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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di una impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere Guerra e pace e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3mis, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Marty e Doc disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

Immagina…uh…che questa linea rappresenti il tempo”: è una citazione estrapolata dalla scena in cui Doc Brown illustra a Marty il paradosso generato dal loro ultimo viaggio nel tempo. La suddetta “linea” viene tracciata dallo scienziato su una lavagna malconcia e impolverata. Ancor più della successiva disamina scientifica sulla mutevolezza dell’arco temporale, mi ha sempre catturato quel suo “uh”, quell’intercalare fonetico con cui “dimezza” l’espressione antecedente e quella successiva. Non saprei dire il perché, ma si tratta di uno di quei piccoli estratti carpiti durante la trilogia e ricordati con piacere. Mi accade sovente coi film che più amo, e mi rivolgo a voi invogliandovi a rammentare quei piccoli elementi sparsi sulla scena e che ricordate con piacere quando ripensate ai vostri film preferiti. Capita anche a voi di ricordare dettagli di contorno? Toni di voce, cadenze strane nel modo di porsi da parte dei personaggi, gestualità particolari e perché no, anche i motivi di alcuni passi della colonna sonora. In quel banalissimo “uh”, Dario Penne, il doppiatore di Christopher Lloyd, riuscì a conferire un significato interpretativo, un atto comunicativo ansioso. Doc in quel frangente stava raccogliendo le energie residue per esplicare a Marty, in una lingua facilmente comprensibile, il cambiamento del tempo. La bellezza della trilogia di “Ritorno al futuro” sta proprio nella semplicità con cui tratta la complessità. Fantasticare su cose scientificamente possibili non è mai stato così piacevole. Merito di una regia, quella di Zemeckis, e di un copione, quello di Bob Gale, in grado di semplificare quello che scientificamente parrebbe impossibile, e di rendere facilmente concepibile la stravaganza paradossale dell’invivibile. Così facendo persino un sospiro può cogliere una valenza traducibile in parole o riconducibile a uno stato d’animo. A seguito di quella frase, Doc imprime l’essenza ineffabile della scorrevolezza del tempo sullo spazio circoscritto di una lavagna. La linea si fa portatrice di alcune date molto importanti: il 1985 reale, il 1985 alternativo in cui la linea viene per l’appunto deviata in una successiva tangente, e il prossimo 2015 da cui cominciò il paradosso del tempo. E’ tutto scritto lì, l’oscillazione tra il passato, il presente e il futuro giace astrattamente, come una semplicistica somma di numeri, su un segmento sottile come la lama di un rasoio. E pensare che la stessa trilogia nacque su di una lavagna…

 

  • All’origine di “Ritorno al futuro”

Mi domando, a tal proposito, se anche Robert Zemeckis, Steven Spielberg e Bob Gale, ogni qualvolta proponevano le loro ingegnose idee in merito al progetto “Ritorno al futuro” su quella vecchia ardesia, sospirassero, magari proprio con un verso similmente paragonabile a quel “uh”. Gli abbozzi embrionali di “Ritorno al futuro” vennero fuori, come schizzi su di un foglio di carta consunto, con “il metodo della lavagna”. Ogni brillante supposizione dei due artisti veniva fissata sulla bianca parete scrittoria. Erano tanti elementi in trepidante attesa del necessario amalgama. Lo immagino così Robert, intento a proporre l’idea di un Marty tornato indietro nel tempo, ad imbattersi in un padre imbranato e in una madre bella e ribelle. E poco prima di avanzare la successiva intuizione, quel “uh” cadenzava il ritmo di queste menti creative, li aiutava a riordinare il fluire dei loro pensieri, per poi modellare nuovamente la loro immaginifica linea del tempo che sarebbe stata tracciata e avrebbe garantito il passaggio e il ritorno tra il 1955, il 1985, il 1885 e il 2015.

“Ritorno al futuro” è rivedibile, metaforicamente, come una lavagna su cui avventura e fantascienza tracciarono una linea illimitata. Il destino viene così delineato con un gesso bianco, mosso dalla mano del fato. E’ però un fato suscettibile al cambiamento quello retto e disegnato dalla mano della fatalità. Su quella linea, infatti, accade l’imprevisto: la comparsa di una DeLorean, una macchina del tempo che scorrazza avanti e indietro tra le ere del mondo. La sbalorditiva invenzione di Doc Brown può aiutare a risolvere uno dei due grandi misteri dell’universo, ma al contempo sarà fonte di grossi pericoli.

  • Personaggi da amare

Personalmente conobbi Marty e Doc quando ero un bambino, e ancora oggi loro sono due dei miei più cari amici…

L’intuizione decisiva alla base del successo della trilogia di “Ritorno al futuro”, le fondamenta solide in grado di reggere il peso di un apprezzamento neppure minimamente scalfito a distanza di più di 25 anni dalla prima visione, sono tutte riscontrabili nella grandezza caratterizzante dei protagonisti. Tra Marty ed Emmett (chiamato proprio dal giovane affettuosamente “Doc”) vige una bizzarra quanto profonda amicizia la cui nascita non viene mai raccontata. Cosa spinge uno studente che coltiva la passione per la musica a passare gran parte delle proprie giornate con un vivace e incontenibile scienziato, isolato dal resto dei cittadini di Hill Valley per i suoi modi eccentrici? Non conosciamo la risposta, ma comprendiamo subito come Marty ammiri l’arguzia di Emmett e che si diverta a condividere il proprio tempo con il suo caro amico e il suo cagnolone Einstein. Marty e Doc hanno personalità diverse, ricche di variegate sfaccettature che impariamo a conoscere e apprezzare come fossero dei nostri amici. Marty è un ragazzo sveglio, intraprendente e coraggioso; Doc è geniale, scaltro, poco avvezzo alle interazioni sociale ma estremamente simpatico nella propria stravaganza. Le interpretazioni trascinanti, coinvolgenti e mitiche di Michael J. Fox e Christopher Lloyd sono il fiore all’occhiello della saga. La mimica facciale di Lloyd e la sua espressività esilarante e apparentemente illimitata resero il personaggio di Doc inimitabile e riconducibile soltanto all’estetica di Christopher e quel suo “Grande Giove”, impronunciabile da nessun altro che non sia, ai nostri occhi, sempre e soltanto lui. Il coraggio di Marty, reso tangibile dalla tenacia di Michael, era così ammirevole da poter dimostrare ancora oggi nella vita reale quanto quei connotati coraggiosi del suo personaggio più famoso fossero veri e non soltanto fluiti dal talento interpretativo dell’attore, impegnato da anni in una estenuante lotta col Morbo di Parkinson. Marty e Doc sono una coppia del cinema che esalta l’importanza dell’amicizia vera, sincera, del rispetto e dell’affetto reciproco.

A Marty e Doc si uniscono personaggi di spessore, amati e scherzosamente odiati in egual misura, dall’adorabile papà George McFly alla bellissima madre Lorraine, dal perfido nemico di ogni epoca Biff Tannen all’irascibile Strickland, dalla dolce Jennifer, la ragazza di Marty, fino ai compagni “canini” di Doc, Copernico e Einstein che fino all’arrivo di Clara, la futura moglie di Emmett, furono per lo scienziato la compagnia più cara.

 

  • Un intreccio continuo tra storia e fantasia

“Ritorno al futuro” consta di intrecci incessanti, ambientati tutti in un arco temporale alquanto vasto, nella città di Hill Valley. Ogni singola mossa, messa in atto dai protagonisti durante i loro viaggi nel tempo, porterà a una conseguenza. Come in una partita a scacchi, Marty e Doc si trovano ad essere pedoni semoventi su di una scacchiera, le cui mosse determineranno un cambiamento nell’ordine della partita. Sono molteplici i rimandi e le autocitazioni disseminate nel corso della saga. Marty e Doc assistono agli albori della loro amata città e alla cerimonia inaugurale della famosa torre dell’orologio sita nel centro cittadino durante la fine dell’800, rivivono gli anni ’50, il futuristico 2015 e persino l’attimo presente generato da una falla nel continuum tempo spazio. In tutto questo Marty riscopre il passato della propria famiglia e il futuro che lo attende in un intrigante gioco tra storia e fantasia e dove il colpo di scena appare come un deus ex macchina che improvvisamente scioglie il nodo ingarbugliato della situazione.

  • La genialità al servizio della semplicità

La macchina del tempo in “Ritorno al futuro” non ha l’aspetto di una cabina telefonica azzurra nel cui interno lo spazio si dilata, e non è neppure una pittoresca invenzione monoposto di George Wells, bensì è un'automobile. Una bella automobile. La più evocativa delle creazioni di John DeLorean diviene il primo elemento scenografico in cui la meraviglia di “Ritorno al futuro” viene concretizzata in un qualcosa di abitudinario. Viaggiare nel tempo è apparentemente così semplice da poter essere fatto salendo su un’auto e sfrecciando via a tutta velocità. Nulla di esageratamente composito ed eterogeneo: la macchina del tempo è un’auto, una vettura opportunamente modificata, ma niente che non si possa comprendere in qualche minuto grazie alle importanti delucidazioni di Doc. La DeLorean viene (inizialmente) alimentata dal plutonio; al suo interno, si trova luminoso il flusso canalizzatore… intento naturalmente a flussare, il quale permette il viaggio nel tempo. Un sistema computerizzato posto sul cruscotto regolarizza le date che il viaggiatore del tempo desidera visitare. Passato, presente e futuro sono a portata di clic. E’ la genialità, l’arte di “Ritorno al futuro”: l’impossibilità dell’assurdo viene contenuta in piccolo comando computerizzato.

Marty e Doc disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

Ciò che astrattamente immaginavamo in quella linea retta, in cui defluiva il tempo, qui viene inglobato in una semplice tastiera. La fantascienza di “Ritorno al futuro” è questa: stupire con ingenuità, incantare con semplicità. Il pregio vincolante della saga è trattare una trama articolata e renderla così comprensibile e perfetta senza incappare in incongruenze alcune. Il viaggio nel tempo è selezionabile come un numero telefonico ma attenzione, cari viaggiatori, non tutto ciò che appare così scontato è, in verità, immune da difficoltà inimmaginabili. E Marty aiuterà il proprio pubblico a comprendere questa importante lezione, inaugurando, col suo primo viaggio, un’avventura dal ritmo al cardiopalma. “Ritorno al futuro” ci conduce a scuola, in una meravigliosa lezione sull’esaltazione del valore del tempo nella vita dell’uomo.

 

  • L’analisi del tempo: tra passato, presente e futuro

Nella sequenza introduttiva del primo capitolo, una sfilza di orologi, diversi tra loro per modello e meccanismo, dominano l’ingresso della casa di Emmett. Il loro continuo ticchettio farebbe rabbrividire il povero Capitan Uncino, così impaurito dall’idea di poter sentire costantemente il tempo che scorre via. Ma in “Ritorno al futuro” il suono degli ingranaggi di un orologio è essenziale, e viene quasi esaltato in quanto motore pulsante e testimonianza della presenza di un tempo in continuo mutamento. Lo stesso “Ritorno al futuro” è un grande orologio, i cui meccanismi si intersecano tra loro con precisa minuziosità, fino a permettere alle lancette di muoversi in senso orario e inverso.

Il tempo in “Ritorno al futuro” viene pertanto celebrato in più modi: si guarda al passato con curiosità, eppure non con malinconia. Riflettete, le sequenze in cui Marty vive una incredibile settimana “intrappolato” nel 1955 non contengono alcun accenno nostalgico a un'epoca, precedentemente non vissuta dal protagonista. Il passato viene invece osservato con una certa indiscrezione. Un’invadenza dettata dalla volontà di conoscere lo stile di vita di quegli anni, e che finisce inevitabilmente per coinvolgere gli spettatori nel viaggio di Marty McFly. Una traversata a cui si combina un’analisi in grado di suscitare la curiosità degli spettatori e dell’immagine che loro stessi posseggono dei genitori. In “Ritorno al futuro” Marty riabbraccia nel 1955 i suoi genitori, giovani e molto diversi da come li avrebbe mai immaginati, e tale rappresentazione esalta l’indole curiosa degli ammiratori del film che finiscono per immaginarsi al posto di Marty a scrutare con aria critica com’erano “mamma” e “papà” ai tempi della giovinezza.

“Ritorno al futuro” nasconde, dietro la fatiscente patina di blockbuster, i caratteri della sofisticata commedia fantascientifica, e tributa il tempo passato osservandolo e vivendolo con gli occhi intrigati e lo spirito audace di un giovane eroe che si troverà, suo malgrado, a mutare in positivo alcuni aspetti del nostro tempo.

Il viaggio nel futuro, il 2015 che per noi oggi non è che un passato “vecchio” di due anni, costituiva nel 1985 una meta orientativa, un futuro snocciolatosi trent’anni dopo gli eventi in cui è ambientato il primo film e che potesse essere fantasticamente immaginato come un futuro roseo. Un avvenire particolareggiato, in cui non abbiamo affatto bisogno di strade per muoverci visto che i veicoli sono stati opportunamente aereotrasformati in vetture ad alta quota. Il futuro viene così celebrato nella saga come una destinazione agognata, in cui Marty ripone le sue speranze sulla vita che desidera e su una carriera che potrebbe frantumarsi sul nascere per via di un incidente d’auto. E’ questo il grande monito che analizza “Ritorno al futuro” in merito al credo sull’avvenire: la possibilità che ciò che più aneliamo non possa verificarsi. Occorre però rammentare che il futuro, come il tempo stesso, non è scritto, è in perpetuo mutamento come testimoniano le fotografie o i ricordi materiali che Marty e Doc recuperano tra passato e futuro durante le loro peregrinazioni epocali, e che cambiano non appena il giusto ordine delle cose rinviene e la linea temporale viene ripristinata.

E’ l’insegnamento più caro che Doc tramanda al suo allievo prediletto, Marty, quello che sono le nostre scelte di oggi a plasmare il nostro domani. Ecco che quel titolo assume un valore molto più profondo di quanto si creda: quel “ritorno”, quel completo “ritorno al futuro” non invoca soltanto la necessità di tornare “al futuro” per sfuggire a un passato in cui Marty e Doc restano intrappolati, ma è un’esortazione al “ritorno” a casa, più che al futuro, un ritorno al presente. Il loro presente. Un presente che, ragionando quadrimensionalmente, diviene per l’appunto un “ritorno al futuro”, se i personaggi si trovano nel passato. E’ il momento presente quello che andrebbe realmente vissuto, la bellezza infinitesimale dell’attimo, la meraviglia di un’emozione ciò che rende un secondo eterno.

Il tempo è una finestra su una realtà esistenziale, fonte di pericoli, di paradossi temporali che potrebbero causare la distruzione del continuum-tempo-spazio ma che, alla fine, nel vecchio west, porta Doc a scoprire per la prima volta l’amore e a comprendere che in fin dei conti, la paura che nutriva verso il potere della DeLorean era forse ingiustificata.

E’ questo che lo condurrà a costruire una nuova macchina del tempo, a concludere il suo viaggio con l’amico fraterno Marty nel medesimo modo in cui era cominciato. Ritornando al futuro? No, perché ci è già stato!

Su quella lavagna, nel suo dibattere scientificamente, nel suo parlare amichevolmente e persino in quel suo ciarlare tra sé e sé, Doc ha tenuto la più importante lezione della sua vita: spiegarci come il destino non possa essere già scritto. Possa sì essere cambiato, dal pronto utilizzo di una DeLorean e indirizzato dal nostro io del passato e del futuro, disperso chissà dove tra le ere della storia, ma mai e poi mai potrà essere già predeterminato. Se quella lavagna rappresentasse la quintessenza astratta del fato, e quella retta proprio lo scorrere del tempo, potremmo prendere il gesso e tratteggiarci su i passi della nostra vita e le nostre prossime decisioni, ben consapevoli che a scrivere la nostra storia saremo noi: perché il destino non è affatto già scritto. Casualità e paradossi permettendo!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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