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"Luna Lovegood" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • L’invisibile sofferenza

Harry aveva assistito alla morte di Cedric e al ritorno di Lord Voldemort. Quella notte, al cimitero, tutto era irrimediabilmente cambiato. L’innocenza del giovane mago si era spezzata e il candore della sua vita - che era già stata segnata dalla perdita - era oramai interamente svanito. Harry era stato catapultato bruscamente in un mondo di ombre, di sofferenze e di oscurità.

La paura si faceva strada nella mente di Harry, addentrandosi nei suoi sogni, deturpandoli, mutandoli in spaventosi incubi.

Harry doveva elaborare il lutto per una morte violenta, inattesa, e doveva farlo potendo contare unicamente sulle sue forze. Quell’estate, al numero 4 di Privet Drive il protagonista si sentiva più solo che mai.

Al calar della sera, quando riusciva con fatica a prendere sonno Harry sussurrava il nome di Cedric; la morte del giovane amico riecheggiava in lui come un trauma martellante.

Cedric perì in un istante drammatico, raggiunto da un verde bagliore che cancellò l’ultimo dei suoi sorrisi. Il campione della Casa di Tassorosso giacque al suolo con gli occhi aperti, sbarrati, e un’espressione inanimata e raggelante. Voldemort riemerse poco dopo, con le fattezze di un “demone” dal volto pallido.

I ricordi di quell’accadimento angosciavano Harry, ed il passare del tempo non alleviava la pena.

In una delle scene iniziali dell’opera filmica, Harry indugia su di un’altalena. Non si dondola, non ne ha voglia. Malgrado ciò si sofferma su di essa, statico e pensieroso. Perché lo fa?

Quell’altalena è un simbolo di fanciullezza, una “giostra” in cui i bambini siedono per giocare, per oscillare avanti e indietro spensierati. Harry si aggrappa ad essa, come se volesse rinvenire in “lei” l’ingenuità dell’infanzia che non c’è più e che lui non ha mai conosciuto appieno.

Quel trauma Harry se lo trascina per tutte le vacanze, contenendolo dentro di sé. Durante gli afosi mesi estivi, il personaggio cardine della storia di J.K. Rowling non può parlare con nessuno, non può comunicare i tormenti che lo attanagliano, non ha la possibilità di dare libero sfogo alle paure e alle ansie che se ne stanno sopite in lui, pronte ad affiorare, ad emergere incontrollate con la stessa forza di un vulcano che erutta, vomitando lava incandescente.

Quando Harry fa ritorno alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts la situazione non migliora, tutt’altro.

Un mattino, Harry raggiunge la carrozza che solitamente conduce gli studenti al castello. Essa, apparentemente, non viene trainata da alcun cavallo né governata da alcun cocchiere. La carrozza avanza da sola, seguendo un percorso memorizzato, forse, tra le sue ruote incantante.

Per la maggior parte degli studenti è così: la carrozza non viene spostata da alcuna forza visibile, nessuno la muove, essa procede in solitaria, come fosse stregata.

Invero, qualcosa che tira la carrozza c’è ed il protagonista se ne accorge per la prima volta. Harry nota che delle creature simili a cavalcature con ali nere si stagliano lì davanti al carro, pronte a trainarlo. Harry lo fa presente ai suoi amici, Ron e Hermione, i quali però non riescono a percepire nulla.

Una ragazza che siede già sulla carrozza tranquillizza subito Harry, dicendogli di non preoccuparsi. Anche lei, infatti, riesce a scorgere quegli animali, e da parecchio.

Li vedo anch’io!” – Ella sussurra – “Sei sano di mente quanto me!”.

Ma chi era quella ragazza che parlava con voce soave, delicata, all'indirizzo di Harry, rassicurandolo? 

Si chiamava Luna Lovegood, ed era una studentessa della Casa di Corvonero. Luna era una fanciulla molto particolare: aveva una personalità stravagante e un carattere ricco di sfumature. Erano pochi coloro che riuscivano a capire o a decifrare il temperamento di Luna. Molti preferivano evitarla, giudicandola fin troppo bizzarra. Alcuni, stupidamente, le avevano storpiato il nome, affibbiandole l'appellativo "Lunatica", il quale sembrava anticipare l’indole volubile, incostante e un tantino folle della studentessa.

Luna era certamente una ragazza sui generis, ma nell'accezione più positiva del termine. Costei era speciale, non dava retta a quello che gli altri pensavano di lei e nessuno poteva ferirla, infastidirla o cambiarla. Luna viveva nel suo piccolo e meraviglioso mondo fatto di sensazioni, percezioni, fantasie e immaginazioni. Era una giovane arguta e brillante, non a caso fu smistata in Corvonero. Vantava una forma di intelligenza tutta sua, diversa da quella di Hermione. Quest'ultima era più concreta, badava agli aspetti veri e comprovati del creato, studiandoli sui libri di testo con tanto interesse. Luna, al contrario, si faceva sedurre dalle possibilità inattese, dalle assurdità, dall'impossibile, e reinterpretava la vita come una continua sorpresa, che sfuggiva al controllo schematico della logica. Il mondo per Luna era un reame misterioso, pieno zeppo di imprevedibilità.

Come il suo nome suggeriva Luna adorava starsene con la mente in cielo, ancor più su delle nuvole, fra gli astri, come il satellite naturale del nostro pianeta. Sembrava spesso distratta e intenta a sognare con la sua mente vasta, al pari della fantasia più autentica che non conosce confini. 

Sebbene fosse di indole allegra, Luna sapeva cosa fosse il dolore. Il dolore più acuto.

Le creature che tirano la carrozza si chiamano Thestral. Questi esseri sono animali mansueti, malgrado risultino sgradevoli alla vista. Essi somigliano a cavalli dalla forma scheletrica, hanno un manto rattrappito, che accentua le loro costole; non possiedono la stessa grazia, l’eleganza e la maestosità di un destriero che galoppa impetuoso.

I Thestral hanno un muso da drago, occhi vacui, lattiginosi e spenti poiché privi di iride, lunghe code ossee ed enormi ali da pipistrello. Sono fiere inconsuete che per una strana legge della natura riescono a eludere lo sguardo delle persone, forse perché il loro aspetto incuterebbe troppo spavento.

Essi possono essere osservati solamente da chi ha visto la morte e ha preso coscienza del dolore che essa arreca. Per questa loro inquietante caratteristica attorno ai Thestral aleggiano dicerie e credenze infondate che vorrebbero considerare questi animali come portatori di sventura, preludi di malaugurio. In realtà, i Thestral sono cavalcature benevoli e gentili. Possono essere guardati, carezzati e capiti solamente da coloro che hanno conosciuto un dolore tanto grande da acuire il senso della vista e da accrescere la sensibilità, la tenerezza del cuore che si è, così, dischiuso, ampliando la propria capacità di percezione.  

I Thestral sono esseri viventi sconosciuti, incompresi, proprio per questo meritevoli d’essere avvicinati e scoperti solamente da coloro che dispongono della giusta delicatezza per poterlo fare. Harry e Luna portano nel loro cuore un dolore invisibile come gli stessi Thestral, i quali sfuggono alla vista di chi non ha sperimentato una sofferenza tanto penetrante da generare nell’anima una lacerazione perpetua.

Harry, che ha visto Cedric perire, ha sviluppato una pietà che gli permette di mirare queste creature dall’aspetto insolito. Anche Luna, la ragazza che ha tranquillizzato Harry, riesce a vederli poiché ha anch’essa assistito consapevolmente alla morte di una persona cara, la sua adorata mamma.

La ragazza potrebbe tendere l’orecchio e ascoltare il lamento di Harry, capirlo e confortarlo ora che ne ha tanto bisogno, ma all’inizio del suo quinto anno scolastico lo stesso Harry non può parlare né gridare al mondo ciò che brucia dentro di lui. Non può farlo in alcun modo. Neppure ora che si ritrova ad Hogwarts.

Persino qui, infatti, Harry non può esprimersi con franchezza, dire quello che ha visto, raccontare a tutti la verità. Il Ministero della Magia si sta insinuando all’interno della scuola di magia e stregoneria e per mezzo di Dolores Umbridge sta cercando di mettere a tacere ogni indiscrezione riguardante il presunto ritorno del più temuto mago oscuro di tutti i tempi. Il Ministero della Magia non vuole che si scateni il panico né che si generino reazioni impossibili da prevedere. Cornelius Caramell, il Ministro in persona, non vuole credere a ciò che Harry e lo stesso Silente gli riferiscono. Si chiude nelle proprie stolte posizioni, e comincia a perpetuare un’azione di controllo su larga scala per delegittimare le opinioni discordanti. Sfruttando i mezzi di informazione e comunicazione come i giornali, su tutti La Gazzetta del Profeta, Caramell imbastisce un’astuta campagna mediatica volta a screditare la figura di Albus Silente e di Harry.

Come gli stessi Thestral anche Harry, in questo suo quinto percorso scolastico, patisce una sorta di “invisibilità”. Egli non viene “guardato” a dovere, “osservato” per ciò che è – un ragazzo profondamente scosso – e tantomeno non viene considerato, sebbene sia l’unico testimone di ciò che è avvenuto quella notte al cimitero. Harry vorrebbe urlare all’intero mondo magico quello che ha visto, vorrebbe essere udito, ma inizialmente non riesce a fare nulla. Non gli viene consentito.

Silente, oberato dai suoi compiti, decide volutamente di ignorare il povero Harry, lo evita, fa finta di non vederlo né sentirlo, come se il giovane fosse impercettibile, come se fosse anch’egli un Thestral, e tutto questo non farà che peggiorare il travaglio interiore del ragazzo. Ne “L’Ordine della Fenice”, Harry subisce lo stesso pregiudizio che aleggia intorno alle creature che trainano il carro, trascurate, inascoltate, malamente accettate.

La nuova professoressa di Difesa Contro le Arti Oscure Dolores Umbridge - incaricata dal Ministero di sorvegliare i movimenti sospetti di Albus Silente e le attività di Hogwarts – con i suoi vestiti rosa, i suoi modi apparentemente garbati, le sue maniere pacate, personifica il male nella sua essenza più infida, meschina, diabolica e subdola. Dietro quella patina “zuccherosa” e melensa, al di là di quello strato mellifluo, la Umbridge cova una cattiveria che perpetra con simulata dolcezza, una crudeltà che mette in pratica con inquietante cortesia, una ferocia che attua con glaciale placidità. 

La professoressa vuole mettere un bavaglio sulla bocca di Harry, vuole stringere con una spessa fune le mani degli studenti che anelano alla libertà, senza mai scomporsi più del dovuto, senza mai manifestare la propria immoralità, al contrario vorrebbe schiacciare la scuola sotto la propria tirannia mantenendo la sua aria distesa e paciosa.

Dolores Umbridge è perfida, intollerante e razzista, ma si ammanta di rosa, un colore tenero, dolce e rassicurante, incarnando il male più sinistro, quello più pericoloso e ingannatore perché si maschera di bene, di purezza, di virtù.

  • Ribellione al silenzio

La quinta fatica letteraria di J. K. Rowling è il libro più lungo della saga. Si tratta di un romanzo stratificato, denso, corposo, in cui l’autrice indugia sulla psicologia dei personaggi principali, svolgendo un lavoro introspettivo. La rabbia, la frustrazione, il senso di impotenza, di vuoto, che Harry avverte vengono rimarcati, approfonditi, portati alla luce e posti sotto una lente d’ingrandimento dall’autrice britannica.

Se il romanzo è in assoluto il più esteso della saga, paradossalmente l’adattamento cinematografico risulta essere uno dei film più brevi e superficiali di tutti. Il regista David Yates sceglie di adattare la storia in maniera scheletrica, scarna, sbrigativa. Nella pellicola succede poco a nulla e il ritmo appare compassato.

Il cineasta, al suo primo approccio con la saga di Harry Potter, non scava a fondo, limitandosi a mostrare il desiderio di ribellione che molti studenti nutrono contro le imposizioni liberticide del Ministero della Magia; un desiderio che viene concretizzato attraverso la fondazione dell’Esercito di Silente, un movimento ispirato al vecchio Ordine della Fenice, una società segreta che si opponeva a Voldemort e alle sue schiere di Mangiamorte durante la Prima Guerra dei Maghi.     

Molti amici di Harry vogliono imparare le formule e testare gli incantesimi con cui potersi difendere e contrattaccare, in altre parole vogliono mettere in pratica la magia che il Ministero vorrebbe mantenere solamente su un piano teorico, imbrigliando, così, i loro voleri di apprendimento, tarpando loro le ali. Gli alunni sono animati dall’intenzione di padroneggiare la magia, quel dono di cui dispongono; pertanto si affidano ad Harry, che accetta di diventare il loro mentore.

Harry aveva già dimostrato in passato di essere estremamente portato nel campo della Difesa Contro le Arti Oscure: aveva sconfitto un Basilisco dopotutto, aveva respinto una sfilza di Dissennatori evocando un potentissimo Patronus, ed era di recente sopravvissuto ad uno scontro diretto con Lord Voldemort. Non disponendo di un professore che possa istruirli a dovere, gli amici di Harry si rivolgono a lui.

Il castello, come se fosse dotato di un magico intuito, accoglie il bisogno degli studenti, aiutandoli a realizzare i loro propositi: pertanto la stessa Hogwarts fa comparire, di punto in bianco, una camera nascosta dentro la quale tutti i membri dell’Esercito di Silente possono incontrarsi in gran segreto, scampando alla vista della Umbridge: la Stanza delle Necessità. In quel luogo, Harry dispensa le sue conoscenze a tutti i suoi amici che imparano, esercitandosi, a usare la magia per proteggersi e, se l’occasione lo richiede, per colpire.

Il film di Yates procede lentamente, con un ritmo misurato e un’atmosfera fredda, mostrando le lezioni che Harry impartisce ai suoi compagni di studio e, al contempo, sottolineando approssimativamente i turbamenti psichici, fisici ed emotivi che il protagonista sperimenta su di sé.

  • Cambiamenti e pulsioni

Durante il trascorrere dei mesi, Harry viene sovente perseguitato da incubi intensi e dettagliati, nei quali osserva quello che Voldemort compie dalla sua stessa prospettiva. Gli incubi si fanno sempre più realistici, estenuanti. In uno di questi Harry vede il signor Weasley mentre viene aggredito dal serpente che Voldemort porta sempre con sé, Nagini.

Per Harry si tratta di una sensazione terribile: in quella “allucinazione” egli è il serpente, vede con gli occhi dell’animale, e da quel terribile punto di vista è testimone dell’attacco del rettile. Harry non sa cosa gli stia succedendo, teme che qualcosa di oscuro alberghi in lui. La visione che Harry ha avuto, però, gli permette di agire prontamente, di avvertire gli altri e di salvare il signor Weasley.

I timori di Harry crescono di ora in ora: egli teme di poter diventare malvagio, come se Voldemort possa avere una tale influenza su di lui da irretirlo, confonderlo, soggiogarlo. Il giovane cerca conforto nell’unica figura paterna che possiede, Sirius. Harry ha quindi un confronto col suo padrino, confidandogli le paure che lo affliggono, i dubbi che lo attanagliano. Sirius, con la fermezza di un padre, lo rassicura. Harry non è e non sarà mai una persona cattiva. Egli è una persona buona, profondamente buona, a cui sono successe cose cattive. E ciò nonostante nulla potrà mai cambiarlo, degenerarlo. Harry ha un cuore puro, crede nell’amicizia e nell’amore, principi e sentimenti che Voldemort ignora e che costituiscono la sua debolezza. 

La connessione che esiste tra Voldemort e Harry seguiterà a destare sconcerto e preoccupazione nel cuore di quest’ultimo, che deve anche far fronte ai turbamenti della sua crescita. Nel libro de “L’Ordine della Fenice” Harry appare spesso e volentieri nervoso, adirato, tanto da rispondere malamente anche ai suoi due migliori amici i quali, dato il periodo che Harry sta vivendo, fanno sovente finta di non sentire qualche suo commento sprezzante.

In uno dei passi iniziali del romanzo, il personaggio principale ammette tra sé e sé, per la prima volta, d’essere invidioso del suo migliore amico, Ron, quando questi viene nominato, a sorpresa, Prefetto di Grifondoro.

I lettori hanno la possibilità di inoltrarsi nei pensieri di Harry, scoprendo così che egli reputa ingiusto l’incarico che Silente ha voluto elargire a Ron. Harry è fermamente convinto che spetti a lui rivestire quella carica, e lo stesso Ron è stupito da tale notifica. E’ la prima volta, però, in cui a Ron viene concesso un onore, un privilegio, ed Harry dovrebbe essere contento per lui.

Eppure, in quei frangenti, il protagonista reagisce d’istinto, provando, interiormente, una forte gelosia e un celato senso di ingiustizia. Ma Harry sbollirà prestissimo quella sensazione di sdegno e di fastidio, tornando in sé. Quello che il protagonista provava in quel momento era un semplice sentimento umano, una reazione naturale, che può accadere a chiunque. Non è un pensiero rabbioso o un’invidia momentanea a cancellare l’affetto che egli nutre per il suo migliore amico. Come tutti Harry non è assolutamente perfetto, anzi tutt’altro, e lo si nota da come vive di emozioni e reazioni.

Dopo aver provato un leggero astio, Harry fruga dentro di sé e capisce che non è giusto dare retta a quell’emozione sia pure normale. Dunque corregge immediatamente il suo modo di approcciarsi alle circostanze, ricordando il bene che sente per Ron e tornando ad essere sinceramente felice per il suo amico.

In questa fase della storia, Harry sarà più volte soggetto a molteplici pressioni e scombussolamenti che ne mineranno la stabilità e la serenità.

Ai turbamenti psichici si sommano i turbamenti fisici, le pulsioni emotive, sentimentali, sessuali a cui Harry, in quanto ragazzo che sta maturando, va inevitabilmente incontro.

Ne “L’Ordine della Fenice” Harry cresce come uomo e come mago, sperimentando la gioia e al contempo l’amarezza del primo amore.

Come già noto Harry ha una cotta per Cho Chang, una compagna di scuola, molto graziosa, appartenente alla Casa di Corvonero.

I mesi passano ed Harry si avvicina sempre più alla fanciulla, che sembra ricambiare l’interesse del giovane sebbene sia ancora segnata dalla morte di Cedric, con il quale Cho aveva intessuto una breve relazione.

Il bacio che Harry darà a Cho sarà emozionante ma deludente, “umido”. Sarà un bacio dato in un periodo in cui entrambi, sia Harry che Cho, sono insicuri, spaventati, tristi perché condizionati dagli eventi recenti. Le “lacrime” che la giovane continua a versare ripensando a Cedric sembrano bagnare costantemente le sue labbra e il dolore che la ragazza porta ancora in sé contribuirà a rendere il primo bacio di Harry intenso ma inappagante.

Questa iniziale delusione amorosa permetterà comunque al protagonista di crescere ulteriormente e di capire che il suo vero amore è altrove, o per meglio dire a pochi passi da lui: Ginny Weasley, la sorella del suo migliore amico.

Ginny era stata salvata da Harry durante il secondo anno scolastico di quest’ultimo, nella camera dei segreti. Qualcosa li aveva già legati allora.

Come accade nelle storie più classiche, le più avventurose e romantiche, il protagonista salva la propria innamorata, strappandola dalle grinfie dell’antagonista; ne “La camera dei segreti” Harry veste i panni del prode che sottrae la damigella da un pericolo mortale, risultando agli occhi della fanciulla fiero e valoroso come si concerne ad un eroe della tradizione cavalleresca. Il primo seme dell’amore tra Harry e Ginevra (nome confacente ad una regina) viene piantato quel giorno.

Ma “Harry Potter” non è una storia classica e la stessa Ginny non è soltanto una damigella in pericolo, come lei stessa avrà modo di dimostrare negli anni a venire; ella diverrà un’eroina a sua volta, degna di stare a fianco del proprio eroe e del proprio grande amore. Nei romanzi, infatti, Ginny crescerà con una personalità forte, un temperamento indomito. Diverrà coraggiosa, decisa, intrepida e recalcitrante. Combatterà con tutte le sue forze nelle battaglie più ardue, e conquisterà il cuore di Harry in maniera indelebile.

Ginny si era invaghita di Harry fin da subito, chi lo sa, forse fin da quando lo aveva visto di sfuggita alla stazione di King’s Cross, dove tutto ebbe inizio. Fu per lei un colpo di fulmine. L’attrazione che provava per lui e che poteva facilmente essere scambiata per un’infatuazione passeggera si tramuterà ben presto in un amore profondo e duraturo. Quando Ginny crescerà continuerà ad amare Harry, pur frequentando altri ragazzi. Attenderà pazientemente, sperando che Harry si accorga finalmente di lei. E quando ciò avverrà, con sfrontatezza e decisione, Ginny correrà verso di lui, lo abbraccerà e lo bacerà senza esitazione: questo avverrà nel corso del sesto anno scolastico del protagonista.

Nelle trasposizioni cinematografiche di David Yates il personaggio di Ginny è probabilmente quello maggiormente svilito, mortificato e martoriato dalle sceneggiature, le quali la svuotano di tutto il suo contenuto, spogliandola della sua originale personalità e riducendola, purtroppo, a blando interesse romantico che corteggia il protagonista nei modi più buffi.

  • Adolescenza e maturazione

L’Ordine della Fenice” è una storia di passaggio, un racconto di transizione che si concentra sulla lenta ma costante crescita di Harry e dei suoi migliori amici; una crescita che avviene anche attraverso le sofferenze, le delusioni. A questo proposito vi è un accadimento in particolare, riportato anche nell’omonimo adattamento cinematografico, in cui il protagonista scopre un qualcosa che non poteva immaginare.

Accedendo ai ricordi di Severus Piton, Harry assiste ad un episodio del passato in cui suo padre, James, allora un ragazzo, schernisce Piton. In quegli anni James e Sirius erano soliti farsi beffe di Severus, deridendolo per il suo aspetto, umiliandolo, tormentandolo quotidianamente come infimi bulli.

Vedendo questo ricordo, Harry resta scosso. Aveva sempre mitizzato i suoi genitori. Non li aveva mai conosciuti, ma li aveva sempre considerati nei suoi pensieri come persone buone, altruiste, dolci e generose. Frugando in quel momento andato, Harry investe contro una realtà che aveva sempre ignorato: anche suo padre era una persona comune e quindi soggetta a debolezze, ad imperfezioni.

James Potter era stato anch’egli un ragazzo, e aveva commesso degli errori. Nella mente di Harry non era mai balenato il pensiero che suo padre potesse aver compiuto gesti crudeli, azioni discutibili. Questa verità che il protagonista riporta alla luce rappresenta un momento significativo che senz’altro lo sconvolge, sottraendogli una confortante ma ingenua sicurezza sulla quale Harry faceva affidamento.

Harry idealizzava suo padre, lo reputava un grand’uomo, un eroe senza macchia e senza paura. E aveva ragione. James Potter fu un eroe, un uomo che si schierò dalla parte giusta, dalla parte del bene, che sacrificò la sua vita per tentare di proteggere Lily, la donna che amava, e il suo stesso figlio. Ma James non era un uomo senza alcuna macchia perché nessuno lo è realmente. Apprendendo ciò, Harry avrà modo di capire, di rammentare che la perfezione, l’assoluto adamantino, il bianco più candido non esiste.

Nel romanzo de “L’Ordine della Fenice” anche il personaggio di Ron affronta un duro percorso di maturazione. Ron desidera conquistare un ruolo nella squadra di Quidditch di Grifondoro. Dunque, si allena in gran segreto e duramente di settimana in settimana, per sostenere un provino come portiere. Ron dispone di ottimi riflessi, vola discretamente con la sua scopa e può dimostrarsi un “guardiano” di sicura affidabilità.

Purtroppo però Ron è altresì insicuro. Profondamente insicuro. Non crede in sé stesso, si abbatte facilmente, si avvilisce, crolla al suolo sopraffatto dalle sue fisime ogni qualvolta incespica in uno svarione. Ron perde fiducia nelle proprie capacità al primo “fischio”, non appena sente echeggiare nel campo di gioco il coro avversario appositamente intonato per fargli smarrire la concentrazione. La sua prima apparizione con la divisa di Grifondoro nel ruolo di “estremo difensore” dei tre anelli è un disastro: tanti sono gli errori che Ron commette, incidendo negativamente sul rendimento della squadra.

Ma Ron non demorde, resiste. Incassa le prese in giro, gli sbeffeggiamenti, e cerca di andare avanti, di migliorare. Vedere Ron gettare la spugna dopo una prestazione da dimenticare avrebbe dato una certa soddisfazione alla tifoseria di Serpeverde. Ron persevera nei suoi obiettivi, si allena e si allena ancora. Attraverso il Quidditch, egli impara a domare, almeno relativamente, le emozioni che fanno parte della sua persona, le quali talvolta lo travolgono come una valanga, e dà prova del suo valore nella parte finale del campionato, parando tutto ciò che può.

Nel film, il Quidditch viene del tutto estromesso e l’evoluzione di Ron eliminata, semplificando ulteriormente la densità del racconto.

E per quanto riguarda Hermione?

Anche lei durante il quinto anno scolastico alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è sottoposta ad un processo di maturazione?

Beh, certo, come tutti. Solamente in una misura minore e molto meno appariscente. Perché Hermione era già molto matura, fin da piccola. Aveva un acume e una intelligenza fuori dalla norma. Era sempre stata sveglia, vogliosa di conoscere, di imparare, di leggere avidamente, di espandere la propria cultura e il proprio sapere. Non a caso veniva definita da tutti “la strega più brillante della sua età”. Hermione aveva una grande sensibilità, una profondità d’animo smisurata ed era estremamente compassionevole.

Quanto poteva essere grande il cuore di quella ragazza quando, durante gli eventi del calice di fuoco, ella soleva dedicarsi a tentare di far capire agli elfi domestici la loro condizione di schiavitù!

Già a quella giovane età Hermione aveva fatto propri i principi dell’uguaglianza, della parità, della dignità di ogni essere vivente, per questo non si dava pace e voleva che gli elfi venissero educati a quegli stessi ideali, che capissero l’importanza di quelle verità. Gli elfi non le davano retta, e talvolta anche i suoi più cari amici, Harry e Ron, le andavano dietro riluttanti. Perché in fondo gli elfi domestici erano felici così com’erano: volevano restare umili e sciatti servitori, nient’altro. Hermione non poteva tollerarlo: secondo lei gli elfi si comportavano in tal modo perché erano stati, da sempre, “educati” a vivere quel tipo di esistenza, senza contemplare altre possibilità. Hermione si impegnò a lungo per correggere quella che reputava un’ingiustizia, un sopruso, un’onta: il fatto che nel mondo magico esistesse la schiavitù.

Hermione non aveva bisogno di maturare poi molto rispetto ad Harry e Ron, perché, a suo modo, era già una ragazza incredibilmente matura, arguta, prodiga. Perché soltanto una donna dal cuore grande e dalla mente piena di sani valori si sarebbe battuta con tale veemenza per ciò in cui credeva, per una causa tanto nobile.

Hermione era una strega di eccellente bravura, ma era ancor di più una creatura impavida, determinata, intuitiva, generosa ed eroica. Un esempio di grandezza femminile meraviglioso.

Hermione era splendida! Magicamente splendida!

Ma non era certo perfetta. Nessuno lo è, dopotutto.

Nel primo libro Hermione ci viene presentata come una ragazzina saccente, sempre pronta a ostentare il proprio sapere. Ancor prima di varcare la soglia della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, la fanciulla, con notevole diligenza, si era gettata a capofitto nello studio, imparando molte cose e memorizzando nozioni inerenti il mondo magico.

Hermione è talmente presa da sé stessa da non accorgersi di sembrare tanto saputella da sminuire gli altri. Harry e Ron, al principio, diffidano di lei, reputandola fin troppo boriosa. Ben presto però i due capiranno che Hermione è gentile e generosa e quindi si avvicineranno sempre di più a lei.

Fin dal primo anno Hermione si dimostra un’allieva modello. Spesso e volentieri, per la sua grande voglia di emergere ella risulta agli occhi degli altri una insopportabile so-tutto-io. Invero, dietro la ferrea volontà di essere la migliore del suo corso Hermione nasconde una fortissima paura: quella di fallire. 

La scuola, in generale, oltre ad essere un luogo formativo, in cui nascono amicizie, amori, legami e in cui si studia, si apprendono concetti e ci si migliora, è altresì un luogo dove si è costantemente messi alla prova e giudicati mediante l'assegnazione di un voto, che sovente può inficiare o rafforzare l'autostima di uno studente. Nel caso di Hermione, applicarsi nello studio e avere una pagella eccellente è una delle cose più importanti, se non la più importante in assoluto. La paura più grande che si cela nel cuore di Hermione contempla l’insuccesso: non a caso il molliccio che si materializza dinanzi ai suoi occhi assume la forma della professoressa McGranitt che le comunica d'essere stata bocciata in tutte le materie, causando nella ragazza uno shock che la porta a scoppiare in lacrime. 

In alcune circostanze, Hermione lascia emergere un lato del suo carattere che potremmo definire vendicativo. Questo aspetto della sua personalità si può notare proprio nel romanzo de "L'Ordine della Fenice", nel quale escogita uno stratagemma punitivo per chi vìola un accordo segreto inerente l'esistenza dell'Esercito di Silente. Quando Marietta Edgecombe farà la spia, verrà “punita” dalla fattura di Hermione, un “maleficio” che farà comparire sul volto di Marietta una sorta di “sfregio”, marchiandola come volgare traditrice.

Ancor prima, verso la parte finale de “Il calice di fuoco” Hermione si prende una bella rivalsa su Rita Skeeter, cronista de La Gazzetta del Profeta inviata ad Hogwarts come reporter incaricata di raccontare gli eventi salienti del Torneo Tremaghi.

Rita scrive un articolo dalle venature melodrammatiche, nel quale dipinge Harry come un tragico ragazzo che si strugge per la morte dei genitori, e instilla disonestamente il dubbio che Hermione abbia una storia con lui. Negli articoli successivi, Rita descrive Hermione come una ragazza “civettuola”, che si diverte a prendersi gioco dei sentimenti di Harry e di Viktor Krum.

In seguito, la Skeeter scrive altri articoli di natura “scandalistica”, rivelando ai suoi lettori che Rubeus Hagrid, il guardiacaccia di Hogwarts nonché professore di Cura delle Creature Magiche, è un mezzo-gigante. Nel mondo magico vi sono pregiudizi ben radicati verso i giganti, data la loro inclinazione violenta e il loro istinto selvaggio, e la portata di questa notizia genera un contraccolpo nei confronti del povero Hagrid.

Le malefatte compiute da Rita Skeeter non saranno perdonate da Hermione, la quale appena scoprirà che la giornalista è un Animagus non registrato presso il Ministero della Magia userà tale informazione per ricattarla, obbligandola a non scrivere più neppure un singolo articolo per un intero anno. Una vendetta coi fiocchi!

Ne "Il principe mezzosangue" Hermione si dimostra gelosissima di Ron, tanto da divenire aggressiva. Quando quest'ultimo la farà arrabbiare, ignorandola senza che Hermione capisca il perché, lei gli scatenerà contro degli uccellini incantati che feriranno Ron, beccandolo più volte sulle braccia e sul resto del corpo, costringendolo ad andare in giro per giorni tutto incerottato.

Sempre nello stesso romanzo, Hermione avrà modo di infierire ancora sul suo grande amore, con una stilettata alquanto “crudele”. Durante la fase del loro litigio, ella insinua, pur non nominandolo direttamente, che Ron non sia un bravo giocatore di Quidditch a differenza di Cormac McLaggen, tentando quindi di minare le sicurezze già precarie del ragazzo per quanto concerne la sua abilità come portiere. In realtà Hermione commette quelle piccole ma pungenti vendette perché accecata dalla gelosia e dall'amore che prova per Ron, impegnato, a sua volta per ripicca, in una relazione momentanea con Lavanda Brown. 

Questi aspetti della personalità di Hermione la rendono, nei libri, ancora più realistica e vera come personaggio, con le sue sfumature variopinte e sorprendenti. Negli adattamenti cinematografici i “difetti” di Hermione vengono quasi del tutto omessi, a favore di una esaltazione a tratti eccessiva delle sue virtù caratteriali e intellettive di sicuro ragguardevoli.

  • Un amico ed un figlioccio

Come dicevo da principio, ciò che si consuma ne “L’Ordine della Fenice” è un dolore sordo che non può essere urlato.

Nel finale della pellicola, Harry, Ron e Hermione, insieme a Ginny, Neville e Luna, si recano al Ministero della Magia e qui cadono in un’imboscata. I ragazzi dovranno fare affidamento sugli incantesimi che hanno appreso e combattere contro un gruppo di Mangiamorte.

Gli adepti di Voldemort sono seguaci di un potere totalitario, oscurantista. Nel concepire i Mangiamorte, J.K. Rowling ha certamente tratto ispirazione dal regime nazista e dall’ideologia della “razza ariana”. I Mangiamorte portano avanti il credo di una razza superiore, che si erge su tutti coloro ritenuti inferiori e per questo motivo meritevoli d’essere estirpati: i “sanguemarcio” e i babbani.

Durante la battaglia al Ministero, Sirius, l’adorato padrino di Harry, troverà la morte. Tutto accadrà improvvisamente, ancora una volta sotto lo sguardo incredulo e sconvolto di Harry.

Poco prima della fine Sirius si rivolge al figlioccio, mentre i due stanno combattendo fianco a fianco, e gli dice: “Bel colpo, James!”. Harry ne resta spiazzato.

In quel frangente, Sirius chiama Harry col nome del padre di quest’ultimo. Perché è accaduto? Si è trattato di un semplice lapsus? 

Nel libro, vi è qualche passaggio in più che potrebbe fare luce a tal proposito.

Sirius sperava in cuor suo, forse inconsciamente, di ricreare con il suo figlioccio, Harry, lo stesso rapporto di amicizia che egli aveva con James Potter; un rapporto fatto di complicità, di avventure e di marachelle ma anche di combattimenti avventati e duelli contro avversari molto pericolosi

In una parte del romanzo, quando Harry si mostra accorto e ponderante nelle scelte da compiere rispetto al più istintivo James, Sirius rimane deluso e si lascia scappare una esternazione emblematica, con la quale sottolinea una certa amarezza nel rendersi conto che Harry non è poi così simile a James sotto quel versante caratteriale come lo stesso Sirius credeva.

Fisicamente Harry somigliava tanto a suo padre eccetto che per gli occhi, che erano quelli di sua madre. Talvolta, guardando Harry, Sirius non scorgeva soltanto il proprio figlioccio ma anche il suo amico, ingannandosi tragicamente. 

Sirius coltivava un sogno sopito: quello di riforgiare con Harry il legame perduto col “fratello” James. Ma James se n’era andato molto tempo fa, e non avrebbe più fatto ritorno. Sirius morirà con quelle parole, rimembrando il suo amico scomparso nel volto del suo figlioccio.

Sirius fu un uomo buono. Un mago che, fin da ragazzo, rinnegò la fede della sua famiglia.

Egli proveniva da un nobile lignaggio, da una “dinastia” che odiava coloro che non avevano puro il proprio sangue. Sirius non badava a certe sciocchezze, non fece mai sue quelle credenze razziste e intolleranti. Si ribellò ad esse e lottò per tutta la sua esistenza contro chi voleva epurare dal mondo coloro che non corrispondevano ad un ideale di presunta superiorità.

  • L’urlo stroncato di Harry

Nel compiersi del conflitto Sirius verrà raggiunto dalla più fatale delle maledizioni senza perdono, scagliata da Bellatrix Lestrange.

L’espressione del viso di Sirius sarà incredula, come se egli stesso fosse stato colto alla sprovvista e faticasse a capire, a realizzare in quei pochi secondi d’essere prossimo alla fine.

Il suo corpo non avrà più vigore, si lascerà andare, scomparirà al di là di un velo.

Nel film piomba un assordante silenzio. La cinepresa indugia sul volto di Harry, che urla disperato. Ma il suo grido viene soffocato. Totalmente soffocato. Non possiamo udirlo noi spettatori, ma è come se lo sentissimo fin dentro di noi, in fondo al petto.

Ecco il dolore sordo, indistinto, che echeggia laconico e che avvolge tutta l’opera de “L’Ordine della Fenice”, un dolore che nella suddetta scena viene reso magnificamente dall’assenza totale del suono. Harry ha visto nuovamente la morte, che sembra perseguitarlo come una triste mietitrice ossessionata da lui e dai suoi cari. Il protagonista impazzisce dal dolore, l’ira ribolle in lui.

Dunque il ragazzo insegue Bellatrix, centrandola con l’anatema della tortura. La strega scivola in terra, a pochi metri dal protagonista che potrebbe infierire su di lei. Harry si interrompe d’un tratto.

E’ questo ciò che vuole diventare? Un mago che usa le stesse maledizioni adoperate dai Mangiamorte? E se lo facesse, se superasse quel confine cosa accadrebbe? Diverrebbe quello che teme? Un ragazzo di buon cuore trasformato in un mago che cova odio?

La voce di Voldemort risuona dal nulla. Harry la sente sibilare alle sue spalle. Il Signore Oscuro con un tono mellifluo mette alla prova Harry, come un diavolo tentatore. Lo invita ad attaccare, a torturare la strega, rammentandogli che per effettuare la Maledizione Cruciatus deve volerlo davvero. Harry si ravvede, non si lascia circuire. Respinge i tentativi manipolatori di Voldemort, che si manifesta davanti a tutti i presenti.

Albus Silente raggiunge il luogo appena in tempo. Il più potente tra i maghi e il Signore Oscuro si fronteggiano, in una sequenza memorabile. La furia dei due contendenti è implacabile. Silente ribatte agli attacchi di Voldemort, che approfitta del duello per distrugge l’integrità del Ministero e per ridurre in brandelli la bellezza e il valore simbolico di quella istituzione, rimasta cieca e sorda.

Cornelius Caramell arriverà a duello ultimato, quando Voldemort disperderà sé stesso, eclissandosi sotto lo sguardo attonito degli Auror. Soltanto allora, il Ministro comprenderà la gravità del proprio immobilismo. 

"Albus Silente" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nel romanzo di J. K. Rowling, negli ultimi capitoli, Harry ha un confronto con Silente. Il ragazzo rinfaccia al Preside il suo comportamento, colpevolizzandolo per averlo abbandonato. Harry sfoga tutto il dolore e la rabbia repressi in un dibattito violento, furente, schietto nel quale esterna tutto il suo patimento, venendo infine consolato dalle sagge e buone parole di Silente, che fa ammenda.

Nel film questa scena verrà incredibilmente banalizzata ed Harry non avrà modo di palesare il dolore patito durante il suo quinto anno scolastico; un dolore acuito dalla perdita di Sirius. Nelle pagine del testo, Harry non ce la farà ad accettare la morte del proprio padrino. Chiederà aiuto al fantasma di Nick-Quasi-Senza-Testa con la speranza che lo spirito di Sirius sia rimasto sul piano dei mortali, come uno spettro. Invero, Sirius è passato oltre. Ha trovato la pace.

Anche questa scena non sarà presente nell’omonima pellicola. Purtroppo sarà consuetudine degli ultimi film della saga sintetizzare all’eccesso oppure omettere del tutto molti dei momenti più topici del racconto. Gli adattamenti di Yates pur vantando un’estetica strabiliante nelle sequenze d’azione risulteranno opere dall’impostazione riassuntiva, schematica, a tratti perfino piatta. 

Il dolore sordo di Harry sarà finalmente attenuato quando egli avrà modo di riabbracciare Ron e Hermione, i suoi più cari amici.

Harry pensò a loro quando si trovò faccia a faccia con Voldemort, al Ministero, e nel momento in cui questi cercò di asservire la sua anima. Harry pensò ai suoi amici, alla sua famiglia, e si rese conto d’essere migliore del suo nemico. Poiché questi non ha mai conosciuto né l’amore né l’amicizia.

Voldemort è davvero solo, non Harry.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Joker" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arthur, l’uomo nello specchio

Cosa mostra uno specchio? Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ciascun specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come scrigni, un’anima. In tali racconti, i vampiri non possono essere rispecchiati da una qualunque superficie riflettente. Essi, infatti, sono deceduti, non possiedono più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare i loro aspetti, di non riprodurre i loro profili. I vampiri non esistono davvero, hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

La pellicola “Joker” comincia proprio con un uomo che contempla se stesso dinanzi ad una levigata superficie riflettente. Arthur Fleck siede a un tavolo da trucco e guarda dritto davanti a sé. Mira la propria faccia, pallida e triste. Prova, allora, a mutare l’espressione del suo volto accorato, spingendo le proprie labbra verso l’alto, sino alle gote, ma è tutto vano. Non appena cede allo sforzo, la bocca ritorna alla posizione naturale, e dagli occhi scendono giù gocce di liquido trasparente. Per tutta la vita, Arthur non ha vissuto un solo momento di appagamento. Costui arrivò, persino, a interrogarsi circa la propria reale esistenza. Questo dubbio non poteva avere un fondato riscontro, poiché lo specchio seguitava a mostrare la sua forma. Arthur non era un defunto che errava senza scopo, lo specchio, in tal caso, non lo avrebbe riflesso. L’immagine che vedeva nello specchio doveva garantirgli la sua tangibile esistenza ma non gli bastava.

Quella stessa superficie palesava i suoi dolori, li rendeva nitidi, esteriorizzava in modo cristallino i supplizi che egli tollerava giorno dopo giorno e che gli scavavano sempre di più il viso. Arthur cercò, allora, di coprirli con il trucco. Intrise la pelle nel candido cerone, attorno agli occhi disegnò delle lacrime azzurre e cosparse, infine, le labbra di rosso. Arthur si truccò da clown per celare lo strazio, per indossare una maschera comica che potesse occultare la mestizia dell’animo. Lo specchio continuò a rifletterlo, ma della sua fisionomia avvilita non era rimasto che un impercettibile accenno, sepolto sotto l’abbondante uso del cosmetico. Adesso, la faccia gioiosa di un pagliaccio e non più di un uomo disperato veniva plagiata dal freddo materiale sorretto da quel tavolino. A quel punto, Arthur smise d’osservarsi, si rimise in piedi ed entrò in scena.

Arthur è un cittadino qualunque di Gotham City. Giorno dopo giorno, egli si trascina via, lungo strade affollate, schiavo delle proprie turbolenti angosce. Alienato, fortemente disturbato, questi percorre giornalmente una lunga scalinata per tornare nella propria dimora, una sudicia casa situata nei bassifondi della città. Per una sorta di bizzarra e cruda ironia, Arthur soffre di un particolare disturbo mentale che lo porta a scoppiare a ridere in maniera fragorosa ogni qual volta avverte uno stato emotivo di forte tensione. Le sue risate appaiono come una sorta d’incontrollabile riflesso condizionato. Arthur ride freneticamente, senza mai volerlo, tenta di soffocare il proprio insano riso senza poterci mai riuscire. Le risate lo torturano, si stampano sulla sua faccia nei momenti meno opportuni e scompaiono solamente dopo un tempo lungo ed un’attesa estenuante.

  • La salita scenica dalla morte alla vita

Sin dalla più tenera età, Arthur sogna di diventare un comico e di spargere gioia e felicità in tutto il mondo. I suoi sogni, però, sono destinati a scontrarsi con una dura e repressiva realtà. Da che ha memoria, Arthur ha vissuto nella povertà, vittima di una società opprimente che schiaccia i deboli sino a ridurli allo stremo. Arthur, abitualmente, si reca ad incontrare una psichiatra, presso i servizi sociali. La dottoressa, di per sé, non lo ascolta minimamente, sembrando del tutto incapace di comprendere i tormenti che affliggono questo delicato paziente. Arthur ne è consapevole ma riesce comunque a trarre conforto da questi incontri grazie alla possibilità di poter avere accesso a delle medicine, che tengono a bada i suoi disturbi. Tuttavia, quando il governo di Gotham deciderà di tagliare i fondi ai servizi sociali, Arthur si ritroverà completamente solo, privo dell’accesso ai medicinali che frenavano i suoi primordiali impulsi. Il disagio mentale, dunque, si acuirà in lui.

Per settimane, Arthur subisce le aggressioni dei teppisti per strada, patisce le angherie dei colleghi. La rabbia dell’uomo, il livore verso una società assenteista che volta le spalle al cittadino più bisognoso, che calpesta il povero divorandolo mentre giace, inerme, a terra, fagocitandolo in una morsa, si esacerbano nel suo cuore, che continua a battere sebbene non produca più alcun sentimento. A lungo andare, Arthur diviene un essere freddo, distaccato, pericoloso. Egli abbraccia pienamente la “morte” per intraprendere una nuova vita, la sua prima vita. Arthur, che non si era mai sentito vivo, accetta definitivamente l’inesistenza della sua parte umana e rinasce con una nuova veste. Joker vede la luce dal buio di una società sordida. L’omicidio, la perpetuazione della morte, divengono le fonti con cui Arthur attua la propria rivalsa. Da vittima, egli sceglie di assurgere ai ranghi del truce, dell’assassino che perpetra un delitto per un intangibile senso di vendetta.

Ed è proprio un agire vendicativo quello di cui Arthur si farà dispensatore. Una vendetta che troverà sfogo nei riguardi dei ricchi, dei potenti, di coloro che hanno genuflesso gli altri, i più deboli. Joker diventa, così, un simbolo della lotta di classe, un emblema per il ceto meno agiato. Sul finire delle tragiche vicende, il personaggio cardine dell’opera conquista la fama, l’attenzione che tanto aveva agognato, ma in un modo del tutto differente da come, in principio, si era auspicato. Non sarà con il riso, sarà con l’attuazione dell’orrore che egli diverrà popolare. Arthur, infine, non porterà gioia nel mondo ma anarchia, terrore. Dinanzi ad una città in fiamme, preda di un gregge famelico, di una mandria imbizzarrita, Arthur non proverà disgusto, bensì riderà. Per la prima volta davvero. Egli non avrà più bisogno di sospingere le proprie labbra con le dita, sino alla parte più alta delle guance. Gli basterà sporcarsi la bocca di sangue e ghignare sadicamente. Il riso, per lui, sarà, finalmente, una reazione naturale.

Nel crescendo del film, la lenta ed estenuante trasformazione di Arthur in Joker viene inscenata come se fosse una prolungata ascensione piuttosto che una caduta nel vortice della follia. La metamorfosi del protagonista viene celebrata come un trionfo. Quella di Arthur è stata, infatti, una lunga salita verso una vetta su cui nessun altro avrebbe potuto mai spingersi. Con fatica, rantolando, subendo le offese, le denigrazioni, gli insulti, le prepotenze del prossimo, Arthur salirà sempre più in alto. Una volta raggiunta la cima di questa piramide eretta dall’insoddisfazione, Arthur vedrà finalmente se stesso, il proprio vero riflesso nello specchio, ed otterrà la sua ambita libertà. Trasformandosi in Joker, Arthur guadagnerà il culmine della “scalinata”, una scalinata del tutto simile a quella che egli percorreva quotidianamente, la stessa scalinata su cui danzerà, una volta indossate le vesti e assunti i colori del clown, principe del crimine, sulla propria pelle.

In quanto reietto, abbandonato, maltrattato, Arthur inizia la sua storia dal basso, dai ghetti, dalle periferie desuete e dismesse. Lasciandosi andare alla propria follia, accogliendola come l’unica possibilità di esistenza per poter affrontare un mondo oscuro e minaccioso, Arthur giungerà alla sommità del picco, e da lassù vedrà tutta la realtà da una nuova prospettiva; un punto di vista aberrante, in cui la mostruosità combacia con l’ordinaria normalità. Il vortice che trascina Arthur verso la pazzia, invece che farlo precipitare, lo conduce sino all’acme. Pertanto, egli diviene “speciale” una volta mutato in un pazzo omicida, un animatore di folle che fa della violenza la propria arma di seduzione. E’ questa la schiacciante parabola di “Joker”. L’inquietante messaggio che il film rilascia in merito al personaggio ispirato ai fumetti DC Comics viene incarnato dalla metamorfosi di quest’uomo indigente, di questo disagiato trascinato sino allo sfinimento, che rinnova se stesso in qualcosa d’inaspettato, d’orrido, di abominevole.  

  • Gotham City, una metropoli finta

Joker” è un film confezionato a regola d’arte, un grandissimo esempio di cinema. Una produzione coraggiosa, provocatoria, che fa breccia in maniera dirompente, fragorosa, roboante. “Joker” è il frutto di una lavorazione ardita, temeraria, da cui si origina una ventata d’aria fresca in un genere cinematografico divenuto saturo e consueto. Vanta un’interpretazione straordinaria, impressionante, decisamente coinvolgente, una regia notevole, una fotografia estremamente suggestiva: tanti elementi che elevano il lungometraggio su molte altre produzioni contemporanee. Senza alcun dubbio, Joaquin Phoenix convoglia in sé l’essenza dell’intero film. La sua stupefacente, sbalorditiva, dolorosa, conturbante e commuovente resa scenica di Arthur costituisce il nucleo dell’intero lavoro. “Joker” è un film che colpisce, che si appiccica addosso e non si stacca più.

"Joker" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

L’ultima fatica del regista Todd Phillips e della Warner Bros è da considerarsi un risultato notevole, eccellente, un prodotto che si regge totalmente sulle spalle infossate, gracili, del suo attore principale. Un’interpretazione magistrale, una regia che omaggia i cult del passato, una colonna sonora da brivido, una scenografia bellissima, una fotografia favolosa, più fredda nella prima parte, quella introduttiva e analitica, più calda nella parte restante, in cui il Joker calcherà il suolo di Gotham col suo incedere rovinoso e letale, sono tutti questi che ho appena elencato i punti di forza di quest’opera, imponente nella sua realizzazione.

"Joker, ritratto in bianco e nero" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Joker” è una pellicola imperdibile, ciononostante non è esente da qualche carenza, da qualche limite, da qualche difetto sparso. Il film si concentra quasi esclusivamente sull’approccio introspettivo. Tale approfondimento psicologico, pur essendo lungo, attento, minuzioso, valevole cede, in alcune scelte, alla banalità, cominciando dal modo in cui i personaggi secondari, coloro che spingeranno Arthur verso l’orlo della pazzia, vengono delineati sullo schermo.

Tutti i personaggi di contorno con cui Arthur interagisce sono monodimensionali, e hanno un solo e comun denominatore: sono tutti cattivi. Quasi tutti i caratteri che Arthur incontra sul proprio cammino lo trattano male, lo aggrediscono. Costoro gli negano aiuto, gli evitano garbo e gentilezza. Ognuno di essi mostra il carattere di un egoista, di un insensibile, di un crudele e di un irrispettoso. Che siano avventori incontrati tra le vie di Gotham, partner di lavoro, oppure presunti amici, essi sono vere e proprie figure malvagie, che non esitano a picchiare, ad insultare, a svilire. Ognuno, a modo suo, finisce per arrecare dolore al protagonista, alimentando in lui la diffidenza e l’avversione verso il prossimo. Non c’è bontà, non c’è affetto, non c’è neppure amore nei cuori dei cittadini di Gotham. Quasi nessuna delle personalità mostrate nel film risulta essere diversificata.

Il cineasta Todd Phillips presenta al suo pubblico un mondo ben preciso, tremendo, caliginoso, cupo, fosco, in cui non vi è alcuna speranza. Un mondo sciatto, una metropoli sozza, colma di reietti, di criminali, di parvenu corrotti, di persone comuni prive di alcuna sensibilità, di politici che perseguono soltanto i propri interessi, di ricchi egoisti, in altre parole: un mondo ricreato ad hoc, finto, estremamente stereotipato.

  • Un padre “mortificato”

In questo scenario così uniformato, così appianato, in cui vengono soltanto rimarcate le differenze tra i poveri ed i ricchi, viene banalizzata la figura di Thomas Wayne, ridotta anch’essa ad un mero stereotipo. Il padre di Bruce è una figura, sovente, citata nella prima parte del lungometraggio, una sagoma incerta che verrà via via presentata e rivelata. Anch’egli viene mostrato come un uomo freddo, egocentrico, aspramente indifferente verso i problemi dei più deboli, praticamente l’esatto opposto di come il personaggio è stato storicamente tratteggiato tra le pagine dei fumetti. Thomas Wayne, il papà del futuro paladino di Gotham, è sempre stato descritto come un uomo di buon cuore. La virtù identificativa dei genitori di Bruce, Thomas e Martha Wayne, è sempre corrisposta all’incondizionata bontà. Ambedue sono sempre stati rappresentati come persone visceralmente buone, attente, prodighe, gentili, perennemente disposte a sfruttare il loro potere, la loro ricchezza, le proprie influenze per supportare i più sfortunati, i bisognosi d’aiuto. Nei fumetti, Thomas e Martha non vengono mai disegnati e caratterizzati come i tradizionali “ricchi” che pensano solo ai propri interessi, i miliardari che covano menefreghismo e senso di superiorità nei riguardi dei meno abbienti.

In “Joker”, Thomas Wayne subisce un netto appiattimento, perdendo tutte le caratteristiche che lo rendevano tanto speciale nella mitologia di Batman e, in particolar modo, nel cuore e nei ricordi di Bruce Wayne. Thomas viene, conseguentemente, livellato, adattato al luogo comune del magnate indifferente, superficiale, dell’uomo disinteressato alle difficoltà della povera gente. Sebbene voglia candidarsi a sindaco per risolvere i gravi problemi che affliggono Gotham, Thomas, nel film, non viene mai inquadrato sotto una luce positiva, al contrario la sua persona giace in bilico tra la superbia e l’arroganza. Ma egli, come già detto, non è il solo ad andare incontro a questo simile fato. Sono tutti i comprimari del personaggio principale a subire tale processo di abbattimento. Per giustificare i cambiamenti di Arthur, per generare il processo di “empatizzazione” tra lo spettatore ed il Joker, il regista ha scelto di rendere gli altri simili ad esseri imperturbabili, spietati, cinici, isolati, creature fatte di pietra, sacrificando l’oggettività, il realismo, e minando, così, il taglio veritiero di una storia che mira proprio ad essere più attinente al “vero” possibile. Del resto, il regista sceglie di raccontare la storia con gli occhi di Arthur, limitando intenzionalmente la parzialità del tutto. Gotham non è quindi facilmente capibile se non per impressioni indeterminate.

  • Le follia di Arthur, da “Taxi Driver” a “Joker

Todd Phillips confeziona un’opera citazionista, un lungometraggio intenso, potente, maestoso, valevole, tremendamente emozionante. Un’opera destinata a divenire una pietra miliare del genere. “Joker” nasce con l’intento di narrare le origini di un antagonista, mostrando, da un punto d’osservazione piuttosto ravvicinato, l’animo, lo spirito, l’interiorità di un uomo malato e tutto il susseguirsi degli eventi che lo hanno portato sul baratro della pazzia. Questa analisi viene condotta con grandi intenti ma, talvolta, finisce per arenarsi nella prevedibilità. La pellicola è permeata da alcuni cliché, è strutturata con schemi già visti ed utilizzati (“Taxi Driver” e “Re per una notte”), da motivi ripetuti, e apporta poco di straordinariamente originale al contenuto se non alla forma.

L’approfondimento psicologico che l’opera esegue sul personaggio di Joker evoca il dramma, lo spasimo, il martirio di una creatura angustiata. Emotivamente, il film genera un senso di commozione, di pietà, d’intenerimento nei confronti del povero Arthur fino a quando, naturalmente, egli non eccede, “tradendo” le proprie vestigia umane per evolversi in un mostro. Le cause che spingono Arthur a cedere alla liberatoria follia omicida vengono scandagliate meticolosamente. I traumi infantili, il senso di abbandono, la solitudine, le speranze disilluse, i tradimenti e gli scherni perpetrati dalle figure di riferimento, la madre e il comico Murray, idolo di Arthur, sono questi appena riportati i fattori scatenanti che piegano le resistenze del povero derelitto. Queste sorgenti che provocano un acuto dolore al protagonista permettono allo spettatore di ben comprendere la desolazione che dilania la mente ed il cuore di Arthur, risultando efficaci ma anche leggermente scontate. Non vi sono risvolti inattesi, eventi inaspettati o circostanze sorprendenti a generare Joker. Sono tutti tormenti prevedibili, traumi pronosticabili, violenze intuibili semplicemente immaginando a priori cosa potesse aver condotto Joker a diventare ciò che tutti conosciamo. Tutto viene trattato con profondità, con attenzione, con rispetto, ma, ad un’occhiata più arguta, si nota come questo tutto sia un qualcosa di sensibilmente significativo ma ugualmente risaputo. Nella sua origine, esposta in una maniera così plateale, il Joker di Phillips perde l’alone del mistero. Pur ricercando un’accurata originalità, il copione plasma un malvagio non prettamente diversificato dagli altri, un ennesimo pazzo divenuto tale perché ingannato dalla madre, abusato nell’infanzia, respinto sul lavoro, obliato dagli altri. In Arthur non si percepisce l’unicità, l’esclusività che ha il Joker fumettistico. 

 “Joker” vuol narrare la gestazione e il parto di un essere perfido, della nemesi di un grande eroe. Ma riesce a mostrare realmente il Joker?

Cos’è che rende Arthur il Joker? Cos’è che differenza questo protagonista da, ad esempio, Travis Bickle, il personaggio principale di “Taxi Driver”, opera basilare a cui “Joker” si ispira nettamente nello stile e nell’esecuzione?

L’evoluzione che investe i due personaggi, Arthur e Travis, è molto simile, tanto da essere sovrapponibile. Entrambi, emarginati, si trascinano, notte dopo notte, fra le periferie cittadine. Via via che osservano la realtà sotto una nuova lente, comprendono gli orrori, le depravazioni di una metropoli malata, repleta di cittadini perversi ed incurabili. Entrambi vengono lasciati soli, condannati ad avere come unica compagnia la loro voce interiore che li tormenta, li agita, li esaspera. L’uno e l’altro hanno facilmente accesso ad un’arma che diverrà il mezzo con cui veicolare il loro odio, il modo con cui incanalare la propria ira. Dunque, facendo le dovute proporzioni, cosa differenzia davvero Arthur da Travis? Perché chiamiamo Arthur “Joker”? Perché ce lo suggerisce semplicemente il titolo? Perché Arthur decide d’appellarsi in tal modo o perché s’impasticcia il viso come un burlone?

Qual è il confine che separa Arthur da Travis? Dov’è la differenza tra i due se non in un semplice espediente simbolico dato dal trucco scenico?

  • Arthur Fleck è il Joker! E perché lo sarebbe?

Cosa possiede Arthur del Joker? Poco, in realtà. Egli è una versione alternativa, realistica, il prodotto di una società deforme, la personificazione di un dramma intimo, di una sofferenza immane che sfocia nell’apatia. Il Joker di Phoenix è un’incarnazione diversificata, adattata alla realtà ordinaria, ma proprio per tale ragione dobbiamo domandarci: cosa rende Arthur il Joker?

Arthur non è il Joker, è un uomo qualunque. Ed è questa la “morale” più spaventosa del film in sé. Tutti noi potremmo essere Joker! Joker è una ferita lacerante che non può essere rimarginata, un trauma insuperabile che libera i mostri interiori. Anche l’uomo comune, il meno adatto, può diventare Joker se va incontro ad una serie di eventi devastanti. Il tutto può consumarsi in una sola, nefasta giornata. E’ una grigia giornata a rompere ogni freno inibitore e a scatenare gli anarchici desideri di libertà.

Persino il Joker dei fumetti viene presentato come un uomo qualunque. Ma, se vi soffermate un attimino a pensare, anche gli stessi supereroi, in genere, sono uomini qualunque: persone ordinarie a cui accade qualcosa di straordinario. Un incidente in laboratorio, un imprevisto, un evento inconsueto trasformano una esistenza normale in un qualcosa di profondamente nuovo. Anche il Joker era un essere come tanti altri. Ma il film “Joker” dimentica una parte fondamentale dell’evoluzione di questo villan: l’incidente. Il tuffo nel vascone contenente le sostanze chimiche è l’elemento di svolta, l’accadimento che segna la vera nascita del Joker. La storia del famoso antagonista non deve essere vincolata a questo episodio, naturalmente. Tuttavia, il Joker non sceglie di truccarsi, il trucco gli viene imposto. Ed è proprio nella deturpazione estetica che il Joker vede la propria nascita. Il suo viso imbrattato, alterato, insudiciato in maniera irreversibile rappresenta la fine, un qualcosa da cui non si può più tornare indietro.

Joker, una volta emerso dalla pozza chimica, scruta il suo riflesso ed impazzisce. In quell’attimo, la vita gli appare come un gigantesco ed assurdo scherzo. L’uomo, disperato, si ritrova con il viso avvolto da una miscela di colori: la pelle è chiazzata di bianco, le labbra di rosso, i capelli di verde. E’ tutto così assurdo e grottesco che il Joker comincia a ridere. Nel proprio riflesso, Joker vede il macabro riso maligno di un destino crudele e beffardo. Per lui, non resta che ridere, che accettare l’ironia della situazione.

Il trucco da clown non è un’opzione vagliata e decisa, non è una pittura da battaglia né un simbolo da competizione, ma è una tragedia che ha mandato in cocci la sua ragionevolezza. Joker avverte la follia dentro di sé, ma è la bruttezza estetica a farlo inorridire, poiché da quella non vi è più scampo. Lo stesso Joker di Heath Ledger, sebbene non avesse davvero il volto tempestato di colori, nutriva un’ossessione per le proprie cicatrici. Esse gli avevano eternato la faccia, l’avevano fermata in un sorriso agghiacciante. Egli pativa una fissazione per le sue cicatrici e, di volta in volta, inventava una storia diversa su come aveva subito tali ferite. Il Joker nasce Joker dal dolore interno, dalla pazzia intima, ma anche e soprattutto dall’orrore esterno mirato sul proprio corpo. Nella sua estetica deturpata, il Joker vede il proprio squilibrio interiore, per molto tempo domato, represso, sopito, fuoriuscire improvvisamente in tutta la sua irruenza. Nel suo volto, bloccato in un ghigno innaturale e costante, Joker ammira l’insania che aveva all’interno e che adesso è trasbordata fuori, attaccandosi con quei colori sgargianti alla sua epidermide.

Al Joker di Phoenix manca questo evento, ciò che rende Joker pienamente Joker: l’aver subito una bizzarra disgrazia fisica. Il Joker di Phoenix non ha il volto stretto in una risata perpetua, sceglie volontariamente di mascherare il proprio viso. Egli non è costretto a diventare Joker, sceglie di esserlo. Ma è la semplice la scelta a renderlo tale?

Il Joker del fumetto subisce questa bislacca sciagura proprio perché la storia di questo criminale vuol suggerirci che non è soltanto un uomo normale a poter diventare Joker. Invero, è un uomo normale a cui succede qualcosa di tremendamente anormale a poter diventare Joker. Un episodio che trasforma un volto comune in una maschera comica partorisce Joker.

Il “giullare” interpretato da Phoenix salta totalmente questo processo di iniziazione. Egli sceglie di diventare Joker truccandosi semplicemente, ma è come se non lo diventasse mai realmente. Questo perché l’ironia sadica del Joker, la sua verve originale, il suo senso dell’umorismo crudele, cruento ma pur sempre artistico, non emergono in lui. Tutte queste distintive caratteristiche che differenziano tale villan dal comune sociopatico, dal semplice “matto”, dal consueto criminale efferato, in quest’ultimo adattamento non vengono affatto evidenziate se non per impercettibili richiami. Il Joker di Phoenix è uno squilibrato, un maniaco, uno psicopatico con una maschera di trucco, così come possono esserlo tanti altri disseminati per il mondo. Mirando l’azione finale del Joker di questo lungometraggio si vede soltanto violenza, torbida, oscura, vendicativa, ma pura e semplice violenza, nient’altro. Ed il Joker è anche di più!

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Il Joker di Phoenix è diverso, in svariati aspetti. Questo lo dimostra anche la scelta che il personaggio compie nel selezionare le proprie vittime, i propri omicidi calcolati. Egli uccide chi gli ha mosso ingiuria, chi lo ha offeso, chi è stato scortese con lui. Fredda il proprio idolo, reo di volerlo prendere per i fondelli e risparmia il suo vecchio collega affetto da nanismo, poiché l’unico a non averlo mai deriso. Scelte che poco hanno a che vedere con la glaciale indifferenza del Joker.

Con quanto sto scrivendo non sto, di certo, affermando che il Joker del film del 2019 non sia un vero Joker. Nei fumetti, il personaggio possiede notevoli incarnazioni e non esiste una versione univoca e totale, or dunque l’interpretazione di Phoenix va intesa come un qualcosa di nuovo, d’apprezzare in qualunque caso. Detto questo, la vena scherzosa, beffarda, tagliente resta un elemento che è faticoso non riuscire a trovare in Joker. Quella di Phoenix è certamente una versione degna, riuscitissima, potente, che verrà amata, venerata dai fan e dai cinefili sparsi per tutto il globo terrestre. E’, a mio dire, semplicemente una versione troppo generica, troppo poco fumettistica, talmente realistica da far svanire i caratteri del fumetto da cui il Joker è tratto per divenire un personaggio non più da carta stampata ma solo e soltanto da cinema. Pertanto, un cattivo adattabile a tanti altri film, a tante altre trame, un personaggio che non vanta l’unicità del Joker cartaceo. L’opera finisce, di conseguenza, per creare un cattivo sinistro, lunatico, complesso ed articolato, ma non il Joker nella sua veste classica, conosciuta, iconica.

Il riso misto al terrore, l’ironia miscelata alla paura, la lucidità alla follia, il macabro all’idilliaco: è questo che rende Joker se stesso. Senza la sua inimitabile ironia, il Joker perde la sua caratteristica di base. Sacrificando la burla, l’insana comicità, si perde il Joker. Vi è tanto dolore, tanta rabbia, tanta ira nelle parole proferite dal Joker di Phoenix, ma non vi è nessuna vena macabra nella sua parola, soltanto bile, sdegno, furore. Questo è, in parte, giustificabile tenendo presente che questo film si limita solamente a narrare un inizio, ma non basta. Guardando questo film si vede l’agire di un disagiato, un reietto, di un abbandonato, un disilluso con problemi psichici che trova nella brutalità un modo per potersi sentire vivo. Se questo Arthur non avesse il volto truccato da Joker, perché dovremmo riconoscerlo, indicarlo come tale?

Nella pellicola di Todd Phillips si avverte la paura di far ridere, di usufruire della goliardia del Joker, come se essa fosse una caratteristica che ne mina la serietà, il terrore che il Joker dovrebbe alimentare. “Joker”, fotogramma dopo fotogramma, crea e modella con grande perizia la genesi di un qualunque disagiato, di un qualunque sofferente, sacrificando le restanti caratteristiche di una personalità che è estremamente precisa, iconica ed unica sin dall’esordio. Non vi è ironia, giocosità, spirito nel Joker di Phoenix proprio perché il suo personaggio si attiene con tutte le sue forze ad un taglio realistico. Ma così facendo, la fantasia, l’inventiva, l’originalità del fumetto vengono neutralizzati.

Todd Phillips, pur con tutti gli innegabili meriti della sua eccellente opera, non ha avuto l’audacia che ebbe Tim Burton quando, con il supporto di Jack Nicholson, portò in scena la follia artistica, senza freni, ironica, raccapricciante, funebre eppure ugualmente in grado di strappare un sorriso, del Joker. E’ molto più facile portare in scena la violenza, la perfidia di un personaggio che ricerca solo la vendetta, piuttosto che mostrare un antagonista che, nell’ironia, nel surrealismo ha la propria caratteristica imprescindibile. Anche in un contesto concreto, veritiero, pragmatico, realistico come quello della recente opera filmica sarebbe stato certamente possibile mostrare, sul finale, un Joker sarcastico, irridente, sardonico, caustico nel consumare le proprie atrocità sempre col sorriso sulle labbra. Un Joker che, dal dolore sopportato, avrebbe fatto fuoriuscire il proprio dirompente, insano e fatale buonumore.

Il Joker di Todd Phillips rinuncia alla comicità perché è cosciente di una grande verità: con l’ironia non si anima realmente la folla, la si ravviva, maggiormente, con la cruda violenza.

"Arthur Fleck, il Joker umano" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Considerazioni finali

 “Joker” non è la storia del Joker. E’ la storia di un uomo abbandonato, di un qualunque di noi esseri umani. La sostanza del Joker, la parola del Joker, la sua immagine, non sono che una metafora, un pretesto per immortalare, su di un nastro di celluloide, la tragedia di un ragazzo che voleva diffondere gioia e serenità ma finirà per elargire morte, nichilismo, sovversivismo.

L’opera filmica partorisce un Joker umano, un’allegoria più che un vero carattere. “Joker”, più che un film sul personaggio in sé, è, infatti, da considerarsi un thriller psicologico che usufruisce dell’appellativo “Joker” per estendere la propria analisi all’uomo normale, al negletto, al cane di paglia stanco d’essere vessato. Una volta intuita questa verità, si può affermare, in conclusione, che “Joker” sia un film non rivoluzionario ma ottimamente realizzato, compassato, greve, angoscioso, un tripudio di buonissimo cinema e meriterà gli Oscar che, con ogni probabilità, porterà a casa. Da fan sfegatato della DC Comics ne sarò felicissimo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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