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Ho sempre creduto che la genialità del creatore di "Star Wars", George Lucas, fosse riscontrabile in un singolo, stupefacente momento: in punto di morte, il redento Anakin implora il figlio Luke di togliergli la maschera cosi da poterlo vedere una prima e ultima volta coi suoi veri occhi. Che volto possiede Anakin? Che si sia o no a conoscenza circa il triste fato cui il personaggio andò incontro sul pianeta Mustafar, ogni spettatore in quel preciso istante non riesce a immaginare cosa vedrà nel momento in cui la maschera cadrà al suolo.  Un uomo corrotto tanto nell'anima quanto nel fisico, capace di annientare con estrema crudeltà chiunque tenti anche solo di opporsi al suo volere, che viso potrà mai avere? Un aspetto sinistramente serioso, crudele e spietato diremmo a una prima, impulsiva risposta. Ed è qui che troviamo il colpo di genio di George Lucas.

In tutte le scene della trilogia classica, le fattezze fisiche di Vader erano dell’attore David Prowse, eccetto che nelle scene d’azione, le quali richiedevano i servigi e l’abilità da schermidore dello spadaccino Bob Anderson. La voce profonda e metallica del signore dei Sith era invece del premio Oscar James Earl Jones. Poco prima di girare (in gran segreto stando a quanto si vociferava) la scena in cui Vader toglieva la maschera, George Lucas, sotto suggerimento di Alec Guinness, contattò l’attore Sebastian Shaw che, sottoposto a un pesante trucco del viso, presterà il proprio volto al morente Anakin Skywalker. Prowse non perdonerà mai Lucas per quanto accaduto e la rottura con il già citato regista statunitense, dopo l’uscita nelle sale della pellicola, sarà inevitabile. Ma Sebastian Shaw si rivelerà una scelta eccezionale, in particolare per l’espressività che donerà al personaggio nei pochi ma intensi istanti in cui verrà inquadrato. Nei restanti attimi che ci separano dalla visione del viso di Vader non possiamo che domandarci che volto avrà il tetro padre di Luke; ma quando la maschera verrà rimossa rimarremo dolorosamente sorpresi. Anakin ha un viso tremendamente pallido  e drammaticamente sofferente.


Un volto che emana in sommessi e lamentosi frammenti d'esistenza la tragicità di una vita esiziale, colma d'affanni, raccontata dai suoi occhi deboli e stanchi, prossimi a chiudersi per sempre. Il “cattivo” per eccellenza si rivelerà un uomo distrutto, il quale, corrotto dall’Imperatore, non ha trovato altro che dolore e sconfitta sul proprio tragitto.
Ma il culmine dell’atto finale lo si avverte esaurientemente nello sguardo di Shaw, capace d’infondere quell’aria di serena soavità e di estrema benevolenza nei confronti del figlio, senza dubbio il solo ed ultimo affetto che gli sia rimasto. Forse in quel breve volgere d’occhi è racchiusa tutta l’apoteosi della mitologia di Star Wars!


Ciò che rende così emozionante e splendido “Il ritorno dello Jedi” è custodito nel volto tumefatto di Anakin Skywalker.  Uno dei personaggi più complessi della cinematografia fantascientifica si accomiatò regalandoci lo sguardo più dolce e rassicurante che si potesse sperare di mirare, ed è in tale lascito che si riassume l’intera genialità dell’autore. Lucas ci ingannò tutti, inscenando la più articolata delle fanfaluche, quella in cui il cattivo era il personaggio che più aveva sofferto, e poco prima che il sipario calasse su quell'anima genuflessa da un dilaniante conflitto tra luce e oscurità, ci fece comprendere che l’antagonista della sua storia altri non era che il protagonista.

Lord Vader, sul finire delle proprie vicissitudini, esternerà la restante umanità che teneva sopita in lui, riservandola e riversandola esclusivamente all'emotiva attenzione del figlio, scrutandolo per la prima e ultima volta con gli stessi occhi amorevoli che avrebbe un qualunque padre dinanzi alla propria creatura.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Immaginiamo di poterci addentrare nella mente di George Lucas per poter carpire qualche flebile passo del suo pensiero.  Tentiamo, se ci è dato poterlo fare, di comprendere l’uomo ancor prima dell’artista. Non indaghiamo la sua fantasia soltanto attraverso le sue creazioni, ma cerchiamo di scorgere qualcosa nella sua sfera emotiva. Cosa riusciremmo a scoprire? Personalmente, non saprei spiegarmi il perché, ma George Lucas mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo infelice e combattuto, o più semplicemente, una persona che prende tutto a cuore.

Potrei rispondere, per impressioni personali, che Lucas sia un imprenditore di assoluto successo e di impressionante guadagno economico, ma che sia anche e soprattutto un artista visionario, un genio creativo, un soggettista e progettista di mondi ed ecosistemi variegati e fantasticamente concepibili. Se da un punto di vista le sue tendenze imprenditoriali e le sue geniali intuizioni di marketing lo hanno portato ad essere uno degli uomini più ricchi di Hollywood, dall’altro le sue ambizioni artistiche volte al perfezionismo gli hanno probabilmente creato un duro conflitto interiore. Il rimaneggiare, modificare e alterare secondo le sue idee la trilogia originale è sintomo di questa costante ricerca di perfezione, volta probabilmente a non ottenere mai un risultato all’altezza delle proprie, irraggiungibili aspettative. L’uso costante della computer grafica, impronta del tutto nuova del cinema anni duemila, è prova di quanto la sperimentazione artistica sia stata centrale nel lavoro e nei progetti del cineasta statunitense. Ancora oggi, quando si riporta alla sua attenzione che i fan più integralisti non hanno gradito le modifiche effettuate sulla trilogia classica e che obiettano su diverse scelte dei prequel, Lucas appare sempre scuro in volto. Perché Lucas, nell’animo eterno bambino, desideroso di stupirsi e di stupire, ha girato ogni film per colpire e meravigliare gli spettatori, mai per accontentarli come potrebbe accadere con un prodotto che sa di già visto. Perché è forse quell’infelicità, quel senso di insoddisfazione che genera ancor di più la voglia di sognare e di incantare in mondi e in modi fantastici.

  • Una carriera ricca di successi

Ma Lucas non è mai stato “solo” un regista; il suo genio creativo e la sua arguzia imprenditoriale hanno letteralmente rivoluzionato il cinema e il mondo dell’intrattenimento. A partire dai primi anni '80 Lucas divenne il proprietario e il principale rappresentante di veri e propri colossi nell’ambito del suono (THX), dei videogiochi (LucasArt), degli effetti speciali (ILM) e della produzione cinematografica, televisiva e persino letteraria e fumettistica (Lucasfilm). Per la lodevole lungimiranza e per i suoi fruttuosi affari costanti a livello imprenditoriale, Lucas non poteva che ricevere svariate onorificenze.

Vantava già quattro nomination all’Oscar (due come Miglior regista e due come Miglior Sceneggiatore) quando ricevette l’Oscar alla memoria, premio Irving G. Thalberg. Erano gli anni in cui aveva cominciato a lavorare alla storia che avrebbe delineato “la tragica vita di Darth Vader”. Il divorzio voluto dalla sua prima moglie gli causò un crollo emotivo e persino finanziario. Lucas non aveva avuto figli dal suo primo matrimonio, essendo sterile. Ne adotto tre: Amanda, Jett e Katie, prima di risposarsi. La delusione per la fine del primo matrimonio durò per tutti gli anni ottanta fino a quando, ripresosi a livello economico, poté iniziare a produrre la sua nuova trilogia. I detriti emotivi della dura esperienza che il regista affrontò furono fonte d’ispirazione nella stesura del drammatico destino del personaggio centrale dell'universo di Star Wars.

Lucas dominò al box office internazionale per tutta la sua carriera, fregiandosi di uno speciale scettro che lo ha posto di diritto sul trono dei cineasti e dei produttori di maggior successo economico. La sua esalogia di Star Wars ha infatti incassato quasi 5 miliardi di dollari, e cinque film da lui ideati, tra cui la prima trilogia di Star Wars, “La minaccia fantasma” e “I predatori dell’arca perduta” hanno raggiunto il primo posto tra gli incassi stagionali delle rispettive annate.

  • Un "padre" più di un creatore

Probabilmente se riuscissimo a leggere nella mente di George Lucas, apprenderemmo di quanto il bisogno d'evasione in un universo alternativo soppianti il malcontento artistico: la fantasia di Lucas nasce e si accresce con la voglia di strabiliare. Un desiderio alle volte troppo invasivo.

Nel giorno del suo compleanno vogliamo rivolgere i più affettuosi auguri al padre di questa galassia lontana lontana, un uomo che col suo lavoro è stato capace di generare un sogno simile a una fiamma imperitura che arde senza fine nel cuore e nella mente di ogni singolo fan. Un regista di cui si sente romanticamente una certa mancanza.

Risale infatti al 2005 la sua ultima esperienza dietro la macchina da presa, quando condusse in porto la propria nave, quando concluse il suo viaggio burrascoso nella galassia lontana lontana, quando mise la parola fine alla sua storia, una delle più emozionanti che il cinema abbia mai raccontato, quella di Anakin Skywalker/Darth Vader, prescelto senza alcun padre che non fosse Lucas stesso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Anno: 1971, nei cinema statunitensi esce “L’uomo che fuggì dal futuro” (in lingua originale THX 1138) la prima pellicola diretta da George Lucas, quella che per prima mostrò le sue attitudini al genere fantascientifico e la sua abilità nel creare un mondo distopico e futuristico, perfettamente plausibile e comprensibile anche agli occhi di chi lo osserva con un certo “distacco emozionale”. Due anni dopo sarà la volta di “American Graffiti” in cui la malinconia per i trascorsi anni '50 e '60 si mischierà in un agglomerato nostalgico, sorretto magistralmente da una colonna sonora indimenticabile. Negli anni '80 proprio George Lucas ideerà il personaggio dell’archeologo Indiana Jones, affidando la regia all’amico Steven Spielberg, in una trilogia (negli anni duemila uscirà anche un quarto episodio) di grande successo. Delle opere del tutto diverse tra loro, eppure, accomunate da una comune origine: essere state partoriti dalla mente di un medesimo autore.
Ma chi è, davvero, George Lucas?

Per parlare appieno della sua figura dobbiamo trattare della sua creatura più complessa e famosa, ma per farlo, dobbiamo fare un balzo all’indietro e tornare al 1977.

“Star Wars” vide la luce anche grazie al successo del precedente “American Graffiti” che indusse i produttori a dar vita al progetto tanto desiderato da Lucas stesso. Il 1977 segnò l’inizio di una Space Opera che accompagnerà Lucas in una lavorazione impegnativa e indimenticabile per quasi trent’anni. A Star Wars (in seguito ribattezzato Episodio IV – Una nuova speranza) seguirono “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” (futuri episodio V e VI). Il culto che si erse attorno a quella che oggi conosciamo con il nome di trilogia classica fu dettato, principalmente, dal potere evocativo e fantastico che l’opera riuscì ad emanare, meravigliando il mondo intero per gli innovativi effetti speciali, per la trama ricca di colpi di scena, e per le tematiche, semplici ma ugualmente complesse, nel mostrare lo scontro tra il bene al male, una ribellione a un’oppressione dittatoriale e il rapporto di rimorso e sofferenza del celebre personaggio di Darth Vader, dapprima antagonista della trilogia, in seguito assoluto protagonista della saga. Con l’enorme successo che ottenne il primo film in ordine di produzione, Lucas divenne milionario grazie soprattutto alle sue spiccate intuizioni di marketing, che gli permisero di fondare la LucasFilm, casa di produzione con cui poté, con i diritti d’autore, ottenere ogni ricavato possibile delle sue successive opere. Con la fondazione della Lucasfilm e della LucasArt, poté inoltre produrre una moltitudine di gadget e videogiochi legati all’universo di Star Wars, che spopolarono tra i collezionisti e gli amanti della saga, ampliando i ricavati dei suoi lavori.

La fine degli anni ‘90 e le migliorie avvenute nel settore degli effetti speciali, spinsero Lucas a riprendere la lavorazione sulla sua opera più celebre, avendo da sempre avuto in mente l’idea di esplorare la mitologia di Guerre Stellari e di mostrare ciò che era accaduto prima di Episodio IV:  gli anni della Repubblica e della sua successiva decadenza, i Jedi nel loro massimo splendore, l’ascesa dell’Imperatore Palpatine e, naturalmente, la caduta di Anakin Skywalker nell’oscurità. Cominciò così a lavorare alla stesura dei copioni che avrebbero formato la cosiddetta Trilogia Prequel, una serie di tre nuovi film che avrebbero delineato la tragedia di Darth Vader nella sua trasformazione. La nuova trilogia verrà interamente diretta da Lucas stesso, potendo vantare effetti speciali all’avanguardia, ben superiori ad ogni altra pellicola del periodo.
Gli episodi I-II e III non otterranno il plauso universale dei vecchi fan (che a mio modesto parere provavano aspettative fin troppo irragionevoli e irraggiungibili) pur creandone di nuovi, ma vanteranno invece enormi incassi ai botteghini, ottenendo anche un significativo apprezzamento de parte della critica per il terzo e, a quel tempo, conclusivo episodio della serie (Star Wars Episodio III - La vendetta dei Sith).


La nuova trilogia emanò, dal canto suo, suggestione visiva e potenza combattiva affascinando molti spettatori con i coreografici e spettacolari duelli con le spade laser. Le articolare dinamiche politiche che porteranno alla caduta della Repubblica e allo scoppio della Guerra dei Cloni saranno dei momenti decisivi per l’evolversi della storia che si riallaccerà, senza particolari incongruenze, alla trilogia classica. Da contrappunto romantico allo scenario battagliero, venne mostrata la tragica storia d’amore tra Anakin (Hayden Christensen) e Padmé (Natalie Portman) che portò allo straziante cambiamento del padre di Luke (Mark Hamill) e Leia (Carrie Fisher). Con la trilogia Prequel, Lucas amplificò la propria mitologia, inventando mondi nuovi, pianeti concepiti con un solo e vasto ecosistema e ricreando creature dall’aspetto variegato.  Al termine di un lavoro cominciato nel 1977 e terminato nel 2005, la storia completa della saga e rappresentata nella sua interezza tramite l’esalogia di Star Wars poté essere ritenuta una delle più emozionanti della storia del cinema.

Le spade laser, il credo religioso dettato dalla celebre frase “che la forza sia con te…”, i Jedi, il lato Oscuro e molto altro, sono caratteristiche peculiari della saga, ampiamente riconoscibili anche dal fan meno esperto; ma la maestria di Lucas e dei suoi collaboratori non si fermò a questo. La saga di Star Wars ebbe il merito di creare, lungo l’arco narrativo dei sei film, un universo capace di abbracciare i campi interpretativi più disparati.

La religione fu uno degli elementi principalmente trattati, alimentata dal credo in una forza unificatrice e rievocata dall’immacolata concezione di Anakin che rivisita la nascita del Cristo, una figura sacra, mistificata come fosse il messia di un ordine che cederà alle tentazioni di un diavolo portatore di morte (l’Imperatore).

La filosofia etica e morale fu un’altra strada che la Space-Opera decise di percorrere: il rapporto uomo – macchina tanto discusso nella figura di Vader, la morte e la resurrezione su Mustafar, il passaggio generazionale tra il padre e il figlio che spesso prenderà le pieghe di un destino comune che sembra gravare sul fato tanto del genitore quanto del discendente.

Ebbe una resa d'altrettanto spessore la sfera politica e storica, vivida con le sue molteplici sfaccettature dittatoriali e i passi di una rivoluzione agognata, inseguita e perpetrata da un popolo ribelle e democratico che si oppone al potere tirannico.

L’aspetto fiabesco di base fu quello maggiormente esaltato: l’eterna sfida tra il bene e il male, concetto che, per come verrà trattato, andrà ben oltre la più semplicistica dicotomia non palesando soltanto schieramenti tra due fazioni, ma analizzando il tormento interiore che dilania l’anima di Darth Vader. L’amore, il rimorso, l’affetto, l’attaccamento sono al centro del progetto, e rappresentano il cuore di Star Wars. Se questa saga ha raggiunto e mantenuto un tale successo per anni non dipende solo e certamente dalle battaglie nello spazio, ma sono i personaggi, le loro sofferenze, i loro amori e le loro speranze compiute o drammaticamente fallite, a rendere quest’opera così unica e impareggiabile.

George Lucas ha dedicato gran parte della sua vita all’universo di Star Wars, curando non soltanto l’esalogia cinematografica, ma anche una serie d’animazione in digitale, ben accolta dal pubblico e dalla critica, durata sei stagioni e ambientata tra il secondo e terzo film della serie, in piena guerra dei cloni. L’universo da lui creato non ha mai conosciuto limiti esplorando anche l’arte del fumetto e delle Graphic Novel.

Questo mondo fantascientifico è entrato talmente tanto nell’immaginario collettivo da venir interpretato (erroneamente) come un prodotto del popolo più che del suo creatore. Per anni i fan più morbosi hanno creduto di conoscere la saga di Star Wars meglio di chi l’ha plasmata, affermando di scindere le scelte narrative giuste da quelle sbagliate ben più di Lucas stesso. E’ questo pensiero purista che ha portato a critiche esagerate e ingiustificate impedendo a molti di apprezzare tutto ciò che veniva mostrato per ampliare la mitologia di un universo così vasto, vero e proprio elogio alla fantasia umana. La figura di Lucas da molti è stata sia venerata che offesa, rea di aver creato un mondo così penetrante da indurre i suoi stessi fan a non riuscire a discernere la gratitudine per ciò che possono amare, dall’attaccamento morboso a ciò che rappresenta per loro Guerre stellari. 

Star Wars è da ritenersi una mitologia amalgamata alla realtà intima di ogni singolo fan.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Comincerò in maniera sincera, esternando le mie personalissime difficoltà nel comporre questa recensione: credo sia difficile parlare in maniera definitiva del settimo episodio della saga di Star Wars. Perché è un film costruito a regola d’arte per rendere arduo un giudizio estetico. Il primo capitolo della trilogia sequel è stato realizzato con l’accenno continuo per rievocare l’emozione già vissuta. Ci si incammina su un binario già percorso per la paura di provare un viaggio diverso. Diventa di conseguenza ostica la scelta del metro di giudizio da adoperare, poiché giudicare qualcosa che ti rimanda a vecchie emozioni passate è una furberia mal celata. D’altronde l’originalità può essere soggetta ad apprezzamento o a disprezzo, ma la nostalgia a cosa può essere soggetta?
Lo considero un buon film, se lo si estrapola dal canone degli altri episodi risulta addirittura un gran bel film d’avventura e d’azione sci-fi. Il problema di fondo da analizzare nella stesura di una critica cinematografica a quest’opera è che non si può omettere il sottotitolo “Episodio VII”. Ed è questo il punto!

Ma nonostante il delirante citazionismo al passato e il molesto rimando nostalgico, il comparto tecnico, registico e interpretativo (tranne qualche caso) del film resta di buon livello. Star Wars VII è ancora Star Wars, ma è anche un’occasione persa. Mancata per la troppa paura. Sentimento preponderante che l‘ha reso ai miei occhi un film senza infamia e senza lode. Perché uso questa definizione? Perché credo sia quella più aderente al dato oggettivo. Il lungometraggio pur reggendosi su ritmi adrenalinici, pur intrattenendo lo spettatore e omaggiando il suo essere fan, non propone alcuno scenario innovativo interessante. Si limita allo stretto indispensabile. Non ricerca la lode ma non cade nell’infamia. Ricicla. Ricicla schemi, situazioni e idee già sfruttate; richiama e rimette in scena vecchi espedienti narrativi e in maniera neanche velata: al contrario. Abrams desidera infatti che lo spettatore sobbalzi sulla poltrona e urli: “Guardaaaa! E’ come quando…”. Il cineasta confeziona un pacchetto con una fatiscente carta regalo, che una volta strappata rivela un ulteriore involucro ancora bello e desiderabile, ma, e qui risiede il difficile giudizio da motivare, si tratta di un oggetto che già avevamo nella nostra collezione. Ed è un piccolo oggetto del tutto simile ad una precedente edizione, differendo soltanto in qualche dettaglio. Potrebbe essere il riassunto universale della critica al consumismo. Ma il cinema non è solo prodotto per il Box-Office. Il cinema è un’arte. Star Wars in particolare è pur sempre fantascienza (con una massiccia dose di fantasy), e la fantascienza dev’essere sempre l’esplorazione del mondo ignoto, non deve mai rimasticare il cibo già gustato poco prima.

Ma il film sopporta stoicamente l’epidemia nostalgica e cerca di curarla dosando l’eroismo femminile incarnato in Rey. Lei è il vero assoluto punto di forza del sequel de “Il ritorno dello Jedi”. Abbandonata su un pianeta desertico, nella perenne, rassegnata attesa di un padre e di una madre che non torneranno più. Si imbatte in un droide, che reca con sé un dato segreto: un frammento della mappa che può condurre a Luke Skywalker. Inizia il viaggio della nostra protagonista, l’avventura della nostra nuova compagna che irrimediabilmente dovremo imparare a conoscere in divenire, tra passato e futuro. Ma Rey domina la scena e l’intero film riuscendo a brillare pressoché in ogni fotogramma. Perché Rey riesce ottimamente in qualunque cosa, apparendo alle volte fin troppo perfetta. Ma si è risvegliata. La forza si è risvegliata in lei e la porta all’eccessiva capacità di ribalta.

La regia di Abrams si mantiene ad alti livelli per gran parte dell’opera. I primi cinquanta minuti scorrono con una velocità rispettabile, immergendoci immediatamente in un’atmosfera da film action sci-fi più che da film di Star Wars. Gli inseguimenti stellari a bordo di caccia Tie Fighter e la fantastica fuga di un Falcon abbandonato restano sequenze ad altissimo livello d’intrattenimento, dove la spettacolarizzazione dell’immagine si antepone alla spiegazione socio-politica di ciò che stiamo effettivamente vedendo. Sono passati trent’anni dalla morte dell’Imperatore e dalla caduta dell’Impero. Ma la prima ora non sembra mostrarci alcuna differenza. Né a livello politico né a livello conflittuale.


Ed è qui che si consuma la primissima nota dolente del film. Il conflitto che andremo a seguire e le fazioni per cui andremo a fare infantilmente il tifo riguardano un conflitto già visto. In due minuti netti la Repubblica, rimessa in piedi con il sangue e il sacrificio eroico della Ribellione in tre film, viene polverizzata. Il primo ordine, sorto dalle ceneri dell’Impero, rivitalizza la guerra opponendosi alla Resistenza, esercito risicato della Nuova Repubblica. Pur di farci vivere il medesimo conflitto della trilogia classica, Abrams spazza via ciò che si era compiuto in un finale strappalacrime, per rendere possibile una guerra reinterpretata in ugual modo negli anni 2016, con gli stessi mezzi usati trent’anni prima. E’ ancora Impero contro Alleanza. Sono ancora le medesime guerre stellari. E’ un allucinante copia-incolla. Questo punto fondamentale nega al film qualsivoglia giudizio lodevole per porlo nel girone “dell’ignavo autorevole” che non aggiunge niente di suo. Ed è un peccato. Perché ciò che si vede nell’arco del film poteva e doveva meritarsi un qualcosa di nuovo, in modo da poter ambire a un giudizio solare e incantato. Abrams si affida ad Episodio IV anche per il metodo di narrazione. Non spiega nulla. Non rimarca mai ciò che in trent’anni è successo. E’ così e basta. Ma questo andava bene nel cinema anni '70, dove la magia e la meraviglia soverchiavano la spiegazione razionale. Questo modo di raccontare, disseminando misteri per depistare l’attenzione, non funziona più. Perché la gente oggi è avvezza a questo genere cinematografico consolidato da anni. Il film di Abrams non sta al passo coi tempi, anche per quest’ultimo aspetto si affida alla nostalgia. E non è un caso che i fan, invece di dibattere su ciò che hanno effettivamente visto, abbiano piuttosto cominciato a discutere su ciò che ci si deve aspettare dai prossimi film per ottemperare alle lacune lasciate in sospeso da Abrams stesso, che in un seguito di un film del 1983 non rilascia alcuna spiegazione.

E’ l’intero film ad oscillare dal coinvolgimento emotivo verso ciò che di concreto vediamo, al rimando nostalgico che si concretizza in un continuo perpetrarsi di strizzatine d’occhio o battute telefonate. Il richiamo al parsec del Falcon, la scacchiera, i cannoni su cui sedeva Luke, Solo indebitato con alcune fazioni malavitose, la cantina di Maz Kanata che rimanda a quella di Mos Eisley, la stessa Kanata che riprende le parole di Yoda, Kylo Ren che sente Han come Vader risentiva la presenza di Obi-Wan sulla Death Star, il salvataggio della protagonista femminile sulla Morte Nera, la disattivazione degli scudi, l’accenno al compattatore di rifiuti, la distruzione della terza, TERZA Morte Nera che ancora una volta stava per annientare la sede dell’alleanza con Leia al suo interno e che ancora una volta possiede lo stesso punto debole delle precedenti. E quasi dimenticavo il droide con dei file segreti e il pianeta desertico. Davvero troppo! Quando poi persino la trama si sovrappone a quella già vissuta, il tutto diventa un assurdo gioco a chi ricorda più il passato.

Kylo Ren immobilizza e aumenta la tensione nello spettatore durante la prima metà del film, riuscendo a risultare credibilissimo nei panni del nuovo antagonista. La sua dote nella forza, la sua efferatezza si dimostrano caratteristiche intimidatorie e minacciose. Dalla seconda metà, con precisione, dalla scena in cui toglie la maschera, inizia il crollo totale del personaggio. Menziono la scena in questione che probabilmente è l’unica scena che trovo davvero girata male del film. Forse volutamente. Per rendere più incisiva la demarcazione tra il Kylo Ren del lato oscuro e il Ben Solo, ragazzo tormentato e instabile, del lato chiaro. Quando Rey è pronta a vedere il volto di Ren, le inquadrature dovrebbero creare il giusto pathos per una scena culminante come questa. Si limitano invece a due sequenze dove Driver rivela il proprio viso e non può far altro che interpretare la parte senza il minimo aiuto registico e musicale. Non vi è infatti nessun accompagnamento musicale degno di nota a una scena talmente divisoria. Una scena così importante viene lasciata ad un semplice “toglie e via”. Il cattivo non è più così minaccioso. Ma non per demeriti propri, quanto per scelte registiche troppo semplici prive di tensione emotiva. Kylo Ren comincia a inanellare fallimenti clamorosi, rivelando volutamente una natura fragile, isterica e tendente alla dualità schizofrenica. L’antagonista passa così dalla potenza iniziale al dramma del caduto fino a incarnare una patetica emulazione devota soltanto all’ammirazione di una leggenda, mai dimostrando una vocazione propria al lato oscuro, quanto un desiderio di farne parte a tutti i costi. Il nemico si fa compatire fin da subito. Non si porta dietro nessun alone di mistero. Dovrà formarsi, ma in questo film sarà destinato a subire cocenti sconfitte da parte di Rey che lo ferirà al volto dandogli solo in quel momento una degna motivazione per indossare un elmo scenografico (bellissima a tal proposito l’atmosfera del duello nella neve). La scena dove il lato oscuro sembra finalmente abbracciare completamente Ben è girata ottimamente, usufruendo anche di un bellissimo gioco di luci: dapprima chiare durante il dialogo con il padre, successivamente oscure e rosse al momento del parricidio.

La battaglia finale per la distruzione della morte nera è priva di mordente, si svolge in fretta e con una semplicità disarmante. Il motivo per cui è stata inserita questa base come minaccia mi è ancora ignoto. Ma la grande assente del film resta comunque la musica. A parte il bellissimo tema di Rey, udibile per pochi secondi in due ore e dieci di visione, non vi è nessun brano epico e coinvolgente. Gravissima mancanza per una saga che ci ha abituato a colonne sonore come “Duel of fates”, “Across the stars” “Battle of Heroes” e la “Marcia imperiale”. L’opera si regge moltissimo sull’interpretazione semplicistica di Daisy Ridley e su quella di Harrison Ford, non tanto per una indimenticabile performance di quest’ultimo, quanto per il suo rivederlo nei panni dell’adoratissimo Han, che pronunciando la frase “siamo a casa” al fianco di Chewbe, avrà fatto scendere ben più di una lacrima ai fan come me. Ma il suo resta un Han stanco, persino separato dall’amata Leia che al termine della vecchia trilogia era diventata il suo mondo, ormai un pallido ricordo da salutare prima dell’addio. 

Il film mantiene nella sua indipendenza un ottimo equilibrio di azione, avventura, esplorazione e umorismo. Si, una comicità piuttosto banale ma non infantile. Una scelta ideale dato che l’ultimo film della saga uscito al cinema nel 2005 era del tutto privo di ilarità, dovendo affidarsi ai canoni drammatici della trasformazione di Anakin in Vader. L’assenza di personaggi di spessore come Obi-Wan, Yoda e Palpatine si fa sentire, sublimandosi nell’intensa mancanza dell’assoluto cardine della saga: Anakin Skywalker/Lord Vader. I rimandi alla sua figura sono piuttosto evidenti ma non riescono ad attenuare il vuoto procurato dalla sua scomparsa. Il nuovo mito è Luke, l’ultimo degli Jedi. Ma elevare Luke a leggenda è una scelta capibile ma non profonda, poiché Luke stesso era un personaggio piuttosto semplice, il classico buono stereotipato perno della trilogia classica su cui ruotava la vicenda che vedeva comunque al culmine non lui ma ancora Vader. Se Luke viene elevato a Dio è perché forse tutto il resto è minuto.

“Il risveglio della forza” è comunque godibile e divertente. Ma lascia l’amara sensazione dell’occasione sprecata. La paura di osare è evidente e l’escamotage narrativo usato da Abrams dà l’impressione di aggirare l’ostacolo e di prender in giro lo spettatore meno attento. Mr. Fanservice compone una fan-fiction destinata a tenere calmo e sedato il fandom, realizzando un remake di “Una nuova speranza”: puro, semplice e ottimo intrattenimento. Non vi è neanche l’ombra di messaggi profondi o scelte autoriali. L’addio al progetto del creatore George Lucas, si nota inoltre nella totale mancanza di scenari fantastici e di ecosistemi variegati e splendidi. Ammiriamo sostanzialmente tre pianeti che richiamano ad altrettanti già visti. Nessuno stupore e nessuna immagine memorabile. Pecca piattissima considerando la potenza degli effetti visivi del cinema contemporaneo. In conclusione spero che nei prossimi capitoli si volti definitivamente pagina lasciando il passato alle spalle quanto basta.

Il film a livello tecnico resta un punto molto alto raggiunto dalla saga, ma a livello di trama, questo lungometraggio tocca il punto più basso di tutti i film dell’epopea della galassia lontana lontana...

Voto: 6/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il poster de "Gli ultimi Jedi" presentato allo Star Wars Celebration nella giornata di oggi.

 

Il teaser trailer di "Star Wars: episodio VIII - Gli ultimi Jedi" è disponibile anche in italiano, in anteprima assoluta.

Redazione: CineHunters

Emozione, pathos, e quella magia meravigliosamente evocativa che solo Star Wars può donare. Non ci sentiamo di aggiungere altro, ma vogliamo soltanto guardare insieme a voi il nuovo teaser trailer.

Eccolo qui di seguito

“Gli ultimi Jedi” arriverà al cinema il 17 dicembre 2017 in Italia e il 15 dicembre 2017 negli Stati Uniti per la regia di Rian Johnson. Ci saranno Mark Hamill, la compianta Carrie Fisher negli iconici ruoli dei gemelli Luke e Leia Skywalker, Daisy Ridley, Oscar Isaac, John Boyega e Gwendoline Christie nei panni di Rey, Poe Dameron, Finn e capitano Phasma. Adam Driver sarà nuovamente Kylo Ren.

Redazione: CineHunters

In questo primo giorno di celebrazioni si è discusso, in una bellissima atmosfera festosa, dell’importante ricorrenza della saga: ovvero i quarant’anni di "Star Wars: episodio IV - Una nuova speranza". Non ci sono stati annunci inaspettati, ma il tutto è stato comunque molto emozionante e soddisfacente.

Il creatore della saga George Lucas ha presenziato, durante tutto l’evento, e sono intervenuti in diretta ospiti di assoluta importanza come Harrison Ford, Hayden Christensen, Ian McDiarmid, Mark Hamill, Anthony Daniels, Billy Dee Williams e Peter Mayhew. Una partecipazione molto significativa quella di Hayden Christensen, l’interprete di Anakin Skywalker/Darth Vader, che mancava a un evento ufficiale da circa quindici anni.  Hanno partecipato in un video-saluto anche Liam Neeson e Samuel L. Jackson, i maestri Qui-Gon Jinn e Mace Windu. 

E' stato un momento molto commovente quello dedicato alla memoria di Carrie Fisher. A tal proposito, è stato rilasciato un emozionante video in ricordo di Carrie, la principessa Leia, scomparsa lo scorso 27 dicembre.

Di seguito il toccante video in ricordo di Carrie

Lo “Star Wars celebration” durerà da oggi fino al 16 aprile, con tantissimi eventi in programma. Domani si terrà il panel dedicato al prossimo film di Star Wars, e potrebbe debuttare, a sorpresa, l’attesissimo trailer di “Star Wars: gli ultimi Jedi”, l’ottavo capitolo della saga.

Sabato 15 aprile si terrà invece il panel per la serie “Star Wars Rebels” dove verranno presentati i contenuti inediti circa la prossima stagione della serie animata.

Domenica 16 aprile terminerà il tutto con il "These are the Droids you are Looking for" dalle 17:00 alle 18:00 (ora italiana).

Redazione: CineHunters

Han Solo: A Star Wars Story ” sarà il secondo spin-off della saga di Star Wars dopo "Rogue One", pellicola di successo dello scorso 2016. In questo film antologico il giovane contrabbandiere sarà interpretato da Alden Ehrenreich, cui grava la difficile responsabilità di diventare l'erede di Harrison Ford. Duetteranno con lui Emilia Clarke, star della serie televisiva "Game of thrones", Donald Glover, premiato agli scorsi Golden Globe come miglior attore per "Atlanta",  nei panni del giovane Lando Calrissian, il primo proprietario del Millennium Falcon interpretato nella trilogia classica da Billy Dee-Williams e Joonas Suotamo nel ruolo del wookie Chewbacca.

Questa mattina è trapelata una rivelazione molto importante sull'attuale lavorazione dello spin-off su Han Solo: una parte delle riprese si svolgeranno in Italia e più precisamente sulle Tre  Cime di Lavaredo, località sita nei pressi delle Dolomiti. Tali riprese cominceranno nel mese di maggio.

Una notizia splendida che non potrà che far emozionare tutti i fan del franchising. Non è però la prima volta che la saga di Star Wars giunge nella nostra penisola per girare alcune scene. George Lucas stesso diresse "Star Wars:  episodio I - La minaccia fantasma" e "Star Wars: episodio II - L'attacco dei cloni", usufruendo delle meravigliose scenografie offerte dalla Reggia di Caserta, che nel film divenne il palazzo regale di Naboo. Il palazzo era la dimora della regina Padmé Amidala, e venne rivisto quando nel secondo film Padmé, divenuta senatrice, colloquia con la nuova regina di Naboo insieme ad Anakin Skywalker.

E voi, siete curiosi di vedere questo nuovo spin-off dedicato ad uno dei più amati personaggi della saga? Oppure siete timorosi perché troppo legati ad Harrison Ford nei panni della canaglia della galassia lontana lontana?

Ricordiamo che lo spin-off su Han Solo dovrebbe uscire il 25 maggio del 2018.

Redazione: CineHunters

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Era solo un dettaglio. Il particolare di una trama a cui non davo poi chissà quale peso perché fin troppo concentrato sugli sviluppi successivi, legati proprio a quel piccolo accenno che un film di quasi quarant’anni fa “recitava” per voce diretta dei personaggi a partire già dalle primissime sequenze. “Dove sono i piani che avete rubato?” -  domandava con rabbia una figura avvolta in una nera armatura, e il volto coperto da una maschera da cui fuoriusciva con ritmi regolari un angoscioso respiro. Su questa “minuzia” si pone il lavoro del 2016, dello spin-off “Rogue One”: come sono stati rubati i piani della Morte Nera? Quella stessa stazione spaziale che in Episodio IV possedeva la capacità di distruggere un intero pianeta con un solo colpo. Su quella sfumatura che Lucas, al tempo, ridusse astutamente a un semplice rimando, si perpetra l’esplorazione del regista Gareth Edwards, che attinge al passato mantenendo costantemente un occhio vigile sul presente e su quell’imminente “futuro” che sarà per l’appunto il lascito conclusivo che dovrà inevitabilmente recare in sé questo film: essere l’anello di congiunzione con l’intro de “Una nuova speranza”.

“Rogue one” è un’opera autoconclusiva, consapevole fin dalla propria concezione di avere un solo colpo in canna, e che dovrà mirare alle passioni più profonde dei fan con la mano ferma di un infallibile cecchino. Avrà a disposizione una sola pallottola, non potrà permettersi di sbagliare o addirittura adagiarsi sugli allori e sperare di raccogliere quanto ha seminato in un prossimo sequel. Dopotutto, il seguito di tale lungometraggio esiste già dal 1977. L’arte di questo primo spin-off dell’universo di “Guerre stellari” è fuggevole, un artificio destinato a nascere e a morire in poco più di due ore. Ma “Rogue one” non teme la parola “fine”. Anela alla propria conclusione, perché come i suoi stessi protagonisti vive per ciò che lascerà e non per quello che dovrà fare e rifare più e più volte. Questo primo “volume” antologico su “Star Wars” espande la mitologia creata da George Lucas, ma non la intacca affatto, vuole soltanto allargarla e mostrare nuovi orizzonti paralleli al filone principale della storia degli Skywalker.

“Rogue one” si regge sull’emotiva espressività di Felicity Jones, la Jyn Erso protagonista della pellicola, una ragazza dalla fronte ampia e dalle labbra carnose, che hanno tenuto fissi i miei occhi sul quel suo parlato e su tutto ciò che ha voluto comunicarmi dall’inizio alla fine della sua storia. Jyn è la figlia di Galen Erso, un prigioniero dell’Impero Galattico costretto a costruire la Morte Nera, l’arma che assoggetterà definitivamente l’universo al volere di Palpatine e spazzerà via i resti della ribellione. Il film nel suo sviluppo finalmente torna a quel viaggio esplorativo, tanto amato da George Lucas, quello, dove i pianeti di questo fantastico cosmo vengono mostrati con continuità, e ognuno di essi reca sempre nel suo habitat un qualcosa di unico, di “distintivo”; oserei definire questo qualcosa come una “natura identificativa”, tipica della flora fittizia di “Star Wars”. La lente si focalizza sul clima teso e intollerabile di una dittatura distopica, che colpisce e schiaccia  la gente comune, che non lascia adito ad alcuna scintilla che potrebbe innescare un anelito di libertà e di democrazia. E’ incredibile a dirsi, ma ciò che secondo me è gravemente mancato in Episodio VII, sequel della storia principale, è invece stato prontamente riportato in auge in uno spin-off a sé stante. In un seguito ambientato trent’anni dopo gli eventi de “Il ritorno dello Jedi” mi sarei volutamente aspettato di comprendere le dinamiche della Repubblica e il clima disteso di una pace ritrovata dopo anni di interminabili conflitti. A noi tutti non è stato permesso, poiché ne "Il risveglio della forza" siamo stati immediatamente calati in una realtà fatta di rimandi e strizzatine d’occhio, con evidenti strascichi di un tempo che sembrava essersi fermato, come se nulla fosse cambiato. Una scelta che ad altri potrà essere piaciuta ma che a me ha lasciato un retrogusto piuttosto amaro. “Rogue one”, invece, ci riporta in un mondo che, rammentando la cronologia all’interno della saga, sappiamo di conoscere, ma che guardiamo con un occhio diverso, avvertendo sensazioni che non credevamo di poter rapportare con quel periodo di guerra spaziale. Il cineasta omaggia il passato, invitando a partecipare il Bail Organa visto in Episodio II e III, padre adottivo di Leia e grande amico di Obi-Wan Kenobi, ricordato dallo stesso Bail come un grande guerriero durante le guerre dei cloni. Il rimando all’ormai anziano cavaliere Jedi fa invece da preludio al prossimo futuro in cui Obi-Wan riceverà la richiesta d’aiuto, quale unica “speranza” della principessa che nasconde in R2-D2 i piani appena rubati da Jyn e il suo gruppo. Edwards, pur divertendosi anch’esso a disseminare “easter egg”, non dimentica mai di tenere il timone della propria nave fermo sulla rotta prestabilita: quella della novità, dell’approccio diverso, e per me assolutamente ben accetto.

I personaggi sanno di essere degli eroi di passaggio e non eccedono in caratterizzazioni orchestrate ad arte per piacere allo spettatore, si limitano, invece, a rispettare i canoni del loro volere, e ci riescono appieno. Si battono per un ideale, un futuro che non potranno vedere ma lo fanno per "noi". Sanno di non poter essere amati come gli eroi presenti nel resto dell’epopea di Star Wars ma gettano comunque il cuore oltre l’ostacolo, battendosi per rubare quei piani che saranno il fulcro della prima vittoria dei ribelli sull’Impero. “Rogue One” è un film di guerra, quella sporca, logorante, combattuta nelle “trincee sabbiose”, in cui i veicoli tanto cari a noi fans abbracciano la magnificenza degli sbalorditivi effetti speciali degli ultimi anni. Gli Ala-X volano tra le stelle fronteggiando i caccia stellari in scene d’azione mozzafiato, mentre sulla terra i nostri eroi cadono uno ad uno chiudendo i propri sguardi su quell’arma che avrebbe garantito la fine di ogni libertà, ma che grazie ad essi non avrà vita lunga, poiché Jyn sarà la prima portatrice di quella “nuova speranza” che Obi-Wan e i ribelli ricercheranno in Luke e Leia.

Le forze oppositrici sono ancora quelle più comuni, su un fronte il bene sull’altro il male, ma l’impronta umana che il regista dedica alla costruzione della morte nera non può che destare ulteriore interesse. Il padre della nostra protagonista è un uomo costretto a costruire un’arma portatrice di morte, e proprio per questo ha lasciato una falla, un “tallone d’Achille” che può essere sfruttato se i piani finiranno in mano ai ribelli. Viene fuori un’attenta analisi a ciò che è stato fatto prima e durante la costruzione di questa stazione da battaglia, creata non soltanto dai seguaci dell'Impero, ma anche da uomini fatti schiavi e pertanto inevitabilmente sofferenti. L’amata figlia di Galen riuscirà a rubare i già citati piani, chiamati con il nome in codice di “Stellina”, il soprannome affettuoso con cui Galen chiamava un tempo la sua piccola bambina, prima che venisse strappato da lei e portato via dalla sua dimora. Il rapporto d’amore e quel senso di mancanza tra Jyn e Galen potrebbe venire reinterpretato, a mio giudizio, in un riadattamento di un possibile rapporto mai mostrato sullo schermo tra Anakin e sua figlia Leia. Vader, nella trilogia classica, concentrò gran parte delle proprie attenzioni sul figlio Luke, venendo a conoscenza dell’esistenza della figlia soltanto pochi istanti prima di spirare; chissà se invece Anakin fosse riemerso dall’oscurità tra le braccia della figlia… Avremmo forse assistito ad una scena simile a quella che vediamo alla morte di Galen, spentosi tra le braccia di Jyn?!

Il momento conclusivo è quello alimentato dal maggior pathos, in cui Jyn brilla proprio come una stella, lasciandosi andare in riva al mare stretta in un abbraccio di commiato con un altro ribelle che si è battuto fianco a fianco a lei. La morte sopraggiungerà su queste due anime: le anime di un eroe e un’eroina di cui si saprà ben poco negli annali storici di quella galassia, ma da oggi l’eco delle loro gesta riecheggerà nei cuori di noi spettatori che abbiamo assistito al loro sacrificio.

“Rogue One” è il film che riporta addirittura “in vita” la figura del Grand Moff Tarkin, interpretato da Peter Cushing, morto da circa ventidue anni. Un effetto speciale stupefacente che non può che lasciarci sbigottiti da una parte ma intimoriti dall’altra, suscitando l’inquietante interrogativo su cosa e fino a che punto si potrà spingere la tecnologia moderna, capace di sostituire completamente gli attori in carne ed ossa. Non posso che reputarlo però un omaggio straordinario all’attore che recitò nel primo “Guerre stellari”, sbarcato al cinema in ordine di produzione. Persino Carrie Fisher ritrova le proprie giovani fattezze nella scena finale, tornando ad essere la principessa Leila (o Leia se preferite) con indosso il bianco vestito dell’Episodio IV.

Ma “Rogue One” verrà ricordato soprattutto perché è il film che dopo undici anni ha riportato sul grande schermo Darth Vader. La maestosità del personaggio cardine di “Star Wars” è plateale sin dal suo esordio in quest’ultima avventura: legato ad alcune apparecchiature e immerso nell’acqua temprante e rigeneratrice, con il corpo mutilato così come visto in Episodio III e il volto ferito e deturpato, velato soltanto dal vapore acqueo. Questa breve ma intensa scena è tratta da alcune tavole presenti nella letteratura a fumetti di “Star Wars”. Il suo respiro si ode sin da subito, per poi lasciare il posto al suo palesarsi nella sua interezza. Vader emerge dalla luce e avanza verso di noi con fare sinistro ma al contempo regale. Il prescelto dei Jedi e il signore oscuro dei Sith ritorna in un attacco battagliero finale, celato nel buio, quando il suo respiro fa da esordio al suo apparire, e l’accensione della sua rossa spada laser è il preludio di un epico combattimento che vedrà Vader, al massimo della potenza, fronteggiare un intero plotone di ribelli, che nulla potranno contro la sua cieca furia. La sola presenza di Vader, concentrata però in solo pochi minuti, accresce comunque a dismisura il valore emotivo del film in sé.

“Rogue One - A Star Wars story” mantiene quindi i principi secondo cui è stato creato: raccontare una storia; solo una e basta! Ma lo fa con un piglio tutto suo, con un proprio stile, ricercando un’originalità estetica, già partendo dai diversi titoli d’apertura. E’ un film che sa cosa vuole comunicare e non ha paura di farlo, non affidandosi continuamente al bieco fanservice. “Rogue One” ritrova il coraggio di osare, fonte inesauribile del successo di “Star Wars”; e lo fa con la sua protagonista, Jyn, che non sarà una luminosa stella come furono Anakin Skywalker/Darth Vader e Luke nelle passate trilogie, ma conquista comunque un posto d’onore nel cielo stellato della galassia lontana lontana pur restando soltanto una stellina, magari anche splendente e luminosa. Ma proprio perché così unica e rara sarà sempre facile scorgerla nel firmamento sconfinato: mi basterà solamente alzare lo sguardo per riconoscerla.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Non è chiaro se tale promo sia stato volutamente rilasciato o se sia trapelato non ufficialmente su internet, e in tal caso, potrebbe presto venire rimosso. Questo spot mostra una parte del trailer che dovrebbe arrivare questo sabato dedicato al prossimo videogioco di Star Wars, ovvero "Star Wars Battlefront II". Sono stati mostrati epici combattimenti nello spazio, ma anche personaggi di grande importanza come Rey, Kylo Ren e Darth Maul. Questo suggerisce che il videogioco coprirà tutto l'arco narrativo di Star Wars, dalla trilogia Prequel alla trilogia Sequel.

Il gioco uscirà verso la fine del 2017 per PlayStation 4, Xbox One e PC Windows.

Di seguito il promo visto su Youtube

Redazione: CineHunters

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