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"Il Fantasma dell'Opera e Christine" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

I fantasmi non esistono: è ciò che ci viene insegnato fin da bambini. Gli spettri, quelle impronte sbiadite e trasparenti, echi lontani delle persone che furono un tempo, che possiedono la facoltà di oltrepassare le pareti, di “ingannare” gli oggetti, di scomparire ed apparire a loro piacimento, non sono altro che il residuo di una credenza popolare, di un mito recondito, il prodotto della fantasia, ma anche della paura e della suggestione.

I fantasmi non esistono! Siamo tutti d’accordo, dunque?

E con essi, non esistono neppure i mostri, quelli appartenenti ai generi più disparati: che siano vampiri, lupi mannari, zombie e chi più ne ha più ne metta.

I nostri genitori ce lo ripetevano continuamente quando eravamo piccini e noi, una volta diventati adulti, imitandoli, facciamo lo stesso con i nostri figli per rassicurarli allo scadere di ogni nuovo giorno quando, rimboccando loro le coperte, sussurriamo, con fare rasserenante, che non vi è alcuna bizzarra creatura nascosta sotto il letto. Dopotutto non bisogna avere paura del buio, poiché non vi è nulla nell’oscurità che non sia già presente quando le luci sono ancora accese.

Tuttavia, i bambini raramente credono ciecamente alle nostre parole: essi tendono a lasciarsi trasportare dall’immaginazione ed in tal modo cominciano a vedere sagome spaventose materializzarsi agli angoli della cameretta, a provare timore per un giocattolo qualunque che, nel buio, raggiunto dalle deboli luci della sera provenienti dalla strada, assume una forma bizzarra, distorta, decisamente minacciosa ai loro occhi innocenti. Capita, perciò, che a notte inoltrata i bambini si sveglino di soprassalto e ripetano a gran voce il nome di chi dovrà proteggerli: “Papà! Mamma! Ho paura! C’è qualcosa nella stanza, un brutto mostro”. Dal canto loro i genitori, frastornati dal brusco risveglio, si precipitano come schegge a tranquillizzarli, borbottando la solita frase di circostanza: i mostri non ci sono, le streghe si trovano solamente nei libri di fiabe e i demoni vivono soltanto nei nostri incubi.

Lo ribadiamo ancora e ancora, rammentandolo fino all’età adulta: i fantasmi non esistono, è una filastrocca consueta. Ma… Un momento, che cos’è esattamente un fantasma?

"Il Fantasma così come appare nell'interpretazione di Lon Chaney" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

E’ piuttosto difficile dare una precisa definizione ad un qualcosa che, concretamente, non è palpabile. Ci proverò comunque: in poche parole, un fantasma potrebbe essere paragonato ad un essere che non fa più parte del nostro mondo - quello dei viventi - e che, ciononostante, continua a vagare su questa terra, errando come un’anima invisibile, mai considerata, notata o ascoltata da chicchessia. Un fantasma è un uomo scomparso, una donna dimenticata che sopravvive come un’ombra tuffata nelle tenebre, avulsa dalla società circostante, sola e sconosciuta ai più.

Assecondando questa mia descrizione… Com’è possibile affermare con assoluta fermezza che i fantasmi non esistono?

Invero, i fantasmi esistono eccome. Sono i reietti, gli emarginati, coloro che scelgono di condurre una vita in esilio per pavidità o perché costretti a farlo. Vedete, i fantasmi non sono gli ectoplasmi cui i racconti dell’orrore hanno dato ampia risonanza, non vantano qualità soprannaturali come l’immortalità o la cristallinità del loro manto evanescente. I veri fantasmi non fluttuano nell’aria ma camminano come tutti noi, lambiscono gli oggetti per davvero invece di oltrepassarli. I fantasmi autentici sono ancora vivi, hanno un cuore che batte, sangue che scorre nelle loro vene, una mente sofferente, tumultuosa, ed un’epidermide deturpata da cicatrici visibili e non.

La storia di Erik - il protagonista de “Il Fantasma dell’Opera” - riguarda il vissuto di un uomo “reale”, tangibile, non certo di uno spettro scarnificato sebbene il titolo del romanzo possa indurre a pensare il contrario; un uomo che poteva essere visto, sfiorato, udito nel suo angoscioso lamento. Erik era un essere umano, eppure su di lui aleggiava una maledizione: quella che il fato gli inflisse sin da quando era in fasce. Nato orribile e malfatto, simile ad un pressappoco più che ad un ragazzo, Erik nascose le proprie sembianze per gran parte della sua esistenza, divenendo a tutti gli effetti un “fantasma” su cui nessuna donna ebbe mai l’ardire di puntare il proprio sguardo.

Una delle più emblematiche trasposizioni cinematografiche del romanzo di Gaston Leroux – autore per l’appunto de “Il Fantasma dell’Opera” – risale all’epoca del muto, precisamente al 1925. Nei panni di Erik, il musicista tormentato dalle proprie grottesche parvenze, venne scelto l’attore Lon Chaney, il quale, grazie a questo ruolo, tragico e inquietante al contempo, assurse allo status di icona del cinema dell’orrore.  

Tutto ha inizio a Parigi, nel Grande Teatro dell’Opéra. La stagione è agli albori ed in scena vi è il “Faust” del compositore Charles Gounod. Primadonna del dramma lirico è Carlotta, un soprano dall’indubbio talento.

Fra le platee del teatro una sagoma oscura si aggira, desolata, ascoltando scrupolosamente le voci che echeggiano da ogni singola porzione di spazio del palcoscenico. L’ignota figura, sera dopo sera, osserva la rappresentazione, studiandone i dettagli più minuziosi del suo insieme fino a scorgere la bellezza nonché la melodiosa voce di una corista in particolare: Christine Daaé.

Un mattino i direttori del teatro ricevono una lettera minacciosa, con la quale viene intimato a chi di dovere di promuovere la giovane Christine come cantante solista, sostituendo di conseguenza la già affermata Carlotta. La lettera porta in basso una firma sinistra: il Fantasma.

Il famigerato Fantasma è una leggenda ben nota a tutte le maestranze, i cantanti e gli attori che lavorano quotidianamente presso l’Opéra. Egli infesta la sala al sopraggiungere di ogni crepuscolo e al principio di ogni spettacolo. Nessuno lo ha mai visto in faccia, ma alcuni hanno intravisto la sua allarmante silhouette, immersa e inerte come un impassibile simulacro incastonato nel fosco. 

Temendo gli avvertimenti del Fantasma, nonché costretti dall’assenza di Carlotta (intossicata da una fiala ingerita, creata dallo stesso Fantasma per renderla indisponibile) i proprietari del teatro acconsentono a promuovere Christine a primadonna.

La giovane ragazza, innamorata del buon Raoul de Chagny e da questi ricambiata, ha così modo di abbracciare il calore del pubblico, estasiato dal suo soave canto. Una sera Christine riceve la visita del Fantasma, il quale già da qualche giorno era solito parlare alla fanciulla, standosene ben nascosto dietro uno specchio. Sfruttando la sua voce ammaliante il Fantasma incanta Christine, la quale acconsente a seguirlo alla volta del suo mondo misterioso ma accogliente. Convinta che l’uomo sia una sorta di “maestro” e magari uno spirito benevolo, Christine offre la sua mano al Fantasma. Preda di un sogno, come se fosse catturata da una visione onirica, l’artista sembra quasi perdere i sensi e viene sorretta da Erik, che la accoglie fra le sue braccia.

Questi la conduce giù, nei sotterranei del Grande Teatro, facendola poi montare su di una gondola. Muovendosi dolcemente, solcando il fiume che bagna le sponde sotterranee della capitale parigina, il Fantasma, tutto avvolto in un mantello tetro come la notte e mantenendo il volto occultato da un velo candido come la neve, trasporta Christine fino alla sua dimora.

Mentre voga con la sua piccola barca Erik rassomiglia a Caronte, il nocchiero dell’aldilà, che accompagna Christine verso un regno permeato da un’atmosfera plumbea, simile all’Ade.  

Una volta preso coscienza della situazione la ragazza, attonita dalla presenza della spettrale creatura, arretra, quasi terrorizzata. Il Fantasma le si avvicina e, nell’atto di inchinarsi, accosta un lembo del vestito della giovane alle sue labbra. Di lì a poco le confiderà di chiamarsi Erik e di amarla perdutamente. A quel punto la fanciulla, sgomenta, cercherà di scappare, ma verrà trattenuta dalle parole dell’uomo che le illustrerà come la presenza della ragazza costituisca per lui l’unica possibilità di salvezza e di redenzione. L’odio degli uomini – egli ammette – lo ha reso il “Fantasma” ma l’amore di Christine può ancora redimerlo.

Incapace di replicare con razionalità, travolta da un turbinio di emozioni, Christine sviene. Erik la raccoglie e la stringe a sé, carezzandola con le sue mani e adagiandola delicatamente sul talamo. L’indomani la donna scruterà nuovamente il Fantasma.

Questi le lascia un biglietto che reca in sé un monito ben preciso: Christine potrà andare e venire nei sotterranei del teatro ogniqualvolta vorrà, ma non dovrà mai e poi mai cercare di strappare la maschera che adombra il volto del Fantasma.

In quei frangenti, Erik se ne sta seduto dinanzi ad un imponente pianoforte. Egli ha così l’opportunità di rivelare agli occhi e alle orecchie della sua amata d’essere un musico d’impareggiabile bravura. L’eco della sua arte risuona soavemente in tutte le stanze dei sotterranei, sferzando perfino l’acqua su cui vi è ormeggiata l’imbarcazione con cui Erik è solito spostarsi.

La celebre scena in cui Christine rimuove la maschera ad Erik, rivelando l'impressionante trucco di Chaney

Il Fantasma è assorto nell’esecuzione di un brano da lui stesso partorito: il “Don Giovanni Trionfante”, un’aria che rimbomba nel suo cuore sin dal primo momento in cui ha osservato e carpito i dettagli del volto di Christine: i suoi occhi, le sue gote, la sua bocca. L’amore che il Fantasma nutre per la donna è, come egli stesso afferma, un sentimento “trionfante”, inarrestabile come una valorosa cavalcata compiuta dalle Valchirie, come i marosi repentini che spezzano, all’orizzonte, la serenità di un mare calmo, per nulla turbato dall’alito fresco del vento.

Le mani di Christine - troppo curiosa di conoscere l’aspetto del Fantasma - si insinuano sotto il collo di quest’ultimo sino a rimuovere, in un brusco gesto, il suo cereo “velario”.

D’un tratto, Erik appare per come la natura lo ha condannato ad essere: un mostro raccapricciante, un teschio scheletrico con ancora la pelle appiccicata. La fisionomia del Fantasma, terrificante solo a guardarla, somiglia ad una maschera di morte, ad una pergamena macchiata da gocce sparse d’inchiostro grumoso, ad un drappo vizzo, floscio, scafato e sdrucito, ad un ovale flagellato da una strana e beffarda forma di lebbra.

Gli occhi incassati fra due orbite nere, il naso quasi del tutto assente, la bocca perennemente scoperchiata che rivela una dentatura aguzza e possente, sono gli elementi che formano gli orripilanti caratteri somatici di Erik, ciò che lo ha condotto alla follia, all’isolamento, alla collera.

Sentendosi tradito dalla sua amata il Fantasma urla, furente di rabbia. Il patto che Erik aveva stabilito tacitamente con Christine, quello che imponeva alla ragazza di non avvicinarsi alla sua maschera e di non guardarlo mai per com’è realmente, ricorda un patto d’amore cui la Mitologia Greca fa menzione: quello tra Eros, il figlio di Afrodite, e Psiche. Amore, nelle lunghe notti trascorse nell’oscurità più fitta con Psiche, raccomandò sempre alla donna di non puntare mai una candela su di lui poiché se lo avesse visto sarebbe dovuto andare via. Psiche, inizialmente, acconsentì, devota totalmente all’ordine del suo compagno. Ma una sera, la curiosità fu più che mai incalzante. Quindi la donna “tradì” il suo amante, lo irradiò con la luce fioca di un candeliere e lo guardò. Amore dovette volare via, sparire dalla sua vista per un lungo periodo.

Ciò che accade ne “Il Fantasma dell’Opera” rimanda, in parte, a questo avvenimento: è il tradimento di una promessa; una promessa che riguarda il “non osservare” l’autentica fattezza di un innamorato. Ciò che differenzia maggiormente i due avvenimenti è che nel caso di Erik e Christine il sentimento dell’amore viene provato realmente soltanto dal protagonista e non dalla donna, che non può contraccambiare l’infatuazione di un uomo enigmatico e presumibilmente crudele.

Furibondo per essere stato smascherato e per essere stato costretto a svelare la propria immonda immagine, Erik allunga la mano verso Christine che, nel frattempo, si è gettata a terra, in lacrime, disgustata dai lineamenti del Fantasma. La donna prega Erik di perdonarla, supplicandolo di lasciarla andare. Il Fantasma, impietosito, elargisce una sorta di “libertà”, alla sua sposa fittizia: ella potrà fuggire dalla sua dimora, ma dovrà restargli fedele, poiché il Fantasma l’ha scelta come sua compagna ed ella non dovrà mai più rivedere Raoul. Christine, a malincuore, acconsente e torna in superficie, riguadagnando il suolo del Grande Teatro.

Si concretizza, in tali frangenti, l’idea distorta del sentimento dell’amore nutrito dal Fantasma. Egli pone l’amore sul medesimo livello del “possesso”: il desiderio di avere Christine accanto a sé acceca la già compromessa ragione di Erik, che non esita ad intimare alla donna d’essere una “sua proprietà” e che ella non potrà più vedere chi ama realmente. La mostruosità di Erik, sfigurato nell’aspetto ma, ancor di più, “distrutto” ed “imbrattato” in fondo al petto da anni di dolore, di rabbia, di odio, elementi che hanno agito dentro di lui come un veleno, appare ancor più marcata dalle sue azioni. Quello provato e, al contempo, covato da Erik è un amore insano, innaturale, malato; è l’amore di un mostro, di un essere incapace di affezionarsi concretamente ad una donna poiché per nulla propenso a comprendere e assecondare i sogni, le aspettative, le esigenze di quest’ultima.

Erik è un uomo vero che ha trascorso una vita di rinunce, di stenti, perdurando nell’oscurità come un’anima ignorata, maledetta, anonima. Egli non ha mai avuto modo di imparare cosa voglia dire rapportarsi con gli altri, anteporre il bene del prossimo al proprio. Erik è vivo, eppure vive l’esistenza di un non-morto, addormentandosi in un letto a forma di catafalco, il quale non fa che rammentargli il sonno eterno, quel tipo di sonno senza sogni che ristora da tutti i dolori.

Nel lungometraggio del 1925 Erik è privo di voce come tutti gli altri personaggi del film, essendo questa una pellicola appartenente al genere muto. Eppure, a Christine viene data la possibilità di far effluire il suo timbro vocale, durante l’esecuzione del dramma lirico. Ad Erik è negata anche questa opportunità nel film, sebbene nell’adattamento teatrale il Fantasma possa vantare una voce acuta e un canto armonioso e grave al contempo.

E’ come se il Fantasma interpretato da Lon Chaney, oltre che prigioniero della propria deformità, sia anche intrappolato in una sorta di “mutismo” eterno e inalterabile. Egli non ha la possibilità di intonare neppure un singolo verso d’amore nei riguardi di Christine. Può, a stento, suonare l’organo, il pianoforte, qualunque strumento gli capiti a tiro. Ma dalla sua agghiacciante bocca non emerge neppure un singolo suono che lo spettatore possa cogliere. Erik è, pertanto, privo di una caratteristica che rende il suo personaggio maggiormente affascinante, finendo per risultare ancor più isolato, distaccato, infelice nel proprio dolore, difficile da comprendere in quanto mai completamente espresso, frenato da un laconico silenzio che può essere compensato solamente dalle scritte che la pellicola dissemina durante il proprio snocciolarsi.

Quando Christine fa ritorno alla “realtà”, riesce a mettersi in contatto con Raoul. I due salgono sempre più in alto, percorrendo le scale dell’Opéra. Sulla sommità della costruzione, sicuri di non essere ascoltati da nessuno, Christine confessa tutta la verità al suo amato. Ella lo rassicura di essere ancora innamorata di lui e che il Fantasma vuole farla sua schiava. 

In quegli attimi Erik ha scalato faticosamente gli esterni dell’edificio e ha raggiunto la cima di una piccola torre che si staglia verso il cielo stellato. La statua marmorea di un angelo svetta ai piedi del Fantasma, il quale se ne sta lì, aggrappato, senza più alcuna maschera a coprire i propri connotati. Il costume indossato da Erik quella sera, raggiunto dal gelido soffio del vento, svolazza libero, dando l’impressione che il Fantasma possieda un paio di ali nere; in questa sequenza, Erik rassomiglia ad un angelo caduto, dannato, che si eleva su di una raffigurazione scultorea anch’essa a carattere celestiale.

Quando Christine bacia Raoul, il Fantasma sembra gettare un grido di dolore, che resta però soffocato dal silenzio imposto dalla pellicola. “Mi ha tradito!” – urla Erik, fremente di gelosia. Il suo corpo cede, sconfitto e rassegnato, all’indietro e la schiena dell’uomo scalfisce l’austero materiale dell’altorilievo. Il Fantasma sembra persino faticare a trarre respiro: quella che era la sua unica possibilità di redenzione, l’amore di Christine, è svanita.

Gli istanti in cui il Fantasma realizza di non poter mai ottenere l’amore di Christine, appollaiato su di una statua di pietra bianca, ricordano le scene che, diversi anni dopo, si vedranno in un altro lungometraggio: “Il gobbo di Notre-Dame”. Il finale del film del 1939, con protagonisti Charles Laughton e Maureen O'Hara, mostra, infatti, Quasimodo inginocchiato, vicino ad uno dei suoi amati Gargoyle.

Egli osserva Esmeralda andare via, sempre più lontana da lui. La donna si volta verso la cattedrale, indugiando solamente per un istante sulle pene che il campanaro starà patendo per lei. Quasimodo, afflitto, rivolgerà il suo unico occhio buono al Gargoyle che se ne sta lì, impalato, ad osservare Parigi. L’inconsolabile protagonista della storia concepita dalla penna di Victor Hugo si domanda perché non sia nato di roccia come quella statua che riposa lì accanto.

In entrambi i lungometraggi, sia Quasimodo che Erik, a pochi passi da una scultura bellissima ma incapace di provare sentimenti, mostrano la loro umanità che si contrappone, per l’appunto, con la fredda povertà di un’opera scolpita dalla sapiente mano dell’uomo. Quest’ultima, per quanto stupefacente e meravigliosa, non potrà mai avvertire ciò che un essere umano può provare nella sua intimità, sia esso un mostro gentile come il gobbo di Notre-Dame sia esso un mostro vendicativo come il Fantasma.

Impossibilitato a rassegnarsi, il Fantasma rapisce Christine e la riporta nella sua casa. Qui le impone di amarlo, altrimenti ucciderà Raoul. Christine, pur di non assistere alla morte del suo adorato, acconsente a restare con il Fantasma. Tuttavia, quando Raoul raggiungerà la dimora dello “spirito”, questi cercherà di annientarlo una volta per tutte. Christine, a quel punto, implorerà il Fantasma di graziarlo. Erik, mosso a compassione, sceglierà di salvare Raoul. Poco dopo, vedrà Christine abbracciare il suo amato, accarezzargli i capelli, baciargli la fronte.

Solamente in quel momento, egli realizzerà ciò che non potrà mai avere: quel bacio, quel tocco, quella carezza a lui saranno sempre negati. Egli non potrà mai conquistare l’amore di Christine, non solo per il suo aspetto ma, soprattutto, per la sua crudeltà. Ciò che il Fantasma non è riuscito a capire fino in fondo, nonostante la sua enorme intelligenza, nonostante la sua profonda sensibilità, è che l’amore non può essere mai imposto e che esso non corrisponde affatto al possesso.

Amare significa anche lasciare andare, dire addio, voltare le spalle, seppur in lacrime, e far sì che la propria amata viva serena, lontano da chi non sa se potrà renderla felice come meriterebbe.

Erik seguita a non afferrare questo concetto e, in un ultimo slancio di squilibrio, prende nuovamente Christine con sé, transitando insieme a lei per le vie di Parigi in carrozza. Durante la corsa, il Fantasma perderà le redini dei vari destrieri. Inseguito da una folla inferocita il Fantasma scapperà via, non prima di aver concesso un ultimo sguardo a Christine, rimasta in strada e salvata definitivamente da Raoul. In preda allo sconforto, Erik troverà la morte sulle rive della Senna.

Verso l’ultimo atto del romanzo, invece, il Fantasma consuma un momento sincero, puro seppur fugace con Christine, durante il quale le dà un bacio sulla fronte. La donna, intenerita dal vissuto di Erik, fa lo stesso, poggiando anch’ella le sue labbra sulla pelle rattrappita di Erik e questi scoppia in un pianto copioso, toccato da tanta gentilezza. Poco dopo, il Fantasma libera Christine e si trascina faticosamente fino al pianoforte. Laggiù il suo cuore smetterà di battere, stroncato dal troppo amore.

Nel musical del 2004 - “Il Fantasma dell’Opera” – trasposizione più fedele all'adattamento teatrale di Andrew Lloyd Webber, il Fantasma non camuffa totalmente la sua faccia dietro un drappo niveo. Al contrario, egli porta una maschera immacolata aderente ad una delle sue guance mentre l’altra parte del suo viso rimane completamente scoperta. E’ come se l’espressione del Fantasma testimoniasse due lati della sua personalità: la parte buona, quella evocata dalla sua pelle nuda, e la parte malvagia, quella del suo volto ustionato, coperto da “posticcio candido” che lascia trapelare solamente il suo occhio scintillante di ira e genialità.

In questa versione del racconto Erik non troverà la morte bensì svanirà nel nulla, lasciando Christine libera di vivere la sua vita con Raoul. In un futuro imprecisato, l’anziano Raoul farà visita alla tomba di Christine, morta dopo essere stata sua moglie e madre dei suoi figli. Vicino alla lapide della donna, l’uomo troverà un dono: una rosa rossa appena sbocciata, nel cui gambo vi è avvolto un nastro nero. Raoul comprende che quello è il marchio del Fantasma, che egli è ancora fra loro e che non ha mai smesso di amare Christine.

"Erik nell'interpretazione di Gerard Butler" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La donna adorata e venerata dal Fantasma è stata la sola cosa al mondo a farlo sentire vivo, a strapparlo dal mondo degli spiriti.

Humphrey Bogart, in un classico del cinema noir intitolato “In a Lonely Place”, ebbe il piacere di recitare i seguenti versi: “Sono nato quando tu mi hai baciato, sono morto quando mi hai lasciato. Ho vissuto quelle poche settimane che mi hai amato”.

Tenendo bene in mente queste poche righe, si potrebbe affermare che il Fantasma nacque quando Christine lo baciò, raggiungendolo con le sue labbra in teatro grazie al suo canto, e morì quando ella lo abbandonò, preferendogli Raoul. Erik visse come uomo e non più come fantasma solamente quando ebbe la dolce illusione d’essere amato da Christine. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Casper e Kat" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

C’era una volta un buffo esserino che viveva in un maestoso castello. L’antico maniero era stato edificato su di una rocciosa prominenza, e volgeva verso una sterminata distesa azzurra. Poco distante, su di un isolotto prospicente, svettava un grande faro che, quando il sole moriva ad ovest e la luna splendeva alta nel cielo, regalava ai naviganti la sua intensa luce. In quelle notti, se qualcuno avesse rivolto il proprio sguardo alla sommità del faro, con ogni probabilità, avrebbe potuto mirare una creaturina dall’epidermide nivea, seduta su di esso, tutta assorta a rimirare l’orizzonte. Nessuno, però, osò mai tanto e tale entità non venne mai scorta.

Nei pressi dell’imponete castello di Whipstaff, vigeva un costante silenzio. Erano pochi coloro che avevano l’audacia di avvicinarsi. Da oltre un secolo, le voci nella cittadina si erano sparse ed erano state tramandate. Whipstaff veniva considerato un posto maledetto, alla stregua di un edificio infestato.  Ed era vero!

Laggiù, in quella reggia abbandonata, dimorava una creatura dell’aldilà, chiamata Casper. Costui non ricordava affatto chi fosse. I ricordi erano svaniti già da molto tempo e, forse, non sarebbero mai più tornati.

Casper aveva un aspetto decisamente particolare. La sua testa era canuta e liscia, così tonda da somigliare ad una lucciola dal fulgido raggio. Le gote erano paffute, ed i suoi occhi, vivaci e buoni, apparivano sormontati da sopracciglia nere, irte come setole, però tanto sottili che parevano essere state tratteggiate con dei tocchi di matita. La pelle era bianca, evanescente come neve prossima a sciogliersi, ed il suo corpicino era pienotto, allungato e alquanto trasparente, tant’è che chiunque, osservandolo, avrebbe potuto vedere oltre lui. Sì, proprio così, attraversarlo con lo sguardo.

Di giorno in giorno, Casper svolazzava solo soletto da un angolo all’altro della sua casa. Non aveva molti amici, beh, ad essere del tutto sinceri, non ne aveva neppure uno. Nel mondo, sono poche le persone che desiderano essere amiche di un fantasma, e Casper lo sapeva. Ogniqualvolta si presentava al cospetto di un essere umano, questi urlava terrorizzato, per poi fuggire via a gambe levate. Casper non voleva spaventare nessuno, ma non aveva neppure il tempo di spiegarsi. Così, anno dopo anno, se ne restava in solitudine.

Molti anni prima, nella dimora dell’introverso fantasmino, si erano insediati i suoi zii, tre pestiferi ectoplasmi dai nomi alquanto stravaganti: Molla, Puzza e Ciccia. Il primo era uno spilungone stiracchiato, la cui corporatura era paragonabile a quella di uno stecco. Il secondo era tarchiato e goffo, e veniva chiamato in quel modo per via del suo alito fetido, ammorbante come quello di un mostro antichissimo dalle molteplici teste, pronte a ricrescere non appena mozzate. Il terzo, come l’appellativo soleva anticipare, era ampio, voluminoso, insomma, un debordante ciccione.

Molla, Puzza e Ciccia costituivano un lugubre trio d’inseparabili amici. Erano dei veri mattacchioni, inarrestabili, buzzurri e irriverenti. Casper li aveva accolti nella sua dimora per avere compagnia, sperando, in cuor suo, di ricevere qualche affettuosa premura. Purtroppo, però, gli zii erano soliti trattare male il povero padrone di casa, finendo per isolarlo ancor più dal mondo esterno nei successivi, interminabili, decenni.

Molti anni dopo, la perfida Carrigan Crittenden eredita, dal defunto padre, il castello di Whipstaff. Il padre di Carrigan, consapevole del carattere insensibile e avaro della figlia, scelse di devolvere gran parte delle proprie ricchezze a numerose associazioni per la salvaguardia delle specie di animali a rischio estinzione. Proprio alla figlia, come gesto punitivo, volle lasciare il castello stregato. Nel testamento, dopo aver sancito le laute somme di denaro destinate alla protezione della vespa della Patagonia, del puma, dei babbuini, delle lucertole e dei serpenti, ironicamente, venne scritto il nome di Carrigan, quale ultima ereditiera di Whipstaff. Carrigan fu nominata subito dopo i rettili striscianti e non a caso. Ella, del resto, era velenosa come una serpe subdola e ripugnante.

Carrigan si convince che Whipstaff nasconde un tesoro inestimabile e, una notte, decide d’avventurarsi nell’inespugnabile fortezza, accompagnata dal fido Dibs, scoprendo che essa è effettivamente “occupata”. La presenza di Casper e del Trio Spettrale non fa desistere Carrigan dai suoi propositi. L’arcigna signora contatta un esorcista, in seguito un vero e proprio acchiappafantasmi e, infine, una banda di demolitori nel disperato tentativo di sfrattare gli occupanti. I vari tentativi falliranno malamente, e tutti scapperanno di gran carriera!

Casper, tutte le volte, non fa che rimanere solo, disperandosi.

Io vorrei solo avere un amico” – mormora il fantasmino, malinconicamente.

Quella stessa sera, l’ectoplasma dovrà, però, ricredersi. Facendo zapping in tv, Casper vede un servizio dedicato al dottor James Harvey, sedicente medium in grado di parlare con i fantasmi e di comprendere ciò che li tormenta. Tutti gli spiriti, secondo Harvey, sono creature sofferenti, intrappolate sulla Terra per delle faccende rimaste insolute. Harvey si dice convinto di poter dialogare con un’anima non ancora trapassata, aiutandola a superare le questioni irrisolte e a passare oltre. Incuriosito dal servizio televisivo, Casper volge la propria attenzione al piccolo schermo, notando, a quel punto, la bellissima Kathleen, figlia del dottor Harvey. Casper, vedendola, cede ad un’espressione intenerita, come invaghito istantaneamente della fanciulla dai lunghi capelli corvini. Casper, allora, capirà: non è più l’amicizia che vuole, bensì l’amore.

Così, il fantasmino, sfruttando le proprie abilità, fa in modo che Carrigan intercetti lo stesso programma televisivo e contatti il dottor Harvey per offrirgli l’incarico di raggiungere il castello di Whipstaff e disinfestarlo. Il piano ben congeniato dal mite fantasma per incontrare Kat, la ragazza di cui si è innamorato, si compie.

Kat, come lo stesso Casper, si sente sola. Il bizzarro lavoro del genitore la obbliga a gironzolare da una città all’altra. La ragazza, pertanto, fatica a stringere amicizia con i suoi coetanei. Anch’ella, durante il tragitto verso l’abitazione, afferma di voler trovare un amico, mostrando, in tal modo, di nutrire il medesimo desiderio del fantasma.  Due esseri infelici e soli, separati da piani dell’esistenza profondamente diversi, sono prossimi ad incontrarsi.

Kat ha perduto la propria mamma. Da allora, il padre ha impiegato ogni sforzo nel vano tentativo di ritrovare l’anima della sua sposa. Harvey è, infatti, persuaso che lo spirito della moglie stia ancora vagando sulla Terra. Nella stessa notte in cui Kat giunge al castello, Casper si manifesta dinanzi alla giovane, scatenando la sua prevedibile reazione. L’indomani, però, la fanciulla e lo spirito hanno modo di scambiare qualche parola e, col passare del tempo, di diventare amici.

Sin da subito, Casper cerca d’instaurare un rapporto sincero e confidenziale con la dolce Kat, affrontando tutti i limiti dovuti alla sua particolare situazione. Il fantasma allunga la propria mano nell’ingenuo tentativo di toccare quella della fanciulla, ma l’essenza di Casper è sfumata; egli è incorporeo, pertanto non può accarezzare la ragazza, può a stento sfiorarla, passarci attraverso, provare la fugace illusione di sentirla poco a poco.

Casper non possiede epidermide alcuna, egli è una sostanza astratta, fluttuante, limpida come acqua che svela, cristallinamente, ciò che in lei si cela, non è altro che una sensazione, un formicolio perenne che avvolge un corpo perpetuamente addormentato. Casper non è e non potrà mai essere un amico come un altro, tanto meno un possibile “fidanzato” per Kat. Eppure, egli prova per lei un amore impossibile da attenuare: l’amore vero, illusorio, vano, che viene percepito, nutrito, coltivato sempre di più, sebbene vi sia la consapevolezza che non potrà mai essere pienamente vissuto. Casper prova nei riguardi di Kat un amore platonico, un sentimento che non può essere dimostrato neppure tramite un’impercettibile carezza. Casper non può trasmettere il calore del suo cuore, poiché egli è freddo, gelido come un inverno inoltrato.

Pur apparendo allegro, simpatico, sorridente, Casper cova i dolori di un adolescente che non diventerà mai adulto. I sogni, le aspettative, le ambizioni ed i timori che il piccolo Casper sente per tutti i secondi in cui il suo sguardo viene ricambiato dagli occhioni della bella Kat, coincidono con gli stessi desideri, le medesime paure e insicurezze di qualunque altro ragazzo. Sebbene il fantasma vaghi sul piano dei mortali da cento anni, egli è rimasto eternamente ancorato all’età che aveva quando morì. Casper ragiona e pensa come un dodicenne. Egli soffre l’isolamento, l’emarginazione, patisce l’apprensione di non piacere al prossimo; timori, questi ultimi, avvertiti e, a stento, tollerati da altrettanti fanciulli della medesima fascia di età. I ragazzi e le ragazze che lentamente si affacciano al mondo, crescendo, attraversano la fase in cui temono di non essere accettati, di venire allontanati, di non essere ricambiati da coloro di cui s’innamorano, arrivano ad avere il terrore d’essere persino derisi per qualche “imperfezione” fisica o per qualche “difetto” palesatosi sul volto.

Casper è destinato a non superare mai queste problematiche, poiché non potrà crescere come un qualunque mortale. Il suo aspetto non cambierà mai con la maturazione, le sue insicurezze non svaniranno con l’età adulta. Egli è prigioniero di una stasi perpetua, una triste condizione che soltanto la presenza di Kat può alleviare. Casper non vuole più trovare un amico, da quando ha visto Kat ha scoperto l’amore, un sentimento che, dopo oltre un secolo, avverte per la prima volta. Contemplando e deducendo il desiderio di amare di questo fantasma, è possibile recepire la morale più profonda della storia di “Casper”: la voglia di vivere di un’anima defunta.

Il magico e bellissimo lungometraggio di Brad Silberling, inscenando l’incontro tra Casper e Kat e mostrando la progressione della loro storia, sino alla scoperta delle origini del fantasma, evoca tematiche sentimentali, sensibili e commuoventi, senza mai far sì che esse coprano il divertimento, o che affievoliscano la vena fantastica e beneaugurante di una storia rivolta a tutta la famiglia. La pellicola “Casper” è un’opera frizzante, piacevole, allegra ma molto più profonda di quanto si possa intuire da bambini. La bellezza di Kat e la dolcezza che ella trasmette ad ogni suo sguardo rubano il cuore di Casper, facendogli provare qualcosa che aveva smesso di sentire: la propria umanità.

Kat, interpretata splendidamente da Christina Ricci, meravigliosa e straordinaria attrice sin dalla più tenera età, iconica in qualunque ruolo abbia interpretato in carriera, è il personaggio che avvicina Casper a riscoprire la sua umanità obliata, il suo avvenuto andato smarrito. E’ grazie a lei e all’amore che è riuscita a svegliare nel cuore del fantasma che Casper riscopre chi fu molti anni or sono.  La capacità di amare, di affezionarsi, la brama di voler tenere con sé la donna amata sono tutte caratteristiche che rendono il fantasma del tutto simile ad un essere umano dal cuore che batte.

La storia di questo minuto fantasmino è una storia d’amore, di un amore reale, tangibile, ma impossibile da compiersi. Eppure, Casper non vuole arrendersi. Egli non accetta facilmente di non poter accompagnare Kat alla festa di Halloween che la stessa ragazza ha organizzato al castello. Casper sa di non essere come gli altri ragazzi, di non potersi riflettere allo specchio, di non poter apparire in pubblico senza scatenare un’isteria di massa e di non poter toccare la giovane e danzare con lei. Tutto questo, però, non lo fa demordere. Casper tenta, allora, di stupire Kat, invitandola a volare con lui. Volteggiando su nel cielo, a sera inoltrata, lo spiritello conduce Kat sulla sommità del grande faro, meta in cui Casper si reca tutte le notti.

Lassù, Kat domanda all’amico qual era il suo aspetto nella vita trascorsa. Casper ammette di non ricordarlo più. Le sue reminiscenze sono state obliate dalla morte, dileguate dall’inesorabile scorrere del tempo. La sua mente, svuotata da ogni memoria, somiglia allo stesso mare buio che Casper ammira ogni notte da quell’altura. Non vi è nessuna luce a dissipare l’oscurità di Casper, nessun riverbero ad illuminare il suo passato che permane nel buio.

Intristita ed intenerita, Kat decide d’essere lei stessa “il faro” di Casper, di portare un albore nella sua vita per schiarire il suo passato. Quando rientrano a casa, Kat, distesa sul letto, chiede allo spirito se, a suo dire, vi sia la possibilità che Amelia, la mamma della ragazza, abbia potuto dimenticarla. Casper, rincuorandola, risponde di no, poiché è impossibile dimenticare una figlia che è stata tanto amata. Casper, librando sul corpo addormentato di Kat, sente finalmente di avere vicino a sé una persona che gli possa voler bene. Il fantasma avvicina il proprio volto innocente alle orecchie della fanciulla, sussurrandole: “Posso tenerti con me?”. Una richiesta accennata appena, mormorata sommessamente, che attesta il bisogno di Casper di tenere con sé la giovane per sentirsi vivo. Casper, essendo un fantasma, non può afferrare le cose e stringerle a sé per un tempo duraturo. Inconsciamente, egli teme che Kat, a cui si è legato in maniera incondizionata, possa sfuggirgli via, allontanarsi per non tornare più. Casper non può lambirla, non può neppure abbracciarla e, per questo, domanda, quasi implorandola, se possa tenerla con sé, sebbene sappia di non poterla mai avere davvero. Casper non può reggere nulla con le sue quattro dita, sono soltanto le sue parole, le sue domande a poter convincere Kat a restare lì, nel suo letto, vicino a lui. “Posso tenerti con me?” significa non altro che “Posso amarti?”.  Posso amarti sebbene non possa stare con te?

Casper, poco dopo, prova a dare all’amica un bacio, accostando le sue labbra sulla guancia di Kat, ma ella avverte immediatamente il freddo della sua presenza, scambiandolo per fresca brezza proveniente dalla finestra. Casper sa di non poterla neppure baciare, così scende giù, smette di volare, chiude gli occhi e si addormenta.

Ma perché Casper non ricorda nulla della sua precedente esistenza? Probabilmente, perché quando si muore le esperienze, gli amori vengono eclissati dall’ineluttabilità della morte?

Questo era ciò che pensava il poeta Rainer Maria Rilke, la sua drammatica riflessione sulla fine. Le anime, quando si staccano dal corpo, si disperdono e, così facendo, non rammentano più chi erano né chi hanno amato. Se fosse vero, Euridice avrebbe istantaneamente dimenticato il suo Orfeo quando questi, fallendo il tentativo di riportarla alla vita, sarebbe svanito sotto i suoi occhi. E, in egual modo, Alcesti avrebbe vagato nell’Ade dimenticando il suo amore più grande, Admeto, colui per il quale spirò. Quindi, Casper non rievoca il proprio vissuto perché, come espresso dal Rilke, gli spiriti andati troncano i loro rapporti con l’avvenuto? In parte è così.

Ma Casper seguita ad essere legato alla vita stessa, come testimoniato dal suo essere un fantasma. Or dunque, perché non serba memoria? Semplicemente perché, intorno a lui, non vi è più niente che possa aiutarlo a rimembrare il proprio essere. Ebbene, spesso, sono gli effetti, al pari degli affetti, a farci ricordare chi siamo, le cose che ci hanno circondato giorno dopo giorno. Per Casper sarà così!

Il giorno seguente, Kat rinviene tutti i giocattoli del fanciullo che fu, scoprendo che Casper era figlio di un famoso inventore. Rivedendo le giostrine, i trenini a vapore conservati nella soffitta e rimessi a nuovo dalla ragazza, Casper inizia a ricordare. Tali oggetti, quei giochi a cui egli ha riversato affetto e con cui ha provato gioia e felicità, conservano le memorie, i sentimenti, le emozioni di una giovinezza andata ma mai scomparsa del tutto. Casper, rimirando i balocchi che la mamma ed il papà gli avevano donato, riavverte le stesse sensazioni di quando era vivo e, di conseguenza, finalmente, rammenta. Non avendo più persone amate intorno a lui, a Casper erano rimasti solamente i beni materiali, i trastulli che ha adorato in vita, a dargli conforto. Sono essi a scuotere i suoi pensieri e a custodire il suo passato.

Intravedendo una slitta, Casper ricorda il giorno della sua morte. La slitta gli era stata donata dal padre. Il bambino ci giocò tutto il giorno, fino a dopo il tramonto. Casper prese freddo, si ammalò e suo padre divenne triste. Casper, però, non andò via, rimase vincolato al papà e non volle lasciarlo solo. Casper rimase sulla Terra, a casa, e, dopo qualche tempo, fu visto dal genitore.

L’inventore non riusciva a darsi pace, amava più di ogni altra cosa al mondo suo figlio e non poteva accettare che la morte lo avesse strappato dalle sue braccia così presto. Sopravvivere ad un figlio è un evento innaturale, traumatico, che i genitori non riescono a superare mai del tutto, convivendo con un tale dolore giorno dopo giorno, anno dopo anno.

E’ a questo punto della storia che il lungometraggio “Casper” tratta il tema della morte. Gli esseri umani non possono far nulla per impedire il sopraggiungere della morte. Essa esiste proprio per dare importanza alla vita, ad ogni singolo giorno, ad ogni flebile gesto. Ma come poter accettare la morte quando essa si presenta così presto, portando via un essere innocente come un bambino?

Il padre di Casper, uomo di scienza, non poteva tollerarlo. Gli altri uomini avevano accolto l’inevitabile, lui no. Riuscì, allora, a scoprire come aggirare il volere della fatalità. Questa invenzione, che il film presenterà nella parte finale, rappresenta il tentativo di un padre di sconfiggere un fato avverso e dare nuova occasione ad un fanciullo giovane, la cui vita doveva essere lunga e serena. Il Lazzaro è il prodotto finale di una ricerca senza tregua, la testimonianza di un amore paterno immenso che non si piegò mai al volere del fato.

Il padre del tenero fantasma creò una macchina in grado di riportare in vita i morti. Prima di poterla utilizzare, però, fu dichiarato legalmente pazzo e, presumibilmente, venne portato via dal castello. Casper, allora, finì per rimanere solo e dimenticò.

Nelle viscere del castello giace il laboratorio del celebre inventore. Casper raggiunge le profondità della costruzione con Kat e ivi rinviene il Lazzaro, il macchinario in grado di riportare alla luce un fantasma. Il nome dell’invenzione, Lazzaro, richiama, naturalmente, il nome del personaggio biblico riportato alla vita dal figlio di Dio.

Un volume che reca la copertina di “Frankenstein” occulta l’ingranaggio che dà il via al meccanismo del Lazzaro. Il titolo del romanzo più famoso di Mary Shelley non è una scelta casuale. Il padre di Casper, come il dottor Frankenstein, personaggio cardine del romanzo gotico, ambiva a esplorare le parti più tetre della ricerca scientifica inerenti la morte e la possibile resurrezione di un cadavere. Frankenstein divenne un mostro, il vero mostro della narrazione, quando scelse di plasmare una nuova forma di vita, innaturale, aberrante e terribile. Il padre di Casper, differentemente dal personaggio di Victor Frankensten, non anelava a creare una vita mai partorita prima, bensì voleva riportare alla luce una vita scomparsa, rimanifestatasi come un’ombra bianca e gentile. Il papà di Casper, però, non ebbe l’opportunità di sperimentare la sua creazione.

Casper sceglie di provarla, varca la porta del Lazzaro e prova a ridiventare umano. Il desiderio del fantasma è dettato dall’amore, e non dalla semplice volontà di tornare a vivere. Casper non spera di ridiventare umano per se stesso, ma per Kat. Egli sa che potrà essere amato dalla ragazza soltanto se tornerà vivo, solo così potrà accompagnarla al ballo e vivere con lei l’amore che tanto sta bramando.

La situazione, tuttavia, precipita quando Carrigan fa irruzione nel castello e tenta di appropriarsi del tesoro di Whipstaff (in verità, il tesoro non è altro che una palla da baseball a cui Casper era affezionatissimo da bambino). In quei momenti concitati, Casper e Kat riusciranno, molto astutamente, a respingere e scacciare la donna, salvo poi accorgersi che Harvey, il padre di Kat, è divenuto un fantasma a seguito di un grave incidente. Nell’atto finale della storia, Casper dimostra quanto l’amore per Kat sia prevalente in lui. Egli sceglie di rinunciare alla sua seconda occasione e di salvare, con il Lazzaro, l’anima di Harvey. Ogni azione compiuta dal fantasma è sempre stata indirizzata per il bene degli altri e mai per il proprio tornaconto. Casper divenne un fantasma per restare vicino al papà, afflitto dalla sua scomparsa, volle tornare umano per amore di Kat e, infine, decise di cedere il suo posto, di salvare un’altra vita per la felicità di qualcun altro. L’altruismo, la bontà, la generosità di questo personaggio travalicano qualunque confine. 

Casper si rifugia, triste, nella sua cameretta e lì riceve la visita di una entità vestita di rosso. Questa ha le fattezze della madre di Kat. La donna, subito dopo la morte, è ascesa al Paradiso, guadagnando le ali di un angelo. Commossa dall’amore dimostrato da Casper, la donna dona al giovane la possibilità di poter riacquistare il proprio aspetto da umano per una sera soltanto. A questo punto, l’opera filmica mette in scena la fiaba di Cenerentola, mutando, ovviamente, alcuni aspetti del racconto. Casper si reca al ballo, con le sembianze che aveva da vivo. Vede Kat in fondo alla sala e, potendo finalmente prenderla per mano, la invita a ballare.

Nel frattempo, Harvey ha l’occasione di rivedere la sua adorata sposa. Ella lo saluta dolcemente, esortandolo a vivere il futuro che ancora lo attende. Harvey comprende la verità che aveva deciso di ignorare: la propria moglie si trova, adesso, in un posto migliore. Il padre di Kat deve fare ciò che anche il padre di Casper, a suo modo, dovette fare: smetterla di voltarsi indietro, e accettare l’amarezza della caducità umana. Amelia svanirà, salendo su, nella volta celeste, ed Harvey sarà finalmente in pace con i suoi ricordi.

Nell’attimo in cui le lancette dell’orologio segnano le dieci, Casper svela la sua vera identità e, subito dopo, bacia Kat. Questa volta, la ragazza non avverte il freddo, bensì il caldo di un grande amore. In quell’istante, però, Casper svanisce, tornando ad essere un fantasma. Casper ha ottenuto una piccola, grande felicità: poter vivere, per qualche rapido ma intenso istante, l’amore che tanto voleva, l’amore che lo ha fatto e continuerà a farlo sentire più presente, più vivo che mai.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Darkman" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

Prima de’ “L’armata delle tenebre”, Sam Raimi desiderava dirigere una pellicola a carattere supereroico. Dopo aver ultimato le riprese del suo terzo lungometraggio, “La casa 2”, Raimi tentò di convincere la Warner Bros a sceglierlo come regista di “Batman”, ma venne superato in vista del traguardo dal cineasta Tim Burton. Cercò, allora, di accaparrarsi i diritti per realizzare un film su “The Shadow” ma senza successo. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le porte di Hollywood non erano ancora state aperte sull’universo dei fumetti, e poche erano le case di produzione propense ad investire su progetti di tal genere. L’epoca dei primi “Spider-Man” cinematografici che vanteranno la firma proprio di Sam Raimi era ancora lontana. I “Superman” con Christopher Reeve, il “Batman” di Tim Burton rappresentavano, in quei decenni, le eccezioni. Raimi adorava i fumetti e, non potendo acquistare i diritti per adattare alla celluloide un personaggio cartaceo, decise di creare lui stesso il proprio antieroe in formato pellicola. Or dunque, stipulando un contratto con la Universal, Raimi partorì il suo figlio più tormentato: Darkman.

Il grande talento di Raimi ed il suo stile unico ed inconfondibile avevano già mietuto ampi consensi tra gli appassionati del cinema dell’orrore. Raimi, sin dagli inizi della sua carriera, dimostrò d’essere un abilissimo cineasta, un ottimo autore ma, ancor di più, un eclettico e originalissimo artista. Le tinte orrifiche delle sue opere, l’ironia inaspettata, improvvisa, goliardica e grottesca, lo splatter estremo, il rosso del sangue che zampilla copioso, la comicità parodistica, la tecnica di ripresa rapida, la soggettività prolungata, la camera che scruta e scatta veloce come un proiettile, lo sviluppo elettrizzante e dinamico della sua narrativa sono gli elementi di base del suo cinema. Raimi è senza alcun dubbio un artista geniale, un regista da capire e stimare. Nel già citato “Darkman”, il suo linguaggio e la sua poetica trovano una forte espressione.  Darkman incarna, sotto le sue bende, tra le sue ferite putride, le essenze straziate e angosciate dei grandi mostri della Universal, le creature che appartengono indissolubilmente all’età dell’oro del cinema in bianco e nero.

Darkman è un personaggio violento e brutale, stralunato e fuori di testa, sofferente e drammatico tanto da suscitare pietà, comprensione, empatia. In lui confluiscono molteplici sentimenti ed altrettante emozioni. Darkman non è l’eroe del popolo né il vigilante mascherato che veglia sulla città, bensì un uomo sfigurato che insegue la sua personale vendetta. Secondo il volere di Raimi, sarebbe toccato all’amico fraterno Bruce Campbell vestire i panni del distolto uomo-nero, ma lo studio cinematografico spinse per scritturare un interprete più affermato. Liam Neeson, attore di notevole presenza scenica, al suo primo ruolo da protagonista, impersonò Darkman, conferendo al personaggio un dolore intimo, profondo, impossibile da alleviare. Neeson riuscì a fare ciò non tanto con le mimiche facciali, parecchio limitate dall’impressionante trucco, bensì con la voce soffusa, a stento soffocata, che esternava i disturbi interiori del personaggio. Darkman è un antieroe ispirato dal romanzo grafico ma plasmato per la settima arte. Raimi confezionò un film tributario, nostalgico, citazionista, eppure incredibilmente innovativo e stravagante. Le sequenze del suo lungometraggio evocano le bellezze pittoriche e gli sfondi colorati delle tavole di un fumetto, da sfogliare pagina dopo pagina, montaggio dopo montaggio. Le scenografie imponenti, gli edifici di una Los Angeles bagnata da una pioggia battente, i gargoyle di pietra che svettano alti sulle sommità dei palazzi, le fotografie e le luci così particolari rendono questo film un classico di culto, uno dei tanti cult nati dalla mente di Raimi e immortalati dal suo occhio meccanico. Darkman, concepito dalla fantasia del regista statunitense, è una vittima sfortunata, un vigilatore maledetto dalla crudeltà degli uomini.

Quando chiesero ad Alfred Hitchcock a cosa, secondo lui, corrispondesse la vera felicità, egli rispose: “Alla serenità assoluta, ad un orizzonte limpido davanti a sé”. A Los Angeles, molti anni fa,viveva un uomo che aveva realmente assaporato la felicità più pura.

Peyton Westlake conduceva una vita mite ma alquanto soddisfacente. Aveva un lavoro gratificante, una bella fidanzata che presto avrebbe sposato, e si trovava sul punto di compiere una rivoluzionaria scoperta. Un cielo terso e senza alcuna nuvola dominava l’orizzonte di Peyton ed il suo futuro appariva più che mai radioso. Di colpo, però, arrivò un fortunale. Peyton non poteva di certo aspettarsi che tutto, in una notte dannata, sarebbe cambiato.

Peyton era un brillante e scrupoloso scienziato. In quel tempo, stava ultimando i suoi esperimenti per la creazione di una pelle liquida che potesse aiutare le persone vittime di gravi ustioni. La pelle artificiale che Peyton aveva sintetizzato in laboratorio, sebbene avesse superato il processo di vivificazione, non riusciva a perdurare. Scoccato il novantanovesimo minuto, l’epidermide sostitutiva iniziava a liquefarsi. Questo, tuttavia, non abbatteva Peyton nello spirito. Egli sapeva che, prima o poi, sarebbe giunto ad una rivelazione. Una notte, il laboratorio di Peyton viene dato alle fiamme da una banda di criminali capeggiata da Durant, un noto boss malavitoso. Lo scienziato viene massacrato dalla furia omicida dei delinquenti. Le sue mani vengono arse dalle fiamme ed il suo viso immerso in una pozza d’acido. In una sola, buia, notte l’esistenza di Peyton mutò per sempre. Egli perse la sua bella vita, dovette allontanarsi dalla sua compagna, venne ritenuto morto, divenne, pertanto, un cadavere errante, un “fu”: il fu Peyton Westlake. Nell’oscurità, dalla morte di Peyton vide la luce Darkman.

Peyton viene recuperato e portato in un istituto medico. Scambiato per un vagabondo senza casa e senza identità, viene scelto per essere sottoposto ad esperimenti. I dottori, consapevoli che l’uomo non può tollerare i dolori derivanti da tali ustioni, decidono di recidergli i nervi che si trovano lungo il tratto spinotalamico, precisamente nel punto in cui gli impulsi del dolore partono per arrivare al cervello. Peyton, in tal modo, non avverte più alcuna sensazione proveniente dall’esterno. Questo, però, provoca in lui gravissimi effetti collaterali. Il suo corpo, divenuto insensibile al dolore, non trae più alcun avviso di pericolo, inoltre, il suo cervello, isolato dagli impulsi sensoriali circostanti, assorbe invece tutti gli stimoli presenti al suo interno, amplificando le emozioni e dando sfogo ad alienazioni, paranoie, ansie incontrollate e profondo senso di solitudine. Queste alterazioni emotive procurano, inoltre, frequenti raptus d’ira. Scariche di adrenalina viaggiano incontrollate nel suo corpo aumentando considerevolmente la sua forza. Peyton ha, involontariamente, sviluppato capacità sovrumane che mineranno per sempre la sua esistenza. Il protagonista, lentamente, si tramuta in un uomo solo, senza scrupoli, reietto e abbandonato. La sua mostruosità estetica non gli permette di farsi accettare dai suoi simili, persino le sue nuove abilità non fanno che allontanarlo dalla sfera umana. Non sentire più dolore, non provare più alcuna compassione, vivere solo, oppresso dai suoi pensieri, non fa che renderlo visceralmente misantropico. Darkman personifica l’emarginazione più acuta, l’intolleranza nei riguardi del diverso e di colui che soffre di un male incompreso.

Fuggito dall’ospedale, il ricercatore si rifugia tra le rovine devastate del suo laboratorio, dove inizia a ricostruirsi il volto digitalizzando una sua fotografia. Come fatto dal dottor Frankenstein, Peyton si isola dalla realtà cittadina per dedicarsi al suo indefesso operato. In principio, Peyton cerca di lavorare pazientemente, ben presto, però, si accorgerà che non potrà in alcun modo dominare le sue frustrazioni.

La mente di Peyton vaga in tempesta. Essa è un veliero che solca acque burrascose. Il vento gelido non cesserà mai di soffiare forte su quelle vele, le nuvole cupe non smetteranno di far piovere.  Peyton era un studioso, ma il suo cervello non può più ragionare come un tempo. Se ad uno scienziato viene tolta l’assennatezza, esso cadrà nella disperazione. Le paranoie, le ansie, le allucinazioni udite e mirate torturano la mente di Peyton, minando la sua integrità razionale. Peyton ha perduto la sua paziente intelligenza, oramai è un essere che vive di emozioni alterate. I “poteri” che gli sono stati donati da un fato tragico rappresentano l’eterna dannazione che Peyton dovrà patire. La sua vita gioiosa e quieta è stata distrutta, nessun futuro lo attende più. Da scienziato assennato come il dottor Jekyll, Peyton è diventato un essere diabolico e mostruoso, forte ed incontrollato come Mr. Hyde.

Peyton si strugge nell’oscurità, inorridito dal proprio aspetto come il Quasimodo di Lon Chaney. Egli, rinchiuso tra i resti del suo laboratorio, la sua casa, il luogo che considera sacro al pari di un’antica cattedrale parigina, giace al suolo, ingobbito, genuflesso da un peso che gli flette le spalle sino a piegarle. Il volto di Peyton è coperto da una fitta bendatura che non fa trasparire alcuna smorfia, soltanto i suoi occhi sofferenti e rabbiosi emergono dagli strati di stoffa bianca. Il suo viso bendato è stato immobilizzato come lo fu, a sua volta, l’empia espressione della mummia di Boris Karloff. Nessuno lo vede più, nessuno sa che è vivo. Egli permane nelle tenebre, non viene mai scrutato, mai descritto, come fosse un uomo invisibile.

Peyton progetta la sua vendetta e, digitalizzando la sua immagine, riesce a creare una maschera identica al suo volto. Indossandola, Peyton riemerge dalle ombre e prova a raggiungere la sua Julie. Egli la spia da lontano come il fantasma dell’Opera era solito fare, similmente ad uno spettro elusivo, nei riguardi della sua Christine. Julie, ancora affranta dal lutto della sua scomparsa, indossa, metaforicamente, un velo che le copre il volto. Peyton, a sua volta, calza sul viso una maschera che richiama il proprio aspetto originario ma non è altro che un’illusione. I due amanti, come in un quadro di Magritte, si rincontrano, si stringono e si baciano senza accorgersi d’essere occultati da un “panno bianco”. Cos’è reale? Un volto ricostruito che può durare un’ora e poco più, o ciò che si cela dietro quella stessa maschera di cera velata, il sentimento e la personalità angustiata di un uomo divenuto mostro all’esterno e all’interno? Una domanda che Raimi pone ai suoi interlocutori silenziosamente.

Peyton tornerà, poco dopo, nell’oscurità proseguendo a covare i suoi propositi di rivalsa. Ottenendo gli scatti fotografici dei volti dei suoi assassini, Peyton sviluppa le maschere delle loro facce, indossandole di volta in volta così da riuscire a mimetizzarsi tra loro. I connotati non sono che mere patine estetiche, strati ingannatori, sfumature menzognere che annebbiano e confondono la realtà secondo l’arte di Darkman. Come accade in “Robocop” di Paul Verhoeven, anche in “Darkman” uno dei fili conduttori della storia è la vendetta.

Darkman ucciderà uno ad uno i suoi carnefici. Non proverà più pietà, non ascolterà più la sua coscienza: egli darà sfogo soltanto alla sua ira, alla sua furia cieca. Non vi è legge, non vi è morale nell’agire di Darkman, solo un senso di torbida ritorsione. Darkman castiga i vili, punisce i violenti, ottiene la sua rivincita sui cattivi. Più che un giustiziere, Darkman diverrà, infine, un vendicatore. Sul vertice di un palazzo in costruzione, Peyton adempierà la sua vendetta. Fronteggerà il mandate del suo omicidio, e lo farà precipitare giù nel vuoto. Un grattacielo in costruzione sarà lo scenario che Raimi riproporrà nel suo “Spider-Man 3”, durante il combattimento finale tra l’Arrampicamuri e Venom.

Di pari passo alla mutazione fisica, Peyton si accorge d’essersi trasformato nel cuore. Consapevole che Julie non potrà mai realmente tollerare ciò che è diventato, Peyton sceglierà di fuggire. Si mischierà tra la folla, usufruendo del suo potere più grande: il camaleontismo. Un potere che non deriva dalla forza bruta né da alcuna abilità superumana, ma dalla sua intelligenza contorta di erudito. Questa sua capacità sarà l’ultimo barlume di umanità che avrà. Egli, sintetizzando la pelle, può creare e fare proprie le fattezze di qualunque uomo egli voglia. Peyton ha smarrito il suo volto e, per questo, ha deciso di indossare i volti di tutti gli altri. Darkman, pertanto, è ogni uomo e nessuno al contempo, può essere ovunque e in nessun luogo. Nessuno potrà riconoscerlo ogni qual volta sceglierà di camuffarsi tra la folla.

Egli non esisterà più come Peyton, ma solo come Darkman. Sarà uno fra tanti, uno fra i più, un “fu” dimenticato che, di tanto in tanto, pur essendo ancora vivo, seguiterà ad osservare la sua tomba vuota come il Mattia Pascal.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Articolo d’approfondimento da leggere insieme alla recensione “King Kong – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…” che trovate qui.)

Secondo la tradizionale accezione negativa, la “bestia” anela ad avere la bella per farne la sua compagna, condannandola ad un’esistenza dannata o ad una morte certa. L’agire del mostro è sospinto dall’egoismo di avere la donna tutta per sé piuttosto che da quel sentimento d’altruismo che induce a volerla solamente ammirare, essendo esso nell’impossibilità di perseguire l’idea di un amore atto a proteggere l’amata ancor prima di poterla sfiorare.  Il mostro non può davvero provare ciò che solo l’uomo ha in dono, ovvero l’amore, essendo esso destinato sin dal principio a dover campare col perenne desiderio, poiché intrappolato a metà tra la mostruosità del suo aspetto e l’istintività del suo sentimento. Nel 1933 si tentò di mutare il carattere arcaico e selvaggio del mostro, il quale, osservando la bella, non provò soltanto l’impulso primordiale e fisico di averla, ma se ne innamorò perdutamente, tanto che tale innamoramento esigette la sua vita: al cinema, uscì “King Kong”.

  • L’origine

La creazione di King Kong fu chiaramente diversa dalla concezione del classico mostro Hollywoodiano. Kong era la rappresentazione colossale dell’unico esemplare di una specie ormai estinta, vissuta sull’Isola del Teschio, un luogo avvolto da una fitta nebbia, dove le creature che dominavano la terra, milioni di anni addietro, sono riuscite miracolosamente a sopravvivere, continuando a calcare il suolo di quel suggestivo paradiso preistorico. Kong è l’esaltazione massima dell’evoluzione del Gigantopiteco, ultimo sopravvissuto alla decimazione della propria specie avvenuta a seguito di cataclismi naturali e di predazioni da parte di enormi carnivori, discendenti diretti dei più feroci dinosauri. Scampato alla morìa dei suoi simili, Kong ha vissuto da sempre nell’amara solitudine e nella brutalità di un’esistenza devota alla continua lotta per la sopravvivenza. Quando la storia del lungometraggio ha inizio, Kong ha oltrepassato la soglia dei cento anni. Le grandi scimmie come i gorilla sono animali estremamente sociali e vivono in piccoli nuclei familiari. La solitudine che Kong patisce appare ancora più drammatica se viene considerata la sua appartenenza ad una specie che fa della cooperazione sociale un collante imprescindibile dell’esistenza. La “pelliccia” del maestoso “re” è brizzolata, con alcuni tratti di peluria tra il grigio e il bianco. In un’esistenza così triste e solitaria il colossale primate non ha mai conosciuto alcuna empatia né una vera forma di amore.

Poster ufficiale del film originale

 

A causa delle sue dimensioni mastodontiche e della sua forza devastante, Kong è temuto e venerato dagli indigeni dell’isola che vivono vicino alle rive del mare all’interno di gigantesche mura erette per proteggersi dai grandi predatori. Per placare l’immane sofferenza dell’animale, gli autoctoni offrono in sacrificio, una volta l’anno, come “sposa” promessa, una donna della tribù. Terrorizzate dal destino che le attende, le giovani, affidate alla bestia, tentano sempre di fuggire per poi trovare inevitabilmente la morte a causa delle tante insidie dell’isola o per mano dello stesso Kong, che finisce poi per ucciderle, magari senza averne l’intenzione, ma solamente per l’enorme disparità di mole che intercorre tra i due. La bestia viene pertanto rappresentata come un essere truce, sinistro, sanguinario, condannato per sempre ad una vita di solitudine.

Kong ed Ann in una scena del classico del 1933

 

  • La scelta del film da trattare

Tre sono le massime opere dedicate alla bestia: quella del 1933 fu la prima apparizione del gigantesco primate al cinema. Tutt’oggi questa versione viene ritenuta all’unanimità come un capolavoro della storia del cinema. Il film degli anni ’30 fu infatti il caposcuola di un genere che accenderà le passioni cinematografiche degli autori futuri, ispirati proprio dai canoni estetici e dalla sapiente combinazione degli elementi narrativi presenti all’interno della pellicola. L’opera del ’33 contemplava innumerevoli fattori: un’avventura mischiata ad una vena drammaticamente romantica, il fascino di un’ambientazione esoterica associata, sul finale, alla contemporaneità di un paesaggio urbano, l’effetto speciale della proiezione miniaturizzata combinato con la tragicità di una storia in grado di offrire persino una chiave di lettura critica alla società capitalista del periodo. Si trattava di una lavorazione senza precedenti. La seconda versione che merita d’essere menzionata è quella del 1976, in cui Jessica Lange esordisce sul grande schermo, offrendo le proprie splendide fattezze al ruolo della “bella” amata dalla bestia. Quest’ultimo adattamento merita un’analisi più incentrata al lavoro tecnico che all’aspetto poetico del film in sé, soprattutto per l’eccezionale operato svolto da Carlo Rambaldi, che creò un gigantesco Kong meccanico alto 12 metri che valse al genio italiano l’oscar per i migliori effetti speciali. Tuttavia, questa trasposizione non mantenne la grazia della precedente, spostando la storia all’età contemporanea, disfacendo l’aspetto sociale e politico di un’America gravata dalla grande depressione.

L’ultima versione degna di un vasto apprezzamento fu quella del 2005 diretta da Peter Jackson che restituì alla storia il fascino perduto dell’epoca d’inizio Novecento. Opto per una scelta stilistica personale di dedicare gran parte di questa recensione al film del 2005, poiché lo trovo sorprendentemente più poetico dell’originale, il quale, dal canto suo, seguita naturalmente a conservare una certa carica d’assoluta innovazione. Trovo però che l’adattamento di Jackson traspiri di una lirica idilliaca e persino fiabesca, con evidenti richiami agli aspetti più astratti e agli ideali più profondi della favola de “La bella e la bestia”. Il film non antepone mai la spettacolarizzazione della scena a discapito del romanticismo terso e innocente, segno di come il prodotto di Jackson sia stato confezionato con la dedizione e la passione di un cineasta che ha adorato il lungometraggio originale, non potendo che omaggiarlo, offrendone una rilettura permeata da un sentimentalismo alquanto amorevole. Da qui, pertanto, proseguirò commentando la storia attraverso le immagini della pellicola firmata dal cineasta neozelandese.

Naomi Watts è Ann Darrow nella pellicola del 2005

 

  • Il commento alla storia

Durante la grande depressione americana, una bellissima attrice chiamata Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) viene assunta da Carl Denham (un egoistico Jack Black), un regista di poco talento in crisi produttive che la convince ad essere la protagonista del suo nuovo lungometraggio esotico. Ann accetta quando le viene detto che il copione è scritto da Jack Driscoll (Adrien Brody nel suo periodo di maggiore splendore), un drammaturgo che lei ammira. La troupe di Denham parte verso l'Oceano Pacifico alla volta dell’Isola del Teschio, una leggendaria terra non segnata sulle carte di navigazione. Durante il viaggio, tra lo scrittore e la bella attrice sboccia un forte legame. Giunta sull’isola, la troupe si imbatte immediatamente negli inquietanti abitanti del luogo, primitivi e violenti assassini. I selvaggi sembrano subito interessarsi ad Ann: l’afferrano mentre tentano di uccidere gli uomini dell’equipaggio. Quello che Ann non può immaginare è che in quei precisi istanti viene scelta dalla colonia per essere promessa al mostro. Scampati al massacro, Jack e gli altri fanno ritorno sulla nave per partire il prima possibile da quel luogo che definirlo inospitale sarebbe un eufemismo. La donna, però, viene rapita dagli indigeni, e portata all’interno del loro villaggio, adornata con ornamenti simbolici, tra cui una collana, e legata fuori dalle alte mura della recinzione. Jack giunge in ritardo per strapparla alle intenzioni della tribù, ma rimane come impietrito quando dalla folta vegetazione emerge King Kong (Andy Serkis, che ricrea magistralmente le movenze dell’animale), che afferra Ann e la porta via, scomparendo tra i grandi alberi della giungla. Jack inizia la sua corsa contro il tempo per raggiungere Ann e salvarla da quella che crede essere una morte sicura.

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza ovviamente teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca sempre di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra nuovamente e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con i suoi feroci ruggiti. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano a vicenda, tentando di carpire un accenno delle rispettive volontà. Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che, per placare l’agitazione della bestia, la intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito dai movimenti della donna. Senza che Ann se ne renda conto, lo sguardo dell’animale comincia a perdersi sul volto lindo, delicato, ma sempre impaurito della ragazza fatta prigioniera.

Ann, sfuggita nuovamente al mostro che si era temporaneamente allontanato, viene assalita da tre vastasauri, evoluzioni dirette del terrificante Tirannosauro. Ann sembrerebbe prossima alla morte, ma King Kong giunge in tempo e si frappone tra i carnivori e la donna. In una battaglia tra colossi, il gigantesco gorilla si batte con i dinosauri impedendo costantemente loro di avvicinarsi alla ragazza per divorarla. Ann viene così salvata ripetute volte, e sempre a pochi attimi dalla fine, proprio dai tempestivi interventi di Kong. Il gorilla, pur di custodire la giovane tra le sue mani, si lascia ferire dalle fauci dei V-Rex, i quali, nel tentativo di sbranare la donna, finiscono per azzannarlo. Le mani di King Kong, che prima erano una sorta di inespugnabile “gabbia” per la giovane, diventano un confortante riparo dal pericolo incombente. La bestia incarna di colpo i connotati del valoroso, sicché brutale, eroismo, battendosi a ritmi frenetici. Dopo aver abbattuto cruentemente i suoi efferati nemici, Kong rivendica la propria supremazia sull’isola, ruggendo ferocemente. E’ interessante notare come gran parte delle riprese del combattimento siano totalmente ispirate, nel posizionamento della camera, ai combattimenti della pellicola degli anni ’30.

Kong riprende con sé Ann, portandola fino al suo rifugio, situato sul picco di una montagna che dona alla creatura la vista sull’intera isola. Sulla sinistra, a pochi metri da dove Kong si poggia, una piccola cascata scorre verso la vallata. Ann nota l’animale intento ad osservare il calar del sole, e afferma che tutto questo “è bellissimo” sfiorandosi più volte il cuore. Un fato crudele ha voluto che Kong diventasse un anacoreta, costretto a rifugiarsi in un eremo lontano, a rimirare il sorgere e il calare del sole come sola fonte di sollievo. Il mostro, spossato dalle battaglie sostenute, apre la propria mano in direzione di Ann che si distende su essa e si addormenta. Kong la regge stretta a sé, accarezzandola, come se provasse addirittura a cullarla. Nei mossi capelli colorati d’oro della fanciulla, Kong rivede il sole radioso della sua isola, il suo amorevole conforto.

A notte inoltrata, Jack raggiunge Ann e fa per tenderle la mano nel momento in cui lei sta per svegliarsi. La camera si sposta centralmente, mostrando i due corpi protratti nell’atto di toccarsi mentre King Kong dorme. I due adesso stanno per sfiorarsi quand’ecco che Kong si sveglia e scosta Ann poco prima di aggredire l’uomo. Uno stormo di grandi pipistrelli, proveniente dalla caverna, si alza in volo, e attacca il gorilla che nella colluttazione perde di vista Ann e Jack, i quali riescono a fuggire, gettandosi nel fiume. Un Kong furioso si lancia immediatamente al loro inseguimento, arrivando in prossimità del villaggio. Devastato il grande portale posto al centro della recinzione, Kong irrompe sulle sponde dell’isola e vede Ann allontanarsi in barca.  Disperato, King Kong tenta di gettarsi in acqua per raggiungerla. Carl però lo colpisce, lanciandogli contro una bottiglia piena di cloroformio che addormenta la bestia. Poco prima di addormentarsi, i suoi occhi sostano per qualche istante sulla figura di Ann in lacrime. Esso le tende la mano, in un ultimo, commovente tentativo di poterla ancora toccare. Ormai privo di sensi, disteso sugli scogli battuti dalle onde del mare, quello che verrà considerato come “l’ottava meraviglia del mondo” viene fatto prigioniero e caricato a bordo di un mercantile diretto in America.

Kong viene allontanato dalla sua terra natia per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. La bestia viene presentata al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Jack, disgustato dal trattamento riservato ad una creatura così unica, si rifiuta di cedere il proprio nome alla compagnia e Ann, anch’ella turbata dai recenti avvenimenti, abbandona la vecchia troupe, per diventare un’anonima ballerina di danza classica. La figura della donna agognata dal mostro viene sostituita da una controfigura somigliante ad Ann. Kong riconosce immediatamente che la donna che ha di fronte non è la sua compagna e, innervosito dai flash dei fotografi, spezza le catene e si libera. Ormai privo di alcun freno, la bestia comincia ad abbattere tutto ciò che le si para davanti, devastando la platea. Fuoriuscito dal teatro, King Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. L’animale afferra ogni donna dai capelli biondi che gli si presenti davanti nella speranza di ritrovare la sua Ann. Kong è implacabile ma d’improvviso i suoi sensi si quietano: ha infatti intravisto Ann, che avanza lentamente verso di lui, indossando un lungo vestito bianco. La donna, commossa e spaventata, sa di essere l’unica in grado di domare la bestia. King Kong le si avvicina, e i due così distanti, tentano di approcciarsi nuovamente, sfiorandosi appena.

  • L’ultima notte

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann, che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. King Kong ritrova finalmente la donna che aveva perduto poco prima di lasciare quell’isola che da sempre fu la sua sola dimora. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione crudele, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia, che, indugiando per qualche istante e calando vertiginosamente la mano, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve depositatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Trascinati dal terreno scivoloso, King Kong resta catturato dalla bellezza della sua dama in un lento passaggio che certifica la poetica romantica dell’animo dell’animale. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong.

  • …e la bestia fu come morta

L’animale intuisce il pericolo e allontana Ann. La donna supplica la bestia di tenerla con sé perché sa che fino a quando resterà vicino a lei non potranno colpirlo. Quel mostro, da cui in principio scappava impaurita, è divenuto adesso, agli occhi di Ann, una vittima. La vittima di un amore tanto profondo quanto impossibile. King Kong spinge via la donna e affronta coraggiosamente gli oggetti volanti che si dirigono verso di lui e dai quali partono sventagliate di colpi di mitragliatrici. King Kong riprende a combattere per l’ultima volta, terminando la propria esistenza così come era da sempre stato costretto a fare: lottando per sopravvivere. Ma questa volta non si batterà per se stesso: Kong crede fermamente, in cuor suo, di poter morire per proteggere l’amata che cercava da tutta una vita. I colpi dei biplani si fanno ravvicinati e incessanti; essi sono inclementi, nonostante le urla di Ann, la quale tenta di far cessare il fuoco di quell’artiglieria aerea. La bestia riesce ad abbattere tre aerei, ma soccombe per le ferite riportate subito dopo aver salvato Ann, un’ultima volta.  King Kong si accascia, morente, sul bordo dell’edificio, annientato da un mondo repressivo e discriminante. Lontano dalla sua casa, esso ha però dinanzi a sé l’unica cosa che desidera mirare davvero: Ann. L’amata allunga il braccio, sfiorando il muso dell’animale che esala l’ultimo respiro. Osservato un’ultima volta il suo eterno amore, King Kong cade giù precipitando nel vuoto.

  • Il lavoro di Peter Jackson

Jackson riesce sapientemente a coniugare l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. Al di là dell’esperienza esotica, il regista dedica gran parte delle scene ad una toccante analisi dell’animo del gigantesco animale, tentando di mostrarne i turbamenti e le sofferenze iniziali, combinandoli con l’ardore e la gioia finale nel poter stare vicino ad Ann, una Naomi Watts ammaliante nei primi piani a lei dedicati, talmente incantevole da riempire completamente lo schermo. Jackson riesce a divertire e allo stesso tempo a commuovere profondamente, coniugando magistralmente i fondamenti del linguaggio cinematografico primario portato avanti dalla storia di King Kong. Lo spettatore più sensibile si immedesima così nell’esistenzialismo della creatura e nell’eroico atto finale della bestia.

Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo della vicenda. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei, infine, sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

  • L’amore tra la bella e la bestia

Esiste un adagio arabo antico che recita testualmente: «Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…e la Bella fermò la Bestia, che da quel giorno in poi, fu come mortaKong salì sulla sommità dell’Empire State Building per vivere un ultimo passo d’amore platonico e contemplativo con la sua innamorata a ridosso delle prime luci dell’alba. Mirando il biondo dei capelli di Ann, il sole radioso del suo avvenire crepuscolare, esso attese la morte, accogliendola. King Kong scelse di perire quando si innamorò della donna. Consumato da quell’amore impossibile, la bestia poté fregiarsi della sola opportunità di ricordare eternamente la bella, in un’immagine astratta conservata nell’ultimo dei suoi sguardi, quello che si smarrì sul triste volto della donna amata.

Non è affatto vero che solo gli uomini sono in grado d’amare; nonostante non potesse averla, King Kong ha amato più di come avrebbe potuto fare qualunque altro essere umano. La bestia muore lasciando la bella viva e al sicuro sul tetto del grattacielo, in quell’altura che non faceva altro che rammentarle il rifugio che aveva sull’isola, laggiù, dove avrebbe voluto custodire la sua Ann per tutti gli anni a venire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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