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"Il volto del pugile, una tela di dolore" - Marlon Brando - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il mio nome è Nessuno

Chi sei tu?” – Domandò a gran voce il gigante con un solo occhio. Un silenzio tombale era calato di colpo, e tutto attorno alla colossale creatura tacque.

Ho chiesto come ti chiami?” - Incalzò nuovamente il gigante, con tono cupo.

Io?” – Domandò Ulisse con fare retorico. E poi aggiunse “Io… Mi chiamo Nessuno!”, mal celando quello che sembrava proprio essere l’accenno di un sorriso.

Nessuno…” - Ripeté Polifemo, apparendo soddisfatto.

Bene! Mangerò per ultimo Nessuno!” -  Bofonchiò prima di appisolarsi.

Il disegno di Ulisse poteva dirsi appena cominciato e si sarebbe svolto nel migliore dei modi. La notte era scesa fitta, e nella caverna di Polifemo regnava un buio inquietante. Ulisse non restò con le mani in mano, l’uscita della spelonca era sbarrata da un enorme masso che doveva essere rimosso in qualche modo. Così, escogitò, insieme ai suoi compagni, un modo per trarre in inganno il ciclope. Durante le ore della notte, Ulisse appuntì un lungo e grosso bastone ricavato da un ulivo, che affondò nell'unico occhio del titanico essere. Questi si destò dal dolore, e tra grida e lamenti cominciò a chiedere aiuto. Accorsero nei pressi della caverna altri giganti, domandando cosa stesse accadendo lì dentro. Polifemo urlava di dolore: “Nessuno sta cercando di uccidermi!! Aiutatemi!!”. Gli altri giganti non credettero ai loro orecchi. Quella frase era priva di significato. Così ignorarono il lamento di Polifemo, ritenendolo completamente inebriato dal vino.

Nel frattempo, Ulisse, quel signor Nessuno, si era nascosto fra le pecore che Polifemo pasceva durante il giorno, pronto ad attuare la parte restante del suo piano. Aggrappatosi al vello del ventre delle capre, fu spinto verso l’uscita dallo stesso ciclope che, accecato, si limitava a tastare con le mani il manto soffice delle sue bestie. Una volta fuori, libero, Ulisse non poté più trattenersi e volle prendersi gioco del maestoso mostro: “Non è stato Nessuno ad imbrogliarti… E’ stato Ulisse, re di Itaca”. Di colpo, all’orecchio di Polifemo quel Nessuno assunse le sembianze di un individuo reale, i contorni di un significato, perfino un’identità. Quel Nessuno era divenuto un qualcuno che proprio professandosi, apparentemente, come un “niente” aveva aggirato la forza bruta di un essere titanico.

Mi ha sempre fatto ridere di gusto questa parte dell’Odissea, la parte in cui Ulisse riesce a scappare dall’antro del mostro contando, come era solito fare, sulla propria furbizia e utilizzando per sé stesso un appellativo alquanto singolare: “Nessuno”. Con quella parola, Ulisse nascose il suo vero nome, preferendo mostrarsi, dinanzi al ciclope, come un uomo qualunque, un perfetto sconosciuto, un viandante come un altro. Ulisse, in quei frangenti, decise di privarsi del suo celebre appellativo, ponendosi alla stregua di un senza nome, o per meglio dire di un uomo con un nome evanescente, vacuo, indistinguibile, come suggerisce per l’appunto la definizione di “Nessuno”.

Essere “Nessuno”, in genere, non è cosa di cui vantarsi. Quando si dice “Non sono nessuno” non si fa altro che sminuire sé stessi, ci si svilisce, tanto da paragonarsi al nulla, al fallimento più completo. Ciò nonostante, Ulisse sapeva che dietro la parola “Nessuno” può comunque nascondersi una personalità arguta, coraggiosa e intraprendente. Egli stesso, dopotutto, dimostrò che dietro l’apparente definizione di “Nessuno” vi era un corpo più che vivo ed una mente brillante, che riuscì ad ingannare un tristo essere grande e grosso come una montagna.

Oltre ad Ulisse, ci sono stati altri personaggi che pur definendosi “Nessuno” riuscirono a diventare “qualcuno”. Essi partirono proprio dalla loro condizione di “nullità”, dal loro essere poco più che degli indigenti, squattrinati, soli e sconosciuti ai più, per raggiungere un traguardo fatto di sacrifici, di dolore, di sangue e sconfitte.

  • Un usignolo con l’ala spezzata

Terry Malloy, il personaggio cardine del capolavoro “Fronte del porto” interpretato da Marlon Brando, era un “nessuno”. Un “niente” come ebbe modo di definirsi in un’occasione. La sua storia comincia al calar della sera, in una zona di periferia abietta e sudicia.

Un nome scuote il buio: “Joey!” urla un personaggio appena apparso dinanzi allo schermo. Terry si materializza di colpo. E’ lui che grida quel nome, è lui che invoca il nome di “Joey”. Terry è un uomo di media statura, eppure sembra imponente. Ha gli occhi penetranti e gonfi, il volto dai tratti angelici eppur marcato da qualche colpo incassato di troppo. Terry si rivolge a qualcuno, ad una finestra che sta aprendo i suoi battenti. “Joey!” esclama Terry.

Terry! Cosa vuoi?”.

Ho qui uno dei tuoi colombi. Te lo porto su in terrazzo”. 

Joey acconsente, incurante di ciò che lo aspetta. Quando questi raggiunge il tetto dell’edificio, invece di Terry, si imbatte negli scagnozzi di Friendly, un boss della malavita locale che estende il proprio dominio su tutto il porto della cittadina. Gli uomini di Friendly assalgono Joey in un raptus vendicativo e lo gettano giù in strada, uccidendolo.

Terry, che assistite alla scena standosene in strada, ne resta inorridito. Credeva che i malavitosi volessero solamente parlare con Joey, intimidirlo, spaventarlo così da farlo desistere dai suoi propositi: testimoniare dinanzi ad un giudice per quanto concerne le attività criminali di Friendly. Terry non pensava che sarebbero arrivati a tanto, che lo avrebbero ucciso. Ne è sconvolto. “Non credo che avrebbe cantato…” dice Terry, sconsolato. “Sì, invece.” gli risponde uno dei delinquenti della zona - “Come un usignolo che non vola” - conclude, sorridendo vigliaccamente.

Terry non sa che fare. Così fugge via, percorrendo le strade buie e polverose della periferia, intrise di paura e di omertà.

Terry è uno scaricatore di porto. Un uomo che, nonostante la giovane età, ne ha viste di cose. Cose brutte, troppo brutte per essere raccontate. Un tempo, Terry faceva il pugile e lo faceva bene. Eccome!  Sembrava una promessa del pugilato. Una sconfitta inaspettata, però, stroncò la sua carriera sul nascere. Da allora, Terry vive come un signor nessuno, vagabondando tra i quartieri della periferia, svolgendo qualche lavoretto per il boss di zona e tirando a campare scaricando la merce che arriva con le navi in porto. Terry è di indole buona, non ha un impiego fisso, ha studiato poco, è di cultura medio bassa, non ha denaro con sé, ciò nonostante possiede una profonda umanità, un grande rispetto del prossimo, una coscienza, che inizia a tormentarlo subito dopo il tragico accadimento dell’amico Joey.

All’alba del giorno seguente, Terry si reca sul tetto del palazzo e comincia a prendersi cura dei colombi di Joey che abitano sulla cima dell’edificio, chiusi all’interno di voliere sia pure spaziose. Quegli uccelli, che con le loro ali potrebbero volare e raggiungere le vette più alte, ma che restano imprigionati in quel singolo luogo, chiusi in gabbia, sono una rappresentazione della condizione in cui vive il protagonista. Anch’egli potrebbe infatti spiccare il volo, volare via da quella periferia malsana, ma non riesce a farlo. Egli è in trappola, prigioniero di una realtà criminale che gli tarpa le ali e lo costringe a restare con i piedi ben piantati al suolo.

  • Un guanto ed un’altalena

Nei giorni a seguire Terry incontra Edie, la sorella di Joey, da poco rientrata in città. Edie studia in collegio per diventare insegnante. E’ sempre stato il suo sogno quello di educare i più piccoli. Terry la ammira per questo, per il suo essere una studiosa. Glielo dice esplicitamente: “Tu sei una persona colta, a me piacciono le persone colte”.

I due camminano l’uno accanto all’altra all’interno di un parco avvolto da un sottile velo di nebbia. Lei tiene sempre lo sguardo verso il sentiero, lui, invece, ha gli occhi puntati sulla fanciulla. Edie è la stessa che Terry ha sempre rammentato, eppure è al contempo diversa. Ella possiede ancora lo sguardo dolce e innocente di quando era bambina e andava a scuola con Terry, che la guardava a volte perdendosi in lei: Edie era infatti il primo amore della vita di Terry, un amore sbocciato ai tempi delle elementari e mai più scomparso.

Mentre passeggiano vicini Edie fa cadere inavvertitamente un guanto, che Terry raccoglie, senza restituirglielo. Edie ne è inizialmente turbata, non sa come replicare. Terry accarezza sensualmente il guanto, lo pulisce dal terriccio e, di colpo, se lo infila in una mano, suscitando spaesamento nell'animo della ragazza. “Cosa vuol fare con il mio guanto?”, sembra chiedersi Edie, silenziosamente tra sé. “Me lo restituirà mai?”.

Il gesto di Terry, quel ghermire il guanto di Edie da terra con la stessa prontezza di un falco, quel suo sfiorarlo e indossarlo, è un atto che si insinua tra il devoto e lo spavaldo, che evidenzia il suo desiderio di avvicinarsi a Edie, di accarezzarla nell’esatto modo in cui egli tocca e domina quell'indumento.

Terry siede su un’altalena, si dondola lentamente come un fanciullo spensierato, mentre lei rimane all'in piedi, rigida, a pochi passi da quella giostra. Poi, Terry si mette in bocca una gomma. Inizia così a masticarla rumorosamente, con le labbra schiuse platealmente, tutto ciò per accentuare la sua aria da smargiasso, o per meglio dire da bulletto di periferia. Edie, però, vuol far intendere di non essere facile da sottomettere: pertanto prende coraggio e gli sfila rapida il guanto dalla mano, palesando la sua forza femminile, e quindi si allontana. Terry la ferma col suono della sua voce, la richiama. Edie si volta indietro e i due si scrutano distanti, rievocando a parole i tempi della scuola. Terry si rimette sugli attenti e fa per riavvicinarsi a lei, che lo accoglie: tra i due comincia a stabilirsi un’affinità intima e profonda. L’altalena su cui l’uomo, poco prima, giaceva e oscillava, avanti e indietro, debolmente, richiamava quell’elemento fanciullesco, il cenno di una giovinezza andata e mai obliata che riecheggia ancora, adesso che Edie si trova dinanzi a Terry.

Terry non ha mai smesso di pensare a Edie. La ricordava fin da quando era bambino e la vedeva andare in classe: teneva i capelli stretti in una fitta treccia che le scendeva lungo la schiena; una treccia così spessa che per Terry rassomigliava ad una grossa corda. Edie aveva l’apparecchio ai denti, gli occhiali tondi sul visino: era un piccolo “disastro”, sostiene ironicamente Terry. In realtà, quel “disastro” aveva rubato il cuore di Terry, fin da allora, quando non era che un ragazzino e ancora non sapeva neppure cosa fosse l’amore. Adesso Edie era lì davanti a lui, era diventata una donna. Negli attimi immediatamente successivi, Edie seguita a mantenere lo sguardo basso, elude gli occhi del suo interlocutore, eppure comincia ad aprirsi con lui, a sentirsi più vicina, specialmente nel momento in cui Terry le domanda se si ricorda chi egli sia.

Ti ho riconosciuto non appena ti ho visto.” – Sussurra Edie con un po’ di timidezza.

E’ per via del naso, vero?” – Risponde ironicamente Terry, indicandosi proprio quella parte della faccia e sorridendo maliziosamente. Il naso di Terry, in effetti, è leggermente vistoso ma in fondo quale pugile non dà importanza al proprio naso? Dopotutto, è la zona del viso più soggetta a ricevere colpi, e ad uscire malconcia sotto il peso di quei pugni che la vita riserva di continuo.

Col passare dei giorni, Terry si avvicina sempre più ad Edie e tra i due sboccia una storia d’amore. Attorno a loro, però, la criminalità seguita a dilagare. Terry, dilaniato dai sensi di colpa, confessa a Edie di essere indirettamente responsabile della morte del suo adorato fratello. La ragazza, inizialmente, ne resta turbata ma poi, col trascorrere dei giorni, comprendere l’innocenza del fidanzato, il suo candore. Anch’egli è una vittima, un recluso di una periferia malsana, che non offre alcuno sbocco, alcuna via d’uscita, alcuna possibilità di salvezza. Spronato dall’amore di Edie, Terry comprende di doversi liberare, di dover spezzare la gabbia che lo fa prigioniero. Come i colombi che egli cura giornalmente, dando loro acqua e cibo, così lo stesso Terry deve avere il coraggio di trovare uno spiraglio e spiccare il volo, riprendere ad utilizzare quelle ali che, per troppo tempo, ha tenuto chiuse e inferme. Adesso, sempre più persuaso dalla sua coscienza, Terry decide di testimoniare dinanzi al giudice circa le attività criminali del boss Friendly. Il capo malavitoso, venuto a conoscenza delle intenzioni di Terry, decide di ucciderlo e affida questo compito allo stesso fratello di Terry, Charley.

  • E’ questione di classe…

I due fratelli hanno così modo di confrontarsi durante una notte buia e agitata. Terry esprime tutta l’amarezza della sua esistenza, marchiata irrimediabilmente da un episodio, un errore che lo ha segnato per sempre. Tempo prima, proprio sotto richiesta di Charley che doveva far vincere a Friendly una grossa somma di denaro alle scommesse, Terry perse malamente un incontro molto importante che avrebbe potuto di certo vincere. Da allora, la sua carriera di pugile ha subito una irrimediabile battuta d’arresto, portandolo di fatto al fallimento.

Ma non è questo. È questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso.” Dice amaramente Terry.

E’ proprio in questo frangente, in questa occasione, in questo simbolico e straordinario dialogo che Terry si definisce, per la prima volta, un “niente”, un “nessuno”. La periferia lo aveva reso proprio un “nessuno”, lo aveva costretto a smarrire l’opportunità che la vita gli aveva presentato dinanzi. Terry sarebbe potuto diventare qualcuno, un nome roboante impresso nello sport, ma fu costretto a fallire, a rinunciare, a perdere ciò che si era guadagnato per il volere di un criminale, di un forte che schiaccia i deboli, arricchendosi sulle loro spalle piegate e genuflesse al lavoro e agli stenti. Ora, però, Terry vuole giustizia, vuole dimostrare come anche un “niente” possa abbattere un “qualcuno”.

Charley non vuole lasciarglielo fare. Friendly gli ha ordinato di assassinarlo, di eliminare il suo stesso fratello. Ma Charley non ha il cuore di uccidere Terry, eppure gli punta contro la pistola per intimidirlo. A quel punto, Terry reagisce dolcemente: “Oh Charley…” sussurra debolmente e con la mano sposta delicatamente la pistola fino a farla cadere via. Con quel suo fare delicato, Terry manifesta tutta la tristezza e lo strazio derivanti dalla consapevolezza di un'esistenza smarrita. In quel suo “Oh Charley...” Terry esprime l’assurdità e la vergogna di una vita dannata, quella del fratello, costretto, per vivere, a minacciare il sangue del proprio sangue. Terry non ha paura, poiché sa che Charley non gli farà mai realmente del male e che quel suo gesto non è stato altro che una mossa disperata. Purtroppo però Charley pagherà con la vita la sua pietà: il boss lo ucciderà l’indomani.

Terry avrà modo di testimoniare in tribunale, ma quando rientrerà al porto tutti i suoi colleghi ed amici, che vivono da anni nel terrore di Friendly, smetteranno di rivolgergli parola. Terry si presenta comunque durante il reclutamento al molo per scaricare la merce di una nave, ma quando resta l'unico escluso, affronta apertamente Friendly. Ne segue una feroce rissa, che vede Terry soccombere solo dopo l'arrivo degli scagnozzi di Friendly. Gli altri scaricatori, che assistono allo scontro, escono finalmente dal loro stato di sottomissione, sostenendo Terry e rifiutandosi di lavorare, a meno che lo stesso Terry non venga reintegrato, e finiscono con lo spingere in acqua Friendly. In quella lotta finale, in quel combattimento in cui Terry affronta e sottomette Friendly, prima d’essere aggredito e fatto a pezzi dagli scagnozzi del boss, vi è tutta la rinascita, la rivalsa di un pugile, di un lottatore che ha sempre combattuto per sopravvivere alle avversità della vita. Il ring di Terry sorgeva nei pressi di un porto, ed era delimitato da banchine. Prima che la campana suoni, Terry si rimette in piedi e, nonostante sia vistosamente ferito e abbia il volto una maschera di sangue, cammina fieramente davanti ai suoi colleghi scaricatori. Avanza lentamente, ma il suo incedere è inarrestabile; arriva fino a varcare la soglia dove inizia il turno di lavoro. Tutti lo seguono, spronati dal coraggio e dall’ardore di Terry, un uomo semplice, un “nessuno” che ha trovato la forza di opporsi ad un criminale, restituendo la libertà e la dignità ad un intero popolo.  

  • Un altro pugile

Il giovane Rocky Balboa era un signor nessuno, e aveva molto in comune con Terry Malloy. Entrambi erano venuti al mondo in una zona marginale della città, nella povertà assoluta. Entrambi non avevano avuto modo di istruirsi, di frequentare assiduamente la scuola, di formarsi. Ciò nonostante, ambedue avevano un cuore grande e dei saldi principi. Rocky, come Terry, faceva il pugile e aveva un gran potenziale. Era costretto, però, a combattere match di poco conto, contro avversari di basso livello, in luoghi sozzi e su ring malfamati.

Per tirare a campare, Rocky fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster della zona. Anche Rocky, come Terry quindi, ha a che fare, suo malgrado, con la malavita. Rocky abita in un monolocale cupo e poco accogliente, e l’unica compagnia di cui dispone è quella incarnata dalle sue tartarughine.

Come Terry che trova conforto e un accenno di amicizia nei colombi che vivono sul terrazzo, anche Rocky trova compagnia nelle sue due tartarughe che chiama ironicamente Tarta e Ruga. I colombi di Terry vivono rinchiusi in gabbie, le tartarughe di Rocky riposano e nuotano in una piccola vasca d’acqua. I colombi di Terry potrebbero volare via, percorrere grosse distanze con le loro ali, librarsi in cielo e poi planare liberamente. Le tartarughe di Rocky invece potrebbero spaziare in un ambito più grande, ma Rocky non può permettersi altro che una esigua vaschetta. E’ come se entrambi questi spazi in cui albergano gli animali tanto cari ai protagonisti rappresentino gli stessi luoghi in cui vivono Terry e Rocky, le periferie della città, che gli schiacciano, li tengono assoggettati, non permettendogli di andare via e di fare qualcos’altro della loro vita.

  • Una pista di pattinaggio: se cadevi ti acchiappavo!

Rocky conduce la sua esistenza alla giornata, non ha un progetto per il futuro né un lavoro stabile. Egli è innamorato di Adriana, una donna che lavora presso un negozio di animali. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio, con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Ogni qual volta la incontra, Rocky tenta in ogni modo di intavolare un discorso, ma Adriana, segnata da una profonda timidezza, non fa che fingere di fare altro, immersa com’è nei suoi pensieri, nella sua attività, e replica ogni tanto con qualche flebile parola e solo un accenno di sorriso.

Rocky non ha occhi che per lei, sebbene Adriana non faccia altro che nascondere il proprio aspetto, celare la sua bellezza dietro abiti grigi e spenti, e tenendo il proprio volto abbassato, come se non volesse che Rocky riuscisse a scrutarla. Adriana, per certi versi, si comporta esattamente come Edie, la prima volta in cui parla con Terry. Anche Adriana, come Edie, è schiva, evita lo sguardo del suo spasimante, come se ne fosse intimidita o, ingiustificatamente, spaventata. Rocky, esattamente come Terry, ama una sola donna e non ha mai distolto l’attenzione da lei. Se Terry non aveva mai smesso di pensare ad Edie fin da bambino, Rocky non fa altro che pensare ad Adriana giorno dopo giorno.

Agli occhi di Rocky Adriana è infatti la donna più bella e più importante del mondo, sebbene lei stessa faccia di tutto per non farsi mai notare da lui. Ma Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky, non appena avrà modo di frequentare Adriana e di uscirci insieme, l’aiuterà a superare la sua timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento. Come Edie, che spronò Terry a ribellarsi alle angherie di Friendly, così Adriana sprona Rocky a resistere, a superare ogni avversità, a vivere semplicemente e appieno la sua vita.

Durante il loro primo appuntamento, Rocky porta Adriana a pattinare su una pista di ghiaccio, per l’occasione, messa a loro intera disposizione. I due hanno così modo di parlare liberamente e di conoscersi meglio. Rocky non sa pattinare ma si adopera per stare al passo con Adriana; mentre lei scivola lentamente sul ghiaccio, Rocky le resta accanto, correndo goffamente con i suoi scarponi e sorreggendola tutte le volte che Adriana rischia di capitombolare. In questi momenti, i due parlano di sé stessi, si confidano, rivelano parte del loro carattere. Rocky ricorda ciò che era solito dirgli suo padre: “Tu non sei nato con molto cervello, allora fai un mestiere in cui devi usare il corpo”. Adriana replica dolcemente: “Mia madre diceva sempre il contrario: tu non hai un gran corpo, fai un lavoro in cui devi usare il cervello”. E’ qui che Rocky ha modo di raccontare ad Adriana il perché ha scelto d’essere un pugile. Perché non ha mai saputo fare altro. Era bravo a fare a botte, a difendersi, quindi ha sempre pensato di poter diventare un discreto boxeur. Qualche frangente dopo, Rocky indugia su un particolare del proprio volto: il naso.

Guarda questa faccia… 64 incontri, guarda il naso. Lo vedi il naso? Questo naso non si è mai rotto. 64 incontri, me lo hanno pestato, me lo hanno preso a morsi, stritolato, martellato, sì insomma… Quelli miravano sempre al naso. Mai rotto! Mai rotto! Guarda che nasino, non si è mai rotto”. Anche Terry, durante il suo “primo appuntamento” con Edie, parlò del suo naso. Chiese alla donna se ricordava quel suo naso tozzo ed Edie rise tutta raggiante. Entrambi i personaggi cercano di corteggiare la propria amata ironizzando su una parte del proprio viso, il naso, quella parte del volto continuamente esposta ai colpi che la vita ha sempre in serbo.

  • Non sono soltanto un bullo di periferia

La vita di Rocky cambia improvvisamente quando il campione del mondo Apollo Creed lo sceglie casualmente come sfidante per il titolo dei pesi massimi. E’ per Rocky un’opportunità senza precedenti, un gioco del destino che può mutare per sempre la sua esistenza e strapparlo finalmente alla povertà del ghetto. Rocky si allena duramente ma non lo fa per vincere.

La sera prima dell’incontro, in un momento di paura e di sconforto, Rocky lo rivela. Si lascia andare all’abbraccio di Adriana e, disteso accanto a lei nel letto, confida alla sua innamorata che tutto ciò che Rocky vuol fare è dimostrare di non essere un “nessuno”. Rocky non vuole vincere, sente di non avere alcuna possibilità contro un pugile del calibro di Apollo. Rocky desidera semplice resistere. Nessuno è mai riuscito a resistere contro Apollo. Se Rocky ci riuscisse, se riuscisse a restare in piedi prima che suoni l’ultimo gong, dimostrerebbe a sé stesso di non essere soltanto un bullo di periferia.

Rocky salirà sul ring e in un incontro drammatico riuscirà a restare in piedi fino alla fine, a non capitolare sotto i pugni incessanti di Apollo.

Durante il progredire del match, la lotta tra Rocky e il campione del mondo si farà sempre più drammatica. Apollo tempesterà di pugni Rocky, che seguiterà a caricare a testa bassa, con il viso tumefatto, senza mai arretrare, senza mai cedere, senza mai arrendersi. Poco prima dell’ultima ripresa, Apollo assesta un colpo devastante a Rocky, che crolla al tappeto, col fiato corto e il corpo quasi stroncato. Rocky rantolerà nel buio, muovendosi disperatamente, alla ricerca delle corde più vicine.

Ha gli occhi gonfi, quasi del tutto chiusi, non vede nulla. Avanza, strisciando, a tentoni, mentre Apollo, rimasto in piedi, stremato anch’egli, alza le braccia al cielo, in segno di vittoria: un trionfo soffertissimo, che lo attende a pochi passi. Ma Rocky ha raggiunto le corde, mentre il suo allenatore, Mickey, all’angolo, gli urla di starsene a terra, di non alzarsi, non riuscendo più a tollerare la vista del suo prediletto così martoriato e sofferente. Rocky non ne vuol sapere, afferra con i guantoni le corde, si appoggia ad esse, si solleva, si rialza. Apollo non crede a ciò che sta accadendo sotto il suo sguardo sfocato dalla stanchezza. Rocky è devastato, eppure gli urla di tornare a combattere, di raggiungerlo, di continuare a colpirlo, tanto lui non andrà mai giù. Adriana assiste alla scena tra il pubblico, è arrivata da poco. Fino ad allora non aveva avuto la forza di guardare, era rimasta chiusa in camerino. Non poteva sopportare di vedere Rocky colpito ripetutamente e ridotto in quel modo. Adesso, Adriana è lì, vede Rocky innalzarsi nonostante le gambe lo sorreggano a fatica. Adriana si commuove, toccata nel profondo dalla tempra, dall’audacia dell’uomo che ama, che vuole dare un significato alla sua intera esistenza restando in posizione eretta, non cedendo, per nessuna ragione.

Gli occhi pieni di lacrime di Adriana rassomigliano agli occhi tristi eppure fieri di Edie, quando anch’ella mirò il proprio compagno, Terry, venire colpito, urlare dal dolore, ciò nonostante non darsi mai domo né sconfitto.

"Il volto del pugile, il trionfo della sconfitta" - Sylvester Stallone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per Terry era la ribellione, per Rocky la resistenza: entrambi i lottatori provenienti da un ambiente povero, dovevano lottare contro un nemico, un avversario più grande di loro. Due “nessuno”, che potevano contare solamente sulla forza delle loro braccia e sul coraggio del loro cuore. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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E’ una fredda e umida serata invernale. Proviamo a immaginare di volgere lo sguardo oltre la finestra della nostra stanza, e di vedere la neve che fiocca copiosa, ricoprendo le strade in un candido manto. In alternativa, potremmo sempre fantasticare che stia venendo giù solo della pioggerellina leggera, continua ma insistente, che righi i vetri delle finestre già completamente appannati dalla differenza di temperatura fra l’esterno e il tepore delle abitazioni. Resta comunque il fatto che qualsiasi sia il tempo di quella particolare sera, l’imperativo è immaginare che sia talmente ostile da costringerci a rimanere a casa, davanti al televisore, magari guardando un bel film, tra il caldo abbraccio delle mura domestiche. “First blood” è per me un lungometraggio spiccatamente invernale. Le gelide montagne in cui si svolge gran parte della vicenda e quei boschi dal clima così inclemente assumono un valore ancor più radicale se visti e rivisti in pieno inverno. L’immedesimazione per noi spettatori sarà ancor più coinvolgente. “First blood”, come suggerisce il titolo che letteralmente tradurremmo con “Primo sangue”, non è certamente una pellicola “leggera” né un’opera dai toni affabili e distensivi, per nulla ideale quindi, a far passare una serata tranquilla in tutta rilassatezza; è invece un film visceralmente drammatico. Sono rimasti davvero in pochi oggi a continuare a chiamarlo con il già citato titolo, poiché il primo capitolo della saga, che vede come protagonista la star di Hollywood Sylvester Stallone, è universalmente noto col nome del personaggio centrale della storia narrata: Rambo. Perché allora intestardirsi, e chiamarlo col titolo americano cui faccio riferimento? E’ semplice in verità: perché “First blood” è un prodotto vittima di se stesso e della sua naturale prosecuzione. “Primo sangue” è Rambo, pur non essendo il “Rambo” che nell’immaginario collettivo tutti si aspettano. La figura di questo “guerriero”, di primo acchito e di cui si parla comunemente, è comparata a quella del semplice, nonché famoso, eroe d’azione, del violento ed efferato divo delle pellicole americane auto-celebrative in cui Rambo non rappresenterebbe altro che la gloria e lo strapotere militare statunitense. Il che è anche vero, se non fosse che il primo film si discosti totalmente da quest’interpretazione abituale. Rambo nell’idea consueta del pubblico in linea generale è caduto col tempo vittima dei propri seguiti. Già dal secondo capitolo (un sequel ben riuscito che vira maggiormente sull’intrattenimento pur affrontando il tema dei prigionieri americani “dimenticati” dal loro stesso paese) i canoni profondi e umani del personaggio mutano per scadere nella brutale rozzezza del terzo e del quarto film. Rambo diventò dal sequel uno dei simboli del governo Reaganiano, un’incarnazione furente dell’implacabile avanguardia militare degli Stati Uniti. “First blood” però, concepito come un film di crudo realismo, è un capolavoro intriso di un eloquente alone di denuncia, e va posto su un piedistallo una spanna più alto rispetto ai suoi seguiti. Fatta questa breve ma importante premessa, tornerei volentieri all’intro di questo mia riflessione, disquisendo appunto dell’opera del 1982 che vede l’esordio sul grande schermo del personaggio di John J. Rambo. Quando leggerete queste mie righe, spero che fuori stia nevicando o quanto meno piovendo; in ogni caso sarà bene che vi mettiate a lavorare di fantasia, immaginando come auspicavo inizialmente, poiché, e scusate se mi ripeto, Rambo è algido nell’animo, e così nel freddo va visto e menzionato; perché il sole non può sorgere per chi non esiste.

Il tema strumentale di Jerry Goldsmith “It’s a long road” risuona nel buio dello schermo e dà il via alla sequenza iniziale in cui la camera giace immobile, filmando impassibile, i lontani passi del protagonista, che sopraggiunge a lunghe falcate verso di noi da una stradina di campagna. Sorridendo, l’uomo con indosso una giacca verde su cui campeggia la bandiera americana ricamata sulla destra sta procedendo alla volta di un’abitazione sita a pochi metri dalla riva di un grande lago. Sono rapidi ma intensi i dialoghi che si scambiano i due personaggi inquadrati dalla cinepresa. L’uomo ha davanti una donna di colore e le sta dicendo di chiamarsi John Rambo. Subito dopo le chiede se conosce un certo Delmar Barry, un suo vecchio amico. Rambo si rivolge in maniera gentile alla donna, mostrandole anche una foto che lo ritrae assieme al suo amico Barry, scattata con gli altri ufficiali della squadriglia. L’interlocutrice ascolta pacatamente il proliferare dell’uomo che ricorda affettuosamente quanto Delmar fosse imponente, e che furono costretti a “sistemarlo” dietro tutti loro poiché, in caso contrario, li avrebbe “oscurati” dall’obiettivo della camera fotografica. La donna lo interrompe di colpo, mettendolo di fronte alla triste realtà, e cioè che la persona da lui cercata non c’è più, essendo morta di cancro oramai da sei mesi, malattia contratta in Vietnam per la continua esposizione alle esalazioni di gas nocivi. Negli ultimi mesi di vita era talmente deperito da assomigliare ad uno “scheletro”, in chiara contrapposizione a come ritratto in quella foto che Rambo regge tra le mani. Il protagonista impallidisce e a malapena riesce a congedarsi dalla donna con un sussurrato “mi dispiace”. Come scopriremo più avanti, nello scorrere della pellicola, Rambo è l’ultimo rimasto di un’unità speciale, scelta previo ferreo addestramento denominata “Team B”. Egli spiccava come il più valoroso del suo gruppo, distinguendosi per l’enorme devozione difensiva rivolta ai compagni e per le micidiali sortite offensive sul fronte nemico. Nel novembre del 1971, Rambo venne catturato dai Viet Cong e deportato in un campo di prigionia dove vi rimase fino ad una data imprecisata del 1972, quando riuscì a fuggire. Durante i mesi trascorsi nelle buie e fangose gabbie sotto terra, il soldato americano patì terrificanti torture fisiche e psicologiche che ne debilitarono tremendamente lo spirito e ne compromisero la stabilità mentale. Una volta rientrato in patria, l’uomo si mostra come una persona mite, dall’aspetto piuttosto trascurato, reso evidente dai capelli arruffati e dal modo di vestire, legato ancora ai suoi trascorsi militari. Alla notizia della morte di Delmar, Rambo si rende conto di essere il solo sopravvissuto di quella squadra d’élite. L’uomo sembra inoltre non avere alcuna persona cara ad attenderlo, e pertanto vive in totale solitudine, proprio come un vagabondo senza meta e senza fissa dimora.

Rambo, incamminatosi per miglia e miglia sul ciglio di un’autostrada, arriva fino alle propaggini di Hope, una cittadina dello stato di Washington, desideroso di consumare un frugale pasto in una tavola calda del paese. Varcati i confini della città, il protagonista incrocia una macchina della polizia guidata dallo sceriffo Will Teasle (Brian Dennehy) che, notato il particolare abbigliamento dell’uomo, gli si pone davanti. Teasle domanda a Rambo se è venuto a trovare qualcuno in paese, ma una volta appurato che l’ex soldato non ha alcun legame in quella cittadina, lo invita a salire sulla sua autovettura. Rambo accoglie pazientemente quel comando mascherato da un “cordiale” invito. Lo scambio di battute in macchina è indicativo per comprendere “l’aria” ostile che gli stessi americani nutrono nei confronti dei reduci del Vietnam. Prova ne è che quando Rambo domanda allo sceriffo dove può pranzare Teasle gli consiglia un piccolo locale a trenta miglia fuori dalla città.

  • “C’è qualche legge che mi proibisce di mangiare qui?” - domanda Rambo.
  • “Si, la mia!” - sibilla Teasle.

L’agente accompagna Rambo oltre la frontiera cittadina lasciandolo sul bordo della strada, come se fosse un nomade molesto. John guarda il sentiero che gli si dipana davanti per poi voltarsi ad osservare ciò che, suo malgrado, si è lasciato alle spalle. Rambo sa di aver subito un sopruso e considerando l’atteggiamento avverso dello sceriffo come una grande ingiustizia, decide fieramente di tornare indietro. Teasle nota il cambio di marcia dell’uomo e quindi arretra per sapere dove sia diretto. Non ricevendo alcuna risposta lo sceriffo, abusando del proprio potere, arresta Rambo senza alcun vero capo d’accusa. Teasle porta John alla centrale di polizia, dove dovrà essere schedato per poi passare la notte in cella in attesa del processo che avrà luogo l’indomani mattina. Il volto di Rambo comincia a cambiare e se inizialmente appariva dimesso e malinconico, ora sembra esprimere una sempre maggiore agitazione repressa. Rambo osserva le inferriate che gli ricordano tanto, con violenti flash mentali, le serrate sbarre della gabbia in cui giaceva in Vietnam. Gli agenti di Teasle si dimostrano ben presto persone aspre, ruvide e inospitali, umiliando il prigioniero con aggressioni fisiche alle spalle e con provocazioni verbali. Rambo mantiene la calma fino a quando due di loro minacciano di tagliargli la barba a secco con un rasoio da barbiere. Il reduce di guerra alla vista di quella lama ha come un improvviso flash che gli riporta alla mente l’angoscioso ricordo del pugnale dei Viet Cong con cui erano soliti torturarlo. Quasi impazzito alla vista del rasoio e furioso per le umiliazioni subite, Rambo si divincola, atterrando con guizzi agili e felini gli agenti che seguitavano a minacciarlo. Rambo riesce così a fuggire dalla centrale e dopo aver rubato una moto si dirige verso le fredde montagne che dominano la città. Comincia una vera e propria caccia all’uomo.

John si rifugia tra i boschi, venendo inseguito da un consistente numero di agenti che cercano di rilevare le sue tracce con l’ausilio di cani da caccia. Poco prima di proseguire la ricerca, i poliziotti apprendono tramite un collegamento telefonico con un segretario di istanza alla base, che John Rambo è un reduce del Vietnam, appartenuto alle letali truppe dei “Berretti Verdi”. A rendere ancor più eclatante la scoperta sulla vera identità dell’evaso sono le tante menzioni conseguite dal “fuggiasco”, reputato un eroe di guerra dal Pentagono e insignito della medaglia d’onore del Congresso.

 

Gli ignari agenti che prima avevano abusato del proprio potere nei confronti di un uomo innocente, capiranno ben presto di aver commesso un grosso errore. Emerge infatti la natura più torbida di Rambo che, sentendosi braccato, meccanicamente reagisce come se fosse sul terreno di guerra. Rambo isola gli uomini neutralizzandoli uno ad uno con sofisticate tecniche di guerriglia e trappole realizzate con materiale che man mano gli si presenta davanti. John fuoriesce da un folto cespuglio, brandendo il suo affilatissimo coltello, con cui minaccia Teasle. Rambo tuttavia risparmia quel tutore della legge che lo aveva schernito concedendogli così la possibilità di rientrare in città e ignorare l’accaduto. Teasle però, una volta disceso dalla montagna, chiama la Polizia di Stato e la Guardia Nazionale, asserragliando i boschi. L'ex comandante di Rambo, il colonnello Samuel Trautman, informato dal governo di quanto sta accadendo a Hope, sopraggiunge al campo base, allestito alle pendici della catena montuosa, esortando la Guardia Nazionale a ritirare le proprie “forze” per lasciare che il suo vecchio cadetto si consegni a lui. Teasle rifiuta e ordina ai suoi uomini di riprendere la caccia. Rambo dopo essere rimasto intrappolato in una vecchia miniera abbandonata a seguito di un ennesimo conflitto a fuoco, ode attraverso la radio trasmittente la voce del colonnello che lo invita a rispondere col walkie talkie in suo possesso. Trautman implora Rambo di arrendersi ma l’uomo non ne vuol sapere, affermando che lo sceriffo ha “versato sangue per primo” deridendolo e maltrattandolo come un reietto della società, e che ciò che è accaduto è soltanto una conseguenza del suo scellerato agire. Ecco a cosa il titolo originario fa riferimento, quel “First blood”, quel “Primo sangue” è la denuncia disperata delle vessazioni subite dai reduci di guerra, oltraggiati dai comuni cittadini come feroci assassini e personificazioni viventi della prima vera sconfitta dell’America in un conflitto che non ha portato altro che disonore e mortificazione per il popolo statunitense. Rambo stava semplicemente passeggiando quando fu “colpito”. Loro hanno “sparato per primi”, come ripete più e più volte, scatenando l’ira dell’ex berretto verde. Trovando finalmente una via di fuga dalle miniere e raggiunta nuovamente la città, Rambo affronta in tarda notte Teasle, nascostosi sul tetto di un’armeria. John riesce ad irrompere nell’edificio e, sparando attraverso il lucernario, ferisce gravemente lo sceriffo. Prima che Rambo uccida l’uomo, sopraggiunge Trautman che tenta di far ragionare il soldato, circondato all’esterno da più di 200 uomini armati…

Interrompo a questo punto il commento relativo alla storia per dedicare qualche riga critica alla lavorazione dell’opera in sé, e per lasciare a dopo la descrizione relativa alla scena finale del film, che meriterà un commento conclusivo ben approfondito. Come ho detto, i decenni trascorsi hanno generato un alone ingannevole attorno alla figura di John Rambo. Se i seguiti hanno travisato il messaggio originario dell’opera, discostandosi da esso, è bene essere consci della diversità che intercorre tra il primo “Rambo” e ciò che ne è derivato, specialmente dal terzo capitolo che per diversi anni fu l’ultimo della saga. Rambo non è nel primo lungometraggio un personaggio che esalta i valori bellici, tutt’altro; li ammattisce, tendando di mostrare sulla propria pelle, sfregiata da dozzine di cicatrici, l’amarezza e il tormento degli strascichi lasciati dalla guerra. Il lungometraggio di Ted Kotcheff è ingannevole per sua stessa volontà sin dal principio. Prendiamo in esame la scena d’apertura, che inizia mostrando un Rambo solitario che osserva un paesaggio solare e accogliente, dove alcuni bambini corrono beatamente tra i prati giocando insieme ad un piccolo cagnolino. Una grande casa in mattoni si affaccia sulle acque di un limpido lago raggiunto dal sole. Rambo sorride. L’uomo che ha visto coi propri occhi gli orrori della guerra si rincuora dinanzi alla tranquillità di una casa posta su un tale sfondo paesaggistico. Ma il senso di appagamento cambierà rapidamente non appena Rambo saprà della morte del caro amico Delmar. Rambo getta via le fotografie che lo immortalano con i suoi amici oramai scomparsi tentando di lasciarsi alle spalle un passato che oramai solo lui può rammentare. La musica che dapprima accompagnava il protagonista con note malinconiche ma tutto sommato “vive” e prorompenti lascia spazio a un estenuante rullo di tamburi, che si unisce a melodie dure e frastornanti, simbolo del dramma imminente che sta per abbattersi su Rambo. La pace e la serenità trasmessa da quel luogo per primo inquadrato era soltanto un “inganno” per Rambo e per tutti noi. Ci attenderà il freddo, il gelo delle montagne, lo stento della fame e della sete tra i boschi di Hope. Rambo viene fermato da Teasle e trattato come un derelitto, come un rifiuto della società. Soltanto il vedere la bandiera americana sulla giacca da reduce provoca in Teasle la reazione istintiva di allontanare Rambo dalla cittadina, come se fosse un fuorilegge. Ecco dove si colloca la profonda denuncia del film nei confronti della società americana, rea di aver “aggredito” i reduci di guerra come “colpevoli” del periodo che l’America stava attraversando. Teasle tratta Rambo con dimostrata sufficienza e con un mal riposto senso di superiorità, definendo lui e i suoi compagni come “tipi da evitare”, vagabondi da scacciare a priori. Notiamo inoltre l’aspetto e le diversità fisica che intercorre tra Teasle e Rambo: il primo appare come uno sceriffo sovrappeso, quasi ad indicare uno stile di vita sedentario e dedito all’ozio e al mangiare smodato, Rambo, invece, nonostante la muscolatura, mostra atteggiamenti ora contenuti ora nevrotici, quasi a incarnare l’idea di un soldato che continua a portare con sé l’interezza di quel vissuto triste e cupo. Cosa innesca la discordia e il dissidio del film? L’ingiustizia, quel senso di intolleranza che Rambo ha già subito in passato. Il soldato viene arrestato e trattato con ostilità malgrado egli cerchi di restare calmo e pacato dinanzi all’arroganza degli agenti. E’ interessante notare come le forze di polizia vengano rappresentate come i veri fautori della violenza perpetrata su un innocente, contrapponendosi quindi al loro dovere primario.

Il tratto psicologico di Rambo si delinea con sempre maggiore cura rivelando sottigliezze emblematiche durante lo svolgersi del film. Le turbe mentali dell’uomo vengono alla luce mostrando come Rambo soffra di disturbi derivanti dal dramma vissuto in Vietnam. Nonostante Rambo venga descritto da Trautman come un assoluto esperto di tecniche di sopravvivenza e come un uomo addestrato a sopportare il dolore fisico e a ignorare il freddo che lo avvinghia, egli mostra un lato profondamente umano e sofferente. Rambo non è una macchina da guerra quanto un essere umano reso dannato dalla guerra stessa. Vorrebbe dimenticare ciò che è stato costretto a fare e il dolore patito ma non può. Nei sogni, quando riposa, ma anche nelle involontarie rievocazioni quando è sveglio, Rambo rivive le terrificanti immagini del Vietnam come incubi implacabili, palesati sotto forma di “folgori acuminate”. I ricordi indesiderati sono la vera condanna che Rambo vive quotidianamente. L’ira che egli riversa sulla polizia è soltanto la superficie, lo specchio di una sceneggiatura che desidera indagare nel profondo, nascondendosi dietro il riflesso dell’azione e della lotta di un uomo oppresso dall’ipocrisia di un’intera società.

…Trautman ordina a Rambo di cedere le armi e arrendersi, ricordandogli che la guerra è finita e che questa battaglia personale che sta affrontando non potrà che esigere la sua vita. Rambo, furente, gli urla che nulla è finito, che tutto questo non è paragonabile a un interruttore che si accende e si spegne. Ciò che ha fatto, ciò che è stato, lo tormenterà per tutta la vita. Vorrebbe togliersi di dosso “i resti” della guerra ma la vita da civile non glielo permette, perché egli non esiste. E’ solo un’ombra. Rambo esprime finalmente il proprio disagio. Egli fatica persino a trovare lavoro poiché non lo concederanno mai a un reduce di guerra. John lancia un grido disperato, urlando al suo Colonnello di aver pilotato elicotteri, carri armati e di aver gestito in guerra materiale dal valore di milioni di dollari, quando adesso non lo assumono neppure come semplice parcheggiatore. Distrutto nell’animo, si getta a terra e comincia a piangere. Quel combattente dalla freddezza imperscrutabile, si commuove luttuosamente come una persona qualunque. Persino il suo mentore si mostra provato e turbato dal pianto liberatorio del suo “discepolo”. Rambo vede in Trautman probabilmente la figura che più si avvicina a quella di un padre per lui, e gli affida il dramma della sua vita. Egli ricorda un altro dei suoi amici, caduto tragicamente proprio sotto i suoi occhi, saltato in aria a causa di un esplosivo celato all’interno di una scatola di lucido per scarpe che un ragazzino aveva lasciato sul campo base dove i due si trovavano. Rambo non poté fare nulla per salvare il commilitone se non stringere a sé i resti dell’amico che seguitava ad affermare di voler tornare a casa prima di esalare l’ultimo respiro. Non riesce in alcun modo a dimenticarlo. La reminiscenza di quell’atroce scenario lo assilla giorno e notte. Rambo continua a dire di sentirsi solo e abbandonato, che la maggior parte delle persone che lo incontrano per strada lo evitano, mentre le restanti lo guardano con disprezzo, e così, di conseguenza, egli non parla con anima viva per intere settimane. In lacrime, Rambo domanda a Trautman cosa deve fare.

Il primo finale lasciava uno spazio praticamente nullo alla speranza poiché Rambo chiedeva al suo colonnello di ucciderlo. Stallone, intuendo il potenziale del personaggio, decise di risparmiarlo girando il finale che oggi tutti noi conosciamo. Resta comunque una conclusione tragica, degna chiusura di un’indiscussa pietra miliare del cinema. John si arrende al proprio destino e, accompagnato da Trautman, si lascia arrestare. E’ una scelta ancor più sofferente di quella iniziale, poiché Rambo sarà condannato a convivere per sempre col proprio dolore, a tollerare quotidianamente il supplizio angoscioso del proprio trascorso. “It’s a long road” riecheggia nuovamente mentre la camera si sofferma su Rambo che riprende a camminare con lo sguardo smarrito nel vuoto.

Autore:  Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Correva l’anno 1976 e al cinema esordiva - in uno dei film sportivi più acclamati della storia del cinema - una futura leggenda del grande schermo. Rocky, ad oggi, è un personaggio che non ha certamente bisogno di alcuna presentazione, per lo meno non per quanto riguarda le sue imprese sul ring; ma in che modo si palesava per la prima volta dinanzi ai suoi futuri fan?

Rientrando a casa, Rocky apriva la porta e prima ancora di togliersi di dosso il cappello nero e il giubbotto sgualcito di cuoio, egli si recava dinanzi alla vaschetta delle sue tartarughe e le salutava, battendo delicatamente le dita sul vetro. Ci veniva presentato così il pugile italoamericano, come un giovane indigente che viveva alla giornata, in una casa cupa e modesta. Rocky sopravviveva racimolando pochi spiccioli al giorno, lavorando, oltre che come pugile di bassa lega, anche come esattore per conto di un gangster nei quartieri residenziali dei sobborghi cittadini.

Lo spettatore a una prima occhiata non resta fuorviato neanche per un istante dal mestiere poco edificante del protagonista, perché comprende subito che Rocky è di indole buona, essendo egli stesso restio a “punire” i debitori, i quali, anche grazie alla sua clemenza, riescono a guadagnare qualche giorno in più per mettere assieme i soldi necessari a saldare il debito. Rocky sembra non avere alcun obiettivo a lungo termine, mostrandosi come un personaggio “schiacciato” da una società cinica e inclemente, che piega i meno abbienti. Di conseguenza, sconfortato dagli anni trascorsi sempre ad arrangiarsi, Rocky vive senza aspettarsi nulla dalla vita.

Nonostante la rassegnazione, Rocky è un uomo dal cuore d’oro, che rammenta quotidianamente quale sia realmente la via del rispetto e del buon vivere, dettami che, ad esempio, cercò di far capire a una giovane ragazza, caduta, per colpa di pessime conoscenze, nei vizi mondani dell’alcool e del tabacco. Al termine della loro conversazione Rocky verrà congedato da una serie di insulti da parte della ragazza: una metafora aspra e cruda, messa in scena come testimonianza vivibile del quartiere che intrappola Rocky da troppo tempo, dove nonostante si voglia restare ingenuamente buoni, si finisce inevitabilmente per rapportarsi con l’aspetto più marcio e sordido della città.

Rocky ha due sole amiche nel suo triste appartamento, appunto Tarta e Ruga, due tartarughine a cui dà sempre da mangiare non appena varca la soglia di casa, e con cui passa gran parte del tempo a conversare scherzosamente. Il migliore amico di Rocky è Paulie, fratello di Adriana, una donna estremamente timida, tanto da non uscire mai di casa se non per andare al lavoro. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio di animali con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Intuiamo così che Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky si innamora immediatamente di Adriana e l’aiuta a superare la sua imbarazzante timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento, soltanto perché a bordo ring, tra lui e il pubblico, c’è sempre lei ad attenderlo.

La prima, grande occasione nella vita di Rocky arriva per diretta scelta del campione del mondo Apollo Creed, una rivisitazione cinematografica del mito Muhammad Alì, che come il dio del fato rotea il proprio dito su una lista di nomi di papabili pugili, facendolo cadere proprio sul nome di Rocky, perché di origini Italiane, come lo scopritore dell’America, Cristoforo Colombo, e perché portatore di un soprannome evocativo: lo stallone italiano. La vita finalmente ha qualcosa di concreto da offrire a Rocky, che di colpo si ritrova davanti la possibilità di poter combattere per il titolo mondiale dei pesi massimi. Dopo essersi riappacificato con il manager Mickey, dai sobborghi cittadini alle strade del centro città, Rocky inizia un allenamento estenuante, che troverà il suo culmine con la celebre corsa sulla scalinata del Museum of Art di Philadelphia, dove alzerà le braccia al cielo sorridendo, accompagnato dalla celebre colonna sonora di Bill Conti.

La sera prima dell’incontro, Rocky si fa cogliere dal timore, un’altra opportunità che permette allo spettatore di avvicinarsi ancora di più al lato umano del protagonista. Perché Rocky non è il classico eroe senza macchia, incorruttibile, temerario e dall’animo ricolmo di coraggio. Rocky ha paura! Avrà sempre paura: dei suoi avversari, delle sfide che dovrà affrontare con i guantoni o con le sole mani nude, dalla boxe alla via quotidiana. Ecco che il ring diventa un’allegoria delle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria vita. Le suddette difficoltà possono tramutarsi ai nostri occhi in “nemici” sempre più forti dei predecessori, capaci di colpire con un destro e un mancino micidiali, colpi che probabilmente potranno mandarci al tappeto. Ma sta a noi riuscire a rialzarci, mantenere sempre il “fuoco” accesso della nostra anima e delle nostre passioni, la carica di ogni nostro battito. Una fiamma imperitura che possa permetterci di incassare il colpo, raccogliere l’energia residua e rialzarci poco prima del gong, in attesa del prossimo round. Nessuno può colpire duro come fa la vita, neppure Apollo, e Rocky questo lo sa. Nel match del secolo, il pugile vede la sua unica possibilità di poter riscattare un’esistenza grigia, ma è purtroppo cosciente di non potercela fare. Nessuno ha mai vinto con Creed. Ma nessuno ha neanche mai resistito con lui. Se Rocky ce la farà a resistere ad ogni colpo, come ha resistito alle insidie che la vita gli ha riservato e messo davanti, solo se riuscirà in questo potrà finalmente dimostrare a se stesso che può essere davvero un grande, una specie di eroe.

La differenza tra i due pugili è netta, e lo si nota sin dalle prime battute del match: Apollo è un artista del ring, un dominatore del quadrato da lui stesso girato e rigirato più volte con la sua famosa tecnica dei “saltelli”: mosse atte ad evidenziare la sua grande agilità e a rendere ancor più complesso ogni tentativo di attacco da parte di Rocky, che di fatto riesce a stendo a sfiorarlo. Rocky dal canto suo adopera una tecnica abbozzata, a malapena ispirata alle movenze del grande del passato, Rocky Marciano. Ma il più delle volte, Rocky non può che avanzare lentamente, esponendosi ai jab del campione a volto scoperto. Creed comincia a colpire Rocky, ma il primo ad andare al tappeto sarà proprio lui, sbilanciato in avanti da un tentativo fallito di uno-due al viso. Apollo si espone ingenuamente al contrattacco di Rocky che scarica un mancino potentissimo stendendo il campione. Per la prima volta nella sua carriera, Apollo cade al tappeto. E’ il preludio al dramma sportivo che si compirà di lì a breve: il match tra i due pugili si trasformerà in uno scontro devastante. Rialzatosi, attonito e furioso per il colpo subito, Apollo tempesta Rocky con una serie di colpi, ma il pugile italoamericano getta il cuore oltre l’ostacolo, restando in piedi nonostante una maschera di sangue gli copra il viso. Al penultimo round Apollo sferra un pugno potentissimo che manda Rocky al tappeto. Vedendo il suo pugile ormai abbattuto e dolorante, Mickey urla disperatamente a Rocky di restare a terra, contrapponendosi persino al suo vice che invece afferma l’esatto contrario, incitando Rocky a rialzarsi. Adriana dalla platea resta sconvolta dalla brutalità dei colpi che i due atleti si stanno sferrando e teme per la vita di Rocky. Rantolando nel buio, ottenebrato dagli occhi quasi del tutto chiusi per le ferite, Rocky riesce a raggiungere le corde e, aggrappandosi ad esse, si rialza ancora una volta. Apollo resta perplesso della tenacia di Rocky, che non vuole cedere a nessun costo. All’ultimo round, un Apollo stremato si fa sorprendere dall’ennesimo atto di forza del proprio avversario che, schiavati due Jab del campione, colpisce Creed con una nutrita serie di terrificanti colpi al volto e al torace. Sembrerebbe che Apollo stia per cedere, ormai sopraffatto da una tale violenza, ma il suono della campana pone fine alle ostilità. - “Non ci sarà rivincita!” - riporta un Apollo distrutto - “E chi la vuole!” - sancisce Rocky con voce sommessa.

L’eroica resistenza di Rocky è la dimostrazione dell’incredibile forza di volontà di un uomo, il coraggio che supera la paura, la voglia di poter dimostrare a tutti di meritare l’opportunità che il fato gli ha riservato, la stenua perseveranza nel non darsi per sconfitto, indipendentemente dall’esito del giudizio altrui. Rocky diviene l’emblema del più debole che si erge sul più forte, colui che riesce a dimostrare il proprio valore a chi non ha mai creduto nelle sue capacità. Il finale del primo film, assoluto capolavoro, lascia spazio all’amore, pur allontanandosi dal lieto fine sportivo: Apollo vince ai punti ma Rocky è riuscito nella sua impresa. Urla il nome della moglie, richiamandola a sé, e in un abbraccio profondo i due amanti si perdono nel giorno più importante della loro vita. Noi stessi, con i nostri sguardi, ci perdiamo in loro, nel sorriso di Adriana e nei lineamenti stanchi ma mai domi di Rocky, che ritrovano vigore proprio nell’affetto dell’unica donna che abbia mai amato.

“Rocky”, girato in poco meno di un solo mese e con un budget relativamente misero (“solo” un milione), incassò ai botteghini di tutto il mondo più di duecentoventi milioni, venendo candidato a dieci premi Oscar. Alla fine, “Rocky” strapperà tre statuette all’Academy, tra cui quella per il miglior film e la miglior regia. Sylvester Stallone ricevette, dal canto suo, due nomination all’ambito premio, sia come miglior attore che come miglior sceneggiatore, eguagliando così lo straordinario record di Charlie Chaplin e Orson Welles. Circa quarant’anni dopo, Stallone riceverà la terza nomination all’Oscar della sua carriera, questa volta come miglior attore non protagonista, ancora per il ruolo di Rocky nello spin-off “Creed”.

La saga di Rocky ha continuato ad emozionare nel corso dei successivi decenni, senza mai però raggiungere le vette artistiche del primo film. A mio giudizio, soltanto il secondo ha conservato gran parte del fascino della prima pellicola, dandoci la possibilità di vedere Rocky alzare al cielo la cintura del campione. Da lì in poi gli scenari cambieranno drasticamente: Rocky abbandona a tutti gli effetti la periferia e la sua vecchia vita fatta di sacrifici per intraprenderne una nuova, di certo agiata, in una lussuosa villa. La carrellata dei futuri nemici di Rocky sarà pittoresca, quasi come se si trattasse di una Galleria di Villan da fumetto: Labbra Tonanti (interpretato dal Wrestler Hulk Hogan), Clubber Lang, Ivan Drago (forse il match più famoso dopo quello con Apollo), Tommy Gun e Mason Dixon. Nonostante le atmosfere cambino e si vada sempre più a mostrare aspetti sicuramente votati all’azione e alla spettacolarizzazione degli incontri a discapito del dramma iniziale, i personaggi principali proseguono nella loro crescita, mostrando sempre uno sviluppo lineare nei loro rapporti. La scomparsa di Mickey, unica figura paterna nella vita del protagonista, segna Rocky, così come l’amicizia con Apollo gli donerà ulteriore forza. L’addio dell’ex campione del mondo sarà uno shock anche per noi spettatori, che mai abbiamo indicato Apollo come un nemico bensì come un avversario prima e un alleato dopo. E’ questa una grande differenza, i successivi antagonisti non avranno mai lo stile di Creed né la sua simpatia e sbruffoneria, recheranno con loro solo un’aggressività apparente; saranno esclusivamente dei nemici e non avversari sportivi. Gli alti e bassi nella saga proseguiranno fino al sesto ed ultimo capitolo in cui si tornerà alle atmosfere iniziali, riportando Rocky a dover affrontare il dramma della vita, non più soltanto quello della boxe. E’ morta l’amata Adriana e come ci verrà mostrato in “Creed – Nato per combattere” morirà anche Paulie. Rocky si ritrova di nuovo solo, a dover vivere nell’eterno ricordo della sua amata, riaffacciandosi su quel mondo che non vedeva da troppi anni, da prima di ricevere quella sua unica occasione. E’ un ritorno al passato. Neppure la comparsa di un male riuscirà a piegare lo spirito combattivo dell’ex pugile: un invito umano e generoso a non arrendersi mai, perché la vita dà e toglie, possiamo soltanto scegliere fin quando combattere le nostre battaglie, cercando di resistere nel nostro “angolo prediletto”, quanto più possiamo.

E’ questo che ha sempre testimoniato Rocky: la forza di non arrendersi mai. Prima ancora che con i guantoni io ricordo Rocky così: intento a parlare con le sue tartarughine, quando viveva abbandonato, quando ancora non aveva cominciato a combattere le sue sfide più grandi, quando ancora non s’era imbattuto in Adriana, innamorandosi immediatamente, quando doveva ancora cominciare a vivere. Un’immagine semplice, che si ricorda così bene perché è proprio da lì che si sarebbe delineata una nuova vita, di quelle intense, piene, indimenticabili.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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