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"Darkman" - Locandina artistica di Erminia A. Giordano per CineHunters

Prima de’ “L’armata delle tenebre”, Sam Raimi desiderava dirigere una pellicola a carattere supereroico. Dopo aver ultimato le riprese del suo terzo lungometraggio, “La casa 2”, Raimi tentò di convincere la Warner Bros a sceglierlo come regista di “Batman”, ma venne superato in vista del traguardo dal cineasta Tim Burton. Cercò, allora, di accaparrarsi i diritti per realizzare un film su “The Shadow” ma senza successo. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le porte di Hollywood non erano ancora state aperte sull’universo dei fumetti, e poche erano le case di produzione propense ad investire su progetti di tal genere. L’epoca dei primi “Spider-Man” cinematografici che vanteranno la firma proprio di Sam Raimi era ancora lontana. I “Superman” con Christopher Reeve, il “Batman” di Tim Burton rappresentavano, in quei decenni, le eccezioni. Raimi adorava i fumetti e, non potendo acquistare i diritti per adattare alla celluloide un personaggio cartaceo, decise di creare lui stesso il proprio antieroe in formato pellicola. Or dunque, stipulando un contratto con la Universal, Raimi partorì il suo figlio più tormentato: Darkman.

Il grande talento di Raimi ed il suo stile unico ed inconfondibile avevano già mietuto ampi consensi tra gli appassionati del cinema dell’orrore. Raimi, sin dagli inizi della sua carriera, dimostrò d’essere un abilissimo cineasta, un ottimo autore ma, ancor di più, un eclettico e originalissimo artista. Le tinte orrifiche delle sue opere, l’ironia inaspettata, improvvisa, goliardica e grottesca, lo splatter estremo, il rosso del sangue che zampilla copioso, la comicità parodistica, la tecnica di ripresa rapida, la soggettività prolungata, la camera che scruta e scatta veloce come un proiettile, lo sviluppo elettrizzante e dinamico della sua narrativa sono gli elementi di base del suo cinema. Raimi è senza alcun dubbio un artista geniale, un regista da capire e stimare. Nel già citato “Darkman”, il suo linguaggio e la sua poetica trovano una forte espressione.  Darkman incarna, sotto le sue bende, tra le sue ferite putride, le essenze straziate e angosciate dei grandi mostri della Universal, le creature che appartengono indissolubilmente all’età dell’oro del cinema in bianco e nero.

Darkman è un personaggio violento e brutale, stralunato e fuori di testa, sofferente e drammatico tanto da suscitare pietà, comprensione, empatia. In lui confluiscono molteplici sentimenti ed altrettante emozioni. Darkman non è l’eroe del popolo né il vigilante mascherato che veglia sulla città, bensì un uomo sfigurato che insegue la sua personale vendetta. Secondo il volere di Raimi, sarebbe toccato all’amico fraterno Bruce Campbell vestire i panni del distolto uomo-nero, ma lo studio cinematografico spinse per scritturare un interprete più affermato. Liam Neeson, attore di notevole presenza scenica, al suo primo ruolo da protagonista, impersonò Darkman, conferendo al personaggio un dolore intimo, profondo, impossibile da alleviare. Neeson riuscì a fare ciò non tanto con le mimiche facciali, parecchio limitate dall’impressionante trucco, bensì con la voce soffusa, a stento soffocata, che esternava i disturbi interiori del personaggio. Darkman è un antieroe ispirato dal romanzo grafico ma plasmato per la settima arte. Raimi confezionò un film tributario, nostalgico, citazionista, eppure incredibilmente innovativo e stravagante. Le sequenze del suo lungometraggio evocano le bellezze pittoriche e gli sfondi colorati delle tavole di un fumetto, da sfogliare pagina dopo pagina, montaggio dopo montaggio. Le scenografie imponenti, gli edifici di una Los Angeles bagnata da una pioggia battente, i gargoyle di pietra che svettano alti sulle sommità dei palazzi, le fotografie e le luci così particolari rendono questo film un classico di culto, uno dei tanti cult nati dalla mente di Raimi e immortalati dal suo occhio meccanico. Darkman, concepito dalla fantasia del regista statunitense, è una vittima sfortunata, un vigilatore maledetto dalla crudeltà degli uomini.

Quando chiesero ad Alfred Hitchcock a cosa, secondo lui, corrispondesse la vera felicità, egli rispose: “Alla serenità assoluta, ad un orizzonte limpido davanti a sé”. A Los Angeles, molti anni fa,viveva un uomo che aveva realmente assaporato la felicità più pura.

Peyton Westlake conduceva una vita mite ma alquanto soddisfacente. Aveva un lavoro gratificante, una bella fidanzata che presto avrebbe sposato, e si trovava sul punto di compiere una rivoluzionaria scoperta. Un cielo terso e senza alcuna nuvola dominava l’orizzonte di Peyton ed il suo futuro appariva più che mai radioso. Di colpo, però, arrivò un fortunale. Peyton non poteva di certo aspettarsi che tutto, in una notte dannata, sarebbe cambiato.

Peyton era un brillante e scrupoloso scienziato. In quel tempo, stava ultimando i suoi esperimenti per la creazione di una pelle liquida che potesse aiutare le persone vittime di gravi ustioni. La pelle artificiale che Peyton aveva sintetizzato in laboratorio, sebbene avesse superato il processo di vivificazione, non riusciva a perdurare. Scoccato il novantanovesimo minuto, l’epidermide sostitutiva iniziava a liquefarsi. Questo, tuttavia, non abbatteva Peyton nello spirito. Egli sapeva che, prima o poi, sarebbe giunto ad una rivelazione. Una notte, il laboratorio di Peyton viene dato alle fiamme da una banda di criminali capeggiata da Durant, un noto boss malavitoso. Lo scienziato viene massacrato dalla furia omicida dei delinquenti. Le sue mani vengono arse dalle fiamme ed il suo viso immerso in una pozza d’acido. In una sola, buia, notte l’esistenza di Peyton mutò per sempre. Egli perse la sua bella vita, dovette allontanarsi dalla sua compagna, venne ritenuto morto, divenne, pertanto, un cadavere errante, un “fu”: il fu Peyton Westlake. Nell’oscurità, dalla morte di Peyton vide la luce Darkman.

Peyton viene recuperato e portato in un istituto medico. Scambiato per un vagabondo senza casa e senza identità, viene scelto per essere sottoposto ad esperimenti. I dottori, consapevoli che l’uomo non può tollerare i dolori derivanti da tali ustioni, decidono di recidergli i nervi che si trovano lungo il tratto spinotalamico, precisamente nel punto in cui gli impulsi del dolore partono per arrivare al cervello. Peyton, in tal modo, non avverte più alcuna sensazione proveniente dall’esterno. Questo, però, provoca in lui gravissimi effetti collaterali. Il suo corpo, divenuto insensibile al dolore, non trae più alcun avviso di pericolo, inoltre, il suo cervello, isolato dagli impulsi sensoriali circostanti, assorbe invece tutti gli stimoli presenti al suo interno, amplificando le emozioni e dando sfogo ad alienazioni, paranoie, ansie incontrollate e profondo senso di solitudine. Queste alterazioni emotive procurano, inoltre, frequenti raptus d’ira. Scariche di adrenalina viaggiano incontrollate nel suo corpo aumentando considerevolmente la sua forza. Peyton ha, involontariamente, sviluppato capacità sovrumane che mineranno per sempre la sua esistenza. Il protagonista, lentamente, si tramuta in un uomo solo, senza scrupoli, reietto e abbandonato. La sua mostruosità estetica non gli permette di farsi accettare dai suoi simili, persino le sue nuove abilità non fanno che allontanarlo dalla sfera umana. Non sentire più dolore, non provare più alcuna compassione, vivere solo, oppresso dai suoi pensieri, non fa che renderlo visceralmente misantropico. Darkman personifica l’emarginazione più acuta, l’intolleranza nei riguardi del diverso e di colui che soffre di un male incompreso.

Fuggito dall’ospedale, il ricercatore si rifugia tra le rovine devastate del suo laboratorio, dove inizia a ricostruirsi il volto digitalizzando una sua fotografia. Come fatto dal dottor Frankenstein, Peyton si isola dalla realtà cittadina per dedicarsi al suo indefesso operato. In principio, Peyton cerca di lavorare pazientemente, ben presto, però, si accorgerà che non potrà in alcun modo dominare le sue frustrazioni.

La mente di Peyton vaga in tempesta. Essa è un veliero che solca acque burrascose. Il vento gelido non cesserà mai di soffiare forte su quelle vele, le nuvole cupe non smetteranno di far piovere.  Peyton era un studioso, ma il suo cervello non può più ragionare come un tempo. Se ad uno scienziato viene tolta l’assennatezza, esso cadrà nella disperazione. Le paranoie, le ansie, le allucinazioni udite e mirate torturano la mente di Peyton, minando la sua integrità razionale. Peyton ha perduto la sua paziente intelligenza, oramai è un essere che vive di emozioni alterate. I “poteri” che gli sono stati donati da un fato tragico rappresentano l’eterna dannazione che Peyton dovrà patire. La sua vita gioiosa e quieta è stata distrutta, nessun futuro lo attende più. Da scienziato assennato come il dottor Jekyll, Peyton è diventato un essere diabolico e mostruoso, forte ed incontrollato come Mr. Hyde.

Peyton si strugge nell’oscurità, inorridito dal proprio aspetto come il Quasimodo di Lon Chaney. Egli, rinchiuso tra i resti del suo laboratorio, la sua casa, il luogo che considera sacro al pari di un’antica cattedrale parigina, giace al suolo, ingobbito, genuflesso da un peso che gli flette le spalle sino a piegarle. Il volto di Peyton è coperto da una fitta bendatura che non fa trasparire alcuna smorfia, soltanto i suoi occhi sofferenti e rabbiosi emergono dagli strati di stoffa bianca. Il suo viso bendato è stato immobilizzato come lo fu, a sua volta, l’empia espressione della mummia di Boris Karloff. Nessuno lo vede più, nessuno sa che è vivo. Egli permane nelle tenebre, non viene mai scrutato, mai descritto, come fosse un uomo invisibile.

Peyton progetta la sua vendetta e, digitalizzando la sua immagine, riesce a creare una maschera identica al suo volto. Indossandola, Peyton riemerge dalle ombre e prova a raggiungere la sua Julie. Egli la spia da lontano come il fantasma dell’Opera era solito fare, similmente ad uno spettro elusivo, nei riguardi della sua Christine. Julie, ancora affranta dal lutto della sua scomparsa, indossa, metaforicamente, un velo che le copre il volto. Peyton, a sua volta, calza sul viso una maschera che richiama il proprio aspetto originario ma non è altro che un’illusione. I due amanti, come in un quadro di Magritte, si rincontrano, si stringono e si baciano senza accorgersi d’essere occultati da un “panno bianco”. Cos’è reale? Un volto ricostruito che può durare un’ora e poco più, o ciò che si cela dietro quella stessa maschera di cera velata, il sentimento e la personalità angustiata di un uomo divenuto mostro all’esterno e all’interno? Una domanda che Raimi pone ai suoi interlocutori silenziosamente.

"Gli amanti" - Magritte

Peyton tornerà, poco dopo, nell’oscurità proseguendo a covare i suoi propositi di rivalsa. Ottenendo gli scatti fotografici dei volti dei suoi assassini, Peyton sviluppa le maschere delle loro facce, indossandole di volta in volta così da riuscire a mimetizzarsi tra loro. I connotati non sono che mere patine estetiche, strati ingannatori, sfumature menzognere che annebbiano e confondono la realtà secondo l’arte di Darkman. Come accade in “Robocop” di Paul Verhoeven, anche in “Darkman” uno dei fili conduttori della storia è la vendetta.

Darkman ucciderà uno ad uno i suoi carnefici. Non proverà più pietà, non ascolterà più la sua coscienza: egli darà sfogo soltanto alla sua ira, alla sua furia cieca. Non vi è legge, non vi è morale nell’agire di Darkman, solo un senso di torbida ritorsione. Darkman castiga i vili, punisce i violenti, ottiene la sua rivincita sui cattivi. Più che un giustiziere, Darkman diverrà, infine, un vendicatore. Sul vertice di un palazzo in costruzione, Peyton adempierà la sua vendetta. Fronteggerà il mandate del suo omicidio, e lo farà precipitare giù nel vuoto. Un grattacielo in costruzione sarà lo scenario che Raimi riproporrà nel suo “Spider-Man 3”, durante il combattimento finale tra l’Arrampicamuri e Venom.

Di pari passo alla mutazione fisica, Peyton si accorge d’essersi trasformato nel cuore. Consapevole che Julie non potrà mai realmente tollerare ciò che è diventato, Peyton sceglierà di fuggire. Si mischierà tra la folla, usufruendo del suo potere più grande: il camaleontismo. Un potere che non deriva dalla forza bruta né da alcuna abilità superumana, ma dalla sua intelligenza contorta di erudito. Questa sua capacità sarà l’ultimo barlume di umanità che avrà. Egli, sintetizzando la pelle, può creare e fare proprie le fattezze di qualunque uomo egli voglia. Peyton ha smarrito il suo volto e, per questo, ha deciso di indossare i volti di tutti gli altri. Darkman, pertanto, è ogni uomo e nessuno al contempo, può essere ovunque e in nessun luogo. Nessuno potrà riconoscerlo ogni qual volta sceglierà di camuffarsi tra la folla.

Egli non esisterà più come Peyton, ma solo come Darkman. Sarà uno fra tanti, uno fra i più, un “fu” dimenticato che, di tanto in tanto, pur essendo ancora vivo, seguiterà ad osservare la sua tomba vuota come il Mattia Pascal.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Articolo d’approfondimento da leggere insieme alla recensione “King Kong – Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…” che trovate qui.)

Secondo la tradizionale accezione negativa, la “bestia” anela ad avere la bella per farne la sua compagna, condannandola ad un’esistenza dannata o ad una morte certa. L’agire del mostro è sospinto dall’egoismo di avere la donna tutta per sé piuttosto che da quel sentimento d’altruismo che induce a volerla solamente ammirare, essendo esso nell’impossibilità di perseguire l’idea di un amore atto a proteggere l’amata ancor prima di poterla sfiorare.  Il mostro non può davvero provare ciò che solo l’uomo ha in dono, ovvero l’amore, essendo esso destinato sin dal principio a dover campare col perenne desiderio, poiché intrappolato a metà tra la mostruosità del suo aspetto e l’istintività del suo sentimento. Nel 1933 si tentò di mutare il carattere arcaico e selvaggio del mostro, il quale, osservando la bella, non provò soltanto l’impulso primordiale e fisico di averla, ma se ne innamorò perdutamente, tanto che tale innamoramento esigette la sua vita: al cinema, uscì “King Kong”.

  • L’origine

La creazione di King Kong fu chiaramente diversa dalla concezione del classico mostro Hollywoodiano. Kong era la rappresentazione colossale dell’unico esemplare di una specie ormai estinta, vissuta sull’Isola del Teschio, un luogo avvolto da una fitta nebbia, dove le creature che dominavano la terra, milioni di anni addietro, sono riuscite miracolosamente a sopravvivere, continuando a calcare il suolo di quel suggestivo paradiso preistorico. Kong è l’esaltazione massima dell’evoluzione del Gigantopiteco, ultimo sopravvissuto alla decimazione della propria specie avvenuta a seguito di cataclismi naturali e di predazioni da parte di enormi carnivori, discendenti diretti dei più feroci dinosauri. Scampato alla morìa dei suoi simili, Kong ha vissuto da sempre nell’amara solitudine e nella brutalità di un’esistenza devota alla continua lotta per la sopravvivenza. Quando la storia del lungometraggio ha inizio, Kong ha oltrepassato la soglia dei cento anni. Le grandi scimmie come i gorilla sono animali estremamente sociali e vivono in piccoli nuclei familiari. La solitudine che Kong patisce appare ancora più drammatica se viene considerata la sua appartenenza ad una specie che fa della cooperazione sociale un collante imprescindibile dell’esistenza. La “pelliccia” del maestoso “re” è brizzolata, con alcuni tratti di peluria tra il grigio e il bianco. In un’esistenza così triste e solitaria il colossale primate non ha mai conosciuto alcuna empatia né una vera forma di amore.

Poster ufficiale del film originale

 

A causa delle sue dimensioni mastodontiche e della sua forza devastante, Kong è temuto e venerato dagli indigeni dell’isola che vivono vicino alle rive del mare all’interno di gigantesche mura erette per proteggersi dai grandi predatori. Per placare l’immane sofferenza dell’animale, gli autoctoni offrono in sacrificio, una volta l’anno, come “sposa” promessa, una donna della tribù. Terrorizzate dal destino che le attende, le giovani, affidate alla bestia, tentano sempre di fuggire per poi trovare inevitabilmente la morte a causa delle tante insidie dell’isola o per mano dello stesso Kong, che finisce poi per ucciderle, magari senza averne l’intenzione, ma solamente per l’enorme disparità di mole che intercorre tra i due. La bestia viene pertanto rappresentata come un essere truce, sinistro, sanguinario, condannato per sempre ad una vita di solitudine.

Kong ed Ann in una scena del classico del 1933

 

  • La scelta del film da trattare

Tre sono le massime opere dedicate alla bestia: quella del 1933 fu la prima apparizione del gigantesco primate al cinema. Tutt’oggi questa versione viene ritenuta all’unanimità come un capolavoro della storia del cinema. Il film degli anni ’30 fu infatti il caposcuola di un genere che accenderà le passioni cinematografiche degli autori futuri, ispirati proprio dai canoni estetici e dalla sapiente combinazione degli elementi narrativi presenti all’interno della pellicola. L’opera del ’33 contemplava innumerevoli fattori: un’avventura mischiata ad una vena drammaticamente romantica, il fascino di un’ambientazione esoterica associata, sul finale, alla contemporaneità di un paesaggio urbano, l’effetto speciale della proiezione miniaturizzata combinato con la tragicità di una storia in grado di offrire persino una chiave di lettura critica alla società capitalista del periodo. Si trattava di una lavorazione senza precedenti. La seconda versione che merita d’essere menzionata è quella del 1976, in cui Jessica Lange esordisce sul grande schermo, offrendo le proprie splendide fattezze al ruolo della “bella” amata dalla bestia. Quest’ultimo adattamento merita un’analisi più incentrata al lavoro tecnico che all’aspetto poetico del film in sé, soprattutto per l’eccezionale operato svolto da Carlo Rambaldi, che creò un gigantesco Kong meccanico alto 12 metri che valse al genio italiano l’oscar per i migliori effetti speciali. Tuttavia, questa trasposizione non mantenne la grazia della precedente, spostando la storia all’età contemporanea, disfacendo l’aspetto sociale e politico di un’America gravata dalla grande depressione.

Il King Kong del 1976

 

L’ultima versione degna di un vasto apprezzamento fu quella del 2005 diretta da Peter Jackson che restituì alla storia il fascino perduto dell’epoca d’inizio Novecento. Opto per una scelta stilistica personale di dedicare gran parte di questa recensione al film del 2005, poiché lo trovo sorprendentemente più poetico dell’originale, il quale, dal canto suo, seguita naturalmente a conservare una certa carica d’assoluta innovazione. Trovo però che l’adattamento di Jackson traspiri di una lirica idilliaca e persino fiabesca, con evidenti richiami agli aspetti più astratti e agli ideali più profondi della favola de “La bella e la bestia”. Il film non antepone mai la spettacolarizzazione della scena a discapito del romanticismo terso e innocente, segno di come il prodotto di Jackson sia stato confezionato con la dedizione e la passione di un cineasta che ha adorato il lungometraggio originale, non potendo che omaggiarlo, offrendone una rilettura permeata da un sentimentalismo alquanto amorevole. Da qui, pertanto, proseguirò commentando la storia attraverso le immagini della pellicola firmata dal cineasta neozelandese.

Naomi Watts è Ann Darrow nella pellicola del 2005

 

  • Il commento alla storia

Durante la grande depressione americana, una bellissima attrice chiamata Ann Darrow (un’incantevole Naomi Watts) viene assunta da Carl Denham (un egoistico Jack Black), un regista di poco talento in crisi produttive che la convince ad essere la protagonista del suo nuovo lungometraggio esotico. Ann accetta quando le viene detto che il copione è scritto da Jack Driscoll (Adrien Brody nel suo periodo di maggiore splendore), un drammaturgo che lei ammira. La troupe di Denham parte verso l'Oceano Pacifico alla volta dell’Isola del Teschio, una leggendaria terra non segnata sulle carte di navigazione. Durante il viaggio, tra lo scrittore e la bella attrice sboccia un forte legame. Giunta sull’isola, la troupe si imbatte immediatamente negli inquietanti abitanti del luogo, primitivi e violenti assassini. I selvaggi sembrano subito interessarsi ad Ann: l’afferrano mentre tentano di uccidere gli uomini dell’equipaggio. Quello che Ann non può immaginare è che in quei precisi istanti viene scelta dalla colonia per essere promessa al mostro. Scampati al massacro, Jack e gli altri fanno ritorno sulla nave per partire il prima possibile da quel luogo che definirlo inospitale sarebbe un eufemismo. La donna, però, viene rapita dagli indigeni, e portata all’interno del loro villaggio, adornata con ornamenti simbolici, tra cui una collana, e legata fuori dalle alte mura della recinzione. Jack giunge in ritardo per strapparla alle intenzioni della tribù, ma rimane come impietrito quando dalla folta vegetazione emerge King Kong (Andy Serkis, che ricrea magistralmente le movenze dell’animale), che afferra Ann e la porta via, scomparendo tra i grandi alberi della giungla. Jack inizia la sua corsa contro il tempo per raggiungere Ann e salvarla da quella che crede essere una morte sicura.

Il rapporto iniziale tra Kong ed Ann è complesso e difficilmente riassumibile. La ragazza ovviamente teme per la propria incolumità e si trova impotente, stretta tra le dita dell’animale, che la porta con sé fino alle rocciose alture dell’isola. Approfittando di ogni minima distrazione della mostruosa creatura, Ann cerca sempre di darsi alla fuga venendo però prontamente raggiunta da Kong che, furente, l’afferra nuovamente e dopo averla guardata con occhi rabbiosi la intimidisce ulteriormente con i suoi feroci ruggiti. I due insoliti compagni, così diversi tra loro, si fermano un istante e si guardano a vicenda, tentando di carpire un accenno delle rispettive volontà. Il mostro osserva con interesse la giovane Ann che, per placare l’agitazione della bestia, la intrattiene eseguendo leggiadri passi di danza e bizzarre mosse di mimica facciale. Kong appare incuriosito dai movimenti della donna. Senza che Ann se ne renda conto, lo sguardo dell’animale comincia a perdersi sul volto lindo, delicato, ma sempre impaurito della ragazza fatta prigioniera.

Ann, sfuggita nuovamente al mostro che si era temporaneamente allontanato, viene assalita da tre vastasauri, evoluzioni dirette del terrificante Tirannosauro. Ann sembrerebbe prossima alla morte, ma King Kong giunge in tempo e si frappone tra i carnivori e la donna. In una battaglia tra colossi, il gigantesco gorilla si batte con i dinosauri impedendo costantemente loro di avvicinarsi alla ragazza per divorarla. Ann viene così salvata ripetute volte, e sempre a pochi attimi dalla fine, proprio dai tempestivi interventi di Kong. Il gorilla, pur di custodire la giovane tra le sue mani, si lascia ferire dalle fauci dei V-Rex, i quali, nel tentativo di sbranare la donna, finiscono per azzannarlo. Le mani di King Kong, che prima erano una sorta di inespugnabile “gabbia” per la giovane, diventano un confortante riparo dal pericolo incombente. La bestia incarna di colpo i connotati del valoroso, sicché brutale, eroismo, battendosi a ritmi frenetici. Dopo aver abbattuto cruentemente i suoi efferati nemici, Kong rivendica la propria supremazia sull’isola, ruggendo ferocemente. E’ interessante notare come gran parte delle riprese del combattimento siano totalmente ispirate, nel posizionamento della camera, ai combattimenti della pellicola degli anni ’30.

Kong riprende con sé Ann, portandola fino al suo rifugio, situato sul picco di una montagna che dona alla creatura la vista sull’intera isola. Sulla sinistra, a pochi metri da dove Kong si poggia, una piccola cascata scorre verso la vallata. Ann nota l’animale intento ad osservare il calar del sole, e afferma che tutto questo “è bellissimo” sfiorandosi più volte il cuore. Un fato crudele ha voluto che Kong diventasse un anacoreta, costretto a rifugiarsi in un eremo lontano, a rimirare il sorgere e il calare del sole come sola fonte di sollievo. Il mostro, spossato dalle battaglie sostenute, apre la propria mano in direzione di Ann che si distende su essa e si addormenta. Kong la regge stretta a sé, accarezzandola, come se provasse addirittura a cullarla. Nei mossi capelli colorati d’oro della fanciulla, Kong rivede il sole radioso della sua isola, il suo amorevole conforto.

A notte inoltrata, Jack raggiunge Ann e fa per tenderle la mano nel momento in cui lei sta per svegliarsi. La camera si sposta centralmente, mostrando i due corpi protratti nell’atto di toccarsi mentre King Kong dorme. I due adesso stanno per sfiorarsi quand’ecco che Kong si sveglia e scosta Ann poco prima di aggredire l’uomo. Uno stormo di grandi pipistrelli, proveniente dalla caverna, si alza in volo, e attacca il gorilla che nella colluttazione perde di vista Ann e Jack, i quali riescono a fuggire, gettandosi nel fiume. Un Kong furioso si lancia immediatamente al loro inseguimento, arrivando in prossimità del villaggio. Devastato il grande portale posto al centro della recinzione, Kong irrompe sulle sponde dell’isola e vede Ann allontanarsi in barca.  Disperato, King Kong tenta di gettarsi in acqua per raggiungerla. Carl però lo colpisce, lanciandogli contro una bottiglia piena di cloroformio che addormenta la bestia. Poco prima di addormentarsi, i suoi occhi sostano per qualche istante sulla figura di Ann in lacrime. Esso le tende la mano, in un ultimo, commovente tentativo di poterla ancora toccare. Ormai privo di sensi, disteso sugli scogli battuti dalle onde del mare, quello che verrà considerato come “l’ottava meraviglia del mondo” viene fatto prigioniero e caricato a bordo di un mercantile diretto in America.

Kong viene allontanato dalla sua terra natia per divenire un fenomeno culturale da poter ammirare e al tempo stesso schernire, imprigionato da catene e sballottato da un teatro all’altro. La bestia viene presentata al grande pubblico nel periodo natalizio a Broadway, per la produzione dell’avido Carl Denham. Jack, disgustato dal trattamento riservato ad una creatura così unica, si rifiuta di cedere il proprio nome alla compagnia e Ann, anch’ella turbata dai recenti avvenimenti, abbandona la vecchia troupe, per diventare un’anonima ballerina di danza classica. La figura della donna agognata dal mostro viene sostituita da una controfigura somigliante ad Ann. Kong riconosce immediatamente che la donna che ha di fronte non è la sua compagna e, innervosito dai flash dei fotografi, spezza le catene e si libera. Ormai privo di alcun freno, la bestia comincia ad abbattere tutto ciò che le si para davanti, devastando la platea. Fuoriuscito dal teatro, King Kong si ritrova vittima di un mondo fin troppo diverso da quello in cui ha sempre vissuto. La modernità del tempo schiaccia l’indole della creatura, disorientata dalle auto e dalle luci della città. La natura tribale di Kong si scontra con la civilizzazione dell’uomo, che ha strappato dalla sua isola un essere così imponente da non potersi adattare a questa nuova realtà. L’animale afferra ogni donna dai capelli biondi che gli si presenti davanti nella speranza di ritrovare la sua Ann. Kong è implacabile ma d’improvviso i suoi sensi si quietano: ha infatti intravisto Ann, che avanza lentamente verso di lui, indossando un lungo vestito bianco. La donna, commossa e spaventata, sa di essere l’unica in grado di domare la bestia. King Kong le si avvicina, e i due così distanti, tentano di approcciarsi nuovamente, sfiorandosi appena.

  • L’ultima notte

E’ la tarda serata di un freddo inverno, e quando la neve comincia a fioccare sulle strade oramai deserte, la bestia allunga il suo braccio verso Ann, che si lascia prendere e portare via. Le mani del “gigante” mutano ancora di significato all’interno del film, venendo adesso mostrate come una “carezza” protettiva che la bestia riserva alla sua Ann. King Kong ritrova finalmente la donna che aveva perduto poco prima di lasciare quell’isola che da sempre fu la sua sola dimora. Con lei si allontana dal centro cittadino per recarsi sul lago di Central Park.

Il carattere drammatico e sognante dell’amore proibito di quest’ultimo film assume un valore superiore se paragonato all’intenzione crudele, velatamente espressa dalla creatura, presente nei precedenti adattamenti. Il recente King Kong sembra infatti consapevole dell’impossibilità di poter vivere totalmente l’amore che prova per la donna, riuscendo ad esprimere il desiderio di volerla solamente proteggere ad ogni costo, tenendola con sé. Nella suggestione della scena ambientata sul lago ghiacciato, emerge la dolcezza del sentimento della bestia, innamoratasi perdutamente della bella. In quegli intensi frangenti, infatti, King Kong inizia a slittare delicatamente sul ghiaccio, facendo volteggiare in aria la compagna. Ann sorride dolcemente lasciandosi trasportare dai pacati movimenti della bestia, che, indugiando per qualche istante e calando vertiginosamente la mano, dona alla donna l’impressione di poter “volare”.  I due continuano a restare vicini come avveniva sull’isola; ma questa volta, invece che circondati da una fitta vegetazione, sono avvolti da una splendida cornice costituita da tanti alberi di natale, addobbati da palline colorate e illuminazioni intermittenti. L’ambientazione fiabesca trova un’ulteriore esaltazione “favolistica” nel candore della neve che cade sugli alberi che delimitano il lago, mentre la bestia sembra danzare con la bella su di una lastra di ghiaccio. Kong si lascia scivolare lungo le sponde arrivando a scontrarsi con un cumulo di neve depositatasi ai bordi del lago. Ann resta avvolta dalla neve che le copre il viso, mentre il grande gorilla, anch’esso ricoperto dalla coltre bianca, comincia a ripulire teneramente la giovane dai fiocchi di neve. Trascinati dal terreno scivoloso, King Kong resta catturato dalla bellezza della sua dama in un lento passaggio che certifica la poetica romantica dell’animo dell’animale. Un frastuono irrompe nel silenzio percuotendo il terreno a pochi metri dalla bestia. King Kong comprende di essere di nuovo sotto attacco. Raccolta Ann ancora una volta nella sua mano, il maestoso primate fugge via, arrampicandosi sul monumentale Empire State Building. Seduto su in cima, Kong schiude la mano permettendo così ad Ann di liberarsi. La creatura riprende nuovamente a contemplare la bella, esattamente come faceva nel suo rifugio sulla montagna. Il sole è prossimo a sorgere, e Kong se ne accorge; quindi comincia a darsi dei colpi sul petto con la mano, proprio in prossimità del cuore. La donna capisce che la bestia sta tentando di comunicare con lei, riprendendo le medesime sensazioni che la bella aveva provato con lui. Ann, sorridendo, ripete: “è bellissimo!”. La pace delle loro emozioni viene però turbata: i biplani dell’esercito volgono verso King Kong.

  • …e la bestia fu come morta

L’animale intuisce il pericolo e allontana Ann. La donna supplica la bestia di tenerla con sé perché sa che fino a quando resterà vicino a lei non potranno colpirlo. Quel mostro, da cui in principio scappava impaurita, è divenuto adesso, agli occhi di Ann, una vittima. La vittima di un amore tanto profondo quanto impossibile. King Kong spinge via la donna e affronta coraggiosamente gli oggetti volanti che si dirigono verso di lui e dai quali partono sventagliate di colpi di mitragliatrici. King Kong riprende a combattere per l’ultima volta, terminando la propria esistenza così come era da sempre stato costretto a fare: lottando per sopravvivere. Ma questa volta non si batterà per se stesso: Kong crede fermamente, in cuor suo, di poter morire per proteggere l’amata che cercava da tutta una vita. I colpi dei biplani si fanno ravvicinati e incessanti; essi sono inclementi, nonostante le urla di Ann, la quale tenta di far cessare il fuoco di quell’artiglieria aerea. La bestia riesce ad abbattere tre aerei, ma soccombe per le ferite riportate subito dopo aver salvato Ann, un’ultima volta.  King Kong si accascia, morente, sul bordo dell’edificio, annientato da un mondo repressivo e discriminante. Lontano dalla sua casa, esso ha però dinanzi a sé l’unica cosa che desidera mirare davvero: Ann. L’amata allunga il braccio, sfiorando il muso dell’animale che esala l’ultimo respiro. Osservato un’ultima volta il suo eterno amore, King Kong cade giù precipitando nel vuoto.

  • Il lavoro di Peter Jackson

Jackson riesce sapientemente a coniugare l’impronta avventurosa con l’idealismo passionale. Al di là dell’esperienza esotica, il regista dedica gran parte delle scene ad una toccante analisi dell’animo del gigantesco animale, tentando di mostrarne i turbamenti e le sofferenze iniziali, combinandoli con l’ardore e la gioia finale nel poter stare vicino ad Ann, una Naomi Watts ammaliante nei primi piani a lei dedicati, talmente incantevole da riempire completamente lo schermo. Jackson riesce a divertire e allo stesso tempo a commuovere profondamente, coniugando magistralmente i fondamenti del linguaggio cinematografico primario portato avanti dalla storia di King Kong. Lo spettatore più sensibile si immedesima così nell’esistenzialismo della creatura e nell’eroico atto finale della bestia.

Ann, in lacrime, viene raggiunta e abbracciata da Jack nell’epilogo della vicenda. Alcuni degli uomini presenti diranno che gli aerei, infine, sono riusciti ad abbattere la bestia, ma verranno frenati dalla tragica realtà: è stata la bella ad uccidere la bestia.

  • L’amore tra la bella e la bestia

Esiste un adagio arabo antico che recita testualmente: «Quand’ecco che la bestia vide in volto la bella…e la Bella fermò la Bestia, che da quel giorno in poi, fu come mortaKong salì sulla sommità dell’Empire State Building per vivere un ultimo passo d’amore platonico e contemplativo con la sua innamorata a ridosso delle prime luci dell’alba. Mirando il biondo dei capelli di Ann, il sole radioso del suo avvenire crepuscolare, esso attese la morte, accogliendola. King Kong scelse di perire quando si innamorò della donna. Consumato da quell’amore impossibile, la bestia poté fregiarsi della sola opportunità di ricordare eternamente la bella, in un’immagine astratta conservata nell’ultimo dei suoi sguardi, quello che si smarrì sul triste volto della donna amata.

Non è affatto vero che solo gli uomini sono in grado d’amare; nonostante non potesse averla, King Kong ha amato più di come avrebbe potuto fare qualunque altro essere umano. La bestia muore lasciando la bella viva e al sicuro sul tetto del grattacielo, in quell’altura che non faceva altro che rammentarle il rifugio che aveva sull’isola, laggiù, dove avrebbe voluto custodire la sua Ann per tutti gli anni a venire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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