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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di un impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3ms, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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L'ultima fatica cinematografica di Steven Spielberg segna anche il suo ritorno al genere prediletto: la fantascienza. "Ready Player One" è, infatti, un lungometraggio di fantascienza tratto dal libro di Ernest Cline dal titolo "Player One".

Un nuovo e spettacolare trailer svela nuove sequenze del film. Molti sono i personaggi e tantissime sono le icone del cinema, del fumetto e del mondo fantasy e fantascientifico presenti all'interno del "Mondo virtuale" di "Ready Player One".  Possiamo scorgere la DeLorean di "Ritorno al futuro", il Joker in compagnia di Harley Quinn e persino il Gigante di ferro.

La caccia per impadronirsi di questo meraviglioso "regno virtuale" è appena cominciata.

Gustiamoci insieme il nuovo trailer del film di Steven Spielberg:

La pellicola verrà distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 30 marzo del 2018.

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Redazione: CineHunters

Lo sceneggiatore David Koepp, attualmente a lavoro sulla stesura del copione del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, ha rilasciato interessanti dichiarazioni durante un'intervista per Entertainment Weekly. Koepp ha affermato che il copione per Indiana Jones 5 è in fase avanzata, ed è una sceneggiatura molto soddisfacente.

Il film è previsto per luglio del 2020, e la data fatidica per l'inizio delle riprese non è ancora stata stabilita. Koepp tiene a precisare che per stabilire l'inizio vero e proprio della lavorazione dipenderà dalle volontà e dagli impegni di Steven Spielberg ed Harrison Ford, pronti a tornare ancora una volta nelle vesti di regista e attore protagonista. La notizia più significativa è che Shia Labeouf, che nel quarto capitolo interpretò il figlio di Indy, non sarà coinvolto nel progetto.

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Redazione: CineHunters

Nel 1989, Spielberg si trovava tra le mani un bellissimo libro di fantascienza scritto da John Michael Crichton. E’ probabile che già dopo aver sfogliato poche pagine, il regista fosse rimasto folgorato dalla lettura, e covasse nelle sue fantasie l’idea di dar vita ai passi che stava mormorando tra sé e sé, oppure, chissà, forse a voce alta. In tale romanzo si narrava infatti l’avvincente storia di “Jurassic Park”. Fu in quel momento che un impeto emozionale fece sobbalzare il cuore del regista statunitense: non avrebbe mai potuto farsi scappare un soggetto del genere, lui e la Universal si assicurarono l’esclusiva di trasporre al cinema quel tomo. E nel 1993 sbarcò nei cinema di tutto il mondo “Jurassic Park”. “Jurassic Park” narra la storia del paleontologo Alan Grant, della dottoressa ed esperta di flora preistorica Ellie Sattler e del matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum), invitati dal magnate John Hammond ( Sir Richard Attenborough) su Isla Nublar per visionare, in gran segreto, un nuovo parco a tema. Ciò che vedranno su quell’isola li lascerà senza parole…

Permettetemi l’indugio metaforico, ma credo che in quegli anni Steven Spielberg fosse uno sciamano. In alternativa uno stregone o più precisamente un mago, qualunque appellativo esistente potesse ritrarlo come un genio dotato di poteri sovrannaturali e pertanto capace di mutare la realtà apparente per puro diletto del suo pubblico: perché Spielberg con “Jurassic Park” creò una magia, un’essenza ascetica di stupore e meraviglia. Sedersi comodamente in poltrona e rimirare per la prima volta le sequenze di “Jurassic Park” voleva dire varcare la soglia di un mondo onirico, fatto d’incanto e pericolo. Ci troviamo così a sussultare, insieme ai nostri protagonisti, a bordo di un elicottero smosso dalle correnti ascensionali che gravano durante l’atterraggio su Isla Nublar. Perché ciò che ha dell’incredibile in “Jurassic Park” è la capacità di poter interagire con la progressiva scoperta dell’ignoto che i nostri personaggi compiranno di lì a breve. Lo spettatore si trova a identificarsi, senza neppure accorgersene, nel Professor Alan Grant e nella dottoressa Ellie Sattler che, poco dopo, volgendo lo sguardo verso una verde radura restano per pochi, intensi secondi piacevolmente sconvolti. Spielberg non mostra ciò che stanno realmente ammirando stupiti e sconvolti, vuole invece che il suo pubblico si domandi con insistenza cosa stiano realmente guardando i due protagonisti. La suspense, anche quella più tersa, basata non sulla tensione emotiva dello spavento ma sull’attesa della meraviglia, è resa splendidamente da Spielberg che ancora una volta si dimostra un maestro nel far immaginare le cose al suo pubblico ancor prima di mostrargliele completamente. Lo aveva fatto con “Lo squalo”, dopotutto, e lo rifarà con “Jurassic Park”. Ne “Lo squalo”, a causa di un costante malfunzionamento dell’animale robotico, Spielberg dovette limitare le apparizioni del gigantesco predatore dei mari. Con una maestria innata nel montaggio, Spielberg dosò le inquadrature sull’animale, ma il pubblicò non notò affatto quanto lo squalo poco compariva sulla scena perché la sua “presenza” in prossimità della barca era perennemente mistificata. Così, Spielberg farà con “Jurassic Park”, sin dalla primissima scena in cui compariranno sulla scena i dinosauri. Sono “soltanto” sedici i minuti in cui ci saranno dei dinosauri in due ore di proiezione, eppure, è come se il loro manifestarsi fosse sempre preminente.

Sam Neill e Laura Dern

 

Spielberg, come scrivevo, con l’arte della “magia” del vedo-non vedo, crea una splendida illusione, concretizzatasi sul volto di Alan e Ellie, che dopo attimi di smarrimento, cedono le loro attenzioni, lasciando il posto all’inquadratura totale di ciò che stanno realmente guardando: dalla vegetazione avanza un Brachiosauro, alto 9 metri, che giunge in prossimità di un albero per cibarsi.

E’ una delle scene più magiche e delicatamente stupefacenti della storia del cinema. Spielberg ci mostra che sì, è possibile, e che sì, ce l’ha fatta! Ha portato in vita i dinosauri attraverso un lavoro di ricostruzione digitalizzata straordinariamente innovativa per quegli anni. “Jurassic Park” fu infatti il primo film della storia del cinema a fare ampio uso della CGI, combinata con un sapiente utilizzo di Animatronics. Il fiero avanzare del Brachiosauro è la prima, splendida e completa sequenza in CGI che possiamo godere nel mondo della settima arte. E’ la più pura delle meraviglie ciò che Alan ed Ellie, insieme al matematico Ian Malcolm e al direttore Hammond, avvertono in queste primissime immagini del Parco.

Con “Jurassic Park” Spielberg riabbracciò il genere fantascientifico, dopo aver sperimentato quello prettamente fantastico con il precedente “Hook – Capitan Uncino” e poco prima dello storico e drammatico “Schindler’s List” che frutterà al cineasta il premio Oscar alla regia. “Jurassic Park” è un’opera di sopravvivenza, una caduta vertiginosa nel gorgo vorticoso e rimbombante della vita, concepita in senso lato e filosofico, ma vivido e intellegibile, e al contempo esistenzialista, che indaga attraverso la sua azione al cardiopalma e dietro i suoi incredibili effetti speciali, religione, scienza e umanità.  “Jurassic Park” fantastica su cose scientificamente credibili, ma non si limita soltanto a mostrare semplicemente l’esistenza dei dinosauri in un dato parco a tema, richiedendo espressamente al suo pubblico la sospensione dell’incredulità. Cerca, invece, d’offrire una chiave di lettura scientificamente credibile e intellettualmente soddisfacente. Ecco che il passo successivo, dopo aver portato in scena la quintessenza dell’imponenza giurassica, il film mostra, attraverso un simpatico e didascalico filmato introduttivo in laboratorio, come gli scienziati del Jurassic Park siano riusciti a riportare in vita creature vissute milioni e milioni di anni orsono. Le zanzare pungevano i dinosauri succhiando loro il sangue, nell’esatto modo in cui lo fanno oggi, e accadeva anche, di tanto in tanto, che tale zanzara restava imprigionata nella resina, divenuta poi fossile, comunemente nota come ambra. Ritrovando, negli scavi, quest’ambra, ed estrapolando il sangue contenuto nell’animale, gli scienziati sono riusciti ad ottenere i filamenti di base del DNA di dinosauro, completandolo poi il ciclo con quello dei rospi. Tutti gli esemplari di dinosauri furono infine clonati in laboratorio come femmine, onde evitare la riproduzione della specie senza il controllo dei supervisori del Jurassic Park.

Gli scienziati protagonisti del film, sebbene sopraffatti dallo stupore, esprimono quasi immediatamente le loro perplessità etiche e morali. Ciò che nei laboratori del Jurassic Park si sta compiendo suscita inquietanti quesiti di natura esistenziale. La natura ha selezionato i dinosauri per l’estinzione, ma nei laboratori del “Jurassic Park” l’uomo si sta beffando di Dio, ergendosi al di sopra del suo volere. Flore, ipoteticamente invivibili, vengono ricreate con la medesima leggerezza delle faune antidiluviane più indomite. Ma non è solo la clonazione l’aberrante “stregoneria” scientifica che sta avvenendo al “Jurassic Park”, anche il raccapricciante tentativo di porre un veto, un controllo totale della vita degli animali, riportati in vita in una realtà fin troppo estraniante rispetto a quella in cui avrebbero dovuto vivere. Ed essi vengono altresì controllati onde evitare che i loro istinti di conservazione prendano il sopravvento e li spingano a riprodursi per la salvaguardia della specie. Sono tutte femmine i dinosauri del parco, incapaci pertanto di scegliere, impossibilitati ad adempiere ai loro istinti, soggiogati dall’uomo che crede di porre sotto il proprio dominio un’esistenza forte che gli si rivolterà contro. I dinosauri divengono animali alla mercé dello spettacolo attrattivo, brevettato e per questo, prossimo alla vendita: il parco aprirà i battenti tra un anno esatto e nelle intenzioni di John Hammond, tutte le persone del mondo dovranno avere il privilegio di poter ammirare queste straordinarie creature.

Gli scienziati partecipano a una sorta di safari, a bordo di un‘auto che segue un percorso su una rotta prestabilita. Ai tre scienziati si uniranno Tim e Alexis Murphy, i nipoti di Hammond. Se i dinosauri erbivori vengono mantenuti liberi in verdi praterie perché domi e dal temperamento innocuo, così non può essere per i carnivori dell’isola. Hammond ammette con disarmante leggerezza di possedere predatori implacabili del cretaceo e del Giurassico come il Dilofosauro (nel film rappresentato come velenoso e dotato di una sorta di guinzaglio di pelle intorno al collo) e i terribili Velociraptor, carnivori rapidi, socialmente attivi e intelligentissimi. Questi predatori vengono contenuti all’interno di ampi recinti elettrificati. Durante il breve giro turistico, gli scienziati non riescono a scrutare neppure un dinosauro, poiché essi tendono a mimetizzarsi tra la fitta vegetazione. Spielberg aumenta la suspense, “trascinando” i suoi spettatori nell’attesa estenuante che comincia a diventare sempre più insostenibile. Il regista sa che il sipario dovrà essere alzato a tempo debito, e specialmente con l’accurata preparazione scenica e musicale. Così il percorso dell’auto viene interrotto da un violento temporale che si è abbattuto sull’isola, e le macchine terminano il proprio tragitto dinanzi al recinto del Tirannosauro.  Quando il sistema di sicurezza del parco verrà disattivato e il violento temporale causerà il totale black out del sistema operativo, le recinzioni non saranno più elettrificate e ciò causerà la fuoriuscita dei dinosauri dalle recinzioni.

Il verso del Tirannosauro venne creato combinando i versi di un elefante, una tigre e un alligatore.

 

Un frastuono, ritmato con sinistra costanza, si ode in lontananza. L’acqua contenuta all’interno di un bicchiere subisce le influenze di un simile rumore, che reca con sé il passo di una gigantesca presenza. Il liquido contenuto all'interno del piccolo recipiente sembra ricreare delle figure geometriche ben distinte: dei cerchi concentrici che si aprono e si chiudono con ritmo regolare. Essi sono prodotti dall'effetto di un qualcosa che sembra essere sempre più vicino. La terra trema: il Tirannosauro sta arrivando. Quei cerchi nell'acqua li nota con timore il piccolo Tim, prima che la camera inquadri un artiglio fuoriuscire dalla vegetazione, e afferrare i cavi elettrici per scoprire poi che l’erogazione della corrente elettrica era stata interrotta.

Quella che preannuncia l’arrivo sul bordo della recinzione del Tirannosauro è una delle scene più intense e cariche di suspense della storia del cinema, girata magistralmente da uno Spielberg senza eguali, che riesce a generare l’attesa semplicemente non mostrando nulla, catturando l’attenzione degli spettatori con un rumore indefinito e un bicchiere d’acqua posto sul cruscotto di un’auto.

Da questo momento comincia una vera e propria lotta per la sopravvivenza, in cui Alan Grant si farà carico di Alex e Tim per portarli in salvo, attraverso un’estenuante fuga nella vastità del parco, ormai privo di protezione. La natura riesce dunque a liberarsi al giogo restrittivo dell’uomo e a scatenarsi con tutta la sua furia.

I dinosauri mostrati nel film vennero trattati con grande rispetto da Steven Spielberg che volle rappresentarli naturalmente come animali e non come feroci e inquietanti “mostri”. Tuttavia, a livello paleontologico alcune trasposizioni subirono delle influenze: il Dilofosauro non aveva la capacità di sputare veleno dalle sue fauci e non aveva un collare di pelle intorno al collo (ispirato al Clamidosauro), e i Velociraptor erano dotati di piumaggio e anche di penne in prossimità delle zampe, ed erano altresì più minuti. I velociraptor del film sono ispirati al deinonico, una specie ribattezzata temporaneamente “Velociraptor”, durante la lavorazione del film in quegli anni. E’ stata ampiamente superata la vecchia credenza secondo cui il Tirannosauro non potesse vedere le prede se queste restavano immobili. Tali incongruenze non fecero che aumentare il fascino del film in sé, spingendo molti appassionati a documentarsi sulle creature presenti nel parco.

 

Alan è un paleontologo e ha un difficile rapporto con i bambini, che proprio non riesce a sopportare. L’esperienza di “Jurassic Park” sarà da una parte traumatica per lui, ma gli permetterà di rivalutare un istinto paterno, riservato a Tim ed Alex, che credeva di non poter realmente provare. Durante il loro viaggio, Alan si imbatte nei resti di alcune uova schiusesi, e ipotizza che il DNA dei dinosauri, mischiato con quello dei rospi, ha trovato il modo per poter replicare l’esistenza: i rospi australiani, infatti, se si trovano in un branco di elementi monosessuali, possono mutare il loro sesso per garantire la riproduzione; è ciò che sta avvenendo ai dinosauri. Alan comprende così che Ian aveva ragione, e che la vita trova sempre il modo per riuscire a primeggiare.

Nel frattempo, Hammond colloquia con Ellie mentre i due si trovano al sicuro all’interno del centro operativo del parco. Hammond, amareggiato per ciò che è accaduto, rinarra alla dottoressa lo spettacolo delle Pulci che aveva messo in scena per racimolare i primi, modesti introiti della sua carriera. Il circo delle Pulci era un sogno, la finestra sull’ignoto, su ciò che poteva essere interpretato come vero anche se non lo era. Hammond era un uomo visionario, e col suo Jurassic Park voleva rendere l’impossibile possibile, l’invisibile visibile. Non poté realmente tener conto dei rischi perché nell’ineluttabilità dei sogni i pericoli non sono perscrutabili. Ma ora la realtà è differente, quelle forze incontrollabili si sono destate, e quel sogno nebuloso si è tramutato in un incubo.

L’attacco dei Velociraptor nella cucina è una delle tante scene del film entrate nell'immaginario collettivo.

 

“Jurassic Park” fu proprio una giostra stupefacente e orrorifica che Steven Spielberg, molto caritatevolmente, ci donò. Un Luna Park dalle meraviglie intense e fatali. Con quest’opera, Spielberg abbatté il muro che delimitava i confini dell’avventura sfrenata, unendola alla riflessione profonda e significativa. “Jurassic Park” vinse tre premi Oscar e divenne alla sua uscita il film di maggior successo della storia della settima arte. Era un’esperienza stimolante e ispiratrice, una pietra miliare della cinematografia fantascientifica, perché con “Jurassic Park” ci siamo invaghiti di un mondo che non potevamo in altro modo conoscere. E con lui abbiamo provato l’emozione di professarci paleontologi coraggiosi, “dinomaniaci” incalliti, e amanti di una preistoria viva e avvertibile. “Jurassic Park” è un esempio di come ci si possa innamorare non solo di un film ma di un modo di fare film, e raccontare una storia. Come in uno spettacolo di magia, conservando l’innocenza di quell’esatto stupore. Sappiamo che è tutto finto eppure non possiamo che restare incantati dinanzi alle sfilate in cui si avvicendano in tutta la loro imponenza queste creature riportare magicamente in vita.

“Jurassic Park” è una grossa e sbalorditiva illusione, una visione onirica, da cui non vorremmo altrimenti svegliarci, se non arrivassero i titoli di coda a scuoterci, a darci un inaspettato “buongiorno”.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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