parte del suo tempo portando EVE con sé, prendendosi cura dell’inerme involucro che la contiene. La difende così dalle tempeste di sabbia che sferzano il pianeta, giungendo persino a fingere di osservare il tramonto con lei, seduti mano nella mano. Un giorno però, quando Wall-E aveva perso la speranza, un’astronave approda sulla Terra per recuperare EVE. Vedendola allontanarsi dal pianeta, Wall-E si lancia all’inseguimento, restando aggrappato al razzo partito per lo spazio…

“Wall-E” fu il nono film della Pixar, realizzato in collaborazione con la Walt Disney Studios, e distribuito nelle sale di tutto il mondo nel 2008. In rarissimi casi, il cinema d’animazione ha saputo offrire un’opera talmente profonda da essere in grado di sfiorare le più intime corde dell’animo umano fino a farle risuonare dolcemente, avvolgendole di un canto soave e melodioso, come se il cuore emanasse un’armonia paragonabile alle corde appena pizzicate di un’arpa. Wall-E si trasforma così in un musicista, o per l’appunto, un suonatore d’arpa, che con il proprio “percorso visivo” ristora l’animo di chi l’ascolta con la voce del cuore. Si colloca nelle profondità dell’animo il piccolo robottino, e fa volteggiare le sue esili mani tra le corde dello strumento, che altro non è se non la sensibilità delle nostre emozioni. E la melodia che ne vien fuori è tanto profonda, tanto, armoniosa, tanto poetica, ma è anche tanto malinconica.

Wall-E è una lirica declamata da un muto oratore, che fa dei suoi gesti e dei suoi movimenti la parte essenziale dell’esecuzione di un testo poetico. Altresì Wall-E potrebbe essere una poesia non scritta, non tramandata in maniera cartacea. Potrebbe rappresentare una sorta di poetica del silenzio, l’esaltazione della valenza dei piccoli modi di porsi. Parte fondamentale per comprendere appieno quanto io sto scrivendo è rammentare che Wall-E è un lungometraggio in cui si alternano lunghi momenti di assoluto silenzio, e quindi il solo osservare ciò che sta avvenendo è la chiave per cogliere e capire l’emozione di un singolo atto. Non dobbiamo concentrarci sul significato di una parola, su ciò che è stato detto o, in altri casi, su ciò che è stato scritto. Bisogna inoltre ricordare che il protagonista è incapace di parlare, eccetto che, inizialmente, di ripetere il suo nome, cosa che lo aiuta a prendere consapevolezza della sua autocoscienza. Ma a Wall-E non serve parlare, gli basta una semplice occhiata per dire tutto ciò che deve. Eppure, sebbene manchino le parole e i versi scritti, Wall-E sa essere estremamente poetico, come un’ode privata di tutte le sue strofe trascritte sul foglio. Wall-E è un lamento laconico, un meraviglioso componimento letterario che andrebbe solamente compreso e interpretato, mai letto.  Il robottino possiede l’ineffabile capacità d’esprimersi con l’arte dei gesti, e riesce a creare un legame empatico, basato esclusivamente sulla riflessività emotiva.  Wall-E si configura così come una taciturna odissea fantascientifica, traboccante di sentimentalismo e d’amore per la tecnologia e l’Umanità, per l’ambiente e il romanticismo più classico, quello incapace d’essere contaminato dall’inquinamento che cerca di soggiogarlo.

Wall-E è un “essere” vitale e senziente, totalmente integrato al contesto storico e alla naturalezza ambientale, che lo circonda, tanto da farne una sorta di elemento scenografico divenuto protagonista della scena. Esso è introverso e muto, esattamente come silenziosi e inespressi sono i paesaggi che lo circondano, fatti da “grattacieli” altissimi di rifiuti dimenticati. Wall-E è stato anch’esso dimenticato insieme alla Terra, su cui muove i suoi passi. Scenografia e personaggio si trovano amalgamati in un’univocità scenica, che li riflette vicendevolmente. L’apatia di una realtà intrappolata nella desolazione, viene però spezzata dall’arrivo di EVE, la robottina di cui Wall-E si innamora perdutamente. Un amore che travalica i confini terreni, giungendo fino alle stelle. Nel non volerla ad ogni costo abbandonare, Wall-E si aggrappa al mezzo di trasporto che le sta portando via il suo eterno amore, e con esso, percorre i due stadi dell’esistenza fantascientifica: dalla terra allo spazio.

Nelle profondità sperdute dell’universo, Wall-E si ricongiunge alla razza umana, a bordo della nave madre, la Axion, in cui i discendenti della popolazione, un tempo vissuta sulla Terra, vivono tra le indolenti agiatezze, distesi perennemente su comodissime poltrone motorizzate, con cui possono muoversi nella vastità smisurata della nave.  Sia gli uomini che le donne sono tutti estremamente in sovrappeso, per via della negligenza e della quasi totale incapacità di deambulare. Le persone a stento dialogano tra loro, trascorrendo tutto il tempo a rimanere imbambolate dinanzi a uno schermo. Ma quando il comandante della nave scorgerà la piantina che EVE ha recuperato sulla Terra grazie a Wall-E, comprenderà che è giunto il momento di tornare a casa: la vita sta rifiorendo sul pianeta. Il Comandante comincia così a domandare al computer di bordo di definire specificatamente cos’era un tempo la vita degli uomini, cosa volesse dire camminare, osservare le meraviglie di un paesaggio assolato, le bellezze pigmentate delle verdi boscaglie e quale fosse la reale motivazione di altre decine e decine di usanze che gli uomini praticavano sulla Terra.

Nel frattempo, Wall-E si è ricongiunto con la sua EVE, tra innumerevoli peripezie, e i due restano sospesi tra i corpi celesti. EVE vola intorno a Wall-E, e il robottino, col supporto di un estintore che utilizza per sincronizzare i suoi movimenti nello spazio aperto, si muove verso di lei. I due danzano tra gli astri, proprio nel momento in cui il comandante, apprendendo sempre più notizie sugli usi e i costumi praticati della sua razza in epoca “antica”, domanda al computer di definire cosa fosse una danza. Se solo si voltasse e volgesse lo sguardo fuori dalle ampie vetrate della sua cabina la vedrebbe con i suoi stessi occhi: due partner prossimi, che si lasciano andare ad un susseguirsi di movimenti in cui arrivano continuamente a sfiorarsi. Non vi è musica tra le stelle, vi è ancora silenzio, ciò che accomuna Wall-E ed EVE: e i due non seguono alcun ritmo, l’unica colonna sonora che cadenza la loro danza è quella dei loro portamenti: e i due ballano proprio lassù, in quella immensa tavola buia come un oceano di notte, illuminata dalle stelle che diventano spettatrici involontarie di questo amore appena sbocciato tra due esseri per nulla dotati di sentimento alcuno.  Con questa scena dall’idillio sopraffino, Wall-E dimostra d’essere un’opera d’arte librata dal suolo terrestre al cielo azzurro e siffatta nel cosmo. Si tratta di cinema incontaminato e primordiale, dove il suono, il movimento e le azioni sono il puro magnetismo cinematografico, in cui la camera cattura lo spettatore col proprio occhio attento e imparziale.

Vorrei rivolgermi anch’io ad un computer e domandargli con fare sommesso “definisci un’emozione”, perché ciò che si può provare vedendo questo film trascende il concetto velato e a volte semplicistico con cui esprimiamo cosa sia un’emozione forte e debordante.  Wall-E è una discesa vorticosa nel tunnel dell’emozione tersa e intellegibile.

Il tema della salvaguardia dell’ambiente e della Terra, il bene più prezioso che abbiamo, si combina col tema della salute e dell’obesità, in cui l’uomo rischia di perdere non soltanto la propria casa, ma i propri valori, i propri principi etici e morali, dimenticando l’importanza delle cose che diamo per scontate. Persino una passeggiata in riva al mare in Wall-E può assumere un valore ancestrale, poiché l’uomo non riesce neppure a reggersi in piedi e della vastità del mare non se ne riesce più a vedere l’unicità. Con Wall-E gli uomini riprendono ad accorgersi della vita che scorre intorno a loro e non più in una realtà virtuale imprigionata all’interno di uno schermo.

Sul finale, quando Wall-E resterà gravemente danneggiato a seguito di un incidente, verrà salvato dall’amata che ne sostituirà i pezzi recuperati nella sua dimora. A quel punto però, Wall-E ha perso i suoi ricordi, e riprende così a svolgere in modo meccanico le azioni imposte dalla sua direttiva. L’umanità che albergava in lui sembra essere stata annientata dalla violenza, ma sarà ancora la forza dell’amore a salvarne i ricordi. E quando EVE lo bacerà, strofinando il suo volto su quello di Wall-E, provocando così la loro consueta scintilla, Wall-E riacquisterà la memoria e resterà insieme ad EVE sulla Terra, prossima ad essere ripopolata dagli uomini.

Wall-E conserva una devozione incondizionata al passato rivisitato in un futuro distopico: il fascino che il film “Hello, Dolly” suscita nel robottino attesta questa dualità passato-futuro insita tra le pieghe meditative dell’opera. Wall-E è un mimo del cinema muto, che fa suo il concetto di un amore sognante, esternato mediante la musica, decantato dalle voci intonate di due innamorati, e ancor di più ballato da quelle stesse figure che ammira durante la visione del film. Wall-E probabilmente vorrebbe cantare per la sua Eve, ma non può farlo. Questo altalenante gioco tra passato e presente, testimoniato dal culto del classico con Barbra Streisand e Walter Matthau, abbraccia tre generi diversi di fare cinema. Wall-E, col suo agire, salta così dal cinema privo del sonoro, al musical spumeggiante, giungendo fino alla fantascienza più d’avanguardia. Il rispetto per il passato è anche la chiave per comprendere il futuro e ritrovare la scintilla necessaria per destare il progresso. Nell’ultimo atto, i fotogrammi finali mostrano delle scene, come fossero rappresentazioni rupestri impresse sulle pareti delle caverne. Osserviamo i disegni degli uomini che ritornano a casa e riprendono a popolare la Terra, cominciando dagli albori. E’ la seconda evoluzione dell’uomo. Nell’ultimo ritratto Wall-E stringe la mano della sua amata Eve nel momento in cui si sofferma ad ammirare l’albero rigoglioso spuntato dal germoglio che aveva rinvenuto e donato ad Eve. E’ come se il loro amore avesse contribuito in parte, se non in tutto, a generare…la vita.

Wall-E è un film impregnato di cristallino lirismo, ed è da considerarsi una pietra miliare della filmografia contemporanea, capace di suscitare nei film che gli succederanno, ispirazione, ma soprattutto grande stima e apprezzamento. Un film capolavoro, capace, a mio giudizio, di rasentare la perfezione.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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E' disponibile in rete il nuovo trailer di "Cars 3", il terzo lungometraggio della serie prodotto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney. Il lungometraggio d'animazione, diretto da Brian Fee vede il protagonista Saetta McQueen, ora un'auto da corsa veterana, costretto a ritirarsi dopo un disastroso incidente. Saetta chiede alla giovane Cruz Ramirez, esperta di auto da corsa, di aiutarlo a tornare in pista e battere i suoi avversari, ma farà una scoperta sconvolgente: l'avversario Jackson Storm, un'auto appartenente alla nuova generazione, ha volutamente sabotato le ruote a McQueen per invidia.

"Cars 3" verrà distribuito il 16 giugno 2017 negli Stati Uniti, anche in 3D, e in Italia il 14 settembre.

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Redazione: CineHunters

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