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"Veronica Lake, la strega Irene" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Angel era perplesso. Decisamente perplesso. Il suo volto pareva più pallido del solito, il che per un vampiro è tutto dire.

Non poteva credere alle sue orecchie. Cordelia l'aveva ingannato bene bene. Perfino Wesley, il fido aiutante del succhiasangue, era quantomeno titubante. 

"Mi stai dicendo che si tratta di una disputa da divorzio?" - chiese Angel, stupefatto. 

"Più o meno… Già!" – balbettò, imbarazzata, Cordelia. 

"Noi non ci occupiamo di queste cose!" - tuonò Angel, con tono categorico. 

E aveva ragione da vendere. La Angel investigazioni, la ditta investigativa fondata dal vampiro e dalla stessa Cordelia, si occupava di aiutare gli indifesi, di prestare soccorso ai deboli, di proteggere coloro che venivano minacciati dalle forze del male. Il lavoro che Cordelia aveva portato alla loro attenzione non aveva nulla e che fare con i loro compiti. Ma Cordelia non riuscì a resistere, quel cliente era disposto a pagarli profumatamente per perorare la sua causa. E poi, come ebbe a dire la stessa Cordelia, quel caso poteva avere un non so che di soprannaturale. Stando a quanto affermava il marito che intentava la causa di divorzio, infatti, sua moglie era una vera strega!

Angel guardò Cordelia con un'espressione che era un misto tra l'arrabbiatura e la compiaciuta ironia. "Dubito fortemente che si tratti di una VERA strega!" - concluse Wesley. 

Angel, Cordelia e Wesley nel diciottesimo episodio della prima stagione di "Angel": "La forza dell'odio".

Eppure, il vampiro e i suoi collaboratori potevano concedersi il beneficio del dubbio. Del resto, tutti e tre dovevano sapere che, qualche volta, capitò davvero ad un essere umano di sposare una strega. Intendo un’autentica strega, dotata di poteri magici, non una donna tanto rabbiosa e perfida da essere paragonata ad una arpia.

Come stavo dicendo, capitò ad alcuni uomini di prendere per moglie una strega a tutti gli effetti. Una strega buona, per loro fortuna.

Ad esempio successe, intorno agli anni Sessanta, ad un certo Darrin. Come dite? Chi era questo Darrin?

Un uomo come tanti altri, un onesto lavoratore, un americano modello. Si innamorò di una certa Samantha, una donna bella, intrigante, e piena di segreti. Già, proprio così: Samantha era una strega coi controfiocchi. Le bastava muovere rapidamente le labbra e il naso, come in una sorta di smorfia, per fare accadere qualcosa di insolito.

Ogni qual volta avesse voluto, Samantha avrebbe potuto spolverare casa da cima a fondo senza sforzarsi minimamente, in un battito di ciglia, mettiamola così... O per meglio dire in un battito di labbra e con un colpetto di naso. Avrebbe potuto cucinare in pochi secondi i piatti più succulenti, con un buffetto della sua espressività: il sogno di ogni casalinga.

Ma Samantha voleva ricorre alla magia solamente quando era proprio necessario, un po' perché le piaceva vivere come una donna qualunque, un po' per non fare preoccupare troppo il povero Darrin, che non si abituerà mai alle stravaganze della moglie e a tutte le stramberie dei parenti di lei e di tutto il loro mondo magico. Ma Samantha non lo faceva solamente per quello, per dare sollievo a Darrin: lo faceva prima di tutto per lei. Voleva dimostrare a sé stessa d'essere una donna forte, intraprendente, instancabile, che riusciva ad essere una buona moglie, una fantastica mamma, una gran lavoratrice senza l'ausilio di alcuna trovata magica. Samantha incarnava il desiderio di affermazione, di forza d’animo, di coraggio di tutte le donne degli anni Sessanta: donne capaci di farsi strada con il proprio impegno, la propria abilità, il proprio talento.

Ancor prima di Darrin e Samantha, ci fu un'altra coppia che si formò nonostante le differenze: lui era un uomo mortale, lei, beh, una strega con addosso trecento anni di età, o giù di lì. Portati alla grande, si intende.

La strega in questione si chiamava Irene e aveva il volto di Veronica Lake nell’opera cinematografica “Ho sposato una strega” del 1942. Questa pellicola in bianco e nero è un fantasy garbato e delizioso, spiritoso e gradevole, pregno di una comicità fanciullesca e delicatissima. La “cattiveria” della streghetta Irene, dedita a compiere scherzi e diavolerie semi-innocenti nei confronti della sua vittima prediletta, l’uomo di cui finirà per innamorarsi, catturano l’essenza gioiosa e lo stile fiabesco della storia immortalata dal cineasta René Clair.

Irene – la strega protagonista del racconto visivo – è una fattucchiera molto particolare. Già! Ma come potrei descrivere Irene? Da cosa potrei partire? Ma certo, anzitutto dovrei dire che è bellissima. Lo giuro, quando fu eternata su quel nastro di pellicola, lo era per davvero. Era più bella di quanto le parole possano riuscire a renderle giustizia.

Veronica Lake vi aspetta anche qui.

Aveva un volto da ragazzina, innocente seppur scaltra, due occhi grandi e profondi - che ricordavano le acque limpide di un laghetto delimitato da rosee sponde – che spuntavano al di sotto di due sopracciglia sottilissime, curve come un arco teso. Ma il particolare che più balzava all’attenzione del suo aspetto erano i suoi capelli: una folta chioma dorata le cingeva completamente il volto, scendendo giù lungo le spalle. I riccioli che aveva e che si intersecavano fra loro somigliavano a vortici cascanti, onde increspate di giallo che si sollevano prima di distendersi sulla battigia. Parte dei capelli le precipitava sulla fronte e le copriva metà del viso. Uno dei suoi occhi restava così celato allo sguardo dell’interlocutore e ciò le conferiva un’aria misteriosa, sinistra, ed elusiva. Il suo ovale, occultato a metà da un drappo color dell’oro, avrebbe potuto irretire anche il più accorto tra i viandanti, persino il più resistente ai sortilegi di questa strega tanto amabile e gentile… All’apparenza.

Irene, dunque, aveva un occhio celato da una parte dei suoi capelli d'oro. Sapete che anche un'altra strega, in un racconto visivo molto diverso, aveva un occhio coperto?

Questa strega, però, non manteneva il suo occhio adombrato da un ciuffo di capelli bensì lo teneva nascosto da una benda e per un motivo molto serio: chiunque avesse guardato dritto in quell'occhio avrebbe visto il futuro, precisamente il momento della propria morte. Nel film "Big Fish – Le storie di una vita incredibile", la “strega” in questione viveva in una casa diroccata, ricoperta di rami e fogliame, ed era molto avanti negli anni, tanto vecchia e rugosa da fare spavento, e occultava il suo occhio maligno perché nel suo bulbo oculare vi era l'immagine della fine. 

La storia di una vita incredibile, tra streghe, lupi mannari e giganti, vi attende qui.

Irene era una strega molto diversa dalla presunta fattucchiera di “Big Fish”: era giovane, nonostante l'età, eternamente giovane. Era graziosa e minuta come una fata. E soprattutto, se qualcuno avesse guardato nei suoi occhi non avrebbe visto la spaventosa sequenza della propria fine, ma avrebbe visto due cerchi azzurri, profondi come due pozzi colmi d’acqua cristallina e scintillanti come due stelle che brillano di una luce che non si estingue mai. Irene era brava a preparare pozioni col suo calderone, a rimestare le brodaglie con il suo grosso mestolo, ed era ancor di più abilissima a svolazzare in sella alla sua scopa. Ma qual era la storia di Irene? Sì, insomma, quale fu il suo vissuto?

Beh, tutto cominciò nel XVII secolo. Erano anni difficili quelli. Anni di caccia alle streghe. Specialmente nella cittadina di Salem. Le fanciulle che vivevano vicino ai boschi, all’interno di spelonche cupe e fatiscenti, da cui echeggiavano miagolii di gatti neri, potevano essere facilmente scambiate per truci megere. Irene non viveva in un antro angusto e tenebroso, non aveva con sé un gatto dal manto scuro, al contrario viveva col suo papà: uno stregone tozzo e dispettoso, dedito a combinare guai per tutta Salem. Padre e figlia, strega e stregone, verranno scoperti dagli abitanti del villaggio e condannati, come la tradizione del periodo soleva impartire, al rogo. I due verranno arsi vivi, non prima di aver lanciato una perigliosissima maledizione: sarebbero tornati, un domani, e si sarebbero vendicati sugli eredi di coloro che avevano sancito la loro fine terrena.

Passarono i secoli. Le anime di Irene e del papà rimasero prigioniere alle radici di un grosso albero. Nella prima metà del Novecento, un giorno come un altro, durante un temporale, un fulmine colpisce la vecchia quercia liberando l’anima della strega e del suo genitore. I due mediteranno subito vendetta. Irene, in particolare, è decisa più che mai a vendicarsi contro i suoi carcerieri, o per meglio dire contro un discendente dei suoi aguzzini: Wallace Wolley, un nobiluomo.

La strega vuole assoggettarlo, più precisamente vuole: “Renderlo il suo schiavo e farlo tanto soffrire”. Ma per fare ciò avrà bisogno di un corpo.

Lo dirà lei stessa allo spirito del papà: “Sarebbe bello avere delle labbra... labbra per sussurrare bugie... labbra per baciare l'uomo e farlo soffrire. Padre, perché non posso avere labbra, occhi e capelli?”.

Le streghe… Valle a capire… Per loro gli occhi, le labbra, il naso e i capelli sono così fondamentali: a Samantha Stephens le labbra e il naso servivano per attuare i suoi incantesimi, alla strega di “Big Fish” il suo occhio era necessario per spaventare il prossimo e mostrarne la dipartita, per Irene i capelli erano opportuni per aumentare il proprio fascino, l’ingrediente segreto del suo filtro d’amore.

Irene desidera infatti fare innamorare Wallace di lei. Lo spirito della streghetta, pertanto, si reincarna in una bella fanciulla, dalla folta chioma dorata. Irene è furibonda: non può dimenticare il torto subito. La vendetta, tuttavia, troverà un ostacolo insormontabile anche per la più determinata delle streghe. Non ci sarà intruglio, contro-incantesimo, scudo magico che terrà: Irene finirà per innamorarsi perdutamente di Wallace e verrà ricambiata a sua volta.

Dapprima, Irene si introduce nella vita di Wallace come un vortice tumultuoso, una tempesta che scuote il placido protagonista e la quiete della sua dimora. Wallace tenta in ogni modo di calmare l’indole pestifera di Irene, senza mai riuscirci. In Wallace traspare la dignità di un uomo d’alto rango, di un borghese raffinato, che si trova costretto a fare i conti con una donna umile e tutta pepe, che semina il disordine (e porta con sé il divertimento) nella sua smisurata villetta, forse, fino ad allora, rimasta un’abitazione troppo seria e noiosa. Wallace se ne accorgerà pian pianino: Irene, con le sue arti magiche, sta portando nella sua vita una ventata di aria fresca, nuova, imprevedibile, una sferzata di energia. Scrutandola a più non posso, Wallace si rende conto di quanto Irene sia speciale.

Al contempo, la strega, che desidera soggiogare completamente la sua povera “vittima”, prepara una pozione d’amore che, per errore, berrà lei stessa. Così, tutto l’odio e l’ira che serbava nei confronti della casata a cui Wallace appartiene vengono meno e in lei sboccia un affetto sincero e inarrestabile.

L’amore, lentamente, cambia completamente il carattere della strega, che da essere pestifero e indisponente sceglierà di divenire una donna buona, gentile e tanto, tanto devota.

L’amore che nasce tra Irene e Wallace è quello inaspettato e decisamente non convenzionale, un tipo di amore che vede coinvolte due anime separate dal tempo e incontratesi inaspettatamente. Due anime che si sceglieranno fra tante, nonostante gli attriti iniziali. Non vi è distanza, differenza, che possa dividerle: strega e uomo si ameranno senza esitazione.

Neppure Wallace, inizialmente, sa spiegarsi cosa gli accade quando passa tutta la notte a guardare Irene, fino alle prime luci dell’alba. Imbambolato… O per meglio dire “incantato” da quella strega, Wallace l’ammirerà inebriato, arrivando perfino a citare Dante e Beatrice.

Oh sì, ci sono state migliaia e migliaia di persone come noi, che vivevano lontano, mai sospettando di essere destinate l’una all’altra. E quando si incontrarono, i loro cuori si compresero senza esitazione. Prendiamo, per dirne una, il fatto di Dante e Beatrice: lui la vide una volta sola, ma in quell’attimo il mondo si inondò per lui di una luce abbagliante.”

Che anche Beatrice fosse una fattucchiera sotto mentite spoglie? Dopotutto, Dante, osservandola, cedette al “maleficio”, si innamorò di lei e proprio a lei dedicò le sue rime più belle. Per Wallace, guardare Irene significò mirare il bagliore di una luce tanto intensa da irradiarlo fino al cuore. E Irene, suo malgrado, cedette a sua volta a quello strano sentimento che mai aveva provato prima; lei, una strega tanto diabolica e vendicativa, si era fatta soggiogare da un sortilegio troppo potente per essere sconfitto.

L'amore dopotutto è più forte di qualunque incantesimo. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Veronica Lake" - Ritratto di Erminia A. Giordano per CineHunters

John Sullivan aveva tutto quello che un uomo potesse desiderare: una salute di ferro, un buon lavoro, una bella casa, una moltitudine di amici e - cosa non trascurabile per un giovane nel pieno della maturità come lui – una moglie tanto devota, nonché scrupolosa nell’attingere frequentemente al suo cospicuo conto in banca. Per non parlare di tutte le sue ammiratrici: una schiera di donne pronte a cadere ai suoi piedi.

Eh sì, John era proprio irresistibile. Aveva dalla sua il fascino del rinomato artista. Egli era, infatti, un regista di successo, un principe della commedia. Ogni anno, le sale cinematografiche che proiettavano i suoi film comici brulicavano di gente. Gli spettatori si accalcavano gli uni sugli altri, agitando il loro biglietto d’ingresso come se fosse un vessillo da sventolare con fierezza in faccia al nemico, bramosi d’accaparrarsi uno dei posti migliori del cinematografo. La folla pullulava in platea e rideva all’unisono, come un’unica voce. I film di Sullivan mettevano allegria. Facevano ridere, sì, eccome se lo facevano.

Tutti amavano le pellicole di John Sullivan. Beh, quasi tutti. A John Sullivan non piacevano. Sì, insomma, qua e là c’era qualche bella trovata, qualche simpatico siparietto; in qualcuna delle sue opere si poteva persino scorgere un messaggio carino di fondo, un barlume di morale ma nulla di più. Almeno, era ciò che John Sullivan sosteneva.

Come dicevo, John aveva ottenuto tutto ciò che un uomo poteva chiedere alla vita: matrimonio, fama, successo, denaro. E, come spesso succede, pur avendo tutto questo era infelice. Diciamo anche insoddisfatto. John Sullivan sentiva d’essere, invero, un regista mediocre, un artista senza guizzi, privo di alcuna vena creativa, un mestierante che si limitava alla sola messinscena comica. La commedia, già! Una forma d’arte, in genere, poco apprezzata dalla critica.

Due fantagenitori”: nell’undicesimo episodio della terza stagione intitolato “Ciak, si gira”, Trixie Tang dice la sua sulla "commedia".

Sapete, una fanciulla piuttosto altezzosa ed egocentrica disse un tempo che “La commedia è la più bassa forma d’intrattenimento dopo l’animazione”. E dovreste sapere con che tono lo disse; con il tono superbo e oltraggioso di chi disprezza il costrutto comico, il tentativo di far ridere, mettendolo alla stregua di un lavoretto da quattro soldi.

Eh già, come dargli torto. Dopotutto, chi non sa fare una commedia? Chi non sa scrivere un testo comico? Chi non sa girare un lungometraggio divertente? John Sullivan si faceva queste domande e si dava la seguente risposta: tutti! Tutti lo sanno fare. Non vi è nessun talento nel far ridere. E non è neanche bello, gratificante, o istruttivo strappare un ghigno alla gente. Solamente gli stupidi, gli inetti, i superficiali, coloro che non desiderano affrontare i problemi della vita vera, possono dedicarsi alla commedia. I grandi artisti, e nel caso di John Sullivan i grandi registi, si occupano del dramma, plasmano attraverso il linguaggio cinematografico il mondo circostante nelle sue forme più cupe e realistiche per elargire un messaggio sociale. La commedia è soltanto per registi mediocri, che badano più al portafoglio che alle recensioni.

John ne era ben conscio ed era arcistufo. Basta commedie leggere nel suo repertorio. Al diavolo i guadagni, che vadano in malora le risate e le sale gremite! Era arrivato il momento di farsi valere. John voleva dimostrare a tutti d’essere un cineasta di gran levatura. Così, scese a patti con i suoi collaboratori: gireremo un film di denuncia e lo chiameremo “Fratello, dove sei?”.

Ma sei impazzito?” – Montarono in collera i suoi consiglieri.

Nessuno vorrà vederlo!” –Trillarono preoccupati i produttori.

John parve irremovibile, ancorato com’era alle sue solide posizioni. “Fratello, dove sei?” tratterà della povertà, sarà un film sugli ultimi destinato agli ultimi.

John, ma che diavolo ne sai tu della povertà? Vivi nel benessere, nell’agiatezza”. Si sentì rimproverare, in cuor suo. “Ebbene, diverrò povero. Mi infiltrerò tra gli umili, lascerò le banconote qui a casa, mi coprirò di vestiti lerci e consunti e andrò a vivere di quartiere in quartiere. Avrò il freddo asfalto come letto, e il cielo coperto di stelle come tetto”. E intanto meditava ed elaborava il suo piano.

Joel McCrea nei panni di John Sullivan in una scena de "I dimenticati", 1941

John Sullivan, colui che detestava la commedia, smarrì la sua identità. Divenne un vagabondo, e iniziò a ramingare di qua e di là. La barba cresceva sulle sue guance e sul suo mento, del resto non aveva più un rasoio con sé né un confortevole bagno con tanto di specchiera in cui potersi riflettere e radersi più facilmente. Tirava a campare di quel che trovava, ma la sua troupe lo seguiva, in lontananza, tallonandolo passo per passo. Gli amici temevano potesse cacciarsi nei guai da un momento ad un altro. John li ignorava. Non voleva aiuti di nessun genere. Voleva considerarsi un povero, sentirsi un povero, vivere come un povero.

Di buon mattino, entrò in un locale. Era affamato ma aveva pochi spiccioli con sé. Dunque, una ragazza si fece avanti e gli offrì una fumante colazione, fatta di uova e prosciutto. Costei aveva un aspetto che non poteva passare inosservato: anzitutto, occorre precisare che era bellissima. Ve lo assicuro, non si tratta di un’esagerazione. Era più bella di quanto le parole possano riuscire a renderle giustizia. Aveva un volto da ragazzina, innocente seppur scaltra, due occhi grandi e profondi - che ricordavano le acque limpide di un piccolo lago circolare delimitato da rosee sponde – che spuntavano al di sotto di due sopracciglia sottilissime, curve come un arco teso. Ma il particolare che più balzava all’attenzione del suo aspetto erano i suoi capelli: una folta chioma dorata le cingeva completamente il volto, scendendo giù e adagiandosi sulle spalle. I ricci che aveva e che si intrecciavano fra loro somigliavano a vortici cascanti, onde increspate di giallo che si sollevano prima di infrangersi sulla battigia. Parte dei capelli le precipitava sulla fronte e le copriva metà del viso. Uno dei suoi occhi restava così celato allo sguardo dell’interlocutore e ciò le conferiva un’aria misteriosa, sinistra, ed elusiva. La sua faccia, occultata a metà da un drappo color dell’oro, avrebbe potuto irretire anche il più accorto tra i viandanti, persino il più resistente ai sortilegi di quella strega tanto amabile e gentile.

"Veronica Lake" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

John ne rimase subito affascinato. Non poteva trarsi fuori dall’incantesimo che ormai era scattato. Quella fanciulla - Veronica forse si chiamava - voleva diventare un’attrice. Le aveva provate tutte fino ad allora. Provini su provini, ma niente. Hollywood non era quello che si aspettava. Non era una città di sogni e di speranze, ma un luogo tetro e angusto, superficiale e dispersivo. Veronica si era oramai disillusa. Chi avrebbe potuto dirglielo che, accanto a sé, quel mattino, aveva uno dei registi più prolifici degli ultimi anni! John, dal canto suo, non voleva dir nulla. Nessuno avrebbe dovuto scoprire la verità. Così finse d’essere uno sbandato, uno squattrinato senza fissa dimora, capitato lì per caso.

I due fecero amicizia, e parlarono e parlarono. Quindi, John, sotto mentite spoglie ricordiamolo, chiese a Veronica se avesse mai sentito parlare di John Sullivan. – “Ma certo!” - rispose la ragazza. Adorava i suoi film. La facevano tanto ridere. Per esprimere tutta l’ammirazione che aveva nei riguardi di Sullivan, Veronica si mise persino a descrivere una scena dei suddetti film, una delle più spassose. Le bastò richiamarla alla mente, descriverla a parole, e subito scoppiò a ridere. La metteva così di buon umore quella pellicola. Veronica era tutta sola prima di incontrare John. Era triste, delusa, disamorata. Eppure, quando parlò con lui di uno dei lungometraggi di Sullivan, il sorriso tornò sulle sue labbra, a rischiarirle le gote. Per un attimo aveva dimenticato l’ira che covava nei confronti di Hollywood, la sfiducia che albergava nel suo cuore. Era tornata a sogghignare, era divenuta felice, per un istante soltanto. Il potere della commedia!

John non se ne rese conto. Anzi, sbuffò. Si sentiva umiliato. Possibile che tutti riconoscessero soltanto le sequenze più allegre delle sue pellicole e mai nessuno notasse qualche nota più seria celata tra i vari montaggi, qualche accenno più recondito nascosto fra le battute dei personaggi? Niente, era proprio irritato. Nessuno lo prendeva sul serio, nemmeno quella ragazza di cui si era invaghito immediatamente e che non sapeva ancora chi fosse in realtà.

Dopo qualche giorno trascorso insieme, John rivelò a Veronica la verità sul suo conto. La ragazza non riusciva a crederci. Aveva avuto uno dei più celebri cineasti del suo tempo accanto a sé, per tutte quelle ore, e non lo sapeva. Quale occasione! Sfruttando quell’amicizia nata per caso poteva finalmente entrare nel mondo del cinema. Ma questo è un pensiero che solo i più taccagni e i più opportunisti avrebbero potuto fare. Veronica non apparteneva a quella specie. Era unica. La sua amicizia con John era autentica, e l’affetto che via via provava con sempre maggior convinzione verso di lui lo era altrettanto. Non disiderava minimamente approfittarne, tutt’altro. Era inflessibile sui suoi voleri iniziali: aveva chiuso con quel mondo difficile e con i set cinematografici. Ma non voleva andar via. Non più. Voleva restare accanto a John, aiutarlo nel suo scopo. Se era la povertà che John cercava, Veronica sarebbe rimasta al suo fianco per tutto il loro viaggio.

Rivestitisi di stracci, di giacche sdrucite e di pantaloni logori, con fori grossi come monete attraverso cui il vento gelido, nella notte, amava farsi strada sui loro corpi, John e Veronica vagarono da un capo all’altro delle città. Agghindati in tal modo, i due del tutto inconsapevolmente fecero proprie le vesti delle immortali maschere comiche del recente passato, anch’esse gravate dalle condizioni misere della società e condannate a errare senza una fissa dimora, come mostrato dalle interminabili peregrinazioni di Charlot, o di Laurel e Hardy.

Salendo di soppiatto sui treni, sprovvisti di biglietto, dormendo su vagoni merci, avendo un cumulo di paglia come lenzuola e guanciali, i due vagheranno, conoscendo sempre più le rinunce, i sacrifici, gli stenti dell’indigenza. Un bel giorno, John ammise di aver visto abbastanza, di aver fatto suo il dramma che voleva comunicare agli spettatori. Veronica era stremata, desiderava tanto tornare nella casa di John, lì dove, un mattino, avevano passato qualche ora di gioia e serenità nuotando nella piscina.

Accadde però qualcosa di imprevisto. Una sera, John, rimasto temporaneamente da solo, viene colpito e derubato da un barbone senza scrupoli, che sgraffigna tutto ciò che John in gran segreto portava con sé, nelle tasche del suo cappotto sozzo, documenti compresi. Poco dopo, il ladro viene travolto da un treno, che dilania il suo corpo rendendolo irriconoscibile. Il barbone, però, aveva con sé le scarpe ed i documenti del celebre regista, e così, di colpo, tutti credono che John Sullivan sia morto tragicamente, saggiando quella vita di dolore che tanti temono. Mentre viene dato per deceduto, John vaga senza meta, stordito e affranto. Fermato dalla polizia che setaccia le strade, viene scambiato per un manigoldo e quindi arrestato e processato. Condannato a sei anni di lavori forzati, John non riesce in alcun modo a dimostrare la propria innocenza e, ancor di più, la propria vera identità. Trasferito in un campo di lavoro, il regista sperimenta, questa volta con ancor più durezza e tormento, i veri patimenti dei miseri e dei dimenticati.

In quei campi, John viene abbandonato a sé stesso. Le sue mani che avevano toccato solamente il tenue materiale di una cinepresa, adesso lambiscono il freddo e ruvido tocco di un piccone. Con esso, John inizia a frantumare le pietre, la sua schiena si curva per lo sforzo continuato, i suoi piedi tremano nel pantano fangoso in cui è costretto a sgobbare. Con lui, dozzine di altri prigionieri scampati al ricordo degli uomini, si dannano come anime sole inseguendo una bandiera senza simboli né stemmi, prede di un antinferno in cui il tempo si è fermato. John è distrutto. Un compagno cerca di rincuorarlo: “Coraggio, stasera forse ci portano al cinema”, gli riferisce. Che ironia, una volta John il cinema lo faceva per davvero. Che conforto poteva trarne, ora, da una banale pellicola, lui che penava sotto il sole cocente a mezzogiorno, mentre il sudore gli grondava giù dalla fronte?

Quella sera però, John si unì agli altri prigionieri e insieme a loro raggiunse il custode che, come piccolo dono, li portava ogni tanto a vedere un film nella parrocchia più vicina, dove il prete era solito montare un proiettore. John era avvilito, nulla gli importava più. Era certo che non avrebbe più rivisto Veronica, che lei lo avesse dimenticato e che non lo stesse più cercando né tantomeno aspettando. Tenne il capo abbassato, chiuse gli occhi.

D’improvviso, sentì qualcosa che non udiva da tanto tempo, da quando aveva messo piede nell’acquitrino dei campi di lavoro. Sentì ridere. Risate fragorose, colme di gioia, di felicità. Alzò la testa e vide accanto a sé i suoi compagni, bianchi o neri che fossero, ridere a crepapelle. Ma erano proprio loro? Non li aveva mai visti sorridere. Avevano sempre sguardi spenti, facce deturpate dai supplizi. Quasi non li riconosceva. Avevano le bocche spalancate, i denti in bella vista. Ridevano spontaneamente. John guardò lo schermo e vide la cosa per lui più comune del mondo: un film. Un semplice cortometraggio animato di Topolino. Tante erano le disavventure comiche che i personaggi disneyani vivevano in quella pellicola che strappavano risate continue agli spettatori. L’animazione e la commedia si erano mescolate insieme, in quel caso, con l’intento di far ridere. Chissà cosa avrebbe pensato vedendo quella scena la ragazza che ho nominato all’inizio di queste mie pagine, colei che disse che “La commedia è la più bassa forma d’intrattenimento dopo l’animazione”. In quel cortometraggio firmato Walt Disney, arte animata e arte comica si univano, fino a generare un susseguirsi di trovate brillanti che trasmettevano pura e semplice gaiezza.

John scoppiò a ridere, arrivando quasi a commuoversi e finalmente ebbe la rivelazione. Lo capì sulla sua stessa pelle, osservando i volti dei suoi fratelli prigionieri. Essi non avevano più aspettative, speranze, attese per il futuro. Vivevano giornate costellate di tormenti. Avevano un solo rifugio: quello che definivano “cinema”, il proiettore di quella chiesa. Potevano recarsi raramente laggiù, quando il custode della prigione dispensava loro un esiguo dono. E loro bramavano e adoravano quel regalo, come se fosse la cosa più preziosa sulla faccia della Terra. Era l’unico momento in cui potevano riposare, distrarsi, scordare per qualche istante l’asprezza della loro vita, il senso di colpa che li torturava, la fatica che li lavorava ai fianchi. Era la risata, l’ultima arma che avevano. La sola cosa che li spronava a sopravvivere.

John capì quel giorno l’importanza del suo lavoro, il valore della filmografia su cui aveva posto la sua firma. Per molti, infatti, la commedia arguta, raffinata, intelligente e schietta è un porto sicuro a cui arrivarci dopo aver solcato il mare plumbeo e burrascoso. John se ne avvede proprio quella sera.

Nei giorni a seguire, con un po’ di fortuna, Sullivan riuscirà finalmente a dimostrare la propria identità e a tornare nel mondo dei privilegiati. Non smetterà di rammentare la lezione appresa. Divorziato dalla consorte che pretendeva da lui null’altro che il vile denaro, John riabbraccia la sua amata Veronica e, ricercandone lo sguardo, le comunica le sue intenzioni: realizzare una nuova commedia che possa trasmettere gioia in tutto il mondo.

Perché vedete, far ridere in maniera intelligente non è affatto facile.  È un talento che pochi possiedono realmente, e costoro sono tra gli artisti più veri di cui si possa fare menzione. John Sullivan era uno di questi.

Veronica lo sapeva bene. Mantenendo il suo occhio adombrato da una ciocca di capelli, scrutò il sorriso del suo amato e ammise di amarlo.

Ma che ci trovava Veronica in lui, in realtà? Beh, è scontato: la faceva ridere!

Molti anni dopo, in un tempo e in un luogo ben diversi dalla storia fin qui raccontata, una giovane donna s’innamorò di un uomo per così dire “bizzarro”. Questa fanciulla era solita indossare un vestito succinto e scarlatto, il cui tessuto brillava in maniera incessante ogniqualvolta veniva raggiunto dalla luce dei riflettori. Jessica, era questo il suo nome, vantava una chioma rossa, che le scendeva giù per le spalle, nascondendole parte del viso, rendendo il suo sguardo impenetrabile nella sua interezza. Quel suo volto e quella sua pettinatura, così evocativa e così enigmatica, ricordavano l’aspetto di Veronica. E non era un caso.

Jessica era stata volutamente concepita così e disegnata in tal modo da rassomigliare, in parte, proprio a Veronica Lake, la protagonista del racconto appena narrato. Proprio così, ho detto “disegnata”. E non ho usato quel verbo in senso metaforico, l’ho fatto di proposito; vedete, Jessica era un cartone animato, vivo e cosciente.

Jessica era solita esibirsi come cantante nel locale Inchiostro e Tempera. Il suo numero, per forza di cose, era il più atteso della serata. Non appena scoccava l’ora, tutte le luci della sala si spegnevano di colpo. Beh, quasi tutte: un riflettore puntava al centro del palco, balenando come un raggio di luna piena. Jessica emergeva nell’oscurità, da un sipario calato. La sua gamba scoperta trafiggeva il varco del sipario, e la sua voce echeggiava dal dietro le quinte. Poi, d'improvviso, appariva la sua silhouette. Jessica cantava, avanzando verso i tavolini della sala. Stuzzicava i presenti, stringendo le loro guance tra il pollice e l’indice; sottraeva loro fazzoletti di stoffa, cravatte, oggetti di ogni tipo con cui si dilettava a prendere in giro quel pubblico ammaliato. Una scena molto simile a quella che la stessa Veronica Lake portò a termine in una sua pellicola. Nel film “Il fuorilegge”, Veronica si esibisce in un locale con uno spettacolo di musica e magia. Ella emerge da un colonna di pietra, facendo sì che il suo braccio s’intraveda ancor prima di tutto il suo corpo. Intonando un brano, Veronica si fa strada fra i tavoli e punzecchia i clienti. Sgraffigna loro orologi, sigari, fiori all’occhiello appuntati sullo smoking: tutte cose che sostituisce magicamente con il tocco della sua mano. Ma chi erano costoro, in realtà? Veronica e Jessica erano entrambe due creature in grado di incantare per mezzo della loro bellezza e della loro voce.

Primo piano di Veronica Lake e Jessica Rabbit - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come dicevo, i creatori di Jessica l’avevano tratteggiata con l’intento di creare una donna d’ineguagliabile fascino. E avevano fatto centro. Bastava guardarla, anche fugacemente. Jessica era irresistibile: aveva le labbra carnose, delineate da un rossetto acceso, occhi intriganti e semisocchiusi, contornati da un trucco lillà. Il suo vitino da vespa veniva smussato da fianchi larghi e tondi, il tutto sovrastato da un seno prosperoso. Non vi era cartone più bello, e perfino tra le donne fatte di carne e ed ossa montava l’invidia e la gelosia nei riguardi della ben nota Jessica Rabbit.

In pochi, però, conoscevano il vero carattere di Jessica. Tutti si fermavano a ciò che l’apparenza suggeriva loro: Jessica era una donna sensuale e provocante, dall’espressione misteriosa e ancor più conturbante. Doveva essere, per forza di cose, una “femmina” pericolosa.  In fondo, lo credevano tutti. Jessica era “condannata” ad essere giudicata per come sembrava: una femme fatale che la sapeva lunga e che stava sicuramente tramando qualcosa.

Jessica viveva insieme al marito, un personaggio alquanto buffo: Roger Rabbit, un coniglio. Molti non riuscivano a spiegarsi come una donna dotata di una bellezza tanto sfolgorante come Jessica potesse essere la moglie dell’ingenuo e goffo Roger, e pertanto traevano strane e perfide conclusioni. Tra i più, infatti, serpeggiavano le male lingue: c’era chi sosteneva che Jessica stesse con Roger solamente per convenienza e che non avrebbe esitato a cacciarlo nei guai e a tradirlo alla prima occasione.

Nulla di più falso, Jessica era profondamente innamorata di Roger. Chissà cosa ci trovava in lui, me lo sono sempre chiesto. Ma che vado blaterando? Eddie Valiant, l’investigatore protagonista di questa storia, ebbe il coraggio di chiederglielo.

Ma che ci trovi in quel tizio?” - domandò Eddie.

Jessica non esitò un solo istante: “Mi fa ridere!” - rispose, come se per lei fosse la cosa più ovvia.

"Jessica Rabbit" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ebbene una donna tanto bella da togliere il fiato si era invaghita di un dettaglio caratteriale, di un modo di essere. Roger era simpatico, tremendamente simpatico. Faceva ridere Jessica di continuo. Dopotutto era il suo scopo, quello di far ridere la gente. Roger era un cartone, e amava dispensare sorrisi. Jessica non era per nulla superficiale, non era solamente una bellezza senza cervello: al contrario, era una creatura straordinaria, sensibile, in grado d’invaghirsi di una personalità allegra e scherzosa. Vedete, Jessica non dava importanza all’aspetto di Roger – che di sicuro non era un adone - non badava alla voce stridula e squillante del suo maritino, a lei interessava solamente sorridere insieme a lui. Perché riuscire a ridere è il segreto per vivere bene.

L’intera storia di Roger Rabbit – così come il viaggio di John Sullivan mostrato nell’opera filmica intitolata “I dimenticati” - sottolinea l’importanza di ridere e di far ridere, il valore della risata, e in entrambe le opere vi è presente una donna splendida, dallo sguardo remoto ed evasivo. La pellicola “Sullivan’s Travels” – ribattezzata in Italia appunto come “I dimenticati” – si conclude con una didascalia cristallina, una morale sublime: “È molto importante far ridere la gente. C’è chi non ha nient’altro, sapete? Non è molto, ma è meglio che niente in questo pazzo mondo”. 

Una messaggio ripetuto, a suo modo, anche nel film del 1984 “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Ridere, per l’appunto, non è molto secondo Roger, è tutto. Lo riferisce lui stesso: “Una risata può essere una cosa molto potente. Vedi, a volte nella vita è l'unica arma che ti rimane”.

Lo stesso Eddie Valiant, l’indagatore e compagno d’avventura di Roger, aveva smesso di ridere e da molto tempo. Si era chiuso in sé stesso, diffidando del prossimo, e tentando di annegare in fiumi densi che sgorgavano da sorgenti inebrianti. Fu Roger a strapparlo da quella tetra realtà, a riportarlo nel mondo dei “vivi”, sottraendolo a quello dei dimenticati.

"Jessica Rabbit" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I disegnatori di Jessica conoscevano questa verità, sapevano quanto potere fosse contenuto all’interno di una singola risata. Per questo, forse, scelsero di disegnarla in quel modo, di conferire al suo aspetto quel particolare taglio di capelli così netto ed emblematico. Jessica doveva ricordare, in viso, Veronica, colei che accompagnò John Sullivan nel suo viaggio e che lo spronò a ricordare la virtù delle sue commedie. 

John Sullivan e Roger non sono poi tanto diversi: entrambi cercarono il proprio destino sul volto della loro innamorata; un volto velato da un ciuffo di capelli. A John e Roger bastò spostare con le dita quella ciocca, a metà tra il dorato e il bordò, per scrutare negli occhi della loro amata un futuro colmo di felicità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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