Vai al contenuto

Anno 2019, Rick Deckard (Harrison Ford in uno dei suoi ruoli più iconici) è un cacciatore di replicanti, chiamato ad un’ultima missione prima di ritirarsi. Quest’ultimo incarico concerne il ritrovamento di sei replicanti fuggiti dai campi di lavoro nelle colonie extraterrestri e rientrati sulla Terra per nascondersi tra la folla anonima. I replicanti sono fabbricazioni di androidi dall’aspetto umano. Deckard decide così di mettersi alla ricerca di quei “fuggitivi”. Nell’arduo tentativo di rintracciarli, Rick è affiancato da Rachel, una donna non consapevole d’essere essa stessa una replicante. Gli androidi rinnegati sono guidati da Roy Batty (Rutger Hauer) e Pris (Daryl Hannah) e mirano ad incontrare il creatore dei replicanti per ottenere un prolungamento della loro vita, che cessa dopo soli 4 anni…

Nel 1982, Ridley Scott tornava al cinema con l’ultima delle sue fatiche: “Blade Runner”. Si trattava del secondo lungometraggio di genere fantascientifico che recava la firma di Scott, due anni dopo il grande successo di “Alien”. Il cineasta statunitense era quanto mai deciso, quasi immantinente nel voler dimostrare nuovamente la propria attitudine a sollevare interessanti argomentazioni inscenate in contesti futuristici e altamente dispotici. Con la creatura aliena concepita da Hans Rudolf Giger e plasmata in terrificanti fattezze da Carlo Rambaldi, denominata Xenomorfo, Scott filmò in “Alien” l’incarnazione parassitoide di un innaturale terrore bestiale. Alien era la paura trasfigurata nella raccapricciante deformità di un essere ostile e predatorio, che con la sua orripilante tecnica riproduttiva reinterpretava una violazione fisica, uno stupro al corpo umano, che veniva tramutato obbligatoriamente in ospite e, al compimento della propria straziante morte, in genitore partoriente di una paura immonda, data alla luce dal dolore di un parto violentemente imposto. Alien era un incubo primordiale a cui dare corpo difforme e atroce movenza, gesto efferato e rumore sinistro, verso spasmodico e respiro convulso.

Con “Blade Runner” la fantascienza di Scott navigò lontano, si protrasse lungamente verso uno stadio successivo, e attraversò le lande desolate di un universo narrativo, in cui avrebbe ricercato altre complessità tematiche, basate sull’analisi dell’esistenza, della religione e dell’autocoscienza. Con “Blade Runner” la paura obbrobriosa di un mostro d’imprecisata natura viene accantonata per essere sostituita da una evoluzione stilistica umano-centrica, ovvero che pone l’umanità al centro di un articolato dibattito filosofico e morale. Gli scenari cambiarono, e Scott non basò la sua storia incentrandola sui limiti circoscritti di una nave spaziale, bensì sul centro urbano di una Los Angeles nebulosa e sozza, inquinata e claustrofobica, così come appare in questo immaginario 2019. “Blade Runner” apprende la paura di “Alien” e la converte in un ansioso climax paranoico e tremendamente sospettoso. Il termine significante della parola “certezza” vacilla maledettamente, come fosse un concetto aleatorio e vacuo. “Certo” può anche significare “errato”. Nulla è realmente certo in “Blade Runner”; la certezza non esiste, non è altro che una chimera, un’illusione scientifica che avviluppa ciò che è umano e ciò che non lo è, e che viene inglobata in un’atmosfera angosciosa, carburata dalla costante inquietudine su chi sia un autentico essere umano e chi un replicante mimetizzatosi camaleonticamente con il resto della popolazione.

I replicanti non necessitano, tuttavia, delle medesime qualità dei camaleonti, non hanno bisogno di mutare il loro colore epidermico a seconda del terreno e dello spazio che li circonda, essi sono iperrealistiche riproduzioni del derma, e sono totalmente somiglianti agli uomini. Pertanto, il camuffamento verte sul mantenere un atteggiamento “tranquillo”, nella speranza d’evitare d’essere scovati e sottoposti al test per il riconoscimento.

“Blade Runner” è un noir fantascientifico, gotico e ombroso, ambientato per la quasi totalità nelle ore buie della giornata, quando il sole tramonta e le ombre degli uomini e dei replicanti vengono livellate e poi annullate dalla scomparsa del sole. Se i noir di un tempo erano girati in bianco e nero, e il fumo della sigaretta accesa fumata dai protagonisti si levava in alto, come una nuvola grigiastra che immerge i personaggi in un’atmosfera irrespirabile, in “Blade Runner” i colori sono distillati sulle illuminazioni esterne degli sfondi piovosi ma incupiti dalle scenografie fredde, buie, tenebrose. La storia di questa pietra miliare del cinema fantascientifico è quella di un avvenire crepuscolare per la razza degli uomini, in cui il sorgere di un domani chiaro, limpido parrebbe d’impossibile previsione.

“Blade Runner” è un inarrestabile pianto amaro e malinconico, che si manifesta nella pioggia copiosa che bagna la città con triste abitudine. Si vive in un avvilente presente nel quale la vita scorre via come lacrime sotto la pioggia. Il clima alienante emana un’insicurezza intollerabile. A cominciare dal personaggio di Rachel (Sean Young), così bella e generosa da rendere la verità sulla sua origine ingiusta, poiché risulta inaccettabile che essa non sia nata col dono della vita umana. Rachel è una replicante che non sa di esserlo, un destino dall’esito pauroso che mette in dubbio persino la veridicità dei ricordi d’infanzia, innestati in modo artificioso nella sua sfera mnemonica. Essa quando scoprirà la sua vera natura ne rimarrà inorridita. Nulla può essere come sembra nell’opera di Scott: umanità e artificiosità si mescolano in un affresco dai colori indistinguibili. Sebbene la natura di Rachel sia tale, Deckard se ne innamora e vorrebbe fuggire via con lei da una così avvilente quotidianità urbana.

L’indagine ricercata del protagonista si abbina alla disperata fuga per sottrarsi all’implacabile passare del tempo che consuma gli ultimi granelli di sabbia nella clessidra dei replicanti capeggiati da Roy Batty, ai quali restano pochi giorni di vita prima della dipartita. E’ la fascinosa analisi esistenziale che “Blade Runner” attua. Gli androidi, vivi e senzienti per loro stesse ammissioni, desiderano quello che non potranno in alcun modo ottenere: una vita durevole che possa essere impreziosita da un allungamento del tempo loro concesso. Essi sono stati creati da un padre che ne depreca le volontà, considerandoli dei figli illegittimi, ammassi di cute e circuiti. L’atto della creazione viene rivestito di un’accezione abominevole, poiché adempiuto da un insensibile creatore che genera una forma di vita senza curarsi della conseguenza delle vittime (i replicanti) che ricevono il peso di un’ingiuria. Tale offesa riguarda proprio i replicanti, la cui sola colpa al momento della nascita è quella d’essere stati confezionati, impacchettati e dischiusi dal torpore di un parto mai avvenuto, per fini lavorativi. Essi investigano sul loro imminente futuro, semmai dovessero averne uno, parallelamente all’investigazione che Deckard compie per stanarli e distruggerli. Mentre essi anelano alla speranza di una vita in modo anche violento e privo di remore, Rick è costretto a escogitare il modo per annientarli.

Quando Roy Batty incontrerà il creatore dei replicanti assisteremo ad una fantomatica e intensa riproposizione fantascientifica di un “essere vivente” che si imbatte nel proprio Dio, in colui che dall’alto di un sapere universale ha generato la vita. La richiesta di Roy Batty, proferita con una fermezza che cela la disperazione, è quella riguardante un prolungamento dell’esistenza. Quando riceverà la risposta negativa, ovvero l’impossibilità di evitare il deterioramento dei circuiti allo scoccare del quarto anno, Batty bacerà il suo creatore e lo ucciderà. Un bacio d’addio, di rassegnazione, il “bacio di Giuda” rilasciato da un replicante che si è sentito esso stesso tradito, e che si prepara a compiere un parricidio, o altresì una sorta di omicidio compiuto da un essere ai danni di un dio creatore che si è mostrato non misericordioso nei riguardi della sua creatura. Roy Batty parrebbe assumere i contorni religiosi del Lucifero insorgente.

A questo punto i replicanti rimasti sarebbero fuori controllo, e vorrebbero vendicarsi. Deckard li insegue per porre fine ai loro tormenti e per far cessare i pericoli ad essi accomunati. Segue una colluttazione brutale, nella quale Roy Batty dimostra la sua forza sovrumana e la ferrea durezza con cui vorrebbe uccidere Deckard. Tuttavia, sul finire delle vicenda, quando ormai Deckard provato e prossimo a morire sta per lasciarsi cadere da un precipizio verrà raggiunto dall’androide che lo raccoglierà col suo braccio e lo trarrà in salvo. Roy Batty, il replicante, mostra un’inaspettata misericordia, una pietà che nessuno ebbe nei suoi riguardi. Agguanterà ed espleterà un’umanità sopita e a quel punto più vera che mai, perdonando il suo inseguitore e permettendogli di continuare a vivere.

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire

Quando declamerà il suo celebre monologo finale, un canto funebre di commiato, lascerà traspirare quanto la vita, veritiera o irreale, sia ineffabile, e i ricordi, le storie, le singole esperienze e le meraviglie dell’universo osservate in un battito di ciglia e conservate nei ricordi di un animo vitale possano svanire come lacrime che abbandonano gli occhi e scivolano giù lungo le guance al momento della morte. Ciò che abbiano vissuto scomparirà, i momenti andati diverranno momenti perduti. Ma essi potranno essere in parte custoditi nell’eredità dei nostri discendenti, negli affetti delle persone a noi più care. Questo non è possibile per un replicante, e per tale ragione, nel finale sarà il salvataggio di Roy Batty ad assumere un significato profondo. Esso verrà rammentato dal protagonista come testimonianza di un gesto di riconoscenza, effettuato in punto di morte.

“Blade Runner”, ancor più che una parabola sull’esistenza, trovo sia un racconto allegorico sull’impossibilità d’arrestare la morte. Lo spegnersi di una vita è il passo finale di ogni singolo essere. Tutti noi nasciamo e siamo consapevoli che la nostra permanenza sulla Terra sarà solo temporanea, una sorta di assoluto passaggio. La morte, come scrisse J.R.R. Tolkien, è un dono che “Eru Ilúvatar” ha elargito agli uomini di Arda, i quali quando sarà il momento dovranno abbandonare la propria dimora per calcare l’etere e le bianche sponde. La morte potrà essere un’altra via per gli uomini, ma per i replicanti? Non ci sarà nulla, tutto svanirà in un solo e fatale istante dopo poco più di quattro anni, un tempo drammaticamente misero ed esiguo. Nel suo tragico “spegnimento”, la personalità misteriosa di Roy Batty ha sublimato l’importanza della “sopravvivenza”, offrendo la vita a colui che era un suo nemico.

Rick, rimessosi in piedi, si ricongiungerà a Rachel, e con essa scapperà via. Al termine del lungometraggio, l’alone del sospetto seguita a permanere. Un dubbio venuto alla luce nel corso degli anni, alimentato da piccoli indizi di natura mitologica, che assumono l’aspetto di un unicorno, e che disseminati nelle varie versioni inducono noi spettatori a vestire gli inaspettati panni di “cacciatori di replicanti”. E se persino Dekcard fosse un replicante?

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

La paura viene sovente descritta come uno stato d’animo, o più precisamente, un turbamento emotivo scatenato da un istintivo meccanismo di difesa che pone in guardia il soggetto in una condizione di pericolo in un dato momento o in una particolare situazione. La paura riesce a suscitare un’attrazione nel cuore dell’uomo, il quale tende a volte a ricercarla piuttosto che evitarla. Il cinema orrifico è un genere nato al solo scopo di affascinare un certo tipo di pubblico, invitandolo a sperimentare diverse forme di terrore, vista la presa che lo sgomento artificioso e irreale può avere.

Hans Ruedi Giger nel 1978 fantasticò su una paura scientificamente vivibile e che può essere dimostrata, donando lineamenti e forme a una paura remota, estranea, sconosciuta. Carlo Rambaldi animò questa suddetta paura, imprimendole in essa una presunta coscienza, una meccanica capacità senziente di coordinazione del gesto, del movimento e, conseguentemente, dell’aggressione. Nel 1978 la paura venne incarnata in Alien.

Alien nacque come la mostruosa materializzazione di un incubo, di un angoscioso male primordiale.  Il primo “Alien” di Ridley Scott fu un’articolata indagine fantascientifica sulla resa scenica della paura nelle sue forme più tetre e inquietanti. Dapprima il film eseguì una riflessione sulla paura siffatta come una minaccia ignota, impalpabile, nascosta tra i cunicoli di un’astronave. L’infinità dello spazio profondo è il teatro di questa azione drammatica, e la nave spaziale Nostromo, il palcoscenico in cui si consuma la tragedia. Un equipaggio di cinque uomini e due donne (tra cui spicca naturalmente la protagonista Ellen Ripley, interpretata da Sigourney Weaver) viene a contatto con una creatura di provenienza aliena.

La nave spaziale assurge a ruolo di luogo delimitato, una trappola fatta scattare da un violento stratega extraterreste, come fosse una prigione che procede nello spazio. Come in una rappresentazione teatrale, l’azione è circoscritta in una porzione di superficie. All’esterno l’immensità del cosmo fa da platea taciturna, incapace d’applaudire all’indirizzo dei personaggi che si muovono sulla scena e che vengono a contatto uno ad uno con la paura più cupa e tenebrosa. Quasi tutto il film si svolge all’interno del Nostromo, con i membri dell’equipaggio impegnati ad affrontare una creatura misteriosa, dalle metodologie predatorie terrificanti.

In “Alien” il terrore non viene espresso soltanto dalla presenza dello Xenomorfo, ma è lo stesso luogo a esagitare tale paura. L’ambientazione claustrofobica che non concede alcuna via di fuga opprime tanto i personaggi che gli spettatori. L’uomo intrappolato con un essere ostile, in un territorio sbarrato, è una prassi narrativa nota sin dall’alba della mitologia arcana. Basti pensare al mito greco di Teseo e del Minotauro, ambientato tra i meandri imperscrutabili del Labirinto di Dedalo, in cui l’eroe doveva affrontare la bestia senza poter contare su una rapida via di fuga.

La paura, il terrore di cui Alien si fa tristo dispensatore, è uno stato emozionale conosciuto dall’uomo e dalle bestie, ma non dall’Alien, che è del tutto incapace d’avvertire sentimento alcuno. L’Alien è un predatore difficilmente contrastabile, che striscia e corre su quattro zampe. Il cranio della creatura è di forma estremamente oblunga, affusolato verso la schiena. Possiede una bocca munita di zanne affilatissime e una lingua retrattile, dotata a sua volta di mandibola e mascella dentate. Ha una coda che termina con un'appendice affilata, e una pelle coriacea, impenetrabile come una corazza, di colore nero: di Alien non si riescono a scrutare gli occhi.

Ma quello che terrorizza ancor più del suo aspetto è la tecnica riproduttiva. Alien è un parassita che s’instaura nel corpo dell’uomo al solo scopo di proliferare. Una volta pronto alla nascita, l’ospite dilania l’umano per venire al mondo. Una straziante metafora del dolore del parto da cui vede la luce un’immonda creatura. Tale orripilante caratteristica potrebbe essere interpretabile come la tramutazione di un terrore interno, come una malattia incurabile che piega e spezza il corpo dell’uomo tra atroci sofferenze. Alien è pura malvagità, paragonabile a un male incurabile, un incubo che giace sopito in noi senza nutrire alcuna forma di pietà.

Il germe dell’horror viene seminato nell’orticello della fantascienza inesplorata, e quello che ne deriverà, sarà il più classico gioco del gatto col topo, del predatore che osserva mite e silenzioso le sue prede, celandosi tra le ombre e cacciando non per nutrirsi, ma solamente col preciso intento d’uccidere per arrecare il dolore e non per sopravvivere agli stenti.

L’Alien di Ridley Scott, datato 1979, con le sue luci fioche, le sue scenografie soffocanti, e il suo ritmo alternato da picchi di tensione e momenti più quieti, raccolse un seguito di culto e valse il secondo Oscar per i migliori effetti speciali al genio italiano Carlo Rambaldi. Sebbene ad oggi, il suo sviluppo narrativo risulti alquanto prevedibile, contestualizzato al periodo in cui venne realizzato, fu una lenta, sconvolgente e ben congegnata sfida carica d’agonia dell’uomo contro il mostro. Già, perdonatemi, intendevo dire… della donna contro il mostro. Sigourney Weaver con questa parte poté fregiarsi del titolo d’icona del cinema, un ruolo di certo non semplice da raggiungere nell’Hollywood degli uomini sicuri di sé che salvavano le donzelle in difficoltà.

“Alien” è un racconto visivo verosimigliante, in cui l’incubo pervade la realtà in un conflitto malsano, accresciuto dagli infausti simbolismi dell’agghiacciante nascita del mostro e della tormentata morte degli uomini. Vita creata e vita sottratta sono i fattori preponderanti dell’opera di Scott, ed essi vengono fagocitati dall’oscura paura cui Alien si fa carico.

Un terrore affrontato da Ellen, tra magnetismo fisico ed erotismo sensuale; celebre a tal proposito, la scena in cui la donna si spoglia per indossare la tuta spaziale e abbandonare la nave su un’astro-scialuppa di salvataggio dove ucciderà il terribile Alien. La bellezza e l’audacia femminile si ergono al di sopra dell’aberrante mostruosità.

Dinanzi al cosmo, spettatore coinvolto appieno nell’azione dello spettacolo, solo uno ne uscirà vivo. “Nello spazio nessuno può sentirti urlare…” lo avrà sussurrato Elen all’ammasso carbonizzato dell’Alien, quand’ella sarà l’ultima sopravvissuta del Nostromo.

La paura, fino a quel momento, venne domata.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: