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"La spada nella roccia" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Da principio, se qualcuno avesse detto ad Anacleto che quel bimbetto, sì, insomma, che quel garzone mingherlino, tutto pelle ed ossa, sarebbe un giorno diventato re, state pur certi che avrebbe riso e la sua non sarebbe stata per nulla una risata contenuta. Anacleto, un gufo dal grigio piumaggio, alquanto proverbiale per il suo rumoroso sghignazzare, era l’inusuale animale da compagnia di un anziano anacoreta. Tale esule dimorava nel cuore di una foresta, in una casa senza acqua e senza elettricità. Sovente, questi si lamentava dell’assenza di molti comfort che potremmo, ad oggi, definire “moderni”. Merlino, in tal modo veniva appellato quest’eremita, era un potentissimo mago dallo sguardo vispo e dalla barba candida. Egli aveva il dono della preveggenza. Ogni qual volta osservava il domani, si rammaricava di tutte le mancanze del proprio presente. Il Medioevo era diventato più oscuro di quanto Merlino avesse mai immaginato. Da tempo, oramai, l’Inghilterra non aveva più un sovrano. I nobili ideali del passato erano periti con la morte dell’ultimo regnante, e tutto era precipitato in un limbo di miseria e apatia. Tutto d’un tratto, dal cielo discende una grossa incudine di pietra massiccia con una spada conficcata al suo interno. L’elsa e una parte della lama emergono dalla roccia e recano una scritta che recita: "chiunque estrarrà questa spada sarà di diritto re d'Inghilterra". Per secoli, uomini provenienti da ogni parte della Gran Bretagna tentarono invano di estrarre la spada.

Perdonatemi, mi sono smarrito in chiacchiere. Fatemi raccapezzare un momento. Cosa stavo scrivendo? Ah sì, Anacleto avrebbe riso come un matto se solo avesse saputo che un bricconcello timido, bene educato, esile come una spiga di grano, sarebbe asceso al trono. - Chi era, di grazia, costui? - vi starete domandando. Or dunque, dovete sapere che una bella mattina lo stregone attendeva alla sua porta l’arrivo di un ospite molto speciale. Non aveva mai intravisto il volto di colui che era prossimo a giungere, eppure Merlino sapeva che si sarebbe trattato di un giovanotto di undici, massimo dodici anni. Come sostenni, se Anacleto avesse guardato Semola con attenzione e avesse osato anticiparne il fato, sarebbe rimasto incredulo poco prima di sbellicarsi dalle risate. D'altronde, Anacleto non poteva trattenersi, quando qualcosa gli provocava ilarità sogghignava e poi scoppiava a ridere a “crepapiume”. Lo faceva sin da quando era un piccolo gufo. Solitamente, fuoriusciva dalla sua tana, una piccola fessura scavata tra i polmoni di un’antica quercia, si coricava sul suo bel tronchetto e, preso dall’euforia, rideva per interi minuti, portava le zampe all’altezza del musetto felice e dibatteva le stesse al suolo, colto dalla gioia. Di primo acchito, infatti, Semola tutto poteva sembrare tranne che un futuro re.

Artù, chiamato da tutti Semola, era un orfano, adottato dal severo Ettore e addestrato come l’umile scudiero di suo fratello, Caio. Semola è tanto riservato ed è, per certi versi, succube delle angherie dei suoi famigliari che sono soliti rimproverarlo ad ogni minimo errore. Ciononostante, sotto i suoi occhi schivi e vogliosi di scoprire, è possibile intravedere l’anima cristallina e valorosa di un impavido. Tuttavia, Semola “vanta” una fisicità striminzita, due braccia secche e altrettante gambette sparute. Egli non possiede affatto la prestanza di un futuro condottiero. Cionondimeno, Semola ha qualcosa che tutti gli altri non hanno: la brama di conoscere.La mente batte sempre i muscoli!” - è ciò che, sovente, borbotta Merlino. Semola ha un’attitudine innata allo studio del mondo esterno. Così, Merlino, coadiuvato dall’arguto Anacleto, deciderà di fungere da suo precettore.

Il soprannome che tutti hanno affibbiato al personaggio principale del film adombra il vero nome di Semola, che diverrà leggendario. Tuttavia, per i popolani e i villici, Semola è soltanto Semola, poco più di un fanciullo con una cascata bionda come capigliatura. Ma quella sua chioma dorata non è che il preludio alla corona d’oro che, un giorno, svetterà alta sul suo capo, rilucente di gemme sfolgoranti e rubini tanto preziosi. Artù è destinato, in un dì lontano, a diventare un monarca venerabile, dall’inestimabile virtù. Dal grano macinato si genera la farina e da essa il pane profumato, buono come un bene pregiato ma alla portata di tutti. Semola era uno dei tanti, una spiga gialla in un campo di grano. Egli è paragonabile ad un granello di farina, un prodotto della terra che dovrà essere lavorato per diventare “pane”. Educato ed istruito dai suoi maestri, Semola, da granello di farina, diverrà speciale, similmente a del pane nato dal frumento luminoso per il bene di tutti.

Ma Semola non sa di essere speciale né può immaginarlo. Egli non ha fiducia in se stesso poiché nessuno ha mai lasciato intendere di averne in lui. Soltanto Merlino crede nelle sue capacità nascoste, e si adopererà per tramandargli tutto ciò che ha appreso nel corso della sua esistenza. Semola è unico, soprattutto perché è generoso, paziente, riflessivo, ascolta e ragiona prima di agire, caratteristiche assai rare in quell’epoca Medievale dipinta e tratteggiata con nitidezza nel lungometraggio, dove tutti pensano solo a duellare e a discutere animosamente. Semola ha la semplicità delle creature genuine, l’accortezza dei puri di cuore, la gentilezza di chi vive in armonia con la natura. E’ un alunno perfetto, pronto più che mai ad imparare.

La spada nella roccia” è un’opera di formazione, di crescita, di educazione. Merlino è un mentore assennato e la sua casa, piena zeppa di modellini in legno raffiguranti locomotive a vapore, veicoli volanti e altre dozzine di invenzioni provenienti dal futuro, somiglia al laboratorio di Leonardo da Vinci, ed è una finestra spalancata sull’avvenire. Il mago vuol sviluppare la mente del piccolo Semola ancor prima dei suoi muscoli, e anela ad insegnargli la matematica, la storia, la biologia, le scienze naturali, la geografia. Un re, per Merlino, è tale quando avrà accresciuto il proprio acume e la propria intelligenza, peculiarità imprescindibili per una maestà che dovrà dissolvere le tenebre di un medioevo buio e senza speranza. Nei giorni seguenti, Merlino educa Semola, conducendo le sue lezioni all’aria aperta, tra le verdi foglie e le fronde degli alberi in modo che il piccino apprenda restando immerso nel creato. Anche Anacleto scenderà dalla sua casetta, ricavata da un ciocco di legno, e insegnerà al “principe” le basi dello studio: leggere e scrivere.  Semola fa sì che i suoi maestri, il mago ed il gufo, l’uomo e l’animale, facciano di lui il loro pupillo, un discepolo prediletto.

Il mago, per far ben recepire i suoi insegnamenti, trasforma Semola in un animale differente: un pesce, uno scoiattolo e un uccellino. Mediante le sue metamorfosi, Semola esplora una parte diversa del mondo: l’acqua, la terra, l’aria. Come se vivesse una favola sulla propria pelle, Artù si rapporta con le creature più piccole e delicate della natura, assumendo le loro caratteristiche fisiche, emotive e comportamentali. Come la Sirenetta anderseniana che, dal mare, si protrasse sino alle coste e, alla morte, raggiunse l’immortalità come uno spirito dell’aria, Semola, nella pellicola disneyana, da essere terrestre, “ascende” al mare e all’aria per purificare la propria essenza. Un re, se dovrà essere magnanimo e misericordioso, dovrà conoscere e avere cura di ogni essere vivente, sia esso appartenente al reame acquatico, a quello dell’aria o a quello terrestre. Semola si confronta con gli animali più minuti, indifesi, così da sviluppare l’intenerimento, la pietà di un uomo munifico. In particolare, quando sarà uno scoiattolo, Semola scoprirà per la prima volta cos’è il sentimento puro dell’amore, la forza che muove ogni cosa, più potente della gravità stessa. Una scoiattolina si invaghirà di Semola, mutato in scoiattolo, salvo poi accorgersi che egli non è un membro della sua specie. A quel punto, essa cederà al rammarico di ciò che sarebbe potuto essere, al singhiozzio, ad un mesto lacrimare. La delusione e il dolore di un cuore infranto sono i patimenti più strazianti da sopportare. Proprio Artù, in età adulta, soffrirà anch’egli per amore, quando la propria consorte, Ginevra, lo tradirà con Lancillotto; ma questa è un’altra storia, che appartiene ad un tempo ancora inesplorato per l’innocente protagonista.

Merlino ammira e al contempo teme il futuro, e pone le sue speranze sull’avvenire glorioso di Artù. A tentare di ostacolare la maturazione del giovane arriverà Maga Magò, acerrima nemica di Merlino. Magò veste i panni, rivisitati ed imbruttiti, della fata Morgana, avversaria del potente stregone nelle leggende del ciclo Bretone. A poco serviranno le vili azioni della maga cattiva, i giorni del re sono prossimi ad arrivare.

Merlino, osservando Semola, trovò in lui l’erede al trono. Un qualcosa di simile accadde anche a Gandalf, lo stregone grigio e bianco de “Il signore degli anelli”, quando questi scorse per la prima volta Aragorn, colui che riuscirà a restaurare la stirpe spezzata dei grandi Re degli uomini. Aragorn poté, così, ricostituire la discendenza di Isildur, Artù quella di Uther Pendragon.

In un giorno quieto e radioso, Semola estrarrà la spada dalla roccia senza sforzo alcuno. E’ lui il re che tutti attendevano. Sarà l’alba di un ciclo splendente e prosperoso. Seduto sul suo trono, Artù sente d’essere impreparato ad adempiere le sue responsabilità regali. L’incertezza, il dubbio, il timore di non essere all’altezza sanciscono l’umiltà di un sovrano che si metterà sempre in discussione per il bene dei suoi sudditi. Semola è divenuto pane, un bene posto al servizio di ogni bisognoso. Anacleto ammirerà Semola con stupore, restando al suo fianco, seguito dallo stesso Merlino, tornato appena in tempo da una vacanza ad Honolulu. Il XX secolo sta bene lì dov’è, per lo stregone sarà più opportuno godersi uno splendido presente.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Tra i soggetti cinematografici più duraturi si può di sicuro menzionare la leggenda di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda. Tra queste imponenti produzioni figura “Camelot”, film del 1967 diretto dal regista Joshua Logan e intrepretato da Richard Harris, Vanessa Redgrave, Franco Nero, David Hemmings, Lionel jeffries, Laurence Naismith ed Estelle Winwood.

Al centro della narrazione c’è il mito di re Artù e della Tavola rotonda: quella intorno a cui siedono i cavalieri senza distinzioni gerarchiche fra loro (per questo la forma è rotonda). Accanto ad Artù si staglia la figura di Merlino, un mago dotato di poteri superiori, che però egli usa a fin di bene e contro le potenze del male, e in cui si può rintracciare l’impronta degli antichi druidi (i sacerdoti pagani delle antiche popolazioni celtiche). Poi ci sono i cavalieri, personaggi ben distinti a seconda dei rispettivi caratteri. I più importanti sono Lancillotto, Tristano e Parsifal, anche se nel lungometraggio si dà maggiormente risalto al ruolo di Sir Lancillotto e alla storia d'amore tra lui e Ginevra.

Lancillotto impersona il tipo nuovo di cavaliere protagonista del Ciclo Bretone, rappresentato con tratti appassionati e mondani. In lui ci sono la fedeltà al sovrano ma anche, all’occorrenza, il dramma e lo sconcerto del tradimento nei suoi confronti; il coraggio e l’eroismo; il senso estremo dell’avventura, che si realizza non solo nelle imprese connotate dal conflitto con altri uomini e con altre forze terrene, ma anche affrontando potenze soprannaturali, misteriose e magiche; e, infine, il sentimento amoroso, che esercita su di lui un dominio possente. Ginevra, moglie di re Artù, rappresenta la leggendaria principessa per cui il cavaliere si batte. Così sullo sfondo del contesto si profila il tradimento.

Re Artù conduce la giovane consorte Ginevra nel castello di Camelot col preciso intento di portare la pace e la giustizia nel suo regno. Per far ciò riunisce attorno a sé il più illustri e valorosi guerrieri. Fra questi giunge dalla Francia Lancelot, che per le sue alte virtù, è oggetto di scherno da parte degli altri cavalieri, e anche dalla giovane regina. Ginevra, per tastare le sue qualità, lo mette alla prova, organizzando un torneo nel quale Lancelot finisce per battere tutti i suoi avversari. Da questa prova di forza e d’eleganza Ginevra comincia a vederlo con occhi diversi, fino a quando se ne innamora perdutamente, essendo da lui ricambiata. Il Re nonostante le voci di palazzo e alcuni comportamenti della giovane sposa non vuole credere al tradimento, e per sgombrare dalla propria mente ogni dubbio, ma soprattutto per far cessare il chiacchiericcio, istituisce un tribunale che dovrà valutare le prove. Senonché al castello arriva Mordred, un figlio illegittimo di Artù, un giovane insensibile e malvagio, il quale sorprende in atteggiamento amoroso i due amanti. Ginevra viene così condannata al rogo mentre Lancelot riesce a scappare e mettersi i salvo. Il giorno fissato per l’esecuzione, Lancelot dopo essere giunto in tempo per salvare la vita alla principessa la conduce al cospetto di Re Artù per l’ultimo saluto, in quanto ella ha ormai fatto la sua scelta: passerà il resto della vita in convento.

Re Artù

 

In origine “Camelot” nacque come musical da recitare in teatro, ed in effetti ci fu a Broadway, alla sua uscita, un grande successo di critica e di pubblico. Non poteva essere diversamente con un cast di quel livello: Julie Andrews, che successivamente avrebbe interpretato Mary Poppins per la Disney, l’insuperabile attore shakespeariano Richard Burton e Robert Goulet.

Nel passaggio dal teatro al cinema ci fu una consistente rivoluzione. La Andrews trovò la scusa per desistere dall’impresa chiedendo un compenso esagerato. La sua proposta, come previsto, non venne accolta e quindi la scelta cadde su Vanessa Redgrave, signora del teatro inglese, tenuta in grande considerazione persino da Tennessee Williams. Artù, che nel frattempo era diventato Arthur, prese il volto di Richard Harris, altro grande interprete di teatro, in quanto Burton era impegnato in altri set, oltre alla già tormentata storia d’amore con la Taylor. Lancillotto divenne Lancelot e si scelse per interpretare il suo ruolo Franco Nero. Richard Harris spiccò come un Artù triste e nobilmente assorto nella propria riflessività, in una maschera regale e grondante di delusione. La sua performance rimarca infatti la drammaticità della tresca amorosa tra Ginevra e Lancelot.

Un ruolo preminente oltre ai tre protagonisti lo ebbe Mordred, assegnato a David Hemminings. Hemmings seppe resistere alla tentazione di trasformare il suo personaggio in un malvagio impersonale, preferendolo invece come un individuo astuto,ammaliante personificazione di un male intelligente e manipolatore.

Lancillotto e Ginevra

 

Il film non copre l’intero Ciclo Bretone, ma questo è comprensibile in quanto non si può compendiare il periodo storico-leggendario nel breve volgere di qualche ora. Esso si basa sul romanzo “Re in eterno” di T.H. White. Si apre con l’incontro tra re Artù e Ginevra e si conclude con la loro separazione e lo scioglimento della Tavola Rotonda, in un passaggio adempiutosi dalla profonda bellezza di un momento idilliaco quale poteva essere il primo incontro tra i due innamorati a un momento di desolazione quale sarà lo scioglimento dei cavalieri della tavola rotonda. Il lungometraggio ha origine nella felicità e ha fine nella malinconia della cessazione. Al suo interno vengono trattate le tematiche arturiane: un’Inghilterra migliore, pace e benessere nel regno, l’amore tumultuoso tra Lancillotto e Ginevra, e il disegno malvagio di Mordred per distruggere Camelot. Merlino appare solamente in rari ricordi, mentre di Morgana non si fa minimamente menzione.

Inconorazione di Lancillotto in un quadro di Edmund Blair Leighton

 

Nel trasferire il musical dal teatro al grande schermo il soggettista apportò alcune modifiche: in palcoscenico Camelot aveva una veste leggiadra, mentre nella versione cinematografica prese un tono pesante e cupo.

Come scritto, la regia di “Camelot” è di Joshua Logan, un cineasta che è riuscito nella difficile impresa di dar maggior cura ai personaggi, nonostante la musica e il taglio epico dell’intera opera avrebbero potuto avere la meglio sulle sfasature personali e psicologiche dei protagonisti.

“Camelot” è un adattamento “umano-centrico”, costituisce una delle versioni più “umane” del ciclo che fa capo a Re Artù. La maestosa lunghezza del lungometraggio riesce ad elargire tre ore di intrattenimento, sacrificando l'epica.

La morte di Artù, di John Garrick

 

Richard Harris restò legato al ruolo del saggio sovrano e continuò a interpretarlo nei successivi decenni a teatro. Al suo re Artù è dedicata la statua in bronzo dell’artista irlandese Jim Connolly, la quale sorge al centro di Limerick, la città in cui Harris nacque.

Statua di Richard Harris come Re Artù.

 

Nel 1968 Camelot ottenne tre Premi Oscar: uno alla Migliore scenografia, uno ai Miglior costumi e uno alla Migliore Colonna sonora, oltre a due Nomination come Migliore fotografia e come Miglior sonoro. Sempre nel 1968 il film si aggiudicò tre Golden Globe: uno come Miglior attore in un film commedia o musicale, uno come Miglior colonna sonora, e uno come Miglior canzone, oltre a tre Nomination.

Redazione: CineHunters       

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