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"Pinocchio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era un piccolo insetto della famiglia dei Lampiridi, un po’ in là con gli anni, ed emanava tanta lucentezza. Ray, questo era il suo nome, si era mostrato per la prima ed unica volta in un’opera della Disney di stampo recente, “La principessa e il ranocchio”. Si trattava di un animaletto curioso e dalla verve sognante, non amava affatto il giorno, e attendeva impaziente il calar della sera. Spesso, volgeva gli occhi verso la volta celeste a rimirare una stella in particolare, e non, come fanno tutti, l’insieme dei corpi celesti che ammantano il cielo. Ray si era innamorato di quella stella, tanto da considerarla una lucciola remota, volata troppo in alto, smarritasi nell’infinità dell’universo e rimasta lì, a rinfrancare la vista di chi indirizza il proprio sguardo alla volta della sua essenza lucente. Ray chiamava quella stella Evangeline, ed essa emanava una luce ancor più raggiante di quella che veniva emessa dal corpo da coleottero di questo bizzarro innamorato. Quando Ray lascerà questa Terra, il suo spirito raggiungerà il cielo e diverrà un astro, posto a pochi “attimi” dalla sua stella più amata. Come accadeva a molti degli eroi della mitologia greca, tramutati in costellazioni eternate da Zeus, Ray riuscirà a realizzare il suo desiderio più grande, vivere una vita immortale fianco a fianco a quell’amore che aveva animato il suo cuore, facendolo risplendere di un’aurora sfavillante. Lassù nell’infinito, dove Perseo e Andromeda continuano ad amarsi sotto forma di costellazioni, qualcosa di misterioso e imperscrutabile aveva concesso ad una morente lucciola la realizzazione di un desiderio. Ma chi era stato magnanimo fino a tal punto?

Una scena de "La principessa e il ranocchio".

 

E’ sempre nel cielo che noi uomini releghiamo i nostri sogni inconfessati. Talvolta, aspettiamo d’intravedere la caduta vertiginosa e rapida di una stella, così da esprimere fugacemente un desiderio appena sussurrato ma ardentemente voluto. Crediamo, forse ingenuamente, che quella stella che precipita giù, porti con sé un pensiero pronunciato a bassa voce, e che prima di disperdersi, con l’ultimo dei suoi sforzi, essa scelga di esaudirlo. Su, nel firmamento custodiamo astrattamente le nostre speranze, come se le stelle non fossero altro che banali corpi celesti, pur sempre vivi e palpitanti. Ma anche qualcosa di più, entità divine e magiche che guardano dall’alto e aiutano chi si nutre di speranze, giù in basso.

Un giorno lontano lontano, un anziano falegname, tanto buono, implorò una stella di fargli dono di un figlio. No, tale stella non era Evangeline. Eppure, anch’essa era impregnata di una scintillante magia, pronta ad accontentare il volere di un uomo umile e generoso. Nelle prime sequenze di “Pinocchio”, uno dei grandi capolavori dell’animazione firmato Walt Disney, lungometraggio ispirato all’altrettanto capolavoro di Carlo Collodi, il Grillo Parlante tiene immediatamente a precisare come le stelle possano render possibile qualunque desiderio. Inizialmente, noi spettatori potremmo dubitare di tale affermazione, del resto lo stesso Grillo ammette, senza remore, d’aver peccato di fiducia anch’esso, in principio. Diffidare del fantastico è insito nell’indole umana. Ma la storia che il medesimo, coscienzioso animaletto andrà a rinarrare ci permetterà di credere.

Tanto tempo fa, una sera in cui le stelle brillavano come diamanti incastonati in un “soffitto” privo di nuvole, un intagliatore di legno se ne stava nella sua casetta a lavorare. Ancora due tocchi e l’ultima delle sue creazioni si poteva finalmente dir finita. Geppetto era sul punto d’ultimare un grazioso burattino, ricavato da un ciocco di legno pregiato. Con la punta del pennello, l’artista si accingeva a dipingere i restanti tratti del viso del burattino: dapprima le sopracciglia brune, le guance purpuree ed infine la bocca, tratteggiata ad arte per far risaltare l’espressione di un dolce sorriso. Geppetto era un artigiano d’impareggiabile bravura, un “Efesto” povero che svolge la sua attività in casa, adibita anche a bottega, piuttosto che nelle viscere di un vulcano attivo destinato a fucina e a dimora. Tutto intorno alla casa di Geppetto era “vivo”, anche ciò che apparentemente non lo era affatto. L’interno di quell’abitazione trasudava di meraviglie. Vi erano sulle mensole fantastici giocattoli, su altri scaffali, invece, carillon e scatole musicali, tanto piccole da poter essere tenute nel palmo di una mano. Dozzine di orologi arricchivano, infine, un’intera parete, ed ognuno di essi era diverso, singolare, lavorato a mano. Ad ogni scoccare dell’ora gli ingranaggi, così accuratamente progettati, facevano scattare i meccanismi, per cui le statuine poste in sommità cominciavano a simulare ritmicamente un movimento, un fischiettio, un cenno. Erano tutti oggetti costruiti dalla sapiente abilità dell’artigiano, “inanimati” seppure in movimento, nel loro progredire meccanico, senza vita ciononostante erano stati generati da un atto creativo, da un gesto d’amore per il proprio lavoro e la propria arte. Geppetto, nei suoi orologi, animava il tempo, infondeva in esso la vita e l’arte. Erano quelle le realizzazioni di una vita, mai vendute né forse mai apprezzate da alcuno. Il Geppetto della Disney non sembra soltanto isolato, come quello venuto fuori dalla penna del Collodi, pare altresì un lavoratore la cui arte risulta essere incompresa. I giocattoli che riposano inermi, aspettano, come se fossero stati “partoriti” e destinati ad un bambino mai giunto, un erede che Geppetto non ha mai avuto ma che ha tanto agognato. Nel film di Walt Disney, Geppetto è già padre nell’animo, deve solo diventarlo realmente.

Il falegname era tanto solo, forse aveva perduto sua moglie molto tempo prima e, conseguentemente, non aveva avuto figli. Le sue uniche compagnie senzienti e vive erano una “pesciolina” rossa, Cleo, e un gattino dal manto scuro, Figaro. Non potendo più generare una vita con la sua sposa, e non avendo neppure la possibilità di adottare un infante, Geppetto trascorreva i suoi anni a creare, come poteva, la vita, usufruendo dei materiali più disparati. Attorniato da tanti oggetti nati dalla sua mente e plasmati dalle sue mani, Geppetto viveva immerso in un mondo in cui vita vera e vita fittizia coesistevano, dando l’illusione d’essere simili. Tutto pareva esser vivo nella sua casetta, poiché tutto si muoveva ed aveva una forza espressiva ammirabile, iniettata dalla sua bontà creativa.

Il burattino, chiamato dall’artigiano Pinocchio, era divenuto per Geppetto il preferito. Come se lui fosse un puparo e quella la sua adorata marionetta, egli la muoveva con i fili, così da farla danzare allegramente per tutto l’ampio stanzone. Il vecchio falegname era arrivato a considerare quell’ometto di legno come un figlio. Purtroppo, però, quel bimbo intagliato e scolpito non era reale, e poteva muoversi solamente per volontà altrui. Così, quella notte, Geppetto pregò una stella radiosa di tramutare il suo Pinocchio in un bambino vero.

Fu in quel momento che la stella si “staccò” dalla cupola celeste e discese giù, tramutandosi in una splendida fata dai capelli d’oro. La Fata Turchina aveva avuto pietà, oppure aveva scorto qualcosa nell’ultima fatica dello squattrinato falegname. Quel legno da cui era sorto Pinocchio aveva un che di fatato. Geppetto era riuscito a catturare col desiderio la linfa vitale della natura. Bastava soltanto il tocco di bacchetta di una “maga” per alitare quel soffio di vita di cui Pinocchio aveva bisogno. Dalle nuvole venne giù una “madre” bellissima, dipinta con tale magnificenza dagli artisti della Walt Disney da non averne eguali.

La fata azzurra è avvolta da una fulgida luce, ha le labbra rosse come mele appena raccolte, gli occhi cerulei come il cielo terso dal quale proviene, le ali argentee e cristalline come drappo di velluto trasparente e indossa un vestito azzurro, ricco di merletti pregiati e tempestato di pietre preziose. Nelle pellicole d’animazione, poche sono le donne, come tale figura di fata, concepite e ritratte con tale vivezza e splendore da poter essere considerate “vere”, reali, tangibili, concrete allo sguardo, tanto autentiche da confondere il già citato senso della vista e dare l’impressione di poter essere addirittura sfiorate dal tocco di una mano, protesa verso lo schermo nel vano tentativo di lambire un tratto della pelle.

La fata dona la vita al burattino e gli promette che se si dimostrerà obbediente, coraggioso e disinteressato, la magia si compirà del tutto, fino a farlo diventare un bambino vero per sempre. Inizia così l’avventura di Pinocchio, il quale, spalleggiato dal fedele Grillo Parlante, andrà ad esplorare il mondo esterno e conoscerà i pericoli della società e le tentazioni del male.

Pinocchio scopre il mondo un po’ alla volta, con ingenuità, con una certa innocenza ma soprattutto attraverso la menzogna, arma furbescamente usata dall’uomo sin dalla più tenera età per ottenere ciò che vuole. Ma Pinocchio scoprirà a sue spese che le bugie, se non accorciano le gambe, riescono comunque a mostrarsi con la crescita spropositata del naso. Giungerà poi sino al paese dei balocchi, e lì rischierà di trasformarsi in un asinello, metafora estetica dell’ignoranza, come accadrà al suo amico Lucignolo, in una delle scene più marcatamente inquietanti mai girate dagli studi Disney.

Nella suddetta scena, Lucignolo regge con bramosia un calice traboccante di birra, fuma con impazienza un sigaro, denigra superficialmente il sapere scolastico, ed è platealmente incline al gioco d’azzardo. Walt Disney, mutando il corpo dell’ingenuo amico di Pinocchio, ammonisce i suoi piccoli spettatori sui vizi che creano dipendenza, anche a costo di spaventarli. Lucignolo, quando nota il suo progressivo cambiamento, disperato, chiede aiuto a Pinocchio, lo prega di far arrivare in fretta e furia il suo Grillo, e, come ultima delle sue parole pronunciate da umano, invoca la sua mamma, prima di trasformarsi in un ciuchino impazzito e senza più salvezza. Pinocchio comincia così a trasformarsi, ma sarà l’arrivo provvidenziale della sua stella amica, il Grillo, a salvarlo.

Pinocchio si pente e intraprende un viaggio a ritroso di espiazione, alla ricerca del padre. Grazie alla figura del Grillo Parlante, non soltanto coscienza ma anche spalla del protagonista, Pinocchio si ravvedrà giusto in tempo, prima di soffrire e di dannarsi, in una rilettura didascalica operata dall’opera filmica che suggerisce come il percorso di crescita adempiuto da Pinocchio sia stato necessario per permettergli di ben distinguere il bene dal male.

Come i marinai, orientati dal sestante durante la navigazione, Pinocchio sarà guidato dalla sua stella più cara, la sua diretta consigliera, incarnatasi nuovamente nel suo amico, il quale lo accompagnerà sino in mare aperto, dove il burattino verrà inghiottito dalla balena e si ricongiungerà al padre. La balena raffigurata dagli artisti Disney è gigantesca, buia come il nero di seppia, non bianca come il capodoglio bramato da un tale capitano, uno dei tanti protagonisti della letteratura americana, con denti aguzzi e sguardo predatorio. Pinocchio, rimasto ancora con le orecchie e la coda da somaro, segno di come il suo peccato continui a perseguitarlo, escogiterà un modo per salvare se stesso e la sua famiglia.

Il suo gesto eroico e coraggioso gli farà ottenere la salvezza: la Fatina, infatti, avrà misericordia del piccolo burattino, oramai moribondo e stremato dalla fatica, e soffierà in lui nuova vita, questa volta rendendolo un bambino in carne ed ossa. Il Grillo, come premio per il suo operato, riceverà dalla fata un distintivo d’oro, che avrà proprio la forma di una stella.

Sul finale, il “Pinocchio” della Disney celebra l’importanza del nucleo famigliare e la gioia del ritrovamento tra padre e figlio. Mentre scende nuovamente l’oscurità, ed una stella torna a irradiare con la sua luce il buio della notte, Pinocchio, il Grillo, Geppetto, Figaro e Cleo ballano felici e contenti. Questa volta, Pinocchio, nel compiere i suoi passi di danza, non è più mosso da alcun filo ma unicamente dal suo volere e dalla sua pura coscienza. Tutto merito di quella meravigliosa stella!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Occhietti dolci che ci osservano, orecchie tanto grandi quanto graziose e un dolce canto intonato da una mamma nei riguardi del proprio figlio, invitandolo a "non pianger più...", sono solo alcuni degli intensi momenti mirabili nel primo trailer ufficiale di "Dumbo". Il live action diretto da Tim Burton, remake del commovente classico della Walt Disney, si presenta in tutta la sua emozionante tenerezza.

Con un cast di stelle, da Eva Green a Colin Farrell, da Michael Keaton a Denny DeVito (il quale riveste, anche qui, il ruolo del proprietario di un circo, evidente richiamo al capolavoro di Burton "Big Fish") "Dumbo" è pronto a tornare al cinema... e a volare di nuovo.

Gustiamoci insieme il trailer ufficiale in italiano:

"Dumbo" uscirà nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 29 marzo 2019.

Vi invitiamo a leggere il nostro articolo "Non pianger più - Dumbo" cliccando qui.

Redazione: CineHunters

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Ariel e Re Tritone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, una giovane principessa viveva in un castello splendente. Benché avesse tutto quello che poteva desiderare, la giovane era infelice, malinconica e riservata. Non era viziata, tanto meno egoista, figuriamoci se poteva essere cattiva. Era una persona molto diversa da quel principe a cui in origine si riferivano le parole introduttive con cui ho aperto questo mio testo e che ho voluto rivisitare per l’occasione. La fanciulla in questione era un’anima buona, una creatura delicata e sensibile. Il suo cuore si era già schiuso all’amore quando era appena sbocciata come ragazza…metà donna, metà pesce. La principessa non necessitava dell’intervento di una fata che ne maledicesse il suo corso, e la tramutasse in un’orrenda bestia per far sì che, attraverso l’esperienza catartica di una mutazione corporale, il suo animo si aprisse all’amore. La dama del mare cui faccio riferimento era uno spirito ricolmo di dolcezza. Eppure, desiderava andare incontro a una trasformazione. Mediante una magia, voleva mutare parte del proprio corpo, rinunciare alla sua bella coda pinnata per due esili, sia pure aggraziate, gambe umane; non voleva più le squame, ma solo una candida e liscia epidermide. Con le sue pinne non poteva ballare e questo l’addolorava. Si era stancata di nuotare, lei voleva semplicemente camminare.

  • I sogni di una principessa

Ancor prima di nutrire questo desiderio e di anelarlo con tutte le sue forze, la principessa era giovane e bella, e trascorreva le giornate nuotando attorno al grande castello scintillante che presiedeva il regno sottomarino nel quale viveva.  Quando smetteva di nuotare era solita soffermarsi ad osservare, con occhi interessati, la statua di un uomo. Si trattava di una scultura di pietra bianca finita nelle profondità del mare, venuta giù dall’alto, discesa da quello che per le creature del mare era il “cielo”, vale a dire una tavola azzurra che noi umani definiamo abitualmente “superficie marina”. Per le creature che vivevano negli abissi, la superficie dell’acqua è un cielo sempre blu, poiché privo di nuvole. Come “un superstite”, quella scultura uscì indenne dal naufragio di una nave, o forse fu gettata volutamente da un’imbarcazione alla deriva, costretta a ridurre il carico per mantenersi sopra la linea di galleggiamento, un po’ come si crede che accadde a due splendide statue bronzee risalenti al V secolo a.C. e rinvenute per caso a pochi metri dalla costa nell’estremo sud dell’Italia.

Nessuno sapeva quale fosse il triste destino di quell’opera plasmata dalle sapienti mani dell’uomo, ma essa venne rinvenuta dalla principessa, la quale cominciò a rimirarla con devozione. Nei giorni a seguire, la giovane volle portare la statua nella sua aiuola, e sopra i sassolini che intanto aveva radunato per cingere la scultura, vi depose vistosi fiori rossi, come se nelle sue intenzioni volesse creare un piccolo giardino, in cui poter contemplare in solitudine la bellezza di quella creazione, immaginando d’essere in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Quand’ecco che, un giorno, la nonna della principessa iniziò a reclamare a palazzo la presenza della cara nipote, finché la vide seduta comodamente sul fondale a rimirar ancora e sempre la scultura. La nonna avvicinò a sé la principessa e cominciò a raccontare a lei e alle sue sorelle i segreti e le storie della famiglia e del loro essere sirene.

La nostra principessa era a tutti gli effetti una sirena, ma poteva benissimo essere considerata ancora una bambina. Lei era la figlia più piccola del re dei mari. Andersen, nella sua fiaba, non ci dice molto circa la vita, il carattere e soprattutto l’aspetto del regale padre della protagonista del suo racconto. Sappiamo soltanto che il papà della sirenetta è rimasto vedovo. Il re del mare è una presenza lontana, che fugge dalle indagini di ogni lettore. Non viene per nulla figurato, eppure la di lui regale presenza indugia nella nostra immaginazione, come fosse un alone evanescente, “un’idea” solo accennata ma dalla valenza tale da essere quasi onnipresente. Nello scorrere della lettura, lavorando un po’ di fantasia e molto d’immedesimazione, si può provare a supporre cosa il re abbia provato durante la triste e straziante vicenda vissuta dalla più tenera delle sue eredi. Un fatale destino a cui il regale genitore non potrà porvi rimedio.

Alla nonna, sirena più anziana, spetta il compito di educare con saggezza e amore le proprie nipoti. La grande regina spiega alle fanciulle che le sirene possono vivere molto più a lungo degli esseri umani, ma quando la loro vita cesserà, non resterà alcunché di loro, e si dissolveranno in spuma del mare. Gli uomini, invece, possiedono un’anima, e possono raggiungere l’immortalità. La nonna, quando insegna ciò che sa alle sue nipoti, mostra un affetto sempre crescente per la più piccola di esse, perché intuisce la sua insoddisfazione. La sirenetta viene come investita, nel suo intimo, dal peso delle parole proferite dalla nonna: le si stringe il cuore ad immaginare ciò che l’attenderà un giorno. Lei non vuol morire. La sirenetta vuol avere in dono un’anima immortale.

Le sirene non possono salire in superficie se non dopo aver compiuto il quindicesimo anno d’età. La saggia regina, allora, soddisfa la curiosità delle giovani narrando antichi aneddoti relativi al mondo al di là del “firmamento” siffatto di marosi: il mondo degli uomini. Di anno in anno, al compimento dei tre lustri, ogni sirena nuota fino alla remota superficie per osservare, con le dovute precauzioni, ciò che si nasconde oltre i confini del mare. Mi domando se, al completamento di ogni viaggio iniziatico delle sue figliole, il re padre avesse provato il timore di poterle perdere. Magari in lui albergava la paura che gli uomini, passando da quel preciso braccio di mare a bordo dei loro maestosi vascelli, potessero scorgere una sirena emergere da uno spicchio d’acqua col suo tronco nudo. Il re poteva altresì inorridire all’idea che i marinai lanciassero le reti e tentassero di rapire una delle sue figlie. L’antico monarca avrà pur visto ciò che spesso gli uomini di mare “issavano” al di sotto della prua delle loro veloci golette: sagome di legno intagliate e dipinte che ritraevano sirene. “Le sirene per gli uomini non sono che esseri pericolosi, o prede da catturare e osteggiare…” - avrà supposto tra sé. Tuttavia, il padre delle sirene non poteva impedire loro d’essere libere, doveva lasciare andare le sue figlie, con la speranza di poterle rivedere.

Per sua fortuna, al loro ritorno, ogni sirenetta rientrava senza essersi imbattuta in alcun imprevisto. Tutte mostravano sempre diffidenza, ammettendo di preferire in tutto e per tutto quello che si poteva trovare in fondo al mar

Quando arrivò finalmente il suo momento, la sirenetta risalì i fluttui con il cuore palpitante di gioia. Nei giorni seguenti, la sirenetta continuò a nuotare in superficie, ondulando la sua splendida coda, saltando quando nessuno poteva vederla e rituffandosi in acqua solo dopo essere stata accarezzata dal vento. Una notte assistette persino a un temporale, e vide lo sfavillio improvviso di un fulmine che rischiarò il bianco di un iceberg che sostava in quei pressi. Fu durante quel fortunale che la sirenetta vide un vascello in balia della furia del mare, e un principe appena caduto tra le onde. Sarebbe morto se non fosse intervenuta lei. Lo salvò, lo condusse a riva e cantò per lui. La giovane sirena se ne innamorò al primo sguardo: lui era la personificazione di quella statua che aveva mirato per anni. La sirenetta è, adesso, mossa da un duplice desiderio che la rende forte e intelligente come nessun’altra tra le sue simili: è pronta a sacrificare se stessa pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile, ed è anche pronta a trasformare il proprio corpo per sperare nell’immortalità: vuol diventare umana per poter amare e…vivere.

Quel giorno in cui la sirenetta incontrò il principe, il re dei mari, inconsapevolmente, cominciò a perdere sua figlia.

  • L’amore di un padre

I connotati del volto del re non ci sono pervenuti. Andersen non volle soffermarsi a descrivere le particolarità di un viso regale quale doveva essere quello del sovrano dei mari. La concentrazione dello scrittore, quando compose i passi della sua fiaba, era rivolta soltanto a delineare la figura della sirenetta, la sua figlia più cara. Per Andersen la sirena era tanto una creatura partorita dalla sua mente quando una proiezione di una parte del proprio essere, del proprio vissuto e del proprio sofferto. Nella trasposizione cinematografica della Walt Disney, “La sirenetta”, il padre della protagonista necessitava di un’estetica ben definita. Gli artisti scelsero di disegnarlo come le fantasie comuni tendono a richiamare le sembianze dei grandi re del passato. Un sire non è tale se sul capo non porta con fierezza una corona d’oro e, ancora, se la sua fisicità non emana l’austerità regale dei grandi monarchi. Il padre della sirenetta del lungometraggio d’animazione è rappresentato come un solenne tritone, la cui fisicità emana un’aura di assoluta imponenza. Quel poco del suo volto che è visibile all’occhio, poiché il resto è del tutto coperto da una folta barba bianca, sono i suoi grandi occhi cerulei. Re Tritone brandisce tra le mani un tridente, simbolo per antonomasia del dio greco Poseidone, di cui forse Tritone è diretto discendente. Come nella fiaba, il re è sopravvissuto alla moglie, la regina Atena, perita, probabilmente, per mano dei pirati.

Nel film, Re Tritone è padre di sette figlie. La più giovane tra loro è Ariel, una sirenetta di sedici anni. Il padre appare agli occhi delle sirene come un genitore severo. Ciononostante, Tritone è molto legato alla sua famiglia, anche se fatica a comprendere il carattere di Ariel, molto riservata e estremamente attratta dal mondo degli uomini. Tritone ha posto un veto inviolabile: è severamente vietato avventurarsi oltre i sicuri confini del regno, tantomeno spingersi fino alle rive, presiedute dagli esseri umani. Ariel, all’insaputa del padre, è solita raccogliere oggetti appartenuti agli uomini, che rinviene tra i relitti, e li nasconde in una grotta in fondo al mare. Tra i tanti reperti custoditi c’è anche la statua bronzea di Eric, un principe scampato alla morte grazie al provvidenziale intervento dalla sirenetta e di cui lei ne è perdutamente innamorata. Quando il padre scoprirà il rifugio segreto di Ariel, avrà una reazione d’ira e distruggerà quanto potrà coi poteri del suo tridente. Ariel fugge via, impaurita dalla furia del genitore, per diventare un’umana e tentare di farsi amare dal principe.

Il re non ha mai dato un sufficiente peso alla passione che la figlia nutre per il mondo degli esseri umani, e all’amore che ella prova per il principe. Il momento in cui punirà la figlia, annientando quei simboli che le donavano conforto in un mondo che non sente suo, Tritone si lascerà dominare da una rabbia apparentemente ingiustificata. Il re assume i contorni di un vile, di un cruento distruttore di sogni, ma invero egli è oppresso da un dolore recondito, esacerbato in lui dall’incomunicabilità che vige nel rapporto con Ariel. Il re non riesce a comprendere cosa stia avvenendo in sua figlia, e al contempo Ariel soffre l’incapacità di non riuscire a farsi capire pienamente dal padre. Tritone patisce una tremenda paura, si rende infatti conto che Ariel le sta sfuggendo dalle dita senza che lui possa far nulla per fermarla. Ariel si allontana dalla presa protettiva del padre per imboccare una strada che la porterà laddove lui non potrà mai raggiungerla.

Ariel è frapposta ad un duplice amore: quello provato da un re, un amore paterno, e quello ricambiato da un principe, un amore spirituale e carnale che la porterà ad abbandonare il regno del mare per vivere sulla terraferma. Il padre incarna così l’acqua, l’origine della sirenetta, il suo passato; il principe, invece, rappresenta la terra, il passo successivo nella vita di questa eterea creatura del mare, il suo futuro. Ariel nella sua “trasfigurazione” fisica sacrificherà una vita per abbracciarne una nuova. Lo farà rischiando tutto ma sospinta da un amore inesauribile che verrà compreso, solamente alla fine, dal suo adorato padre. Lui la osserverà seduta su di uno scoglio a pochi metri dalla riva, sconsolata, e in quel preciso istante capirà che dovrà lasciarla andare. “Nemmeno immagini quanto mi mancherà, Sebastian…” sussurra sommessamente il sovrano al suo granchio fidato dal “guscio” rosso, consigliere di corte e maestro d’orchestra.  A quel punto farà dono alla figlia della libertà: la trasformerà in una ragazza umana. “La sirenetta” della Walt Disney racconta, altresì, l’amore incondizionato e il sacrificio di un padre che permetterà alla sua piccola di andare via.

La saggia decisione attuata dal padre garantirà alla sua giovane figlia la felicità. Non potrà fare lo stesso il re dei mari nella fiaba di Andersen, il quale assisterà impotente alla morte della sua figlioletta e al suo progressivo disfarsi in spuma del mare. Il re, la nonna e le sue sorelle intoneranno una nenia funerea, prima di notare come l’anima della principessa abbia raggiunto l’immortalità, divenendo uno spirito dell’aria, quella stessa aria che la Sirenetta sentì per la prima volta sulla sua pelle quando emerse dagli abissi e rivolse le sue graziose gote al mondo circostante.

  • L’immortalità è nel cuore di un re

Ne “La sirenetta” della Disney, si intuisce come Ariel voglia molto bene al padre. La dolcezza con cui l’abbraccia, poco dopo essersi sposata con Eric, ne è una splendida testimonianza.  Re Tritone era riuscito a salvare la figlia, ma come la sua controparte letteraria, aveva perduto la propria compagna e doveva sedere accanto a un trono vuoto.

Ariel ed Eric - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Personalmente sono solito immaginare Ariel mentre nuota verso il padre, sorprendendolo alle spalle con delicatezza mentre egli siede sul suo trono. Neppure in quei lieti frangenti, il grande sovrano cede la presa del suo tridente, come se il restare aggrappato alla sua arma gli doni un senso di sicurezza e serenità. Quella medesima quiete che ha perduto il triste giorno in cui scomparve la sua amata sposa. Sorridendo, nelle mie fantasie, Ariel accosta all’orecchio del re una conchiglia, e invita il padre a udire i suoni custoditi al suo interno. Il re non ascolterà la melodia dell’oceano fuoriuscire da quella conchiglia. Mi piace immaginare che sentirà il canto, soave e ammaliante, della sua indimenticata consorte. Seguito ancora a fantasticare che la voce melodiosa della madre di Ariel sia stata “catturata” da ogni conchiglia che giace nel castello del regno di Atlantica, libera di carpire il canto della sua regina e di serbarlo tra le fessure. Semplicemente accostando l’orecchio, ogni conchiglia potrà far riecheggiare i versi che Atena, spesso, intonava quando nuotava, così che Tritone riesca a sentirla ancora vicina a sé, aggirando il volere della morte.

In egual maniera, il re dei mari della fiaba originale potrà anch’egli sconfiggere la morte: quando risalirà su dal suo mondo sommerso, dovrà far sì che il suo viso si stagli oltre lo specchio delle acque e venga accarezzato da una lieve brezza. Sarà proprio la figlia tramutata in aria che, soffiando dolcemente, lascerà un bacio sulle purpuree guance del genitore.

La regina e la figlia, le due sirene, sia nella fiaba che nel cinema, non sono mai andate perdute: esse continuano ad esistere nel cuore di un re buono che vive in fondo al mar.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Lilo e Stitch" - Disegno di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Un anatroccolo “sospettoso”

Suspicious Minds

“We can't go on together
With suspicious minds (Suspicious minds)
And we can't build our dreams
On suspicious minds”

Il lungometraggio della Walt Disney “Lilo e Stitch” è cadenzato da una colonna sonora costruita proprio su alcune delle più famose canzoni di Elvis Presley. Nella canzone “Suspicious minds”, letteralmente “pensieri sospettosi”, i presunti e paranoici sospetti tra una coppia d’innamorati frenano il naturale evolversi di un amore appena sbocciato. In “Lilo e Stitch”, tali incerti pensieri potrebbero tramutarsi in interrogativi nati per dare una risposta esaustiva a dubbi circa l’origine di Stitch. Stitch viene visto dai più come un cane dall’eccentrico aspetto; ma perché i suoi atteggiamenti sono così intimidatori? Chi è questa insolita creatura che ha catturato, con grande attenzione, lo sguardo della piccola Lilo? Da dove proviene? E dunque sull’incredibile origine di Stitch che ha inizio il nostro viaggio immaginario, il cui itinerario prevede la traversata di bacini d’acqua pura e cristallina popolati da splendici cigni, oltre che l’esplorazione di nuovi pianeti mai raggiunti dall’uomo su cui vivono bizzarre forme di vita aliene.

In un terreno acquitrinoso, ricco di graminacee a culmo legnoso, giacciono i gusci bianchi di uova appena dischiusi. In questo soffice canneto, una mamma anatra sta osservando per la prima volta i suoi piccoli venuti alla luce. Si accorge, subito dopo, che un uovo, quello di colore azzurrognolo, è anch’esso pronto a schiudersi. Ne viene fuori un esserino piuttosto particolare, dal piumaggio grigiastro. Il piccolo “anatroccolo” è più conformato dei suoi fratelli e anche molto più goffo nei movimenti mentre annaspa sul terreno.  La madre, seppur confusa dalla strana nascita, lo sospinge con il becco, per cercare d’affiancarlo ai suoi fratelli, i quali, però, sorpresi dal particolare piumaggio vorrebbero tenerlo lontano, quasi a emarginarlo. “L’anatroccolo” viene quindi messo in disparte senza rendersi conto del perché, e rimanendo triste e solo, decide di fuggire via.

I passi di questa meravigliosa fiaba vengono letti con grande coinvolgimento da Stitch, una creatura errante proveniente da un mondo al di là della Terra. Fu la piccola Lilo, una bambina hawaiana che prese Stitch con sé, a fargli conoscere la storia del brutto anatroccolo, scritta dall’autore danese Hans Christian Andersen.  Stitch empatizza con l’impacciato cucciolo e sente di somigliargli molto. Ma lui non è nato da nessun uovo. A dire il vero, non ha né una madre né un padre. Egli è stato plasmato dal pensiero e forgiato dalla volontà, dalla mente creativa e dall’ingegno di un inventore extraterrestre. Non vide la luce in un recinto sbagliato, bensì attraverso un evento innaturale. Stitch è un essere vivente nato su di un pianeta remoto per seminare incertezza e sgomento, violenza e terrore. Nonostante le sue minute dimensioni, Stitch, battezzato alla nascita col numero di laboratorio 626, è un esperimento scientifico sfuggito al controllo del proprio padrone e condannato all’esilio su un pianeta desertico. Come accaduto al brutto anatroccolo, anche Stitch viene rifiutato da tutti e costretto ad allontanarsi dall’habitat in cui spalancò i suoi occhi al mondo. A differenza dell’anatroccolo, tuttavia, Stitch non fu scacciato per il suo aspetto bizzarro, quanto per la sua pericolosità. Il suo essere stato concepito per “distruggere” lo condanna, irrimediabilmente, ad essere ritenuto una costante minaccia. Durante il trasporto sulla nave, Stitch riesce a venir fuori dalla sua cella e a dirottare l’astronave verso la Terra, precipitando nelle isole Hawaiane. Stitch non si perderà in un recinto di anatre ma finirà per “mimetizzarsi” in un canile, venendo incautamente scambiato per un canide dall’aspetto bislacco. Di lì a poco, verrà adottato da una famiglia, no, non certo una famiglia di cigni, ma di umani.

Lilo, l’adorabile bambina giunta al canile con la sorella Nani, lo sceglie tra tanti e se lo porta a casa, imponendogli affettuosamente il nome di Stitch. “L’animale”, in virtù della sua natura, ha un carattere indomito e pestifero e per questo motivo causerà non pochi problemi alla sua nuova famiglia. Nani fatica, anche a causa di Stitch, a trovare lavoro e sa che se non riuscirà a migliorare la sua precaria situazione, perderà la sua sorellina, la quale dovrà essere trasferita in un orfanotrofio, in attesa di essere adottata da una nuova famiglia.

Stitch, in un momento particolare della sua storia, tiene in mano il libro delle fiabe di Andersen, scorrendo con gli occhi le pagine scritte. Chi lo sa se già in quel momento egli riusciva a comprendere perfettamente ciò che stava tentando di leggere nella lingua degli umani. Magari, in quei frangenti faticava ancora a capire completamente il senso delle frasi, ma l’illustrazione di quel “brutto” anatroccolo che procedeva solitario, lasciandosi alle spalle quella nidiata, che per lui non fu mai la sua famiglia, lo colpisce profondamente. “Sono come lui” avrà detto tra sé. Stitch si identifica così con la figura del brutto anatroccolo, per un destino analogo ma al contempo diverso. La favola del brutto anatroccolo viene spesso raccontata ai bambini per rincuorarli e non farli sentire soli, vittime del timore di non essere accettati dagli altri. In te si nasconde più di quanto l’apparenza dà a vedere. Un giorno diventerai un bellissimo cigno, e troverai il tuo posto in questo mondo. E’ ciò che suggerisce in parte lo splendido racconto di Andersen.

E’ per tale ragione che Lilo ama anche lei così tanto quella storia, perché aspetta in cuor suo il momento in cui verrà accettata da un amico. Lilo è infatti triste e sola, e viene ignorata dalle sue amichette per i suoi modi di fare. Se Stitch non ha né un padre né una madre, Lilo ha perduto i suoi genitori in un tragico incidente e il suo unico affetto rimastole è la sorella maggiore. La sua è “una famiglia disastrata”, così la definisce Lilo, ma pur sempre una famiglia. E proprio in questo ironico e disastrato nucleo famigliare, Stitch irrompe non certo in punta di piedi, ma con la vivacità di un incontenibile “figlio adottivo”.

  • Un re del rock

 “Can’t help falling in love

“Wise men say only fools rush in

But I can’t help falling in love with you

Shall I say Would it be a sin?

If I can’t help falling in love with you”   

La musica e le parole di “Can't help falling in love” descrivono in maniera melodiosa l’impossibilità di non innamorarsi. “Non riesco a non innamorarmi di te”, ripete melanconicamente il ritornello della canzone. L’amore ha svariate forme, e può dare vita a legami indissolubili. Una famiglia unita è l’esempio di come l’amore viene veicolato negli affetti famigliari. Si tratta di un tipo di amore che riserviamo ai genitori, ai fratelli e alle sorelle, ai nostri figli, i quali rappresentano forse la forma più pura d’amore che si possa provare, quello riservato ad una creatura che abbiamo generato noi stessi o che abbiamo imparato ad amare come nostra, ed è quell’amore imperituro.

E’ impossibile, di fatto, evitare di innamorarsi della propria famiglia se con essa esiste un legame inscindibile. Famiglia è ciò che include la vicinanza, la cooperazione, il poter contare gli uni sugli altri. “Ohana” significa famiglia, ed è il termine del linguaggio hawaiano maggiormente usato nel film. E in una famiglia nessuno viene abbandonato o dimenticato.

E’ questo l’insegnamento che Stitch carpisce nella sua permanenza sulla Terra. Egli, nato in un ambiente ostile, in cui avrebbe dovuto generare morte e distruzione, muta il proprio essere, venendo influenzato positivamente dalle carezze di una famiglia non proprio priva di tragicomici problemi. La natura violenta di Stitch cambia per far posto ad un temperamento mite, quieto, riflessivo e dolce. Stitch, spronato da Lilo, si “traveste” da Elvis, il re del rock, così da concretizzare il primo vero cambiamento “estetico” riscontrabile in lui nel corso del film. Il personaggio convoglia la sua grintosa energia nella musica, suonando una graziosissima chitarra.

  • Un lago e una fotografia

Always on my mind

Maybe I didn't hold you
All those lonely, lonely times
And I guess I never told you
I'm so happy that you're mine...”

“Always on my mind” non fa parte dei brani della colonna sonora di “Lilo e Stitch”, il che potrà indurvi a pensare che la scelta d’includerlo in questa selezione da me utilizzata per “raccontare” e analizzare i messaggi dell’opera sia ingiusta. Ma non lo credo! “Always on my mind” è una delle canzoni più belle a cui la voce di Elvis abbia mai dato vita e regalato memoria. “Sempre nella mia mente” recita il titolo del brano in questione. Il ricordo di una persona amata, di una parte della nostra famiglia vive nei nostri cuori, e si fa spazio nei nostri pensieri come un’immagine richiamata dal sentimento. I ricordi possono essere immortalati dall’artificio meccanico e chimico di una fotografia.

Solitamente gli scatti fotografici, custoditi all’interno di una cornice, li poggiamo, magari, sulla scrivania, così da poterli rimirare ogni qualvolta sentiamo la mancanza di un momento trascorso o di una persona in particolare. La foto della famiglia di Lilo viene contornata da una simpatica aggiunta: il frammento di una fotografia di Stitch, rintagliato opportunamente, viene inserito insieme a quella di famiglia. Un messaggio meraviglioso per la semplicità, il garbo e l’ironia con cui riesce a comunicare il valore di un ricordo da custodire sempre nella mente e da poter essere, ugualmente, osservato. La famiglia è adesso al completo, tra vecchi ricordi e i prossimi da aggiungere.

«Non importa che sia nato in un recinto d'anatre: l'importante è essere uscito da un uovo di cigno.» (Hans Christian Andersen)

La frase di Hans Christian Andersen tocca il tema dell’importanza delle nostre origini. Non importa dove e come nasciamo, conta se abbiamo nel nostro “io” l’eleganza d’animo di un maestoso cigno. Nelle sue origini, Stitch non può ricercare lo spirito nobile e altero di un bianco cigno. Stitich è, infatti, una creazione, non ha né avrà mai le sembianze di un nobile cigno, regale e leggiadro quando solca le acque limpide di uno specchio lacustre. Per Stitch, la nobiltà armoniosa del cigno ha sede nel suo cuore, nella sua scelta di vita e nella sua evoluzione emotiva. E’ nelle profondità del suo carattere che è contemplabile la bellezza di un cigno.

Stitch è andato contro la sua stessa natura che lo voleva una fiera efferata e indomabile, divenendo un essere buono e pacifico. Nella fiaba, il brutto anatroccolo, alla fine del suo percorso, raggiungerà le sponde di un lago e ammirerà un nugolo di cigni che beatamente sostano sulla superficie dell’acqua. Nuoterà per raggiungerli, attratto dalla loro regale bellezza, e si accorgerà, con grande stupore, che i cigni lo accoglieranno con garbo e cortesia. Quando l’anatroccolo chinerà il capo per scorgere il proprio riflesso, si accorgerà d’essere diventato anch’esso un cigno. Come il brutto anatroccolo, anche Stitch ha trovato il proprio posto e la propria famiglia per conto suo, tuttavia non coi suoi simili. Ed è questa la meraviglia del suo viaggio.

Come il cigno bianco ha mirato il proprio riflesso, così Stitch potrà soffermarsi a guardare la fotografia che lo vede a fianco della sua famiglia e comprendere nuovamente l’importanza dell’Ohana. La casa e la famiglia sono le cose più importanti della nostra vita. Se più persone considerassero la casa e la Ohana prima dell'oro il mondo sarebbe un posto di sicuro più felice. Ma questa è un’altra citazione, magari per un’altra storia…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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Sarah, Mary e Winnifred Sanderson ritratte da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia che presto andremo a riscoprire è scritta su di un vecchio libro impolverato. Accanto al leggio su cui riposa il tomo, formule magiche, trascritte su vecchie carte con una penna a piuma di uccello, sono sparse caoticamente su di un tavolo; poco distante un calderone ricolmo di brodaglie tra il rosso e il violaceo viene riscaldato dal fuoco acceso; pozioni varie contenute in boccette di vetro sono raccolte su una vecchia mensola di legno: ci troviamo nella lugubre dimora di tre streghe cattive. Il libro ha l’aspetto consunto, con la sua copertina di pelle sul cui lato destro si può notare un piccolo incavo circolare, scavato a formare una lieve incrinatura verso l’interno. E’ lo spiraglio da cui si diparte una palpebra: l’occhio del libro. E’ il volume di Hocus Pocus che contiene i capitoli di questa indimenticabile storia. E’ un testo di stregoneria, protetto dalla magia nera, inviolabile, che scruta il mondo con l’occhio ciclopico di un’entità in grado di osservare e comprendere ciò che si staglia di fronte a lui. Se iniziassimo a scorrere quelle pagine noteremmo che, una volta aperto il volume, esso mostrerà le sequenze introduttive di un film, nelle quali l’ombra di una strega che vola a cavallo della scopa viene riflessa nello specchio d’acqua che bagna le sponde del villaggio di Salem.

Salem: è il 31 ottobre del 1693. E’ un giorno accorato per Thackery Binx (Sean Murray), il suo corpo è trafelato e il suo spirito inquieto. Un brutto presentimento lo sprona a riaprire gli occhi dopo un sonno agitato. La sua piccola sorella Emily è stata attratta da un canto ammaliante verso la casa delle sorelle Sanderson, dimora che sorge su di un terreno sconsacrato, tra i meandri di un fitto bosco. Thackery si è risvegliato quando ormai la sua sorellina ha imboccato un viale tetro e fatale, e sebbene lui corra più veloce del vento, non riuscirà a raggiungere in tempo le tre streghe prima che loro uccidano la piccola. Con l’inalazione di un soffio di vita, le tre sorelle Sanderson succhiano la giovinezza della bambina, prosciugandole le forze vitali e in modo parassitario. Le tre sorelle tornate giovani e belle vengono sorprese e attaccate dal giovane Binx. Le truci fattucchiere, a quel punto, puniscono il giovane, reo di averle sfidate, trasformandolo in un gatto nero. La gente del villaggio accorre troppo tardi nel disperato tentativo di fermare le streghe. Una volta catturate, Sarah, Mary e Winnifred Sanderson verranno condannate all’impiccagione. Prima di morire la maggiore di loro pronuncerà un tristo maleficio:

“Tre volte mi purifico col mercurio e sputo sopra le dodici tavole. Sciocchi, tutti quanti! È il mio scellerato libro che vi parla! Alla vigilia di Ognissanti, quando la Luna sarà un cerchio nel cielo, una creatura vergine ci riporterà su questa terra! Torneremo qua giù e le vite di tutti i vostri figli saranno mie!”

“Hocus Pocus” è un risveglio improvviso avvenuto nel cuore della notte a causa di un sogno concitato, un incubo dai toni paurosi ma, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, gradevoli. E’ una “sveglia” repentina che ci catapulta tra i passi fiabeschi di un racconto di megere, in una sopita e magica commedia horror destinata ad appassionarci con delizia. Sono trascorsi trecento anni da quella triste notte, Max, sua sorella Dani e la bella Allison decidono di recarsi nella casa delle tre sorelle per la notte di Halloween. La casa appare adibita a museo, come fosse un reliquario espositivo in grado di raccogliere e rievocare le sinistre dicerie, divenute leggende, sull’identità di chi abitava quella casa. Un gatto nero, che altri non sarà che Thackery Binx, sorveglia da tre secoli l’oscura dimora per impedire che il maleficio che prevede il ritorno delle streghe possa avverarsi. Purtroppo non potrà nulla per opporsi a un destino predetto con fermezza, e quando Max accenderà un cero che innescherà la candela dalla fiamma nera, riporterà in vita le tre sorelle. Winnifred, Sarah e Mary avranno soltanto una notte per mettere in atto i loro oscuri propositi: nutrirsi delle anime di quanti più bambini potranno per raggiungere l’immortalità e l’eterna giovinezza. Max, Dani ed Allison con il supporto di Thackery dovranno così trovare il modo di fermare le streghe.

“Hocus Pocus” venne prodotto dalla Walt Disney nel 1993 e si avvalse di un eccellente cast: la grande e briosa attrice e cantante Bette Midler vestì i panni di Winnifred, la sorella maggiore nonché “mente” del trio di streghe. Winnifred era caratterizzata da una dentatura estremamente accentuata, con due ingombranti incisivi superiori che quasi le fuoriuscivano dalla bocca. Winnifred aveva altresì unghie molto lunghe e affilate che le conferivano un “demoniaco” impatto visivo quando ella faceva sovente uso delle mani, allargandole e portandole all’altezza del viso per esaltare i lugubri gesti di un incantesimo.

Kathy Najimy assunse i panni della corpulenta Mary mentre Sarah Jessica Parker quelli della svampita e procace Sarah, la più giovane delle tre. Max, Dani e Allison erano interpretati rispettivamente da Omri Katz, Thora Birch e Vinessa Shaw.

“Hocus Pocus” è una bellissima commedia per famiglie, che trae le atmosfere spaventose da una storia orrifica e le converte in un’appassionante teen-movie dell’orrore. E’ un lungometraggio figlio degli anni ’90, dai toni paragonabili ai “Piccoli Brividi” del periodo, con scenografie impregnate di una vena gotica e favolistica. Quando si è bambini e si guarda “Hocus Pocus” si avverte una gioia per gli occhi e per il cuore. Esso è un piccolo cult perfettamente in grado di coinvolgere anche gli adulti, con alcune battute ben congegnate e non sempre comprese quando si è bambini. “Hocus Pocus” parallelamente alla storia principale, che vede i ragazzi fronteggiare le tre streghe in una sfida a distanza, tratta alcune sotto-trame che abbracciano tematiche decisamente interessanti. Vi è anzitutto il bullismo: Max risulta essere una vittima indifesa, infastidita da due teppisti di quartiere. Viene trattata l’attrazione fisica e l’amore adolescenziale tra Max ed Allison e la timidezza del protagonista nell’esternare alla ragazza i suoi sentimenti per il timore di non essere ricambiato. Le insicurezze del primo amore, tipiche della giovane età, sono facilmente captabili nei personaggi dei due giovani. In particolare, il tema della verginità viene inscenato con una certa attenzione. Tale stato emotivo più che fisico, all’interno del film, è meritevole d’essere analizzato.

Nell’epoca in cui Winnifred pronunzia il maleficio, la “verginità” era un bene prezioso, una scelta comune, forse obbligata per la maggioranza dei giovani, e aveva un valore di purezza ammirevole nonché consueto rispetto a ciò che avverrà trecento anni dopo. La verginità del protagonista è oggetto d’incredulità per tutti coloro che scopriranno che è stato lui ad accendere il cero. Max sembra quasi rispondere con spavalderia all’ennesima insinuazione di perplessità circa la sua verginità quando si troverà ad affermare: “me lo faccio tatuare sulla fronte che sono vergine se non ci crede”. Sembra quasi che la verginità venga tacciata come un’onta o un che di inusuale dalla gente generalista e buzzurra, come se non avesse più il valore dell’amore vero, da cui deriverebbe la passione fisica, e fosse qualcosa da “superare” quanto prima; l’esatto contrario di ciò che avveniva nell’epoca iniziale del lungometraggio, in cui era sinonimo di candore, innocenza e amorevole attesa. E’ un confronto certamente interessante, trattato con fine ironia e una velata provocazione, la differenza culturale su tale argomento tra l’epoca seicentesca e i “moderni” anni ‘90.

Il parallelismo tra le epoche prosegue circa la festività del 31 ottobre. Le sorelle Sanderson restano sconvolte quando si imbattono in marmaglie di bambini che per strada passeggiano vestiti e truccati da mostri. Le streghe ricordano che un tempo, tali mostri terrorizzavano i piccoli nei racconti popolari. Nella modernità, invece, le paure sembrano essere svanite e sostituite da un tentativo di “imitare” fantasticamente le creature della notte che una volta albergavano negli incubi dei più piccoli.

Hocus Pocus” tratta persino l’amore possessivo che finisce per sfociare nella violenza. Winnifred era innamorata di William, un uomo che lei stessa tramutò in uno zombie perché furente e gelosa delle attenzioni che nutriva nei confronti della sorella Sarah. William, detto Billy, è un morto vivente a cui sono state persino cucite le labbra con ago e filo, in modo che non possa mai parlare al cospetto della sua vecchia compagna. Quando Billy raccoglierà un coltello, taglierà via le cuciture della sua bocca ed espleterà il suo odio nei confronti della donna. E’ un taglio netto ma figurato di liberazione: lo zombie recede i filamenti che lo legavano, come fossero catene, al male della strega.

Dietro la maschera truccata di un grande "mostro" si cela spesso il volto dell'attore Doug Jones.

 

Anche questa sotto-trama è trattata in modo “soft”, mai in modo crudo, ma lascia comunque un alone intrigante, doveroso d’essere approfondito per venire ben compreso. Winnifred con il suo sospetto e la sua possessività ha tolto la vita al proprio compagno, mutandolo in un silente fantoccio al proprio comando, ferendo non soltanto la sua fisicità ma volendo colpire anche il suo libero arbitrio e la sua volontà.

Il rapporto affettivo tra il fratello maggiore e la sorella minore ha una duplice visione: quello tra Thackery e la sorella Emily si intreccia a quello tra Max e Dani. Thackery, condannato a una immortalità dannata come un gatto nero, ricorda all’umano Max di prendersi sempre cura della sorellina. Essa, come tiene a precisare il gatto dal manto scuro, è un affetto prezioso che come tutte le cose più importanti della nostra vita si comprende realmente soltanto quando è stato perduto.

Tutte e tre le sorelle Sanderson sono dotate di una voce incantevole. Nella celebre sequenza del brano “I put a spell on you” la canzone cantata da Winnifred strega coloro che l’ascoltano, irretendoli e trasformandoli in “zombie” incoscienti che danzano senza sosta. Sarah è colei che più delle altre ha una voce melodiosa che adopera per attrarre i bambini. E’ come se le tre streghe abbiano tra le loro corde vocali il dono di un canto delle sirene, che ammalia chi lo ascolta, attirandolo verso il pericolo.

“Hocus Pocus” si consuma con la stessa intensità di una candela accesa. La storia si compie nell’arco temporale di una sola notte, la più lunga, quella di Halloween. Alle prime luci dell’alba si compirà il destino, da una parte o dall’altra. Alla fine saranno i giovani protagonisti a trionfare, e l’alba di un nuovo giorno annienterà il potere delle streghe. Winnifred verrà trasformata in una statua di pietra e Thackery troverà finalmente il suo riposo eterno: morirà e la sua anima varcherà i cancelli del paradiso. Ad attenderlo ci sarà la sorellina; i due, mano nella mano, partiranno per il loro ultimo viaggio.

“Hocus Pocus” è un gioiello del cinema per ragazzi, una perla da gustare ogni anno agli ultimi rintocchi della notte di Ognissanti. E’ un libro da lasciar dormire per tutto l’anno, ma da risvegliare sempre allo svanire di ogni ottobre. Basterà riprendere in mano il volume che custodisce questa storia, attendere che l’occhio si dilati e, una volta che il libro si sarà ridestato, aprirlo e lasciar riecheggiare un altro canto, un nuovo: “Come little Children…”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Trilli" disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando ero un bambino e tenevo in mano la VHS de “Le avventure di Peter Pan”, il classico della Walt Disney, sovente, ne scuotevo l’involucro. Speravo, lavorando abilmente di fantasia, che da quella confezione in plastica fuoriuscissero effluvi fatati e polverine magiche. Polveri di fata, per la precisione, granuli di dorata luminescenza, lievi fiocchi di neve di un alone giallastro.  Si trattava, come la fantasia mi suggeriva, di quella stessa polvere di fata che Peter Pan donava ai suoi amici e alla sua Wendy per permettere loro di fluttuare al di fuori della loro cameretta, per volare su nel cielo, verso la seconda stella a destra, per poi proseguire, fino al mattino, alla volta dell’Isola che non c’è. “Chissà se in questa cassetta si nasconde una residua polvere di fata in grado di aiutarmi a volare come un piccolo Peter Pan” - mi domandavo. In vero, quella videocassetta permetteva di volare, seppur non serbava una rimanenza vera e propria di quella polvere fatata. Era la potenza immaginaria della fantasia, quella che il film suscitava con i propri disegni, a permettere al bambino che ero di spiccare il volo. Era inutile continuare a scuotere la VHS con decisione, quando sarebbe bastato inserire la videocassetta nell’apposito videoregistratore e lasciar scorrere il nastro, per far ritorno a Neverland, e volare con la gioia nel cuore…

Il quattordicesimo classico della Walt Disney inizia con una frase recitata da una voce narrante, che spiega come questa storia sia un racconto di ieri come di domani. Un messaggio di natura esistenziale e dalla valenza temporale. “Peter Pan e Wendy” è una narrazione di radice fiabesca, dall’ambientazione favolistica ma dalla morale concreta. Balzare da quell’imprecisato “ieri” e approdare in un misterioso “domani”, e percorrere, se ce ne fosse bisogno, il percorso inverso, già, a ritroso, è possibile e sta alla scelta opzionale di ogni singolo spettatore. L’opera di Barrie, e in egual valore, il lungometraggio della Walt Disney, riguardano tanto il passato quanto il futuro nella vita di ognuno di noi. Da adulti torniamo ad approcciarci a “Peter Pan” con la maturità dell’essere uomini o donne che anelano alla possibilità di rivivere le avventure di un tempo, quando non eravamo altro che bimbi sperduti che a notte fonda si raggomitolano sotto le coperte di un accogliente rifugio celato nelle radici di un grosso albero.

Ripensare ai momenti che precedevano la visione de “Le avventure di Peter Pan”, oggi, quando si è diventati grandi, può generare un solo rammarico, dovuto, per lo più, alla consapevolezza di non essere riusciti a rispettare il volere di un’anziana Wendy, quando in “Hook – Capitan Uncino”, sussurrava ai giovani figli di Peter di smetterla di crescere. Quelle parole che l’anziana nonna pronunciava con gentilezza nei confronti dei bambini dovevano essere carpite come un’esortazione personale. Perdona, cara Wendy, colui che sta fissando su carta queste parole, e perdona anche coloro che le stanno leggendo negli attimi che seguono, perché tutti noi non siamo riusciti a rispettare le tue richieste, ma forse, in cuor tuo, sapevi che non avremmo potuto farlo. Così come lo stesso J. M. Barrie, l’autore di “Peter Pan”, era cosciente della forza immutabile, inestinguibile e universale del tempo. Da bambini diventeremo poi adulti, è la normale progressione della vita.

“Le avventure di Peter Pan” traspone lo spirito avventuroso e visivamente onirico dell’opera originaria, nella quale il sogno di un mondo d’incomparabile bellezza come l’Isola che non c’è avvolge le vicende dei protagonisti come un solo e incommensurabile sfondo che domina la totalità scenografica di un palcoscenico. Eppure, il tutto è trattato con maggiore spigliatezza, con un senso di frivola giocosità, ben lontano dalla cupezza nascosta dell’opera teatrale e letteraria. Una drammaticità occultata sotto le vesti colorate di Giglio Tigrato e degli indiani a cui appartiene, eclissata sotto la maschera arrabbiata e malinconica di Capitan Uncino, e dissimulata nel volo senza fine di quel ragazzo che non vuole in alcun modo accettare di crescere. Nel racconto di J. M. Barrie le inquietudini degli adulti e le paure della fine dell’esistenza impossibile da evitare, vengono incarnate nella crudeltà di Capitan Uncino e miscelate alle avventure dei piccoli protagonisti. Riprendere visione de “Le avventure di Peter Pan” da grandi, evoca la reminiscenza delle aspettative sognanti della fanciullezza, quando la nostra immaginazione indugiava sul nostro futuro e sulle speranze ad esso accomunate.

Quando si è piccoli, si spera di crescere in fretta, quando si è già grandicelli, invece, si vorrebbe, a volte, tornare piccini a riprovare la letizia di un mondo ovattato quale poteva essere quello della fantasia distensiva e senza freno di un bambino. Lo scritto di Barrie è incastonato nell’ineluttabilità del tempo, nella sua scorrevolezza impossibile da arrestare. La sua storia non è soltanto un sogno, è la trascrizione di una fantastica avventura che svanisce come la fiammella di una candela che sta per consumarsi, dinanzi all’inclemenza del tempo, che porta a crescere e, un giorno, a cessare d’esistere. L’infanzia e l’età adulta vengono da Barrie poste a distanza come due piani esistenziali di difficile interazione comunicativa. Ciò non sembra accadere nell’opera della Walt Disney, nella quale il brio sognante è tanto forte da coinvolgere sia il bambino che l’adulto.

“Le avventure di Peter Pan” più di offrire una visione della vita in senso introspettivo, vuol rivolgersi ai fanciulli e in egual misura agli adulti, non facendo però ripensare loro al periodo dell’infanzia come a un momento lontano e di difficile ritorno. Come avviene in “Bambi”, film che fa da raccordo tra l’innocenza dell’infanzia e la futura consapevolezza dell’età adulta, la pellicola disneyana di Peter Pan fa da ponte tra la giovinezza e la maturità, in un tratto percorribile da ambo le parti. Il film vuol far riemergere il bambino che è in noi, quel Peter Pan che sonnecchia nel nostro intimo, pronto a risvegliarsi non appena mira il librare dei protagonisti sopra il Big Ben di Londra. Non vi sono però tracce critiche riservate al freddo e distaccato mondo degli adulti come avviene nell’adattamento originario, questo perché entrambe le fasi della vita vengono quasi accomunate dalla grazia del sogno. Se Barrie, nelle sue intenzioni autoriali, desiderava tracciare una linea di demarcazione spessa e conseguenzialmente ardua da superare tra la gioventù e la maturità, il film della Disney si differenzia dal volere dello scrittore per un uso tradizionale dello stile comunicativo, rivolto in maniera innocente a tutta la famiglia; in special modo a quei genitori che possono tornare a sentirsi bambini, magari, stretti in un abbraccio coi loro figli.

“Le avventure di Peter Pan” è una fiaba Disneyana scandita da musiche di rara soavità, scritta e sussurrata per far risuonare melodie brezzate, inafferrabili ma udibili come vento incanalato tra le fessure di uno spazio ristretto. Musiche leggiadre come l’aria che soffia verso nord, eteree come un bel sogno che scivola via tra nuvole bianche che sopiscono in cielo. Walt Disney affermava: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Tale motto viene conformato alla figura di Peter Pan e alla magnificenza del suo lungometraggio d’animazione. “Peter Pan” è di fatto la personificazione del sogno, colui che riesce a volare senza l’ausilio della polvere di fata proprio perché fa dei suoi sogni felici la cadenza ritmata di un battito d’ali.

I fondali del film sono dipinti con una resa scenografica meravigliosa, i cui scorci vengono popolati da pirati inferociti. Nei mari bluastri albergano sirene di infinita bellezza e nelle fitte boscaglie, il terreno viene calcato da indiani estremizzati e bimbi sperduti.

Tutti i personaggi sono disegnati secondo una vasta gamma di capacità espressive: a cominciare da Peter, dalla mimica furbesca e dal diabolico sguardo, per passare a Wendy, dal volto dolce e affettuoso, fino ad arrivare al personaggio più emotivo e intenso di tutti: Trilli.

La scia dorata che lascia sul tragitto velato del suo volo, il suo aspetto da giovane e splendida donna contenuto in un fisico da Mignolina, il suo viso ornato da bionde ciocche di capelli e da gote purpuree, il suo battere di piccole ali fatate e quei suoi occhi sprizzanti gelosia, per via di un amore non corrisposto, fanno di Trilli un personaggio semplicemente fantastico, delineato con tratti cromatici di puro incantesimo.

Merita, in questi passi riservati ai personaggi, una menzione speciale l’antagonista del film, Capitan Uncino. Di temperamento afflitto ma dalle volontà esasperate, Capitan Uncino conserva quasi del tutto il fascino malvagio della sua controparte. La sua sconsiderata paura del coccodrillo marino, e quel suo urlo disperato, quando invoca il provvidenziale arrivo del fidato Spugna, sono fonti di alcune sequenze esilaranti entrate di diritto tra le scene più famose della Disney. Al tempo, era per certi versi una novità quella di poter rallegrare e far sorridere i bambini anche con le tragicomiche vicissitudini del personaggio negativo.

Capitan Uncino fu uno dei primi cattivi della Disney ad avere una rilettura brillante e a farsi carico della malvagità intrinseca del suo animo esternandola mediante una maschera triste e insoddisfatta.  Più che un vero malvagio, Uncino sembra un deprimente ritratto di infelicità, di vittimismo. Il Capitan Uncino della Disney è forse il personaggio che più risente del suo essere investito dal peso di ciò che Barrie voleva suscitare col suddetto antagonista: l’incompiutezza di una vita, che trova motivazione nella deprecabile ossessione di uccidere Peter Pan.

Uncino è la paurosa ansietà dell’autore in merito allo scorrere inesorabile del tempo, che ticchetta come un terrore remoto e snervante in quella sveglia inghiottita dal Coccodrillo e il cui suono viene ritmato e mimato dall’espressività famelica del rettile. Come non mai in questo film, grazie a un’animazione laboriosa, la mimica ingorda dell’anfibio viene scandita dal suono della grossa sveglia, come se fosse proprio il tempo, rappresentato con tanto di artigli affilati e sfilze di denti aguzzi, a voler divorare l’anima e il corpo del capitano.

Con “Le avventure di Peter Pan”, la Disney ci ricorda l’importanza di tornare a sognare, di credere in quelle fate che albergano tra i nastri di pellicola di ogni singola videocassetta che custodivamo un tempo nella videoteca della nostra casa.

Forse, oggi, le fatine vivono tra le memorie nascoste di un moderno DVD, il quale, se scosso, continuerà a non rivelare alcuna traccia di polvere fatata; questo perché se vorrete tornare a volare, vi basterà aprire la confezione, attendere che il sipario si alzi, e far ritorno a Neverland. E se malauguratamente non doveste ricordare la strada, potreste sempre seguire una luce dorata che proviene in lontananza: è un vascello pirata rivestito apparentemente “d’oro” che naviga tra un mare di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Aurora e Filippo disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Soffermatevi per qualche istante a immaginare di camminare tra i cunicoli di una grande biblioteca, con centinaia di ripiani su cui riposano migliaia di tomi l’uno affianco all’altro. Negli angoli rimasti vuoti, alcuni volumi sono stati come introdotti per questioni di spazio in maniera caotica, e accatastati l’uno sopra l’altro. E’ la bellezza di questa immaginifica biblioteca, in cui sono custoditi tanti di quei libri riguardanti i racconti popolari, le fiabe più amate, da sembrare quasi infiniti. L’ampiezza delle librerie suddivise in più scaffali, ognuno di essi leggermente piegato dal “peso” della conoscenza, potrà causarvi un effetto claustrofobico. Potrebbe sembrarvi di essere in un labirinto, e per farvi strada dovrete attraversare stretti corridoi. Seguitando ad andare avanti arriverete alla sala grande, rotonda, nel cui centro staglia un leggio che emana una luce intensa, visibilmente dorata, come una bionda ciocca di capelli appartenuta a una principessa delle fiabe. A quel punto dovrete avvicinarvi, e toccare con mano quel libro incantato. La sua copertina è rigida, massiccia come se fosse fatta di un materiale resistente allo scorrere dei secoli, atto a preservare le pagine custodite al suo interno; il tutto appare dorato, con delle pietre simili ad ambre incastonate negli angoli smussati. La scritta centrale recita “Sleeping Beauty”, ed è il libro della bella addormentata nel bosco.

La bellezza del libro con cui il 16esimo classico Disney inizia il suo corso è tanto adamantina da esser meritevole d’attirare le attenzioni di ogni lettore in una fantasiosa biblioteca delle meraviglie. Aperto quel libro, una voce narrante comincerà a colmare le vostre lacune circa il fato della principessa Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah…

Per festeggiare la nascita della loro primogenita, Stefano e la sua consorte organizzano una festa dove i loro sudditi potranno portare omaggi alla principessa. All’importante evento giungono anche tre fatine, desiderose di far dono alla piccola di tre magici regali. La fatina Flora, vestita con un abito rosso, benedice la piccola donandole la bellezza, Fauna, che indossa un vestito verde, offre alla bambina il dono del canto. Prima che Serenella, la fatina colorata di blu, possa concederle il proprio dono, arriva a palazzo Malefica, una strega che maledice la piccola con la formulazione di un invalicabile incantesimo: Aurora, il giorno del suo sedicesimo compleanno, si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà. Poco dopo questo terribile presagio, Serenella declama l’ultimo dono per la povera Aurora. La fatina non può impedire che la maledizione si compia ma può sventare, in qualche modo, ciò che la dannazione prevede. Aurora se porrà il suo dito sul fuso dell’arcolaio cadrà in un sonno profondo ed eterno che potrà essere spezzato soltanto se le labbra della fanciulla riceveranno il bacio del vero amore.

Stefano, adirato e impaurito, ordina la distruzione di ogni arcolaio presente nel regno e per impedire che Malefica trovi la figlia, comanda alle tre fatine di portare via Aurora e vegliare su di lei nella casetta di un boscaiolo fino al compimento del suo sedicesimo compleanno. Aurora cresce così tra le amorevoli cure delle tre fatine madrine.

La bella addormentata nel bosco” fu la terza trasposizione della Walt Disney tratta da una fiaba popolare dopo “Biancaneve” e “Cenerentola”. “La bella addormentata nel bosco” è un’opera maestosa, il culmine dell’imponenza artistica votata alla costante ricerca della perfezione tecnica anelata da Walt Disney per tutta la prima parte delle sue produzioni.

L’arte de “La bella addormentata nel bosco” è quella che glorifica i colori. Gli artisti della Disney affondano i loro pennelli su una tavolozza di legno, catturando con ogni atto il colore a tempera prescelto e poi fissato con gesti estremi e precisi sulla tela. Gli sfondi delle ambientazioni prendono forma con tocchi magici e fiabeschi, e persino gotici nella ricostruzione architettonica delle ambientazioni pertinenti a Malefica. Ma come dicevo è l’evocativa potenza di ogni singolo colore a esternarsi e a divenire parte integrante dell’arte filmica. Malefica è vestita di un nero inquietante, proprio come le tenebre, ma la sua aura emana una luminescenza di un verde acceso, dalla parvenza anche sommessamente intermittente, quando si materializza come una sfera avvolta da una fioca luce che attira un’Aurora quasi ipnotizzata. Anche il color viola tende ad essere emanato dal manto iconograficamente demoniaco della strega. Malefica è una delle cattive Disney maggiormente sceniche e angoscianti. Una strega formatasi come spirito maligno tra i meandri agorafobi della fitta foresta, in cui i raggi solari non riescono a trovare neppure un singolo spiraglio tra i fitti sbarramenti creati dai rami acuminati e raccolti a spine. Malefica si manifesta e scompare lasciando sul proprio passaggio un alone tra il verde e il fiammeggiante. Un colore, il suo, che si mostra concretamente per la prima volta quando lei maledice Aurora, avviluppando la futura figura della principessa addormentata con quel medesimo verde che andrà a circondare la sagoma dormiente della bella. Quando Serenella, però, pronunzia il proprio beneficio, Aurora viene circondata da una luce bluastra, o per meglio dire, azzurra come il cielo e la sua figura dormiente appare distesa su un pascolo di nuvole. Vi è quindi una contrapposizione forte tra i colori prediletti, il “verde della dannazione” e il “blu dell’insperata salvezza”.

Malefica è sinistramente teatrale nei suoi movimenti, e volge spesso le braccia verso l’alto per conferire maggiore imponenza al proprio portamento. Ella è un’antagonista che pone valore e significato ad ogni suo gesto. Impostazione vocale e gestuale sono combinate in un medesimo stile espressivo e interpretativo nell’animazione della strega che lascia profondere ad ogni suo passo un carisma che fatica a restare contenuto nella sua intimità segreta.

Se consideriamo in un’accezione analitica la protagonista della fiaba, Aurora, ribattezzata dalle sue fatine come Rosaspina, non possiamo che porre a vaglio il suo essere vittima degli eventi. Aurora viene maledetta per un capriccio della strega, e riceve l’odio della fattucchiera quando ancora non è che una bambina, incapace di comprendere cosa sta accadendo intorno a lei. La sua vita appare così indirizzata da un fato avverso a cui non può sottrarsi. Una volta cresciuta, Aurora è sbocciata come una ragazza di una bellezza celestiale, dai lineamenti delicati e dal portamento aggraziato. I due doni delle fatine si concretizzano così nell’aspetto e nel temperamento elegante della giovane, che diviene la testimonianza vivente della magia. Aurora ama passeggiare nel bosco e la sua voce possiede il potere di incantare gli animali che abitano la foresta, i quali la seguono come stregati dalla nenia melodica dei suoi canti. Un giorno, il principe Filippo, promesso sposo di Aurora, che egli ancora non conosce, si avventura nel bosco in sella al suo cavallo. Come Orfeo, così Filippo mira la giovane fanciulla che non può immaginare d’essere in verità proprio Aurora, tanto armoniosa nei movimenti e leggiadra nei passi di danza che abbina alle tonalità del suo canto, da ricordare la ninfa Euridice.  “La bella addormentata nel bosco” fa della sua protagonista una creatura di garbo angelico, una naiade protettrice della natura, tanto da attrarre gli animali e indurli a divenire “attori” e “personaggi” della scena, i quali interagiscono con lei. Aurora sa rendere le piccole bestiole della boscaglia vive, senzienti e dotate di un canto armonioso per il solo volere della protagonista che con essi si rapporta. Filippo, rimasto folgorato dalla visione della dama, la sorprende romanticamente alla spalle, mentre ella protende le sue braccia orizzontalmente. Aurora ricambia lo sguardo dello sconosciuto e i due si innamorano istantaneamente come in un colpo di fulmine.

“La bella addormentata nel bosco” riflette la semplicistica ma sognante visione del periodo e delle fiabe popolari. I suoi personaggi non hanno personalità complesse, anelano solamente all’amore e allo sposalizio. Apparentemente una pecca nella caratterizzazione dei personaggi, ma se considerati come specchio dei racconti fiabeschi del tempo, è facilmente comprensibile come essi si conformino in maniera eccelsa a ciò che devono rappresentare: l’amore cieco.

Cieco nel senso di incondizionato. Come cieco è stato l’odio perpetrato da Malefica nel suo maleficio, nel medesimo modo è “cieco” l’incontro avvenuto tra Aurora e Filippo. Entrambi non conoscono le rispettive identità, eppure, si innamorano l’uno dell’altra. L’amore travalica l’odio di Malefica ancor prima del fatidico bacio. Al principe non importa conoscere l’identità della giovane che crede sia una semplice contadina e nel medesimo modo Aurora non si interroga circa la regale discendenza dell’uomo. Ancora una volta il destino sembra anticipare le mosse di Aurora, questa volta vittima fortunata degli eventi, i quali la portano ad innamorarsi dello stresso uomo a cui, inconsapevolmente, è già promessa ma che conosce in tutt’altre vesti che la spingono a sviluppare un sentimento sorto in una pura naturalezza. La cecità dell’odio di Malefica, quando ella compì il maleficio sulla piccola innocente, si oppone alla cecità con cui l’amore trova il modo di accrescersi. Sembra aleggiare su Aurora una sorta di provvidenza manzoniana, che porterà il fato della giovane alla salvezza a seguito dell’incontro con il principe. Aurora e Filippo cominciano a ballare, in un’immagine splendida i cui i corpi, in un perpetuo movimento danzante, vengono riflessi nello specchio d’acqua di un lago.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando Aurora scoprirà la sua vera origine, cadrà in un sonno eterno, perché punta dal fuso di un arcolaio creato dalle arti demoniache di Malefica. Il corpo della principessa giace addormentato e deposto su di un letto nella stanza del castello. A seguito della tragicità del momento, l’intero reame cade in uno sconfortante sonno. Filippo, per salvare Aurora, dovrà affrontare Malefica, nel frattempo tramutatasi in un drago. Le fiamme esacerbate dal drago serpentiforme conservano ancora quel verde fiammeggiante tipico della strega, che infesta i pressi del castello sbarrando la strada al principe con rami fitti e appuntiti. Sono ritratti maestosi quelli riguardanti lo scontro tra il principe e Malefica, che catturano l’epicità cavalleresca del combattimento che terminerà con la morte della strega.

Una volta arginato il passaggio, il principe raggiunge la principessa. Ne deriva una delle immagini più evocative e meravigliose dell’intero film. Aurora ha un volto delicato come fosse fatto di porcellana, le sue mani poggiate senza vitalità alcuna vicino al cuore reggono una rosa rossa e il biondo dei suoi capelli illumina, come una luce ancora pulsante di speranza, il viso della fanciulla cinto della splendida “corona regale” donatale dalla natura. Filippo bacia Aurora che dischiude poco dopo i suoi occhi.

Aurora e Filippo convolano a nozze e riprendono a ballare nella sala grande del castello, dinanzi a tutti gli invitati, in un clima festante. Le fatine, però, scontente in merito al vestito indossato dalla giovane, cominciano con le loro bacchette a mutare il colore dell’abito della principessa, che passa, in un’alternanza sgargiante, più e più volte, dal rosa al blu. Ancora una volta i colori vividi catturano gli sguardi di noi spettatori, rubando le nostre attenzioni visive che si perdono su quei movimenti ballerini nel mentre il libro gira la sua ultima pagina.

“La bella addormentata nel bosco” è un classico la cui bellezza è perdurata nel tempo, dal ritmo compassato ma dal valore universale. Tecnicamente ineccepibile, splendente e prezioso come un libro dorato rimasto d’immutata bellezza come il primo giorno in cui venne sfogliato e letto. Ecco perché credo sia meritevole di restare al centro di una sala grande nella biblioteca di fantasia più importante del regno magico.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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C’era una volta…”,  basta che si pronunci la piccola formula, e già ci sentiamo nel mondo delle fiabe, con i suoi personaggi misteriosi e benefici, ma anche malvagi, i talismani, le bacchette magiche, i tappeti volanti e le bambinaie che volano senza ricorrere neppure al tappeto, basta solamente un ombrello. Già, come se con gli ombrelli si potesse volare!

Avrete di sicuro capito di chi sto parlando. Già, proprio di lei, di Mary Poppins. La tata più famosa di sempre. Una tata del tutto particolare, di quelle che non se ne vedono tante in giro. Anzi, direi proprio nessuna, perché c’è solo lei. Mary Poppins è unica!

"Mary Poppins" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mary Poppins è diventato un film nel 1964, diretto da Robert Stevenson, tratto da un romanzo di Pamela Lyndon Travers. Walt Disney impiegò vent’anni prima di convincere la Travers a realizzare un film da quel suo romanzo. La sua costanza fu premiata, come dicevo appunto, nel 1964. E fu un successo senza precedenti, benché fino all’ultimo l’autrice rimase alquanto scettica che il film potesse rendere giustizia al suo personaggio particolare.

Il lungometraggio racconta le avventure di una tipica famiglia londinese degli anni Trenta, i Banks, che un giorno assume per i suoi due bambini una straordinaria governante di nome Mary Poppins. Mary all’aspetto è una normale donna. In realtà è un essere straordinario, capace delle più strabilianti magie. La caratteristica del film è proprio la naturalezza con cui l’irrazionale e lo straordinario entrano di soppiatto nel quotidiano.

Contrariamente a quanto possa sembrare i veri protagonisti del film non sono i bambini ma gli adulti. Se ci soffermiamo un attimino a pensare ci accorgiamo che Mary Poppins agendo sul temperamento di Jane e Michel, i due bambini ritenuti irrequieti, in realtà giunge a mutare il modo di pensare e d’agire dei grandi, a modificarli e trasformarli, facendo diventare un po’ più bambino qualcuno e un po’ meno qualcun altro. La morale è talmente chiara ed evidente nel film da non farcene quasi rendere conto. Salta subito agli occhi che per essere felici basta solamente  essere ricchi, amati e baciati dalla fortuna. Non serve altro. In effetti però non è affatto così. E lungo lo scorrere del film questo viene fuori in tutta la sua disarmante verità e presa di coscienza. Occorre dunque cogliere tutte le sfumature della vita che agli occhi dei due piccoli protagonisti neppure esistono e guardare il mondo per quello che realmente è.

Mary Poppins è un bellissimo film musicale, una commedia per tutte le età, e nonostante siano passati parecchi lustri dalla sua prima apparizione sul grande schermo può sempre rappresentare un buon punto di partenza per analizzare il tema dei metodi educativi, il ruolo dei genitori e le aspettative dei figli in seno alla famiglia. La prima scuola di socialità è appunto la famiglia, è il luogo natio, è lo strumento più efficace di umanizzazione perché collabora alla costruzione della società e alla trasmissione dei valori e dei principi.

Il concetto spesso ripetuto da Mary Poppins, e cioè “Non giudicare mai le cose dal loro aspetto” ci pone davanti un quesito filosofico. Con questa frase la bambinaia ci fa correre con la mente al pensiero di Platone e di Schopenhauer, due filosofi che mostravano una spiccata diffidenza verso la sfera dei fenomeni empirici, così come viene immediatamente suggerito dai sensi. Un film, Mary Poppins, che dal lontano 1964 riesce ancora a entusiasmare chi lo guarda. Con il suo racconto lineare, descrive un mondo da sogno, assolutamente fantastico, che, in frangenti razionalmente inverosimili, conduce lo spettatore nel più profondo dei percorsi introspettivi, palesando quanto la fantasia, l’assoluto potere dei sogni, in cui tanto confidava Walt Disney, possa modellare la realtà.

Mary Poppins si rivolge al cuore ma anche alla mente dello spettatore. Questa straordinaria bambinaia piovuta dal cielo, che nel dire le cose le dice cantando, ma che sa all’occorrenza essere anche risoluta e fascinosamente sopra le righe, si farà beffa della caducità della vita con la sua splendida voce, le sue arti magiche, le sue trovate, soprattutto con la sua grande umanità. Mary Poppins è l’icona della fantasia, la personificazione del sogno, la perseveranza di Walt Disney e della bontà del suo profondo progetto. E’ un film bellissimo, senza eguali. Non una scena, non una sequenza, né tantomeno una battuta è messa lì per caso o solo per metterla, per riempire uno spazio, per dar libero sfogo a esigenze di mercato. Ogni frase, ogni dialogo, ogni battuta rende armonioso il disegno originario, completa l’ingegno creativo e ne soddisfa l’intento. E lo dimostrano le tantissime testimonianze che a cinquant’anni dalla sua prima uscita lo vedono ancora protagonista delle serate casalinghe.

Mary Poppins è un cult dal primo soffio del vento dell’Est all’ultimo aquilone che solca l’aria nell’azzurro del cielo. Una scena di pregevole fattura è quella degli aquiloni in cui la spensierata canzone, che da fanciulli resta tale, qui prende significati molto più profondi e intimi che arrivano diritto al cuore dello spettatore.

Il fascino di questo film non sta solamente nei segreti della singolare bambinaia ma in tutto il complesso delle emozioni, degli stati d’animo, delle sensazioni che come un caldo abbraccio ti raggiunge e ti riempie di pacata beatitudine. Che dire poi della vecchina dei piccioni? Arte allo stato puro! Piccole e grandi emozioni capaci di provocare lacrime vere e candidi sorrisi.

Il film vinse cinque Premi Oscar: miglior attrice protagonista, (Julie Andrews), miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior colonna sonora, miglior canzone.

Venne nominato al miglior film, alla miglior regia, alla migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori costumi, miglior sonoro, miglior colonna sonora adattata.

Julie Andrews vinse anche il Golden Globe come miglior attrice.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il personaggio dei fumetti per antonomasia è senza dubbio Topolino. Se non  altro è il più conosciuto e il più amato.

E, infatti, il primo personaggio della banda Disney, destinata poi a diventare leggenda, nacque nel 1927. Si racconta che, per crearlo, Disney si sia ispirato a uno dei tanti topi che frequentavano il suo ufficio, quando egli lavorava come disegnatore per una rivista di Kansas City. Si trattava di un simpatico animaletto che aveva raggiunto una tale familiarità con lui tanto d’arrampicarsi quotidianamente sul suo tavolo da disegno.

Il debutto assoluto del personaggio avvenne l'anno dopo, nel 1928, nel cortometraggio Steamboat Willie, uno dei primissimi cartoni animati a fare uso di audio sincronizzato.  Con l'avvento del sonoro Topolino acquistò la voce. Topolino che parlava suscitò entusiasmo tra il pubblico e così nel 1930 dallo schermo passò ai fumetti, assieme a tutta una serie di altri personaggi, che vanno da Pippo a Pluto, da Clarabella a Orazio, a Pietro Gambadilegno.

La prima, storica immagine di Topolino.

 

All’inizio era un animaletto dispettoso e furbastro che si metteva sempre nei guai, finendo sovente per restare vittima delle sue stesse trappole che disseminava in giro. Ben presto però ebbe una prima trasformazione, divenendo un personaggio positivo, onesto e leale. In questa nuova veste Topolino incarnava l’americano medio, colui che aveva piena fiducia nella giustizia e grande sostenitore dell’intraprendenza individuale. Egli appagava il bisogno di avventura e gli dava conferma della veridicità della sua superficiale visione del mondo, ben diviso tra onesti e maligni. Vizi e virtù rimanevano confinati in una sorta di spazio intermedio. Grande valenza assume l’amicizia, un sentimento ancor più evidente dell’amore.

Pippo è il migliore amico di Topolino. A differenza di Topolino, Pippo è alto e dal passo dinoccolato, ed è altresì ingenuo, distratto, sognante e goffo. Pippo con la sua amicizia trascina il più raziocinante Topolino nella verve di un'avventura marcatamente fantasiosa.

 

Tra i vizi vi si riscontrano il furto, il rapimento e la truffa, tutte colpe contro la ricchezza e il possesso. Mancano i gesti d’eroismo, ma questo è più che comprensibile, perché ciò introdurrebbe il fattore tragico della morte che deve comunque rimanere estranea, anche come ipotesi, al mondo dei fumetti per salvaguardare l’immortalità e l’eterna giovinezza dei personaggi. Al lettore bisogna sempre tranquillizzare l’animo.

Topolino apprendista stregone in "Fantasia" del 1940. Topolino appare come un dispensatore di magia fantastica e pura.

 

A partire dal 1939 Topolino subì profonde modifiche, sia nel disegno che nelle vicende, tipiche di un detective moderno, paladino del sistema politico vigente di cui esegue fedelmente i comandi senza farsi né fare domande. E’ diventato, dunque, una sorta di macchina automatica. Nell’evoluzione del personaggio si rispecchiano i cambiamenti della società americana i cui valori hanno subito un marcato processo di involuzione: dall’esaltazione dell’iniziativa individuale al culto dell’obbedienza passiva e rassegnata.

Copertina italiana del fumetto "Topolino" con il personaggio vestito dal sommo poeta Dante Alighieri.

 

Ancora oggi Topolino continua a deliziare con le sue avventure adulti e piccini. Non di rado è possibile trovare in allegato al fumetto parti da assemblare per la costruzione di qualche oggetto in miniatura, sia esso un’automobile o una moto o addirittura un’imbarcazione. Questo espediente, anche se non coinvolge la famiglia tutta intera, di sicuro contribuisce a rinsaldare il legame padre – figlio, di cui oggi, più che in passato, se ne avverte forte la necessità.

Quando si scorge la figura di Topolino non si può far altro che fermarsi a riflettere su quanto un singolo personaggio sia stato fondamentale nella creazione di un mondo fantastico. Disney volle sempre rammentare a tutti che ciò che era diventata la "Walt Disney" lo si doveva a un singolo personaggio, che riuscì a far brillare in cielo, per la prima volta, la stella di questa "casa" da cui fuoriuscirono meraviglie visive e immutate. Topolino fu il primo dei "figli" di Walt Disney, e da lui derivarono creazioni che, senza il suo successo, non avremmo potuto altrimenti mirare.

Tutto ebbe inizio...con un Topolino.

Redazione: CineHunters

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