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"Up" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La prima volta che vidi “Up” rimasi folgorato. Da cosa, vi starete senz’altro chiedendo. La risposta, beh, potrebbe sorprendervi.

Rimasi incantato non solo dalla meravigliosa sequenza che cadenza i primi minuti della pellicola, non soltanto dalla delicatezza del tema trattato o dalla bellezza dell’opera in sé. Restai, ancor prima, interdetto e piacevolmente rapito da un elemento in particolare: un volto. Il volto del protagonista della storia. Mi colpì in un lampo, come una fitta avvertita improvvisamente, uno stupore percepito d’un tratto, similmente al saettare di un fulmine all’orizzonte che appare e svanisce nel breve volgere di un battito di ciglia.

Il faccione di Carl Fredricksen, il protagonista di “Up”, aveva, nel suo insieme, un qualcosa di accattivante, di tremendamente riconoscibile. Carl compare sin da subito, all’echeggiare delle prime note della colonna sonora, al comporsi delle prime immagini animate, non appena il sipario si alza sul palcoscenico cromatico di “Up”, la cui scenografia è composta da palloncini di mille colori e affetti indissolubili.

Carl non è che un bambino nelle sequenze iniziali del lungometraggio, eppure il suo volto che, salvo i segni del tempo, permarrà pressoché identico anche in vecchiaia, aveva catturato il mio sguardo; lo aveva carpito, ghermito con la stessa destrezza di un’aquila di mare quando, in picchiata, plana sull’acqua per afferrare, con i suoi artigli, un pesce che, ignaro, nuota, beato, contro corrente.

I connotati di Carl possedevano una peculiarità quasi evocativa. Quel musone aveva un non so che di familiare. Me ne accorsi immediatamente.

Quella faccia l’ho già vista da qualche parte” - borbottai sotto voce. “Sì, ecco, somiglia a qualcuno che conosco. No, ma che dico, non a qualcuno che conosco davvero ma alle fattezze di una persona che ricordo, che distinguo piuttosto chiaramente, che discerno come se l’avessi vista dal vivo”.

Quel naso prorompente, tondo come un tubero appena portato alla luce, quelle sopracciglia aggrottate, folte come cespugli che necessitavano di una bella potatura, quelle orecchie ampie come due vele spiegate al vento, quei capelli bianchi, corti con un piccolo ciuffo che si elevava sulla fronte, leggermente verso l’alto; quella espressione burbera, seccata, aspra, quei lineamenti ruvidi, quell’ovale teso in un grugnito che sembrava anticipare la pronuncia di un rimprovero, l’esternazione di un ammonimento, erano tutte caratteristiche che mi ricordavano una persona in particolare, che non riuscii a richiamare alla mente in maniera subitanea.

Un momento!” – dissi tra me e me – “Facciamo un rapido elenco: un nasone a patata, una faccia palesemente scocciata, incline a sbuffare per la troppa noia, un’espressività paragonabile alla tenera e costante “brogna” di un simpatico vecchietto ormai spazientito, stanco e scorbutico ventiquattr’ore su ventiquattro. Ci sono, il viso di Carl, e di conseguenza il suo carattere, sono un omaggio a Walter Matthau”.

” - mi ripetei - “Adesso tutto torna” – e proseguii - “I creatori di Up avranno basato la fisionomia di Carl sul grugno inconfondibile di Walter”. Per qualche minuto, ne fui più che convinto. Eppure, mentre continuavo a guardare il film le mie certezze cominciavano a venire meno.

No, Walter aveva un aspetto, in fin dei conti, notevolmente diverso. E’ vero, aveva anch’egli un naso dirompente ma la sua faccia era più allungata, i suoi lineamenti erano alquanto marcati, grezzi, e la sua mascella era cascante come quella di un cagnolone”.

Di punto in bianco, l’eco di un altro dei miei attori prediletti si fece spazio tra i miei pensieri come un riverbero: il faccione di Spencer Tracy. Dopo una mezz’ora passata a spremermi le meningi avevo finalmente fatto centro: Carl doveva essere, per forza di cose, Spencer, quel viso rugoso altro non era che un omaggio ad una delle stelle più luminose del firmamento hollywoodiano dell’età dell’oro.

Ritratto fotografico di Spencer Tracy

Gli occhiali a forma di rettangolo, gli occhi azzurri come un cielo terso, la candida peluria che smussava gli angoli di quella maschera paffuta erano tratti somatici studiati ad arte per modellare la faccia di Carl su quella di Spencer Tracy, così come quest’ultimo appariva sul grande schermo quand’era, oramai, avanti negli anni.

Spencer Tracy è stato uno dei più grandi interpreti della storia della settima arte. Attore versatile, disinvolto, completo, seppe destreggiarsi abilmente tra i generi più disparati conquistando due premi Oscar su nove candidature. Tra i ragguardevoli capolavori della sua filmografia figurano film avventurosi come “Capitani coraggiosi”, commedie argute e raffinate come “Il padre della sposa”, western ritenuti autentici classici come “Giorno maledetto” nonché opere dal profondo significato che inneggiano alla tolleranza e al rispetto del prossimo come “Indovina chi viene a cena?”, l’ultimo lungometraggio girato da Tracy poco prima di spirare in una notte d’inizio giugno.

Oltre alle già citate pellicole, nel corso della sua carriera Tracy ebbe modo di interpretare un ruolo che, come vedremo sul finale di questo mio testo, vanterà alcune assonanze con lo stesso personaggio di Carl Fredricksen.

Or dunque, nelle primissime scene del film “Up” uno “Spencer Tracy” minuto, buffissimo e un tantinello goffo si aggira per le strade di una ridente cittadina. Carl corre di quartiere in quartiere, reggendo in mano un palloncino blu, lo stesso colore che avvolge il cielo ed il mare.

Il piccolo Carl porta in testa un “berretto” e sul nasino un paio di occhialoni da aviatore. Questi corre come un forsennato, superando dirupi immaginari, balzando al di là di canyon concepiti dalla sua fantasia, aggirando montagne che si ergono con le loro punte aguzze solamente nei suoi sogni più sfrenati.

Carl galoppa all’impazzata, fingendo di vivere ardite traversie come il suo mito, l’esploratore Charles Muntz.

Un mattino Carl, sostando davanti ad una casa fatiscente, sente una voce squillante provenire dal suo interno. Incuriosito, il bimbo entra nella casetta dismessa e intravede Ellie, una bambina che gioca, sola soletta, all’interno dell’abitazione. Ellie se ne sta ritta, con un grande sorriso a delimitare le sue gote, al cospetto di una finestra sbarrata da alcune assi di legno sopra le quali vi è appiccicato un disegno. La bimba porta sul capo un caschetto da aeronauta e un paio di occhiali, del tutto simili a quelli di Carl. Sotto gli occhi attoniti del bimbetto, Ellie immagina di “navigare”, di “scivolare” verso un orizzonte lontanissimo ruotando il cerchione di una bici, come se questo fosse il timone di una grossa imbarcazione o, magari, la barra di comando di un velivolo che solca un oceano ammantato di stelle.

Il vento soffia di levante” – Strilla Ellie, frenetica – “Velocità dieci nodi”. Carl si distrae solo per qualche istante, indugiando sui dettagli di quella casa ricoperta da pulviscoli, quando, di colpo, viene notato da Ellie. Non appena la vede da vicino, Carl, sorpreso, schiude la sua mano ed il palloncino azzurro che teneva con sé vola via, lambendo il tetto dell’edificio.

E’ la prima volta in cui Carl incrocia lo sguardo di Ellie, ed ecco che un oggetto attorno a lui spicca il volo: non certo una coincidenza. I due bimbi si sono appena incontrati, eppure una scintilla è scattata, qualcosa è subito avvenuto; un qualcosa di tanto simbolico che non può essere ignorato.

Quel palloncino che Carl lascia libero di volare fino al limite della costruzione, nell’attimo esatto in cui posa gli occhi su Ellie venendo, a sua volta, ricambiato, è una metafora del loro prossimo amore, la testimonianza di una cosa che, nel futuro, accadrà costantemente tra i due; Ellie sarà, per Carl, un’eterna fonte d’ispirazione, una donna che non gli permetterà mai di tenere i piedi ben piantati per terra, ma lo esorterà sempre ad “alzarsi in volo” senza remore e senza paure, verso quel cielo limpido, dipinto con la medesima cromatura del palloncino che Carl teneva con sé il mattino in cui vide Ellie per la prima volta.

Di fatto, Ellie, l’intraprendente ragazzina che Carl ha appena conosciuto, non farà altro che ispirare la vita del nostro caro protagonista e condizionare positivamente il suo avvenire. Restando fianco a fianco ad Ellie, Carl si sentirà sempre leggero come una piuma dondolata dalla fresca brezza, alto come un albero maestro che sfiora, con la sua punta, una nube densa di pioggia senza averne alcun timore, leggiadro come un palloncino sostenuto dalla corrente e che vola verso un orizzonte tutto da scoprire.

Carl ed Ellie si innamorano al primo sguardo, senza neppure accorgersene, senza rendersene propriamente conto, quando non sono altro che dei bambini innocenti, nel periodo in cui non sanno neppure cosa sia l’amore.

Il loro incontro, le loro discussioni (invero sarà, per lo più, Ellie a tenere le redini delle loro conversazioni) i giochi che faranno assieme, le confidenze che si scambieranno da quel momento in avanti saranno semi gettati in un terreno fertile, che germoglieranno con l’alternarsi delle stagioni.

La sera stessa del loro primo, indimenticabile incontro Carl riceve la visita di Ellie, la quale lo raggiunge nella sua cameretta. In quegli attimi, il piccoletto è intento a sfogliare un libro ricco di illustrazioni. Dalla finestra semiaperta irrompe un palloncino blu, lo stesso che Carl aveva smarrito quel mattino, seguito da Ellie che fa irruzione con il suo piglio travolgente.

Ciao, ragazzino!” – Strepita la fanciullina, che tiene con sé un volume molto speciale: “il libro delle avventure”, una sorta di cartella in cui la bimba è decisa a raccogliere le istantanee di tutte le avventure che vivrà in futuro. Quella sera stessa Ellie esorta Carl a sancire una promessa: un giorno, quando saranno grandi, dovranno partire insieme per un lungo viaggio, per realizzare il sogno più grande della piccolina, vale a dire raggiungere le Cascate Paradiso, una terra perduta nel tempo. 

Gli anni fluiscono e Carl ed Ellie crescono, senza mai separarsi. Un flash fotografico interrompe, in un battito d’ali, la loro fanciullezza ed ecco che i due sono divenuti adulti e hanno appena pronunciato la loro promessa d’amore.

La coppia di sposi va dritta alla “spelonca” in cui si erano conosciuti e che giace ancora diroccata, prossima a venir giù. Rimboccandosi le maniche, settimana dopo settimana, Carl ed Ellie la rimettono a nuovo, trasformandola nella loro accogliente e deliziosa “tana”.

Non è che l’inizio di una corposa “carrellata” in cui viene riassunta tutta un’esistenza vissuta in coppia: le gioie e i dolori della quotidianità si intrecciano nell’intenso e toccante vissuto di Carl ed Ellie. Scopriamo così che i due hanno cercato di avere un figlio. Quando Ellie rimase incinta, lei e Carl, colti dalla letizia, prepararono una stanza, nel cui centro era possibile scorgere una culla su cui galleggiavano un paio di dirigibili giocattolo, simbolo della passione di Carl ed Ellie per il volo. Fu soltanto una gioia momentanea, poiché Ellie perse il bambino e scoprì di non poterne avere a causa della sua sterilità.

Distrutta dal dolore, Ellie viene consolata da Carl che le mostra il libro delle avventure, rammentandole il giuramento stabilito da piccini, quello di giungere alle Cascate Paradiso. Questo sogno riportato alla ribalta diviene una “molla”, una spinta per Carl ed Ellie i quali, d’ora in poi, ogniqualvolta ne avranno l’opportunità, metteranno da parte i loro risparmi per finanziare questo viaggio tanto atteso. Tuttavia, i due non riusciranno mai a recarsi alle Cascate Paradiso a causa di continui intoppi e imprevedibili “infortuni” che si verificheranno lungo il loro tortuoso ma splendido percorso condotto all’unisono.

I mesi si accavallano, i decenni si estinguono, le mattine si sovrappongono, le une con le altre: in questi frangenti, la routine di Carl ed Ellie si trasforma in una poesia. L’immagine della donna che, al sorgere di ogni nuovo dì, fa il nodo e stringe una cravatta gialla, poi un’altra rossa, poi un’altra con su disegni e ghirigori, righe o cerchi, al collo di Carl fa rima con l’immagine in cui la stessa Ellie, divenuta anziana, sistema il papillon al marito.

Quelle tante cravatte dai colori e dagli stili più vari e stravaganti, quello stesso papillon, sembrano rappresentare il legame che unisce Carl ed Ellie, solido come un nodo serrato, riordinato, rifatto giorno per giorno. L’amore di Carl ed Ellie, come il nodo di una cravatta, è saldo, non può sciogliersi mai del tutto o strapparsi poiché viene “rammendato” di continuo, accudito come un fiore prezioso dissetato e rinfrescato da una goccia d’acqua.

In quel gesto che Ellie compie tutte le mattine, in quel singolo atto, quando accosta la cravatta al collo del marito, vi è la metafora del loro rapporto: un “nodo” che va curato, accomodato, un nastro che va liberato e ricongiunto continuamente, un laccio che va intrecciato con un altro per restare fisso; esso è un vincolo sempiterno, ed è tale proprio perché viene rinnovato giornalmente. Il nodo alla cravatta di Carl, fatto e rifatto da Ellie, simboleggia l’amore, il matrimonio, la vita coniugale che va nutrita, ricucita, corretta, coltivata, appianata per perdurare e sopravvivere all’inesorabile progredire del tempo.

Va inoltre sottolineato che nella prima, brevissima scena in cui Carl tenta di indossare una cravatta per andare a lavoro, questi non riesce a metterla a posto come dovrebbe. Carl fatica a fare il nodo, e viene interrotto da Ellie, la quale, prontamente, riesce ad accomodare il tutto, a “sbrogliare” il pasticcio fatto da Carl alla sua cravatta e a posizionarla perfettamente, poco al di sotto del mento massiccio e pronunciato del marito. Un atto emblematico che evidenzia come Ellie riesca a sorreggere Carl, ad aiutarlo quando questi perde la pazienza o non riesce a districarsi da un qualsiasi impiccio: Ellie incarna il conforto, la sicurezza, il sostegno di Carl, una perla inestimabile a cui l’uomo, innamorato perdutamente, non riuscirà mai a rinunciare.

Una volta raggiunta l’anzianità, Ellie contrae un brutto male che la conduce rapidamente alla morte. Durante gli ultimi momenti Carl segue Ellie in ospedale, sostando sull’uscio della sua camera e facendo volteggiare verso la sua sposa un palloncino blu, nella cui estremità vi è legato un ramoscello. Lo stesso gesto che la piccola Ellie fece, tanti e tanti anni prima, la sera in cui Carl giaceva nel suo lettino. E’ il principio che abbraccia la fine, l’atto conclusivo dell’amore terreno tra Carl ed Ellie: un amore sbocciato in tenerissima età, capace di elevarsi oltre la gravità, di sopraffare la superficie, il suolo freddo della strada e persino la delicatezza dell’erba.

Ellie rende a Carl il loro libro delle avventure, sfiora la guancia del suo amato e poi gli raddrizza per un’ultima volta il papillon che sormonta il maglioncino indossato dall’uomo. E’ l’ultima carezza di Ellie, l’ultima volta in cui lei potrà prendersi cura del loro legame simboleggiato da quel cravattino a farfalla. 

Rimasto solo, dopo aver perso la sua anima gemella, la compagna con cui ha condiviso un’intera esistenza, l’anziano Spencer… ehm… perdonatemi… l’anziano Carl si trova a dover far fronte alla fase più ardua, tediosa e angosciante della sua vita: svegliarsi ogni mattino senza più una autentica motivazione.

“Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno”.

Questo breve monologo recitato da Frodo durante i passi finali de “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re” calza a pennello per descrivere lo stato d’animo a cui va incontro Carl. Come può, per l’appunto, un uomo che ha perduto il bene più caro, la donna amata, il caposaldo di un’esistenza, raccogliere i cocci della propria vita investita, travolta, spezzata e divisa in molteplici pezzi come se essa fosse un vaso di terracotta scagliato contro un muro e per questo scalfito, rotto, infranto, oramai impossibile da riparare?

Come può un essere umano assorbire le forze residue per “tirare a campare” quando il suo cuore serba un dolore tanto grande, un vuoto talmente incolmabile?

Come precisato dallo stesso Frodo, esistono ferite che neppure il progredire degli anni riesce a guarire. Il tempo può, a stento, cicatrizzarle ma esse seguiteranno a farsi sentire, a bruciare, a fare male nei momenti bui, tristi, desolanti, durante gli autunni più malinconici, negli inverni più freddi, persino nel pieno delle primavere più soavi, fiorite e rinfrancanti.

Non vi è un modo per accettare una perdita tanto grande, neppure se essa è avvenuta alla fine di un ciclo vitale pieno di appagamento ed intensità. Non vi è una terapia specifica per elaborare e superare un lutto così profondo. Carl lo sa bene. Ci ripensa al sorgere di un nuovo dì e al crepuscolo di un giorno che sta per andarsene. Ci rimugina su, standosene seduto nel suo soggiorno, sulla sua poltrona rossa.

Lì, bello comodo, allo scadere ritmato di qualche secondo, quasi ossessivamente, Carl getta un’occhiata addolorata all’altra poltrona che si trova laggiù, a pochi passi da lui; una poltrona di tutt’altro tipo, dallo schienale più imponente, totalmente diversa dalla sua: la poltrona sulla quale era solita rilassarsi Ellie, magari tuffandosi in qualche appassionante lettura.

L’aver scelto per il salotto del loro nido due poltrone ben differenti era una precisa scelta di design di Carl ed Ellie, un’inconsueta caratteristica del loro “covo”, una stravaganza tutta loro. Quando guardava quella poltrona tanto diversa eppure tanto unica, Carl non faceva che rammentare quanto la stessa Ellie fosse esattamente così, come appena descritto: una donna rara, introvabile, esclusiva, speciale come nessun’altra potrà mai essere.

Senza Ellie, senza quella creatura femminile straordinaria, dal carattere impavido, inarrestabile, mai fiacca, Carl si sente svuotato. Del resto, Ellie era stata per lui un carburante illimitato, sin dal primo momento in cui i due ebbero modo di avvicinarsi l’uno all’altra. La diversità dei loro caratteri rende Carl ed Ellie una coppia in grado di completarsi a vicenda. Quel timido bambino che faticava a stento a bofonchiare una sola sillaba, travolto e stupito com’era da quella ragazzina per nulla timorosa o introversa, bensì espansiva e incredibilmente socievole, non poteva che diventare un uomo garbato, gentile, dolce, compassato eppur mai domo né arrendevole.

Carl non poté mai cedere a qualche forma di rimpianto o di nostalgia durante lo scorrere di tutta la sua vita poiché aveva Ellie accanto a sé; quella donna che, fin dal loro primo incontro, non smise mai di parlare, di esprimere le proprie emozioni a parole, di approfondire ad alta voce i suoi sogni e le sue aspirazioni. Ellie era un persona estroversa, ottimista, spontanea, solare, la compagna ideale per un uomo taciturno, insicuro, schivo e delicatamente impacciato come Carl. Ellie era incline a sorridere, a rendere la routine di Carl emozionante come la più imprevedibile delle avventure. Soltanto una volta Ellie cedette al dolore, alla tristezza: quando seppe di non poter diventare madre. In quei giorni, spettò a Carl far tesoro del dono più grande che Ellie avesse mai potuto dargli: il dono di tirare su il morale della persona a cui si vuol bene. Fu proprio la stessa Ellie ad usare queste parole: “Sono venuta a tirarti su il morale!” - disse la piccola la sera del loro primo incontro sgattaiolando nella camera di Carl, rimasto a letto con un braccio “ammaccato”.

Ellie era fatta così, riusciva a infondere gioia nel cuore del suo innamorato. Carl seppe fare lo stesso quando, sconvolta dall’impossibilità di mettere al mondo una vita tutta loro, Ellie soffrì come mai le era capitato. Carl riuscì a distrarla, a scacciare via dalla sua mente quel triste pensiero. Le ricordò l’accordo fatto da bambini, di recarsi insieme alle Cascate Paradiso. Da quel giorno, un nuovo obiettivo, una nuova motivazione, una nuova meta da conquistare si dipanò dinanzi ai loro occhi. Questa speranza li accompagnò per tutto il loro matrimonio. Ciononostante, come già detto, entrambi non poterono mai vedere di persona quel luogo tanto agognato. Gli imprevisti della vita: un incidente di qua, un infortunio di là, e le monete messe da parte per intraprendere il fatidico viaggio venivano puntualmente spese per riparare i danni più disparati.

Rimandarono troppo a lungo, fin quando Ellie morì. Carl era rimasto solo, tutto solo in una casa in cui la memoria di Ellie risuonava in ogni angolo, in ogni minimo spazio.

Chi avrebbe mai potuto ridare nuova linfa vitale ad un uomo fiaccato nello spirito ancor più che nel corpo? Cosa avrebbe mai potuto tirarlo su?

La storia riprende qualche mese dopo. La casa di Carl sorge adesso al centro di un cantiere di lavoro, nel quale sta vedendo la luce un nuovo complesso residenziale. Un pomeriggio, alla porta di casa Fredricksen bussa Russell, un bambino di 8 anni che si offre di dare una mano a Carl per poter ottenere il distintivo-scout di "assistenza agli anziani", che gli permetterebbe di completare il suo già invidiabile medagliere.

Il vecchio non è affatto ben disposto nei riguardi del fanciullo, quindi, per scacciarlo, gli racconta una strana “favola” che altri non è che una fanfaluca: a due isolati dalla sua abitazione vive il Beccaccino, uno strano animale dalla forma di uccello, con due occhi simili a degli spilli appuntiti, che, stando al racconto dell’anziano, ogni notte si introdurrebbe nel suo giardino pappandosi le sue povere azalee. Russell, ingenuamente, si propone di aiutare il signor Fredricksen nella caccia al Beccaccino. Animato da una vulcanica vitalità Russell si mette subito alla ricerca del presunto volatile, lasciando Carl “felicemente” in solitudine.

Quello che il signor Fredricksen ancora non sa è che Russell, quel bambino tanto simpatico e pacioccone che con le nocche ha picchiato alla porta dell’alloggio, è il figlio e, al contempo, il nipote che Carl ed Ellie non hanno mai potuto avere, atterrato in un pomeriggio qualunque, portato e lasciato sulla loro veranda da una cicogna… ma che dico… da un “Beccacino” alquanto generoso.

Russell, con il suo entusiasmo fanciullesco e la sua voglia di diventare un esploratore della natura selvaggia, somiglia allo stesso Carl, il quale, da ragazzo, immaginava di sperimentare sulla sua pelle mille e più avventure. Quest’ultimo, oramai, è troppo vecchio per ricordare cosa provava da ragazzo, troppo amareggiato, disilluso, fiaccato dalla perdita di Ellie. La vicinanza di Russell rappresenta l’incontro e lo scontro tra l’età della vecchiaia, rassegnata, e l’età dell’innocenza, colma di fiducia. Restando vicino al piccolo Russell, Carl riscoprirà la gioia di vivere, l’euforia della giovinezza, quello stesso fervore che ha sempre contraddistinto la sua amata Ellie.

Il giorno in cui Carl fa la conoscenza di Russell, un operaio alla guida di un gigantesco e minaccioso bulldozer colpisce involontariamente la cassetta delle lettere di Carl, oggetto a cui il vecchietto è fortemente affezionato, in quanto, su di essa, vi è dipinta l'impronta della mano di Ellie. Uno dei tanti lavoratori lì presenti cerca di ripararla, ma Carl, adirato, lo colpisce alla testa con il suo bastone da passeggio. Accusato di demenza senile, Carl viene obbligato al ricovero in un centro di accoglienza e la sua casa viene aggiunta alla lista delle abitazioni da abbattere.

Carl non ha più scelta: deve fuggire, ma non può far sì che la sua casa, quel nido in cui sembra riposare ancora l’anima di Ellie, venga rasa al suolo. Pertanto, escogita un piano per lasciare quella misera terra e toccare, finalmente, quel cielo che possiede il sapore della libertà.

L’indomani, due operatori del centro anziani vengono a prelevare Carl. Con il pretesto di voler dire addio alla sua casa, il vecchio vi si barrica dentro. Improvvisamente dal tetto dell’abitazione s’innalzano migliaia di palloncini che sollevano la casa, sradicandola dalle sue fondamenta, e la portano in alto, oltre i grattacieli sparsi per tutta la metropoli. Carl orienta il moto della sua casa attraverso l’uso di appositi comandi progettati con mezzi di fortuna, navigando in direzione delle Cascate Paradiso.

L’ultima motivazione della vita del vecchietto si concretizza, quindi, in un viaggio sospeso tra la volta celeste e il grigio della strada, talvolta rallegrato dal verde acceso e vivido di qualche prato che spunta qua e là; un viaggio compiuto librandosi in aria per porre fine ad una questione insoluta, ad una faccenda rimasta in sospeso.

Durante il volo bussa alla porta Russell, rimasto, suo malgrado, “intrappolato” sul portico. Carl, seppur restio, data la situazione d’emergenza, acconsente a farlo entrare e, insieme a lui, approda in Sudamerica. Sul posto, i due incontrano un gigantesco uccello dalle piume sgargianti, che Russell deciderà di chiamare Kevin. Per il bambino, quel gigantesco “struzzo” è proprio il Beccaccino che stavano cercando.

In quel luogo sperduto e sconosciuto, l’anziano Carl incontrerà l’idolo della sua infanzia, l’esploratore Charles Muntz, il quale si rivelerà essere un astuto e spietato cacciatore di animali rari e in via di estinzione. Muntz sarà l’antagonista della storia e tenterà in ogni modo di ostacolare la missione di Carl. Il signor Fredricksen accetterà di aiutare Russell, riuscendo a salvare il suo “Beccaccino”, strappandolo dalle grinfie del perfido Muntz.

Durante la sua disavventura, Carl avrà modo di sfogliare il libro delle avventure di Ellie. Il tomo, per gran parte delle sue pagine, è tappezzato di fotografie che ritraggono Ellie insieme al marito. Tutti i piccoli momenti della loro vita coniugale sono immortalati in decine e decine di scatti ma, ancor di più, serbati nel cuore e nella mente di Carl. Le ultime pagine appaiono vuote, il libro è ancora incompleto. Su una pagina intonsa, Ellie ha scritto un ultimo messaggio, rivolgendosi direttamente al suo adorato Carl: “Grazie per l'avventura. Ora vai, e vivine un'altra".

Il vecchietto comprende così che quella vissuta con Ellie è stata la più grande avventura della sua vita e che adesso, spronato dallo stesso volere della moglie, dovrà sfruttare il tempo rimastogli per sperimentare una nuova fase del suo arco vitale.

Carl ed Ellie, che fin da bambini sognavano di vivere avventure in luoghi esotici e imperscrutabili, hanno, al contrario, vissuto l’avventura più bella, avvincente, tenera e soddisfacente conducendo una vita mite, tranquilla, nella loro casa scintillante di colori. Quella dimora che i due hanno rimesso a nuovo con le loro mani è stato il loro nido, il loro focolare, ma in essa non vi è confinato lo spirito di Ellie.  Esso è volato via, su in cielo, come un palloncino lasciato andare da un bambino distratto o, perché no, stupito da qualcosa che ha rubato il suo sguardo.

Carl lo ha finalmente compreso: non è in quella casa che vi è conservata l’essenza di Ellie, è nel suo cuore che vi è ancora, e per sempre, custodita l’anima della sua sposa.

Resosi conto di questa verità, Carl riesce a staccarsi da quel luogo, dalla sua casa, quello spazio in cui si è sempre sentito al sicuro e felice. Carl riuscirà, così, a lasciare andare via la sua dimora, la quale scomparirà fra pascoli di nuvole, atterrando lentamente sulla vetta delle Cascate Paradiso, lì dove dormirà in eterno, deliziata dall’incessante scorrere dell’acqua.

Nelle ultime sequenze del film, Carl darà il via al secondo ciclo della sua esistenza, vivendo una nuova giovinezza come un “padre” ed un “nonno” allo stesso tempo, accompagnando il piccolo Russell nelle sue peripezie quotidiane. Le giornate di divertimento vissute con il piccino verranno eternate come immagini fotografiche dallo stesso Carl e aggiunte al libro delle avventure della sua Ellie.

Su, in quella volta celeste adornata da manti candidi e spessi come lana, in quel cielo sgombro ma abbellito dalla luna, quell’astro solitario e rotondo come una moneta luccicante appesa ad un filo sottilissimo, Carl ha ritrovato l’ispirazione per tornare a sorridere, per tornare a vivere.

Quel cielo azzurro, accarezzato dalla sua casa grazie ad una serie di palloncini, è stato per Carl un mare costellato da pianeti e satelliti in cui rimirare il sorriso di Ellie, incastonato su di una stella che brilla in una notte serena.

Spencer Tracy ne "Il vecchio e il mare"

Il volto di Carl - cosi somigliante a quello di Spencer Tracy - ricorda il viso di un altro personaggio, anch’esso vecchio, anch’esso rimasto solo, anch’esso tenuto “sveglio” dalla compagnia di un ragazzino.

Nella pellicola del 1958, “Il vecchio e il mare”, opera filmica basata sul romanzo di Ernest Hemingway, Santiago, l’anziano protagonista della storia, ha i lineamenti affannati e, per tale ragione, ancor più vivi di Spencer Tracy. L’attore americano impersonò il personaggio cardine del racconto in questa omonima trasposizione, donando a Santiago una forza comunicativa senza eguali, una dignità altissima, una sensibilità estrema.

Santiago ha alcuni punti in comune con Carl Fredricksen: entrambi i personaggi vivono soli, all’interno di una casetta, e sono entrambi rimasti vedovi. La moglie di Santiago viene a stento accennata nel romanzo, ma dalle poche righe che Hemingway le dedica, è possibile cogliere il profondo affetto che il vecchio seguita a nutrire per lei.

Una fotografia della sua sposa campeggia su di una mensola nella casa di Santiago. Ad ella, l’uomo dedica i suoi pensieri più affettuosi, quelli celati nella sua intimità e che non vengono confessati neppure al lettore. Il vecchio conduce una vita ritirata, ignorato dai più, additato di essere un pescatore a cui la dea bendata ha voltato le spalle. Egli riceve solamente una visita nel suo contenuto eppur accogliente alloggio, quella di Manolin, un ragazzo che ammira il vecchio per il suo carattere flemmatico che trasmette saggezza, per la sua bontà e per la sua tenacia.

Il vecchio non ha che ricordi per ristorare il proprio animo, esattamente come Carl, ed egli ha nell’oceano, quel luogo vasto, inquieto, talvolta generoso talvolta inflessibile e avaro nell’elargire i suoi doni, l’unica scappatoia per potersi ancora sentire vivo, per mettere alla prova la sua tempra, per poter sognare ancora e ancora.

Ogni volta che pesca, seppur deluso da tante giornate terminate con l’amaro in bocca, Santiago riscopre i propri sogni, la propria immaginazione, il suo desiderio.

Pescare equivale a fantasticare, dopotutto. Si getta la lenza nel manto ondulato senza sapere cosa abboccherà, all’amo, lì sotto. La fantasia resta appesa alla canna e al suo mulinello.

Se per Carl Fredricksen il cielo rappresentò un mezzo per riscoprire sé stesso, per accrescere la fiamma delle sue speranze e per metabolizzare l’addio di Ellie, per Santiago il mare personificò lo strumento per fomentare le aspettative di un domani migliore.

Senza più una compagna ad allietare il loro rientro a casa, Carl e Santiago hanno scovato in una tavola azzurra il proprio angolo di paradiso, che sia una distesa acquosa o una volta celeste.

Santiago, con la sua barca sospinta dalla vela, tiene i suoi sogni ancorati alla furia dei marosi, Carl, al contrario, lascia che volino via sospinti dal vento come aquiloni liberi di spirare più lontano possibile.

I due personaggi, accomunati da un volto unico, affrontano il capitolo finale della loro vita “affogati” nella natura, immersi in un blu dipinto di blu.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“Il soldatino è tornato!” – recitavano alcuni pupazzi festanti. “E’ lassù, lassù, vicino al castello di carta” – borbottava lo schiaccianoci, accanto alla tabacchiera. Una scimmietta dibatteva le zampe felicemente, il peluche di un cagnolino saltellava gioioso. I gessetti bianchi si levarono da terra e, su di una lavagnetta, tratteggiarono con precisione la sagoma di un grande cheppì, il rosso copricapo a cilindro indossato fieramente dal soldatino. Tutti i giocattoli volevano incontrare l’ometto con la baionetta in mano, colui che era stato inghiottito da un pesce d’acqua salata.

Il soldatino – beh – ne aveva passate tante, e tra i balocchi si era diffusa la voce, l’eco della sua grande avventura. Giusto il giorno prima, a bordo di una barchetta di carta, il soldatino aveva solcato le acque di un torbido fiume. Non volle farlo di sua volontà, accadde tutto per un incidente.

Il padroncino dei giocattoli aveva raccolto il soldatino tra le mani e lo aveva poggiato sul davanzale della finestra semiaperta. Non si sa perché lo fece, forse qualche diavoletto aveva oscurato i suoi pensieri. Per qualche strana ragione la finestra si spalancò ed il soldatino precipitò giù. Da qui, cominciò la sua incredibile traversia. Il soldatino rischiò d’essere sbranato da un cagnaccio famelico, fu rapito da due turpi monelli, finì persino su di una imbarcazione di fortuna. Con essa, il coraggioso militarino avanzò verso una meta imprecisata. Provava molta paura il soldatino, ma non voleva darlo a vedere. Nel suo cuore di stagno, egli aveva impresso il volto di una graziosa fanciulla. Ad ella pensò costantemente mentre il torrente lo conduceva lontano. Dondolato dal rigagnolo, il giocattolo viaggiò a vele spiegate fino a che il corso d’acqua si fece più denso. Il ruscello, generatosi dall’incedere incessante della pioggia, era prossimo a raggiungere il mare, fuoriuscendo da una ripida altura. Il soldatino, allora, s’irrigidì e si preparò ad affrontare quella audace caduta. La “cascata”, dunque, lo trasse verso sé, rigurgitandolo negli abissi. Il soldatino riuscì a sopravvivere e, in mare, si poggiò sul fondale. A quel punto, una creatura dagli occhi strabuzzati venne attratta dalla bella divisa rossa e azzurra, la quale rifulgeva luminosa nella semioscurità del fondo sabbioso. Quest’essere si fece sempre più vicino e divorò il soldatino in un sol boccone.

Com’è triste ed ingiusta la vita” -  pensò il nostro sventurato eroe, mentre se ne stava disteso nella pancia del grosso animale. Il tenace milite, rimasto solo, indugiò sui propri pensieri. Egli, allora, ascoltò la sua voce interiore, la coscienza, la parte più intima e profonda della propria anima. Con essa, egli seguitò a rimembrare, a scorgere il viso della sua amata. Il soldatino udì persino la voce della ragazza riecheggiare nella sua fantasia: “Addio, mio soldatino, non ci rivedremo più”. Udendo questa triste frase, il soldatino si addormentò, credendo che quello sarebbe stato il suo ultimo sonno.

"Il soldatino di stagno e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più sulla fiaba di Andersen cliccate qui.

L’indomani, il soldatino giaceva diritto su di un tavolo, impassibile. Dopo alcune ore, esso parve muoversi per un istante. Il soldatino si era svegliato e, quando i suoi occhi tornarono vigili, si accorse d’essere tornato a casa. Su, in alto, gli aereoplanini, per celebrare il suo rientro, compivano i loro giri, tra audaci volteggi e favolose acrobazie. Guardate voi com’è bizzarra la vita: il pesce era stato pescato da alcuni marinai e venduto al mercato. Fu, poco dopo, acquistato dal cuoco che prestava i propri servigi nella stessa dimora da cui il soldatino proveniva. Quest’ultimo era così felice!

Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

Il soldatino e la ballerina, perdutamente invaghiti l’uno dell’altra, non poterono vivere sulla Terra il loro amore. Che rammarico! Se solo fossero riusciti a fuggire, a dileguarsi, a scappare dal rio diavoletto e dalla cattiveria del bambino…

Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Monsters e Co" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mia sorella non lo ricordava affatto. Lo aveva del tutto rimosso, il che è naturale, era trascorso molto tempo. Ella ascoltava quanto stava raccontando nostra madre e sorrideva. Era un sorriso altamente espressivo il suo, faceva intendere una candida innocenza, quasi fosse un preludio ad un risolino timido e decisamente incerto. Dopotutto, il racconto la divertiva, sebbene seguitasse a rimanere perplessa, dato che nessuno dei suoi ricordi richiamava in lei quanto la mamma stava affermando.  “Davvero?” – domandava sorpresa mia sorella. “Certo!” - rispondeva celermente mia madre, sorpresa da quella mancanza di memoria inaspettata.  Quanto stava riportando alla luce mia madre era un ricordo lontano. Forse sarebbe meglio definirla una paura remota, tanto elusiva da essere stata, d’un tratto, accantonata. “Come fai a non ricordare il mostro di cui avevi paura da piccolina?”. “Mostro” potrebbe sembrare una definizione esagerata, ciò nonostante corretta agli occhi innocenti di un bambino; nel caso di mia sorella la “mostruosa creatura” che, ogni notte, giungeva a terrorizzarla nei sogni era un animale alquanto minaccioso. Si trattava, per la precisione, di un grosso coccodrillo. Mi domando se anche tale rettile, come un suo più famoso simile che appartiene alla letteratura, avesse inghiottito una sveglia, peraltro mai digerita, utile a manifestare sia il proprio avvicinamento che lo scandire, col quel suo sinistro ticchettio, del tempo che scorre inesorabile. Come per un corsaro grande e grosso, anche per una piccola bambina un coccodrillo “immaginato” costituiva la più spaventosa delle paure. Non nuotava in acque salate e neppure in laghi torbidi quel particolare coccodrillo, stava invece sempre sulla terraferma e fuoriusciva dall’armadio solamente di notte. Eppure, mia sorella non ricordava più nulla del suo mostro. Crescendo, un po’ come accade sull’Isola che non c’è, si finisce per dimenticare.

Quando vedemmo per la prima volta “Monsters e Co”, ironicamente, io e mia sorella “realizzammo” che finalmente avevamo conosciuto quel “suo” mostro obliato. Uno degli antagonisti del film, Randall, possiede infatti le sembianze di un grosso lucertolone, famelico, infido e camaleontico. Non era propriamente un coccodrillo, ma poco ci mancava. Randall, per come viene mostrato nel film, è solito emergere dai guardaroba, camminando sui muri, trascinandosi persino sui tetti, assumendo il colore preminente della stanza così da mimetizzarsi e apparire d’improvviso. Esso è, dunque, portatore di uno shock istantaneo, spiazzante, poiché da una quiete apparente il bimbo vittima di uno “scherzo” così crudele prova un terrore improvviso. Randall sfrutta la paura del buio, rendendosi addirittura invisibile, perché ciò che sfugge al senso della vista paralizza ogni vigile attenzione.

L’opera d’animazione “Monsters e Co” ruota tutta attorno ad una delle fasi iniziatiche dell’esistenza vissute da ogni essere umano: la paura riguardante un mostro che attende a notte fonda per sbucare da sotto il letto o, per la maggior parte delle volte, da dentro un armadio. Proprio quell’armadio nel lungometraggio Disney/Pixar non è un semplice spazio, ma si tramuta in un portale che unisce due mondi, quello degli umani e quello dei mostri. Come fosse lo specchio di Alice, l’armadio è una finestra, talvolta blindata, altre aperta su due realtà diverse ma accomunate da una medesima emozione: la paura rivolta verso ciò che si disconosce.

Sia il mostro che il bambino hanno infatti rispettivamente paura l’uno dell’altro; il primo perché avverte sgomento nell’essere sorpreso da bavose e ringhiose creature, il secondo perché crede ingenuamente che gli esseri umani siano portatori di incurabili malattie infettive. Tuttavia, nella città di Mostropoli, spaventare gli infanti umani è essenziale, perché le loro urla generano l’energia necessaria per il sostentamento della società. Con i dovuti rischi del mestiere James Sulley e Mike Wazowski lavorano assiduamente alla centrale elettrica denominata “Monsters & Co”, nella quale, per mezzo di alcune porte speciali, i mostri possono raggiungere il mondo degli umani.

James è uno dei migliori “spaventatori” in circolazione. Imponente, e dal ruggito feroce, Sulley è ad un passo dal conquistare il record di spaventi, coadiuvato dal suo “ciclopico” migliore amico, Mike, basso, tozzo, tondo e con un grande occhio. Entrambi costituiscono un’inseparabile coppia di amici. Esteriormente, Sullivan e Wazowski sono ben differenti, uno lo si nota alla prima occhiata, l’altro dopo aver posto una più accurata attenzione. Il primo è grande e grosso, un po’ come Oliver Hardy, il secondo è invece tarchiato ma minuto, un po’ come Stan Laurel. La pelle di Mike è di un verde acceso, il pelo di Sulley vanta diverse sfumature tra l’azzurro e il verde chiaro, passando poi per chiazze color viola. Persino caratterialmente, i due mostri sono ben diversificati, uno è risolutivo e burbero, come Walter Matthau, l’altro è premuroso e angelico, come Jack Lemmon. Figure, queste ultime, utilizzate come metro di paragone, cristallizzate nell’Olimpo del cinema, ma che ben si sposano ai due protagonisti di questo film d’animazione. Se volessi osare ancor di più, potrei anche affermare che Wazowski somigli persino ad Orson Welles, perlomeno per il suo modo di “lavorare” così scrupoloso: basti pensare alla spassosa commedia teatrale rappresentata a fine film dal buffo “mostriciattolo” verde, scritta, diretta, prodotta e interpretata proprio da Mike Wazowski, una lavorazione alla Orson Welles, cineasta che curava ogni aspetto del proprio rappresentato e filmato, per l’appunto.

Diversi tanto nell’aspetto quanto nel temperamento, Sulley e Wazowski, da principio artefici dello spavento, diverranno artisti della risata. Quando una dolce bambina, Boo, verrà “trasportata” a Mostropoli, per Sulley e Mike comincerà una divertente ed entusiasmante avventura mediante la quale, noi spettatori capiremo come nelle differenziazioni sociali si possano scovare quei pregi che impreziosiscono le esperienze della nostra vita.

Noi tutti, nella nostra infanzia, abbiamo avuto paura di qualcosa. Non lo avevamo mai visto realmente il nostro mostro, ma eravamo fortemente convinti si nascondesse nell’ombra, pronto a balzare fuori non appena i nostri genitori avessero spento la luce. Il mostro sostava nella nostra mente, faceva breccia nei nostri sogni smorzandoli, deturpandoli, mutandoli in violenti incubi. Magari ad occhi aperti non riuscivamo a scrutarlo, ma i suoi passi risuonavano nelle nostre orecchie come tamburi, e i riflessi della sua essenza, intravisti durante il sonno, continuavano a stazionare negli angoli della nostra stanzetta. Ma di cosa avevamo realmente paura? Di restare soli? Del buio stesso? In verità, di tutto quello che albergava laggiù, oltre la nostra comprensione, celato alla nostra vista. I mostri che ci terrorizzano da bambini non sono altro che incarnazioni di paure incorporee che assumono le forme più disparate, come “mollicci” di Harry Potter neri e sudici. I bambini non temono alcun mostro, in verità, temono ciò che non hanno ancora potuto comprendere, il mistero. “Monsters e Co” ci offre, a mio giudizio, un’interpretazione particolare: imparando a comprendere l’inconsueto, potremmo smettere di averne repulsione.

Difatti, nulla è mostruoso e null’altro è “tossico”, nell’innocenza di Boo e nell’affettuosa mostruosità di Mike e Sulley: si rapportano due esistenze tanto diverse capaci, proprio per tale ragione, di arricchirsi vicendevolmente sul piano emotivo e sentimentale. La paura verrà pertanto annientata dalla conoscenza, dall’approccio tra due piani dell’esistenza fantastica, finalmente vicini e consapevoli delle rispettive nature. “L’angoscia”, strumento di sviluppo per Mostropoli, verrà omessa a favore dell’allegria, portata dai mostri nelle loro nuove vesti di giocolieri e mimi, in un’interazione con i bambini che genera gioia, un mezzo di sostentamento molto più proficuo della paura, poiché essa è emozione sincera, spontanea e spensierata.

Da piccoli, siamo tutti dei Capitan Uncino alle prese con l’avversione più feroce da sconfiggere, un coccodrillo. Lo stesso Randall, ironia della sorte, verrà scambiato per un alligatore in una delle sequenze esilaranti della pellicola. Entrato, involontariamente, in una casa sita a pochi metri da una palude, Randall verrà creduto un rettile famelico e scacciato via a colpi di pala da una madre alquanto protettiva.

La paura verrà sconfitta in quel momento, e con essa anche il coccodrillo che fugge via senza produrre verso alcuno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Coco" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER)

Nel 1839, lo scienziato François Arago presentò al pubblico il “Dagherrotipo”, un’invenzione concepita da Joseph Nicéphore Niépce e realizzata da Louis Daguerre. Il dagherrotipo fu il primo apparecchio fotografico mai creato dalla sapiente mano dell’uomo. L’innovazione portata da quella particolare macchina suscitò l’entusiasmo verso i nuovi media da parte della gente, sorpresa nel conoscere la tecnica primordiale della fotografia. Molti si appropinquarono per assicurarsi la stupefacente invenzione, e i più fortunati, da principio, la utilizzarono per catturare “l’istantanea” delle comune vedute dei palazzi dei grandi centri urbani in cui il dagherrotipo si diffuse con sempre crescente rapidità. Col passare del tempo, quando la padronanza dello strumento andò sempre più affinandosi, il dagherrotipo venne utilizzato per “acciuffare” la bellezza di un paesaggio o la riflessività della natura morta. Era evidente sin da allora il tentativo dell’uomo di convertire l’impersonale meccanica dell’artificio in una proiezione della propensione umana nel fare “arte”. Come poteva essere rappresentata una boscaglia autunnale, il cui terreno era costituito da cumuli di foglie ingiallite dal protrarsi del tempo che volgeva all’inverno? La fotografia offriva la chance di eternare ciò che la vista mirava così come effettivamente appariva. Il dagherrotipo, tuttavia, fuggiva dall’interpretazione personale dell’artista. Esso imitava e non nasceva dal nulla, come può fare la maestria pittorica di un artista. Un quadro nasce dal pensiero e viene plasmato dalla mano, la quale, danzando sulla tela con movimenti netti e precisi, genera un’armonia, un’essenza ineffabile fino a rendere il tutto tangibile alla vista, immobilizzandolo tra i limiti angusti di una cornice.

Con il dagherrotipo si tentò timidamente ma con successo di “raffigurare” anche il volto di una persona. Come vera era la realtà osservabile con il senso della vista, le prime foto furono dei “ritratti” sinceri e inconfondibili. La creazione della fotografia permise sin da subito di arrestare il tempo, nonché di rendere perpetuamente “felice” la figura di un soggetto nell’attimo in cui accenna un dolce sorriso. Le fotografie sono tanto importanti perché ci danno la possibilità di poter fissare, sotto forma di immagini, i momenti più belli della nostra vita. Esse donano l’opportunità d’immortalare il volto di una persona cara, così da poterla, un giorno, rimirare quando la stessa non ci sarà più. La fotografia garantisce il ricordo e consente di tramandare il viso di un’anima volata via.

Una fotografia è la trasposizione visiva di una memoria custodita nel cuore.

  • Il Día del los muertos in “Coco”

Miguel Rivera è un coraggioso e minuto ragazzino che vive nella cittadina messicana di Santa Cecilia. Egli discende da una rinomata famiglia di calzolai, proficua attività messa in piedi dalla trisavola di Miguel, nonna Imelda, quand’ella venne abbandonata dal marito musicista, partito per cercar fortuna e mai più tornato. Imelda, a seguito dell’inaspettato addio del consorte, si rimboccò le maniche, crescendo da sola la sua figlioletta Coco e bandendo ogni tipo di musica dalla sua casa. Non ascoltare alcun genere musicale è un veto inalterabile per la famiglia Rivera, che viene fatto rispettare, anche a distanza di svariati decenni e con totale devozione, da Abuelita, nonna di Miguel e figlia di Coco.

Come accadeva nel prologo de “La bella e la bestia”, la parte introduttiva del film “Coco” non è “chiara” ed “evidente” ma viene raccontata mediante l’utilizzo di raffigurazioni intessute tra gli ornamenti di alcune banderuole. Nel capolavoro della Walt Disney datato 1991, il passato del principe maledetto veniva tratteggiato attraverso alcune riproduzioni artistiche incastonate nelle vetrate del castello; questo perché si voleva sottolineare un trascorso lontano, indistinguibile, misterioso. In egual maniera in “Coco”, l’avvenuto, illustrato dalla voce del protagonista, è avvolto da un alone di incertezza circa la vera identità e il reale aspetto del musicista scomparso. Proprio per tale ragione, la storia di nonna Imelda, della piccola Coco e del padre di quest’ultima viene esposta tramite delle figurazioni impresse sui “segnavento” facenti parte della cultura messicana. A differenza, però, delle sagome immobili nelle vetrate del castello splendente della Bestia, in “Coco” i corpi dei soggetti di cui viene narrato il destino prendono vita, si muovono e compiono gli atti che il narratore descrive.

Miguel coltiva assiduamente la passione per la musica dei grandi mariachi, ma in gran segreto. L’idolo del giovanotto è Ernesto de la Cruz, il più famoso cantautore del Messico. Innumerevoli sono i brani musicali nati dalla prolifica penna di Ernesto, ma tra tutti, quello più amato resta “Ricordami”.  Miguel trascorre molto del suo tempo con la bisnonna Coco, parecchio in là con gli anni, a cui è solito raccontare tutto quello che fa durante la giornata. Coco, dopotutto, è un’innata ascoltatrice, silenziosa, quieta e svagata. La tenera bisnonna non sembra molto lucida, sta sempre seduta su di una sedia a rotelle, mantenendo uno sguardo disteso, sorridente ma perennemente sulle nuvole. Coco appare assente, la sua veneranda età non l’aiuta a riconoscere i parenti che le stanno vicino e che si prendono cura di lei. Ella sembra proprio distratta, assorta nei suoi pensieri e soprattutto nei suoi… ricordi.

A Santa Cecilia fervono i preparativi per il Día de los muertos, il giorno della festa dei morti. A casa Rivera è stato eretto una sorta di altarino sul quale sono state posizionate le fotografie di tutti i parenti defunti, meno che quella del padre di Coco, strappata da parecchi lustri. Secondo la tradizione messicana, nel Día de los muertos, le anime dei morti varcano i confini che separano il paradiso dalla terra dei mortali e possono, per un giorno soltanto, rincontrare i propri cari, i quali offriranno loro dei doni da portare con sé nel ritorno nell’aldilà. Per garantire tale passaggio tra le sponde facenti parte il regno degli spiriti e il regno dei viventi è necessario che tutti i famigliari rimasti in vita espongano le fotografie dei loro cari. Appare evidente quanto il valore sentimentale della fotografia sia al centro dell’opera cinematografica dello studio Pixar, poiché è per mezzo di essa che i morti riusciranno a far ritorno alle proprie case. 

Durante la celebrazione della festa, Miguel lascia cadere accidentalmente la fotografia che ritraeva Imelda, suo marito (il cui volto, come già scritto, è stato rimosso) e la figlioletta Coco. Raccolta l’immagine, il giovane resta basito nello scoprire che la foto nasconde un risvolto che raffigura la famosa chitarra di Ernesto de la Cruz, convincendosi di essere il suo pro-pronipote. Il ragazzo intende partecipare ad una gara di musica che si terrà nel giorno dei morti nella grande piazza della sua cittadina. Quando la nonna scoprirà le sue intenzioni, tuttavia, lo obbligherà a desistere dal suo disegno. Profondamente ferito, Miguel manifesta il proprio dissenso, affermando di rifiutare la sua famiglia. Con il volto bagnato dalle lacrime, egli si intrufola nel mausoleo di Ernesto de la Cruz per prendere in prestito la chitarra esposta fieramente sulla parete che sormonta la tomba del celebre musicista. Una volta venuto in possesso, Miguel viene trasportato in una dimensione alternativa nella quale non può essere visto né ascoltato dai vivi, ad eccezione di Dante, un cane randagio divenuto suo spirito protettivo. Miguel scopre così d’essere entrato nel mondo dei morti e di poter vedere i suoi famigliari scomparsi, ripresentatisi ai suoi occhi sotto forma di sagome scheletriche. Gli avi di Miguel si preoccupano per lui, coscienti che ciò che gli è accaduto non è affatto una cosa da sottovalutare. Decidono così di accompagnarlo nell’aldilà a conoscere nonna Imelda, la guida della loro grande famiglia.

  • La morte è solo un’altra vita…

Il viaggio non finisce qui, la morte è soltanto un’altra vita. Un anziano stregone, in un capolavoro della cinematografia fantasy, descrisse la morte come se essa fosse una grande cortina di pioggia che si apre, e tutto intorno all’anima, prossima a passare oltre, si tramuta in vetro color argento. Sotto gli sguardi attoniti di chi si appresta a compiere quest’ultimo viaggio si snocciola il soffice ed etereo terreno di un nuovo mondo, il paradiso, contornato da bianche sponde. Al di là di queste, è possibile contemplare un verde paesaggio che sorge sotto una lesta aurora.

In “Coco” la morte viene reinterpretata a tutti gli effetti come una seconda parte del viaggio esistenziale, in cui il regno delle anime non è altro che un riflesso, splendido e beato, del mondo che conosciamo sulla Terra. Un tripudio di colori autunnali sono stati scelti dagli autori di “Coco” per dare fattezza al ponte celestiale che unisce i due piani dell’esistenza. Miguel, nell’attraversarlo, non si imbatterà in bianche sponde come quelle che descriveva con tale minuziosità Gandalf il Bianco nel “Il signore degli anelli – Il ritono del re”, bensì si troverà a calcare un immacolato suolo cosparso di petali e fiori. “Coco”, nella sua poetica narrativa, vuol trasmettere la testimonianza che non si muoia mai realmente e che si continui a vivere fin quando si permane nei ricordi e nelle esperienze di tutti coloro che restano in vita e che tramandano una tale profonda reminiscenza ai propri discendenti.

Miguel è imprigionato in questo sfavillante “ade”, reo di aver derubato un defunto, e per poter fare ritorno al suo mondo deve ricevere la benedizione di un famigliare. Una volta incontrata nonna Imelda, Miguel le domanda se può essere benedetto da lei. Imelda acconsente ben volentieri ma pone come unica condizione la promessa che Miguel smetta di coltivare la sua passione per la musica. Il ragazzo non ne vuol sapere di accettare la proposta, e scappa via. Egli vorrebbe così ottenere la benedizione da quello che crede essere il suo trisnonno, de la Cruz.

Ironicamente, l’aldilà è strutturato come un immenso reame controllato da una ferrea burocrazia. Come fosse una smisurata metropoli paradisiaca, la città dei morti possiede anche delle periferie malmesse, nelle quali trascorrono il loro tempo residuo le anime di coloro che sono prossimi ad essere dimenticati e a scomparire come una fioca luce che si spegne progressivamente, disperdendosi nel cielo buio della notte. In questa zona abbandonata e povera vive Hector, un simpatico vagabondo dall’eccentrica camminata. Hector non è mai riuscito a oltrepassare la soglia del ponte di fiori perché nessuno ha mai esposto la sua fotografia. Quando Hector incontrerà Miguel, i due stringeranno un patto: Hector lo condurrà da Ernesto de la Cruz se lui gli prometterà che, una volta tornato nel mondo dei vivi, esporrà la sua foto.

In quei luoghi remoti in cui “tirano a campare” gli spiriti dimenticati, Hector intrattiene un vecchietto stanco che attende la sua fine sdraiato su di un’amaca. Hector suona per lui prima che il baffuto scheletro si dilegui nell’aria. Alla sua memoria, Hector sorseggia dell’alcool contenuto in un bicchiere di vetro. Non a caso la camera si sofferma per qualche istante sul dettaglio dei bicchieri, poiché proprio un brindisi decretò molti anni or sono la morte di Hector.  

  • Come Vincent Van Gogh…

Hector non ama parlarne, ma un tempo, da vivo, è stato un musicista. Non raggiunse la benché minima fama, né la agognò mai. Hector suonava perché desiderava farlo, componeva strofe e rime poetiche per la donna che amava e soprattutto per la figlioletta che aveva avuto dal suo felice matrimonio. Non gli interessava essere venerato da una folta manica di perfetti sconosciuti, egli incarnava l’essenza del vero artista, colui che crea la sua arte perché è ciò che sente e lo fa per i pochi a cui vuol rivolgerla, non certo per quella che è la mera massa. Egli suonava in coppia con un altro musicista, meno dotato e certamente meno ispirato di lui: Ernesto de la Cruz. Hector morì tragicamente una sera, lontano da casa, per quella che si credette essere una fatale intossicazione alimentare. Era sul punto di tornare dalla sua famiglia quando la morte lo colse di sorpresa. Da allora, egli visse nel regno dei morti come un reietto, solo e ignorato dai più.

La chitarra di de la Cruz, custodita gelosamente da Miguel, ha alcune particolarità estetiche. La paletta da cui segue il manico dello strumento ha la forma di un teschio, e poco più giù vi è un’intacca dorata, come se volesse raffigurare un dente d’oro incassato proprio al di sotto dei quel “volto scarnificato” rappresentato nella chitarra. Se si osserva attentamente il sorriso vivace del volto scheletrico di Hector è possibile scorgere chiaramente un dente d’oro. Piccoli indizi che vogliono rimandare al vero proprietario di quella chitarra.

Miguel scopre così che il suo grande idolo, Ernesto, è un assassino. E’ infatti lui ad aver ucciso vigliaccamente il povero Hector, avvelenando il suo bicchiere durante l’ultimo brindisi della loro carriera. Ernesto, farabutto, fraudolento e ingannatore, ha poi rubato tutti i testi delle canzoni scritte da Hector e le ha sfruttate per modellare sui propri connotati un falso mito.

Hector indossa un cappello di paglia come quello che Vincent Van Gogh porta sul capo in uno dei suoi autoritratti. Come il grande pittore olandese, padre dell’espressionismo, Hector morì prematuramente, quando la sua arte non era ancora stata compresa né riconosciuta. Egli si spense inoltre nella triste certezza che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. Ciò che rende ancora più tragico il melanconico vissuto di Hector è che il suo genio musicale non è stato rinvenuto a seguito della sua dipartita ma è stato persino usurpato. L’incredibile umanità del personaggio, però, non gli lascia patire questo peso. Hector soffre, invece, soltanto della mancanza della sua famiglia che lo ha allontanato, ritenendolo un superficiale che abbandonò i suoi cari per inseguire insani propositi di successo. Hector è, infatti, il vero trisnonno di Miguel, marito di Imelda e padre di Coco.

  • La musica rende persistente la memoria

Il tempo stringe, Hector sta infatti scomparendo definitivamente perché Coco è prossima a dimenticarlo. Quando Miguel tornerà nel regno dei vivi, dopo essere stato benedetto da nonna Imelda, che ha accettato di fargli vivere completamente il suo sentimento per la musica, il bambino correrà verso casa per esortare nonna Coco a ricordarsi del papà.

"Coco" - Locandina artistica in bianco e nero di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Miguel ritrova Coco in uno stato di marcato sovrappensiero. Miguel non riesce ad escogitare nessun modo per attirare la sua attenzione. Il nipote prova un ultimo, disperato tentativo per animarla: le suona e le canta “Ricordami”, la canzone scritta da Hector per lei quando non era che una bambina. La meraviglia del linguaggio musicale attrae i sensi della bisnonna centenaria, che inizia a canticchiare anch’ella la canzone. La musica rende così persistente la memoria dell’amato padre nel cuore di Coco, che ritorna in sé e comincia a raccontare a tutti i suoi famigliari la storia del suo papà e della sua mamma. Come una saggia nonna, Coco tramanda le esperienze della propria vita ai suoi nipoti, così che loro possano dapprima capire e in seguito ricordare le gesta di chi non è più tra noi. Imelda e Hector erano legati da un amore che veniva esternato anche con la musica: lei cantava le canzoni che lui era solito scriverle. Coco ha conservato tutti i testi originali e delle poesie che il padre componeva e, tra le altre cose, ha inoltre serbato una fotografia del papà. Grazie a quelle prove inconfutabili, la figura dell’artista Hector può finalmente essere riconosciuta e celebrata a discapito di quella truffaldina del vile Ernesto.

Un anno dopo gli avvenimenti fin qui trattati, nonna Coco è venuta a mancare. La sua fotografia, che la mostra felice, è stata esposta sull’altarino di famiglia assieme a tutti gli altri parenti deceduti, compreso Hector, il cui volto sorridente si trova accanto a quello dell’adorata sposa. Nell’aldilà, Hector è pronto a calcare finalmente il ponte delle anime, mano nella mano con la moglie Imelda e Coco.

“Coco” è un meraviglioso lungometraggio d’animazione che tributa la tradizione messicana, l’essenza della musica, l’importanza del ricordo e dell’amore famigliare, riletto come una forza imperitura che deve sostenere la crescita di un bambino. Ma è soprattutto un viaggio soprannaturale che vuol abbattere l’invisibile muro che separa i vivi dai morti, donandoci la speranza, ma anche la fede, in relazione al fatto che le persone oramai andate e che abbiamo amato continuino a restarci accanto, pur rimanendo nell’invisibilità. Con il suo inconfondibile tocco magico e puro, la Pixar ha firmato un ennesimo capolavoro di incanto e di stupore.

Negli attimi finali della pellicola, Miguel imbraccia la sua chitarra e canta le sue energiche note d’addio, mentre la famiglia Rivera, sia quella “in carne” sia quella “in ossa”, lo solleva in alto, sostenendolo nell’inseguire i propri sogni.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Recensione: CineHunters

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Arlo e Spot disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

De “Il viaggio di Arlo” se n’è parlato poco, come se fosse stato l’argomento meno stimolante in un’interlocuzione a tema. “The Good Dinosaur” fu la seconda creazione dello studio Pixar del 2015, che per la prima volta scelse di distribuire due e non più soltanto una delle proprie creazioni nello stesso anno. “Il viaggio di Arlo” venne rilasciato dopo l’avvento del tanto discusso e acclamato “Inside Out”, il film che tra i due ebbe con merito ciò che comunque ingiustamente mancò ad “Arlo”: una ricezione ragguardevole. “Inside Out” fu il film d’animazione di maggior successo dell’anno, “Arlo”, invece, dovette accontentarsi d’essere il “fratellino più piccolo” tra le due opere figlie di una stessa madre, la Pixar che le generò e le amò entrambe. Questo perché ambedue ricche di valori e insegnamenti messi in scena secondo la pregevole rappresentazione animata tipica degli studios. “Il viaggio di Arlo” ebbe un impatto mediatico somigliante all’aspetto del proprio protagonista: minuto ma apprezzato, piccolo ma tutto sommato di successo. “The Good Dinosaur” è riuscito a ritagliarsi comunque la propria fetta di pubblico, magari in un numero non poi tanto altisonante, ma quanto basta per lasciare un segno, una piccola impronta impressa nel cinema d’animazione.

65 milioni di anni fa, nello spazio, un meteorite precipita con apocalittica rapidità verso la terra. Qualcosa, tuttavia, non va come la storia ci ha insegnato, il meteorite manca la Terra e procede verso una rotta a noi ignota. I dinosauri, scampati così all’estinzione, nei successivi millenni si evolvono, sviluppando capacità cognitive simili a quelle umane.  Arlo è un dinosauro erbivoro, ultimo di tre fratelli.  La stranezza che possiamo cogliere al momento della sua nascita è quella che, sebbene l’uovo che conteneva Arlo sia più grande e capiente del normale, egli, quando l’involucro si dischiuderà, apparirà più gracile dei suoi fratelli.  Arlo vive in una fattoria con la sua famiglia, e cresce all’ombra del fratello e della sorella, ben più abili di lui nel lavoro. Arlo è schiacciato dalla paura, e appare costantemente atterrito e spaventato dai pericoli del mondo esterno.

Per fargli acquistare maggiore fiducia in se stesso il padre gli affida il compito di catturare un misterioso predatore che si intrufola per nutrirsi nel rifugio in cui i dinosauri custodiscono le loro riserve di cibo accumulate per l’inverno. Il ladruncolo, che si rivelerà essere un cucciolo di essere umano, viene scoperto un giorno da Arlo il quale, tuttavia, esiterà a colpirlo. A quel punto, il padre sceglierà di accompagnare il figlio oltre i sicuri recinti della fattoria per inseguire l’inaspettato predatore. Questa ricerca avrà un esito drammatico: il padre di Arlo morirà durante una tempesta, strappato all’affetto del figlio dalla potenza dello sfocio di un’inondazione. Arlo, decidendo di riacciuffare quel cucciolo, comincerà, suo malgrado, un viaggio nel mondo preistorico.

“Il viaggio di Arlo” avvicina due esseri appartenenti a razze diverse e li accomuna. Il rispetto che avvicina il dinosauro al bambino ha come fondamento la certezza che non è la differenziazione della specie a rinsaldare un legame ma la comunanza di un sentimento, la vicendevole comprensione empatica. Arlo e il piccolo umano, rispettivamente animale e uomo, si avvicinano tra loro colmando i vuoti e stringendo un legame affettivo simbiontico nel quale l’uno riempie gli spazi lasciati dall’altro. La differenza primaria che lo spettatore riesce a notare è che tale rapporto viene espresso mediante il rovesciamento delle parti. Sebbene “Il viaggio di Arlo” abbia una struttura prevedibile e uno sviluppo che lo spettatore saprà piacevolmente anticipare, riesce comunque ad offrire una mutata originalità compiuta nel capovolgimento che fa in merito alla razza animale e quella umana. Qui è l’animale ad essere progredito, ad occupare un posto di prima grandezza nella scala gerarchica dell’evoluzione. I dinosauri parlano, sanno coltivare la terra e raccogliere i doni che essa elargisce a chi sa prendersene cura. L’uomo si trova a vivere in una fase embrionale della propria ascesa. Spot, il tenero ma deciso cucciolo di uomo, cammina a quattro zampe, ringhia e grugnisce, ha un forte istinto predatorio e di sopravvivenza, denti forti con cui si procura il cibo, e si esprime non certo a parole ma con degli ululati che rilascia inarcando il volto verso il cielo. Nelle iniziali discrepanze, Spot conquista la fiducia di Arlo.

Arlo, docile e indifeso, e Spot, piccolo ma isolato, assurgono ai ruoli dei due poveri emarginati. Entrambi hanno perso i loro affetti più cari, e forse Spot più di Arlo ha perduto quanto di più significativo la vita gli ha dato. Essi dialogano sulle loro mancanze comunicando con il simbolismo di alcuni ramoscelli messi in posizione ed irti sul terreno: Arlo ne mette cinque in fila, dal ramoscello più grande, rappresentante il padre, al più piccolo, rappresentante egli stesso. Spot risponde posizionando tre ramoscelli, tra cui uno piccolo raffigurante se stesso. A quel punto, Arlo depone il ramoscello più grande della sua fila e lo seppellisce. Spot risponde facendo lo stesso sui due rametti che altro non rappresentano che sua madre e suo padre. Arlo ha perso l’ancora della sua vita, Spot addirittura le uniche persone che si prendevano cura di lui. Entrambi hanno raffigurato la loro famiglia racchiusa in un cerchio che adesso sembra essersi dissolto sul terreno. Soli e sofferenti, Arlo e Spot si completano in un rapporto affettuoso che sancisce la capacità umana e animale di poter capire le sofferenze altrui, in un’umanizzazione totale che abbraccia i personaggi e li rende comprensibili da noi tutti.

“Il viaggio di Arlo” è un film di formazione, di maturazione fisica e caratteriale, non strutturato secondo una vera e propria trama, bensì secondo un’esperienza iniziatica di vita. Nelle loro peregrinazioni, Arlo e Spot affrontano numerosi pericoli che li pongono davanti a un Triceratopo leggermente “fuori di testa”, a spietati Pterodattili famelici e a Tirannosauri sorprendentemente socievoli e amicali, in un continuo ribaltamento di quelle aspettative che gli spettatori nutrono nei confronti delle razze che via via incontrano e che sfidano i preconcetti della vita reale. Poco prima di giungere al capolinea della loro avventura, Arlo fronteggia le paure che da sempre lo avevano piegato alle avversità della vita. Egli capirà che lo stato di allerta della paura farà sempre parte del suo animo ma starà a lui riuscire coraggiosamente a ridurlo. Sotto una fitta pioggia battente, durante un temporale come quello che si è abbattuto sulla terra il giorno in cui Arlo perse suo padre, il giovane dinosauro fronteggia tuoni e fulmini, predatori e insidie per salvare il suo fraterno amico e condurlo in salvo. Al termine di questa sua personalissima impresa, Arlo avrà raggiunto la meta astratta del suo intimo percorso.

“Il viaggio di Arlo” è un film emozionante, visivamente meraviglioso e alquanto commuovente, una piccola perla della Pixar che forse non sarà preziosa come le altre ma potrà essere comunque custodita nel loro scrigno d’arte.  Si tratta di un lungometraggio circolare, che si muove come su un percorso ben delineato, la cui iniziale tracciatura si ricongiunge sul cessare della circolazione. Nella fine Arlo ritrova la propria partenza, la casa da cui ebbe inizio il suo viaggio. Esso si ricongiunge alla propria famiglia non prima di aver detto addio al suo amico. Spot, il quale attraverso i suoi ululati aveva attirato a sé una famigliola della sua specie, vorrebbe portarlo con sé ma non può farlo. Entrambi hanno finalmente trovato ciò che stavano inconsapevolmente cercando: Spot la sua nuova famiglia, Arlo il suo posto nel cerchio della vita come voleva suo padre, il quale teneva sempre a ricordargli quanto suo figlio fosse come lui, se non di più.

Arlo, col proprio muso, traccia un cerchio sulla terra che cinge Spot con quelli che saranno i suoi nuovi mamma e papà. Il piccolo umano comprende che le loro strade si divideranno e saluterà il suo amico-animale abbracciandolo. Tra le lacrime, Arlo dice addio a Spot che felice smette di gattonare, e si pone su due gambe, imitando l’andatura dei suoi genitori adottivi che camminano in posizione eretta. Sul finale, il film ci regala un ultimo, celato messaggio: è l’inizio di un percorso evolutivo che abbraccia tanto i dinosauri quanto l’essere umano che abbiamo conosciuto. Il cerchio proseguirà il suo moto circolatorio, fatto di crescita, di sviluppo, semplicemente di…vita.

“Il viaggio di Arlo” ci insegna come l’esistenza possa essere ostica da affrontare ma ricca di insegnamento. Tante lezioni che possiamo imparare se diamo ai nostri sentimenti un peso imprescindibile nella comprensione dell’atteggiamento altrui.

“Il viaggio di Arlo” è emozione pura, intensa, che si avverte come il lieve soffio del vento sul viso. Un soffio leggero, impercettibile così delicato da essere sentito anche dalle lucciole che si nascondono tra le verdi radure dei boschi adiacenti la dimora di Arlo e che, sentendo il sospiro, si librano in aria rilasciando una luce verde, evanescente. L’emozione prodotta dal film assume una tonalità di verde, che è proprio il colore della speranza che abbandona il suolo e si innalza verso il cielo azzurro cupo della notte.

E’ un qualcosa che resta ben scolpito nel cuore degli spettatori, come l’orma che Arlo vuol imprimere sul silo, accanto a quella che aveva lasciato suo padre. Un'impronta che può essere suggellata solo al raggiungimento di un traguardo importante. Così Arlo può segnarla al suo ritorno a casa, proprio accanto a quella che fu del suo amato genitore. L’egual valenza possiede il film: la valenza di un’impronta emozionale marchiata nel cuore di chi ha osservato.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Gli occhi di Wall-E riflettono il cielo stellato in questo disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters.

 

In un futuro distopico, la Terra è un pianeta disabitato, colmo di rifiuti e inquinato da secoli di scorie. Gli umani hanno abbandonato il loro luogo natale per vivere nel cosmo, su una flotta di navi spaziali capitanata dalla nave guida, la Axiom, una gigantesca astronave sulla quale parte dell'umanità si concede una crociera di cinque anni.  Poco prima del grande esodo, sono stati attivati e lasciati sulla Terra migliaia di Robot chiamati “Wall-E”, orientati da un’unica e sola direttiva: quella di ripulire il pianeta e ridurre gli immensi carichi di rifiuti compattandoli in piccoli cubi. Mentre gli uomini vivono al sicuro tra gli spazi siderali, sulla Terra, ad uno ad uno, col passare degli anni, i robot si disattivano, vengono distrutti dalle intemperie o, semplicemente, dal lento ma inesorabile deterioramento funzionale. Tutti tranne uno.

Per settecento anni il piccolo robottino Wall-E ha continuato senza sosta la propria attività di “spazzino” del globo. Wall-E, giorno dopo giorno, anno dopo anno, “vive” nella più completa solitudine e nell’alienazione di un compito divenuto oramai perenne. Per Wall-E tale dovere è una mansione a cui adempie con assoluta devozione. Eppure, in quella routine così monotona ed estenuante, Wall-E lascia emergere comportamenti spontanei e non da macchina costruita a tal proposito, ma quasi naturali e di certo poco imposti da una specifica direttiva. Col trascorrere dei secoli, tra quelle dune sabbiose e quegli scarichi polverosi, in cui Wall-E si muove liberamente, Il piccolo robot ha cominciato adesso a sviluppare sentimenti e atteggiamenti umani. Aggirandosi tra i rifiuti che ispeziona accuratamente prima di compattarli in forma cubica per poi accatastarli su tutti gli altri volumi già squadrati, Wall-E resta, sovente, colpito dalla forma particolare di alcuni di questi oggetti. Potremmo definirli dei reperti, dato il tempo in cui vive Wall-E, che ne solleticano la sua attenzione. Wall-E è cosi mosso da un’umana e puerile curiosità. Al calar della notte, una volta raccolto qualcosa che reputa significativo, Wall-E torna nella sua dimora, il rimorchio di un autotreno, in cui conserva tutti i reperti interessanti che ha raccolto nel tempo. Ogni sera, Wall-E manda indietro il nastro di una vecchia registrazione per riguardare “Hello, Dolly”, un musical pluripremiato del 1969, con Barbra Streisand e Walter Matthau. Lo sguardo di Wall-E, nell’osservare lo scorrere di quelle scene che si materializzano così vivide sullo schermo, sembra subire l’incanto di quell’arte a lui sconosciuta, tanto che i suoi grandi e tondeggianti occhi sembra diano l’impressione di uno stato d’animo votato alla commozione. Wall-E strofina le sue mani vicendevolmente, come se volesse mimare il gesto di poterle stringere a una persona, e più precisamente a una compagna, nell’esatto modo in cui vede i due personaggi del film danzare, tenendosi per mano. Attraverso quelle immagini in movimento, Wall-E prende sempre più coscienza della profonda solitudine che lo avviluppa.

Nell’incomunicabilità vocale del protagonista, il film di Andrew Stanton commuove dopo pochi istanti. Non servono sottotitolazioni, né digressioni esaustive, quando nelle sue peregrinazioni mute e solitarie, Wall-E volge spesso lo sguardo al cielo, nell’attesa perenne di un segno che giunga da quella misteriosa volta celeste. E un giorno, proprio da quel cielo azzurro ammantato da stelle luminescenti che vegliano sull’agire dell’unico abitante della Terra, giunge una presenza dallo spazio remoto. E’ EVE, una sonda robot femmina. Wall-E resta ammaliato dalla visitatrice giunta dalle profondità del cosmo, e comincia a interagire con lei, portandola nella sua casa, invitandola a vedere tutti gli strani oggetti che colleziona oramai da secoli. Wall-E le mostra improvvisamente ciò che di più curioso è riuscito a rinvenire qualche giorno prima, una piantina verde sorta dal terreno. Quando EVE vede il vegetale, lo prende con sé, e immediatamente si spegne. Wall-E allora non si dà pace per essere ripiombato di nuovo nella solitudine, e trascorre gran parte del suo tempo portando EVE con sé, prendendosi cura dell’inerme involucro che la contiene. La difende così dalle tempeste di sabbia che sferzano il pianeta, giungendo persino a fingere di osservare il tramonto con lei, seduti mano nella mano. Un giorno però, quando Wall-E aveva perso la speranza, un’astronave approda sulla Terra per recuperare EVE. Vedendola allontanarsi dal pianeta, Wall-E si lancia all’inseguimento, restando aggrappato al razzo partito per lo spazio…

“Wall-E” fu il nono film della Pixar, realizzato in collaborazione con la Walt Disney Studios, e distribuito nelle sale di tutto il mondo nel 2008. In rarissimi casi, il cinema d’animazione ha saputo offrire un’opera talmente profonda da essere in grado di sfiorare le più intime corde dell’animo umano fino a farle risuonare dolcemente, avvolgendole di un canto soave e melodioso, come se il cuore emanasse un’armonia paragonabile alle corde appena pizzicate di un’arpa. Wall-E si trasforma così in un musicista, o per l’appunto, un suonatore d’arpa, che con il proprio “percorso visivo” ristora l’animo di chi l’ascolta con la voce del cuore. Si colloca nelle profondità dell’animo il piccolo robottino, e fa volteggiare le sue esili mani tra le corde dello strumento, che altro non è se non la sensibilità delle nostre emozioni. E la melodia che ne vien fuori è tanto profonda, tanto, armoniosa, tanto poetica, ma è anche tanto malinconica.

Wall-E è una lirica declamata da un muto oratore, che fa dei suoi gesti e dei suoi movimenti la parte essenziale dell’esecuzione di un testo poetico. Altresì Wall-E potrebbe essere una poesia non scritta, non tramandata in maniera cartacea. Potrebbe rappresentare una sorta di poetica del silenzio, l’esaltazione della valenza dei piccoli modi di porsi. Parte fondamentale per comprendere appieno quanto io sto scrivendo è rammentare che Wall-E è un lungometraggio in cui si alternano lunghi momenti di assoluto silenzio, e quindi il solo osservare ciò che sta avvenendo è la chiave per cogliere e capire l’emozione di un singolo atto. Non dobbiamo concentrarci sul significato di una parola, su ciò che è stato detto o, in altri casi, su ciò che è stato scritto. Bisogna inoltre ricordare che il protagonista è incapace di parlare, eccetto che, inizialmente, di ripetere il suo nome, cosa che lo aiuta a prendere consapevolezza della sua autocoscienza. Ma a Wall-E non serve parlare, gli basta una semplice occhiata per dire tutto ciò che deve. Eppure, sebbene manchino le parole e i versi scritti, Wall-E sa essere estremamente poetico, come un’ode privata di tutte le sue strofe trascritte sul foglio. Wall-E è un lamento laconico, un meraviglioso componimento letterario che andrebbe solamente compreso e interpretato, mai letto.  Il robottino possiede l’ineffabile capacità d’esprimersi con l’arte dei gesti, e riesce a creare un legame empatico, basato esclusivamente sulla riflessività emotiva.  Wall-E si configura così come una taciturna odissea fantascientifica, traboccante di sentimentalismo e d’amore per la tecnologia e l’Umanità, per l’ambiente e il romanticismo più classico, quello incapace d’essere contaminato dall’inquinamento che cerca di soggiogarlo.

Wall-E è un “essere” vitale e senziente, totalmente integrato al contesto storico e alla naturalezza ambientale, che lo circonda, tanto da farne una sorta di elemento scenografico divenuto protagonista della scena. Esso è introverso e muto, esattamente come silenziosi e inespressi sono i paesaggi che lo circondano, fatti da “grattacieli” altissimi di rifiuti dimenticati. Wall-E è stato anch’esso dimenticato insieme alla Terra, su cui muove i suoi passi. Scenografia e personaggio si trovano amalgamati in un’univocità scenica, che li riflette vicendevolmente. L’apatia di una realtà intrappolata nella desolazione, viene però spezzata dall’arrivo di EVE, la robottina di cui Wall-E si innamora perdutamente. Un amore che travalica i confini terreni, giungendo fino alle stelle. Nel non volerla ad ogni costo abbandonare, Wall-E si aggrappa al mezzo di trasporto che le sta portando via il suo eterno amore, e con esso, percorre i due stadi dell’esistenza fantascientifica: dalla terra allo spazio.

Nelle profondità sperdute dell’universo, Wall-E si ricongiunge alla razza umana, a bordo della nave madre, la Axion, in cui i discendenti della popolazione, un tempo vissuta sulla Terra, vivono tra le indolenti agiatezze, distesi perennemente su comodissime poltrone motorizzate, con cui possono muoversi nella vastità smisurata della nave.  Sia gli uomini che le donne sono tutti estremamente in sovrappeso, per via della negligenza e della quasi totale incapacità di deambulare. Le persone a stento dialogano tra loro, trascorrendo tutto il tempo a rimanere imbambolate dinanzi a uno schermo. Ma quando il comandante della nave scorgerà la piantina che EVE ha recuperato sulla Terra grazie a Wall-E, comprenderà che è giunto il momento di tornare a casa: la vita sta rifiorendo sul pianeta. Il comandante comincia così a domandare al computer di bordo di definire specificatamente cos’era un tempo la vita degli uomini, cosa volesse dire camminare, osservare le meraviglie di un paesaggio assolato, le bellezze pigmentate delle verdi boscaglie e quale fosse la reale motivazione di altre decine e decine di usanze che gli uomini praticavano sulla Terra.

Nel frattempo, Wall-E si è ricongiunto con la sua EVE, tra innumerevoli peripezie, e i due restano sospesi tra i corpi celesti. EVE vola intorno a Wall-E, e il robottino, col supporto di un estintore che utilizza per sincronizzare i suoi movimenti nello spazio aperto, si muove verso di lei. I due danzano tra gli astri, proprio nel momento in cui il comandante, apprendendo sempre più notizie sugli usi e i costumi praticati della sua razza in epoca “antica”, domanda al computer di definire cosa fosse una danza. Se solo si voltasse e volgesse lo sguardo fuori dalle ampie vetrate della sua cabina la vedrebbe con i suoi stessi occhi: due partner prossimi, che si lasciano andare ad un susseguirsi di movimenti in cui arrivano continuamente a sfiorarsi. Non vi è musica tra le stelle, vi è ancora silenzio, ciò che accomuna Wall-E ed EVE: e i due non seguono alcun ritmo, l’unica colonna sonora che cadenza la loro danza è quella dei loro portamenti: e i due ballano proprio lassù, in quella immensa tavola buia come un oceano di notte, illuminata dalle stelle che diventano spettatrici involontarie di questo amore appena sbocciato tra due esseri per nulla dotati di sentimento alcuno.  Con questa scena dall’idillio sopraffino, Wall-E dimostra d’essere un’opera d’arte librata dal suolo terrestre al cielo azzurro e siffatta nel cosmo. Si tratta di cinema incontaminato e primordiale, dove il suono, il movimento e le azioni sono il puro magnetismo cinematografico, in cui la camera cattura lo spettatore col proprio occhio attento e imparziale.

Vorrei rivolgermi anch’io ad un computer e domandargli con fare sommesso “definisci un’emozione”, perché ciò che si può provare vedendo questo film trascende il concetto velato e a volte semplicistico con cui esprimiamo cosa sia un’emozione forte e debordante.  Wall-E è una discesa vorticosa nel tunnel dell’emozione tersa e intellegibile.

Il tema della salvaguardia dell’ambiente e della Terra, il bene più prezioso che abbiamo, si combina col tema della salute e dell’obesità, in cui l’uomo rischia di perdere non soltanto la propria casa, ma i propri valori, i propri principi etici e morali, dimenticando l’importanza delle cose che diamo per scontate. Persino una passeggiata in riva al mare in Wall-E può assumere un valore ancestrale, poiché l’uomo non riesce neppure a reggersi in piedi e della vastità del mare non se ne riesce più a vedere l’unicità. Con Wall-E gli uomini riprendono ad accorgersi della vita che scorre intorno a loro e non più in una realtà virtuale imprigionata all’interno di uno schermo.

Sul finale, quando Wall-E resterà gravemente danneggiato a seguito di un incidente, verrà salvato dall’amata che ne sostituirà i pezzi recuperati nella sua dimora. A quel punto però, Wall-E ha perso i suoi ricordi, e riprende così a svolgere in modo meccanico le azioni imposte dalla sua direttiva. L’umanità che albergava in lui sembra essere stata annientata dalla violenza, ma sarà ancora la forza dell’amore a salvarne i ricordi. E quando EVE lo bacerà, strofinando il suo volto su quello di Wall-E, provocando così la loro consueta scintilla, Wall-E riacquisterà la memoria e resterà insieme ad EVE sulla Terra, prossima ad essere ripopolata dagli uomini.

Wall-E conserva una devozione incondizionata al passato rivisitato in un futuro distopico: il fascino che il film “Hello, Dolly” suscita nel robottino attesta questa dualità passato-futuro insita tra le pieghe meditative dell’opera. Wall-E è un mimo del cinema muto, che fa suo il concetto di un amore sognante, esternato mediante la musica, decantato dalle voci intonate di due innamorati, e ancor di più ballato da quelle stesse figure che ammira durante la visione del film. Wall-E probabilmente vorrebbe cantare per la sua Eve, ma non può farlo. Questo altalenante gioco tra passato e presente, testimoniato dal culto del classico con Barbra Streisand e Walter Matthau, abbraccia tre generi diversi di fare cinema. Wall-E, col suo agire, salta così dal cinema privo del sonoro, al musical spumeggiante, giungendo fino alla fantascienza più d’avanguardia. Il rispetto per il passato è anche la chiave per comprendere il futuro e ritrovare la scintilla necessaria per destare il progresso. Nell’ultimo atto, i fotogrammi finali mostrano delle scene, come fossero rappresentazioni rupestri impresse sulle pareti delle caverne. Osserviamo i disegni degli uomini che ritornano a casa e riprendono a popolare la Terra, cominciando dagli albori. E’ la seconda evoluzione dell’uomo. Nell’ultimo ritratto Wall-E stringe la mano della sua amata Eve nel momento in cui si sofferma ad ammirare l’albero rigoglioso spuntato dal germoglio che aveva rinvenuto e donato ad Eve. E’ come se il loro amore avesse contribuito in parte, se non in tutto, a generare…la vita.

Wall-E e Eve dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters.

 

Wall-E è un film impregnato di cristallino lirismo, ed è da considerarsi una pietra miliare della filmografia contemporanea, capace di suscitare nei film che gli succederanno, ispirazione, ma soprattutto grande stima e apprezzamento. Un film capolavoro, capace, a mio giudizio, di rasentare la perfezione.

Voto: 10/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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